<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="0.91"><channel><title>Hotel Messico il sito con i feed gialli</title><description>forse funzionano</description><link>http://www.hotelmessico.net</link><language>it</language><item><title><![CDATA[Recensione su Repubblica Il fiuto dello Squalo.]]></title><description><![CDATA[<b>Recensione su Repubblica del mio romanzo Il fiuto dello Squalo.</b>
<br><br>
<a href="http://www.hotelmessico.net/il%20fiuto%20dello%20squalo%20recensione%20repubblica.jpg"><img src="http://www.hotelmessico.net/il fiuto dello squalo recensione repubblica.jpg" width="600"></a>]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=796]]></link></item><item><title><![CDATA[Recensione il fiuto dello squalo Il Roma]]></title><description><![CDATA[<b>Articolo comparso su Il Roma</b><br><br>
<img src="http://www.hotelmessico.net/il%20fiuto%20dello%20squalo%20il%20roma.jpg" width="300">]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=794]]></link></item><item><title><![CDATA[Su Scrittori precari]]></title><description><![CDATA[Vanni Santoni su Scrittori Precari:<br>
«Mi e' piaciuto molto poi – e meno male, perche' era anche un libro che attendevo – Il fiuto dello squalo di Gianni Solla (Marsilio). Chi non aveva un blog nei primi anni duemila non puo' capire. Quando eravamo blogger, stavamo in un mondo a parte, in cui i blog parevano centrali al mondo e alla sua rappresentazione. E i blogger migliori erano non meno che avatara, incarnazioni divine in forma di pagina splinder del rapporto tra il mondo e noi. Gianni Solla era uno di costoro, e va da se' che da qualcuno che a suo tempo era stato un mito mi aspettavo un romanzo non meno che ottimo. Le aspettative sono state ripagate. È ottimo, e divertente, e dolente, e definirlo pulp sarebbe davvero molto riduttivo. Leggetelo e vi verra' voglia pure a voi di fracassare il naso allo Squalo, salvo poi accorgervi che lo Squalo eravate voi stessi.»<br> <a href=" http://scrittoriprecari.wordpress.com/2012/04/20/cosi-ho-risposto-all-occhio/">http://scrittoriprecari.wordpress.com</a>]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=793]]></link></item><item><title><![CDATA[Date presentazioni]]></title><description><![CDATA[Presentazioni:<br><br>
4 maggio, Napoli, libreria Feltrinelli Express<br>
8 maggio, Roma, libreria Minimum Fax<br>
26 Maggio, Santa Maria Capua Vetere, libreria Spartaco]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=792]]></link></item><item><title><![CDATA[Rassegna stampa]]></title><description><![CDATA[Un po' di notizie trovate in giro su Il fiuto dello Squalo<br><br>

Unita'<br><img src="http://www.hotelmessico.net/Il Fiuto dello Squalo Unita.jpg">
<br><br>


Corriere dell'Adriatico<br>
<img src=" Il fiuto dello Squalo Corriere adriatico.jpg"><br><br>

Gazzetta di Parma<br>
<img src=" Il fiuto dello Squalo Gazzetta di Parma.JPG"><br><br>


<a href="http://brownbunnymagazine.wordpress.com/2012/04/07/storia-di-uno-scannato/">Brown Bunny Magazine</a>

<a href="http://www.lankelot.eu/letteratura/solla-gianni-il-fiuto-dello-squalo.html">Lankelot</a><br><br>
<a href="http://www.diariodipensieripersi.com/2012/03/anteprima-il-fiuto-dello-squalo-di.html">Diario di pensieri persi</a><br><br>

<a href="http://www.laprovinciadicremona.it/cultura/letture/recensioni/gianni-solla-il-fiuto-dello-squalo-1.181509">La provincia di Cremona</a>

<a href="http://www.contattonews.it/2012/04/14/il-fiuto-dello-squalo-di-gianni-solla/">Contatto News</a><br><br>

<a href="http://www.qlibri.it/recensioni/tag/autoreita/Gianni+Solla/">Qlibri</a>]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=791]]></link></item><item><title><![CDATA[Recensione Corriere del Mezzogiorno]]></title><description><![CDATA[Recensione del mio romanzo, Il fiuto dello Squalo, sul Corriere del Mezzogiorno a cura di Francesco Durante.<br>
<a href="http://www.hotelmessico.net/Il fiuto dello squalo recensione corriere.jpg"><img src="http://www.hotelmessico.net/Il fiuto dello squalo recensione corriere.jpg" width="800"></a>]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=789]]></link></item><item><title><![CDATA[Recensione su Il Mattino]]></title><description><![CDATA[<a href="http://www.hotelmessico.net/Il%20fiuto%20dello%20Squalo%20recensione%20il%20mattino%2024_03_2012.jpg">Recensione de Il Fiuto dello Squalo su Il Mattino<br><img src="http://www.hotelmessico.net/Il%20fiuto%20dello%20Squalo%20recensione%20il%20mattino%2024_03_2012.jpg"></a>]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=786]]></link></item><item><title><![CDATA[Copertina nuovo romanzo]]></title><description><![CDATA[<img src="http://www.hotelmessico.net/gianni solla il fiuto dello squalo.jpg" width="200" alt="Gianni Solla Il fiuto dello Squalo"> <br>
In uscita a marzo per Marsilio. <a href="http://www.marsilioeditori.it/catalogo/libro/3171180-il-fiuto-dello-squalo">Altre informazioni qui</a>.]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=785]]></link></item><item><title><![CDATA[Il mio racconto in Naples Power]]></title><description><![CDATA[Naples Power e' il nuovo disco degli 'A67. Il progetto (prodotto da Free-d Music e distribuito da Universal) e' articolato in un disco e un libro ed e' l'omaggio a quel movimento musicale e culturale che alla fine degli anni '60 cambio' la scena musicale italiana. Ho avuto l'onore di poter scrivere assieme ai grandi scrittori della mia citta'. Ecco l'elenco degli autori: Alessandra Amitrano, Pino Aprile, Maurizio Braucci, Riccardo Brun, Massimo Cacciapuoti, Peppe Lanzetta, Rossella Milone, Davide Morganti, Valeria Parrella, Roberto Saviano e Gianni Solla. Prefazione di Carlo Lucarelli, e postfazione del giornalista Sandro Ruotolo.<br><br>
<a href="http://www.a67.it/">sito 'A67</a>
]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=784]]></link></item><item><title><![CDATA[Cuore di cane di cancello]]></title><description><![CDATA[<b>Cuore di cane di cancello</b>
<br>
<br> 

Sono un cane di cancello,<br>

quando abbaio faccio gli occhi rossi,<br>

si alzano le vene del collo,<br>

per il cortile si sente solo il mio cuore nella cassa toracica,<br>

e se avessi denti piu' forti,<br>

mangerei il ferro delle sbarre che proteggo.<br>
<br><br>
 

La sera mi fa male la gola,<br>

e quando dormo sogno di mangiarvi gli occhi,<br>

di leccarvi la spina dorsale,<br>

di strapparvi il naso dalla faccia,<br>

ma la notte non devo abbaiare,<br>

mi chiudono nel garage,<br>

dormo sul tappeto,<br>

sento le macchine,<br>

vorrei corrergli dietro,<br>

e abbaiare alla luna.<br>

<br>
<br> 

Ci sta uno che lo schifo,<br>

passa dall'altra parte della strada,<br>

quant'e' ver a maronn se si fa piu' vicino lo uccido,<br>

voglio scavare nella sua pancia coi denti,<br>

io vi schifo a tutti,<br>

ma a questo di piu',<br>

e' secco, non ci posso pensare,<br>

mi fa uscire pazzo,<br>

deve stare lontano dal cancello,<br>

se passa piu' vicino sfondo tutto,<br>

me lo mangio mentre piange,<br>

cerco di tenerlo vivo il piu' possibile,<br>

lo devo uccidere lentamente,<br>

non fa niente che sono un ciwawa alto venti centimetri,<br>

ho un cuore tenebroso e nero per uccidervi tutti quanti.<br>]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=783]]></link></item><item><title><![CDATA[Nuovo romanzo a marzo]]></title><description><![CDATA[Il romanzo e' finito, uscira' per Marsilio a marzo, se ne dice <a href="http://affaritaliani.libero.it/culturaspettacoli/libri-2012-ecco-le-uscite-pi-attese-e-i-retroscena-di-affaritaliani-it.html">qualcosa qui</a>. ]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=782]]></link></item><item><title><![CDATA[La ragazza che chiude gli occhi]]></title><description><![CDATA[<b>La ragazza che chiude gli occhi</b><br><img src="http://www.hotelmessico.net/immagine11.jpg" width="140"><br>

Ingrandisco la foto con il tasto destro, ci sono migliaia di meduse arenate sulla spiaggia, due bambini le toccano con un bastone, chiudo la finestra di firefox, regolo il flap del condizionatore, scrivo su twitter “voi non esistete”, ritorno su youporn, ci sono un nero e due bianche, il volume del portatile e' a quattro, vado in cucina, mi fa male la pancia, sulla tavola ci sono due bustine di wurstel aperte, vado a vomitare, resto inginocchiata, dallo stomaco non esce piu' niente, riapro il frigo, prendo una bustina di wurstel, ne sfilo uno, comincio a masticare, ritorno in camera, il nero e' seduto sul divano, una gli e' salita a cavalcioni, ha la schiena piena di nei, non mi ricordo come rivedere le meduse, mi arriva un messaggio sul blackberry, mastico un altro wurstel, vado a vomitare, e' finita la carta, uso la canottiera, esce solo saliva, ritorno in camera, ho due nuove notifiche su facebook, vado su twitter e scrivo “ho vomitato quarantasette volte”, ritorno al video del nero, prendo due aulin, le giro nel bicchiere, bevo, ritorno a letto, il dolore alla pancia e' piu' forte, vado a vomitare, caccio il wurstel e l'aulin, prendo una multicrentum, la faccio sciogliere sotto la lingua, mastico un altro wurstel, il nero sta venendo in faccia a una, la ragazza chiude gli occhi, ritorno indietro di due secondi, rivedo il momento esatto in cui li chiude, mi arriva un sms della tre, vomito il wurstel prima di arrivare in bagno, sporco la scrivania, il cuscino della sedia, pulisco con un fazzoletto di carta, e' solo acqua calda, prendo un wurstel dalla bustina, comincio a masticare, forse oggi pomeriggio mi uccido, lo scrivo su facebook, “forse oggi pomeriggio mi uccido”, mi arrivano dodici mi piace, qualcuno mi ha iscritta a un gruppo sugli scrittori emergenti, prendo un wurstel, mastico, spengo il condizionatore, mi arriva un sms di mio padre, prendo una vivin c, la sciolgo nel succo di frutta, tengo la bocca chiusa, sento le bollicine nella gola, conto fino a dieci, a undici vado in bagno, vomito, sento wurstel, vivin c, bactrim, aulin, rio mare, fetta biscottata, oro saiwa, mi pulisco con il pantaloncino di intimissimi, suonano il citofono, Roberta mi sta aspettando, mi metto la maglietta con la scritta di pagliette, mastico un wurstel, infilo le scarpe, esco senza chiudere a chiave, vomito nell'ascensore, resto accovacciata fino al piano zero, entro in macchina, accendo l'aria condizionata, faccio fermare Roberta fuori da un supermercato, compro quattro confezioni di wurstel, un pacco da dodici di fazzoletti, mastico un wurstel, Roberta ha gli occhiali da sole enormi,  mi racconta quello che e' successo ieri sera a casa della madre, dice “puttana”, non capisco se ce l'ha con me o con la madre, siamo in un posto dove il blackberry non prende, “muoviamoci”, dico, poi dice nove volte la parola “paura”, vomito fuori dal finestrino, poi memorizzo le parole “trecento euro” e “fotocopiatrice”, mastico due wurstel, Padova e' piena di traffico, vomito sul sedile, i pezzi non sono nemmeno masticati, “attenta”, “macchina”, “puttana”, accendo la radio, c'e' una trasmissione con gli scherzi, poi c'e' la pubblicita' di un mobilificio, cambio, ritorno agli scherzi, mastico un wurstel, vomito, “cristo” e “scendi”, prendo un taxi, il tassista parla di un incidente che ha visto la mattina, vomito sul sedile posteriore, ogni volta e' sempre piu' scuro, il dolore alla pancia e' sempre piu' forte, lui non se ne accorge, mi faccio accompagnare sotto casa di mio padre, citofono cinque volte, non risponde, salgo fino al suo appartamento, suono, non risponde al cellulare, l'autobus che prendo e' pieno di cinesi, vomito, uno mi viene vicino, mi parla ma non lo sento, mi addormento per dieci secondi, i cinesi fanno fermare l'autobus, dicono che devo chiamare qualcuno, scendo, mi fermo in un negozio benetton, provo una maglietta, la commessa ha un orecchino sulla lingua, stanno ascoltando i REM, vomito nel camerino, pago con il bancomat, sbaglio due volte il pin, chiamo un taxi, c'e' un buco nella tappezzeria, abbandono  la maglietta di benetton sul sedile, sono a casa, vomito al secondo piano, il portatile e' aperto, il video del nero e' andato in loop, ha girato per ventisei volte, ventisei volte sulla faccia della ragazza che chiude gli occhi, leggo l'ultima email di mio padre, c'e' la parola “scusa” quattro volte e le parole “incidente”, "retromarcia" e il nome di mia sorella, mastico un wurstel, preparo una muscoril, me la faccio sulla gamba, vomito, non ho la forza di togliermi i pezzetti di wurstel dal collo, piango, vorrei di nuovo la maglietta di benetton, la muscoril mi ha fatto bene, non sento piu' il dolore nella pancia, mi tocco la lingua, penso a come deve essere infilarci un orecchino, non ho piu' voglia di masticare, chiudo gli occhi, non si muore con la muscoril, mi addormento, mi sveglio, scrivo su twitter “sono morta da venti minuti”, mastico un wurstel, apro la finestra, salgo sul davanzale, da dove sono sento l'odore della piastrina per le zanzare, devo solo chiudere gli occhi di nuovo e dormire per dieci secondi, ho le braccia lungo il corpo, penso alle meduse che dormono sulla spiaggia, tengo le mani vicino alle gambe, gia' non mi sento la spina dorsale, la testa, i wurstel dentro la gola, adesso, sotto ci sono delle macchine, faro' rumore.
]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=781]]></link></item><item><title><![CDATA[niente]]></title><description><![CDATA[Napoli e il Messico – <a href="http://www.archiviocaltari.it/2011/08/29/napoli-e-il-messico-intervista-a-gianni-solla/">Intervista a Gianni Solla</a> + <a href="http://www.archiviocaltari.it/2011/01/17/le-stanze-degli-scrittori-gianni-solla/">Le stanze degli scrittori</a>.]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=780]]></link></item><item><title><![CDATA[You Porn - You Love]]></title><description><![CDATA[<b>You Porn - You Love</b><br>
<br>
<img src="http://www.hotelmessico.net/artistic-anatomy-egon-schiele-22.jpg" width="120">
<br><br>
“Esci, muoviti, non mi sento bene”.<br>
Non gli piace quando la madre gli parla del proprio corpo. Pensa che poteva dire solo “esci”.<br>
“Muoviti, gesu'cristo”.<br>
Bussa di nuovo alla porta, il vetro trema nel telaio. Pensa alle mutande che questa mattina sua mamma ha lasciato sul davanzale della finestra del bagno.<br>
Filippone si alza dalla tazza, e' seduto da venti minuti, non ci e' riuscito. Non si pulisce, vorrebbe restare seduto e svuotarsi del grasso che ha sotto il collo e sulle braccia. Lui lo sa che il vero Filippo e' stato mangiato dal Filippone che pesa centodiciotto chili.<br>
“E muoviti”.<br>
Quando Filippone apre la porta, trova la madre con un assorbente chiuso in una bustina viola nella mano destra e una Merit accesa nell'altra. Ha la tuta Adidas e lui lo sa che adesso lei si siede e si mette a chattare con l'Iphone, perche' le controlla il profilo di Facebook. Si e' finto un uomo che si chiama Valerio e ha messo una fotografia presa dalla pagina di un altro iscritto. È un uomo  magro, coi capelli lunghi, il naso dritto, i denti bianchi. Nella foto che ha preso, e' steso al sole su un asciugamano. Filippone ha copiato una foto della ragazza di Valerio, si chiama Lina e ha un tatuaggio a forma di tartaruga sull'avambraccio sinistro. Sua madre ha cominciato a fare la stronza con Valerio, “quando ci vediamo, hai mai tradito la tua ragazza, come ti piace farlo, ti piace nel culo, io non ho figli sono una donna single, lo sai come vanno queste cose”.<br>
Filippone le ha scritto che va in palestra tutte le sere, mangia ottanta grammi di carboidraiti per pasto, e lui e Lina al supermercato prendono solo le barrette Vitasnella e lui la sera si mette la crema al Q10 sulla faccia.<br>
“Mi parli sempre di questa Lina”, ha risposto sua madre nell'ultima email.<br><br>
 
Sul Corso San Giovanni a Teduccio si sentono solo gli allarmi delle macchine, e' notte, Filippone e Renato sono sul motorino.<br> 
“Filippo', se pigli un altro fosso qua sfondiamo tutta la madonna”.<br>
Filippone abbassa la testa per cercare l'aerodinamica. Ha smesso di parlare da quando hanno superato il ponte dei francesi. Gli piace sentire il vento sulla faccia. Accelera, il motorino sale di giri, il serbatoio e' pieno di miscela, Renato si stringe alla vita di Filippone, lo sa che se cade Filippone non si ferma. Stringe il piu' possibile e pensa che Filippone dovrebbe fare qualcosa per quella pancia.<br>
Passano sotto il ponte del Bronx, fuori il laghetto, superano il cimitero, Renato si fa il segno della croce, “gesu' cristo mio proteggimi, anche a mia sorella Eugenia pure se si e' messa con un testimone di genoa, a mio padre e mia madre, angelo custode, eterno riposo, a maronn m'accumpagn, fammi pigliare una bolletta alla snai”.<br>
Filippone ha una specie di paura che alla fine qualcuno lo viene a sapere perche' i segreti con gli amici hanno due soli destini possibili. Filippone pensa che al limite lo uccide a Renato.<br>
“Filippo' i fossi, grazie”.<br>
Lo fa apposta a prenderli , vuole capire chi dei due ha la schiena piu' forte. I suoi centodiciotto chili contro i sessanta scarsi di Renato. Filippone pensa che puo' prendere tutti i fossi del Corso San Giovanni e di Ponticelli, lui e la sua schiena sono una cosa sola. Via Traccia e' piena di luci e si sente la puzza di benzina delle cisterne della Kwait.<br>
“Gesu'cristo mio non fare mai fermare questo motorino”, pensa Renato e fa un'altra croce.<br>
<br>
Il ponte dello scasso e' buio, Filippone in tasca tiene trentasei euro presi dal cassetto della madre e pensa che ha diciannove anni e non ha mai scopato e la prima se la sta andando a fare con un ricchione che Renato dice essere uguale a una femmina e non riesce a smettere di pensare: ma non era meglio una femmina? Non era meglio non pagare anche se ho questa macchia viola sulla faccia, e meno male che peso centodiciotto chili e tutti mi rispettano.<br>
"Filippo' a noi le femmine ci schifano, pure ci dobbiamo fare uno schifo di chiavata con una che non ci guarda nemmeno in faccia. Stammi a sentire, e' meglio che iniziamo cosi'. Gia' sto intostando, ti faccio vedere che e' meglio di una femmina”.<br>
Filippone pensa alla mamma e all'ultima email che gli ha inviato. "Ciao Valerio, per me va bene, possiamo fare come dici tu, porta la macchina fotografica e ci possiamo prendere pure la pasticca". <br>
Gira la manopola del motorino, la marmitta fa rumore, una macchina li supera troppo da vicino. “Voglio una femmina”, dice Filippone a bassa voce.<br>
“Che hai detto Filippo'?”.<br>
Non gli risponde ma gli viene da piangere, spinge il motorino fino a sessanta, c'e' un po' di discesa. 
“Tutto questo vento negli occhi, ti fa lacrimare”, pensa.<br><br>
Filippone spera solo che nessuno li abbia visti quando da Via Brin hanno girato per Via Traccia, perche' se vai dietro allo scasso di notte puoi solo andare a ricchioni. Filippone sa com'e' fatta una femmina perche' lo ha visto su youporn e pensa che le femmine di San Giovanni a Teduccio devono essere uguali a quelle di internet. Non ha mai toccato un neo, un ginocchio, una mutanda. Filippone ha distrutto la faccia di Carmine sul marciapiede perche' gli ha rotto il parafanghi del motorino, ma non ha mai dato un bacio con la lingua perche' e' chiatto, ha la faccia di due colori, e mangia quattro pacchetti di Pringles al giorno.<br> 
"Io lo so come sono, ma non e' giusto lo stesso". La frase gli e' uscita a un volume piu' alto di quanto avrebbe voluto.<br>
"Filippo' un giorno io e te facimm nu clan e sparamm in bocca a tutti quanti e ti faccio vedere quante femmine ci chiaviamo, lo sai com'e' a mettere una pistola in bocca a uno? Deve essere tale e quale a mettercelo in bocca, e poi quando spari la testa di quello salta per aria. Alle femmine ci piacciono quelli che sparano, piu' spariamo piu' chiaviamo, se non sei buono a sparare secondo me non sei buono nemmeno per chiavare e le femmine lo sanno come funziona".<br>
Prima di uscire Filippone ha fatto la doccia con il Felce azzurra, poi ha fatto due passate di borotalco e ha spruzzato sulla canottiera il Pino silvestre. Pensa che e' un peccato se il vento e la puzza delle cisterne di benzina gli hanno portato via l'odore di vapore del suo bagno.<br>
“Sta la'”, dice Renato, “devi andare ancora dritto, ci vogliono altri due minuti, sta fermo in una macchina, lo devi chiamare Nunzia, ma si chiama Gaetano e lavora da un elettrauto a Gianturco”.<br>
Il motorino si avvicina alla macchina. È una cinquecento nuova, nera, le uniche luci accese sono quelle blu dello stereo. Sta ascoltando Beethoven. I led si illuminano tutti quando entrano gli archi.<br> 
"Filippo' te l'ho detto che e' una cosa seria, mica si sente i cantanti napoletani, senti qua".<br>
"Uno alla volta", dice Nunzia, "ma quanti anni c'avete?".<br>
Renato scende dal motorino. È alto la meta' di Nunzia, ha i capelli con la gelatina e le Nike nere.<br>
"Un giorno di questi io e il mio socio ti spariamo in faccia ma per il momento ti mettiamo solo il pesce in bocca, vediamo di muoverci".<br>
Poi fa la pistola con pollice, indice e medio e spara.<br>
"Prima il chiattone", dice lei.<br>
Filippone pensa che e' tutta la vita che lo chiamano cosi'. Chiude gli occhi e immagina Valerio con Lina sulla spiaggia, poi li immagina in un ristorante coi tavoli vicino al mare e lui che le tocca il braccio con la tartaruga e lei che dice: "i tuoi capelli sono bellissimi".<br>
Renato si siede sul motorino, da' gas e sparisce nel buio.<br>
"Entra", dice Nunzia.
<br><br>
Adesso sono in macchina, Nunzia sta facendo un bucchino a Filippone. Lui non ha capito se gli piace.<br>
<i>"Su youporn sembrava meglio, le ragazze stanno sul divano, prima dicono delle cose in americano nella telecamera, poi si inginocchiano e lo prendono in bocca e ridono e il mondo e' bellissimo e io vado lento perche' altrimenti finisce troppo presto e sotto youporn ho la schermata di facebook e un nuovo messaggio di mia mamma che dice "valerio, non mi scrivi piu'", e poi c'e' la categoria degli uomini chiatti e le ragazze youporn ridono comunque perche' a loro non interessa, non e' come a San Giovanni a Teduccio, qua invece sento una puzza e la macchina e' stretta e Nunzia ha l'avambraccio pieno di vene e forse dovrei solo chiudere gli occhi, ma non appena lo faccio, vedo mia mamma e Valerio che scopano in una macchina ferma sulla piazzola della tangenziale"</i>.<br>
“Come ti chiami?”, ha chiesto Nunzia.<br>
Filippone pensa che e' un peccato se non si sente piu' l'odore di borotalco.<br>
“Valerio, sono un uomo single, lo sai come vanno queste cose”.<br>
“Come no”.<br>
Filippone ogni tanto si alza dal sedile per controllare che Renato non sia gia' tornato. Sente la lingua attorno al cazzo e sta in ansia per il motorino. Pensa che quando uscira' da quella macchina cambiera' il suo nome in Valerio, forse diventa come lui con tutti quei capelli e potra' avere Lina, la portera' a casa e lei e sua madre diventeranno amiche e Lina le spieghera' che non sta bene vedersi con uomini di facebook e girare con gli assorbenti in mano per casa se hai un figlio maschio anche se pesa centodiciotto chili. Nunzia si stacca da Filippone e si abbassa i pantaloni. Lui pensa che adesso glielo deve mettere nel culo e quelle cosa la', invece Nunzia caccia un cazzo rosso e doppio e dice a Filippone di abbassarsi e di aprire la bocca che adesso e' venuto il suo turno. Filippone si inginocchia sul sedile e apre la bocca e lo prende in bocca e Nunzia dice cose tipo: piu' piano, piu' veloce e lui pensa che avrebbe dovuto dirgliele anche lui quando era il suo turno e Nunzia gli stringe la testa con le mani e gli accarezza il collo e pensa che quello deve essere l'amore perche' quello e' un abbraccio e quel bucchino che adesso sta facendo e' una specie di bacio e anche se tutto e' sbagliato, e' bello lo stesso, e lui non e' mai stato cosi' vicino a un'altra persona, non lo sa come e' con le femmine, ma quello gia' va bene e pensa che non puo' rischiare, e meno male che ha il coltello sotto il sellino del motorino e sulla strada del ritorno deve per forza ammazzare a Renato.


]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=779]]></link></item><item><title><![CDATA[Altra storia dove alla fine lei lascia]]></title><description><![CDATA[<b>Altra storia dove alla fine lei lascia</b><br><br>Quattro giorni dopo che Loredana mi ha lasciato, vado dal dottore perche' non riesco a respirare. Il dottore appoggia l'orecchio alla schiena, e mentre respiro forte, come mi ha chiesto di fare, comincio a piangere.<br><br>
“I polmoni non hanno niente”, dice. <br><br>
La prima volta che ci siamo baciati, aveva una magliettina verde con due bottoni, eravamo fuori dal Mcdonald's sulla tangenziale, mi venne una colica, mi accompagno' al Policlinico, le indicai la strada dal sedile di destra, gli infermieri mi chiamarono per nome, era la terza in un mese. <br><br>
Tornati a casa, mi fece una Voltaren, poi facemmo l'amore. Le chiesi di metterci sotto le coperte perche' non volevo che prendesse freddo. <br><br>
Era tardissimo, uscii per comprarle uno spazzolino. Trovai una farmacia ventiquattrore, il commesso mi chiese se lo volessi con le testine morbide o medie. “Morbidissime”, dissi, “ne ha uno con le piume?”. <br><br>
Loredana era fidanzata con Marcello. Tecnicamente non mi ha mai lasciato, ha solo smesso di fare l'amore con me tutte le mattina nel mio appartamento no termoautonomo al quinto piano di questo schifo di palazzo. <br><br>
La mia nuova coinquilina si chiama Ernestina, pesa centotrenta chili, ha il diabete e parla di se stessa in terza persona. Ernestina non puo' mangiare questo, dice, Ernestina domani deve svegliarsi presto. <br><br>
Loredana e Marcello hanno un nuovo appartamento al Vomero. Sapevo che erano interessati, ho chiamato l'agenzia e ho offerto di piu' per l'affitto. L'ho pagato per tre mesi, Loredana mi parlava di un figlio di puttana che glielo aveva fregato. <br><br>
Nel nuovo appartamento mio, di Loredana e Fabrizio, non ci ho mai abitato. Pero' avevo gia' deciso da quale parte del letto lei avrebbe dormito, il colore delle tende, lo zerbino [con un gatto, a Loredana piacciono molto i gatti] e avevo progettato un divano nel salotto per lui. <br><br>
Passavo le sere a guardare le televendite delle scope elettriche e i documentari sui ragni. Poi andavo sotto casa di Loredana e mettevo una foglia sul parabrezza della sua macchina, oppure le toglievo i volantini dei centri commerciali dal tergicristalli. Una volta le ho anche pagato una multa. Prima di consegnare le chiavi all'agenzia Ernestina ha chiesto di fare un giro nell'appartamento. <br><br> 
Il giorno dopo mi ha chiamato Loredana, ha detto che sulla parete del loro nuovo appartamento ha trovato scritto con un rossetto: “Ernestina conosce un uomo che una volta si e' innamorato di una ragazza, Ernestina pensa che lui e' un poco scemo e nessuna si sarebbe innamorata di lui, e' troppo ordinato, troppo pulito, e' secco, non fuma, non sa fare le manovre con la macchina a retromarcia, ha paura dell'ascensore, Ernestina pensa che a nessuna femmina piacciano le persone cosi', Ernestina non vuole convincere nessuno, ma lui ha una specie di fuoco dentro al cuore, e Ernestina smetterebbe subito di mangiare i Mars e i Duplo se incontrasse uno scemo cosi'”. <br><br>
]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=778]]></link></item><item><title><![CDATA[cose]]></title><description><![CDATA[<iframe width="280" height="175" src="http://www.youtube.com/embed/jVAJB1N4f-k" frameborder="0" allowfullscreen></iframe>]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=777]]></link></item><item><title><![CDATA[0]]></title><description><![CDATA[<img src="http://www.hotelmessico.net/EgonSchieletwo.jpeg" width="80"><br><br>

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<b>[Capitolo 0]</b>

Nonna ha coperto gli specchi con le lenzuola, se l'anima del morto si riflette, resta intrappolata sulla terra per sempre, mio padre, quando non mi e' vicino, passa tutto il tempo a fumare sul balcone, esprime il suo dolore in Marlboro. <br>
Hanno fatto uscire tutti dalla stanza, siamo rimasti solo noi tre, abbiamo detto l'eterno riposo, otto volte l'angelo custode, nonna e' rimasta con gli occhi chiusi e ha respirato forte dal naso, poi ho visto mentre chiudevano il coperchio. Ci sono otto viti di ottone che entrano nel legno per dieci centimetri. Perche' ogni vite penetri del tutto, sono necessarie ventisette torsioni del polso di un uomo adulto o quarantuno di quello di una bambina che due volte al mese prende la febbre e se corre lungo il ballatoio fino all'armadio dei contatori, perde sangue dal naso. Il tempo richiesto per ogni vite e' di un minuto: quanto un angelo custode. Lungo la filettatura, il metallo e' piu' scuro e ci sono delle imperfezioni nella laccatura. Non piango, ma mi fa male la pancia. Qualcuno mi ha regalato un dinosauro di plastica, e' un tirannosauro con una piccola borsa rosa al braccio e sul cartone della scatola ci sono disegnati altri tirannosauri che fanno shopping. <br>
Dopo mia madre, io sono l'attrazione principale. Tutti chiedono: «Teresa come sta?». Lo dicono sottovoce, sono nel corridoio quando cominciano a domandarlo, «glielo hanno detto?», chiedono alcuni. Hanno ragione: penso che mio padre non avrebbe dovuto dirmelo, avremmo fatto finta di niente, non avrei avuto questo dolore alla pancia.<br>
In casa c'e' puzza di fiori e un altro odore che tutti identificano come quello di un corpo che si sta disfacendo. Io invece registro solo un odore dolciastro che non ho mai sentito. Fa freddo, ma teniamo la finestra della camera da letto aperta. Sul diario, nella pagina del nove dicembre ho scritto, “mamma” e “tirannosauro con borsa”. Mi sembra che le due frasi riassumano l'accaduto.<br> 
Quelli che entrano si dirigono verso la camera da letto, camminano lentamente, quando sono dentro si fanno il segno della croce, restano vicino alla porta, entrano nella stanza e sfiorano il legno della bara con un bacio. Chissa' se anche loro fanno caso alla laccatura delle viti o alle venature del legno. Mia mamma indossa il vestito azzurro e le scarpe viola. Le ho visto indossare quel vestito una volta sola, la sera che litigo' con mio padre, lui le disse per dodici volte di fila la parola «puttana». Ogni volta aumentava sempre di piu' il volume e impiegava tutta la forza necessaria alla parola sulla lettera “p”. L'intera parola si reggeva sulla prima lettera. Le aveva trovato nella borsa la ricevuta di un albergo e aspettando che lei rientrasse, l'aveva letta mille volte, aveva sottolineato delle frasi, poi ha aperto i cassetti e tirato fuori tutti i suoi vestiti e ha cercato nelle tasche, ha letto tutti gli scontrini che ha trovato e chiamato ai numeri di telefono che lei aveva scritto sui foglietti. Poi lei e' arrivata, aveva la busta di un supermercato piena di yogurt, mio padre era in cucina e io ho cominciato a contare e sono arrivata fino a dodici. Prima di andare a chiudersi in bagno per piangere mia mamma disse: «non succedera' piu', te lo giuro, pero' adesso devo fare una telefonata». <br>
Durante la corsa nel corridoio con il cordless ho visto le scarpe viola. Non era una vera e propria corsa, ma i passi erano ravvicinati, piu' frequenti di una normale camminata. Le scarpe stavano benissimo sotto quel vestito. <br>
Anche se adesso non posso piu' vederla, so che all'interno della cassa ha le mani incrociate sul petto e stringe un rosario. Non e' mai andata a messa, ma nonna finge di non saperlo. A scuola mi hanno spiegato che anche chi non ha mai creduto verra' perdonato. Faccio fatica a comprendere, la maestra insiste sul concetto che il perdono spetta a tutti, anche contro la propria volonta', nonostante la superbia. Io non sono nemmeno sicura di essere stata battezzata. <br>
Poi siamo al cimitero. Il prete ci sta spiegando una cosa sulla resurrezione dei morti, dice che e' solo questione di tempo e i morti resusciteranno. Nessuno gli crede. Vorrei maggiori dettagli su questo aspetto, ma non so cosa chiedergli. Vorrei solo sapere se resusciteranno in senso fisico o spirituale. Ho visto con quanta cura hanno stretto le viti nella cassa e mi sembra difficile uscire da quel posto. Senza contare tutta la terra che la ricoprira'. <br>
Restiamo in silenzio ad ascoltare, tiene tra le mani un libricino dalla copertina nera, c'e' un spago sfilacciato tra le pagine per non perdere il segno. Da dove sono io vedo quanto e' profonda la fossa. Il terreno e' pieno di radici, c'e' il rischio che la cassa resti incastrata. Prima che succedesse, mia mamma mi ha fatto promettere che non avrei avuto paura e che non avrei pianto, questo punto mi ha chiesto di ripeterlo due volte, ma adesso vorrei tornare indietro da quella promessa. Eravamo all'ospedale, stavo mangiando un Duplo, mi ha accarezzato, «prometti», ha detto, non aveva piu' i capelli, sul comodino c'era la parrucca e adesso nella bara, e' con la parrucca, il vestito e le scarpe belle. In caso di resurrezione, in caso trafugazione del suo corpo, e' pronta. <br>
Il prete dice le preghiere, noi dobbiamo ripete in coro le frasi. Quando termina di leggere, alza gli occhi dal libretto e ci fa segno, e' allora che dobbiamo ripetere. Forse le preghiere hanno effetto solo se vengono recitate assieme alle altre persone, forse, se tutti preghiamo forte e all'unisono, acceleriamo il processo della resurrezione e sentiamo qualcuno bussare dall'interno della cassa. 
Nonna prega per conto suo, vorrei dirle di non farlo e di accodarsi a noi. Il dolore alla pancia aumenta. Conosce una preghiera dei morti in dialetto, e' breve e lei la ripete come una cantilena. <br><br>

Je me cocco<br>
'int' 'a 'stu lietto<br>
e 'a Maronna<br>
affianco 'o pietto; <br>
jo dormo e<br>
Essa veglia, <br>
si e' coccosa<br>
me risveglia. <br><br>

Tutti noi diciamo l'angelo custode e il padre nostro, solo mia nonna ripete a bassa voce questa preghiera. Ci guarda come lo farebbe un animale, e' l'unica a non essere triste, ma solo lei, oltre mia mamma, e' morta un poco oggi. Ripete la sua preghiera una volta ancora, a voce sempre piu' alta, il suo Dio contro il nostro, il suo Dio che capisce il dialetto. Forse esistono degli de'i locali che hanno un peso maggiore nella nostra citta' o nel nostro quartiere, non si puo' escludere nulla in questo momento. <br>
Quando abbassano la bara nella fossa, io mi avvicino e sento l'odore delle terra. <br>
Poi il prete dice una cosa sulla cenere. <br>
Poi una cosa sugli angeli. <br>
Poi una cosa che i morti non ci lasciano mai soli. <br>
Poi mia nonna dice che non e' giusto che le madri vedano i figli morire. <br>
È la prima volta che sento evocare il concetto di giustizia con tanta convinzione. <br>
“Non e' giusto”, continua a ripete mia nonna. <br>
Quando mi giro c'e' una bambina della mia eta' che non avevo visto e che sta piangendo. <br>
Si avvicina. <br>
“Io sono Irene”. <br>
“Lo so”, dico. <br>
Eppure e' la prima volta che la vedo. <br>
“Vogliamo diventare amiche?”, mi chiede. <br>
Il dolore nella pancia si e' sciolto. <br>
<br><br>
<b>[Capitolo 1]</b> 

Giro il rubinetto, sento l'accensione della fiamma, la pressione e' fortissima. La caldaia si mette in funzione. Abbasso i pantaloni e mi siedo, la tavoletta e' ghiacciata, le gambe si riempiono di puntini. Adesso dal rubinetto esce fumo. Tiro uno strappo e mi pulisco. Infilo le mani sotto la fontana, il metallo del rubinetto e' macchiato, l'acqua e' marrone. Metto il tappo, vedo il livello salire fino a un punto che ho stabilito, poi ci immergo la faccia. Non sento piu' niente. Resto per tutto il tempo che i polmoni resistono, e' un tempo lungo nonostante le Camel lights. Apro gli occhi. Attraverso l'acqua vedo il bianco della ceramica sporco di dentifricio. L'acqua tiene tutte le immagini in movimento. Faccio una bollicina di aria con la bocca. Adesso sento un suono continuo, e' l'acqua che mi sta entrando nelle orecchie. Non ho piu' aria, la mia schiena spinge per mettersi dritta, metto le mani sul lavandino e comincio a contare fino a dieci. Se penso lentamente, se non vado in panico, se non ho paura, l'aria che mi resta dura piu' a lungo. Tiro la faccia fuori, l'acqua entra nella maglietta, ho i capelli bagnati, respiro e dico la parola “dieci”. <br>
L'asciugamano che uso e' ruvido. Aggiungo alla lista di oggi la parola <i>asciugamano</i>. Svito il tappo dello smalto. È rosso, sulla boccetta c'e' scritto L'Oreal Paris. Quando estraggo il pennellino, l'aria sa di vernice. Traccio una linea sulla porta, e' una linea dritta, la numero centonove, quanti i giorni che ho trascorso in questo appartamento. <br>
Arrivo in cucina, sono ancora scalza, preparo il te'. Quando l'acqua bolle, immergo la bustina, la tengo dentro per un minuto. La televisione e' accesa da due giorni, passano pubblicita' di detersivi, tariffe telefoniche, automobili giapponesi. La plastica della televisione e' bollente. Se chiudo gli occhi, sento il motivetto della pubblicita' di un assicurazione on-line che avranno trasmesso cento volte: c'e' un telefono, alla base ha le quattro ruote di una macchina, un uomo preme i tasti componendo il jingle della compagnia. Al notiziario c'e' una giornalista che intervista due tedeschi a un terminal dell'Alitalia, stanno dicendo qualcosa sul vino. L'uomo pesera' centocinquanta chili, parla un italiano ridicolo, la giornalista gli suggerisce le risposte, la donna che e' con lui sta guardando da un'altra parte, segue qualcosa perche' gira il collo, l'uomo continua a parlare senza accorgersene, poi la donna guarda per un istante nella telecamera, nonostante gli anni la sua bellezza e' rimasta intatta, ha gli occhi grigi e una leggera abbronzatura, abbasso il volume, continuo a guardarle gli occhi senza l'audio, sorride, poi ritorna triste. Io torno al bollitore. <br>
Mi vesto. Ho una tuta Adidas, un cappuccio di lana e le scarpe a collo alto. Apro la porta, c'e' il sole ma fa freddo, se respiro vedo il mio fiato, da piccola mi piaceva, la maestra diceva che era il fiato di Gesu' che mi era vicino e se facevo una preghiera a bassa voce, lui la sentiva, allora io facevo la preghiera. Quando andavo in bagno prima di abbassarmi i pantaloni spegnevo la luce perche' non volevo che Gesu' mi vedesse. Esco dal condominio, nella mano destra tengo la lista della spesa, sul marciapiedi ci sono dei corpi, c'e' sangue ovunque, forse ho tenuto la luce spenta per troppo tempo e adesso Gesu' si e' dimenticato di me. <br>
<br>
Adesso mi chiamo Teresa Trunelli perche' Trunelli e' il nome scritto sulla targhetta dell'appartamento dove vivo. È un appartamento con tre stanze e due bagni, quello di servizio e' piccolo, non l'ho mai utilizzato, sotto il soffitto c'e' una macchia scura a forma di gatto e nella lavatrice ci sono ancora i vestiti. Nel corridoio ci sono delle foto, una e' di un uomo su un pontile, dietro c'e' un'indicazione su quando e' stata scattata, a penna nera qualcuno ha scritto: «luglio», solo il mese, senza l'anno. Le altre due foto sono di una donna seduta su un divano con un cane, ho controllato, dietro non c'e' scritto nulla. Sono stata Teresa Fiolla, Teresa Rinaldi, Teresa delle Piane, Teresa Adda. <br>
Dico ad alta voce il nome: “Teresa Trunelli”. <br>
Lo immagino durante l'appello in classe o sulla tessera della palestra. Riconosco la “T”, la “E” e la “R” gia' contenute nel mio nome. Mi immagino seduta su un divano con un cane e qualcuno che mi scatta una foto e poi dire: «un'altra ancora» e io che dico «sbrigati». Scrivo sulla lista la parola <i>assorbenti</i>, poi <i>benzina</i>, e <i>vitamine</i>. <br>
<br>
Apro la macchina con il telecomando. Il sole ha riscaldato il volante e i sedili. Il materiale che compone lo sterzo e' poroso, le mani aderiscono perfettamente, e' bello stringerlo. In macchina fa caldo, mi passo due dita nel collo della felpa, la giornata e' bellissima. <br>

La macchina che guido e' una BMW bianca, sul contachilometri c'e' il numero ventottomila. Il libretto di circolazione e l'assicurazione sono intestati a Federico Pannitelli.<br> 
Prendo il taccuino e scrivo: <i>Federico Pannitelli.</i><br> 
Giro la chiave nel cruscotto, le spie si illuminano, e' la maniera che ha la macchina di dirmi che e' tutto sotto controllo. La retroilluminazione e' arancione, schiaccio l'acceleratore, il motore sale di giri, infilo la prima, lo sterzo e' leggerissimo, su internet ho letto che si chiama idroguida. La macchina si muove.<br>
«Va' piano», dice Irene. <br>
È seduta a destra. Non le rispondo, schiaccio un altro po' l'acceleratore e mi metto al centro della carreggiata. La prima e la seconda mi incollano al sedile. Mi piace vedere la lancetta del contagiri arrivare nella zona rossa in pochi secondi. Ogni volta che cambio marcia do gas, mi piace sentire il sedile che spinge la schiena in avanti. <br>
«Hai dovuto aspettare che succedesse tutto questo per imparare a guidare».<br>
Non le rispondo, non voglio che sia qui. Mentre lo dice, protegge gli occhi dalla luce con la mano.
Quando supero il viale principale, li vedo, ne sono una decina. Metto i Richmond, alzo il finestrino, mi accerto che la chiusura centralizzata tenga gli sportelli chiusi e accendo la radio. <br>
<br>
Queste sono le prime pagine della storia nuova, appena scritta.
]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=776]]></link></item><item><title><![CDATA[Annamaria]]></title><description><![CDATA[<b>Annamaria</b><br>
<img src= "http://www.hotelmessico.net/schieleAM.jpg" width="110"><br>
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Quando mi spuntarono i denti, mia madre per undici giorni non mi tenne in braccio. Se  potevo masticare un animale e godere della carne, allora ero pronta per farmi scopare. Il mio destino non era scritto in mezzo alle mani, ma nelle gengive. Il giorno numero dodici  fumo' trentasei Camel Light, le spense nel bicchiere e mi chiese scusa. È stato il primo dei miei abbandoni.<br>
La prima volta che mi ha chiamato Annamaria avevo un anno. Al comune mi aveva registrato come Luisa, ma sulla torta ci fece scrivere Annamaria. Era il giorno prima del mio compleanno, eravamo solo io e lei, l'indomani aveva il turno lungo al ristorante.  Tenne la televisione accesa per tutto il tempo, il volume era altissimo. Canto' la canzone e spense la candelina. Nella scatola delle foto ce n'e' una di me che piango con una tutina dell'orso Bubu. Mia nonna si chiamava Annamaria, tutte le puttane dovevano chiamarsi Annamaria.<br>
<br>
Nessuno doveva sapere che fossi una femmina Annamaria. Mi tagliava i capelli con la macchinetta tutti i giovedi' e mi vestiva come un maschio. “Sta' ferma”, diceva. La macchinetta mi faceva il solletico, restavano chiazze di capelli. Al ristorante tutti sapevano che mi chiamavo Alessandro.  A scuola il mio grembiule era blu e c'era scritto Alessandro. Dovevo giocare con i maschi, segnavo due gol a partita, ho bruciato un gatto con la benzina in un campo, nessuno degli altri che era con me ebbe il coraggio di girare la rotella dell'accendino.  Mia mamma aveva portato i documenti falsi in segreteria.  Mi diceva che non dovevo mai andare in bagno, tenermela fino a quando non arrivavo a casa. Nessuno doveva starmi piu' vicino di due metri. A casa facevamo le prove, due metri corrispondevano  a quattro mattonelle del salotto e a otto della cucina. Se sentivo la puzza del suo alito da sigaretta allora le ero troppo vicino. A casa ero Annamaria, a scuola Alessandro, al comune Luisa. Era facile.<br>
<br>
Andavamo a mare a Licola, dalla tangenziale si vedeva il radar della NATO. Ogni volta che lo vedevo, domandavo e lei inventava una storia diversa. Sulla spiaggia dovevo restare vestita perche' il sole mi faceva male. A mare era pieno di meduse, non si poteva fare il bagno. Mi sedevo su un masso di cemento e guardavo le meduse in acqua che si gonfiavano e pulsavano. Erano animali di vetro, trasparenti. Dei pescatori le prendevano con i retini. Le meduse non scappavano. In un retino ne entravano dieci, si ammassavano sui loro corpi scivolosi e lucenti. Quando il retino era pieno, le portavano in un punto della spiaggia vicino il parcheggio. Io andavo a toccarle con una mazza. Mia mamma mi chiamava, diceva che dovevo smetterla con le meduse. Al mio tocco non reagivano, si scioglievano, io volevo riportarle a mare.<br>
<br>
Mia mamma ritorna a casa con uno, si chiama Antonio, non e' la prima volta che viene. Hanno una bottiglia e ridono. Lei e' truccata, e' bellissima. Ha passato tutto il pomeriggio nel bagno con la cassetta di Vasco Rossi. Non vuole che io la guardi mentre si trucca, vedo la sua ombra attraverso il vetro opaco della porta.  Ha la gonna marrone, gli stivali con i laccetti. Si e' spruzzata i brillantini sulle labbra. È bello vederla contenta, ma quello che poi succede non mi piace. Mi ha detto che non devo uscire dalla mia stanza. Vicino il mio letto c'e' il piatto con pollo. Si chiudono nella camera da letto. Li sento tutta la notte.
<br><br>
A undici anni mi ha dato gli ormoni per ritardare il mio sviluppo.  Pesavo il doppio dei miei compagni. Avevo baffi e peli sulle braccia, riuscivo a spostare una pila di otto banchi da sola. In classe mi temevano. Mi piaceva che gli altri avessero paura di me. O avevi paura o ne incutevi, in mezzo non c'era niente. Cambiavo i nomi dei miei compagni. “Tu da oggi ti chiamerai Luisa”, dicevo a uno e tutti obbedivano. La mia prima fidanzata si chiamava Vanessa, fuori la scuola ci tenevamo per mano. Una volta le ho messo la mano in mezzo alle gambe.<br><br>
Il pomeriggio non potevo scendere per giocare con gli altri bambini, restavo a guardarli dal balcone. Giocavano nel primo quadrato del condominio, le due piante erano una porta, i citofoni un'altra. Certe volte alzavano gli occhi, mi guardavano, ero troppo lontana per sentirli. Mi chiudevo in casa. Mia mamma mi aveva promesso un acquario con una medusa, l'avrei chiamata Diamante. Avrebbe avuto i filamenti blu e viola come quelle della spiaggia di Licola. Avevo preparato lo spazio sulla macchina per cucire.<br>
<br>
Non ho fatto il battesimo, ne' la prima comunione, non siamo mai andate a messa. Non abbiamo il quadro della Madonna sopra il letto. Non ci facciamo il segno della croce. A natale mia mamma lavora tutta la notte al ristorante.<br><br>
Una notte lei non torna a casa. Non e' mai successo. Io resto con la televisione accesa, ho il telecomando e il dito puntato sul pulsante rosso. Stabilisco che non appena sento la chiave girare nella porta lo premo. Lei non vuole che la televisione resti accesa dopo le otto. Faccio le prove. Bisogna abbassare il volume per sentire la chiave nella toppa. Tengo il dito sul pulsante tutta la notte. Quando diventa giorno preparo il latte e vado a scuola. Mi ha detto di non chiamare mai al ristorante. In classe non dico niente. Dopo scuola ritorno a casa, lei non c'e' ancora. Mangio, lavo i piatti, forse e' andata a Licola a comprarmi Diamante.<br><br>
Anche la notte seguente guardo la televisione. Un documentario sulle lucertole e un film di indiani. Faccio dieci volte l'angelo custode a bassa voce, ce lo hanno insegnato a scuola. In classe la maestra dice che sono un bambino precoce, basta che io senta una cosa perche' l'impari a memoria. Faccio una prova con le parole della televisione. Ascolto una frase e poi la ripeto uguale per dieci volte. Quando ho finito faccio la preghiera.  È la prima volta che ne faccio una. Scandisco bene le parole, cerco di figurarmi in mente i passi della preghiera. Sono sicura che questa notte torna, il tempo necessario all'angelo di custode. Fino alla mattina non torna, nessuna chiave nella toppa. È l'ultima volta che prego.<br><br>
Ritorno' il pomeriggio seguente stesa in un'ambulanza del Cardarelli. Il custode apri' il cancello per farli entrare nel viale del condominio. Si affacciarono le persone da tutti i piani. Gli infermieri portarono la lettiga a mano fino al sesto piano perche' era troppo grande per l'ascensore. In casa la stesero sul letto, aveva tutto il corpo fasciato, inclusa la testa. Non ero sicura che sotto le bende ci fosse mia madre. Era successo qualcosa al ristorante e la sua faccia e le sue gambe erano bruciate.<br><br>

“Non devi avere paura”, mi dice, “devi fare come ti dico io”.<br>
Aspiro l'antibiotico nella fialetta. L'ago e' lunghissimo. La sua voce e' strana, non riesce ad aprire bene la bocca.<br>
“Adesso prendi l'ovatta con il mercurocromo”.<br>
Non sono sicura che abbia detto mercurocromo.<br>
Lascio la siringa sulla tavola, sulla faccia c'e' un piccolo spazio tra le bende,  la pelle che si vede e' viola.<br> Appoggio  l'ovatta, il liquido esce e tutto diventa rosso.<br>
“Adesso prendi la siringa”.<br>
Forse dovrei fare di nuovo l'angelo custode.<br> 
“Quando infilerai l'ago non potro' piu' parlare. Devi entrare due millimetri sotto la pelle e spingere lo stantuffo piano”.<br>
Mi avvicino, faccio come dice lei, non ho paura, appoggio l'ago e spingo, non lo so quanto siano due millimetri ma l'ago e' entrato, non vedo piu' la punta, comincio a spingere lo stantuffo.<br>
“Mi chiamo Luisa”, dico, “me lo ha detto la maestra. Ha portato dei documenti. Dice che non e' normale come sono vestita”.<br>
<br><br>
Lasciai la scuola, facevo tutto io in casa. All'inizio venivano due signore del comune, io non aprivo, appoggiavo l'orecchio sulla porta e smettevo di respirare. Mi affacciavo dal balcone per vedere quando uscivano dal viale del condominio. <br>
“Se ne sono andate?”, diceva mamma.<br>
Era diventata paurosa e remissiva.<br>
“Hai preso le medicine?”, mi diceva.<br>
“Si'”, dicevo, ma avevo smesso di prendere gli ormoni. In due mesi persi diciotto chili e mi spuntarono le tette. I baffi scomparvero. Pregavo l'angelo custode perche' non mi succedesse. Anche i capelli mi erano ricresciuti e come era successo a lei, la mia voce stava cambiando.<br>
<br><br>
Mi siedo sul letto. È sabato sera, lo sappiamo perche' in televisione c'e' Fantastico con la sigla finale  cantata da Lorella Cuccarini e Alessandra Martines. Ci sono delle ballerini. La pelle dei loro corpi ha una bella colorazione.<br>
“Gira”, mi dice.<br>
“No”.<br>
Adesso sono io che gestisco il telecomando.<br>
<br><br>
Quando le tolgono le bende lei non ha piu' la faccia. I buchi del naso sono enormi, la pelle non ce la fa a coprire nemmeno tutti i denti. Un occhio e' pieno di sangue.<br>
“Come sono?”, mi chiede.<br>
Non rispondo.<br>
“Come sono?”, chiede di nuovo.<br>
<br>
<br>
Le ho messo una parrucca, il contorno occhi a quello che resta dei suoi occhi, il rossetto sul suo unico labbro. Quello superiore.<br>
“Perche' lo stai facendo?”.<br>
Voglio solo che sia bella e felice come quando  la sera ritornava a casa con Antonio.<br>
“Perche' hai messo quello specchio?”, mi chiede.<br>
Suonano alla porta.<br>
“Non aprire”, mi dice.<br>
“Non preoccuparti”, le dico.<br>
Quando apro la porta, Antonio ha un mazzo di fiori e la giacca nera.<br>
“Vieni”, gli dico, “ti sta aspettando”. Anch'io sono vestita bene. Ho messo i suoi stivali con i laccetti e la sua gonna marrone.  Lui conosce la strada per la stanza da letto.<br>
Mentre avanziamo nel corridoio mi chiedo quanto tempo resistera'.<br>
“Annamaria, sei tu?, sei da sola?”, mi chiede mia mamma.<br>
Antonio apre la porta. In un certo modo la riconosce, lei non ha la forza di portare le mani alla faccia per coprirsela. Pero' riesce a piangere. Mi chiedo che senso abbia provare ancora vergogna.<br>
“Perche' lo stai facendo?”, continua a dirmi.<br>
Antonio non sa cosa dire, si porta la mano alla bocca. Ha un piede dentro e uno fuori dalla camera da letto. Gli prendo i fiori e vado a metterli nel vaso vicino la finestra. Cammino lentamente, impiego un tempo lunghissimo per arrivare alla finestra. Quando ritorno, lo prendo per mano, e' alto il doppio di me, gli dico di venire con me nella mia stanza. Quando arriviamo gli chiedo cosa vuole che io faccia, lui mi dice di inginocchiarmi e si sbottona i pantaloni.<br>
<br>
<br>
Ho una foto di mia nonna Annamaria. È in bianco e nero, anche se il colore principale e' il marrone. È assieme ad altre cinque ragazze in una stanza grande che sembra un salotto. So chi e' lei perche' attorno la sua faccia c'e' un cerchio fatto a penna. Sotto c'e' scritto, “Mezza ora £ 5,50 – Un'ora £ 8,00”. Mia nonna e le altre ragazze ridono, sembrano felici. L'ho appesa con lo scotch allo specchio del bagno. Mia mamma non puo' alzarsi dal letto. Dal giorno che gli infermieri l'hanno portata non si e' piu' alzata. Le vene delle gambe non funzionano piu' e provvedo io a lei. Ho comprato il rossetto e un fermacapelli bianco. Stendo il rossetto sulle labbra. Sento un sapore dolce, sulla confezione c'e' scritto al gusto di fragola. Non ho mai mangiato una fragola. Traccio la linea con cura. La mia bocca sembra piu' grossa. Infilo il fermacapelli bianco, uguale a quello che ha mia nonna nella fotografia. Sono bellissima, ho deciso di chiamarmi Annamaria, sono uguale a lei.
]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=774]]></link></item><item><title><![CDATA[]]></title><description><![CDATA[Il 30 gennaio, al Teatro Nuovo di Napoli, leggeranno il mio racconto <a href="http://www.hotelmessico.net/commenti.aspx?id_post=763&titolo=Lettera%20a%20Scarlett%20Johansson">Lettera a Scarlett Johansonn</a>, per <a href="http://lartedelracconto.wordpress.com/2011/01/25/miracolo/">L'arte del racconto</a>. Ingresso libero. Altre letture di Peppe Fiore, Cristiano de Majo e Massimiliano Virgilio.]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=773]]></link></item><item><title><![CDATA[Fotocopie]]></title><description><![CDATA[<b>Fotocopie</b><br><br>.
<img src="Egon_Schiele_091.jpg" width="120"><br>
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Da quando signora clara muorta io non tanto bene perche' puochi soldi, pero' adesso abito con figlio di signora clara che piacciono maschiu e non lo so come si dice italiano ma napuli si dice ricchione. Napuli ha parola per tutto no bisogno di vocabolario italiano, lega dice che vogliono fare divisione a napuli gia' hanno fatto non aspettano figliu signore trota.<br>
Casa di veronica ha piccolo balcone su mare, io siedo su sedia, piglio sole faccia, vento, sento pelle rossa, dico che e' bello, mi viene lacrima, sento canzone di musica di signora che abita vicino, penso mia sorella romania, non lo so se lei pensa me napuli, lei nove anni piu' grande, sorella ma anche altra mamma, e veronica domanda tutto bene, io dico tutto bene, voglio solo prendere sole su faccia. Figliu signora clara da quando signora clara muorta  ha parrucca di femmina bionda, reggiseno, gonna, e cambiato nome a veronica, prima signora clara viva lui carmine. Di notte prende fotografia di signora clara e chiama puttana e beve vino e dice maledetta, inferno, e poi mattina dopo va a cimitero e porta fiori e piange e chiede scusa, anche a me, a tutti chiede scusa. Io insegnato a mettere trucco, altre signore nel palazzo non salutano piu' noi ma veronica dice che adesso lei veronica, e da quando signora clara muorta, lui non ha piu' cordone ombelico e puo' decidere se maschio o femmina e lui scelto.
Veronica ha negozio di fotocopie, io adesso lavoro fotocopie carte di identita', patenti, fax, lavoro compiuter, viene vecchio mi da' foglio io premo bottone verde esce foglio lui da' dieci centesimi. Io faccio piccole pile di dieci centesimi e quando sono dieci dieci centesimi io metto nella cassa. Veronica dice perche' faccio pila io dico che non lo so. Certe volte macchina fotocopia si ferma io apre sportello uno o sportello due o sportello tre e toglie foglio, ogni cinque fotocopie io apre sportello tre, abbiamo visto istruzione forse funziona proprio cosi' ogni cinque fotocopia apre sportello tre e toglie foglio.<br>
A negozio di fotocopie ho conosciuto Marcello, lui macchina finestrini elettrica e divorziato con moglie che ha negozio libri. Marcello inizio veniva negozio fotocopie io facevo fotocopia e lui giorno racconta che moglie altro fidanzato e che adesso lui solo in grande casa. Io non lo so italia ma a Napuli tutti vogliono scupare. Tutti.
Io e Marcello incontravamo in bar a piazza bellini, stavamo su sedie di legno e lui raccontava cose di suo lavoro di avvocato e prendevamo due martini e poi altri due e mangiavamo noccioline da ciotola piene sale e faceva sentire suo profumo su foulard e io adesso ricorda preciso l'odore e anche se viene vecchio a negozio di fotocopie e io sento quel profumo io ricorda marcello e noccioline e martini piazza bellini.
Dopo noccioline andavamo in motel su autostrada e io sentivo odore foulard sulla sua pelle e mi piaceva sua schiena e da quando napuli, io ho sentito per prima volta come ruomania e nella stanza motel io quasi vedevo mia sorella in piccola cucina che tagliava patate e odore di cipolla e anche se tutto era schifo in ruomania e mia sorella portava maschi di paese nella sua stanza e poi loro dare soldi o gallina o pane secco e io dovevo aspettare nella cucina per uscire e mi chiudevo dentro armadio di pentole per non sentire, adesso era tutto quello che volevo vedere di nuovo e allora tenevo occhi chiusi per non perdere ricordo di mia sorella e marcello diceva apri occhi e io dicevo che non potevo perche' era importante non dimenticare cose di ruomania e io chiedeva lui di spingere piano e di far durare tutto piu' tempo possibile.<br>
Io torna a casa, marcello accompagna dentro macchina finestrini elettrica sentiamo canzoni dentro radio di pioner piena di luci, canzoni di america, di musica di sacs. Io sento musica che non mi piace, mi piace cantante napuli musica di signora vicina di casa pero' e' bello stare dentro macchina finestrini elettrica. Marcello parcheggia mette quattro luci, bacio, dice venire domani, io sentire di nuovo odore foulard e tutto ricomincia. 
A casa veronica ha bevuto vino, faccia piena lacrime, trucco sciolto sopra barba nera, e rossetto come succo pomodoro fino a mento, e di nuovo brutte parole su fotografia signora clara dentro bara e ascolta su compiuter iutube discorso signore bin laden dice lui giusto che lui ha piano io spengo compiuter e dico veronica andare a dormire.<br>
Poi marcello non e' piu' venuto negozio fotocopie, veronica ha detto che normale. Io cercato lui a piazza bellini, aspettato tre giorni, venivano altre persone a sedersi su sedia vicino mia io dicevo loro che aspettavo mio fidanzato, ma mio fidanzato non venuto.<br>
Allora io andata a negozio di libri di moglie divorziata. Ho aspettato prima di entrare, poi li ho visti insieme uscire da negozio e marcello no divorziato. Lui mi ha visto, io non volevo fare male perche' lui per un momento ha fatto bene me e io forse volevo solo dire grazia e non ho detto niente, no importante lui divorziato, va bene anche se ha moglie negozio libri, veronica aveva detto me lui no divorziato, sono passata vicino, ho detto accendere sigaretta a moglie negozio libri, lei prende accendino da borsa dolce e gabbana, lui secondo me quasi ferma cuore, ma io non volevo fare male, volevo solo motel un'altra volta per tenere occhi chiusi.
Io adesso faccio fotocopia, ogni cinque fotocopia aprire cassetto tre e togliere foglio. Fotocopia e' meglio che signora vecchia dormire a casa perche' notte io tengo occhi stretti e ricordo odore foulard marcello e anche mia sorella ruomania. Dico che domani mattina io comincio fare telefonata numero nascosta casa di marcello cosi' lui capisce e viene a negozio di fotocopia e io spiego che adesso non se ne puo' andare anche se ha moglie no divorziata negozio libri borsa dolce e gabbana.
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<a href="http://www.hotelmessico.net/commenti.aspx?id_post=612">La prima parte di questa storia si trova qui</a>
]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=772]]></link></item><item><title><![CDATA[Trema la terra]]></title><description><![CDATA[<img src="http://www.neoedizioni.it/neo/wp-content/uploads/2010/11/trema-la-terra-cover-sito.jpg" width="80"><br><br>
Trema la terra, antologia di Neo Edizioni, dentro c'e' il mio racconto Cherosene. ]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=771]]></link></item><item><title><![CDATA[Enne]]></title><description><![CDATA[<b>Enne</b><br>
<img src="Egon Schiele Blinde Mutter.jpg" width="160">
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Irene e' la ragazza con il pantacollant rosa e l'ipod bianco che adesso sta correndo sul tapis roulant. Sembra una ragazza della pubblicita' degli assorbenti. Arriva un'altra con le scarpe viola, anche lei sembra una degli assorbenti. Irene ha i capelli legati con un elastico, beve sali minerali e io sono a cinque metri da lei, seduto su una ridicola cyclette e peso centotrentadue chili.
<br><br>
Meno proteine, meno carboidrati, meno grassi, meno aria, meno televendite, meno patetici tentativi di scrivere un romanzo, meno richieste di partecipare a giochi televisivi, meno fialette per la caduta dei capelli, meno appunti sui tovaglioli, meno merendine al distributore della metropolitana, meno Gesu', meno seghe guardando Licia Colo'.
<br><br>
Irene non esiste, l'ho inventata io. È stata la mia psicologa a chiedermi di crearla, potrebbe aiutarmi a smettere di mangiare.
<br><br>
Non e' vero, Irene esiste, e' la psicologa a non esistere. Mi piace questa cosa che una donna mi dica di costruirmi un'altra donna. Comunque la psicologa la immagino uguale a Licia Colo'. Ha uno studio a Posillipo, io mi stendo sul lettino e piango e lei mi dice che tutto si aggiusta e che ogni lacrima quando tocca il suolo evapora e si trasforma in una cosa potente e magnifica e che tutto dura per sempre e che io non devo avere paura. Sento le sue labbra sfiorarmi la cartilagine dell'orecchio mentre mi sussurra che non devo avere paura.
<br><br>
Una volta ho detto alla mia psicologa che sono cosi' grasso perche' ho mangiato me stesso. Lei prima ha provato a sorridere e poi mi ha spiegato che da un punto di vista teorico la cannibalizzazione di se stessi non e' da escludere e che si puo' essere contemporaneamente il dente che mastica e la carne che viene masticata.
<br><br>
Certi giorni, quando sono steso sul lettino, parlo solo di Irene. Una volta ho usato trentasette aggettivi per descrivere i suoi capelli e la cosa buffa e' che Irene non conosce nemmeno il mio nome. La nostra relazione e' impari. La psicologa dice che tra me e Irene non c'e' alcuna relazione e che devo smettere di inventarmi le cose. Allora io la guardo e penso che con un battito di ciglia potrei far esplodere questa stanza e farla sparire e mentre carico di energia i muscoli che si occupano delle palpebre, sento l'odore di Irene fortissimo nel naso e mi placo.
<br><br>
È troppo facile collegare il mio desiderio per Irene al fatto di averla vista in palestra. È il posto nel quale io cerco la salvezza. Questo l'ha caricata di poteri guaritivi che vanno oltre se stessa. Per questo non riesco a masturbarmi pensando a lei, perche' nonostante esista davvero, parte della sua bellezza, e' stata generata dalla mia immaginazione. Lei ha fatto poco. A ogni modo, ho necessita' di guardarla. Cerco di andare in palestra sempre quando c'e' lei. La guardo di rimbalzo attraverso gli specchi. Non voglio che lei si senta infastidita dal mio sguardo.
<br><br>
Meno internet, meno Buondi' Motta, meno metropolitane affollate, meno traffico, meno tempo da solo a casa, meno libri, meno volantini di Expert, meno adozioni a distanza, meno programmi dove cantano i bambini.
<br><br>
Non e' vero, la psicologa esiste. Si chiama Isabella e riceve dal lunedi' al giovedi' perche' il venerdi' ha uno studio a Benevento. I suoi capelli sono corti e quando mi siedo fa partire un cronometro che scala cinquanta minuti. Mi ha detto che non sono il primo a sostenere che lei non esiste. Lei come psicologa, intende. Se rimuovi il dottore e' perche' stai cercando di rimuovere la malattia. Isabella dice che se uno davvero si concentra puo' far sparire tutto.
<br><br>
Non voglio che Irene sparisca, dopotutto mi sembra indispensabile all'economia del mio dolore. Non sono innamorato di lei, non le ho mai parlato, carca di starmi sempre lontano, specie quando sta con l'altra ragazza con le nike viola. 
<br><br>
Alla fine di questi cinquanta minuti, sparirai. Avvicina la sua faccia alla mia, i nostri nasi quasi si toccano. Io non esisto; Isabella mi spiega che sono una sua invenzione. Lei non e' una psicologa, ma la paziente di una psicologa e io la sua visione. Mi racconta con voce calma, che mi ha visto la prima volta al funerale di suo padre. Aveva quattordici anni. Di quel giorno ricorda solo due cose, la gonna lunga nera con ricamo bianco sull'orlo e questo incredibile ciccione che le parlo'. C'erano tutti i parenti, eravamo al cimitero, io mi avvicinai e le dissi che ero un amico di suo padre. Era impossibile che suo padre non le avesse parlato di me, e penso' che in fondo di lui non conosceva nulla. Parlammo di alcuni regali che il padre le aveva fatto due anni prima. 
“Mi raccontasti del dolce forno”, mi dice.
“Mi ricordo”, rispondo.
Il giorno seguente al funerale chiese all'intera famiglia, ma nessuno mi conosceva, e soprattutto, nessuno mi aveva visto. Un medico le diede delle pillole e lei non mi vide piu'. Due mesi fa il marito l'ha lasciata, le ha confessato di avere una relazione da oltre un anno. Durante un litigio furibondo l'ha accusata di essersi lasciata andare e di essere ingrassata, e io, dopo diciannove anni sono ritornato da lei. Dice che sono vestito uguale. L'ho aspettata fuori l'ascensore di casa sua, le ho offerto una Vigorsol e poi ha cominciato a incontrarmi al turno in palestra.
<br><br>
Isabella mi ha chiesto di sedermi di fianco a lei sul lettino. Sta cominciando a respirare a intervalli regolari. Da qualche parte c'e' una voce che le dice che se chiude gli occhi puo' farmi sparire. Ancora un momento, le dico, non voglio, ho paura, eppure ricordo benissimo quel giorno al funerale di suo padre, la sua gonna lunga, ma sono gli unici ricordi che ho, oltre questo non esiste niente. E mentre lei respira, sento un dolore fortissimo per il distacco da Irene, da Isabella e tutto diventa trasparente.
]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=770]]></link></item><item><title><![CDATA[Zero otto uno]]></title><description><![CDATA[<b>Zero otto uno</b><br>
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<img src="http://images.easyart.com/i/prints/rw/lg/8/3/Egon-Schiele-Knieende-Halfnaakte-83221.jpg" width="160">
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Passavo la mattina chiuso nella mia camera a guardare i siti porno. Le immagini sul monitor erano ripetitive, alcune pose patetiche, la mancanza di originalita' nella pornografia era avvilente, mi faceva male la pancia, dopo un'ora cominciavo a piangere. Avevo la nausea di tutta quella carne. Erano giorni difficili, pensavo non ne sarei uscito vivo. 
<br><br>
Mia mamma aveva capito e ogni tanto staccava il contatore. Non lo staccava direttamente, le bastava accendere il forno elettrico e la lavatrice assieme e saltava. Si sentiva lo scatto e poi il monitor diventava nero. 
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C'era un contatore generale del condominio e altri piu' piccoli destinati a ogni abitazione. Quando mia mamma accendeva il forno scattava quello generale e l'intero condominio restava al buio. Il contatore era in una cassetta di alluminio al piano terra, bisognava scendere e rialzare l'interruttore. Qualcuno aveva infilato un santino nel vetrino del contatore. Io che non ero ancora sicuro di certe situazioni, prima di andarmene mi facevo il segno della croce, dicevo un angelo custode e chiudevo lo sportellino.
<br><br>
L'unica maniera per poter parlare con noi era quella di lasciare un messaggio in segreteria. Il telefono era un modello Samsung ST-4 con la segreteria incorporata e si era guastato. Quando arrivava la chiamata partiva la segreteria e non c'era maniera per staccarla. Non potevamo nemmeno telefonare, bisognava per forza lasciare un messaggio, poi io o mia mamma andavamo al telefono pubblico. Eravamo gli unici a usare ancora il telefono pubblico nel quartiere.  <br>
Scoprii molte cose delle persone con quella storia dei messaggi. Ogni messaggio era un testamento pieno delle loro paure e dei loro mille tic. Certi non telefonavano, erano terrorizzati dall'idea di parlare con una macchinetta.<br> 
“Hanno paura del silenzio, questi cacasotto”, diceva mia mamma.<br>
Non era da escludere, e in qualche maniera il silenzio aveva a che fare con la paura del buio e della morte.<br>
Prima di cominciare a parlare si presentavano e dicevano cose tipo, <i>ciao sono Ornella, tua figlia, ciao sono Umberto, il tuo dentista</i>. Era interessante sapere come ognuno si percepiva all'interno della tua vita. <i>Buongiorno, sono il vostro antennista</i>, e come dire, la casella antennista veniva definitivamente completata per il resto della nostra vita.<br> 
“Gesu', hai chiamato un antennista?”, disse mia mamma.<br>
“No”.<br>
“Incredibile, bisognera' richiamarlo”.<br>
Alcuni venivano sotto casa e citofonavano, altri ci mandavano telegrammi chiedendoci di essere ricontattati.
<br><br>
La verita' e' che a noi quella cosa delle segreteria piaceva. Prevedeva una disciplina da parte di chi chiamava. Avevamo persino scoperto che alcuni, i piu' deboli, i piu' insicuri, prima di telefonare, scrivevano il loro messaggio su un foglio e lo leggevano, con patetica precisione.
<br><br>
Ogni messaggio aveva un numero sul display della segreteria. I numeri erano composti da esagoni verdi luminosi che lampeggiavano fino a che non si ascoltava il nuovo messaggio. Il centoundici per esempio, era il messaggio nel quale i carabinieri ci dicevano di aver ritrovato la Simca verde con all'interno il corpo di una ragazza morta da quattro giorni. La Simca di mia mamma era una delle quattro ancora in circolazione a Napoli (messaggio ACI numero settantaquattro).
<br><br>
Per orientarci avevamo un foglio con scritti i numeri dei messaggi e il loro oggetto. Lo compilava lei, con la sua grafia nervosa durante il pomeriggio mentre prendeva il caffe' e guardava le trasmissioni su rete quattro.
<br><br>
Mia mamma si vedeva con Fabiano, lo aveva conosciuto a latino americano. Veniva solo due notti a settimana perche' era sposato e si chiudevano nella stanza di mia madre e io alzavo il volume della televisione al massimo e andavo a dormire nell'ascensore.
<br><br>
Era impossibile cancellare i messaggi dalla segreteria. In due anni ne avevamo accumulati centinaia sulla cassettina magnetica. Il modello di conversazione che avevamo adottato al di fuori della nostra famiglia era il seguente: tu chiami e parli, poi noi consideriamo se risponderti<br><br>
Classifica dei messaggi piu' ascoltati:
<br>
1	Clarissa che mi lascia (messaggio novantuno)<br>
2	Zia Sofia che annuncia la morte di mia nonna (messaggio quattordici)<br>
3	Ricetta del risotto coi funghi lasciata dall'estetista di mia mamma (messaggio centoventisei)<br>
<br><br>

La segreteria, oltre a sfasare il nostro sincronismo nella conversazione, aveva anche un effetto antidolorifico. Il piu' doloroso dei messaggi, diventava scialbo e familiare se lo ascoltavi cento volte. La voce di chi ti stava colpendo al cuore, mano a mano che la riascoltavi, diventava meno affilata, le parole ridicole, le pause tra una sillaba e l'altra interminabili, tutto diventava lanuginoso. Pensai che il dolore in generale avesse un rapporto con il tempo e con il numero di volte che si presentava. 
<br><br> 
Tornai a casa, mia mamma stava compilando il quaderno: “Clarissa ti ha lasciato si e' messa con quello che lavora con lei, e' il messaggio novantuno”.
In questa maniera appresi del termine della mia vita amorosa, riepilogabile in quarantuno messaggi totali. Approfondii la questione con Clarissa poche ore dopo, non prima di aver sintonizzato il monitor del mio computer sulla piu' grande rivendita di carne mai allestita.<br>
Ascoltai senza troppa attenzione la sua voce leggere una tabella comparativa che aveva stilato tra me e il suo nuovo collega. Durante la conversazione, guardai per la millesima volta i cazzi che qualcuno aveva disegnato sulla plastica arancione del telefono pubblico. Sotto ogni cazzo c'era una piccola scritta, sembrava una didascalia, con il nome di una donna o il nome di una squadra di calcio. Nella tabella che Clarissa leggeva, venivano esaminati tutti gli aspetti caratteriali, e quelli di ordine pratico, fino alle derive religiose. (Non potei fare a meno di pensare al santino nel vetro del contatore). Tra me a il suo nuovo collega, c'era solo un pari alla voce 'dolcezza'.(Avrei preferito il pari alla voce lunghezza del cazzo). Alla fine, dopo aver ascoltato tutto, convenni che aveva ragione. Era inutile tentare una difesa, mi veniva da chiederle scusa, io non lo so, ma ho sempre chiesto scusa a tutti. E guardando sul display la cifra del credito disponibile diminuire, riagganciai.
<br><br>
Quella notte venne Fabiano a casa, era tardi, si sentivano dei cani abbaiare. Presi la coperta e andai a dormire nell'ascensore. La cabina andava su e giu' per i cinque piani del condominio, ma il mio peso sulla pedana non faceva aprire le porte. 

<br><br>
Messaggio centoquarantasei, autrice mia mamma: “Fabiano si trasferisce da noi, c'e' stato un problema con la moglie, sono incinta”. Scrissi 'puttana' con il rossetto sullo specchio della sua camera da letto.
<br><br>
Fabiano non era male, lavorava tutte le notti alla scuola di danza e forse tradiva anche mia mamma. Una mattina scavai nella parte di armadio che aveva occupato. Il contenuto era incredibile, pantaloni di raso con le pagliette e camice con il collo a punta erano le sue patetiche tenute da lavoro.
<br><br>
Il figlio di mia madre nacque il giorno di Ferragosto. Io non andai all'ospedale, Fabiano quella sera aveva una cena spettacolo con quaranta ballerini di Caserta e mia madre mise al mondo il bastardo numero cinquemiliardi e uno da sola e da sola resto' per i tre giorni seguenti nella camera diciotto al terzo piano dell'ospedale Loreto Mare.
<br><br>
Il bastardo lo tennero nella loro stanza e quando compi' due mesi, il giorno preciso intendo, Fabiano non si presento' a casa nostra e ritorno' dalla moglie. Il maestro di danza dovette pensare che due mesi fossero abbastanza perche' il bastardo potesse cavarsela da solo. Nel messaggio centosessantadue, Fabiano ripete' a mia madre che ne avevano gia' parlato e che tutto era gia' stabilito. “Ciclico”, avrebbe detto in seguito mia madre. Ascolto' quel messaggio una sola volta e lo annoto' sul foglio con: messaggio centosessantadue, oggetto: abbandono. Poi, mentre mangiavamo biscotti danesi da una scatola di latta, mi racconto' che era tutta la vita che gli uomini l'abbandonavano e che anche mio padre aveva fatto lo stesso e anche il padre di mia sorella e anche suo padre quando lei aveva sei anni e che tutti in fondo eravamo figli dello stesso uomo.
<br><br>
Allora, adesso che eravamo figli e fratelli e amanti, registrammo il nuovo messaggio della segreteria. Il testo lo scrivemmo assieme ma lo registro' lei, con la sua voce: “Ciao, questa e' la segreteria di Elena, di Marco e adesso anche di Luciano. Se vuoi lasciarci un messaggio noi lo ascolteremo, ma ci sono delle cose che devi sapere. Siamo fragili, le nostra ossa sono di polistirolo, la nostra carne di sughero. Devi parlare piano e pronunciare il tuo numero di telefono lentamente scandendo bene i numeri. Ripetilo almeno due volte. Riassumi la questione in poche parole. Se non sei sicuro di qualcosa non lasciare nessun messaggio. Se consideri di farci del male, non lasciare alcun messaggio”.

]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=769]]></link></item><item><title><![CDATA[Burned children of Naples]]></title><description><![CDATA[<b>Burned children of Naples</b><br>
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<img src="http://www.hotelmessico.net/egon_schiele_003.jpg"><br><br>
Sono fermo sotto il cavalcavia di Barra e fa un gesu'cristo di freddo. Ho il giubbino unifom, alla U verde sul taschino manca un pezzo e la pelliccia dentro e' tutta mangiata. Altri due minuti e si spaccano i denti. Gesu'. Se Marianna non scende sfondo i citofoni. A bussare di nuovo e' peggio, la madre dice che sta scendendo, l'ha gia' detto dieci minuti fa. La volta scorsa, quando mi ha visto con la figlia si e' messa a gridare per la scale che la figlia era una puttana e che a lei gia' bastava la vergogna che il padre le avevo dato. Gia' e' una cosa che mi abbia risposto al citofono. Aspetto.<br>
+++++++++++++++++++++++ <br>
Adesso stiamo andando a prendere la roba, Marianna e' vestita come una zoccola con quello schifo di occhiali giganti. La madre ha ragione, ma se glielo dico da' fuori di testa. Si vede lontano un chilometro che siamo due tossici. Marianna dice che gli occhiali cosi' li ha sarah del grande fratello, l'ha visto sul sorrisi e canzoni. Non conosco il suo cognome, sul citofono c'e' scritto quello della madre, non so nemmeno io e lei precisamente che cosa siamo.<br>
**************<br>
L'autobus che prendiamo e' pieno di gente come noi. Uno seduto dietro sta sniffando benzina da una bottiglia. Nessuno parla al cellulare perche' se sei un tossico e' la prima cosa che ti vendi. Poi vendi i vestiti di tua sorella, gli orecchini di tua madre, spariscono tutti i cellulari di casa. Fuori le porte del mio condominio non c'e' nemmeno piu' un tappeto. Sono spariti pure i due yorkshire nani del terzo piano. Vicino la macchinetta obliteratrice una sta contando gli spicci. Hai dred viola, l'ho vista cento volte. Quelli di Quartoggiaro prima dicono che ci affonderebbero cogli africani e i marocchini e poi si fanno mille chilometri per venire a Scampia ogni settimana.<br> 
§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§§<br>
Marianna e' bellissima, ha la testa appoggiata al finestrino. E' seduta al posto dei disabili, degli invalidi di guerra, delle donne incinta. Non farebbe sedere nemmeno Gesu'cristo. Ha un piccolo tatuaggio a forma di rosa sul collo e due nei neri alla base dei trapezi. Uno ha la forma di una stella e quando parla i suoi denti sono bianchissimi. Nella borsetta ha il mezzo limone nella carta argentata, un cucchiaio e la bottiglina di acqua.<br>
°°°°°°°°°<br>
Quando arriviamo al terzo mondo cominciamo a camminare veloce. Fa ancora piu' freddo. Questo posto e' pieno di cani secchissimi e di scheletri di motorini. Adesso abbiamo fretta. Quando stai male il tempo passa a blocchi. Il tipo che ci vende la roba e' sempre lo stesso, sa cosa ci serve e quanto ne vogliamo. Siamo due tossici abitudinari. Da sotto gli occhiali del grande fratello e' impossibile vedere gli occhi di Marianna, pero' lo so che adesso stanno guardando se quello le ha dato il resto giusto oppure se la roba ha un colore strano. Ha sempre paura di essere fregata. Pochi secondi dopo stringe tra le mani due bustine trasparenti. Lei lo sa come stanno veramente le cose, e se devo fare questo schifo di vita per stare con lei, questo sbattimento, rubare i borsellini alle vecchie fuori il supermercato, allora lo faccio.
Dopo che abbiamo preso la roba andiamo farci nei bagni di feltrinelli alla stazione. Prima lei e poi io. Quando siamo fuori la guardia giurata ci dice di uscire. E' stata la commessa coi capelli rossi a indicarci. Se possibile, dopo che usciamo dal bagno siamo peggio di prima, solo che non ce ne rendiamo conto. Allora cadiamo per strada, ci addormentiamo mentre parliamo.<br>
$$$$$$$$$$$$$$$$$<br> 
Andiamo alle giostre di Ponticelli. Da quando i rom se ne sono andati le giostrine sono abbandonate. Marianna si siede su un gatto silvestro gigante, io spingo, la giostrina si muove, per terra e' pieno di giornali e assorbenti, Marianna alza un po' i piedi perche' le sembra di volare, ma la giostrina si muove pianissimo. Sembra che ci muoviamo sott'acqua. Io ho solo voglia di fumare cento sigarette. Restiamo la' due ore, Marianna vomita, poi compriamo una lemonsoda al supermercato e andiamo via.<br> 
|||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||<br>
Il volume altissimo e' la prima cosa che sentiamo quando usciamo dall'ascensore. A casa mia, zio Renato sta guardando la televisione in cucina. Quando ci vede appoggia la mano sulla ruota destra della sedia a rotelle e la fa roteare. Si sente rumore di ferro e di gomma. Ha il pigiama azzurro, sono dodici giorni che non lo toglie. Guarda la televisione tutto il giorno, la notte sono io che lo metto a letto, ha smesso di prendere le medicine, dice che lo trovero' morto davanti la televisione al massimo per la settimana prossima.<br> 
@@@@@@@@@@@@@@@@@@@@<br>
Io e Marianna andiamo in camera mia e guardiamo un film di bud spancer su rete quattro. Nella scena in cui lui timbra i documenti di tutto il paese Marianna ride. Siamo sul divano, quando ci muoviamo si sente rumore di legno, non abbiamo freddo, spegniamo le camel light nella bottiglia d'acqua e sento il suo alito e il suo sudore. L'abbraccio. Le passo la mano dietro le spalle e la tiro un po' a me, non conosco la sua reazione. Il movimento che il deltoide compie per abbracciare una persona e' ridicolo, il corpo non e' adeguato, l'amore fisico e' ridicolo. Marianna sta ancora ridendo. Bud spencer continua a timbrare tutti i documenti con entrambe le mani. Marianna mi appoggia la testa sul petto, sento i muscoli della sua schiena cedere, adesso sento anche l'odore del suo shampoo. Ho diciannove anni piu' di lei, ma la roba mi tiene giovane, anche se ho la stessa malattia di zio Renato e Marianna sta con me solo perche' pago io, ma oggi davvero ride col film di bud spencer. La roba ci fa bene amore mio.
]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=768]]></link></item><item><title><![CDATA[Il cane viola]]></title><description><![CDATA[<b>Il cane viola</b><br>
<img src="http://www.hotelmessico.net/egon_cane.jpg"><br><br>

"Questo colluttorio brucia".<br>
Francesca sputa nel lavandino. Sono a un metro da lei, sento l'odore di alcol. Apre la fontana, l'acqua porta via tutto.<br>
"Non devi berlo", dico.<br>
Caccia la lingua per farmi vedere che ha la bocca vuota. Dura un secondo, poi avvicina la faccia allo specchio. Con la mano tiene fermo un pezzetto di pelle attorno gli occhi.<br>
"Ho letto che quando sei incinta la pelle diventa piu' morbida".<br>
Resto in silenzio. Francesca e' incinta di quattro mesi. La pancia e' cresciuta di pochi centimetri, sembra che tenga uno zainetto vuoto sotto la maglietta. Molla lo specchio e mi arriva vicino.<br>
"Pensi che la mia pelle sia diversa?".<br>
Il figlio che aspetta non e' mio.<br>
"Sembra piu' luminosa", dico.<br>
"Scemo".<br>
L'anno scorso ho fatto l'analisi dello sperma, non posso avere figli. E' un anno che glielo nascondo, ho sempre pensato che quando lo avrebbe saputo mi avrebbe lasciato.<br>
"Non sfottere, la mia pelle e' uguale a quattro mesi fa".<br>
Poi mi ha detto che aspettiamo un figlio.<br>
"Ho letto che unghie e capelli crescono piu' velocemente".<br> 
La tradisco da due anni con la stessa donna. Si chiama Elena, l'ho conosciuta al gate sei di Malpensa durante uno sciopero Alitalia. La compagnia pago' l'albergo per tutti i passeggeri. Immagino Francesca in un albergo da schifo con le coperte di carta, la mattina, mentre penso che sia a lavoro.<br>
"Ho bisogno di piu' vitamina B", dice.<br>
Non riesco a smettere di domandarmi quattro mesi fa con chi sia stata. Dov'era? Aveva detto che andava al centro commerciale, ho controllato l'estratto conto della Master card, risulta una strisciata fatta in un negozio di scarpe. Forse ha una relazione che va avanti da tempo. Un suo collega? Qualcuno della palestra? Che faccio adesso, le dico che so tutto oppure resto zitto per sempre?<br>
"Mia madre ha comprato una tutina. E' passata davanti un negozio e non ha resistito".<br>
Se glielo dicessi?<br>
"Dice che porta sfortuna comprare le cose prima, pero' lei non ci crede".<br>
In fin dei conti siamo in tre a saperlo. Cioe', a loro due manca una parte della storia, solo io conosco tutto. Francesca adesso mi e' vicino. E' scalza, si alza sulle punte, ha i capelli bagnati e un asciugamano attorno le gambe, mi da' un bacio sul collo. Vedo i denti bianchissimi. Forse i denti le stanno diventando piu' bianchi.<br>
"Non ho ancora avuto le nausee ti rendi conto? Loredana non poteva uscire di casa, a me invece niente".<br> 
E' ritornata allo specchio. Cerca qualcosa sulla pelle, forse i segni di questa nuova morbidezza. Potrei dirle di aver ricevuto una lettera anonima che mi avvertiva dei suoi continui tradimenti. Perche' penso alla parola 'continui'?. Non posso piu' escludere nulla. A quel punto lei crollerebbe. La soluzione della lettera mi sembra ragionevole, potrei stamparla oggi in ufficio e dire di averla trovata sotto il tergicristallo della macchina. Forse lei avrebbe paura. Magari immagina che qualcuno la segua oppure che voglia ricattarla. Forse dovrei pagare qualcuno perche' lo faccia. Quanto la conosco davvero?<br> 
"Stasera esco con Loredana e Veronica, andiamo dal cinese".<br>
Ci sono sempre stati dei piccoli buchi neri nei suoi racconti. Come ho fatto a non considerare tutte quelle piccolissime incongruenze.<br>
"Il dottore dice che non posso mangiare carne che non sia cotta bene".<br>
Tutti quei numeri di telefono che tiene in quell'agenda minuscola con quel ridicolo cane viola disegnato sopra. Dice che sono tutti numeri di lavoro. Ne sono centinaia, impossibile controllarli tutti. Non la lascia mai in giro, sicuro che la' ci tiene qualcosa.<br>
"Nel microonde c'e' un pezzo di pollo. Devi tenerlo quattro minuti a tre tacche. Io torno presto".<br>
Alita sullo specchio e con il dito scrive il numero quattro e disegna tre stanghette. Poi con un dito mette il punto.<br>
Allora mi avvicino allo specchio. Alito sul vetro e con il dito scrivo la frase: "chi e'?".<br>
Francesca mi guarda attraverso lo specchio. Sorride, non ha capito, e scrive: "chi e' chi?".<br>
Allora io scrivo: "lui".<br>
Adesso la frase completa e': "chi e' lui?".<br>
Francesca non ride piu'. Si mette le mani sulla faccia. Il lavandino e' pieno di macchie di dentifricio e io mi chiedo se ho fatto bene a scrivere quella frase e adesso tutto sara' diverso e forse io dormiro' sul divano e lei mi accusera' di non averle voluto bene abbastanza e mi rinfaccera' quella volta che abbiamo litigato a Ischia e io sono stato fuori tutta la notte e lei da sola in albergo a piangere.
Mi guarda, guarda il mio riflesso allo specchio, la sua faccia e' gia' diversa, sono passati due secondi eppure e' come se questo inverno fosse passato tutto e io e lei adesso siamo due persone nuove e distanti. <br>
Alita sullo specchio e scrive: "lui si chiama Stefano".<br>

]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=767]]></link></item><item><title><![CDATA[Video racconto Aladino]]></title><description><![CDATA[Il <a href="http://www.youtube.com/watch?v=ciHaS5zLWDU">video del mio racconto</a> Aladino al festival delle letterature di Pescara.]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=766]]></link></item><item><title><![CDATA[Appunti di famiglia]]></title><description><![CDATA[<b>Appunti di famiglia</b>
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Mia nonna aveva in casa quattro sedie ma nessuna era veramente stabile. Ogni ospite veniva fatto sedere su una sedia con un grado di incertezza proporzionale al tormento di averlo in casa<br>
"Tu, siediti la'", diceva indicando una persona nel gruppo. Se gli ospiti resistevano all'elenco delle malattie, il colpo di grazia lo piazzava fingendo di tossire nelle tazzine del caffe' che portava nel vassoio. La vecchia ci sapeva fare, aveva i suoi trucchetti. A lei quella cosa che i figli andavano a trovarla a casa non le era mai piaciuta. Stavamo sempre a ricordarle delle pillole e delle analisi e le avevano anche comprato la macchinetta della pressione cinese al Lidl per nove euro. Non facevano altro che parlare di soldi e degli occhiali per i figli e avevano tutti la fissa per i corsi di nuoto. Non appena restava da sola, la vecchia metteva sotto la lingua trenta gocce di lexotan e faceva su facebook l'elenco dei morti. Contattava i figli di amici che non vedeva da un mucchio di tempo e chiedeva informazioni sui genitori e quando gli davano l'ok, lei depennava il nome. L'elenco dei morti era l'unica cosa che veramente le piacesse. Poi mandava dei messaggi ai figli, cose tipo, "tuo padre ci ha sempre provato", oppure, "tua madre ha un figlio segreto". Le piaceva l'idea di sopravvivere a tutti. Comunque, la sedia peggiore della sua cucina era quella che lei chiamava la sedia del traditore. Mancavano almeno tre centimetri a una gamba e sedersi su quella sedia richiedeva la stessa volonta' necessaria a domare un toro. Ho visto gente spaccarsi la faccia contro il bordo del tavolo e a nessuno era consentito sedersi sulla sedia del traditore, perche' quella era la sedia del nonno.]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=765]]></link></item><item><title><![CDATA[Lettera a Scarlett Johansson]]></title><description><![CDATA[<b>Lettera a Scarlett Johansson</b>
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<img src="http://www.hotelmessico.net/egon_10.jpg">
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1.<br>
Cara Scarlett Johansson, mi chiamo Renato e lavoro alla PlasticFond. Ho la Fiat Panda 1100 a gasolio con il condizionatore e lo stereo Kenwood con l'mp3. L'anno scorso ad agosto ho affittato per due settimane una casa a Mondragone con mia sorella. Ha una bambina piccola che piange sempre. Il dottore dice che e' autistica, ma se uno non lo sa sembra normale. Solo certe volte se guarda la televisione per troppo tempo le viene l'epilessia, fa la schiuma e gira gli occhi all'indietro. Allora mia sorella deve farle una siringa lunga due centimetri nella gamba. Mio cognato dice che da grande la bambina si aggiusta perche' anche lui da piccolo sembrava mongoloide pero' adesso ha l'alfa 147 a benzina. Ti scrivo per dirti che sei molto bella e che hai dei capelli bellissimi. Per dimostrarti che sono un ragazzo che ha fatto le sue esperienze, nella busta di questa lettera troverai anche una fotografia di Cinzia, la ragazza con la quale sono stato fidanzato per tre anni. Nella fotografia siamo vicini una fontanina al matrimonio di mio fratello Germano al ristorante Il cucchiaio d'oro di Torre del greco. Io ho schizzato Cinzia con l'acqua per scherzare ma lei si e' messa gridare. Quello che invece sta in mezzo a noi coi Reyban, e' il cantante Raffaello. Cinzia a marzo si e' fidanzata con l'istruttore della sua palestra, io l'ho aspettato nel garage con un cacciavite, lui mi ha sbattuto con la faccia per terra e ha detto che se mi vedeva di nuovo chiamava la polizia. Se pensi che tra te e me possa nascere una relazione seria, ecco, io vorrei dirti che sono disponibile. Ti lascio due numeri di cellulare pero' ti consiglio di chiamare sul tim perche' la tre non prende mai. Se ti decidi entro la fine di luglio io potrei venire una settima da te a Los Angeles e poi potremmo passare un'altra settimana a casa di mio cognato a Formia per conoscerci meglio. 
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2.<br>
Scarlett, ho raccontato a mio cognato Rosario di averti scritto, lui ti ha visto sul sorrisi e canzoni abbracciata con uno e dice che e' difficile che lo lasci. Adesso pero' parlo un po' di me. Lavoro fino alle sei, certe volte fino alle undici se faccio il secondo turno, torno a casa, cucino le panatine o i sofficini, lavo i pantaloni e le magliette e poi faccio la doccia con il felce azzurra. Quando ho finito mi stendo sul divano e guardo la televisione. A casa sono da solo, mia mamma e mio padre sono morti l'anno scorso e il lavoro me lo hanno dato alla fabbrica dove lavorava mio padre. Ho preso il suo posto nel reparto, il suo armadietto e il suo posto macchina. Quelli della mensa mi chiamano con il suo nome. All'inizio il lavoro non mi piaceva, c'era sempre puzza di plastica bruciata e il rumore non mi faceva parlare con nessuno. Otto ore senza parlare. Da sotto il casco protettivo si vedeva poco la faccia degli altri, restava fuori la bocca e un po' i capelli sul collo. Dalla mia postazione vedevo solo i caschi gialli che si muovevano simmetricamente come le ragazze del nuoto sincronizzato di Pechino. Devo fare un milione di volte al giorno lo stesso movimento con il braccio. Bisogna abbassare la leva del compattatore, infilare il pezzo nella guida, spingere il bottone rosso e contare fino a quattro. Certe volte quattro e' un tempo lunghissimo, io penso che dovrei contare fino a due. L'ho detto al caposettore mi ha detto di contare fino a quattro e che non si puo' fare il cazzo che ci pare. Ogni volta che il caposettore passa mi fa il segno del quattro con le dita.  Non e' come dicono da Santoro Scarlett, il lavoro ripetitivo mi piace. Mi piace lavorare al compattatore, il pezzo che esce e' lucente, al tocco e' liscio. Mi piace vederlo allineato nel carrello insieme ad altri dodici tutti uguali. Io prima di fare qualsiasi cosa conto fino a quattro perche' non posso fare il cazzo che mi pare. La sera guardo striscia la notizia (i miei conduttori preferiti sono ficarra e picone), poi guardo una trasmissione (trasmissione preferita: chi l'ha visto) e poi i bellissimi di rete quattro e poi quando tutto finisce, guardo le televendite degli attrezzi della palestra oppure dei trapani oppure del robot per la casa roomba. Io questa cosa non l'ho mai detta nemmeno a mio cognato: dormo due ore per notte e tutto il resto guardo la televisione. Mi piace sapere che sono l'ultimo ragazzo sulla terra ancora sveglio. Con il computer ho fatto un fotomontaggio, una cosa porno con la tua faccia. Sulle pareti della mia stanza ci sono foto tue con molti uomini e penso che non stia bene che tu faccia certe cose. Sei una donna sporca ma io ti perdono. Mia mamma quando trovava le mie videocassette schifose diceva sempre che non andava bene e mi faceva dire dieci angelo custode. Cinzia voleva sempre fare le cose e mia mamma diceva che era una schifosa e percio' poi li abbiamo ammazzati con il veleno nella stufa a cherosene. Poi si e' iscritta in palestra perche' ha visto un servizio sulla palestre su verissimo. Ciao Scarlett, sei sempre bellissima. 
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3.<br>
Ciao Scarlett, ieri notte ho chiamato Cinzia e le ho detto che io e te ci siamo fidanzati e che ci sposeremo al ristorante Il cucchiaio d'oro di Torre del Greco. Lo so che non e' vero, pero' ieri ho ricevuto una chiamata anonima sul cellulare (il Tim, cellulare Samsung con suoneria del gatto virgola) e lo sapevo che eri tu. Capisco la tua vergogna ma io sono un ragazzo semplice e non devi avere paura. Cinzia ha detto che non devo chiamare a casa sua cosi' tardi e quando le ho chiesto se voleva restare un po' a parlare ha attaccato. Non la sentivo da due mesi e dopo che ho parlato con lei sono uscito e ho guidato tutta la notte sulla tangenziale. Ho dormito dieci minuti nel parcheggio di una pompa di benzina e poi mi hanno svegliato i carabinieri bussando con la mano sul vetro perche' il proprietario si e' impressionato. Dopo che mi hanno controllato i documenti sono andato a lavoro. Ho parcheggiato nel piazzale della fabbrica e ho contato fino a quattro prima di uscire, poi ho marcato il budge e ho contato fino a quattro, ho aperto l'armadietto e ho contato fino a quattro perche' non posso fare il cazzo che mi pare. È importante che tutti rispettiamo una regola. Se ti piace il mare possiamo andare a l'acqua flash di Licola, la' hanno anche il calcetto con il sapone che quando cadiamo poi ridiamo, come facevamo io e Cinzia e mio cognato ci scattava la fotografia con il cellulare. 
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4.<br> 
Ciao Scarlett, ho un braccio fasciato e il collarino. Fa caldo e mi prude. Eravamo in fabbrica al reparto e a un certo punto ho sentito un suono fortissimo, un fischio spaziale e mi facevano male le orecchie,  ho contato fino a quattro ma non e' passato, allora me le sono coperte perche' sentivo il fischio sempre piu' acuto e ho lasciato la macchina e tutti gridavano di non lasciarla ma io dovevo coprirmi le orecchie perche' sentivo il cervello che si stava bucando e poi la pala e' caduta sul braccio di Luigi e c'era sangue dappertutto e lo hanno portato all'ospedale. Ha sbagliato perche' non ha contato fino a quattro, ha fatto il cazzo che gli pareva e questo non si puo' fare. Cristo Scarlett, bisogna sempre contare fino a quattro un milione di volte al giorno. Poi l'allarme ha smesso e io ho tolto le mani dalle orecchie e quando tutti sono andati all'ospedale sono rimasto da solo nel reparto e dove c'e' la postazione di Luigi, per terra c'era segatura e sangue. La sera sono andato nel posto dove ci incontravamo con i nostri amici e c'era anche Cinzia con quello della palestra. Nessuno parlava, ho aspettato un po' perche' non riuscivo a muovermi, poi ho contato fino a  quattro e sono ritornato alla macchina per andarmene e mentre facevo manovra ho sentito di nuovo il fischio spaziale e ho alzato le mani dallo sterzo per metterle sulle orecchie e sono andato a sbattere e il vetro della macchina e' scoppiato e mi e' arrivato sulla faccia e mentre l'infermiere dell'ambulanza mi tirava fuori dalla macchina, mi diceva di non girare il collo e io piangevo e sentivo il sangue nella bocca. 
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5.<br>
Cara Scarlett anche stanotte mi e' arrivata una chiamata anonima, ma ho capito, non sei stata tu e nemmeno la volta scorsa, ma e' stata Cinzia. Ho chiamato a casa sua, ha risposto la madre, erano le due, strillava, ha detto che sono un cazzo di disturbato e che non devo chiamare, che loro non ce la fanno piu' con questa storia e allora io anche le ho detto che non ce la faccio piu' e che Cinzia non deve piu' stare con quell'altro che poi non e' nemmeno l'istruttore della palestra ma solo uno che ci va perche' l'ho seguito e poi e' anche sposato e non sta bene che Cinzia faccia le cose con uno sposato. 
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5 bis.<br>
Scarlett mi sento tranquillo solo quando sono vicino il compattatore. In quel posto nessuno puo' fare il cazzo che gli pare, nemmeno il caposettore. L'attimo in cui si abbassa lo stampo sul pezzo e i rivoli di metallo schizzanno dappertutto nella cesta e' bellissimo. Il braccio arancione del compattatore fa uno scatto veloce verso il pezzo, poi si blocca per un istante, come se volesse accumulare peso e poi si abbassa. Allora si sente il metallo che si deforma e dentro la pancia sento una sensazione di potenza infinita per un milione di volte al giorno. Il meccanismo preciso del compattatore assomiglia a quello che facevano gli uomini e le donne nelle mie videocassette schifose. I pistoni, la lubrificazione, il movimento ripetuto, il calore che si sprigiona. Questo fa assomigliare gli essere umani ai compattatori. Una volta mi sono eccitato guardando il compattatore. Sono andato nel bagno del primo piano e ho fatto una cosa schifosa. La notte a casa ho detto cento angelo custode. Se un pezzo e' fatto bene, produce trecentosettantadue rivoli di metallo. Gli altri non saranno perfetti, penderanno da un lato, saranno parti di macchine difettose. Sono stato io a premere il bottone rosso e a contare fino a quattro, mi sento parte della potenza del compattatore. Se nessuno fa il cazzo che gli pare tutto e' inquadrato e i pezzi escono buoni. Questa e' l'unica cosa che conta. Anche Cinzia non doveva fare il cazzo che gli pareva.
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6. <br>
Tengo tutte le lettere che mi scrivi nella scatola delle scarpe assieme alle bustine per il mal di denti, lo sciroppo per la tosse e il ventolin e alla fotografia di mia mamma e mio padre quando eravamo sulla spiaggia di Gaeta. Io piangevo e mio padre aveva fatto il cappellino di carta e mia mamma mi teneva in braccio e la cosa bella e' che nessuno si ricorda chi ha fatto quella fotografia. Smettila di spedirmi quelle fotografie dove fai quelle cose schifose con tutti quegli uomini, anche se le infili per bene nelle bustine di cellophane trasparenti per congelare la carne e le metti nella busta della lettera, io lo capisco da subito che cosa c'e' dentro, sei una schifosa puttana e anche mia sorella, l'ho sempre saputo, una schifosa anche lei, tu e lei in mezzo a quelli che vi mettono le mani addosso in tutte quelle fotografie e dalle vostre facce si vede che vi piace e anche Rosario che prima tocca te e poi lei in mezzo a tutti quegli altri. Smettila di scrivermi per sempre sei una cazzo di disturbata. 
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7.<br>
Scusa Scarlett se non ti ho scritto per tre settimane ma sono stato in galera e poi mi hanno rilasciato. Adesso devo andare due volte a settimana a parlare con una dottoressa della asl 3. Tutto e' successo quando mi hai spedito con l'ultima lettera, la foto di te e Cinzia in mezzo a quei due. Le ho trovate nella cassetta della posta avvolte in un foglio di giornale chiuso con il nastro isolante. Adesso che avevo le prove che Cinzia era una schifosa, ho spedito la foto a casa della moglie del suo nuovo fidanzato e il giorno dopo sono arrivati i carabinieri a prendermi mentre ero al reparto. Io non mi staccavo dal compattatore e anche se mi hanno bloccato in due il mio braccio continuava ad andare su e giu' perche' tutti i giorni devo fare un milione di volte lo stesso movimento e all'improvviso la mia mano e' andata a sbattere contro un carabiniere e c'era di nuovo il sangue come quella volta con Luigi. Ma adesso sono tornato a casa.
La dottoressa con cui parlo e' brava, mi fa raccontare un sacco di cose, vuole sapere tutta la mia storia con Cinzia e del lavoro al reparto e delle televendite, ma c'e' una cosa che ho scoperto su di lei. Mi e' arrivata una fotografia a casa dove lei e' in mezzo a due uomini e si fa fare di tutto. Qualcuno l'ha infilata sotto la porta di casa mia. Era piegata all'interno di un guanto da cucina. Non so chi sia stato a spedirmela ma c'e' qualcuno che ha voluto avvertirmi che lei e' una schifosa. Forse qualcuno mi spia, sto pensando di installare una telecamera fuori la porta. 
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8.<br>
Cara Scarlett, grazie per avermi spedito il tuo indirizzo. Ho comprato il biglietto, parto tra due giorni, non vedo l'ora di conoscerti. Qua e' un via vai di poliziotti e mi hanno anche inquadrato al telegiornale di rai tre perche' hanno trovato il nuovo fidanzato di Cinzia morto in un parcheggio e la polizia sta facendo il suo dovere per capire quello che e' successo. Quando la polizia e' arrivata a casa mia ha messo le mani ovunque e ha trovato la scatola con tutte le fotografie che i disturbati mi mandano a casa e adesso dice che mi vogliono aiutare.

]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=763]]></link></item><item><title><![CDATA[Ricerche]]></title><description><![CDATA[<b>Ricerche</b><br><br>
Un anno e mezzo passato a scrivere un nuovo romanzo. Mal di schiena, Voltaren, Camel Light e diottrie perdute per sempre. Adesso la ricerca di un editore. Mi trovate alla posta a spedire il mio anno e mezzo rilegato in una spirale di plastica. ]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=762]]></link></item><item><title><![CDATA[102]]></title><description><![CDATA[<b>102</b><BR>
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Ero sicuro che avrei trovato la ragazza della mia vita in una libreria. Ci saremmo riconosciuti tra gli scaffali, tra le copertine. Era questo il punto fondamentale, il riconoscersi. Respiravamo la stessa aria e in testa avevamo gli stessi pensieri, eravamo diversi e unici in mezzo alla massa di persone. Con questa sicurezza, per due mesi andai da Feltrinelli a Via Roma. Ogni ragazza poteva essere lei. Si', lei. Poteva essere quella che aveva le cuffiette, oppure l'altra con gli occhiali o anche quella ragazza con il caschetto che avevo visto due volte. Due volte, poteva essere un segno. Forse anche lei mi stava cercando. Un pomeriggio le commesse mi indicarono alla guardia giurata. L'uomo mi prese per il collo della maglietta e tenne la mia faccia schiacciata contro il pavimento. "Frocetto", disse "se ti fai vedere un'altra volta qui dentro ti ammazzo".<br>
E' stato in quel momento che ho visto Claudia per la prima volta.<br>
"Lascialo stare", disse, "questo frocetto e' mio, e' un anno che lo sto cercando".
]]></description><link><![CDATA[http://www.hotelmessico.net/archivio.aspx?id_post=761]]></link></item></channel></rss>
