Samurai [altri raccontini scemi di Gianni Solla]

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Veloci [cellophane]

cose che trovate in libreria - pagina principale dell'hotel messico

 
     
     
  1. Luglio  
  2. Il progetto Fa minore  
  3.Catlaya  
  4. Hello Kitty [la soluzione finale]  
  5. Soffia un vento fortissimo  
  6. Tutti i respiri che hai  
  7.Appunti dalla stanza [monica sport love]  
  8. Aria condizionata  
  9. Valerio è un angelo  
  10. Miss cadeau  
  11. Solo gli scemi corrono  
  12. Storia corta  
  13. Volume  
  14. Sessanta
     
     
     
  Luglio



L'arci di San Giovanni era un’associazione per depressi e pugnettari. Alcuni di noi avevano tanto di quel ferro stampato sui denti capace di attirare tutte le calamite fino a Piazza Garibaldi. Eravamo uno zoo. Parlavamo di sesso per tutta la durata dei nostri incontri, la sede centrale ci aveva mandato della diapositive di educazione sessuale da proiettare sulla parete. Era materiale per un progetto destinato ai ragazzini del quartiere. C’era disegnata l’anatomia degli organi maschili e femminili. Erano dei disegni orribili su come era fatta l’attrezzatura delle ragazze. C’era questo triangolo enorme con un canale al centro e nei due angoli alti c’erano due rotolini di prosciutto che erano le ovaie. Quei disegni erano uno schifo, nessuno dovrebbe mai sapere cosa c’è sotto la pelle. Per alcuni anni la visione di quelle tavole anatomiche fu l’evento più vicino a una scopata. Ogni volta che venivano proiettate le diapositive del monte di venere, Antonio, andava a darsi una lisciatina nel bagno della sede. Poi ci andavano Roberto, Ruggiero e infine io. Tornavamo a casa con le occhiaie, stanchi. I nostri discorsi avevano preso un’inclinazione anatomica, eravamo diventati dei tecnici. Non si parlava più di fica, ma di collo uterino.
Il mese di Luglio arrivò una circolare dalla sede centrale con scritto che ci saremmo uniti all’associazione Libertà&Celluloide per gestire il cineforum al parco di San Giovanni. Libertà&Celluloide era un gruppo che si riuniva nella sede del PC del quartiere, di fronte al deposito dello Sperone. Quando passava il tram andava via la corrente, bisognava aprire una finestra e fare entrare la luce della strada. Proiettavano dei film su un lenzuolo e poi ne discutevano. Una volta partecipammo anche noi dell’arci. Mi ricordo che sul lenzuolo c’era una macchia a forma di cane, allora certi si misero a pigliare per il culo a quello che l’aveva portato. Noi dell’arci non sapevamo se metterci pure noi a pigliare per il culo, restammo zitti, ci guardavamo più che altro, speravamo solo che poi noi toccasse a noi. Quello del lenzuolo non se la prendeva, ci scherzava perché aveva autoironia. Erano maturi, noi dell’arci ci saremmo accoltellati per questa cosa. A parte questo episodio, quelli di Libertà&Celluloide erano inarrivabili per noi perché nel gruppo avevano delle ragazze. Colli uterini, piccole labbra, monti di venere veri. Quando si riunivano c’era odore di shampoo e di bagnoschiuma felce azzurra delle ragazze.
Al cineforum era pieno di zanzare. C’era uno stagno artificiale pieno di tartarughe abbandonate dalla gente del quartiere e le zanzare ti mangiavano vivo. Nonostante questo la gente veniva lo stesso a guardare i film. Erano vecchi per lo più, mi mostravano tutte le tessere che avevano in tasca per avere uno sconto all’ingresso. Certe volte non li facevo pagare, non c’era un conteggio preciso. Provavo ad applicare il comunismo così come avevo sentito i discorsi al circolo del PC dopo i film. La seconda sera quelli di Libertà&Celluloide misero oltre me un’altra persona al banchetto dei biglietti all’ingresso. Si chiamava Michele, aveva i capelli ricci e lunghi e indossava una giacca verde militare. Io ero ricoperto di Autan che mia mamma mi aveva dato per via delle zanzare. Ero unto, le zanzare mi scivolavano sulle braccia per questo non mi pungevano. Michele aveva tre anni più di me e venivano molte ragazze a salutarlo al banchetto dei biglietti. Ero fiero di farmi vedere dai ragazzi dell’arci con Michele. Fumava le sigarette e le ragazze gli dicevano le cose nell’orecchio.
Il giorno seguente andai al Rettifilo a comprare una giacca uguale a quella di Michele in un negozio di abbigliamento militare. Mi scendeva lunga e parte del palmo della mano restava coperto. Pensai che fosse proprio così che dovesse andare. Ma diventare figo con diciannove euro era troppo a buon mercato.
Sapevo che non sarebbe stato facile fare accettare la mia giacca nuova a casa e già nell'ascensore mi prese una certa tremarella. Mi aspettavano prese per il culo e umiliazioni. Pensai che dopotutto era stata sdoganata la permanente di mia sorella e il nuovo colore dei capelli di mia madre e forse c’era una speranza per la mia giacca. Decisi comunque di giocare nelle retrovie. Fuori la porta sfilai la giacca e la tenni appoggiata sul braccio, era bella piegata che sembrava un asciugamano e la lasciai attaccata all’attaccapanni. Sarebbe stato il destino a scegliere, qualcuno l’avrebbe notata appesa da là si sarebbe decisa la mia sorte. Fortunatamente quel giorno mia sorella Isabella era passata alle lenti a contatto e tutta l’attenzione della serata venne concentrata sulle sue cornee arrossate. Indossai la giacca, dopo cena faceva già un altro effetto. Fuori discussione che si trattava di una giacca maledetta da indossare col buio, illuminazione adatta per quelli tenebrosi come me e Michele. La giacca mi stava bene, la lunghezza sui polsi era perfetta, ma presi le strade più buie, era meglio andarci piano coi cambiamenti, la gente aveva bisogno di tempo per abituarsi. Certi cani bucchinari mi abbaiarono da un cancello di ferro, me la feci addosso e mentre organizzavano la vendetta per il giorno seguente arrivai al banchetto del cineforum. Era già pieno di vecchi, potevano essere il doppio della sera precedente. Non appena mi vide Ruggiero mi corse incontro. Disse che dalla sede centrale avevano mandato delle tavole anatomiche aggiornate con degli organi che prima non c’erano. Bisognava subito indire una riunione per mettere al corrente tutto il gruppo dei cambiamenti anatomici negli organi femminili. Stupido segaiolo, neanche comprendeva le opportunità che la mia nuova giacca mi offriva. Presto avrei toccato un vero canale uterino. Di Michele non c’era traccia, staccavo biglietti, faceva caldo, sulla schiena avevo una mistura di sudore e Autan che avrebbe tenuto lontano anche le sanguisughe, ma di togliermi la giacca non se ne parlava. Era fatta, avevo una giacca militare e stavo sotto un riflettore che attirava tutte le falene e le zanzare del quartiere. Arrivò una ragazza, aveva una gonna lunga e colorata e degli orecchini che le pendevano dai lobi, una specie di ragnatela fatta di ferro filato. "Questa sera sono io con te, Michele l’hanno messo al proiettore, mi chiamo Mariella". Cristo santo, avevo la giacca da venti minuti e già ero al punto di lavorare con una ragazza vera. Mi era venuto un crampo alla pancia, mi veniva da vomitare. Passavano i miei compagni dell’arci, venivano sempre in due, facevano finta di niente, si sgomitavano e provavano invidia. Alcuni mi alzavano il pollice in segno di vittoria. Avevo l’approvazione del gruppo. Da quel momento la mia vita doveva virare verso un look aggressivo, solo così potevo esaltare le mie potenzialità. Presi in considerazione l’idea di farmi un tatuaggio, di mettermi l’orecchino e di suonare la chitarra. Di sicuro avrei guardato tutti i film che davano alle riunioni di Libertà&Celluloide insieme ai miei nuovi amici e alla mia nuova amica Mariella. Staccavo biglietti e organizzavo la mia nuova vita quando tra i vecchi in fila qualcuno mi chiamò per nome. Era una vecchia che abitava nel mio condominio.
"Sei andato militare?".
Stronza.
"No", feci. Avevo capito la vecchia dove voleva parare, ma bisognava simulare sicurezza. Impostai un sorriso niente male.
"Perché sei vestito così allora?".
Mariella rise togliendomi dall’impaccio. La vecchia puttana insisteva.
"Voi giovani siete incredibili. Fate le manifestazioni contro la guerra e poi vi vestite come i militari", si frugò nella borsetta e tirò fuori una fetta di torta, "tieni, mangiala, l’ho fatta io".
Avrei fatto di tutto purché la vecchia andasse via.
"Grazie signora", disse Mariella, "ne prendo anch’io un pezzo".
La vecchia mollò il pezzo di torta e andò via.
Non era male, era una torta di mele. Quelli di Libertà&Celluloide parlavano anche di cibi biologici e non bevevano la coca cola. Pensai che mangiare la torta della vecchia sarebbe stato un gesto per sintonizzarmi sulla stessa frequenza di Mariella. Magari mi avrebbe invitato a casa sua ad assaggiare dei buoni cibi biologici che lei stessa avrebbe preparato. Buttai giù tutta la torta della vecchia, alla fine c’erano briciole ovunque. Aspettai che Mariella si alzasse per spingerle fuori dal tavolo perché non ero sicuro che quella fossa la cosa giusta da fare. Arrivarono altri vecchi, facevo battute, Mariella un poco rideva un poco scriveva i messaggi sul nokia, andava meglio del previsto. Dopo alcuni minuti la torta della vecchia fermentò nello stomaco. Le viscere mi si tirarono, sbiancai, mi sentivo le lamette nella pancia. Mi alzai dalla sedia, volevo allontanarmi.
"Stai bene?", chiese Mirella.
La vidi cambiare forma, sentii distorcere il suono della sua voce e svenni.
Mi risvegliai alcuni minuti dopo steso sul sedile posteriore di una macchina in direzione dell’ospedale Loreto mare. Guidava Michele, seduta accanto a lui che gli teneva la mano c’era Mirella. I crampi alla pancia erano sempre più forti, ma erano niente rispetto al danno in immagine che quella situazione mi stava creando. Volevo dire di andare con calma che non era niente, una cosa che poteva capitare, invece quanto era vera iddio lo stomaco si stava aprendo due parti. Avevo delle contrazioni fortissime all’addome e pensai che forse era quella la morte. Steso sul sedile di dietro, sentivo l’odore di stoffa nuova della mia giacca. Michele mi scaricò davanti al pronto soccorso e in poco mi ritrovai steso su una barella. Ero pallido, la poca pelle che usciva da sotto la giacca era bianca. Mentre l’infermiere coi baffi mi spingeva verso la sala del pronto soccorso, lungo il corridoio pieno di neon bianchi, trovai appollaiati su una panchina mia madre e mio padre. Quando mi videro sbiancarono. "Cosa è successo?".
"Un malore", disse Michele.
"Chi è questo?", gli urlò contro mio padre.
Perché erano là, chi li aveva chiamati?
Poi arrivò anche mia sorella Isabella. Aveva un occhio bendato.
"L’infezione guarirà in una settimana ha detto il medico", poi mi vide con il suo unico occhio buono, "ma cosa ci fai qui? E cos’è questa giacca?".
Michele e Mirella andarono via, li vidi di spalle, Michele già stringeva tra le dita una sigaretta che avrebbe acceso fuori.
"Ti spacco la testa", disse mio padre.
"E lascialo", rispose mia madre.
La giacca era sempre là, niente era perduto, un minuto dopo mi infilarono un clistere da lavanda gastrica.
 
     
 

Il progetto

 

Il progetto "Fa minore"



L’unico cinema che c’era a San Giovanni a Teduccio era il Supercinema. Prima ci stava un supermercato, poi al posto del bancone della carne ci hanno messo il telone e le sedie, però sullo sfondo si vedevano ancora dei pannelli di alluminio sporchi di sangue. Da lunedì al venerdì davano american pie, maial college, the ring, il film di eminem e certi altri film per disgraziati adeguati al livello del quartiere. La domenica invece solo porno. Lo stesso porno rumeno per due mesi consecutivi: Dracula l’impalatore, ma noi ci andavamo lo stesso. Era questione di settimane e avremmo parlato il rumeno meglio di Dracula. Poi misero Gomorra e per otto mesi lo proiettarono tutta la settimana, domenica compreso. Noi la domenica ci passavamo davanti mentre andavamo alla sede dell’Arci e aspettavamo di vedere il cartellone con le foto con gli occhi coperti dalla fascetta nera e il titolo scritto in rosso e invece ci toccava di vedere a questi due coi mitra in mano che sparavano. C’era sgomento tra noi, ma il cinema era pieno di gente per bene, di ragazzi con le fidanzate con il profumo, eravamo vittime del sistema. Nel nostro stato bastava un niente per imbracciare un Uzi e mettere le cose a posto. A noi dei casalesi e delle discariche non ce ne fregava nulla, erano cose lontane a noi ci garbava Dracula l’impalatore. Allora decidemmo di usare il proiettore che ci avevano mandato dalla sede centrale dell’arci.
Roberto disse che avrebbe scaricato il film Dracula l’impalatore da emule e che poi sapeva come collegare il portatile al proiettore. Il download andava lento, ci stavano da configurare le porte, da impostare le priorità, cose che noi dell’arci di San Giovanni a teduccio non sapevamo fare, forse quelli di Piazza Garibaldi, ma noi no. Ci impiegammo nove giorni, lo stesso tempo per coprire Napoli Bucharest andata e ritorno a cavallo. Ci incontrammo tutti una domenica pomeriggio. Germano per scherzare disse che ci eravamo messi in proprio e che l’idea di aprire un cinema porno per film rumeni non era male. Addirittura diceva che si poteva richiedere un sovvenzionamento statale. Roberto fece partire il play e al posto di Dracula l’impalatore, partì il film di Dracula, quello vero. Gente che veniva mangiata viva e sangue a fiumi.
"Adesso vedi che se le scopa", disse Roberto.
"Le sta uccidendo vedi, c’è sangue dappertutto", gli dissi.
"Dovete stare zitti e avere fiducia, in Romania fanno così, prima succhiano il sangue, poi se le chiavano" e nel frattempo lo tirò di fuori. Menarselo in mezzo a tutto quel sangue era uno schifo, staccammo il proiettore e facemmo il bagno a Roberto con la Fanta. Gomorra ci aveva distrutto.

Fu in quel periodo che mettemmo insieme il gruppo. La sede centrale dell’arci ci aveva mandato due chitarre, una elettrica e una classica, una pianola, un flauto e alcuni pezzi di una batteria, una cassa, un charleston e un piatto. Erano destinati a un campo rom che certi zingari avevano messo su dalle parti del palazzo dell’Arin di via Argine, ma noi per il momento ce li tenemmo per ammazzare il tempo. In quanto strumento poco virile nessuno accettò di suonare il flauto. Se solo una delle nostre labbra lo avesse sfiorato, saremmo stati tacciati di omosessualità e decidemmo che per rispetto ai valori solidali dell’arci, il flauto lo avremmo donato al campo rom e che sui gusti sessuali dei rom, noi non avremmo mai preso una posizione precisa. La mozione passò all’unanimità. Io mi presi la pianola. Mi piaceva il colore arancione della plastica esterna e poi mi sembrava facile rispetto agli altri strumenti. Con un pennarello segnavo i tasti che dovevo premere per gli accordi. Dietro la pianola mi sentivo al sicuro, se fosse successa una rissa avrei usato la pianola come scudo. Il repertorio era il peggiore che si potesse mettere insieme. Erano tutte canzoni che si suonavano con il giro di Do, bastava spostare un solo dito, al massimo due per accordo. Non ero molto coordinato ma andavo a tempo. Le canzoni suonavano tutte uguali, un unico suono, ognuno cambiava il La minore con il Re minore quando riteneva opportuno e sembravamo malati in stato confusionale più che musicisti. Come nome scegliemmo Dracula e gli impalatori. Effettivamente non eravamo i tipi virili che il nome della nostra band propagandava, però lo saremmo diventati e se poi se nella nostra band ci fosse stato un flautista maschio ci potevamo chiamare Dracula e i raddrizzabanane.

La band Dracula e gli impalatori trovò un ingaggio. Doveva essere un segno dell’apocalisse quello. Gli altri erano entusiasti, io invece mi guardavo intorno, scrutavo nel cielo strane figure oppure aspettavo che il sole diventasse viola. In cambio di trenta euro complessivi bisognava suonare nella parrocchia di padre Gaetano che stava vicino la vesuviana di San Giovanni a teduccio. Eravamo tragicamente vestiti male, Renato aveva messo la gelatina e la maglietta dei Sepultura, Roberto camicia viola e cravatta stretta nera, io maglioncino. Il pubblico comunque era all’altezza della situazione. Era un gruppo di disabili. C’erano ragazze con tagli di capelli a caschetto come fanno ai down che pesavano cento chili e avrebbero ballato su qualunque cosa producesse un suono. Non ci aspettavamo il Royal Albert Hall comunque. Gli strumenti fischiavano, c’era ritorno ovunque, ma i nostri spettatori il fischio ce l’avevano già fisso in testa. Bisognava solo emettere un suono di volume superiore a tutti i fischi che c’avevano in testa quelli per risolvere la serata. Attaccammo subito con il nostro pezzo forte. Prima di cominciare Roberto autoeletto leader del gruppo disse: "spacchiamogli il culo a questi disabili di merda". Il primo brano allora fu La gatta. Eravamo padroni dell’armonia, sapevamo tutto quello che c’era da sapere sul giro di Do, i disabili danzavano, io guardavo l’orario nella speranza che quella cosa finisse presto. Il brano successivo fu Il cielo in una stanza, poi Roberta. Suonavamo musica per morti. Roberto aveva detto che se avessimo studiato l’accordo di Fa minore avremmo potuto raddoppiare il nostro repertorio in niente, anzi, disse che coi trenta euro avremmo ingaggiato un insegnante di musica che ci avrebbe mostrato il Fa minore. Il pomeriggio nel retro della parrocchia proseguì bene, un’idiota sulla carrozzina si pisciò sotto e dovettero buttarci sopra della segatura e certi altri idioti camminando nella segatura bagnata combinarono quel posto uno schifo.

Il maestro di musica venne la domenica pomeriggio seguente. Non se la passava bene, Roberto disse che per i trenta euro che gli davamo avrebbe ridipinto tutta la sede dell’Arci, ma c’era da fidarsi, lui stesso l’aveva visto fare il Fa minore da Dio. Il maestro di musica non aveva i capelli al centro della testa e si presentò con una bottiglia di vino. Si sedette. Renato aveva un blocco per gli appunti, eravamo pronti per la lezione. Il maestro ci guardò uno per uno, posò la bottiglia di vino per terra e parlò.
"Voi dovete scopare. Lasciate perdere la musica".
Il maestro aveva colto nel segno. Ci guardammo tutti negli occhi.
"L’avevo detto io che era un grande", disse Roberto, e partì l’applauso al maestro.
"Grazie", disse il maestro, "allora, quanti soldi avete in tasca".
Nessuno parlò, non capivamo. "Avanti", e fece il gesto di rivoltarsi le tasche, "quanti soldi avete in tasca. Se mettete insieme cinquanta euro vi porto una signora che conosco, qui, adesso. Una puttana vera". "Ho il bancomat", disse Renato.
"Bene", disse il maestro, "allora aspettate qua. Dammi il bancomat e scrivimi il codice, voi aspettatemi".
"Urra per Dracula e gli impalatori!", urlò qualcuno. Il maestro sparì. Noi ci organizzammo in turni. Io avevo una paura cane, le budella si attorcigliavano, tutti l’avevano, ma una defezione sarebbe stata segno di omosessualità. Non si poteva rischiare, bisognava andare fino in fondo a ogni costo. Maledetto maestro. A mozione unanime, Renato, in quanto finanziatore del progetto denominato "Fa minore" doveva essere il primo.
"No", fece lui sbiancando, "se volevo essere il primo, potevo andarci anche da solo ed essere l’unico. Io invece voglio che vi divertiate prima voi, voglio essere l’ultimo". Il maledetto si era preso il turni migliore. Comunque tirammo a sorte e il mio turno era il terzo. Avevo paura, ero preparato su il film Dracula l’impalatore e le nozioni di base ci stavano, ma non sapevo se le cose sarebbero andate proprio come nel film. Finalmente la tensione terminò tre ore dopo circa, quando ci rendemmo conto che il maestro era scappato con il bancomat di Renato e che nel circolo Arci non sarebbe mai arrivata nessuna signora.

 
     
 

Catlaya

 

Catlaya




Uso il collutorio e il dentifricio coi microgranuli. Tutte le sere lavo le mani con la candeggina, solo il giovedì con la benzina. La pulizia del proprio corpo è importante. Ho comprato il Dermorel T crema setificante per il collo e la mattina stendo sotto gli occhi un velo di gel rivatilizzante con il q10. Ho una borsa con il fondo rigido di quelle che usano i rappresentanti per il campionario. Vado in ufficio con quella e dentro ci tengo tutti i prodotti. I miei colleghi si spediscono tra loro i messaggi sul sistema di messaggeria interno dell'azienda. Mi chiamano Psyco, Mastro Lindo, il Signor Boccasana. Ho un programma per intercettare i loro messaggi. Sono delle persone deboli totalmente influenzate dalla pubblicita', non sono capaci di creare un soprannome dalla loro fantasia. Tengono l'aria condizionata al minimo, lo fanno per farmi sentire freddo e il filtro del condizionatore non è stato mai pulito.
+*+
Non vado a mensa con loro, ne' prendo con loro il caffe' al distributore. Posso mangiare e bere soltanto se sono da solo. Davanti agli altri non posso starnutire, sbadigliare e tossire. L'idea che qualcuno mi guardi in bocca durante una funzione intima mi paralizza. Vado a mangiare in un parcheggio sotterraneo di fronte all'ospedale Pascale. Scendo due livelli sottoterra e guido fino a un corridoio dove dalle condotte cade isterica una goccia d'acqua nel tentativo di scavare l’asfalto. Spengo il motore e i fari, appoggio la vaschetta di alluminio sulle gambe e mangio il pollo.
+++
Mi chiamo Federico Massati, ho trentasette anni e sono una persona molto pulita.
+
La detersione continuata ha provocato un rossore alle mani. In alcuni punti la pelle è diventata come le scaglie di un pesce rosso, degli esagoni di pelle rossa lucente traslucida rialzata. Ho utilizzato il Finesterin, i cortisonici ma il rossore non è andato via. Ho fiducia nella medicina, mi autoprescrivo i farmaci. Ho messo delle garze attorno le mani. Ho avvolto le dita, il polso fino a metà dell'avambraccio fino a che tutto è diventato un blocco compatto. L'isolamento tattile prodotto dalle garze mi rassicura. E' una sensazione confortevole sapere di non entrare in contatto con gli oggetti. Ma devo respingerla, potrebbe essere il punto di non ritorno con la realtà.
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*Questa notte ho sognato di essere bloccato in un bozzolo di garze disinfettate.
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Il dermatologo della asl dice che si tratta di un abbassamento delle difese immunitarie della pelle nelle zone che uso strofinare. Gesù Cristo, ha anche detto quando ha visto come avevo avvolto le mani nelle garze. Poi ha ripetuto la parola benzina sottovoce e ha scritto un numero di telefono su un foglietto strappato da un block-notes di pubblicità di un antibiotico. Sotto il numero ha scritto un nome: Carol.
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Carol è il direttore di un centro per i disturbi psicosomatici, ha i capelli lunghi ed è stempiato ai lati della fronte. Il naso è innestato senza alcuna grazia sul volto. I pezzi della sua faccia sono forme primordiali, triangoli e sezioni di cono non rifinite. La pelle conserva i segni di un'acne devastante e adesso si presenta come un campo pieno di buche. L'aumentata sensibilità della pelle delle mani aumenta la mia capacità di cogliere i particolari. Carol dice che se voglio può aiutarmi con questa storia della pulizia.
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1. Comprare il Fastum gel
2. Chiamare la Tre per cambiare piano tariffario
3. Cercare su Google "guanti di lattice trasparenti invisibili sottili da usare in ufficio-colleghi"
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Dormo undici ore a notte e quando non dormo mi lavo le mani.
***
Tecnicamente parlando, Carol e il dermatologo sono le uniche persone con le quali ho parlato negli ultimi mesi. Escluso quel tale di Genova con il quale ho scambiato alcune parole mentre in webcam mi lasciavo guardare mentre mi masturbavo.
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Carol ha detto che è importante trovarsi qualcosa da fare. Anche se non voglio cominciare un percorso insieme a lui, è bene trovarsi qualcosa da fare. Ha utilizzato la parola "percorso" in un'accezione che non condivido. L’uso eccessivo delle metafore impoverisce il pensiero.
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Ho molto tempo libero oltre al lavoro, ma non riesco a fare niente altro che lavare il pavimento. O spostare i mobili per la pulizia settimanale. ***
Il ragazzo di Genova si chiama Lorenzo e lavora da un commercialista. Non ho mai incontrato nessuno conosciuto in una chat. Lorenzo mi ha scritto in maniera ordinata e anatomicamente corretta tutto quella che ha intenzione di farmi. Questo dovrebbe eccitarmi, ma non lo sono. Carol ha detto che la pulsione sessuale verso un corpo è una leva che bisogna sfruttare, ha detto di lasciarmi andare. ***
Ho intercettato un nuovo soprannome nel sistema di comunicazione interno. Rocky, penso per via delle mani fasciate. ++
In treno ho tolto le garze, ma ho continuato ad aprire le porte tra i vagoni con i gomiti. L'oscurità nella quale ho tenuto le mani in queste settimane, ha reso la pelle bianchissima e molto morbida. Tra due ore sarò a Genova.
+++
Lorenzo ha una parrucca, è vestito da donna, siamo in un albergo alla stazione di Brignole, mi sta penetrando con violenza, mi sta picchiando, c’è sangue dappertutto nella stanza, dice che sono una puttana schizofrenica.+++ Ho la faccia tumefatta.+++ Se mi passo una mano sulla guancia non so dove finisce lo zigomo e dove l’arcata sopraccigliare.+++ E' andato via da venti minuti, ma sono ancora nella stessa posizione, a pancia sotto. Pensavo di essere legato.++Ho trascinato una sedia nella doccia, sotto il getto di acqua, la goccia nel parcheggio, non posso toccare la ceramica coi piedi++c'è sangue sul piatto della doccia.
+++
Ho deciso di trattenermi a Genova per il resto della mia vacanza comunque. Non ho intenzione di rivolgermi all’ospedale né alla polizia. Penso di avere l'articolazione del gomito compromessa.
***
L'acquario di Genova è un posto schifoso, i vicoli del centro storico sanno di piscio, è pieno di ricchioni ovunque. Ho ripreso a fasciarmi le mani con le garze.
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La notte mi collego alle videochat dal mio portatile. La stanza dell'albergo ha un collegamento. Wi-fi. Mi mostro con la faccia tumefatta e ho cambiato il mio nickname da Signor Boccasana a Puttana schizofrenica. Tutti mi vogliono pagare adesso. Ho chiamato Carol al cellulare, gli ho raccontato quello che è successo con Lorenzo. Mi ha detto di ritornare a casa e che si sente in colpa per quello che è successo, pensa che io in questo momento sia molto fragile.
***

 
     
  [Hello Kitty]
La soluzione finale


Al corso di formazione hanno detto che Hello Kitty è una specie di angelo oppure se non crediamo negli angeli una specie di fatina. Né gli angeli né le fatine fanno sesso, non hanno le mestruazioni e non si truccano. Quindi se hai le tette grandi o le labbra carnose, non ti prendono. Dobbiamo essere lontane dall’idea del sesso, Hello Kitty non farebbe mai una gang bang.

Indossiamo un camice con una fantasia a fiori e dei pantaloncini azzurri, sull’orecchio sinistro abbiamo un fiocco rosso e offriamo tè ai clienti. L’Hello Kitty Shop è aperto dodici ore al giorno, siamo in tre ragazze per turno e oggi Luisa non parla. Continua a muovere la mascella come se stesse masticando l’aria. Ieri notte ha preso una mezza pasticca e adesso mastica.

Oggi è entrata una ragazza vestita come Hello Kitty. Anche io, Loredana e Luisa lo siamo, ma siamo pagate per questo. Luisa ha detto di lasciare fare a lei con questa cliente, le ha offerte del tè e dentro ci ha squagliato l’altra mezza pasticca.

Lavoro in questo posto da due anni, prima vendevo aminoacidi porta a porta, prima ancora vendevo materassi per telefono. Certe sere passava a prendermi Stefano, andavamo a prendere il fumo a san giovanni con l’opel corsa. Lui mi aspettava in macchina mentre io salivo al terzo piano di un palazzo enorme a comprare il fumo vestita da Hello Kitty. Dalle finestre in mezzo alle scale si vedevano i binari della vesuviana. Una sera Stefano mi ha detto che vedeva un’altra, eravamo bloccati nel traffico di gianturco, gli ho chiesto una sigaretta, ho aperto lo sportello e sono andata via. Gli ho lasciato la stecca di fumo sul cruscotto come un ricordo nero.

Adesso quando torno a casa la sera resto sul divano, guardo italia uno e mi addormento vestita da Hello Kitty. Cerco di ricordare come ero prima di Stefano, prima dell’aborto, prima di Hello Kitty. La tappezzeria del divano è ruvida, ho la schiena spellata e per terra c’è un tappeto di mozziconi.

Stamattina mi sono masturbata con lo spazzolino elettrico di Hello Kitty. E' composto da un cilindro spesso di plastica nel quale è contenuta la batteria e da una testina che vibra. Bisogna tenerlo per la testina e usare la parte della batteria.

Oggi mi ha chiamato mia madre, affannava, sentivo l'alito sbattere sulla cornetta. Mi ha chiesto di andare da lei in serata. Ha incontrato la madre di Stefano e le ha detto quello che era successo. "Non mi dici più niente", ha detto, le ho risposto che non avevo tempo perché dovevo lavarmi i denti.

Stefano pubblica su internet le foto della sua nuova ragazza. Un mal di stomaco profondo che viaggi sulla linea adsl di casa mia. Ho appreso in questa maniera il nome e il taglio di capelli della nuova me. Adesso ho un viso deforme, i miei occhi sono troppo distanti, il mio nuovo naso troppo largo alla base e ho delle macchie sulla pelle del collo. Ho usato la loro foto come sfondo del mio portatile.

Il Punk Drammatico è una discoteca costruita sulle macerie di uno dei primi centri commerciali dell’area est di Napoli. Ci vado con Loredana. Prendiamo le pasticche, siamo vestite da Hello Kitty, alla porta non ci fanno pagare perché pensano che siamo delle animatrici, le pasticche le prendiamo da uno, costano dodici euro e si chiamano Ghandi, io ne prendo mezza perché non mi fido, sono convinta di sentirmi male, do a Loredana le istruzioni per soccorrermi, le invio un messaggio con il numero di mia madre e quello di Stefano, le scrivo il mio indirizzo e le dico che preferirei essere ricoverata all’ospedale policlinico nuovo, alle tre invece prendo l’altra metà della pasticca, forse sono sudata, il mio collo si muove a scatti, uno mi balla troppo vicino, mi mette una mano in mezzo alle cosce, gli dico di smetterla, gli indico quello che vende le pasticche, gli dico che è il mio ragazzo e che si chiama Stefano, poi arriva un altro e mi chiede perché sono vestita da super gatto e io gli dico che si dice hello kitty.

Loredana è andata via, sono da sola, dalla discoteca viene ancora musica, mi dirigo verso il negozio aspetterò l’apertura sul muretto di fronte, sono le sei, in strada ci sono delle persone che vanno a lavoro, io sono vestita troppo leggera per questo posto. Entro in un bar, prendo un cappuccino, dimentico il resto, per strada ho dei conati di vomito, mi fa male la pancia, forse lo spazzolino di Hello Kitty mi ha messa incinta
 
     
 

offia un vento fortissimo

 

Soffia un vento fortissimo
[mentre tu fai finta di dormire]


All’inizio il padre gli prese le chiavi di casa. Alfredo sfilò la collanina della madre dal cassetto, in tasca aveva un grammo di roba e un flacone di metadone molteni di uno che doveva scalare e che gliel’ha venduto per due euro. A Secondigliano faceva freddo, il vento gli tagliava la faccia, ma la roba andava presa.
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Andò a farsi dietro la stazione di Montesanto. Strinse il pugno, le vene uscirono fuori, gli occhi si girarono all’indietro. Girò tutto il pomeriggio per il centro storico andando a sbattere contro i cani e le macchine. Certi lo spinsero, cadde un paio di volte, restò a dormire sotto l’entrata di santa chiara, si fermò davanti la vetrina di una pizzetteria a via san sebastiano e per liberarsi di lui gli diedero una pizzetta, la fece cadere, la raccolse, ne mangiò una parte, un cane gli abbaiò contro spingendogli addosso pipistrelli di alito nero.
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Sotto il ponte dell’autostrada di via argine a ponticelli i rom erano stati cacciati ed erano rimaste tre baracche di lamiere e legno e una roulotte. Alfredo aprì la porta della roulotte e ci entrò. Era inclinata da una parte e dentro faceva lo stesso freddo di secondigliano. Chiuse gli oblò e controllò che la porta si chiudesse. Preparò la roba sul cucchiaio e si addormentò sul pavimento.
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Uscì dalla roulotte il mattino dopo, vestito uguale al giorno prima e alla settimana prima. Prese la circumvesuviana a ponticelli. Entrò in un vagone affollato, mise le mani nella borsa di una ragazza coi capelli che sapevano di baby shampoo johnson e le sfilò il borsellino. Arrivato a piazza Garibaldi vide la ragazza prendere il tapirulan, lui invece andò al bagno. Le mattonelle erano tappezzate di numeri di telefono e di disegni di cazzi. Alfredo si chiuse in una cabina e aprì il borsellino. Settanta euro, patente, carta di identità e una figurina di un santo.
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Comprò un mars dal giornalaio. Camminò fino al palazzo della standa dove sapeva come sfilare borsellini o togliere i codice a barre dai braccialetti. Si avvicinò alla porta piena di luci di natale e la fotocellula scattò. Sentì l’aria calda dell’impianto di riscaldamento sbattergli sulla faccia. Una guardia giurata gli disse di andarsene, lo tenne per un braccio e gli indicò le telecamere del circuito chiuso, poi gli disse che forse poteva aiutarlo, che stavano cercando uno per vestirlo come babbo natale per fare le foto al reparto giocattoli. Alfredo pensò che andava bene e la guardia lo accompagnò in una stanza con un neon e delle sedie di plastica. Seduti c’erano già altri due babbo natale, erano altri due tossici che aveva visto qualche volta a secondigliano, uno era praticamente nano. La guardia gli consegnò la divisa e la barba finta da indossare sopra i suoi abiti, poi disse a tutti e tre di seguirlo.
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La guardia disse loro che ognuno avrebbe lavorato in un reparto e che non si sarebbero mai incrociati perché i babbo natale devono stare sempre uno per volta. Alfredo doveva stare ai giocattoli, un altro all’ingresso con una campanella, il nano invece doveva consegnare dei calendari alla cassa principale.
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Il lavoro di babbo natale non era difficile, bisognava stare su una sedia di legno salutare i bambini quando le mamme lo indicavano e farsi fare le fotografia con il nokia. Alle undici cominciò a sudare per la rota, andò nel bagno del reparto giocattoli, cucinò la roba nel cucchiaio, arrotolò la manica rossa con il pellicciotto bianco in punta e si fece. Si appoggiò con la schiena sulle mattonelle bianche e scivolò fino al pavimento. Ritornò alla sedia di babbo natale un’ora più tardi stravolto, abbassò il cappello rosso fino agli occhi per coprirli, si addormentò di nuovo, cadde dalla sedia, certi pensarono fosse svenuto, invece la guardia lo trascinò fuori il negozio e lo abbandonò sul marciapiede.
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Alfredo si svegliò due ore più tardi sul marciapiede di via Toledo vestito da babbo natale e con venti euro di roba in corpo. Camminò fino al rettifilo, vomitò il mars in una pianta e aspettò il 183 per andare a secondigliano. L’autobus era pieno di tossici e lui era l’unico vestito da babbo natale.
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A secondigliano faceva freddo, ma la roba andava presa non si poteva andare per il sottile. Entrò nella vela azzurra e si mise in fila con gli altri tossici. Arrivarono due da dietro, gli misero una pistola dietro la testa, lo spinsero con la faccia per terra, adesso sparano, pensò Alfredo, muoio vestito da babbo natale, chi maronn sì? mo te spar n’faccia, uno gli tolse la barba di babbo natale, la pistola era un pezzo di metallo freddo, la faccia era tutta sul pavimento del corridoio, infine lo riconobbero, cliente abituale, strunz, disse uno, n’at minuto e te sparavo. Alfredo si alzò, prese tre dosi e gli consegnò trentanove euro. Mentre scendeva le scale, quello con la pistola lo chiamò e gli disse di seguirlo. Salirono due rampe di scale. Il ragazzo aprì un cancello di ferro, entrarono in un corridoio con una telecamera appesa al soffitto, arrivarono in un appartamento, dentro c’era la televisione accesa e due bambini alla playstation, babbo natale dissero, lo guardarono per un po’, una donna strafatta era collassata sul divano, all’interno faceva caldo, infine uscì.
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Chiese mezzo limone in un bar a ponticelli e andò a farsi in un parcheggio dietro una citroen con il lunotto sfondato. Ritornò al campo rom, il vestito da babbo natale gli faceva da cappotto, alcune lamiere delle baracche erano crollate, si chiuse nella roulotte, si fece, la botta fu forte, il cervello faceva pressione sulle tempie, trovò della pittura rossa, prese un pezzo di legno e ci scrisse "il paese di babbo natale" e lo appese all’ingresso del campo rom.
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Gli zingari arrivarono di notte con una golf nera e un’alfa settantacinque rossa. Avevano latte di benzina e masticavano palline di coca. Parcheggiarono fuori il campo, fecero l’ultimo tiro di benzedrina sul cruscotto della golf e presero le taniche. L’oscillazione fece cadere microscopiche gocce di benzina che evaporarono all’impatto con il suolo. Sparsero la benzina attorno quello che restava del loro campo, bagnarono le pareti della roulotte, napoletani gente di merda vi maledico, dissero, poi la fiamma dell’accendino lambì la superficie del tracciato di benzina.
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Il campo si trasformò in una camera di combustione in pochi minuti. Crollarono una parte del tetto e una parete della roulotte, solo allora Alfredo respirò fumo, prese il cucchiaio e il mezzo limone, diede un calcio alla porta della roulotte e uscì. Il campo era completamente in fiamme, camminò in mezzo ai roghi, si ricordò della stanza di casa sua con l’aria condizionata prima che il padre lo cacciasse, trovò l’uscita, quando lo gente che era accorsa lo vide uscire con il vestito di babbo natale mezzo bruciato, con gli occhi della rota più maledetta di Napoli, si scostarono, nessuno si offrì di aiutarlo. Alfredo attraversò il ponte, superò il cimitero di via argine, poteva essere pure gesù cristo pensò la gente, Alfredo trovò lo scheletro di una regata, i sedili erano stati bruciati, restava solo la canna dello sterzo, il vetro era coperto da cenere e polvere e detriti. Alfredo preparò un pera di roba, si fece e prima di girare gli occhi verso il cervello scrisse tra la polvere del vetro della regata, la macchina di babbo natale.

 
     
 

 

Tutti i respiri che hai

 

Tutti i respiri che hai


Helen si stese nella vasca da bagno tirò il respiro e immerse la testa. Aveva quarantadue anni, la pelle era diventata un calzino più grande di una misura. Contò fino a cinquantaquattro e riemerse. Riccardo alzò la tavoletta e urinò, ti senti bene?, cinquantaquattro, disse lei riempiendo i polmoni, indugiò pochi secondi a pelo d’acqua, lo vide lavarsi le mani e poi abbassò di nuovo la testa sott'acqua. Ritornò all’estate quando andò a Ischia con i genitori. Si tappava il naso e si immergeva per raccogliere piccoli molluschi e granchi che portava a riva. Helen, urlava la madre quando non riemergeva dopo pochi secondi, mentre il mare filtrava le voci della superficie come una lastra di polistirolo. Aveva scritto otto romanzi e guadagnato tre milioni di sterline, ma la notte aveva cominciato a sentire qualcuno che le parlava nel buio. Si alzò dalla vasca, le gocce di acqua l’attraversarono in verticale il corpo, pensò di uccidersi immergendo il phon nella vasca, poi infilò un accappatoio rosso e andò in cucina a mangiare una barretta alla vitamina E. Prendeva due stilnox e una nottem, la mattina non ricordava niente, non riusciva più a scrivere le storie del cavalluccio magico. Lo stesso dolore nella spalla destra che aveva preso a perseguitarla da settimane si era materializzato in poche ore, insieme alla voci. Cristo dio, diceva Helen la notte. Cos'hai amore, le chiedeva il marito, niente, continua a dormire, sei sicura?, dormi amore mio. Poi le due stilnox non bastavano più. Una sua amica, Renata, le procurò dell’eroina. Renata abitava al Vomero in un condominio lussuoso, Helen ci andava tutte le mattine. Là trovava una striscetta di eroina che fiutava con una banconota. Pensò che l’eroina fosse un medicinale universale. Renata gliene dava solo una striscietta al giorno, non oltre, diceva e ad Helen bastava.
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[zoom]
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Helen lasciò l’appartamento di Renata con un calore artificiale nel torace e uno stato di quiete sintetica. Adesso che aveva un termosifone installato tra le costole. Non conosceva il suo male, ma adesso aveva una cura e anche le voci che aveva ascoltato la notte prima erano solo un ricordo lontano che si liquefaceva al contatto con il nuovo calore. Attraversò Via Luca Giordano con una Camel light stretta tra l’indice e il medio e con i Gucci neri che le fasciavano gli occhi raggiunse il centro di fisioterapia. Era calma, l’eroina le aveva pettinato il sistema nervoso. Consegnò alla reception il documento del medico, ho una seduta prenotata per oggi, disse alla donna dietro il vetro. La striscia di eroina le aveva fatto sparire il dolore alla spalla, poteva muoverla senza sentire la fitta, si sarebbe limitata a descrivere al medico la presenza di una lastra di ghiaccio infilata sotto il deltoide destro che le impediva di appendere un cappotto a un chiodo, proprio quel movimento là. Helen percorse un corridoio e raggiunse la sala d’aspetto. Le pareti erano azzurre e illuminate in maniera sbagliata da una coppia di neon contenuti in uno scafandro di plastica spesso. Si sedette su una sedia di plastica e appoggiò la nuca sulla parete.
- Potrei comprarlo questo posto, invece di stare ad aspettare -.
- Fallo ridipingere se lo compri, queste pareti fanno schifo -.
Helen si voltò, c’era un uomo alla sua sinistra seduto tre sedie più in là.
- Hai sentito quello che ho pensato? -.
- Non l’hai pensato, l’hai detto ad alta voce -.
Helen rise.
- Sono fatta - disse - questo l’ho detto o pensato? -.
- Questo l’hai pensato - disse l’uomo.
Helen si accorse che l’uomo aveva tra le mani uno spartito.
- Perché hai uno spartito, cosa ci fai? - mentre lo diceva Helen si avvicinò all’uomo.
- L’oculista mi ha detto di portare quello che solitamente leggo, serve per provare la nuova gradazione -.
- Tu non porti gli occhiali -.
- Ho le lentine, sono un truffatore -.
- Io so suonare una canzone al pianoforte, è il motivo di Fur Elise, ma io ho cambiato le parole, la vuoi sentire? -.
L’uomo aprì le braccia per farle segno di incominciare.
- Ma che notte lunga insieme a te, la la la la -.
- Buono -.
- Fa schifo, però ne ho un’altra sulla pubblicità del Lasonil -.
L’uomo rise, Helen gli guardò le gambe e le mani.
- Avvicinati, devo dirti una cosa - disse Helen sussurrando.
L’uomo di avvicinò. Da quella posizione Helen poté sentire l’odore di dopobarba e di sigaretta che venivano dalla sua faccia.
- Cosa ci facciamo qui, portami in un albergo, ho tutte le carte di credito del mondo - mentre lo diceva, strofinò il suo viso contro quello dell’uomo. Si respirarono gli aliti a vicenda. Uscirono dalla sala d’aspetto, Helen stretta nei Gucci neri, l’uomo chiuso nel cappotto marrone con lo spartito piegato tra le mani. Entrarono nella bmw parcheggiata fuori, Helen accese una sigaretta, chiuse gli occhi dietro i Gucci neri, l’eroina la cullò, pensò al marito, al cavalluccio magico, si rivide immersa nella vasca con la faccia sotto, poi con l’accappatoio rosso e quando riaprì gli occhi si ritrovò nuda di fronte a uno specchio rettangolare nella stanza settantadue di un Holiday Inn. L’uomo le baciava il collo e la penetrava da dietro spingendo forte e contraendo gli addominali come il respiro di una medusa, ed Helen provò il piacere della corruzione, lo stesso che aveva provato per tutti i tradimenti che aveva compiuto, e pensò a tutti gli sconosciuti che aveva abbordato negli aeroporti, nelle librerie, nelle stazioni, negli autogrill, a suo marito Riccardo che voleva ascoltare la descrizione di ogni suo tradimento mentre si masturbava, voleva sapere precisamente come quegli uomini l’avessero toccata e cosa le avessero chiesto di fare per loro, pensò ai tre milioni di sterline che non finivano mai, a tutte le copertine che aveva firmato, al cavalluccio magico, e si chinò, palmi e ginocchia sul letto e chiuse gli occhi, per sentire l’incastro, l’attrito del corpo dell’uomo, stantuffo e sfintere, pelle sconosciuta e l’affanno dei polmoni di lui.

 
     
 

[Appunti dalla stanza]

 

[Appunti dalla stanza]
[monica sport Love]


Tre stilnox a sera, poi mattina e notte sono un serpente di secondi, mi masturbo su monica sport, ho bisogno di addominali, deltoidi, quadricipiti, il volume della televisione dovrebbe essere più alto, c’è troppo spazio tra me e il monitor, devo dormire meno, guardare più monica sport.
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Lo stilnox lo gratto con l'unghia, lo riduco in polvere, tiro la striscia, non c'è scritto così nel foglietto illustrativo, l'ho inventato io, lo stendo sul termosifone, mia mamma lavora tutto il giorno all'ospedale, mia sorella la spastica le ho spiegato che mi deve venire a svegliare se dormo per troppo tempo, perchè con tre stilnox si muore, allora lei viene nella stanza, io sto steso col cazzo di fuori, le ho insegnato che me lo deve mettere dentro, poi mi deve svegliare, io mi sveglio, la spastica ride e sbava, la spingo via coi piedi, mia mamma mi ha comprato il computer, impara il computer perchè ci vuole, sul computer mi interessa solo i porno oral anche shemale.
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Lo stilnox me lo porta mia mamma dall'ospedale, lei me lo porta, io non metto le mani addosso alla spastica, mia mamma ha detto che non sa più come fare con me, io ho detto tu porta lo stilnox, una scatola a settimana e la spastica sta bene.
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[le ragazze monica sport passeggiano su tapirulan di carta argentata, intrappolate nel cono di luce di una lampada da studio televisivo, l'assistente alla produzione si tiene la guancia per il mal di denti, sua moglie porta i figli in piscina e pensa che tra quattro giorni lo lascia, l’albergo è già prenotato, il tapirulan rulla su tutto questo][rimborsati o soddisfatti]
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Anche la spastica deve guardare monica sport, le mostro la bellezza, il concetto di proporzione e di armonia, bisogna educarsi alla bellezza, la bellezza è verità, l'educazione serve per riconoscerla e per orientarsi, le faccio vedere i cazzi enormi su megaporn, i buchi di culo, le dico di prendere una stilnox, poi mangiamo sei duplo, sono duro con la spastica perchè bisogna educarla, il suo cervello iposviluppato non concede spazi alla retorica.
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Il primo giovedì del mese viene un'amica di mia mamma, Loredana che fa la presentatrice Avon, vengono tutte le amiche del palazzo, dell'ospedale, del corso di ceramica, Loredana fa vedere le creme, si alza la maglietta, si spalma le creme, mia mamma dice che nè io nè la spastica dobbiamo uscire dalla stanza, mi dà due stilnox, ne dà una anche alla spastica, due stilnox non fanno niente, guardo tutto attraverso il buco in corrispondenza del termosifone, aspetto che Loredana si alzi la maglietta, una volta è rimasta solo con il reggiseno, l'ho tirato subito fuori, sono venuto così forte che dentro ci stava una goccia di sangue, mia mamma ha detto che non è niente.
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A casa abbiamo solo i prodotti dell'Avon, il mobile del bagno è pieno, tutti e tre li usiamo, i prodotti dell'Avon ci rendono persone migliori, come monica sport, invidio i corpi giovani, paris hilton è una creatura stupenda, la chirurgia estetica è indispensabile per essere una donna monica sport, la bellezza passa per via trasdermica dall'esterno all'interno e l'armonia delle forme impregna anche la struttura del pensiero.
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Peso centoquaranta chili, mangio due confezione di rice krispies al giorno, otto scatolette di tonno e prendo tre stilnox dal naso, mia mamma dice che non sa più cosa fare con me, io le dico una scatola di stilnox a settimana, una presentazione Avon al mese e la spastica sta bene.

 
     
 

 

Aria condizionata


Ho passato il mese di agosto in casa a giocare a Age of empire. Mettevo insieme arcieri e cavalieri e terrorizzavo un gruppo di poligoni rossi che la sorte mi aveva mandato come avversari. Ho mangiato solo scatolette di tonno e bevuto latte fresco dal cartone. Durante il gioco si torcevano le budella. Raggruppavo i miei uomini e li inviavo nel territorio nemico a fare una carneficina e mi venivano in mente le fotografie che vedevo sul Postalmarket oppure la musica di Colpo grosso. Il tonno e il latte li prendevo sempre al discount MD, perché conoscevo la disposizione degli scaffali e il posto preciso dove tenevano le cose, e poi mi piaceva la loro aria condizionata. Solo una volta ho provato piacere nell’immaginare un mio piccolo esercito per far fuori le persone vere, bisognava stare attenti però, all’inizio è sempre un pensiero che ti liscia il cervello, poi la sera avvolgi la bombola di gas del fornello coi fogli di giornale e i maglioni, dai fuoco ai fogli e fai saltare l’intero condominio. Il giorno dopo il telegiornale dice che è crollata una palazzina a Napoli per una fuga di gas, ma vai a sapere poi veramente com’è andata.
Oltre a me nel discount c’era sempre la signora del quinto piano, pure lei a succhiarsi l’aria condizionata. I capelli sono blu perché non è più capace a farsi la tintura, non calcola bene i tempi del risciacquo. Mi ricordo che andava sempre in chiesa e una volta ha fatto la fiaccolata per la madonna. Ho tirato fuori il mio cellulare e le ho fatto una foto. La vecchia si muoveva lenta tra gli scaffali, mezza stordita com’era dall’aria condizionata e da tutte quei cartelli delle offerte. Le ho fatto altre foto. Ho pagato, la cassiera neanche mi ha visto in faccia, lei nemmeno immagina che una volta con una foto che le ho rubato con il cellulare ho fatto un ingrandimento di quaranta per trenta e l’ho tenuto nella stanza per due anni. Ritornato a casa ho trasferito con il bluetooth le immagini sul pc e poi ho fatto una pagina internet dedicata alla signora del quinto piano e l’ho trasferita su un server. Ho scritto il testo in prima persona perché volevo che sembrasse reale, ma ho inventato il contenuto, "mi chiamo Annunziata Manfredi e questa è la mia storia. Sono nata il venti agosto del millenovecentoventisei. Mio padre aveva un forno e noi, io, mia madre e le mie due sorelle abitavamo al piano di sopra. I gatti che stavano con noi si addormentavano nelle teglie perchè il calore restava fino a molte ore dopo che mio padre le aveva tirate fuori dal forno. Ho deciso di fare questa pagina internet perché quando morirò voglio che qualcuno sappia la mia storia. Per questo ho chiesto aiuto a un ragazzo che abita nel mio condominio. Veniva sempre una signora anziana al forno, aveva le unghia nere e quando le passavo il resto mi toccava sempre le mani e sentivo la sua pelle congelata. Un giorno mi disse che sapeva come far resuscitare i morti e che se volevo poteva insegnarmelo. Per due anni non ho dormito, ho avuto il terrore di quelle parole. Poi una volta le ho messo il veleno dei topi nel pane e lei non è stata capace di fare la sua magia su se stessa. La mia seconda sorella, più grande di me di tre anni, era fidanzata con Mattia, un ragazzo che abitava nel nostro quartiere. Quando mia sorella disse a mio padre di questo ragazzo, lui non le parlò per quattro settimane, poi le disse che poteva farcelo conoscere. Mattia si presentò una domenica mattina con del vino, dei dolci e i fiori per mia sorella, ma anche per me, per l’altra mia sorella e per mia madre. Quella mattina mia madre mi aveva messo un fiocco rosso legato tra i capelli e si disse che tra la primavera seguente mia sorella e Mattia si sarebbero sposati. Dopo tre mesi Mattia si imbarcò per andare a lavorare in una piattaforma che estraeva il petrolio al largo del Venezuela. Mattia non è mai più tornato dalla piattaforma, né abbiamo mai più ricevuto sue notizie. Adesso ho un cancro alla tiroide, non mi sono mai sposata e non so come resuscitare i morti".
Il terzo livello di Age of empire prevedeva uno scenario in stato avanzato, si cominciava che già c’erano delle fattorie e delle chiese. Io mettevo insieme preti e arcieri e li mandavo dall'altra parte. Il gruppo di arcieri era il mio preferito. I miei avversari invece cercavano il corpo a corpo, io non tollero nessun tipo di contatto fisico.
"Ciao a tutti, mi chiamo Veronica Aiace e faccio la commessa in un discount a San Giovanni a Teduccio. La fotografia che vedete me l'ha scattata un mio caro amico. Ho insistito perché me la passasse con il bluetooth del suo Nokia N70 e l'ho pubblicata su questa pagina internet. Quando non sono al discount sto a casa a giocare a Age of empire. E' un gioco dove bisogna uccidere gli avversari altrimenti saranno loro a ucciderti. Nella vita reale sono contraria alle uccisioni, anche alla pena di morte e al razzismo, ma in Age of empire è il gioco a richiederlo, non bisogna restare intrappolati nei propri precetti cristiani e nelle cose del catechismo, la religione non ha niente a che vedere con Age of empire".
Scrivere le pagine internet delle persone mi liberava dal pensiero di Age of empire. Bisognava pensare ad altro. Dalle due alle quattro il discount chiudeva e per non restare sempre al computer, mi toccava andarmene in giro. Uno neanche lo immagina quanto possa fare caldo a Napoli ad agosto. Per far passare il tempo camminavo lungo i binari della ferrovia. Andavo dalla stazione di San Giovanni fino a Gianturco. C'erano delle pietre grosse, quadrate, i binari erano tenuti insieme da grossi bulloni che si inserivano nelle assi di legno. A Gianturco prendevo la metropolitana per tornare, tenevo la testa fuori dal finestrino per sentire l'aria sbattermi sui capelli. "Mi chiamo Raimondo Murino e lavoro alle ferrovie dal trentasei anni. Le fotografie che vedete sono state scattate da mio nipote che mi viene a trovare il pomeriggio alla stazione di Gianturco. Delle volte sui binari si trovano delle calamite, io le porto a casa perché sono delle pietre magiche che hanno il potere di attirare gli oggetti. Una volta mi sono innamorato di una signora che è salita sul treno, dal collo veniva odore di borotalco, ma adesso sono sposato con Luciana".
Alla terza settimana di agosto vidi la cassiera insieme con un ragazzo. Lui l'aspettava fuori il supermercato con la Clio con l'aria condizionata già accesa, allora sono stato costretto a fare un fotomontaggio con la sua faccia su corpi di donne nude e poi è arrivata la polizia a casa, mia mamma ha detto ma che cazzo faccio, hanno sequestrato il computer, adesso sto scrivendo da un posto pieno di marocchini e cinesi che telefonano e per settanta centesimi l'ora posso scrivere la mia storia ma il proprietario dice che non si può installare Age of empire.

 

 

 

 

 

 

 

 

Valerio è un angelo 

 

Stavo sul divano e cercavo la maniera di abbuscarmi una chiavata. Faceva caldo, certe mosche con il dorso verde si appoggiavano sulle gambe. Avevo spulciato gli annunci erotici su tutti i siti di Napoli alla ricerca di qualche tardona e invece tutte chiedevano soldi. A leggere gli annunci erano massaggiatrici, pedicuriste, estetiste. Fai che uno aveva proprio bisogno di un pedicure o il dottore ti diceva che bisognava farsi dei massaggi. Comunque ci stava un annuncio che mi piaceva, diceva che lei era una donna sola e che aveva bisogno di amici. Feci partire il word e scrissi una cosa, Gentile signora, ho letto il suo annuncio, io sto sul divano, a casa mia ci sono delle mosche con un dorso verde che non ho mai visto, forse sono troppo vecchio e queste sono mosche moderne, io non ho capito che lavoro fa, però se è come penso, sarebbe tanto gentile da inviarmi un tariffario come quello che sta appeso dai barbieri? Mi stia bene. Andai in cucina, misi l’acqua nelle piante, mangiai una crostatina del mulino e ritornai al computer. La signora mi aveva già risposto.

Gentile signore ho letto la sua email e sono addolorata, lei mi ha preso per una baldracca. Io cercavo solo compagnia, ho un figlio malato, sono una donna sola.

Attaccai subito, avevo ancora mezza crostatina tra i denti,  Gentile signora se è così mi mandi una fotografia dello storpio, io non ci casco in queste cose. Nella foto ci deve essere il mongolo e lei con un libro. Su internet ci sono molte immagini di spastici, non vorrei che lei mi fregasse. A presto. Dopo poco mi arriva una email con una foto, la apro. Nella foto c’è un ragazzino su una sedia a rotelle, a fianco una donna chiavabilissima con un tv sorrisi e canzoni. Il testo diceva, In casa non ho libri, accudire Valerio è un lavoro che mi tiene occupata tutto il giorno. La prego non usi più quei termini, Valerio è una specie di angelo. Allargai la foto e mi squadrai bene la signora. Era pomeriggio, fuori faceva caldo, mi restavano i capelli solo ai lati della testa e più di questo non si poteva desiderare.

Gentile signora, mi dispiace, per un momento ho temuto che lei mercificasse il suo corpo, ma evidentemente mi sbagliavo. Valerio è un angelo, ha ragione. Mi chiedevo se fosse possibile lasciare l’angelo in casa e io e lei ci incontriamo da qualche parte, sento che i nostri cuori sono molto vicini. Spedii l’email e mi piazzai di fronte al ventilatore. Spingevo continuamente sul bottone per aggiornare e cantavo una canzone di Julio Iglesias che diceva vagabondo e altre parole inventate. Fai che questa veramente ci stava. Poi arrivò l’email, Va bene, però vediamoci a casa mia, non posso lasciare Valerio da nessuna parte, non farti strane idee, nel mio cuore c’è solo dolore e amore per il mio angelo, questo è il mio indirizzo. Sì, sì, le scrissi, anche il mio dolore è immenso, dammi mezz’ora e sono da te. Vagabondo resterò…una botta ti darò

Mi attrezzai a dovere, maglietta pulita, spruzzatina di pino silvestre, pantaloni con le righine.  Nessun vestito si abbinava con l’altro, però erano puliti, sulla maglietta si vedevano bene le strisce che faceva il ferro. Prima di uscire buttai giù un po’ di pappa reale e feci lo sciacquo con il coluttorio. Per strada era pieno di cani, l’autobus era vuoto e l’autista aveva un piccolo ventilatore a batterie vicino al volante. Presi il posto degli invalidi, quello con la targhetta dei mutilati di guerra aprii il finestrino e lasciai che il vento caldo mi sbattesse sulla faccia.

Suonai il citofono trentaquattro, chi è? Sono io, bene, sali, secondo piano. A vedere il palazzo era proprio un palazzo di puttane. Corridoi lunghi, bui, porte senza targhetta, tappeti a forma di gatto e tante sigarette spente per le scale. Arrivato al secondo piano vidi una porta aperta, mi avvicinai e spinsi. Misi giusto la testa dentro e sentii un lamento forte. Restai paralizzato con il pomello in mano.

“Che fai, entra, muoviti dammi una mano, è Valerio è eccitato, gli ho detto che sarebbe venuto un mio amico”.

Insomma la scena era più o meno questa, lo spastico stava sulla sedia, a vederlo era più grosso della foto, era scoordinato nei movimenti, sbavava, stava rigido con la schiena, mi guardava e provava a girare il collo con degli scatti. Cristo santo. La signora aveva infilato un vestito di cotone azzurro da cui venivano fuori le cosce depilate, i fianchi erano troppo grossi e il trucco sugli occhi approssimativo. Mi prese la mano, aveva da poco usato una crema ammorbidente e me la fece passare tra i capelli dello spastico. Cercai di rilassarmi, ma mi faceva impressione. I capelli di Valerio erano morbidi e dopo alcuni secondi si calmò.

“Gli sei simpatico”, mi sorrise, “io mi chiama Loredana”.

Loredana era un nome puttanissimo.

Loredana inforcò la sedia a rotelle per due manici che stavano sulla spalliera e trascinò Valerio in camera sua.

“Vieni”, disse, “siediti sul divano”.

Era ruvido, i braccioli erano consumati e si abbinava male con il resto dell’arredamento.

“E’ così da quando è nato”, accese una sigaretta sottile, “ma è intelligente, pensa che al centro di riabilitazione ha anche una fidanzatina”.

Era rilassata, si tolse le scarpe, accese la radio, una musica troppo lenta, si sciolse i capelli poi mi fu di fronte.

“Odio andare per le lunghe”, e si sfilò il vestito con un gesto rapido.

Il cuore mi esplose in petto, lo sapevo che esisteva ancora del bene in questo mondo. Allungai le mani, le toccai le cosce, la pelle stava cedendo sotto i colpi dell’età, ma andava bene, era il meglio per quel pomeriggio. Le infilai una mano nelle mutande, lei spinse la testa all’indietro, oggi si mangia carne pensai, poi delle urla si susseguirono e coprirono l’altoparlante della radiolina.

“Valerio”, disse Loredana, si infilò il vestito, “torno subito, non te ne andare”.

Quel maledetto spastico, “muoviti”, le urlai.

Mi guardai attorno, non c’era nemmeno qualcosa da rubare, quelli davvero non c’avevano niente. Il soffitto era pieno di macchie di umidità e negli angoli le pareti erano crepate. La televisione c’aveva cent’anni e i mobili erano pieni di bomboniere orrende. Loredana ritornò poco dopo, era ancora scalza e aveva qualcosa tra le mani. Era una webcam e la poggiò sul tavolo di fronte al divano.

“È l’unica maniera per stare tranquilli. Valerio ha bisogno di sapere che cosa sto facendo, vuole essere sicuro che tu non mi faccia del male”.

Toccai quella cosa con un dito, ne avevo una uguale a casa attaccata con una molletta sul monitor del portatile.

“Ma lui ci guarda?”.

“Sì, la webcam è collegata con il monitor del suo computer. Anche di notte devo tenerla nella camera da letto altrimenti non mi lascia dormire, ha sempre bisogno di sapere cosa sto facendo”.

Non ero preparato a quella cosa, non ne ero convinto.

“Non pensarci”, disse Loredana accarezzandomi dietro al collo.

“Non posso farcela mentre l’angelo dall’altra parte mi guarda”.

Loredana si inginocchiò, mi sbottonò la patta, le mani erano di velluto, me lo tirò fuori con cura, era mezzo moscio, la pappa reale aveva fallito, prima mi leccò un poco la capocchia, fece un giochino con la lingua, poi cominciò a succhiarlo con un certo ritmo e in quel momento la luce verde della webcam si accese.

Poi ero di nuovo per strada, sentivo l’odore della pelle di Loredana dappertutto, le strade erano ancora più vuote, c’erano ancora più cani, dovevo mangiare, avevo bisogno di proteine. Ritornai a casa, accesi il ventilatore, nel frigorifero c’era una philadelpia scaduta il giorno prima, la stesi sul pane e andai al computer. Sul monitor comparve un campanello, c’era qualcuno che voleva chattare con me, accettai, si aprì una schermata più grande, l’immagine si mise a fuoco lentamente, era Valerio lo spastico, si agitava sulla sedia a rotelle, mi fece ciao con la mano, poi molto lentamente, a una lettera per volta cominciò a scrivere, “se entro stasera non mi porti duecento euro, metto il video su youtube”.

 

 
 

 

Miss cadeau

 

Come tutte le mignotte mia sorella aveva senso dell'umorismo e raccontava bene le barzellette. Quando le dissi che ero omosessuale mi raccontò la storiella di quel frocio che al banco della frutta ordinava due banane così almeno una la mangiava.

“Chiquita boy”, mi disse, “da adesso ti chiamo così”.

“Non farlo di nuovo”, le urlai.

Mi diede una botta in piena fronte con il palmo della mano, “stai calma, checca”, disse masticandomi la gomma in faccia per impressionarmi, “il mondo là fuori sarà molto più feroce. Adesso stammi a sentire, tu questa cosa non la devi dire a nessuno, non ti lasceranno fare come vuoi”, l’odore di vernice del suo smalto mi bruciava in gola, “a casa non devono saperlo, è un problema tuo".

Aveva tre anni più di me e ogni sera veniva a prenderla un ragazzo diverso. Nel quartiere si dicevano cose di lei, tutte infami, tutte vere, ma la sua vita era quella, ogni sera su un sedile diverso. Avevo installato un software per rubare le password sul suo pc e la sua posta elettronica era un inferno di cazzi e di appuntamenti. La mattina andava in un albergo alla ferrovia con le lenzuola di carta e i bicchieri monouso e per una mezz’ora lei chiedeva un cadeau. Usava quella parola ridicola in ogni email. Lei miss cadeau io chiquita boy.

Miss cadeau era tutto quello che volevo essere, unghie dipinte e niente senso di appartenenza. Lei era di tutti quelli che se la volevano fare, una specie di bene pubblico, ed era anche di mia mamma, quando piangeva perché avevano scritto con lo smalto nero nell’ascensore che la figlia era una troia con lo smalto nero e io non avevo fatto in tempo a cancellarlo. La vita di miss cadeau era una svendita di carne permanente.

Quando restò incinta mia mamma abbassò gli occhiali per metterla bene a fuoco e disse che se ne doveva andare. Mettemmo le cose nelle buste e l’accompagnai in una stanza a Ponticelli. C’era un fornello, un materasso per terra e la tenda di plastica attorno la doccia.  Miss cadeau contò i soldi di ferro nel borsellino a forma di farfallina, scrisse un numero di telefono su un pezzo di carta e io le accarezzai i capelli che sapevano di baby shampoo johnson’s.

Trovò lavoro in un videonoleggio a Portici. La pancia non si vedeva ancora e miss cadeau adesso vestiva con una salopette di jeans e i capelli legati. Quando il proprietario non c’era andavo al videonoleggio, mi sedevo su una sedia di ferro e sfogliavo i cataloghi. Parlavamo della bambina, e leggevamo i nomi delle attrici sulle locandine dei film per sceglierne uno bello, pieno di significato. Miss cadeau  voleva per la figlia uno stracazzo di nome magico.

Decidemmo di chiamarla “Il favoloso mondo di Amelie”.

Il favoloso mondo di Amelie nacque con un dito in meno alla mano sinistra e quello doveva essere il segno del suo potere magico. Cercammo su internet il costo di una protesi di un dito robotico che sembrasse vero, ma non trovammo niente, bisognava andare in ospedale e spiegare la situazione ai medici. Miss cadeau disse che una volta grande, le avrebbe fatto trapiantare il suo dito.

Mi trasferii nella stanza di Ponticelli la settimana seguente. Prima di andare, rubai la collanina d’oro di mia mamma e gli orecchini di perla. Arrivai a casa di miss cadeau con un passeggino che sembrava fatto su misura per Il favoloso mondo di Amelie, così potemmo toglierla dal carrello del supermercato che avevamo rubato al parcheggio dell’Ipercoop.

Nonostante il dito in meno, Il favoloso mondo di Amelie sembrava intelligente. Non piangeva, mi guardava fisso negli occhi, aveva sei settimane ma cristo dio era già matura per la sua età. Aspettavo che miss cadeau finisse il turno al video noleggio dondolando il passeggino e poi ritornavamo alla stanza. Certe volte per strada miss cadeau piangeva, poi chiedeva scusa a me e Il favoloso mondo di Amelie e diceva ad alta voce che non potevamo permetterci di piangere.

Conobbi Ruggiero quando Il favoloso mondo di Amelie compì quattro mesi. Feci la prima volta l’amore a diciassette anni sul materasso di miss cadeau mentre Il favoloso mondo di Amelie dormiva nella doccia. Misi la tendina di plastica attorno alla carrozzina perché non volevo che sentisse, ma lei comprese la situazione e si addormentò subito. Mi innamorai di Ruggiero e del suo corpo. Pensai che fossimo più carne che anima o che comunque non erano stati bilanciati bene gli elementi e che tutto, eccetto Il favoloso mondo di Amelie, fosse corrotto e magnifico.

Una sera Ruggiero disse a miss cadeau che Il favoloso mondo di Amelie era un nome stronzissimo e lei lo ferì a un braccio con un coltello. Il sangue schizzò sulla parete e le gocce che caddero sul pavimento disegnarono dei cerchi sferici rosso intenso. Medicammo Ruggiero con un pannolino e il nastro isolante. Miss cadeau non gli chiese scusa, nessuno poteva toccare Il favoloso mondo di Amelie.

Avevo il terrore di comprare un giocattolo perché temevo che Il favoloso mondo di Amelie non fosse capace di tenerlo a causa del dito in meno. Per fare una prova le diedi da stringere lo spazzolino e lei lo strinse forte per farmi capire che poteva fare qualunque cosa. Quella sera festeggiammo, io, miss cadeau, Ruggiero e Il favoloso mondo di Amelie ebbe il suo primo sonaglio.

Ruggiero mi lasciò tre mesi dopo quando la culla di Il favoloso mondo di Amelie era piena di sonagli. Gli chiesi di restare anche se adesso stava insieme a quell’altro conosciuto all’università. Lo avrei aspettato, avrei amato io per tutti e due, mi disse che non era possibile e che sotto casa c’era una macchina che lo avrebbe portato in un albergo al centro storico a fare l’amore tutta la notte. Miss cadeau mi spiegò che esisteva il paradiso perché esisteva l’inferno e che l’uno senza l’altro non valevano niente e che si stava di qua e di là per un po’. Quella notte dormimmo tutti e tre sul materasso e mi lasciò stringere Il favoloso mondo di Amelie e sentire il suo fiato sulla mia spalla.

Prendemmo in gestione una pompa di benzina. Non era molto lontano da casa nostra, si arrivava a piedi prendendo delle strade interne e tagliando per il ponte della vesuviana. Quando tornavamo la sera c’erano dei cani pazzi che ci abbaiavano da dietro i cancelli e miss cadeau riempiva il cancello di calci e gli urlava che lei era più pazza di loro. Alla pompa di benzina c’era un piazzale di pochi metri quadrati, una sola pompa e un gabbiotto di metallo dove dentro potevamo starci tutti e tre. Bastarono pochi giorni per abituarci all’odore della benzina. All’inizio sembrava di masticare la carta stagnola, poi non si sentiva più. Avevamo paura per Il favoloso mondo di Amelie e cercavamo di tenerla tutto il giorno nel gabbiotto per non farle respirare il piombo. Mettemmo una tenda di stoffa pesante all’ingresso del gabbiotto, più comoda da aprire rispetto a una porta e pensammo che avrebbe respirato il piombo al posto del Il favoloso mondo di Amelie. Non stabilimmo dei turni perché nessuno voleva lasciare da solo l’altro, e poi io e miss cadeau insieme potevamo respirare tutto il piombo che c’era nell’aria, perché quattro polmoni erano più capaci di due. Prima di andare via la sera, mettevamo una catena con un lucchetto e al centro pendeva un cartello con scritto chiuso. Mettemmo un’insegna. La disegnò miss cadeau con lo smalto impiegandoci una settimana intera interrompendo il lavoro a ogni macchina che si fermava. La disegnò usando la porta di un armadio che qualcuno aveva abbandonato durante la notte vicino la catena. C’era scritto in tre colori diversi “Pompa di benzina Il favoloso mondo di Amelie - Miss cadeau - Cichuita boy ”.

Appoggiammo l’insegna su una sedia all’ingresso della pompa e i clienti più divertenti volevano sapere a chi di noi appartenessero esattamente quei nomi.

“Sembra il nome di un circo”, dissi.

“Infatti”, disse miss cadeau.

Comprammo un distributore di bibite e facemmo un cattivo affare. Avevamo sfogliato dei cataloghi e  decidemmo per un modello neanche troppo costoso che poteva contenere sette tipi di bibite. Nessuno scendeva dalla macchina per comprare la coca cola. All’inizio miss cadeau chiedeva se volessero qualcosa da bere, ma tutti chiedevano solo benzina. Miss cadeau aveva speso mille e duecento euro per quel coso e una notte uscì di casa da sola e andò a distruggerlo con un martello. Chiese scusa a Il favoloso mondo di Amelie e promise che in futuro sarebbe stata più attenta. Comunque gli affari alla pompa andavano bene e il distributore di coca cola fu il solo evento negativo.

L’inverno seguente Il favoloso mondo di Amelie si tenne da sola sulle gambe. Era un martedì mattina verso le undici, uscì dal gabbiotto barcollando, ma era in piedi, e in mano stringeva uno spazzolino, e venne a restituirmelo. Dovette essere la potenza di quella scena, ma sia io che miss cadeau pensammo che sarebbe arrivata lontano.

Legammo Il favoloso mondo di Amelie alla pompa con una corda di dieci metri perché non volevamo che andasse in strada. Avevo preparato un’imbragatura da mettere attorno le spalle che lei provava a sfilarsi piangendo. Poi si abituò, come alla puzza del piombo, a vivere la vita che le era toccata in sorte. Il mese successivo, valutando il carattere altamente responsabile di Il favoloso mondo di Amelie, allungammo la corda di due metri così che potesse arrivare fino alla fontanina dietro il gabbiotto e alla catena.

A maggio miss cadeau conobbe Sergio e si sposarono in chiesa tre mesi dopo. Il favoloso mondo di Amelie era vestita di rosa e in chiesa non avevamo invitato nostra madre. In tutto, compreso gli sposi eravamo sette persone. Facemmo la festa di nozze alla pompa di benzina. Comprammo due chili di piccola pasticceria e pasta di mandorle e da bere avevamo il vermut. Miss cadeau si fece una foto mentre metteva la benzina vestita da sposa e tutti quelli che passavano suonavano il clacson.

Ad agosto Sergio lasciò miss cadeau perché non era più innamorato di lei. Della loro storia d’amore restarono le rate da pagare del frigorifero nuovo e del letto con il cassettone che avevano comprato.

Il primo di ottobre vennero due assistenti sociali a dirci che non potevamo tenere Il favoloso mondo di Amelie legata all’interno di una pompa di benzina. La tenemmo nascosta in casa per un mese, per paura che la prendessero, poi sparirono e Il favoloso mondo di Amelie ritornò con noi alla pompa.

Nel frattempo Miss cadeau aveva cominciato a uscire con un dentista. Disse che prima che l’avrebbe lasciata voleva farsi aggiustare i denti. Poi alzò il mio labbro e disse che anche i miei erano da rifare. Così ogni martedì sera per un mese andai dal dentista. Ricostruì con della resina il pezzo di un dente che si era staccato, poi, il terzo martedì il dentista mi baciò. Andai da lui tutte le sere anche dopo che i miei denti erano nuovi. Mi penetrava a lungo, con dolcezza, poi aumentava il ritmo, mi premeva la testa contro lo schienale della sedia e mi diceva che da quando si era sposato, non era mai stato tanto felice come lo era con me.

“Troia”, disse miss cadeau, “ti sei preso il dentista”, poi mi passò la mano tra i capelli, “guarda che quello è sposato”.

Il dentista mi chiese di fare un breve viaggio con lui a Madrid. C’era una convention pagata da una casa produttrice di resine per dentiere e lui poteva portare un'altra persona. Ci accompagnò sua moglie all’aeroporto. Era una donna esile, bionda, con un gradiente di abbronzatura artificiale sul viso. Il dentista le disse che io ero il suo nuovo assistente, lei mi strinse la mano e mi augurò una buona sorte. Alla convention non ci andammo nemmeno un giorno, restammo chiusi in questo albergo a Plaza de Espana per due giorni e due notti. Il dentista mi leccava con dolcezza il glande, mi diceva che se le cose non stavano in quella maniera, avrebbe voluto vivere con me. Mi sentivo felice, amato. Il pomeriggio prendevamo una pausa e andavamo in uno Starbucks dove servivano dei cappuccini gelati che mi ghiacciavano le tempie.

“Non fa male ai denti questa roba?”, gli chiesi.

Il dentista alzò le spalle.

Comprai una calamita a forma di torero a miss cadeau e una maglietta con scritto I love Espana con le pagliettes a Il favoloso mondo di Amelie. Ripartimmo per Napoli il giorno seguente con il volo AZ834 dell’Iberia. La sera stessa il dentista disse che non ci potevamo più vedere. Mi diede un assegno di mille euro e aggiunse che il lavoro ai denti che mi aveva fatto veniva altri mille euro e che mi potevo ritenere ben pagato. Con quei soldi comprammo una Citroen bianca di tredici anni e Il favoloso mondo di Amelie fece il suo primo giro in macchina.

Non piansi nemmeno una lacrima nonostante gli sforzi. Continuai a servire benzina e a pensare che Il favoloso mondo di Amelie fosse un motivo buono per essere là. Nel frattempo miss cadeau aveva messo su una piccola attività con l’unica cosa che davvero sapesse usare: lo smalto. Con uno smalto indelebile faceva a poco prezzo dei disegni sulle carrozzerie delle macchine. Scriveva delle frasi stupide, spesso nomi di donne o i colori del Napoli. Venti euro a macchina e in un giorno buono ne faceva anche quattro.

Il numero dieci fu il primo problema che Il favoloso mondo di Amelie dovette affrontare. Lei apriva le mani e quando arrivava a nove, le mostrammo come mettere il suo naso proprio sopra lo spazio in mezzo alla mano che le avanzava e arrivare fino a dieci. Ma per comodità io e miss cadeau avevamo regolato tutto su il numero nove. Nella nostra pompa di benzina non c’era nulla che non potesse essere contato con cinque dita di una mano e quattro dell’altra.

Coi soldi delle scritte con lo smalto miss cadeau andò dal parrucchiere e si fece tagliare i capelli a caschetto. La stessa sorte toccò a Il favoloso mondo di Amelie. Erano uguali, e solo quella sera capii che miss cadeau l’aveva concepito da sola. La settimana successiva al taglio dei capelli, Il favoloso mondo di Amelie mise il suo primo dente e miss cadeau disse che adesso poteva prendere a morsi il mondo.

Ruggiero ritornò il dodici dicembre. Mise il suo naso sul mio collo e mi chiese di restare immobile così, per tutta la vita. Miss cadeau uscì dal gabbiotto.

“Se lo fai piangere di nuovo, ti taglio due dita, così una la incollo alla mano di Il favoloso mondo di Amelie”.

 
     
 

 

Solo gli scemi corrono

Nonostante mio padre fosse ancora vivo mia madre mise al collo un medaglina con la sua foto incisa su uno sfondo dorato.

“Lo faccio per abituarmi al dolore della perdita”, disse mentre si incollava un cerotto alla nicotina dietro il collo.

Pensava di dare un anticipo al dolore, di scontarlo a rate. Mio padre si grattava le palle ogni volta che la incrociava nel corridoio e una volta la minacciò con la forbice.

“Togliti questa cosa!”, le urlò.

“Tu non capisci”, disse lei con un fremito delle labbra.

Mio padre allora le fece sentire la punta della forbice sulla pancia.

“Infilamela fino alla schiena, non ti voglio sopravvivere”, e cominciò a spingere la pancia in avanti.

“Tu sei pazza”, le disse portandosi un dito nella tempia nel gesto universale della pazzia.

Abituatosi all’idea della sua morte, mio padre stesso cominciò a vivere i restanti giorni della sua vita da defunto con una leggerezza sovrannaturale considerando oramai l’episodio più nefasto della sua vita accaduto. Insomma mia madre gli aveva dato la seconda possibilità e fece quello che avrebbe sempre voluto fare della sua vita, il teatro.

In linea di massima se una persona non ha mai recitato fino a trentanove anni non dovrebbe mai iscriversi a un corso di teatro trovato su un volantino. Ricordo con una certa precisione quando a casa aprì quel foglio di carta piegato in tanti quadrati simmetrici e ne uscì un volantino con un orario, un posto e un numero di telefono. Mia madre stava friggendo l’hamburger con la sottiletta sciolta sopra sulla piastra e quando mio padre lesse ad alta voce, “corso di teatro per principianti”, si fece il segno della croce, incollò sul suo avambraccio un cerotto alla nicotina e raccolse la sottiletta fusa che colava sulla piastra. Mio padre alzò la forchetta al cielo come avrebbe fatto un prete e la piantò nel legno del tavolo infilzando il volantino e facendo tremare le mattonelle sbilenche della nostra cucina.

Il vecchio mi portava con sé alle prove nell’intento di salvarmi dalla superstizione di mia madre. Mi piaceva come usava quella parola, perché faceva in modo che il significato fosse più ampio e che comprendesse ogni cosa stupida fatta da mia madre. Il teatro era uno scantinato umido con dei tubi che colavano acqua dal soffitto. Prima che la compagnia del ragno, così c’era scritto sul volantino, allestisse quello spazio a teatro, c’era una sartoria e tre manichini mutilati stavano stesi nel corridoio e mi piaceva pensare che la notte si animassero e che recitassero sulla pedana che usavano da palcoscenico. Allora mio padre mi vedeva assorto, arrivava da dietro e mi dava uno schiaffo, “smettila, diventerai scemo come tua madre”.

Era un cane, uguale agli altri che stavano là sul palco con lui, però le sue battute erano piene di parole affilate e luminose come la carta argentata che la cassa armonica del suo petto faceva risuonare ed esplodere e anche i manichini sembravano girarsi quando toccava a lui parlare.

Proprio in quel periodo a casa nostra venne a stare Annabella, una cugina di mia madre che aveva perso il lavoro a Torino. Faceva le pulizie in un’impresa che aveva in gestione scuole e uffici e dava la colpa alle polacche che erano arrivate a migliaia con gli autobus. Diceva che erano tutte bellissime e che lavoravano per la metà dei soldi e ogni volta che la sentivamo dire “quelle zoccole”, sapevamo già di chi stava parlando.

Annabella aveva i capelli lunghi e ricci, una tartaruga tatuata sul braccio e pensai che le polacche dovessero essere magnifiche perché né io né mio padre una femmina come Annabella l’avevamo mai vista. La sua pelle odorava di miele e i suoi denti bianchi come le vigorsol.

Era stata mia madre stessa a dire che i tatuaggi li portavano solo le persone sporche. Lo disse quindici anni prima quando mi vietò di tatuarmi sul collo la figurina dell’uomo tigre che uscì dalle gomme e mai avrei pensato che una femmina si facesse un tatuaggio enorme e colorato e l’accostamento delle parole “Annabella” e “sporca” mi faceva girare la testa.

Mi chiudevo in bagno a menarmelo pensando ad Annabella. Stendevo una striscia di carta igienica sulla pancia e con la tavoletta di plastica che ballava sotto il culo davo fondo a quello che pensavo fosse un grande amore. Tirarmi l’uccello divenne l’unica cosa sensata che potessi fare e mio padre aveva voglia di bussare alla porta per esercitarsi davanti allo specchio.

“Un minuto”, gli dicevo.

“Esci da questo cazzo di bagno!”, urlava.

“Lascialo stare!”, urlava ancora mia madre.

“Lo so io quello schifoso che sta facendo là dentro”.

Uscivo simulando una contrazione della pancia, mia mamma mi veniva incontro, “ti fa male la pancina vero?”.

“Puoi pigliare per il culo a questa scimunita”, indicando mia madre, “ma non me”.

Il vecchio la sapeva lunga in fatto di seghe e pensai che mi portasse alle prove del teatro con lui per lasciarmi meno tempo possibile con Annabella in casa. E forse lui stesso, voleva stare lontano da casa.

Comunque anche lui aveva cominciato a farsi la barba e a spruzzarsi la camicia con il pino silvestre, perché la presenza di Annabella aveva innestato una specie di competizione tra me e lui. Mia mamma intensificò le preghiere per l’anima di mio padre andando a messa tutti i pomeriggi e una volta aveva fatto venire la statua della madonna a casa. A turno tutte le signore del palazzo lo facevano e un giorno ci trovammo la casa piena di vecchie e mio padre pensò che mia madre gli avesse organizzato l’anteprima del funerale. Entrò nella stanza dove c’era la statua, si fece il segno della croce e poi cacciò tutte le vecchie. Anche Annabella stava là a pregare, però non aveva la stessa convinzione delle altre vecchie e ogni tanto usciva fuori il balcone a fumare.

Il giorno seguente accompagnai Annabella a parlare con una persona che si occupava di trovare il lavoro alle persone nel quartiere. Era uno zingaro e si chiamava Musuk. All’inizio piazzava gli altri rumeni, poi i polacchi, gli ucraini e poi cominciarono ad andare da lui anche quelli del mio quartiere. Mia madre aveva chiesto a mia sorella Isabella di accompagnarci, ma a lei Annabella non  piaceva.

“Tua sorella mi odia”, disse. Aveva tredici anni più di me però a volte faceva la voce da ragazzina, poi porgendomi il pacchetto di sigarette mi disse: “fumi?”.

Il cuore mi esplose sotto la canottiera, Annabella, una femmina di classe superlusso, sporca con il tatuaggio sul braccio che non era da escludere che fosse stata in galera, pensò per un istante che io fumassi. Una delle gratificazioni più grandi, un attestato di virilità, quello era il mio tatuaggio sulla schiena.

“Ho smesso”, dissi.

Avevo quattordici anni, ma quando cazzo avrei avuto il tempo di smettere? Comunque sembrò crederci, fui contento di averle mentito e decisi di cominciare a fumare da subito. Comprai alla macchinetta sul Corso San Giovanni un pacchetto di Camel Light per via del colore del pacchetto. Provai a fumarne una, ma non riuscivo a capire bene se il fumo si doveva ingoiare o risputare fuori, ma il punto non era quello, volevo che Annabella trovasse le sigarette in giro nella nostra stanza. Solo che le trovò prima mio padre e premendomi con delicatezza la punta di un giravite sul collo mi chiese che cosa mi fossi messo in testa.

“Lascialo!”, gridò mia mamma toccando la medaglina appesa al collo come se l’anima defunta di mio padre potesse fermare il suo corpo indemoniato. Poi mio padre spostò il giravite dal mio collo e mise la sua faccia vicino la mia, quando mi fu abbastanza vicino disse: “questo si chiama metodo Stanislavskij, il maestro del corso di teatro dice che mi affiderà la parte di un camorrista in un’opera astratta che lui stesso ha composto”.

“Astratta?”, ripeté mia madre.

“Astratta”, confermò lui, “che vi credete tutti e tre”, mia sorella nemmeno lo stava a sentire, “il teatro sta nella testa degli spettatori, il messaggio arriva anche se le scene sono spostate nel tempo, se la scenografia è surreale, Godot?, che ne sapete voi di Godot!”.

“Godot è una stronzata”, disse Isabella.

“Taci!”, urlò mio padre e pensavo che l’avrebbe uccisa, “è per colpa vostra che sono qui a fare questa vita misera, e quanto è vero iddio, gli ultimi sforzi dei miei polmoni saranno sacrificati sull’altare sacro del teatro, ma voi, guardatevi, avete qualcosa di sacro nella vita? che volete capire, siete delle miserabili sanguisughe”.

Annabella dormiva nella stanza con me e Isabella. Nostra madre le aveva messo la brandina che usavamo quando veniva a dormire la nonna e l’aveva messa al centro della stanza, alla stessa distanza dal letto mio e da quello di Isabella. Dio mio, la notte era un inferno saperla a pochi metri dal legno del mio letto e il suo odore mi sbatteva forte nel naso e certe volte respiravo così forte che mi usciva il sangue dal naso e mia madre doveva tamponarmi l’emorragia con delle strisce di carta igienica.

“Non metterti strane idee in testa”, mi disse Annabella un pomeriggio, “tua madre mi ospita in casa sua ed hai la metà dei miei anni. E poi tua sorella ha minacciato di mettermi il veleno per i topi nel caffè se ti sono troppo vicina”.

Da cosa mi proteggeva la mia famiglia? Maledetti.

Mia madre si faceva il segno della croce tutte le volte che la vedeva, io mi faceva un sega, mia sorella voleva ucciderla, mio padre aveva cominciato a vestire elegante. Più o meno dalle conseguenze di poteva valutare la portata del caso Annabella.

La sera che il vecchio ci stava lasciando la pelle Annabella era vestita benissimo. Aveva una gonna corta e una camicia coi primi bottoni aperti. Eravamo in cucina, mio padre cadde con gli occhi girati all’indietro. Restammo paralizzati perché il vecchio aveva sempre detto che ci avrebbe ammazzati tutti e quando lo vedemmo con la gamba che tremava e la sedia capovolta pensammo che ci avesse detto solo stronzate fino a quel momento. La prima ad avvicinarsi fu mia madre, aveva ancora un mestolo in mano, lo teneva stretto come una rabdomante al ramo e quando gli fu vicino si buscò un calcio in pieno culo da mio padre. È un riflesso nervoso, si sarebbe detto in seguito, ma in realtà mio padre portava a termine l’ultimo desiderio caso mai non avesse riaperto gli occhi. Mia sorella chiamò l’ambulanza, mia mamma gli teneva la lingua di fuori e Annabella mi abbracciò forte e io affondai la testa in mezzo alle sue morbidissime zizze. Il vecchio non morì, quelli dell’ambulanza neanche se lo portarono all’ospedale, gli fecero un’iniezione e lui riaprì quegli occhi da diavolo. Avevo ancora nelle narici l’odore buono delle tette di Annabella e adesso che il vecchio stava nuovamente imprecando contro mia mamma in quella che si poteva dire la sua terza vita, Annabella un poco mi guardava strano.

La settimana seguente, grazie all’aiuto dello zingaro, Annabella cominciò a lavorare in un negozio di fotocopie. Stava tutto il giorno in piedi e la sera aveva le mani piene di inchiostro, inoltre le braccia avevano dei piccoli tagli che si procurava maneggiando i fogli di carta che a sua detta erano affilatissimi. L’aspettavo sul marciapiede di fronte, camminavo su e giù, facevo in modo che mi vedesse attraverso la vetrina. Quella sera che c’era la recita del vecchio al canile, come lo chiamava mio sorella, io ero vestito bene, sarei andato là con Annabella, mio padre aveva detto che avrebbe fatto una variazione sul copione per stupire il regista perché l’arte è un cavallo che non si può domare. Ma quella sera oltre a me c’era una macchina ferma. Quando Annabella uscì, mi vide e quello con la macchina suonò il clacson. Io feci un po’ la faccia da scemo, ero vestito benissimo, Annabella restò un po’ sospesa tra me e la macchina, poi mi venne vicino, mi disse “stasera non puoi accompagnarmi”, mi passò una mano nei capelli e mi diede un bacetto sulle labbra. Allora io cominciai a correre verso il teatro, già sentivo la voce del vecchio far girare i manichini, adesso Annabella era la mia ragazza, mi aveva baciato, quello della macchina oramai sapeva tutto di noi, e corsi forte, il vento mi gonfiava la maglietta buona, mio padre diceva che ero uno scemo e solo gli scemi corrono quando non sanno cosa fare, ma era stato lui stesso a parlarmi dei cavalli che nessuno poteva tenerli fermi.

 
     
 

Storia corta

Mio nonno smise di lavarsi i denti il 4 novembre 1979. Lo annunciò a tavola quando terminò di cenare. Mia madre spense la sigaretta nel piatto e disse che per lei andava bene. Il nonno respirò forte e annunciò che da quel giorno avrebbe parlato pochissimo e che le sue poche parole avrebbero ucciso.

I primi giorni pensavamo che fosse per via del dolore alla spalla che non ce la faceva a lavarsi i denti, poi il suo spazzolino diventò secco e l’estate seguente il caldo lo fece spezzare. Se faceva un colpo di tosse a Piazza Garibaldi noi lo sentivamo.

La puzza è cresciuta lentamente per i primi due mesi, poi si è stabilizzata raggiungendo il massimo della potenza verso la nona settimana. Io però ero piccolo, avevo sei anni e certi ingranaggi della mente non li capivo. Per me quello era l’odore del nonno e neanche me lo ricordavo che un tempo il suo fiato avesse un odore diverso. Quando morì, i becchini che dal letto lo infilarono nella bara non ci potevano credere. Dissero che secondo loro il vecchio doveva essere morto da almeno dieci mesi per come puzzava.

“Avvitate bene il coperchio”, disse mia mamma.

C’era parecchia gente a casa a salutarlo e sotto il palazzo avevano messo una ghirlanda con dei nomi scritti su una stoffa viola. Bisognava girare la testa per seguire il verso delle parole e io comunque conoscevo le lettere solo fino alla m, il nonno non aveva fatto in tempo a parlarmi delle altre lettere. Però il concetto di morte me lo aveva spiegato per bene.

“Lascialo stare”, gli urlava mia mamma quando lo sentiva raccontarmi della morte.

“Lo deve sapere adesso”, gli urlava lui.

“Ha solo otto anni”, diceva lei.

“È tardi, cristiddio è tardissimo”.

E poi attaccava a raccontarmi la storia di Elvira, la puttana che l’aveva nascosto in casa quando aveva sparato nel ginocchio a quello che gli aveva rubato la macchina. L’aveva tenuto in una casa di piazza Nazionale per quattro mesi ed Elvira era innamorata e divideva con lui i soldi. Poi Elvira era morta di una malattia e perciò quando mi parlava della morte si partiva sempre parlando del chiavare, perché lui diceva che morire e chiavare sono la stessa cosa, sono cose che si devono fare per forza.

Prima di morire il nonno mi lasciò la fotografia di Elvira. C’erano scritte delle cose dietro, una poesia che il nonno le aveva scritto, e che mi aveva letto così tante volte che la conoscevo a memoria, senza sapere se effettivamente quelle parole corrispondessero a quei tratti di inchiostro dietro la fotografia. Perciò ero ansioso di imparare a leggere oltre la lettera m, perché il nonno mi diceva che il bello veniva proprio dopo la m. Non era bella come mi raccontava, la faccia era troppo lunga e dalla fotografia non si poteva né sentire l’odore del suo collo né provare come faceva il caffè e secondo il nonno, io mi perdevo il meglio di lei.

Al funerale io avevo una magliettina gialla e mia madre mi diceva continuamente di non allontanarmi. Aveva riempito la stanza di fiori e di piccola candele profumate, ma il fiato del nonno usciva prepotente dalla sua bocca chiusa e le finestre aperte non potevano niente. Non si sapeva mai come vestirsi ai funerali, zia Sofia aveva detto a mia mamma che non andava bene che io avessi la maglietta gialla, non sta bene vestirsi colorati, per i vicini più che altro. Il nonno mi aveva spiegato per bene come funzionava la procedura della morte, mille volte. Un giorno smetti di respirare,ti mettono in una bara, ti infilano sottoterra e statti bene al cazzo. Questo era tutto quello che c’era da sapere sulla morte e non dovevo credere a nessun’altra storia. Perciò presi la fotografia di Elvira e facendo finta di leggere cominciai a recitare a voce alta in mezzo a tutti quelli che erano là: “grandissima e amatissima puttana mia, il culo tuo è una caverna calda dove m’infilo e muoio”, e poi arrivò mia mamma e mi diede uno schiaffo dietro il collo. 

 

 

 

 

 

 
  Volume



 
 

Monica era stata battezzata dal guardiano dell’Esselunga di Viale Ripamonti. L’aveva vista nei monitor del circuito chiuso mentre rubava un fermacapelli. Lo teneva in testa come una corona. Quando l’uomo le chiese come si chiamasse lei rispose: Monica. Le venne in mente il nome della ragazza che fuori la scuola le lanciò un uovo e le urlò cinese di merda. Il guardiano la portò nella control room. Passarono per un corridoio stretto con i tubi dell’aria condizionata appesi sotto il soffitto. Chiuse la porta, la fece inginocchiare e le disse di aprire la bocca. Fu in quel momento che Monica decise che quello sarebbe stato il suo vero nome, non quei segni impronunciabili che i genitori le avevano scelto. Se gli altri non sanno leggere il tuo nome allora non esisti. Mentre l’uomo le teneva la mano sulla nuca per dettare il ritmo, monica pensò che l’unico peccato mortale che veramente aveva da farsi perdonare era di non essere italiana e succhiando, chiese l’assoluzione.

In giro però continuavano a chiamarla la cinese. La madre una mattina la chiese dove avesse preso quel giubbino nuovo. L’aveva aspettata tutta la notte nel kebab all’angolo e Ramis le diede una sedia vicino la vetrina. La città era piena di cani che si muovevano come comete impazzite. Quelli del kebab non avevano il coraggio di dirle che alle due avrebbero chiuso, ma lei capì quando cominciarono a lavare e tornò a casa. Monica arrivò che il sole era alto, andò a sciacquarsi la bocca col colluttorio e sputando nel lavandino disse alla mamma che era una cinese di merda e che non doveva più chiedere niente.

Potevi fartela per poco, per molto meno di un giubbino. Una Ceres, una pasticca, una striscia e la cinese si faceva perdonare quegli occhi deformi e quella pelle troppo chiara nel bagno di Feltrinelli, nel bagno dell’Hollywood, nel parcheggio del Garden. Scoprì che Milano era fatta di interstizi nei quali infilarsi e di un milione di bagni pronti ad ospitare le tue ginocchia. Il peccato si poteva espiare in ogni punto della città. L’unica cosa che davvero importava alla cinese era ascoltare la musica quadrata, precisa, geometrica delle discoteche. Un miliardo di watt le rimbombavano nella pancia, ogni pasticca che si guadagnava nei bagni era un metro più vicino alle casse. Ci voleva coraggio per farsi sotto. L’urto sonoro ti faceva vibrare le viscere. Più volume, più pasticche, più strisce da spararsi nel naso.

Con gli occhi pieni di mdma Milano era stupenda. Le luci delle macchine si confondevano veloci sulla retina mentre infilava il collo esile nel giaccone. Mangiò in un macdonald’s. Si sedette a un minuscolo tavolino al piano di sopra. I neon bianchi erano stelle di venti watt, costellazioni made in china.  Fece segno a uno dei ragazzi dietro al bancone che alla fine capì. Si chiusero nel bagno, lui le passò dieci euro rubati dalla cassa e lei si inginocchiò. Padre nostro che sei nei cieli aiutami a pronunciare bene la erre. Non appena le ginocchia toccarono le mattonelle di nuovo una musica forte prese a batterle nel cervello. Poco dopo era  a casa del ragazzo. Un appartamento con il parato e un divano. Era china su un tavolino a tirare un striscia di speed e a ballare la stessa musica che non usciva più dal cervello. Ancora in giro.

La conoscevano tutti la cinese, era la star dei posti che non chiudevano mai. Lei arrivava al bancone, le pupille erano strette, qualcuno la salutava, poi cominciavano ad arrivare. Si avvicinavano con cautela perché vista l’ora tarda, la cinese era l’ultima possibilità che Milano aveva di svuotarsi nel bagno di un lounge bar o sul sedile di dietro di una bmw. Era l’ultima possibilità che Milano aveva di perdonare e di purificarsi. Alle quattro di notte la cinese era la sedicenne più preziosa della città.

 

 

 

 

 

 

 

 
  Sessanta

 

Mia mamma mi ha partorito senza dolore sul sedile di dietro di una Fiat 127. Quando ha sentito che aveva le contrazioni ha parcheggiato nella piazzola di sosta della tangenziale, si è seduta dietro e ha acceso una camel light. Era buio e non c’era nessuna maniera di chiamare qualcuno. Prese le gocce di Novalgina che teneva sempre nella borsetta e ne mise sessanta sotto la lingua. Ogni camion che passava la 127 tremava e c’era il rischio che la forma a incudine della macchina di per sé non fosse abbastanza aerodinamica a sopportare tutto quel vento. C’era il rischio di ribaltarsi e finire prima di cominciare. Mia mamma strappò il rosario che c’aveva appeso sotto lo specchietto e guardando la croce disse a Cristo che stava tirando troppo la corda e che sessanta gocce di Novalgina non sarebbero bastate per molto, quindi almeno, bisognava darsi una mossa. Quando venni fuori mia mamma mi appoggiò sul sedile davanti, bruciò il cordone ombelicale con l’accendino della 127 e mi avvolse nelle pagine di un Tuttocittà del millenovecentosettantaquattro che teneva nel portaoggetti perché lei le strade non riusciva a impararle. Nell’ottanta poi sarebbe venuto il terremoto e molte tavole del Tuttocittà bisognò ridisegnarle. Quando tutto fu finito, io ero avvolto in uno strato di pagine con le pubblicità di aziende di traslochi e numeri di radiotaxi, mia mamma mise la freccia a sinistra e guidò verso l’ospedale Loreto mare macchiando di sangue il volante e il cambio. Il casellante della tangenziale di Corso Malta quando la vide inzuppata e madida le chiese se avesse bisogno di qualcosa.

“Li sai mettere i punti?”.

“No?”.

“E allora alza questa cosa, muoviti”.

Parcheggiò sulla rampa del pronto soccorso. Un infermiere le disse che non si poteva stare là. Lei allora gli lasciò le chiavi e gli disse di metterla dove gli pareva e uscì con un cartoccio umido di carta da giornale.

“Dove l’ha trovato?”, disse il primo medico che la vide e “non si può fumare qua dentro”, le disse un altro. È a quel punto che ci presero a tutti. A lei la stesero su una lettiga ricoperta da un lenzuolo con scritto il nome dell’aziende ospedaliera e le infilarono una flebo nel braccio. Io invece venni portarono in una sala più piccola dove mi misurarono la temperatura, mi contarono le dita dei piedi, mi pesarono e cercarono di capire quanto fosse conforme alla legge un figlio nato da una femmina che mentre continuava a perdere sangue fumava le camel light.

 

Quando mio padre arrivò all’ospedale la prima cosa che mia mamma gli disse fu: “avevo paura di incontrare tua moglie. Si sarebbe messa a urlare come la volta scorsa al supermercato. Tua moglie mi odia”.

“Dove l’hanno messo?”, disse lui, che adesso poteva parlare di me come unità fisica indipendente.

Mia mamma fece un cenno con la testa per fargli capire dove mi avevano portato. Mio padre allora si fece spiegare da un’infermiera io chi fossi in mezzo a decine di altri ragazzini nelle mie stesse condizioni e restò a guardarmi attraverso un vetro. Appoggiò le mani e cominciò a contare muovendo la testa. Quando mi vide dovette pensare che io e lui non ci assomigliavamo e che adesso a quella ragazza che aveva partorito da sola sulla tangenziale qualcosa bisognava dirle, ma pure alla moglie, che già una volta colla forbice da cucina aveva provato a infilzarlo. L’avevo rovinato. E lui che era un vigliacco, si chiedeva cosa gli sarebbe successo adesso e se  c’aveva le stesse palle che c’avevano tutti gli altri uomini, o almeno le stesse di quell’altro che poi era mio nonno. Allora si disse che da qualche parte bisognava cominciare, andò al telefono a gettoni dell’ospedale e con due gettoni, e senza respirare, spiegò alla moglie che da quel momento le cose erano cambiate. Non aveva casa, non aveva lavoro, era così povero da sentirsi libero, la moglie non gli poteva togliere niente. Quando il secondo gettone cadde nella pancia del telefono lui le chiese scusa e lei gli disse che era un pezzo di merda, lui le chiese nuovamente scusa e lei di nuovo che era un pezzo di merda, fallito, pezzente, miserabile e mio padre che aveva appena trovato il coraggio si domandò quanto cristo durassero due gettoni.

Quando ritornò nel corsia mia mamma stava ascoltando la storia di una vecchia aggredita da un cane. Ma sul cane non era tanto sicura, mia mamma poi mi disse che erano stati i figli a dirle così, per tenerle nascosto il male che un uomo può fare a un altro. La vecchia era stesa sulla barella e mia mamma le accarezzava i capelli mentre la flebo le spingeva un liquido trasparente nelle vene. Lui le fu vicino e senza interrompere il racconto della vecchia le fece capire che era tutto a posto, che non si doveva preoccupare, ma in cuor suo non era troppo sicuro di quello che stava dicendo. Lasciò le due donne, pensò che forse mia mamma aveva qualcosa da chiedere alla vecchia su come si crescessero i bambini, i pannoli, i dentini, la varicella. Andò al bar, disse all’uomo dietro al bancone che aveva bisogno di un caffé con la grappa, ma non aveva soldi, e in cambio gli raccontò la storia della moglie vera e della moglie finta.

 
 


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questa roba è tutta di gianni solla, nulla comunque che i soldi non possono far diventare vostra

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