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Samurai
[altri raccontini scemi di Gianni Solla]
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dell'hotel messico
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1. Luglio |
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2. Il progetto Fa minore |
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3.Catlaya |
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4. Hello Kitty [la soluzione finale] |
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5. Soffia un vento fortissimo |
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6. Tutti i respiri che hai |
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7.Appunti dalla stanza [monica sport love] |
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8. Aria condizionata |
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9. Valerio è un angelo |
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10. Miss cadeau |
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11. Solo gli scemi corrono |
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12. Storia corta |
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13. Volume |
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14. Sessanta |
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Luglio

L'arci di San Giovanni era un’associazione per depressi e pugnettari. Alcuni di
noi avevano tanto di quel ferro stampato sui denti capace di attirare tutte le
calamite fino a Piazza Garibaldi. Eravamo uno zoo. Parlavamo di sesso per tutta
la durata dei nostri incontri, la sede centrale ci aveva mandato della
diapositive di educazione sessuale da proiettare sulla parete. Era materiale per
un progetto destinato ai ragazzini del quartiere. C’era disegnata l’anatomia
degli organi maschili e femminili. Erano dei disegni orribili su come era fatta
l’attrezzatura delle ragazze. C’era questo triangolo enorme con un canale al
centro e nei due angoli alti c’erano due rotolini di prosciutto che erano le
ovaie. Quei disegni erano uno schifo, nessuno dovrebbe mai sapere cosa c’è sotto
la pelle. Per alcuni anni la visione di quelle tavole anatomiche fu l’evento più
vicino a una scopata. Ogni volta che venivano proiettate le diapositive del
monte di venere, Antonio, andava a darsi una lisciatina nel bagno della sede.
Poi ci andavano Roberto, Ruggiero e infine io. Tornavamo a casa con le occhiaie,
stanchi. I nostri discorsi avevano preso un’inclinazione anatomica, eravamo
diventati dei tecnici. Non si parlava più di fica, ma di collo uterino.
Il mese di Luglio arrivò una circolare dalla sede centrale con scritto che ci
saremmo uniti all’associazione Libertà&Celluloide per gestire il cineforum al
parco di San Giovanni. Libertà&Celluloide era un gruppo che si riuniva nella
sede del PC del quartiere, di fronte al deposito dello Sperone. Quando passava
il tram andava via la corrente, bisognava aprire una finestra e fare entrare la
luce della strada. Proiettavano dei film su un lenzuolo e poi ne discutevano.
Una volta partecipammo anche noi dell’arci. Mi ricordo che sul lenzuolo c’era
una macchia a forma di cane, allora certi si misero a pigliare per il culo a
quello che l’aveva portato. Noi dell’arci non sapevamo se metterci pure noi a
pigliare per il culo, restammo zitti, ci guardavamo più che altro, speravamo
solo che poi noi toccasse a noi. Quello del lenzuolo non se la prendeva, ci
scherzava perché aveva autoironia. Erano maturi, noi dell’arci ci saremmo
accoltellati per questa cosa. A parte questo episodio, quelli di
Libertà&Celluloide erano inarrivabili per noi perché nel gruppo avevano delle
ragazze. Colli uterini, piccole labbra, monti di venere veri. Quando si
riunivano c’era odore di shampoo e di bagnoschiuma felce azzurra delle ragazze.
Al cineforum era pieno di zanzare. C’era uno stagno artificiale pieno di
tartarughe abbandonate dalla gente del quartiere e le zanzare ti mangiavano
vivo. Nonostante questo la gente veniva lo stesso a guardare i film. Erano
vecchi per lo più, mi mostravano tutte le tessere che avevano in tasca per avere
uno sconto all’ingresso. Certe volte non li facevo pagare, non c’era un
conteggio preciso. Provavo ad applicare il comunismo così come avevo sentito i
discorsi al circolo del PC dopo i film. La seconda sera quelli di
Libertà&Celluloide misero oltre me un’altra persona al banchetto dei biglietti
all’ingresso. Si chiamava Michele, aveva i capelli ricci e lunghi e indossava
una giacca verde militare. Io ero ricoperto di Autan che mia mamma mi aveva dato
per via delle zanzare. Ero unto, le zanzare mi scivolavano sulle braccia per
questo non mi pungevano. Michele aveva tre anni più di me e venivano molte
ragazze a salutarlo al banchetto dei biglietti. Ero fiero di farmi vedere dai
ragazzi dell’arci con Michele. Fumava le sigarette e le ragazze gli dicevano le
cose nell’orecchio.
Il giorno seguente andai al Rettifilo a comprare una giacca uguale a quella di
Michele in un negozio di abbigliamento militare. Mi scendeva lunga e parte del
palmo della mano restava coperto. Pensai che fosse proprio così che dovesse
andare. Ma diventare figo con diciannove euro era troppo a buon mercato.
Sapevo che non sarebbe stato facile fare accettare la mia giacca nuova a casa e
già nell'ascensore mi prese una certa tremarella. Mi aspettavano prese per il
culo e umiliazioni. Pensai che dopotutto era stata sdoganata la permanente di
mia sorella e il nuovo colore dei capelli di mia madre e forse c’era una
speranza per la mia giacca. Decisi comunque di giocare nelle retrovie. Fuori la
porta sfilai la giacca e la tenni appoggiata sul braccio, era bella piegata che
sembrava un asciugamano e la lasciai attaccata all’attaccapanni. Sarebbe stato
il destino a scegliere, qualcuno l’avrebbe notata appesa da là si sarebbe decisa
la mia sorte. Fortunatamente quel giorno mia sorella Isabella era passata alle
lenti a contatto e tutta l’attenzione della serata venne concentrata sulle sue
cornee arrossate. Indossai la giacca, dopo cena faceva già un altro effetto.
Fuori discussione che si trattava di una giacca maledetta da indossare col buio,
illuminazione adatta per quelli tenebrosi come me e Michele. La giacca mi stava
bene, la lunghezza sui polsi era perfetta, ma presi le strade più buie, era
meglio andarci piano coi cambiamenti, la gente aveva bisogno di tempo per
abituarsi. Certi cani bucchinari mi abbaiarono da un cancello di ferro, me la
feci addosso e mentre organizzavano la vendetta per il giorno seguente arrivai
al banchetto del cineforum. Era già pieno di vecchi, potevano essere il doppio
della sera precedente. Non appena mi vide Ruggiero mi corse incontro. Disse che
dalla sede centrale avevano mandato delle tavole anatomiche aggiornate con degli
organi che prima non c’erano. Bisognava subito indire una riunione per mettere
al corrente tutto il gruppo dei cambiamenti anatomici negli organi femminili.
Stupido segaiolo, neanche comprendeva le opportunità che la mia nuova giacca mi
offriva. Presto avrei toccato un vero canale uterino. Di Michele non c’era
traccia, staccavo biglietti, faceva caldo, sulla schiena avevo una mistura di
sudore e Autan che avrebbe tenuto lontano anche le sanguisughe, ma di togliermi
la giacca non se ne parlava. Era fatta, avevo una giacca militare e stavo sotto
un riflettore che attirava tutte le falene e le zanzare del quartiere. Arrivò
una ragazza, aveva una gonna lunga e colorata e degli orecchini che le pendevano
dai lobi, una specie di ragnatela fatta di ferro filato. "Questa sera sono io
con te, Michele l’hanno messo al proiettore, mi chiamo Mariella". Cristo santo,
avevo la giacca da venti minuti e già ero al punto di lavorare con una ragazza
vera. Mi era venuto un crampo alla pancia, mi veniva da vomitare. Passavano i
miei compagni dell’arci, venivano sempre in due, facevano finta di niente, si
sgomitavano e provavano invidia. Alcuni mi alzavano il pollice in segno di
vittoria. Avevo l’approvazione del gruppo. Da quel momento la mia vita doveva
virare verso un look aggressivo, solo così potevo esaltare le mie potenzialità.
Presi in considerazione l’idea di farmi un tatuaggio, di mettermi l’orecchino e
di suonare la chitarra. Di sicuro avrei guardato tutti i film che davano alle
riunioni di Libertà&Celluloide insieme ai miei nuovi amici e alla mia nuova
amica Mariella. Staccavo biglietti e organizzavo la mia nuova vita quando tra i
vecchi in fila qualcuno mi chiamò per nome. Era una vecchia che abitava nel mio
condominio.
"Sei andato militare?".
Stronza.
"No", feci. Avevo capito la vecchia dove voleva parare, ma bisognava simulare
sicurezza. Impostai un sorriso niente male.
"Perché sei vestito così allora?".
Mariella rise togliendomi dall’impaccio. La vecchia puttana insisteva.
"Voi giovani siete incredibili. Fate le manifestazioni contro la guerra e poi vi
vestite come i militari", si frugò nella borsetta e tirò fuori una fetta di
torta, "tieni, mangiala, l’ho fatta io".
Avrei fatto di tutto purché la vecchia andasse via.
"Grazie signora", disse Mariella, "ne prendo anch’io un pezzo".
La vecchia mollò il pezzo di torta e andò via.
Non era male, era una torta di mele. Quelli di Libertà&Celluloide parlavano
anche di cibi biologici e non bevevano la coca cola. Pensai che mangiare la
torta della vecchia sarebbe stato un gesto per sintonizzarmi sulla stessa
frequenza di Mariella. Magari mi avrebbe invitato a casa sua ad assaggiare dei
buoni cibi biologici che lei stessa avrebbe preparato. Buttai giù tutta la torta
della vecchia, alla fine c’erano briciole ovunque. Aspettai che Mariella si
alzasse per spingerle fuori dal tavolo perché non ero sicuro che quella fossa la
cosa giusta da fare. Arrivarono altri vecchi, facevo battute, Mariella un poco
rideva un poco scriveva i messaggi sul nokia, andava meglio del previsto. Dopo
alcuni minuti la torta della vecchia fermentò nello stomaco. Le viscere mi si
tirarono, sbiancai, mi sentivo le lamette nella pancia. Mi alzai dalla sedia,
volevo allontanarmi.
"Stai bene?", chiese Mirella.
La vidi cambiare forma, sentii distorcere il suono della sua voce e svenni.
Mi risvegliai alcuni minuti dopo steso sul sedile posteriore di una macchina in
direzione dell’ospedale Loreto mare. Guidava Michele, seduta accanto a lui che
gli teneva la mano c’era Mirella. I crampi alla pancia erano sempre più forti,
ma erano niente rispetto al danno in immagine che quella situazione mi stava
creando. Volevo dire di andare con calma che non era niente, una cosa che poteva
capitare, invece quanto era vera iddio lo stomaco si stava aprendo due parti.
Avevo delle contrazioni fortissime all’addome e pensai che forse era quella la
morte. Steso sul sedile di dietro, sentivo l’odore di stoffa nuova della mia
giacca. Michele mi scaricò davanti al pronto soccorso e in poco mi ritrovai
steso su una barella. Ero pallido, la poca pelle che usciva da sotto la giacca
era bianca. Mentre l’infermiere coi baffi mi spingeva verso la sala del pronto
soccorso, lungo il corridoio pieno di neon bianchi, trovai appollaiati su una
panchina mia madre e mio padre. Quando mi videro sbiancarono. "Cosa è
successo?".
"Un malore", disse Michele.
"Chi è questo?", gli urlò contro mio padre.
Perché erano là, chi li aveva chiamati?
Poi arrivò anche mia sorella Isabella. Aveva un occhio bendato.
"L’infezione guarirà in una settimana ha detto il medico", poi mi vide con il
suo unico occhio buono, "ma cosa ci fai qui? E cos’è questa giacca?".
Michele e Mirella andarono via, li vidi di spalle, Michele già stringeva tra le
dita una sigaretta che avrebbe acceso fuori.
"Ti spacco la testa", disse mio padre.
"E lascialo", rispose mia madre.
La giacca era sempre là, niente era perduto, un minuto dopo mi infilarono un
clistere da lavanda gastrica.
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Il progetto
Il progetto "Fa minore"

L’unico cinema che c’era a San Giovanni a Teduccio era il Supercinema. Prima ci
stava un supermercato, poi al posto del bancone della carne ci hanno messo il
telone e le sedie, però sullo sfondo si vedevano ancora dei pannelli di
alluminio sporchi di sangue. Da lunedì al venerdì davano american pie, maial
college, the ring, il film di eminem e certi altri film per disgraziati adeguati
al livello del quartiere. La domenica invece solo porno. Lo stesso porno rumeno
per due mesi consecutivi: Dracula l’impalatore, ma noi ci andavamo lo stesso.
Era questione di settimane e avremmo parlato il rumeno meglio di Dracula. Poi
misero Gomorra e per otto mesi lo proiettarono tutta la settimana, domenica
compreso. Noi la domenica ci passavamo davanti mentre andavamo alla sede
dell’Arci e aspettavamo di vedere il cartellone con le foto con gli occhi
coperti dalla fascetta nera e il titolo scritto in rosso e invece ci toccava di
vedere a questi due coi mitra in mano che sparavano. C’era sgomento tra noi, ma
il cinema era pieno di gente per bene, di ragazzi con le fidanzate con il
profumo, eravamo vittime del sistema. Nel nostro stato bastava un niente per
imbracciare un Uzi e mettere le cose a posto. A noi dei casalesi e delle
discariche non ce ne fregava nulla, erano cose lontane a noi ci garbava Dracula
l’impalatore. Allora decidemmo di usare il proiettore che ci avevano mandato
dalla sede centrale dell’arci.
Roberto disse che avrebbe scaricato il film Dracula l’impalatore da emule e che
poi sapeva come collegare il portatile al proiettore. Il download andava lento,
ci stavano da configurare le porte, da impostare le priorità, cose che noi
dell’arci di San Giovanni a teduccio non sapevamo fare, forse quelli di Piazza
Garibaldi, ma noi no. Ci impiegammo nove giorni, lo stesso tempo per coprire
Napoli Bucharest andata e ritorno a cavallo. Ci incontrammo tutti una domenica
pomeriggio. Germano per scherzare disse che ci eravamo messi in proprio e che
l’idea di aprire un cinema porno per film rumeni non era male. Addirittura
diceva che si poteva richiedere un sovvenzionamento statale. Roberto fece
partire il play e al posto di Dracula l’impalatore, partì il film di Dracula,
quello vero. Gente che veniva mangiata viva e sangue a fiumi.
"Adesso vedi che se le scopa", disse Roberto.
"Le sta uccidendo vedi, c’è sangue dappertutto", gli dissi.
"Dovete stare zitti e avere fiducia, in Romania fanno così, prima succhiano il
sangue, poi se le chiavano" e nel frattempo lo tirò di fuori. Menarselo in mezzo
a tutto quel sangue era uno schifo, staccammo il proiettore e facemmo il bagno a
Roberto con la Fanta. Gomorra ci aveva distrutto.
Fu in quel periodo che mettemmo insieme il gruppo. La sede centrale dell’arci ci
aveva mandato due chitarre, una elettrica e una classica, una pianola, un flauto
e alcuni pezzi di una batteria, una cassa, un charleston e un piatto. Erano
destinati a un campo rom che certi zingari avevano messo su dalle parti del
palazzo dell’Arin di via Argine, ma noi per il momento ce li tenemmo per
ammazzare il tempo. In quanto strumento poco virile nessuno accettò di suonare
il flauto. Se solo una delle nostre labbra lo avesse sfiorato, saremmo stati
tacciati di omosessualità e decidemmo che per rispetto ai valori solidali
dell’arci, il flauto lo avremmo donato al campo rom e che sui gusti sessuali dei
rom, noi non avremmo mai preso una posizione precisa. La mozione passò
all’unanimità. Io mi presi la pianola. Mi piaceva il colore arancione della
plastica esterna e poi mi sembrava facile rispetto agli altri strumenti. Con un
pennarello segnavo i tasti che dovevo premere per gli accordi. Dietro la pianola
mi sentivo al sicuro, se fosse successa una rissa avrei usato la pianola come
scudo. Il repertorio era il peggiore che si potesse mettere insieme. Erano tutte
canzoni che si suonavano con il giro di Do, bastava spostare un solo dito, al
massimo due per accordo. Non ero molto coordinato ma andavo a tempo. Le canzoni
suonavano tutte uguali, un unico suono, ognuno cambiava il La minore con il Re
minore quando riteneva opportuno e sembravamo malati in stato confusionale più
che musicisti. Come nome scegliemmo Dracula e gli impalatori. Effettivamente non
eravamo i tipi virili che il nome della nostra band propagandava, però lo
saremmo diventati e se poi se nella nostra band ci fosse stato un flautista
maschio ci potevamo chiamare Dracula e i raddrizzabanane.
La band Dracula e gli impalatori trovò un ingaggio. Doveva essere un segno
dell’apocalisse quello. Gli altri erano entusiasti, io invece mi guardavo
intorno, scrutavo nel cielo strane figure oppure aspettavo che il sole
diventasse viola. In cambio di trenta euro complessivi bisognava suonare nella
parrocchia di padre Gaetano che stava vicino la vesuviana di San Giovanni a
teduccio. Eravamo tragicamente vestiti male, Renato aveva messo la gelatina e la
maglietta dei Sepultura, Roberto camicia viola e cravatta stretta nera, io
maglioncino. Il pubblico comunque era all’altezza della situazione. Era un
gruppo di disabili. C’erano ragazze con tagli di capelli a caschetto come fanno
ai down che pesavano cento chili e avrebbero ballato su qualunque cosa
producesse un suono. Non ci aspettavamo il Royal Albert Hall comunque. Gli
strumenti fischiavano, c’era ritorno ovunque, ma i nostri spettatori il fischio
ce l’avevano già fisso in testa. Bisognava solo emettere un suono di volume
superiore a tutti i fischi che c’avevano in testa quelli per risolvere la
serata. Attaccammo subito con il nostro pezzo forte. Prima di cominciare Roberto
autoeletto leader del gruppo disse: "spacchiamogli il culo a questi disabili di
merda". Il primo brano allora fu La gatta. Eravamo padroni dell’armonia,
sapevamo tutto quello che c’era da sapere sul giro di Do, i disabili danzavano,
io guardavo l’orario nella speranza che quella cosa finisse presto. Il brano
successivo fu Il cielo in una stanza, poi Roberta. Suonavamo musica per morti.
Roberto aveva detto che se avessimo studiato l’accordo di Fa minore avremmo
potuto raddoppiare il nostro repertorio in niente, anzi, disse che coi trenta
euro avremmo ingaggiato un insegnante di musica che ci avrebbe mostrato il Fa
minore. Il pomeriggio nel retro della parrocchia proseguì bene, un’idiota sulla
carrozzina si pisciò sotto e dovettero buttarci sopra della segatura e certi
altri idioti camminando nella segatura bagnata combinarono quel posto uno
schifo.
Il maestro di musica venne la domenica pomeriggio seguente. Non se la passava
bene, Roberto disse che per i trenta euro che gli davamo avrebbe ridipinto tutta
la sede dell’Arci, ma c’era da fidarsi, lui stesso l’aveva visto fare il Fa
minore da Dio. Il maestro di musica non aveva i capelli al centro della testa e
si presentò con una bottiglia di vino. Si sedette. Renato aveva un blocco per
gli appunti, eravamo pronti per la lezione. Il maestro ci guardò uno per uno,
posò la bottiglia di vino per terra e parlò.
"Voi dovete scopare. Lasciate perdere la musica".
Il maestro aveva colto nel segno. Ci guardammo tutti negli occhi.
"L’avevo detto io che era un grande", disse Roberto, e partì l’applauso al
maestro.
"Grazie", disse il maestro, "allora, quanti soldi avete in tasca".
Nessuno parlò, non capivamo. "Avanti", e fece il gesto di rivoltarsi le tasche,
"quanti soldi avete in tasca. Se mettete insieme cinquanta euro vi porto una
signora che conosco, qui, adesso. Una puttana vera". "Ho il bancomat", disse
Renato.
"Bene", disse il maestro, "allora aspettate qua. Dammi il bancomat e scrivimi il
codice, voi aspettatemi".
"Urra per Dracula e gli impalatori!", urlò qualcuno. Il maestro sparì. Noi ci
organizzammo in turni. Io avevo una paura cane, le budella si attorcigliavano,
tutti l’avevano, ma una defezione sarebbe stata segno di omosessualità. Non si
poteva rischiare, bisognava andare fino in fondo a ogni costo. Maledetto
maestro. A mozione unanime, Renato, in quanto finanziatore del progetto
denominato "Fa minore" doveva essere il primo.
"No", fece lui sbiancando, "se volevo essere il primo, potevo andarci anche da
solo ed essere l’unico. Io invece voglio che vi divertiate prima voi, voglio
essere l’ultimo". Il maledetto si era preso il turni migliore. Comunque tirammo
a sorte e il mio turno era il terzo. Avevo paura, ero preparato su il film
Dracula l’impalatore e le nozioni di base ci stavano, ma non sapevo se le cose
sarebbero andate proprio come nel film. Finalmente la tensione terminò tre ore
dopo circa, quando ci rendemmo conto che il maestro era scappato con il bancomat
di Renato e che nel circolo Arci non sarebbe mai arrivata nessuna signora.
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Catlaya
Catlaya
Uso il collutorio e il dentifricio coi microgranuli. Tutte le sere lavo le mani
con la candeggina, solo il giovedì con la benzina. La pulizia del proprio corpo
è importante. Ho comprato il Dermorel T crema setificante per il collo e la
mattina stendo sotto gli occhi un velo di gel rivatilizzante con il q10. Ho una
borsa con il fondo rigido di quelle che usano i rappresentanti per il
campionario. Vado in ufficio con quella e dentro ci tengo tutti i prodotti. I
miei colleghi si spediscono tra loro i messaggi sul sistema di messaggeria
interno dell'azienda. Mi chiamano Psyco, Mastro Lindo, il Signor Boccasana. Ho
un programma per intercettare i loro messaggi. Sono delle persone deboli
totalmente influenzate dalla pubblicita', non sono capaci di creare un
soprannome dalla loro fantasia. Tengono l'aria condizionata al minimo, lo fanno
per farmi sentire freddo e il filtro del condizionatore non è stato mai pulito.
+*+
Non vado a mensa con loro, ne' prendo con loro il caffe' al distributore. Posso
mangiare e bere soltanto se sono da solo. Davanti agli altri non posso
starnutire, sbadigliare e tossire. L'idea che qualcuno mi guardi in bocca
durante una funzione intima mi paralizza. Vado a mangiare in un parcheggio
sotterraneo di fronte all'ospedale Pascale. Scendo due livelli sottoterra e
guido fino a un corridoio dove dalle condotte cade isterica una goccia d'acqua
nel tentativo di scavare l’asfalto. Spengo il motore e i fari, appoggio la
vaschetta di alluminio sulle gambe e mangio il pollo.
+++
Mi chiamo Federico Massati, ho trentasette anni e sono una persona molto pulita.
+
La detersione continuata ha provocato un rossore alle mani. In alcuni punti la
pelle è diventata come le scaglie di un pesce rosso, degli esagoni di pelle
rossa lucente traslucida rialzata. Ho utilizzato il Finesterin, i cortisonici ma
il rossore non è andato via. Ho fiducia nella medicina, mi autoprescrivo i
farmaci. Ho messo delle garze attorno le mani. Ho avvolto le dita, il polso fino
a metà dell'avambraccio fino a che tutto è diventato un blocco compatto.
L'isolamento tattile prodotto dalle garze mi rassicura. E' una sensazione
confortevole sapere di non entrare in contatto con gli oggetti. Ma devo
respingerla, potrebbe essere il punto di non ritorno con la realtà.
****************************************************
*Questa notte ho sognato di essere bloccato in un bozzolo di garze disinfettate.
****************************************************
++
Il dermatologo della asl dice che si tratta di un abbassamento delle difese
immunitarie della pelle nelle zone che uso strofinare. Gesù Cristo, ha anche
detto quando ha visto come avevo avvolto le mani nelle garze. Poi ha ripetuto la
parola benzina sottovoce e ha scritto un numero di telefono su un foglietto
strappato da un block-notes di pubblicità di un antibiotico. Sotto il numero ha
scritto un nome: Carol.
||||||||||||||||||||||||||||||||||
Carol è il direttore di un centro per i disturbi psicosomatici, ha i capelli
lunghi ed è stempiato ai lati della fronte. Il naso è innestato senza alcuna
grazia sul volto. I pezzi della sua faccia sono forme primordiali, triangoli e
sezioni di cono non rifinite. La pelle conserva i segni di un'acne devastante e
adesso si presenta come un campo pieno di buche. L'aumentata sensibilità della
pelle delle mani aumenta la mia capacità di cogliere i particolari. Carol dice
che se voglio può aiutarmi con questa storia della pulizia.
+++
1. Comprare il Fastum gel
2. Chiamare la Tre per cambiare piano tariffario
3. Cercare su Google "guanti di lattice trasparenti invisibili sottili da usare
in ufficio-colleghi"
***
Dormo undici ore a notte e quando non dormo mi lavo le mani.
***
Tecnicamente parlando, Carol e il dermatologo sono le uniche persone con le
quali ho parlato negli ultimi mesi. Escluso quel tale di Genova con il quale ho
scambiato alcune parole mentre in webcam mi lasciavo guardare mentre mi
masturbavo.
++
Carol ha detto che è importante trovarsi qualcosa da fare. Anche se non voglio
cominciare un percorso insieme a lui, è bene trovarsi qualcosa da fare. Ha
utilizzato la parola "percorso" in un'accezione che non condivido. L’uso
eccessivo delle metafore impoverisce il pensiero.
+
Ho molto tempo libero oltre al lavoro, ma non riesco a fare niente altro che
lavare il pavimento. O spostare i mobili per la pulizia settimanale. ***
Il ragazzo di Genova si chiama Lorenzo e lavora da un commercialista. Non ho mai
incontrato nessuno conosciuto in una chat. Lorenzo mi ha scritto in maniera
ordinata e anatomicamente corretta tutto quella che ha intenzione di farmi.
Questo dovrebbe eccitarmi, ma non lo sono. Carol ha detto che la pulsione
sessuale verso un corpo è una leva che bisogna sfruttare, ha detto di lasciarmi
andare. ***
Ho intercettato un nuovo soprannome nel sistema di comunicazione interno. Rocky,
penso per via delle mani fasciate. ++
In treno ho tolto le garze, ma ho continuato ad aprire le porte tra i vagoni con
i gomiti. L'oscurità nella quale ho tenuto le mani in queste settimane, ha reso
la pelle bianchissima e molto morbida. Tra due ore sarò a Genova.
+++
Lorenzo ha una parrucca, è vestito da donna, siamo in un albergo alla stazione
di Brignole, mi sta penetrando con violenza, mi sta picchiando, c’è sangue
dappertutto nella stanza, dice che sono una puttana schizofrenica.+++ Ho la
faccia tumefatta.+++ Se mi passo una mano sulla guancia non so dove finisce lo
zigomo e dove l’arcata sopraccigliare.+++ E' andato via da venti minuti, ma sono
ancora nella stessa posizione, a pancia sotto. Pensavo di essere legato.++Ho
trascinato una sedia nella doccia, sotto il getto di acqua, la goccia nel
parcheggio, non posso toccare la ceramica coi piedi++c'è sangue sul piatto della
doccia.
+++
Ho deciso di trattenermi a Genova per il resto della mia vacanza comunque. Non
ho intenzione di rivolgermi all’ospedale né alla polizia. Penso di avere
l'articolazione del gomito compromessa.
***
L'acquario di Genova è un posto schifoso, i vicoli del centro storico sanno di
piscio, è pieno di ricchioni ovunque. Ho ripreso a fasciarmi le mani con le
garze.
***
La notte mi collego alle videochat dal mio portatile. La stanza dell'albergo ha
un collegamento. Wi-fi. Mi mostro con la faccia tumefatta e ho cambiato il mio
nickname da Signor Boccasana a Puttana schizofrenica. Tutti mi vogliono pagare
adesso. Ho chiamato Carol al cellulare, gli ho raccontato quello che è successo
con Lorenzo. Mi ha detto di ritornare a casa e che si sente in colpa per quello
che è successo, pensa che io in questo momento sia molto fragile.
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[Hello
Kitty]
La soluzione finale
Al corso di formazione hanno detto che Hello Kitty è una specie di angelo oppure
se non crediamo negli angeli una specie di fatina. Né gli angeli né le fatine
fanno sesso, non hanno le mestruazioni e non si truccano. Quindi se hai le tette
grandi o le labbra carnose, non ti prendono. Dobbiamo essere lontane dall’idea
del sesso, Hello Kitty non farebbe mai una gang bang.
Indossiamo un camice con una fantasia a fiori e dei pantaloncini azzurri,
sull’orecchio sinistro abbiamo un fiocco rosso e offriamo tè ai clienti. L’Hello
Kitty Shop è aperto dodici ore al giorno, siamo in tre ragazze per turno e oggi
Luisa non parla. Continua a muovere la mascella come se stesse masticando
l’aria. Ieri notte ha preso una mezza pasticca e adesso mastica.
Oggi è entrata una ragazza vestita come Hello Kitty. Anche io, Loredana e Luisa
lo siamo, ma siamo pagate per questo. Luisa ha detto di lasciare fare a lei con
questa cliente, le ha offerte del tè e dentro ci ha squagliato l’altra mezza
pasticca.
Lavoro in questo posto da due anni, prima vendevo aminoacidi porta a porta,
prima ancora vendevo materassi per telefono. Certe sere passava a prendermi
Stefano, andavamo a prendere il fumo a san giovanni con l’opel corsa. Lui mi
aspettava in macchina mentre io salivo al terzo piano di un palazzo enorme a
comprare il fumo vestita da Hello Kitty. Dalle finestre in mezzo alle scale si
vedevano i binari della vesuviana. Una sera Stefano mi ha detto che vedeva
un’altra, eravamo bloccati nel traffico di gianturco, gli ho chiesto una
sigaretta, ho aperto lo sportello e sono andata via. Gli ho lasciato la stecca
di fumo sul cruscotto come un ricordo nero.
Adesso quando torno a casa la sera resto sul divano, guardo italia uno e mi
addormento vestita da Hello Kitty. Cerco di ricordare come ero prima di Stefano,
prima dell’aborto, prima di Hello Kitty. La tappezzeria del divano è ruvida, ho
la schiena spellata e per terra c’è un tappeto di mozziconi.
Stamattina mi sono masturbata con lo spazzolino elettrico di Hello Kitty. E'
composto da un cilindro spesso di plastica nel quale è contenuta la batteria e
da una testina che vibra. Bisogna tenerlo per la testina e usare la parte della
batteria.
Oggi mi ha chiamato mia madre, affannava, sentivo l'alito sbattere sulla
cornetta. Mi ha chiesto di andare da lei in serata. Ha incontrato la madre di
Stefano e le ha detto quello che era successo. "Non mi dici più niente", ha
detto, le ho risposto che non avevo tempo perché dovevo lavarmi i denti.
Stefano pubblica su internet le foto della sua nuova ragazza. Un mal di stomaco
profondo che viaggi sulla linea adsl di casa mia. Ho appreso in questa maniera
il nome e il taglio di capelli della nuova me. Adesso ho un viso deforme, i miei
occhi sono troppo distanti, il mio nuovo naso troppo largo alla base e ho delle
macchie sulla pelle del collo. Ho usato la loro foto come sfondo del mio
portatile.
Il Punk Drammatico è una discoteca costruita sulle macerie di uno dei primi
centri commerciali dell’area est di Napoli. Ci vado con Loredana. Prendiamo le
pasticche, siamo vestite da Hello Kitty, alla porta non ci fanno pagare perché
pensano che siamo delle animatrici, le pasticche le prendiamo da uno, costano
dodici euro e si chiamano Ghandi, io ne prendo mezza perché non mi fido, sono
convinta di sentirmi male, do a Loredana le istruzioni per soccorrermi, le invio
un messaggio con il numero di mia madre e quello di Stefano, le scrivo il mio
indirizzo e le dico che preferirei essere ricoverata all’ospedale policlinico
nuovo, alle tre invece prendo l’altra metà della pasticca, forse sono sudata, il
mio collo si muove a scatti, uno mi balla troppo vicino, mi mette una mano in
mezzo alle cosce, gli dico di smetterla, gli indico quello che vende le
pasticche, gli dico che è il mio ragazzo e che si chiama Stefano, poi arriva un
altro e mi chiede perché sono vestita da super gatto e io gli dico che si dice
hello kitty.
Loredana è andata via, sono da sola, dalla discoteca viene ancora musica, mi
dirigo verso il negozio aspetterò l’apertura sul muretto di fronte, sono le sei,
in strada ci sono delle persone che vanno a lavoro, io sono vestita troppo
leggera per questo posto. Entro in un bar, prendo un cappuccino, dimentico il
resto, per strada ho dei conati di vomito, mi fa male la pancia, forse lo
spazzolino di Hello Kitty mi ha messa incinta |
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offia un vento fortissimo
Soffia un vento fortissimo
[mentre tu fai finta di dormire]
All’inizio il padre gli prese le chiavi di casa. Alfredo sfilò la collanina
della madre dal cassetto, in tasca aveva un grammo di roba e un flacone di
metadone molteni di uno che doveva scalare e che gliel’ha venduto per due euro.
A Secondigliano faceva freddo, il vento gli tagliava la faccia, ma la roba
andava presa.
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Andò a farsi dietro la stazione di Montesanto. Strinse il pugno, le vene
uscirono fuori, gli occhi si girarono all’indietro. Girò tutto il pomeriggio per
il centro storico andando a sbattere contro i cani e le macchine. Certi lo
spinsero, cadde un paio di volte, restò a dormire sotto l’entrata di santa
chiara, si fermò davanti la vetrina di una pizzetteria a via san sebastiano e
per liberarsi di lui gli diedero una pizzetta, la fece cadere, la raccolse, ne
mangiò una parte, un cane gli abbaiò contro spingendogli addosso pipistrelli di
alito nero.
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Sotto il ponte dell’autostrada di via argine a ponticelli i rom erano stati
cacciati ed erano rimaste tre baracche di lamiere e legno e una roulotte.
Alfredo aprì la porta della roulotte e ci entrò. Era inclinata da una parte e
dentro faceva lo stesso freddo di secondigliano. Chiuse gli oblò e controllò che
la porta si chiudesse. Preparò la roba sul cucchiaio e si addormentò sul
pavimento.
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Uscì dalla roulotte il mattino dopo, vestito uguale al giorno prima e alla
settimana prima. Prese la circumvesuviana a ponticelli. Entrò in un vagone
affollato, mise le mani nella borsa di una ragazza coi capelli che sapevano di
baby shampoo johnson e le sfilò il borsellino. Arrivato a piazza Garibaldi vide
la ragazza prendere il tapirulan, lui invece andò al bagno. Le mattonelle erano
tappezzate di numeri di telefono e di disegni di cazzi. Alfredo si chiuse in una
cabina e aprì il borsellino. Settanta euro, patente, carta di identità e una
figurina di un santo.
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Comprò un mars dal giornalaio. Camminò fino al palazzo della standa dove sapeva
come sfilare borsellini o togliere i codice a barre dai braccialetti. Si
avvicinò alla porta piena di luci di natale e la fotocellula scattò. Sentì
l’aria calda dell’impianto di riscaldamento sbattergli sulla faccia. Una guardia
giurata gli disse di andarsene, lo tenne per un braccio e gli indicò le
telecamere del circuito chiuso, poi gli disse che forse poteva aiutarlo, che
stavano cercando uno per vestirlo come babbo natale per fare le foto al reparto
giocattoli. Alfredo pensò che andava bene e la guardia lo accompagnò in una
stanza con un neon e delle sedie di plastica. Seduti c’erano già altri due babbo
natale, erano altri due tossici che aveva visto qualche volta a secondigliano,
uno era praticamente nano. La guardia gli consegnò la divisa e la barba finta da
indossare sopra i suoi abiti, poi disse a tutti e tre di seguirlo.
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La guardia disse loro che ognuno avrebbe lavorato in un reparto e che non si
sarebbero mai incrociati perché i babbo natale devono stare sempre uno per
volta. Alfredo doveva stare ai giocattoli, un altro all’ingresso con una
campanella, il nano invece doveva consegnare dei calendari alla cassa
principale.
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Il lavoro di babbo natale non era difficile, bisognava stare su una sedia di
legno salutare i bambini quando le mamme lo indicavano e farsi fare le
fotografia con il nokia. Alle undici cominciò a sudare per la rota, andò nel
bagno del reparto giocattoli, cucinò la roba nel cucchiaio, arrotolò la manica
rossa con il pellicciotto bianco in punta e si fece. Si appoggiò con la schiena
sulle mattonelle bianche e scivolò fino al pavimento. Ritornò alla sedia di
babbo natale un’ora più tardi stravolto, abbassò il cappello rosso fino agli
occhi per coprirli, si addormentò di nuovo, cadde dalla sedia, certi pensarono
fosse svenuto, invece la guardia lo trascinò fuori il negozio e lo abbandonò sul
marciapiede.
++
Alfredo si svegliò due ore più tardi sul marciapiede di via Toledo vestito da
babbo natale e con venti euro di roba in corpo. Camminò fino al rettifilo,
vomitò il mars in una pianta e aspettò il 183 per andare a secondigliano.
L’autobus era pieno di tossici e lui era l’unico vestito da babbo natale.
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A secondigliano faceva freddo, ma la roba andava presa non si poteva andare per
il sottile. Entrò nella vela azzurra e si mise in fila con gli altri tossici.
Arrivarono due da dietro, gli misero una pistola dietro la testa, lo spinsero
con la faccia per terra, adesso sparano, pensò Alfredo, muoio vestito da babbo
natale, chi maronn sì? mo te spar n’faccia, uno gli tolse la barba di babbo
natale, la pistola era un pezzo di metallo freddo, la faccia era tutta sul
pavimento del corridoio, infine lo riconobbero, cliente abituale, strunz, disse
uno, n’at minuto e te sparavo. Alfredo si alzò, prese tre dosi e gli consegnò
trentanove euro. Mentre scendeva le scale, quello con la pistola lo chiamò e gli
disse di seguirlo. Salirono due rampe di scale. Il ragazzo aprì un cancello di
ferro, entrarono in un corridoio con una telecamera appesa al soffitto,
arrivarono in un appartamento, dentro c’era la televisione accesa e due bambini
alla playstation, babbo natale dissero, lo guardarono per un po’, una donna
strafatta era collassata sul divano, all’interno faceva caldo, infine uscì.
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Chiese mezzo limone in un bar a ponticelli e andò a farsi in un parcheggio
dietro una citroen con il lunotto sfondato. Ritornò al campo rom, il vestito da
babbo natale gli faceva da cappotto, alcune lamiere delle baracche erano
crollate, si chiuse nella roulotte, si fece, la botta fu forte, il cervello
faceva pressione sulle tempie, trovò della pittura rossa, prese un pezzo di
legno e ci scrisse "il paese di babbo natale" e lo appese all’ingresso del campo
rom.
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Gli zingari arrivarono di notte con una golf nera e un’alfa settantacinque
rossa. Avevano latte di benzina e masticavano palline di coca. Parcheggiarono
fuori il campo, fecero l’ultimo tiro di benzedrina sul cruscotto della golf e
presero le taniche. L’oscillazione fece cadere microscopiche gocce di benzina
che evaporarono all’impatto con il suolo. Sparsero la benzina attorno quello che
restava del loro campo, bagnarono le pareti della roulotte, napoletani gente di
merda vi maledico, dissero, poi la fiamma dell’accendino lambì la superficie del
tracciato di benzina.
++
Il campo si trasformò in una camera di combustione in pochi minuti. Crollarono
una parte del tetto e una parete della roulotte, solo allora Alfredo respirò
fumo, prese il cucchiaio e il mezzo limone, diede un calcio alla porta della
roulotte e uscì. Il campo era completamente in fiamme, camminò in mezzo ai
roghi, si ricordò della stanza di casa sua con l’aria condizionata prima che il
padre lo cacciasse, trovò l’uscita, quando lo gente che era accorsa lo vide
uscire con il vestito di babbo natale mezzo bruciato, con gli occhi della rota
più maledetta di Napoli, si scostarono, nessuno si offrì di aiutarlo. Alfredo
attraversò il ponte, superò il cimitero di via argine, poteva essere pure gesù
cristo pensò la gente, Alfredo trovò lo scheletro di una regata, i sedili erano
stati bruciati, restava solo la canna dello sterzo, il vetro era coperto da
cenere e polvere e detriti. Alfredo preparò un pera di roba, si fece e prima di
girare gli occhi verso il cervello scrisse tra la polvere del vetro della
regata, la macchina di babbo natale.
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Tutti i respiri che hai
Tutti i respiri che hai

Helen si stese nella vasca da bagno tirò il respiro e immerse la testa. Aveva
quarantadue anni, la pelle era diventata un calzino più grande di una misura.
Contò fino a cinquantaquattro e riemerse. Riccardo alzò la tavoletta e urinò, ti
senti bene?, cinquantaquattro, disse lei riempiendo i polmoni, indugiò pochi
secondi a pelo d’acqua, lo vide lavarsi le mani e poi abbassò di nuovo la testa
sott'acqua. Ritornò all’estate quando andò a Ischia con i genitori. Si tappava
il naso e si immergeva per raccogliere piccoli molluschi e granchi che portava a
riva. Helen, urlava la madre quando non riemergeva dopo pochi secondi, mentre il
mare filtrava le voci della superficie come una lastra di polistirolo. Aveva
scritto otto romanzi e guadagnato tre milioni di sterline, ma la notte aveva
cominciato a sentire qualcuno che le parlava nel buio. Si alzò dalla vasca, le
gocce di acqua l’attraversarono in verticale il corpo, pensò di uccidersi
immergendo il phon nella vasca, poi infilò un accappatoio rosso e andò in cucina
a mangiare una barretta alla vitamina E. Prendeva due stilnox e una nottem, la
mattina non ricordava niente, non riusciva più a scrivere le storie del
cavalluccio magico. Lo stesso dolore nella spalla destra che aveva preso a
perseguitarla da settimane si era materializzato in poche ore, insieme alla
voci. Cristo dio, diceva Helen la notte. Cos'hai amore, le chiedeva il marito,
niente, continua a dormire, sei sicura?, dormi amore mio. Poi le due stilnox non
bastavano più. Una sua amica, Renata, le procurò dell’eroina. Renata abitava al
Vomero in un condominio lussuoso, Helen ci andava tutte le mattine. Là trovava
una striscetta di eroina che fiutava con una banconota. Pensò che l’eroina fosse
un medicinale universale. Renata gliene dava solo una striscietta al giorno, non
oltre, diceva e ad Helen bastava.
*
[zoom]
*
Helen lasciò l’appartamento di Renata con un calore artificiale nel torace e uno
stato di quiete sintetica. Adesso che aveva un termosifone installato tra le
costole. Non conosceva il suo male, ma adesso aveva una cura e anche le voci che
aveva ascoltato la notte prima erano solo un ricordo lontano che si liquefaceva
al contatto con il nuovo calore. Attraversò Via Luca Giordano con una Camel
light stretta tra l’indice e il medio e con i Gucci neri che le fasciavano gli
occhi raggiunse il centro di fisioterapia. Era calma, l’eroina le aveva
pettinato il sistema nervoso. Consegnò alla reception il documento del medico,
ho una seduta prenotata per oggi, disse alla donna dietro il vetro. La striscia
di eroina le aveva fatto sparire il dolore alla spalla, poteva muoverla senza
sentire la fitta, si sarebbe limitata a descrivere al medico la presenza di una
lastra di ghiaccio infilata sotto il deltoide destro che le impediva di
appendere un cappotto a un chiodo, proprio quel movimento là. Helen percorse un
corridoio e raggiunse la sala d’aspetto. Le pareti erano azzurre e illuminate in
maniera sbagliata da una coppia di neon contenuti in uno scafandro di plastica
spesso. Si sedette su una sedia di plastica e appoggiò la nuca sulla parete.
- Potrei comprarlo questo posto, invece di stare ad aspettare -.
- Fallo ridipingere se lo compri, queste pareti fanno schifo -.
Helen si voltò, c’era un uomo alla sua sinistra seduto tre sedie più in là.
- Hai sentito quello che ho pensato? -.
- Non l’hai pensato, l’hai detto ad alta voce -.
Helen rise.
- Sono fatta - disse - questo l’ho detto o pensato? -.
- Questo l’hai pensato - disse l’uomo.
Helen si accorse che l’uomo aveva tra le mani uno spartito.
- Perché hai uno spartito, cosa ci fai? - mentre lo diceva Helen si avvicinò
all’uomo.
- L’oculista mi ha detto di portare quello che solitamente leggo, serve per
provare la nuova gradazione -.
- Tu non porti gli occhiali -.
- Ho le lentine, sono un truffatore -.
- Io so suonare una canzone al pianoforte, è il motivo di Fur Elise, ma io ho
cambiato le parole, la vuoi sentire? -.
L’uomo aprì le braccia per farle segno di incominciare.
- Ma che notte lunga insieme a te, la la la la -.
- Buono -.
- Fa schifo, però ne ho un’altra sulla pubblicità del Lasonil -.
L’uomo rise, Helen gli guardò le gambe e le mani.
- Avvicinati, devo dirti una cosa - disse Helen sussurrando.
L’uomo di avvicinò. Da quella posizione Helen poté sentire l’odore di dopobarba
e di sigaretta che venivano dalla sua faccia.
- Cosa ci facciamo qui, portami in un albergo, ho tutte le carte di credito del
mondo - mentre lo diceva, strofinò il suo viso contro quello dell’uomo. Si
respirarono gli aliti a vicenda. Uscirono dalla sala d’aspetto, Helen stretta
nei Gucci neri, l’uomo chiuso nel cappotto marrone con lo spartito piegato tra
le mani. Entrarono nella bmw parcheggiata fuori, Helen accese una sigaretta,
chiuse gli occhi dietro i Gucci neri, l’eroina la cullò, pensò al marito, al
cavalluccio magico, si rivide immersa nella vasca con la faccia sotto, poi con
l’accappatoio rosso e quando riaprì gli occhi si ritrovò nuda di fronte a uno
specchio rettangolare nella stanza settantadue di un Holiday Inn. L’uomo le
baciava il collo e la penetrava da dietro spingendo forte e contraendo gli
addominali come il respiro di una medusa, ed Helen provò il piacere della
corruzione, lo stesso che aveva provato per tutti i tradimenti che aveva
compiuto, e pensò a tutti gli sconosciuti che aveva abbordato negli aeroporti,
nelle librerie, nelle stazioni, negli autogrill, a suo marito Riccardo che
voleva ascoltare la descrizione di ogni suo tradimento mentre si masturbava,
voleva sapere precisamente come quegli uomini l’avessero toccata e cosa le
avessero chiesto di fare per loro, pensò ai tre milioni di sterline che non
finivano mai, a tutte le copertine che aveva firmato, al cavalluccio magico, e
si chinò, palmi e ginocchia sul letto e chiuse gli occhi, per sentire
l’incastro, l’attrito del corpo dell’uomo, stantuffo e sfintere, pelle
sconosciuta e l’affanno dei polmoni di lui.
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[Appunti dalla stanza]
[Appunti dalla stanza]
[monica sport Love]

Tre stilnox a sera, poi mattina e notte sono un serpente di secondi, mi masturbo
su monica sport, ho bisogno di addominali, deltoidi, quadricipiti, il volume
della televisione dovrebbe essere più alto, c’è troppo spazio tra me e il
monitor, devo dormire meno, guardare più monica sport.
+++
Lo stilnox lo gratto con l'unghia, lo riduco in polvere, tiro la striscia, non
c'è scritto così nel foglietto illustrativo, l'ho inventato io, lo stendo sul
termosifone, mia mamma lavora tutto il giorno all'ospedale, mia sorella la
spastica le ho spiegato che mi deve venire a svegliare se dormo per troppo
tempo, perchè con tre stilnox si muore, allora lei viene nella stanza, io sto
steso col cazzo di fuori, le ho insegnato che me lo deve mettere dentro, poi mi
deve svegliare, io mi sveglio, la spastica ride e sbava, la spingo via coi
piedi, mia mamma mi ha comprato il computer, impara il computer perchè ci vuole,
sul computer mi interessa solo i porno oral anche shemale.
+++
Lo stilnox me lo porta mia mamma dall'ospedale, lei me lo porta, io non metto le
mani addosso alla spastica, mia mamma ha detto che non sa più come fare con me,
io ho detto tu porta lo stilnox, una scatola a settimana e la spastica sta bene.
+++
[le ragazze monica sport passeggiano su tapirulan di carta argentata,
intrappolate nel cono di luce di una lampada da studio televisivo, l'assistente
alla produzione si tiene la guancia per il mal di denti, sua moglie porta i
figli in piscina e pensa che tra quattro giorni lo lascia, l’albergo è già
prenotato, il tapirulan rulla su tutto questo][rimborsati o soddisfatti]
+++
Anche la spastica deve guardare monica sport, le mostro la bellezza, il concetto
di proporzione e di armonia, bisogna educarsi alla bellezza, la bellezza è
verità, l'educazione serve per riconoscerla e per orientarsi, le faccio vedere i
cazzi enormi su megaporn, i buchi di culo, le dico di prendere una stilnox, poi
mangiamo sei duplo, sono duro con la spastica perchè bisogna educarla, il suo
cervello iposviluppato non concede spazi alla retorica.
+++
Il primo giovedì del mese viene un'amica di mia mamma, Loredana che fa la
presentatrice Avon, vengono tutte le amiche del palazzo, dell'ospedale, del
corso di ceramica, Loredana fa vedere le creme, si alza la maglietta, si spalma
le creme, mia mamma dice che nè io nè la spastica dobbiamo uscire dalla stanza,
mi dà due stilnox, ne dà una anche alla spastica, due stilnox non fanno niente,
guardo tutto attraverso il buco in corrispondenza del termosifone, aspetto che
Loredana si alzi la maglietta, una volta è rimasta solo con il reggiseno, l'ho
tirato subito fuori, sono venuto così forte che dentro ci stava una goccia di
sangue, mia mamma ha detto che non è niente.
+++
A casa abbiamo solo i prodotti dell'Avon, il mobile del bagno è pieno, tutti e
tre li usiamo, i prodotti dell'Avon ci rendono persone migliori, come monica
sport, invidio i corpi giovani, paris hilton è una creatura stupenda, la
chirurgia estetica è indispensabile per essere una donna monica sport, la
bellezza passa per via trasdermica dall'esterno all'interno e l'armonia delle
forme impregna anche la struttura del pensiero.
+++
Peso centoquaranta chili, mangio due confezione di rice krispies al giorno, otto
scatolette di tonno e prendo tre stilnox dal naso, mia mamma dice che non sa più
cosa fare con me, io le dico una scatola di stilnox a settimana, una
presentazione Avon al mese e la spastica sta bene.
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Aria condizionata

Ho passato il mese di agosto in casa a giocare a Age of empire. Mettevo insieme
arcieri e cavalieri e terrorizzavo un gruppo di poligoni rossi che la sorte mi
aveva mandato come avversari. Ho mangiato solo scatolette di tonno e bevuto
latte fresco dal cartone. Durante il gioco si torcevano le budella. Raggruppavo
i miei uomini e li inviavo nel territorio nemico a fare una carneficina e mi
venivano in mente le fotografie che vedevo sul Postalmarket oppure la musica di
Colpo grosso. Il tonno e il latte li prendevo sempre al discount MD, perché
conoscevo la disposizione degli scaffali e il posto preciso dove tenevano le
cose, e poi mi piaceva la loro aria condizionata. Solo una volta ho provato
piacere nell’immaginare un mio piccolo esercito per far fuori le persone vere,
bisognava stare attenti però, all’inizio è sempre un pensiero che ti liscia il
cervello, poi la sera avvolgi la bombola di gas del fornello coi fogli di
giornale e i maglioni, dai fuoco ai fogli e fai saltare l’intero condominio. Il
giorno dopo il telegiornale dice che è crollata una palazzina a Napoli per una
fuga di gas, ma vai a sapere poi veramente com’è andata.
Oltre a me nel discount c’era sempre la signora del quinto piano, pure lei a
succhiarsi l’aria condizionata. I capelli sono blu perché non è più capace a
farsi la tintura, non calcola bene i tempi del risciacquo. Mi ricordo che andava
sempre in chiesa e una volta ha fatto la fiaccolata per la madonna. Ho tirato
fuori il mio cellulare e le ho fatto una foto. La vecchia si muoveva lenta tra
gli scaffali, mezza stordita com’era dall’aria condizionata e da tutte quei
cartelli delle offerte. Le ho fatto altre foto. Ho pagato, la cassiera neanche
mi ha visto in faccia, lei nemmeno immagina che una volta con una foto che le ho
rubato con il cellulare ho fatto un ingrandimento di quaranta per trenta e l’ho
tenuto nella stanza per due anni. Ritornato a casa ho trasferito con il
bluetooth le immagini sul pc e poi ho fatto una pagina internet dedicata alla
signora del quinto piano e l’ho trasferita su un server. Ho scritto il testo in
prima persona perché volevo che sembrasse reale, ma ho inventato il contenuto,
"mi chiamo Annunziata Manfredi e questa è la mia storia. Sono nata il venti
agosto del millenovecentoventisei. Mio padre aveva un forno e noi, io, mia madre
e le mie due sorelle abitavamo al piano di sopra. I gatti che stavano con noi si
addormentavano nelle teglie perchè il calore restava fino a molte ore dopo che
mio padre le aveva tirate fuori dal forno. Ho deciso di fare questa pagina
internet perché quando morirò voglio che qualcuno sappia la mia storia. Per
questo ho chiesto aiuto a un ragazzo che abita nel mio condominio. Veniva sempre
una signora anziana al forno, aveva le unghia nere e quando le passavo il resto
mi toccava sempre le mani e sentivo la sua pelle congelata. Un giorno mi disse
che sapeva come far resuscitare i morti e che se volevo poteva insegnarmelo. Per
due anni non ho dormito, ho avuto il terrore di quelle parole. Poi una volta le
ho messo il veleno dei topi nel pane e lei non è stata capace di fare la sua
magia su se stessa. La mia seconda sorella, più grande di me di tre anni, era
fidanzata con Mattia, un ragazzo che abitava nel nostro quartiere. Quando mia
sorella disse a mio padre di questo ragazzo, lui non le parlò per quattro
settimane, poi le disse che poteva farcelo conoscere. Mattia si presentò una
domenica mattina con del vino, dei dolci e i fiori per mia sorella, ma anche per
me, per l’altra mia sorella e per mia madre. Quella mattina mia madre mi aveva
messo un fiocco rosso legato tra i capelli e si disse che tra la primavera
seguente mia sorella e Mattia si sarebbero sposati. Dopo tre mesi Mattia si
imbarcò per andare a lavorare in una piattaforma che estraeva il petrolio al
largo del Venezuela. Mattia non è mai più tornato dalla piattaforma, né abbiamo
mai più ricevuto sue notizie. Adesso ho un cancro alla tiroide, non mi sono mai
sposata e non so come resuscitare i morti".
Il terzo livello di Age of empire prevedeva uno scenario in stato avanzato, si
cominciava che già c’erano delle fattorie e delle chiese. Io mettevo insieme
preti e arcieri e li mandavo dall'altra parte. Il gruppo di arcieri era il mio
preferito. I miei avversari invece cercavano il corpo a corpo, io non tollero
nessun tipo di contatto fisico.
"Ciao a tutti, mi chiamo Veronica Aiace e faccio la commessa in un discount a
San Giovanni a Teduccio. La fotografia che vedete me l'ha scattata un mio caro
amico. Ho insistito perché me la passasse con il bluetooth del suo Nokia N70 e
l'ho pubblicata su questa pagina internet. Quando non sono al discount sto a
casa a giocare a Age of empire. E' un gioco dove bisogna uccidere gli avversari
altrimenti saranno loro a ucciderti. Nella vita reale sono contraria alle
uccisioni, anche alla pena di morte e al razzismo, ma in Age of empire è il
gioco a richiederlo, non bisogna restare intrappolati nei propri precetti
cristiani e nelle cose del catechismo, la religione non ha niente a che vedere
con Age of empire".
Scrivere le pagine internet delle persone mi liberava dal pensiero di Age of
empire. Bisognava pensare ad altro. Dalle due alle quattro il discount chiudeva
e per non restare sempre al computer, mi toccava andarmene in giro. Uno neanche
lo immagina quanto possa fare caldo a Napoli ad agosto. Per far passare il tempo
camminavo lungo i binari della ferrovia. Andavo dalla stazione di San Giovanni
fino a Gianturco. C'erano delle pietre grosse, quadrate, i binari erano tenuti
insieme da grossi bulloni che si inserivano nelle assi di legno. A Gianturco
prendevo la metropolitana per tornare, tenevo la testa fuori dal finestrino per
sentire l'aria sbattermi sui capelli. "Mi chiamo Raimondo Murino e lavoro alle
ferrovie dal trentasei anni. Le fotografie che vedete sono state scattate da mio
nipote che mi viene a trovare il pomeriggio alla stazione di Gianturco. Delle
volte sui binari si trovano delle calamite, io le porto a casa perché sono delle
pietre magiche che hanno il potere di attirare gli oggetti. Una volta mi sono
innamorato di una signora che è salita sul treno, dal collo veniva odore di
borotalco, ma adesso sono sposato con Luciana".
Alla terza settimana di agosto vidi la cassiera insieme con un ragazzo. Lui
l'aspettava fuori il supermercato con la Clio con l'aria condizionata già
accesa, allora sono stato costretto a fare un fotomontaggio con la sua faccia su
corpi di donne nude e poi è arrivata la polizia a casa, mia mamma ha detto ma
che cazzo faccio, hanno sequestrato il computer, adesso sto scrivendo da un
posto pieno di marocchini e cinesi che telefonano e per settanta centesimi l'ora
posso scrivere la mia storia ma il proprietario dice che non si può installare
Age of empire.
Valerio è un angelo
Stavo sul divano e cercavo la maniera di abbuscarmi una chiavata. Faceva caldo,
certe mosche con il dorso verde si appoggiavano sulle gambe. Avevo spulciato gli
annunci erotici su tutti i siti di Napoli alla ricerca di qualche tardona e
invece tutte chiedevano soldi. A leggere gli annunci erano massaggiatrici,
pedicuriste, estetiste. Fai che uno aveva proprio bisogno di un pedicure o il
dottore ti diceva che bisognava farsi dei massaggi. Comunque ci stava un
annuncio che mi piaceva, diceva che lei era una donna sola e che aveva bisogno
di amici. Feci partire il word e scrissi una cosa, Gentile signora, ho letto il
suo annuncio, io sto sul divano, a casa mia ci sono delle mosche con un dorso
verde che non ho mai visto, forse sono troppo vecchio e queste sono mosche
moderne, io non ho capito che lavoro fa, però se è come penso, sarebbe tanto
gentile da inviarmi un tariffario come quello che sta appeso dai barbieri? Mi
stia bene. Andai in cucina, misi l’acqua nelle piante, mangiai una crostatina del mulino
e ritornai al computer. La signora mi aveva già risposto.
Gentile signore ho letto la sua email e sono addolorata, lei mi ha preso per una
baldracca. Io cercavo solo compagnia, ho un figlio malato, sono una donna sola.
Attaccai subito, avevo ancora mezza crostatina tra i denti,
Gentile signora se è così mi mandi una
fotografia dello storpio, io non ci casco in queste cose. Nella foto ci deve
essere il mongolo e lei con un libro. Su internet ci sono molte immagini di
spastici, non vorrei che lei mi fregasse. A presto.
Dopo poco mi arriva una email con una foto, la apro. Nella foto c’è un ragazzino
su una sedia a rotelle, a fianco una donna chiavabilissima con un tv sorrisi e
canzoni. Il testo diceva, In casa non ho libri, accudire Valerio è un lavoro che
mi tiene occupata tutto il giorno. La prego non usi più quei termini, Valerio è
una specie di angelo.
Allargai la foto e mi squadrai bene la signora. Era pomeriggio, fuori faceva
caldo, mi restavano i capelli solo ai lati della testa e più di questo non si
poteva desiderare.
Gentile signora, mi dispiace, per un momento ho temuto che lei mercificasse il
suo corpo, ma evidentemente mi sbagliavo. Valerio è un angelo, ha ragione. Mi
chiedevo se fosse possibile lasciare l’angelo in casa e io e lei ci incontriamo
da qualche parte, sento che i nostri cuori sono molto vicini.
Spedii l’email e mi piazzai di fronte al ventilatore. Spingevo continuamente sul
bottone per aggiornare e cantavo una canzone di Julio Iglesias che diceva
vagabondo e altre parole inventate. Fai che questa veramente ci stava. Poi
arrivò l’email, Va bene, però vediamoci a casa mia, non posso lasciare Valerio
da nessuna parte, non farti strane idee, nel mio cuore c’è solo dolore e amore
per il mio angelo, questo è il mio indirizzo. Sì, sì, le scrissi, anche il mio
dolore è immenso, dammi mezz’ora e sono da te.
Vagabondo resterò…una botta ti darò
Mi attrezzai a dovere, maglietta pulita, spruzzatina di pino silvestre,
pantaloni con le righine. Nessun vestito
si abbinava con l’altro, però erano puliti, sulla maglietta si vedevano bene le
strisce che faceva il ferro. Prima di uscire buttai giù un po’ di pappa reale e
feci lo sciacquo con il coluttorio.
Per strada era pieno di cani, l’autobus era vuoto e l’autista aveva un piccolo
ventilatore a batterie vicino al volante. Presi il posto degli invalidi, quello
con la targhetta dei mutilati di guerra aprii il finestrino e lasciai che il
vento caldo mi sbattesse sulla faccia.
Suonai il citofono trentaquattro, chi è? Sono io, bene, sali, secondo piano. A
vedere il palazzo era proprio un palazzo di puttane. Corridoi lunghi, bui, porte
senza targhetta, tappeti a forma di gatto e tante sigarette spente per le scale.
Arrivato al secondo piano vidi una porta aperta, mi avvicinai e spinsi. Misi
giusto la testa dentro e sentii un lamento forte. Restai paralizzato con il
pomello in mano.
“Che fai, entra, muoviti dammi una mano, è Valerio è eccitato, gli ho detto
che sarebbe venuto un mio amico”.
Insomma la scena era più o meno questa, lo spastico stava sulla sedia, a vederlo
era più grosso della foto, era scoordinato nei movimenti, sbavava, stava rigido
con la schiena, mi guardava e provava a girare il collo con degli scatti. Cristo
santo. La signora aveva infilato un vestito di cotone azzurro da cui venivano
fuori le cosce depilate, i fianchi erano troppo grossi e il trucco sugli occhi
approssimativo. Mi prese la mano, aveva da poco usato una crema ammorbidente e
me la fece passare tra i capelli dello spastico. Cercai di rilassarmi, ma mi
faceva impressione. I capelli di Valerio erano morbidi e dopo alcuni secondi si
calmò.
“Gli sei simpatico”, mi sorrise, “io mi chiama Loredana”.
Loredana era un nome puttanissimo.
Loredana inforcò la sedia a rotelle per due manici che stavano sulla spalliera e
trascinò Valerio in camera sua.
“Vieni”, disse, “siediti sul divano”.
Era ruvido, i braccioli erano consumati e si abbinava male con il resto
dell’arredamento.
“E’ così da quando è nato”, accese una sigaretta sottile, “ma è intelligente,
pensa che al centro di riabilitazione ha anche una fidanzatina”.
Era rilassata, si tolse le scarpe, accese la radio, una musica troppo lenta, si
sciolse i capelli poi mi fu di fronte.
“Odio andare per le lunghe”, e si sfilò il vestito con un gesto rapido.
Il cuore mi esplose in petto, lo sapevo che esisteva ancora del bene in questo
mondo. Allungai le mani, le toccai le cosce, la pelle stava cedendo sotto i
colpi dell’età, ma andava bene, era il meglio per quel pomeriggio. Le infilai
una mano nelle mutande, lei spinse la testa all’indietro, oggi si mangia carne
pensai, poi delle urla si susseguirono e coprirono l’altoparlante della
radiolina.
“Valerio”, disse Loredana, si infilò il vestito, “torno subito, non te ne
andare”.
Quel maledetto spastico, “muoviti”, le urlai.
Mi guardai attorno, non c’era nemmeno qualcosa da rubare, quelli davvero non
c’avevano niente. Il soffitto era pieno di macchie di umidità e negli angoli le
pareti erano crepate. La televisione c’aveva cent’anni e i mobili erano pieni di
bomboniere orrende. Loredana ritornò poco dopo, era ancora scalza e aveva
qualcosa tra le mani. Era una webcam e la poggiò sul tavolo di fronte al divano.
“È l’unica maniera per stare tranquilli. Valerio ha bisogno di sapere che cosa
sto facendo, vuole essere sicuro che tu non mi faccia del male”.
Toccai quella cosa con un dito, ne avevo una uguale a casa attaccata con una
molletta sul monitor del portatile.
“Ma lui ci guarda?”.
“Sì, la webcam è collegata con il monitor del suo computer. Anche di notte devo
tenerla nella camera da letto altrimenti non mi lascia dormire, ha sempre
bisogno di sapere cosa sto facendo”.
Non ero preparato a quella cosa, non ne ero convinto.
“Non pensarci”, disse Loredana accarezzandomi dietro al collo.
“Non posso farcela mentre l’angelo dall’altra parte mi guarda”.
Loredana si inginocchiò, mi sbottonò la patta, le mani erano di velluto, me lo
tirò fuori con cura, era mezzo moscio, la pappa reale aveva fallito, prima mi
leccò un poco la capocchia, fece un giochino con la lingua, poi cominciò a
succhiarlo con un certo ritmo e in quel momento la luce verde della webcam si
accese.
Poi ero di nuovo per strada, sentivo l’odore della pelle di Loredana
dappertutto, le strade erano ancora più vuote, c’erano ancora più cani, dovevo
mangiare, avevo bisogno di proteine. Ritornai a casa, accesi il ventilatore, nel
frigorifero c’era una philadelpia scaduta il giorno prima, la stesi sul pane e
andai al computer. Sul monitor comparve un campanello, c’era qualcuno che voleva
chattare con me, accettai, si aprì una schermata più grande, l’immagine si mise
a fuoco lentamente, era Valerio lo spastico, si agitava sulla sedia a rotelle,
mi fece ciao con la mano, poi molto lentamente, a una lettera per volta cominciò
a scrivere, “se entro stasera non mi porti duecento euro, metto il video su
youtube”.
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Miss cadeau
Come tutte le mignotte mia sorella aveva senso dell'umorismo e raccontava bene le barzellette.
Quando le dissi che ero omosessuale mi raccontò la storiella di quel frocio che
al banco della frutta ordinava due banane così almeno una la mangiava.
“Chiquita boy”, mi disse, “da adesso ti chiamo così”.
“Non farlo di nuovo”, le urlai.
Mi diede una botta in piena fronte con il palmo della mano, “stai calma, checca”, disse
masticandomi la gomma in faccia per impressionarmi, “il mondo là fuori sarà molto più feroce.
Adesso stammi a sentire, tu questa cosa non la devi dire a nessuno, non ti lasceranno fare come vuoi”, l’odore di
vernice del suo smalto mi bruciava in gola, “a casa non devono saperlo, è un
problema tuo".
Aveva tre anni più di me e ogni sera veniva a prenderla un ragazzo
diverso. Nel quartiere si dicevano cose di lei, tutte infami, tutte vere, ma la
sua vita era quella, ogni sera su un sedile diverso. Avevo installato un
software per rubare le password sul suo pc e la sua posta elettronica era un
inferno di cazzi e di appuntamenti. La mattina andava in un albergo alla
ferrovia con le lenzuola di carta e i bicchieri monouso e per una mezz’ora lei
chiedeva un cadeau. Usava quella parola ridicola in ogni email. Lei miss cadeau
io chiquita boy.
Miss cadeau era tutto quello che volevo essere, unghie dipinte e niente senso di appartenenza. Lei
era di tutti quelli che se la volevano fare, una specie di bene pubblico, ed era
anche di mia mamma, quando piangeva perché avevano scritto con
lo smalto nero
nell’ascensore che la figlia era una troia con lo smalto nero e io non avevo
fatto in tempo a cancellarlo. La vita di miss cadeau era una svendita di carne
permanente.
Quando restò incinta mia mamma abbassò gli occhiali per metterla bene a fuoco e disse che se
ne doveva andare. Mettemmo le cose nelle buste e l’accompagnai in una stanza a
Ponticelli. C’era un fornello, un materasso per terra e la tenda di plastica
attorno la doccia. Miss cadeau contò i
soldi di ferro nel borsellino a forma di farfallina, scrisse un numero di
telefono su un pezzo di carta e io le accarezzai i capelli che sapevano di baby
shampoo johnson’s.
Trovò lavoro in un videonoleggio a Portici. La pancia non si vedeva ancora e miss cadeau
adesso vestiva con una salopette di jeans e i capelli legati. Quando il
proprietario non c’era andavo al videonoleggio, mi sedevo su una sedia di ferro
e sfogliavo i cataloghi. Parlavamo della bambina, e leggevamo i nomi delle
attrici sulle locandine dei film per sceglierne uno bello, pieno di significato.
Miss cadeau voleva per la figlia uno
stracazzo di nome magico.
Decidemmo di chiamarla “Il favoloso mondo di Amelie”.
Il favoloso mondo di Amelie nacque con un dito in meno alla mano sinistra e quello doveva
essere il segno del suo potere magico. Cercammo su internet il costo di una
protesi di un dito robotico che sembrasse vero, ma non trovammo niente, bisognava andare in ospedale e spiegare la situazione ai medici. Miss cadeau disse che una volta grande, le avrebbe fatto
trapiantare il suo dito.
Mi trasferii nella stanza di Ponticelli la settimana seguente. Prima di andare, rubai la
collanina d’oro di mia mamma e gli orecchini di perla. Arrivai a casa di miss
cadeau con un passeggino che sembrava fatto su misura per Il favoloso mondo di
Amelie, così potemmo toglierla dal carrello del supermercato che
avevamo rubato al
parcheggio dell’Ipercoop.
Nonostante il dito in meno, Il favoloso mondo di Amelie sembrava intelligente. Non piangeva,
mi guardava fisso negli occhi, aveva sei settimane ma cristo dio era già matura
per la sua età. Aspettavo che miss cadeau finisse il turno al video noleggio
dondolando il passeggino e poi ritornavamo alla stanza. Certe volte per strada
miss cadeau piangeva, poi chiedeva scusa a me e Il favoloso mondo di Amelie e
diceva ad alta voce che non potevamo permetterci di piangere.
Conobbi Ruggiero quando Il favoloso mondo di Amelie compì quattro mesi. Feci la prima volta
l’amore a diciassette anni sul materasso di miss cadeau mentre Il favoloso mondo
di Amelie dormiva nella doccia. Misi la tendina di plastica attorno alla
carrozzina perché non volevo che sentisse, ma lei comprese la situazione e si
addormentò subito. Mi innamorai di Ruggiero e del suo corpo. Pensai che fossimo
più carne che anima o che comunque non erano stati bilanciati bene gli elementi
e che tutto, eccetto Il favoloso mondo di Amelie, fosse corrotto e magnifico.
Una sera Ruggiero disse a miss cadeau che Il favoloso mondo di Amelie era un nome stronzissimo
e lei lo ferì a un braccio con un coltello. Il sangue schizzò sulla parete e le
gocce che caddero sul pavimento disegnarono dei cerchi sferici rosso intenso.
Medicammo Ruggiero con un pannolino e il nastro isolante. Miss cadeau non gli
chiese scusa, nessuno poteva toccare Il favoloso mondo di Amelie.
Avevo il terrore di comprare un giocattolo perché temevo che Il favoloso mondo di Amelie non
fosse capace di tenerlo a causa del dito in meno. Per fare una prova le diedi da
stringere lo spazzolino e lei lo strinse forte per farmi capire che poteva fare
qualunque cosa. Quella sera festeggiammo, io, miss cadeau, Ruggiero e Il
favoloso mondo di Amelie ebbe il suo primo sonaglio.
Ruggiero mi lasciò tre mesi dopo quando la culla di Il favoloso mondo di Amelie era piena di
sonagli. Gli chiesi di restare anche se adesso stava insieme a quell’altro
conosciuto all’università. Lo avrei aspettato, avrei amato io per tutti e due,
mi disse che non era possibile e che sotto
casa c’era una macchina che lo avrebbe portato in un
albergo al centro storico a fare l’amore tutta la notte. Miss cadeau mi spiegò
che esisteva il paradiso perché esisteva l’inferno e che l’uno senza l’altro non
valevano niente e che si stava di qua e di là per un po’. Quella notte dormimmo
tutti e tre sul materasso e mi lasciò stringere Il favoloso mondo di Amelie e
sentire il suo fiato sulla mia spalla.
Prendemmo in gestione una pompa di benzina. Non era molto lontano da casa nostra, si arrivava
a piedi prendendo delle strade interne e tagliando per il ponte della vesuviana.
Quando tornavamo la sera c’erano dei cani pazzi che ci abbaiavano da dietro i
cancelli e miss cadeau riempiva il cancello di calci e gli urlava che lei era
più pazza di loro. Alla pompa di benzina c’era un piazzale di pochi metri
quadrati, una sola pompa e un gabbiotto di metallo dove dentro potevamo starci
tutti e tre. Bastarono pochi giorni per abituarci all’odore della benzina.
All’inizio sembrava di masticare la carta stagnola, poi non si sentiva più.
Avevamo paura per Il favoloso mondo di Amelie e cercavamo di tenerla tutto il
giorno nel gabbiotto per non farle respirare il piombo. Mettemmo una tenda di
stoffa pesante all’ingresso del gabbiotto, più comoda da aprire rispetto a una
porta e pensammo che avrebbe respirato il piombo al posto del Il favoloso mondo
di Amelie. Non stabilimmo dei turni perché nessuno voleva lasciare da solo
l’altro, e poi io e miss cadeau insieme potevamo respirare tutto il piombo che
c’era nell’aria, perché quattro polmoni erano più capaci di due. Prima di andare
via la sera, mettevamo una catena con un lucchetto e al centro pendeva un
cartello con scritto chiuso. Mettemmo un’insegna. La disegnò miss cadeau con lo
smalto impiegandoci una settimana intera interrompendo il lavoro a ogni macchina
che si fermava. La disegnò usando la porta di un armadio che qualcuno aveva
abbandonato durante la notte vicino la catena. C’era scritto in tre colori
diversi “Pompa di benzina Il favoloso mondo di Amelie - Miss cadeau - Cichuita
boy ”.
Appoggiammo l’insegna su una sedia all’ingresso della pompa e i clienti più divertenti
volevano sapere a chi di noi appartenessero esattamente quei nomi.
“Sembra il nome di un circo”, dissi.
“Infatti”, disse miss cadeau.
Comprammo un distributore di bibite e facemmo un cattivo affare. Avevamo sfogliato dei
cataloghi e decidemmo per un modello
neanche troppo costoso che poteva contenere sette tipi di bibite. Nessuno
scendeva dalla macchina per comprare la coca cola. All’inizio miss cadeau
chiedeva se volessero qualcosa da bere, ma tutti chiedevano solo benzina. Miss
cadeau aveva speso mille e duecento euro per quel coso e una notte uscì di casa
da sola e andò a distruggerlo con un martello. Chiese scusa a Il favoloso mondo
di Amelie e promise che in futuro sarebbe stata più attenta. Comunque gli affari
alla pompa andavano bene e il distributore di coca cola fu il solo evento
negativo.
L’inverno seguente Il favoloso mondo di Amelie si tenne da sola sulle gambe. Era un martedì
mattina verso le undici, uscì dal gabbiotto barcollando, ma era in piedi, e in
mano stringeva uno spazzolino, e venne a restituirmelo. Dovette essere la
potenza di quella scena, ma sia io che miss cadeau pensammo che sarebbe arrivata
lontano.
Legammo Il favoloso mondo di Amelie alla pompa con una corda di dieci metri perché non
volevamo che andasse in strada. Avevo preparato un’imbragatura da mettere
attorno le spalle che lei provava a sfilarsi piangendo. Poi si abituò, come alla
puzza del piombo, a vivere la vita che le era toccata in sorte. Il mese
successivo, valutando il carattere altamente responsabile di Il favoloso mondo
di Amelie, allungammo la corda di due metri così che potesse arrivare fino alla
fontanina dietro il gabbiotto e alla catena.
A maggio miss cadeau conobbe Sergio e si sposarono in chiesa tre mesi dopo. Il favoloso mondo
di Amelie era vestita di rosa e in chiesa non avevamo invitato nostra madre. In
tutto, compreso gli sposi eravamo sette persone. Facemmo la festa di nozze alla
pompa di benzina. Comprammo due chili di piccola pasticceria e pasta di mandorle
e da bere avevamo il vermut. Miss cadeau si fece una foto mentre metteva la
benzina vestita da sposa e tutti quelli che passavano suonavano il clacson.
Ad agosto Sergio lasciò miss cadeau perché non era più innamorato di lei. Della loro storia
d’amore restarono le rate da pagare del frigorifero nuovo e del letto con il
cassettone che avevano comprato.
Il primo di ottobre vennero due assistenti sociali a dirci che non potevamo tenere Il favoloso
mondo di Amelie legata all’interno di una pompa di benzina. La tenemmo nascosta
in casa per un mese, per paura che la prendessero, poi sparirono e Il favoloso
mondo di Amelie ritornò con noi alla pompa.
Nel frattempo Miss cadeau aveva cominciato a uscire con un dentista. Disse che prima che
l’avrebbe lasciata voleva farsi aggiustare i denti. Poi alzò il mio labbro e
disse che anche i miei erano da rifare. Così ogni martedì sera per un mese andai
dal dentista. Ricostruì con della resina il pezzo di un dente che si era
staccato, poi, il terzo martedì il dentista mi baciò. Andai da lui tutte le sere
anche dopo che i miei denti erano nuovi. Mi penetrava a lungo, con dolcezza, poi
aumentava il ritmo, mi premeva la testa contro lo schienale della sedia e mi
diceva che da quando si era sposato, non era mai stato tanto felice come lo era
con me.
“Troia”, disse miss cadeau, “ti sei preso il dentista”, poi mi passò la mano tra i capelli,
“guarda che quello è sposato”.
Il dentista mi chiese di fare un breve viaggio con lui a Madrid. C’era una convention pagata
da una casa produttrice di resine per dentiere e lui poteva portare un'altra
persona. Ci accompagnò sua moglie all’aeroporto. Era una donna esile, bionda,
con un gradiente di abbronzatura artificiale sul viso. Il dentista le disse che
io ero il suo nuovo assistente, lei mi strinse la mano e mi augurò una buona
sorte. Alla convention non ci andammo nemmeno un giorno, restammo chiusi in
questo albergo a Plaza de Espana per due giorni e due notti. Il dentista mi
leccava con dolcezza il glande, mi diceva che se le cose non stavano in quella
maniera, avrebbe voluto vivere con me. Mi sentivo felice, amato. Il pomeriggio
prendevamo una pausa e andavamo in uno Starbucks dove servivano dei cappuccini
gelati che mi ghiacciavano le tempie.
“Non fa male ai denti questa roba?”, gli chiesi.
Il dentista alzò le spalle.
Comprai una calamita a forma di torero a miss cadeau e una maglietta con scritto I love Espana
con le pagliettes a Il favoloso mondo di Amelie. Ripartimmo per Napoli il giorno
seguente con il volo AZ834 dell’Iberia. La sera stessa il dentista disse che non
ci potevamo più vedere. Mi diede un assegno di mille euro e aggiunse che il
lavoro ai denti che mi aveva fatto veniva altri mille euro e che mi potevo
ritenere ben pagato. Con quei soldi comprammo una Citroen bianca di tredici anni
e Il favoloso mondo di Amelie fece il suo primo giro in macchina.
Non piansi nemmeno una lacrima nonostante gli sforzi. Continuai a servire benzina e a pensare
che Il favoloso mondo di Amelie fosse un motivo buono per essere là. Nel
frattempo miss cadeau aveva messo su una piccola attività con l’unica cosa che
davvero sapesse usare: lo smalto. Con uno smalto indelebile faceva a poco prezzo
dei disegni sulle carrozzerie delle macchine. Scriveva delle frasi stupide,
spesso nomi di donne o i colori del Napoli. Venti euro a macchina e in un giorno
buono ne faceva anche quattro.
Il numero dieci fu il primo problema che Il favoloso mondo di Amelie dovette affrontare. Lei
apriva le mani e quando arrivava a nove, le mostrammo come mettere il suo naso
proprio sopra lo spazio in mezzo alla mano che le avanzava e arrivare fino a
dieci. Ma per comodità io e miss cadeau avevamo regolato tutto su il numero
nove. Nella nostra pompa di benzina non c’era nulla che non potesse essere
contato con cinque dita di una mano e quattro dell’altra.
Coi soldi delle scritte con lo smalto miss cadeau andò dal parrucchiere e si fece tagliare i
capelli a caschetto. La stessa sorte toccò a Il favoloso mondo di Amelie. Erano
uguali, e solo quella sera capii che miss cadeau l’aveva concepito da sola. La
settimana successiva al taglio dei capelli, Il favoloso mondo di Amelie mise il
suo primo dente e miss cadeau disse che adesso poteva prendere a morsi il mondo.
Ruggiero ritornò il dodici dicembre. Mise il suo naso sul mio collo e mi chiese di restare
immobile così, per tutta la vita. Miss cadeau uscì dal gabbiotto.
“Se lo fai piangere di nuovo, ti taglio due dita, così una la incollo alla mano di Il favoloso
mondo di Amelie”.
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Solo gli scemi corrono
Nonostante mio padre fosse ancora vivo mia madre mise al collo un medaglina con
la sua foto incisa su uno sfondo dorato.
“Lo faccio per abituarmi al dolore della perdita”, disse mentre si incollava un
cerotto alla nicotina dietro il collo.
Pensava di dare un anticipo al dolore, di scontarlo a rate. Mio padre si
grattava le palle ogni volta che la incrociava nel corridoio e una volta la
minacciò con la forbice.
“Togliti questa cosa!”, le urlò.
“Tu non capisci”, disse lei con un fremito delle labbra.
Mio padre allora le fece sentire la punta della forbice sulla pancia.
“Infilamela fino alla schiena, non ti voglio sopravvivere”, e cominciò a
spingere la pancia in avanti.
“Tu sei pazza”, le disse portandosi un dito nella tempia nel gesto universale
della pazzia.
Abituatosi all’idea della sua morte, mio padre stesso cominciò a vivere i
restanti giorni della sua vita da defunto con una leggerezza sovrannaturale
considerando oramai l’episodio più nefasto della sua vita accaduto. Insomma mia
madre gli aveva dato la seconda possibilità e fece quello che avrebbe sempre
voluto fare della sua vita, il teatro.
In linea di massima se una persona non ha mai recitato fino a trentanove anni
non dovrebbe mai iscriversi a un corso di teatro trovato su un volantino.
Ricordo con una certa precisione quando a casa aprì quel foglio di carta piegato
in tanti quadrati simmetrici e ne uscì un volantino con un orario, un posto e un
numero di telefono. Mia madre stava friggendo l’hamburger con la sottiletta
sciolta sopra sulla piastra e quando mio padre lesse ad alta voce, “corso di
teatro per principianti”, si fece il segno della croce, incollò sul suo
avambraccio un cerotto alla nicotina e raccolse la sottiletta fusa che colava
sulla piastra. Mio padre alzò la forchetta al cielo come avrebbe fatto un prete
e la piantò nel legno del tavolo infilzando il volantino e facendo tremare le
mattonelle sbilenche della nostra cucina.
Il vecchio mi portava con sé alle prove nell’intento di salvarmi dalla
superstizione di mia madre. Mi piaceva come usava quella parola, perché faceva
in modo che il significato fosse più ampio e che comprendesse ogni cosa stupida
fatta da mia madre. Il teatro era uno scantinato umido con dei tubi che colavano
acqua dal soffitto. Prima che la compagnia del ragno, così c’era scritto sul
volantino, allestisse quello spazio a teatro, c’era una sartoria e tre manichini
mutilati stavano stesi nel corridoio e mi piaceva pensare che la notte si
animassero e che recitassero sulla pedana che usavano da palcoscenico. Allora
mio padre mi vedeva assorto, arrivava da dietro e mi dava uno schiaffo,
“smettila, diventerai scemo come tua madre”.
Era un cane, uguale agli altri che stavano là sul palco con lui, però le sue
battute erano piene di parole affilate e luminose come la carta argentata che la
cassa armonica del suo petto faceva risuonare ed esplodere e anche i manichini
sembravano girarsi quando toccava a lui parlare.
Proprio in quel periodo a casa nostra venne a stare Annabella, una cugina di mia
madre che aveva perso il lavoro a Torino. Faceva le pulizie in un’impresa che
aveva in gestione scuole e uffici e dava la colpa alle polacche che erano
arrivate a migliaia con gli autobus. Diceva che erano tutte bellissime e che
lavoravano per la metà dei soldi e ogni volta che la sentivamo dire “quelle
zoccole”, sapevamo già di chi stava parlando.
Annabella aveva i capelli lunghi e ricci, una tartaruga tatuata sul braccio e
pensai che le polacche dovessero essere magnifiche perché né io né mio padre una
femmina come Annabella l’avevamo
mai vista. La sua pelle odorava di miele e i suoi
denti bianchi come le vigorsol.
Era stata mia madre stessa a dire che i tatuaggi li portavano solo le persone
sporche. Lo disse quindici anni prima quando mi vietò di tatuarmi sul collo la
figurina dell’uomo tigre che uscì dalle gomme e mai avrei pensato che una
femmina si facesse un tatuaggio enorme e colorato e l’accostamento delle parole
“Annabella” e “sporca” mi faceva girare la testa.
Mi chiudevo in bagno a menarmelo pensando ad Annabella. Stendevo una striscia di
carta igienica sulla pancia e con la tavoletta di plastica che ballava sotto il
culo davo fondo a quello che pensavo fosse un grande amore. Tirarmi l’uccello
divenne l’unica cosa sensata che potessi fare e mio padre aveva voglia di
bussare alla porta per esercitarsi davanti allo specchio.
“Un minuto”, gli dicevo.
“Esci da questo cazzo di bagno!”, urlava.
“Lascialo stare!”, urlava ancora mia madre.
“Lo so io quello schifoso che sta facendo là dentro”.
Uscivo simulando una contrazione della pancia, mia mamma mi veniva incontro, “ti
fa male la pancina vero?”.
“Puoi pigliare per il culo a questa scimunita”, indicando mia madre, “ma non
me”.
Il vecchio la sapeva lunga in fatto di seghe e pensai che mi portasse alle prove
del teatro con lui per lasciarmi meno tempo possibile con Annabella in casa. E
forse lui stesso, voleva stare lontano da casa.
Comunque anche lui aveva cominciato a farsi la barba e a spruzzarsi la camicia
con il pino silvestre, perché la presenza di Annabella aveva innestato una
specie di competizione tra me e lui. Mia mamma intensificò le preghiere per
l’anima di mio padre andando a messa tutti i pomeriggi e una volta aveva fatto
venire la statua della madonna a casa. A turno tutte le signore del palazzo lo
facevano e un giorno ci trovammo la casa piena di vecchie e mio padre pensò che
mia madre gli avesse organizzato l’anteprima del funerale. Entrò nella stanza
dove c’era la statua, si fece il segno della croce e poi cacciò tutte le
vecchie. Anche Annabella stava là a pregare, però non aveva la stessa
convinzione delle altre vecchie e ogni tanto usciva fuori il balcone a fumare.
Il giorno seguente accompagnai Annabella a parlare con una persona che si
occupava di trovare il lavoro alle persone nel quartiere. Era uno zingaro e si
chiamava Musuk. All’inizio piazzava gli altri rumeni, poi i polacchi, gli
ucraini e poi cominciarono ad andare da lui anche quelli del mio quartiere. Mia
madre aveva chiesto a mia sorella Isabella di accompagnarci, ma a lei Annabella
non piaceva.
“Tua sorella mi odia”, disse. Aveva tredici anni più di me però a volte faceva
la voce da ragazzina, poi porgendomi il pacchetto di sigarette mi disse:
“fumi?”.
Il cuore mi esplose sotto la canottiera, Annabella, una femmina di classe
superlusso, sporca con il tatuaggio sul braccio che non era da escludere che
fosse stata in galera, pensò per un istante che io fumassi. Una delle
gratificazioni più grandi, un attestato di virilità, quello era il mio tatuaggio
sulla schiena.
“Ho smesso”, dissi.
Avevo quattordici anni, ma quando cazzo avrei avuto il tempo di smettere?
Comunque sembrò crederci, fui contento di averle mentito e decisi di cominciare
a fumare da subito. Comprai alla macchinetta sul Corso San Giovanni un pacchetto
di Camel Light per via del colore del pacchetto. Provai a fumarne una, ma non
riuscivo a capire bene se il fumo si doveva ingoiare o risputare fuori, ma il
punto non era quello, volevo che Annabella trovasse le sigarette in giro nella
nostra stanza. Solo che le trovò prima mio padre e premendomi con delicatezza la
punta di un giravite sul collo mi chiese che cosa mi fossi messo in testa.
“Lascialo!”, gridò mia mamma toccando la medaglina appesa al collo come se
l’anima defunta di mio padre potesse fermare il suo corpo indemoniato. Poi mio
padre spostò il giravite dal mio collo e mise la sua faccia vicino la mia,
quando mi fu abbastanza vicino disse: “questo si chiama metodo Stanislavskij,
il maestro del corso di teatro dice che mi affiderà la parte di un camorrista in
un’opera astratta che lui stesso ha composto”.
“Astratta?”, ripeté mia madre.
“Astratta”, confermò lui, “che vi credete tutti e tre”, mia sorella nemmeno lo
stava a sentire, “il teatro sta nella testa degli spettatori, il messaggio
arriva anche se le scene sono spostate nel tempo, se la scenografia è surreale,
Godot?, che ne sapete voi di Godot!”.
“Godot è una stronzata”, disse Isabella.
“Taci!”, urlò mio padre e pensavo che l’avrebbe uccisa, “è per colpa vostra che
sono qui a fare questa vita misera, e quanto è vero iddio, gli ultimi sforzi dei
miei polmoni saranno sacrificati sull’altare sacro del teatro, ma voi,
guardatevi, avete qualcosa di sacro nella vita? che volete capire, siete delle
miserabili sanguisughe”.
Annabella dormiva nella stanza con me e Isabella. Nostra madre le aveva messo la
brandina che usavamo quando veniva a dormire la nonna e l’aveva messa al centro
della stanza, alla stessa distanza dal letto mio e da quello di Isabella. Dio
mio, la notte era un inferno saperla a pochi metri dal legno del mio letto e il
suo odore mi sbatteva forte nel naso e certe volte respiravo così forte che mi
usciva il sangue dal naso e mia madre doveva tamponarmi l’emorragia con delle
strisce di carta igienica.
“Non metterti strane idee in testa”, mi disse Annabella un pomeriggio, “tua
madre mi ospita in casa sua ed hai la metà dei miei anni. E poi tua sorella ha
minacciato di mettermi il veleno per i topi nel caffè se ti sono troppo vicina”.
Da cosa mi proteggeva la mia famiglia? Maledetti.
Mia madre si faceva il segno della croce tutte le volte che la vedeva, io mi
faceva un sega, mia sorella voleva ucciderla, mio padre aveva cominciato a
vestire elegante. Più o meno dalle conseguenze di poteva valutare la portata del
caso Annabella.
La sera che il vecchio ci stava lasciando la pelle Annabella era vestita
benissimo. Aveva una gonna corta e una camicia coi primi bottoni aperti. Eravamo
in cucina, mio padre cadde con gli occhi girati all’indietro. Restammo
paralizzati perché il vecchio aveva sempre detto che ci avrebbe ammazzati tutti
e quando lo vedemmo con la gamba che tremava e la sedia capovolta pensammo che
ci avesse detto solo stronzate fino a quel momento. La prima ad avvicinarsi fu
mia madre, aveva ancora un mestolo in mano, lo teneva stretto come una
rabdomante al ramo e quando gli fu vicino si buscò un calcio in pieno culo da
mio padre. È un riflesso nervoso, si sarebbe detto in seguito, ma in realtà mio
padre portava a termine l’ultimo desiderio caso mai non avesse riaperto gli
occhi. Mia sorella chiamò l’ambulanza, mia mamma gli teneva la lingua di fuori e
Annabella mi abbracciò forte e io affondai la testa in mezzo alle sue
morbidissime zizze. Il vecchio non morì, quelli dell’ambulanza neanche se lo
portarono all’ospedale, gli fecero un’iniezione e lui riaprì quegli occhi da
diavolo. Avevo ancora nelle narici l’odore buono delle tette di Annabella e
adesso che il vecchio stava nuovamente imprecando contro mia mamma in quella che
si poteva dire la sua terza vita, Annabella un poco mi guardava strano.
La settimana seguente, grazie all’aiuto dello zingaro, Annabella cominciò a
lavorare in un negozio di fotocopie. Stava tutto il giorno in piedi e la sera
aveva le mani piene di inchiostro, inoltre le braccia avevano dei piccoli tagli
che si procurava maneggiando i fogli di carta che a sua detta erano
affilatissimi. L’aspettavo sul marciapiede di fronte, camminavo su e giù, facevo
in modo che mi vedesse attraverso la vetrina. Quella sera che c’era la recita
del vecchio al canile, come lo chiamava mio sorella, io ero vestito bene, sarei
andato là con Annabella, mio padre aveva detto che avrebbe fatto una variazione
sul copione per stupire il regista perché l’arte è un cavallo che non si può
domare. Ma quella sera oltre a me c’era una macchina ferma. Quando Annabella
uscì, mi vide e quello con la macchina suonò il clacson. Io feci un po’ la
faccia da scemo, ero vestito benissimo, Annabella restò un po’ sospesa tra me e
la macchina, poi mi venne vicino, mi disse “stasera non puoi accompagnarmi”, mi
passò una mano nei capelli e mi diede un bacetto sulle labbra. Allora io
cominciai a correre verso il teatro, già sentivo la voce del vecchio far girare
i manichini, adesso Annabella era la mia ragazza, mi aveva baciato, quello della
macchina oramai sapeva tutto di noi, e corsi forte, il vento mi gonfiava la
maglietta buona, mio padre diceva che ero uno scemo e solo gli scemi corrono
quando non sanno cosa fare, ma era stato lui stesso a parlarmi dei cavalli che
nessuno poteva tenerli fermi.
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Storia corta
Mio nonno smise di lavarsi i denti il 4 novembre 1979. Lo annunciò a tavola
quando terminò di cenare. Mia madre spense la sigaretta nel piatto e disse che
per lei andava bene. Il nonno respirò forte e annunciò che da quel giorno
avrebbe parlato pochissimo e che le sue poche parole avrebbero ucciso.
I primi giorni pensavamo che fosse per via del dolore alla spalla che non ce la
faceva a lavarsi i denti, poi il suo spazzolino diventò secco e l’estate
seguente il caldo lo fece spezzare. Se faceva un colpo di tosse a Piazza
Garibaldi noi lo sentivamo.
La puzza è cresciuta lentamente per i primi due mesi, poi si è stabilizzata
raggiungendo il massimo della potenza verso la nona settimana. Io però ero
piccolo, avevo sei anni e certi ingranaggi della mente non li capivo. Per me
quello era l’odore del nonno e neanche me lo ricordavo che un tempo il suo fiato
avesse un odore diverso. Quando morì, i becchini che dal letto lo infilarono
nella bara non ci potevano credere. Dissero che secondo loro il vecchio doveva
essere morto da almeno dieci mesi per come puzzava.
“Avvitate bene il coperchio”, disse mia mamma.
C’era parecchia gente a casa a salutarlo e sotto il palazzo avevano messo una ghirlanda
con dei nomi scritti su una stoffa viola. Bisognava girare la testa per seguire
il verso delle parole e io comunque conoscevo le lettere solo fino alla m, il
nonno non aveva fatto in tempo a parlarmi delle altre lettere. Però il concetto
di morte me lo aveva spiegato per bene.
“Lascialo stare”, gli urlava mia mamma quando lo sentiva raccontarmi della
morte.
“Lo deve sapere adesso”, gli urlava lui.
“Ha solo otto anni”, diceva lei.
“È tardi, cristiddio è tardissimo”.
E poi attaccava a raccontarmi la storia di Elvira, la puttana che l’aveva
nascosto in casa quando aveva sparato nel ginocchio a quello che gli aveva
rubato la macchina. L’aveva tenuto in una casa di piazza Nazionale per quattro
mesi ed Elvira era innamorata e divideva con lui i soldi. Poi Elvira era morta
di una malattia e perciò quando mi parlava della morte si partiva sempre
parlando del chiavare, perché lui diceva che morire e chiavare sono la stessa
cosa, sono cose che si devono fare per forza.
Prima di morire il nonno mi lasciò la fotografia di Elvira. C’erano scritte
delle cose dietro, una poesia che il nonno le aveva scritto, e che mi aveva letto
così tante volte che la conoscevo a memoria, senza sapere se effettivamente
quelle parole corrispondessero a quei tratti di inchiostro dietro la fotografia.
Perciò ero ansioso di imparare a leggere oltre la lettera m, perché il nonno mi
diceva che il bello veniva proprio dopo la m. Non era bella come mi raccontava,
la faccia era troppo lunga e dalla fotografia non si poteva né sentire l’odore
del suo collo né provare come faceva il caffè e secondo il nonno, io mi perdevo
il meglio di lei.
Al funerale io avevo una magliettina gialla e mia madre mi diceva continuamente
di non allontanarmi. Aveva riempito la stanza di fiori e di piccola candele
profumate, ma il fiato del nonno usciva prepotente dalla sua bocca chiusa e le
finestre aperte non potevano niente. Non si sapeva mai come vestirsi ai
funerali, zia Sofia aveva detto a mia mamma che non andava bene che io avessi la
maglietta gialla, non sta bene vestirsi colorati, per i vicini più che altro. Il
nonno mi aveva spiegato per bene come funzionava la procedura della morte, mille
volte. Un giorno smetti di respirare,ti mettono in una bara, ti infilano
sottoterra e statti bene al cazzo. Questo era tutto quello che c’era da sapere
sulla morte e non dovevo credere a nessun’altra storia. Perciò presi la
fotografia di Elvira e facendo finta di leggere cominciai a recitare a voce alta
in mezzo a tutti quelli che erano là: “grandissima e amatissima puttana mia, il
culo tuo è una caverna calda dove m’infilo e muoio”, e poi arrivò mia mamma e mi
diede uno schiaffo dietro il collo.
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Monica era stata battezzata dal guardiano dell’Esselunga di Viale Ripamonti.
L’aveva vista nei monitor del circuito chiuso mentre rubava un fermacapelli. Lo
teneva in testa come una corona. Quando l’uomo le chiese come si chiamasse lei
rispose: Monica. Le venne in mente il nome della ragazza che fuori la scuola le
lanciò un uovo e le urlò
cinese di merda. Il guardiano la portò nella control room. Passarono per un
corridoio stretto con i tubi dell’aria condizionata appesi sotto il soffitto.
Chiuse la porta, la fece inginocchiare e le disse di aprire la bocca. Fu in quel
momento che Monica decise che quello sarebbe stato il suo vero nome, non quei
segni impronunciabili che i genitori le avevano scelto. Se gli altri non sanno
leggere il tuo nome allora non esisti. Mentre l’uomo le teneva la mano sulla
nuca per dettare il ritmo, monica pensò che l’unico peccato mortale che
veramente aveva da farsi perdonare era di non essere italiana e succhiando,
chiese l’assoluzione.
In giro però continuavano a chiamarla la cinese. La madre una mattina la chiese
dove avesse preso quel giubbino nuovo. L’aveva aspettata tutta la notte nel
kebab all’angolo e Ramis le diede una sedia vicino la vetrina. La città era
piena di cani che si muovevano come comete impazzite. Quelli del kebab non
avevano il coraggio di dirle che alle due avrebbero chiuso, ma lei capì quando
cominciarono a lavare e tornò a casa. Monica arrivò che il sole era alto, andò a
sciacquarsi la bocca col colluttorio e sputando nel lavandino disse alla mamma
che era una cinese di merda e che non doveva più chiedere niente.
Potevi fartela per poco, per molto meno di un giubbino. Una Ceres, una pasticca,
una striscia e la cinese si faceva perdonare quegli occhi deformi e quella pelle
troppo chiara nel bagno di Feltrinelli, nel bagno dell’Hollywood, nel parcheggio
del Garden. Scoprì che Milano era fatta di interstizi nei quali infilarsi e di
un milione di bagni pronti ad ospitare le tue ginocchia. Il peccato si poteva
espiare in ogni punto della città. L’unica cosa che davvero importava alla
cinese era ascoltare la musica quadrata, precisa, geometrica delle discoteche.
Un miliardo di watt le rimbombavano nella pancia, ogni pasticca che si
guadagnava nei bagni era un metro più vicino alle casse. Ci voleva coraggio per
farsi sotto. L’urto sonoro ti faceva vibrare le viscere. Più volume, più
pasticche, più strisce da spararsi nel naso.
Con gli occhi pieni di mdma Milano era stupenda. Le luci delle macchine si
confondevano veloci sulla retina mentre infilava il collo esile nel giaccone.
Mangiò in un macdonald’s. Si sedette a un minuscolo tavolino al piano di sopra.
I neon bianchi erano stelle di venti watt, costellazioni made in china.
Fece segno a uno dei ragazzi dietro al
bancone che alla fine capì. Si chiusero nel bagno, lui le passò dieci euro
rubati dalla cassa e lei si inginocchiò. Padre nostro che sei nei cieli aiutami
a pronunciare bene la erre. Non appena le ginocchia toccarono le mattonelle di
nuovo una musica forte prese a batterle nel cervello. Poco dopo era
a casa del ragazzo. Un appartamento con
il parato e un divano. Era china su un tavolino a tirare un striscia di speed e
a ballare la stessa musica che non usciva più dal cervello. Ancora in giro.
La conoscevano tutti la cinese, era la star dei posti che non chiudevano mai.
Lei arrivava al bancone, le pupille erano strette, qualcuno la salutava, poi
cominciavano ad arrivare. Si avvicinavano con cautela perché vista l’ora tarda,
la cinese era l’ultima possibilità che Milano aveva di svuotarsi nel bagno di un
lounge bar o sul sedile di dietro di una bmw. Era l’ultima possibilità che
Milano aveva di perdonare e di purificarsi. Alle quattro di notte la cinese era
la sedicenne più preziosa della città.
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Sessanta
Mia mamma mi ha partorito senza dolore sul sedile di dietro di una Fiat 127.
Quando ha sentito che aveva le contrazioni ha parcheggiato nella piazzola di
sosta della tangenziale, si è seduta dietro e ha acceso una camel light. Era
buio e non c’era nessuna maniera di chiamare qualcuno. Prese le gocce di
Novalgina che teneva sempre nella borsetta e ne mise sessanta sotto la lingua.
Ogni camion che passava la 127 tremava e c’era il rischio che la forma a
incudine della macchina di per sé non fosse abbastanza aerodinamica a sopportare
tutto quel vento. C’era il rischio di ribaltarsi e finire prima di cominciare.
Mia mamma strappò il rosario che c’aveva appeso sotto lo specchietto e guardando
la croce disse a Cristo che stava tirando troppo la corda e che sessanta gocce
di Novalgina non sarebbero bastate per molto, quindi almeno, bisognava darsi una
mossa. Quando venni fuori mia mamma mi appoggiò sul sedile davanti, bruciò il
cordone ombelicale con l’accendino della 127 e mi avvolse nelle pagine di un
Tuttocittà del millenovecentosettantaquattro che teneva nel portaoggetti perché
lei le strade non riusciva a impararle. Nell’ottanta poi sarebbe venuto il
terremoto e molte tavole del Tuttocittà bisognò ridisegnarle. Quando tutto fu
finito, io ero avvolto in uno strato di pagine con le pubblicità di aziende di
traslochi e numeri di radiotaxi, mia mamma mise la freccia a sinistra e guidò
verso l’ospedale Loreto mare macchiando di sangue il volante e il cambio. Il
casellante della tangenziale di Corso Malta quando la vide inzuppata e madida le
chiese se avesse bisogno di qualcosa.
“Li sai mettere i punti?”.
“No?”.
“E allora alza questa cosa, muoviti”.
Parcheggiò sulla rampa del pronto soccorso. Un infermiere le disse che non si
poteva stare là. Lei allora gli lasciò le chiavi e gli disse di metterla dove
gli pareva e uscì con un cartoccio umido di carta da giornale.
“Dove l’ha trovato?”, disse il primo medico che la vide e “non si può fumare qua
dentro”, le disse un altro. È a quel punto che ci presero a tutti. A lei la
stesero su una lettiga ricoperta da un lenzuolo con scritto il nome dell’aziende
ospedaliera e le infilarono una flebo nel braccio. Io invece venni portarono in
una sala più piccola dove mi misurarono la temperatura, mi contarono le dita dei
piedi, mi pesarono e cercarono di capire quanto fosse conforme alla legge un
figlio nato da una femmina che mentre continuava a perdere sangue fumava le
camel light.
Quando mio padre arrivò all’ospedale la prima cosa che mia mamma gli disse fu:
“avevo paura di incontrare tua moglie. Si sarebbe messa a urlare come la volta
scorsa al supermercato. Tua moglie mi odia”.
“Dove l’hanno messo?”, disse lui, che adesso poteva parlare di me come unità
fisica indipendente.
Mia mamma fece un cenno con la testa per fargli capire dove mi avevano portato.
Mio padre allora si fece spiegare da un’infermiera io chi fossi in mezzo a
decine di altri ragazzini nelle mie stesse condizioni e restò a guardarmi
attraverso un vetro. Appoggiò le mani e cominciò a contare muovendo la testa.
Quando mi vide dovette pensare che io e lui non ci assomigliavamo e che adesso a
quella ragazza che aveva partorito da sola sulla tangenziale qualcosa bisognava
dirle, ma pure alla moglie, che già una volta colla forbice da cucina aveva
provato a infilzarlo. L’avevo rovinato. E lui che era un vigliacco, si chiedeva
cosa gli sarebbe successo adesso e se c’aveva
le stesse palle che c’avevano tutti gli altri uomini, o almeno le stesse di
quell’altro che poi era mio nonno. Allora si disse che da qualche parte
bisognava cominciare, andò al telefono a gettoni dell’ospedale e con due
gettoni, e senza respirare, spiegò alla moglie che da quel momento le cose erano
cambiate. Non aveva casa, non aveva lavoro, era così povero da sentirsi libero,
la moglie non gli poteva togliere niente. Quando il secondo gettone cadde nella
pancia del telefono lui le chiese scusa e lei gli disse che era un pezzo di
merda, lui le chiese nuovamente scusa e lei di nuovo che era un pezzo di merda,
fallito, pezzente, miserabile e mio padre che aveva appena trovato il coraggio
si domandò quanto cristo durassero due gettoni.
Quando ritornò nel corsia mia mamma stava ascoltando la storia di una vecchia
aggredita da un cane. Ma sul cane non era tanto sicura, mia mamma poi mi disse
che erano stati i figli a dirle così, per tenerle nascosto il male che un uomo
può fare a un altro. La vecchia era stesa sulla barella e mia mamma le
accarezzava i capelli mentre la flebo le spingeva un liquido trasparente nelle
vene. Lui le fu vicino e senza interrompere il racconto della vecchia le fece
capire che era tutto a posto, che non si doveva preoccupare, ma in cuor suo non
era troppo sicuro di quello che stava dicendo. Lasciò le due donne, pensò che
forse mia mamma aveva qualcosa da chiedere alla vecchia su come si crescessero i
bambini, i pannoli, i dentini, la varicella. Andò al bar, disse all’uomo dietro
al bancone che aveva bisogno di un caffé con la grappa, ma non aveva soldi, e in
cambio gli raccontò la storia della moglie vera e della moglie finta.
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Gianni
Solla 
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