H o t e l  M e s s i c o

La  vita  dopo  i  call  center

home     due centesimi     il circo dei nani volanti     la vita dopo i call center     samurai   hotelmessico@yahoo.it

cose mie che trovate in libreria

contatti: hotelmessico@yahoo.it

 

Indicean>

1. Terminator Love

2. Nagasaki 97

3. Appunti dal quarto livello

4. Fotogramma 23

5. Il cuore avvolto nella carta argentata

6. La ricerca elettronica sulla Telefunken

7. La storia sul tovagliolo

8. Certi appunti

9. La storia del cane pazzo

10. I punk a bestia di Piazza Cavour

11. Comunque mia mamma ha detto che volevo lasciare la scuola mi avrebbe sfondato il culo come a quello di Cogne

12. Lo sfondaculo cosmico

13. La paura è una farfalla

14. Diciannove gradi

15. Anatomica

16. Il mio discorso

17. De Gasperi Express

18. Chiwawa morto

19. La corsa

20. Safari nucleare - post atomic kiss -

21. La notte dei call center viventi

22. Il cuore e il polistirolo

23. Fotogramma 23

24. Televideo

25. Sono stato concepito in una darkroom

26. La bellezza perduta

 

 

 

 

TERMINATOR LOVE

 

Quelli che stavano seduti sul fondo non li conoscevo. Erano vestiti male, la faccia gialla, i denti macchiati. Le donne erano truccate da troie. Li avevo visti in chiesa, mentre uscivamo. Pensavo che fosse gente che si trovava là per la cerimonia successiva, che era arrivata troppo presto per paura di perdersi e si era seduta. Avevano occupato un tavolo sul fondo della sala. Era il giorno del mio matrimonio e non sapevo chi fossero quelli seduti in fondo che mangiavano pesante. Luisa stava facendo delle fotografie e ogni tanto arrivava uno che mi diceva delle cose. Io non lo sentivo. Non sentivo più niente da quarantasei minuti. Da quando era cominciata la scimmia. In generale uno non dovrebbe mai vestirsi elegante quando gli fanno male le ossa della schiena. Dovrebbe indossare una tuta in acetato, oppure un accappatoio, e starsene seduto sulla tavoletta del water con i piedi appoggiati sulla ceramica della vasca. Passa prima, sicuro. Attraversai la sala. Certe donne eleganti si alzarono per darmi gli auguri. Dissero che sarei stato felice. Avevo un rigo di sudore dietro la schiena e i tendini del collo tesi. I camerieri si sgomitavano tra loro. Raggiunsi il cesso del ristorante. Le fontane si azionavano con la fotocellula e lo specchio era lungo quanto tutta la parete. Entrai nella cabina e controllai la chiusura. Le mattonelle erano bianche e sulle porte non c’erano incisi cazzi con le chiavi. C’era l’odore artificiale di qualche fiore che pungeva nell’aria. Tirai fuori dalla giacca l’astuccio con l’attrezzatura. Era un astuccio per gli occhiali di quelli rigidi. Sopra c’era scritto Giorgio Armani. Stesa di lungo ci stava la siringa, l’ago, un cucchiaio con il manico piegato, una bustina con la vitamina C e la roba. Cominciai a cucinare. Non appena accesi l’accendino qualcuno entrò nel bagno. Il tacco di legno delle scarpe da cerimonia batteva sulle mattonelle. Legno contro ceramica. Lo sentii pisciare. Indirizzò preciso l’urina nella pozza dell’acqua. Scoreggiò. Poi tirò lo sciacquone e andò via. Mi alzai la manica della giacca e legai attorno al braccio un tovagliolo del ristorante.

Siamo a casa. Per terra c’è un materasso. La stanza è vuota. Una lampadina scende dall’alto appesa ad un filo di rame. Sembra impiccata. Luisa è stesa su un lato del materasso. Ha i piedi nudi appoggiati sul mio stinco. So che sono freddi perché fuori fa freddo, ma tecnicamente, non sento freddo. Sono anestetizzato.

“Dammene un poco perché non riesco a dormire”.

Faccio finta di non ascoltarla. Parla male. Apre poco la mascella e non pronuncia bene certe vocali.

“Siete tutti uguali voi tossici, pensate sempre prima a voi”.

Mi chiedo come siamo arrivati fino a questo punto, consapevole che solo l’anestesia mi permette certi ragionamenti. Luisa mi sputa sulla faccia della saliva calda. So che è calda perché proviene dall’interno della sua bocca, ma non riesco a sentirne la temperatura. Un filo di saliva le resta attaccato nella bocca. Mi alzo e le vado a prendere la roba. Poca. Perché mi serve per il resto della notte. Si inginocchia e la cucina su un cucchiaio che avrà cinque anni. E’ tutto nero. Le ho detto cento volte di cambiarlo perché le viene l’epatite, ma questa non se fotte. Dice che i microbi non le entrano dentro. E forse ha ragione. Termina di parlare. Adesso è girata su un lato. E’ dimagrita e la pelle sulla scapola è uno strato sottile.

Siamo in strada. Abbiamo la scimmia. Luisa cammina da sola, io la seguo a venti metri. Si ferma uno con la macchina. Lei si avvicina al finestrino. Parlano. So quello che si stanno dicendo. Luisa apre lo sportello ed entra. Percorrono cinquanta metri e svoltano nel retro di un parcheggio. Allora io comincio a correre. Il mio fisico non è fatto per spostarsi troppo velocemente, mi fa male la parte bassa del ventre e i muscoli sulle gambe sono rigidi. Raggiungo la macchina. E’ sempre così. Vado dal lato del guidatore e apro la porta. Tiro fuori il coltello. L’uomo mi consegna il portafogli. In genere ha il pantalone abbassato a quel punto. Io gli guardo il cazzo. Se ce l’ha più grosso del mio, mi faccio consegnare anche il cellulare. Luisa esce dalla macchina.

Siamo a Secondigliano. Il posto preciso dove andiamo a prendere la roba si chiama terzo mondo. Attraversiamo il rione camminando in mezzo a quelli che dovevano essere dei giardinetti. Ho sentito che da questa parti a noi tossici ci chiamano terminator. Sono anestetizzato, ma non posso non apprezzare  il senso dell’umorismo di questi che ci vendono la roba. Dimostrano auto ironia. Saliamo al terzo piano di un palazzo buio. Non ci sono le luci per le scale. Alla fine dei corridoi neri di buio si sentono delle voci. Alcune luci filtrano da sotto le porte. Luisa sta male, le dico di tenere duro. Forse lo penso soltanto. Arrivati al terzo piano ci sono altre persona sedute sugli scalini. Uno si alza e mi chiede quanto ne voglio. Alzo la falange del dito medio e gli faccio segno di uno. Una sola unità. Riscendiamo le scale. Luisa sembra stare meglio.

Un tubetto di plastica con la roba costa tredici euro. La qualità è buona abbastanza da far venire in questo posto gente da tutta la città. Certi si stabiliscono in zona. Le altre piazze non possono reggere. Con un tubetto ci facciamo tutti e due e stiamo bene fino a che non vogliamo un altro tubetto. Allora Luisa ferma un’altra macchina e poi io corro con il coltello. Nessuno denuncia mai una rapina, mentre andava a puttane.

C’è un ponte di ferro. Nei pilastri ci sono avvitati dei bulloni enormi. In realtà è la rampa di una sopraelevata. Sotto c’è uno che vende le siringhe. Costano un euro. Però anche se hai cinquanta centesimi te la dà lo stesso. Ci facciamo e dobbiamo andare subito perché sotto a quella rampa non è consentito collassare. Sotto la rampa ci sono altri cinquanta terminator.

E’ Maggio. Luisa è incinta. Dice che vuole uscire da questa cosa della roba. Le dico che va bene. Non sono sicuro che il figlio sia mio. Non sono sicuro di niente.

E’ Luglio. La pancia di Luisa è cresciuta. Siamo sul materasso. Mentre ero fatto Luisa si è fatta uno schizzetto. Me ne sono accorto dopo. Si è sentita male e l’ho portata all’ospedale. Per strada le macchine le vedevo a stento. Erano giusto luci proiettate nella direzione opposta alla mia. L’hanno tenuta tutta la notte. Ai medici ho dovuto dire quello che era successo. Loro hanno detto che avrebbero dovuto dirlo alle autorità. Gli dissi che avrei capito.

E’ Agosto. Dopo aver perso il bambino Luisa è uscita dalla roba. Adesso lavora in un call center e guadagna trecento cinquanta euro al mese di fisso e altri soldi se riesce a far cambiare il piano telefonico a quelli che chiama. Io la vado a prendere sotto al call center quando finisce troppo tardi.

E’ Settembre. Ho detto a Luisa che sto scalando. Lei è contenta ma non ci crede. Io neanche. In realtà non è nei miei obiettivi. Mi trovo bene. Non ho progetti. Non voglio andare a lavorare nel call center. Luisa racconta delle ragazze che ha conosciuto in quel posto. Si è data una ripulita e sono felice per lei. Però non voglio che dimentichi quando lei pure era infognata. Se uno cancella le cose finisce per dimenticarsi chi è.

I soldi che mi passa Luisa non bastano. Dice che è difficile convincere la gente a cambiare piano telefonico. Molti utenti non sanno quanto gli costi telefonare e non hanno intenzione di modificare quello che già hanno, nonostante le rassicurazioni. La gente ha sempre paura dei cambiamenti. Il resto dei soldi lo raggiungo facendo delle rapine nei parcheggi degli autogrill. Ne ho fatte una trentina in due mesi. Poi mi hanno arrestato. Cercai di rapinare un poliziotto. Invece del portafogli mi piazzò la canna di una pistola in mezzo agli occhi.

La prima notte in cella fu un inferno. Stavo male. Mi torcevo e tutti quelli nelle celle a fianco si lamentavano. Arrivarono due guardie che mi portarono in infermeria. Dissero che ero un pezzo di merda e che gli facevo schifo. Poi mi diedero del metadone. Restai in galera due giorni, poi mi trasferirono in un centro di riabilitazione. Mi fecero telefonare a Luisa da un telefono pubblico che avevano nella saletta all’ingresso. Mi chiese perché non ero passato a prenderla due giorni prima al call center e che fine avevo fatto. Le raccontai del furto e di tutto il resto.

Passai nella comunità di Terminator due mesi. Lavoravo il legno, modellavo la creta, ed ho imparato il giro di do sulla chitarra. In generale i Terminator non dovrebbero strare in mezzo agli altri Terminator. La sera mi mettevo nel letto stanchissimo e dormivo. Il primo giorno che fui fuori andai a comprare la roba al terzo mondo e poi ritornai da Luisa che nel frattempo aveva cambiato call center. Adesso vendeva certi frullatori che venni a sapere si chiamavano robot da cucina. Disse che era felice e che mi trovava meglio. Ritornammo a casa mia e facemmo l’amore sul materasso steso sul pavimento. Disse che aveva pensato di lasciarmi, e che però adesso si rendeva conto di essersi sbagliata, che voleva restare ancora con me. Però voleva sposarsi.

Uscii dal bagno dal ristorante. Adesso stavo meglio e rientrai nella sala. Luisa non era ancora tornata. La gente continuava a mangiare e parlava gesticolando. Muovevano le mascelle e le braccia in un movimento sincronizzato. Esisteva un legame tra i loro muscoli. Quelli che non mi ricordo sono seduti sempre allo stesso tavolo. Magari non erano qui per me all’inizio. Poi si sono aggregati. Da qualche parte c’erano i genitori di Luisa e i miei. Anzi dovrebbero vicino perché sento le loro voci. Arriva un cameriere e mi porta uno schifo di gelato rosa. Con una forchetta ne prendo un pezzetto  e lo poggio sulla lingua. E’ freddo. Nel senso che so che è freddo.

 

 

 

Nagasaki 97

 

Le mestruazioni di Biancaneve. Oggi sono svenuta per finta in ufficio. Ho irrigidito le ginocchia e sono precipitata verso il pavimento. Sono andata giù come sarebbe caduto un palo della luce dopo un bombardamento da mezzo gigatone. Ho appoggiato la faccia sulle mattonelle e tenuto le labbra aperte. Due colleghi sono subito corsi. Poveri stronzi, hanno fatto quello che vedono fare nei telefilm. Cristo santo è incredibile, le fiction sui medici li confondono, pensano che tutto quello che passi attraverso un tubo catodico sia vero. Bisognerebbe dare delle istruzioni precise, in programmi di informazione sul primo soccorso, metti che una sviene davvero. Ti mettono la mano sul polso oppure sulla giugulare come se per uno svenimento una muore. Ti alzano il collo perché pensano che ti sei spezzata la spina dorsale, certi addirittura ti tirano fuori la lingua per paura che la possa ingoiare. Altri ancora dicono che non ti devono toccare la testa, che non sono autorizzati. Questi due mi hanno dato degli schiaffetti sulle guance e mi hanno chiamato per nome. Gli schiaffi te li danno sempre. Se avessero un bisturi a portata di mano non esiterebbero ad aprirti la cassa toracica. Una volta durante uno svenimento in metropolitana due albanesi mi hanno toccata in mezzo alle gambe. Ho esitato prima di riaprire gli occhi, quel tanto che bastava per fargli stringere il culo, poi qualcuno ha detto che mi volevano portare all’ospedale ed io ho fatto di si con la testa. Mi hanno caricata in una Citroen del ‘97. Essere salvata da questi poveracci è uno schifo. Va sempre a finire che ti caricano in certe macchine piccole, che non sarebbero capaci ad ammazzare uno yorkshire nella notte. Nella macchina c’era puzza di umidità. Le guarnizioni dei finestrini di dietro facevano passare dell’acqua che ristagnava sui tappetini. Mi hanno messa sul sedile posteriore. Per me sarebbe impossibile guidare con una puzza simile all’urina di gatto. Ho steso le gambe su quel sedile schifoso. Ho sentito per un istante che quella era la cosa migliore da fare e che era una punizione generale che andava impartita a quegli stronzi del mio ufficio. Ho pianto un pochino a causa della puzza di urina di gatto e per le scarse condizioni igieniche che c’erano in quella macchina. In ospedale hanno parlato loro per conto mio, ed hanno raccontato ai medici la scena. Hanno detto che sono andata giù di colpo e che stentavo a riprendere i sensi. I medici mi hanno misurato la pressione con lo sfigmomanometro. Un infermiere ha pompato aria fino a farmi scoppiare il braccio. Poi mia madre è passata a prendermi. Era scocciata. E’ arrivata dopo un’ora la stronza. Mi ha fatto entrare in macchina senza dire una sola parola. Non ha nemmeno voluto ascoltare quello che i medici avevano da dirle. Quello dello sfigmomanometro stava dicendo qualcosa riguardo il ferro, le vitamine e le cristo santo delle proteine. Mia madre era truccata da stronza. Non si trucca così una che viene a prendere la figlia all’ospedale. Sulle guance aveva uno strato fitto di cerone e l’eyeliner le sagomava le sopracciglia come quella della televisione del pomeriggio. La stronza guidava rigida, girando il collo il meno che poteva. Sembrava che fosse diventata un unico blocco intagliata in uno schifo di pietra lavica. Guidava veloce. La sua maniera di guidare, senza badare ai più elementari fattori di rischio era snervante. Cambiava corsia senza guardare dagli specchietti laterali per non muovere il collo. Chissà cosa voleva dire l’infermiere dello sfigmomanometro e con le cristo santo delle proteine.

“E’ la terza volta che svieni nelle ultime due settimane. Non lo so cosa ti sei messa in testa. La prossima volta verrà a prenderti un taxi”.

Il servizio di emergenza è attivo 24 ore su 24. Arrivati sotto casa ha aperto la chiusura centralizzata della Focus e mi ha fatto scendere. E’ ripartita veloce muovendo le labbra senza pronunciare nessuna parola. Mi sono specchiata nell’ascensore, per otto interminabili secondi, in una scatoletta di ferro costruita nelle viscere di un palazzo.

Il palazzo nel quale vivo è stato costruito nel 1963. E’ uno stabile di cemento armato con un’intercapedine spessa tra una parete e l’altra. Questo interstizio serve per attutire i suoni provenienti dalle stanze e per mitigare lo scambio di temperatura con l’esterno dell’appartamento. All’interno dell’interstizio si sono sviluppate diverse colonie di insetti. Saranno stati milioni che si sono alternati nella loro breve vita da quando abitiamo in questo posto. Milioni di zampette e di antenne e di gusci croccanti, neri lucidi. Non lo so come passano il tempo all’interno dell’intercapedine, non ne so niente della vita degli insetti. Si procurano il cibo in qualche maniera, probabilmente mangiandosi gli uni con gli altri. Il cannibalismo è una pratica comune negli insetti.  Gli individui che vivono nella mia intercapedine soggiacciono ad una feroce selezione genetica. I soggetti più piccoli, portatori di materiale genetico di poco conto vengono eliminati in favore di quelli con materiale genetico di prim’ordine, capace a generare insetti più grossi, sempre più perfetti, capaci di passare molto tempo senza mangiare e immuni al veleno che con la siringa spingo all’interno dell’intercapedine. Per questa ragione la parete della mia stanza è piena di microscopici fori. Bisogna avvicinarsi per riuscire a guardarli. Il veleno che inietto nell’intercapedine lo produco io stessa e lo cambio ogni anno, per evitare che gli insetti sviluppino gli anticorpi. Il loro sistema immunitario è più forte di quello degli uomini e molti agenti patogeni che stroncherebbero un pony a loro non fanno niente. Il veleno è composto da comune insetticida in polvere diluito in acqua misto ad acido. Metto tutto a bollire in un bollitoio e dentro ci verso dello zucchero per far sembrare la miscela appetitosa. Gli insetti sono attirati dal glucosio. Li faccio fuori tutti quegli stronzi che abitano nella mia intercapedine.

In palestra è venuta una ragazza nuova. Avevo cominciato a fare lo step da sette minuti quando l’ho vista entrare negli spogliatoi. Non ero neanche sudata. Ascoltava la musica per fatti suoi attraverso un Ipod rosa ed aveva i capelli lunghi ricci. L’ho seguita negli spogliatoi fino a sotto la doccia. Si è spogliata, ha messo delle ciabatte ed è entrata sotto la doccia. Ha un seno bellissimo. Sono entrata nella cabina di fianco alla sua e le ho parlato. Le ho raccontato delle cose su mia madre. Lei mi ha ascoltato, perché quelli nuovi nelle palestre ascoltano sempre quelli più vecchi. Mentre le parlavo la guardavo insistentemente i seni ed in mezzo alle cosce. Forse devo ricredermi sulla mia sessualità e sul complesso di istruzioni che i miei geni provano a darmi. Ad un certo punto lei si è allontanata perché ha notato i miei sguardi. Sotto la doccia sono rimasta io soltanto. Mi sono mastrurbata mentre facevo finta di lavarmi e poi ho terminato di farmi lo shampoo. Dopo ho messo anche il balsamo.

Non sono attratta dalle donne. Ho provato solo invidia per quel corpo. Io peso novantasette chili.

Luna park Cogne, luna park Erba. Prendo delle anfetamine per eliminare lo stimolo della fame. Sono delle pasticche bianche rivestite di uno strato liscio che probabilmente serve a farle scivolare meglio attraverso la trachea. La settimana scorsa sono stata tre giorni senza mangiare eppure perdo peso troppo lentamente. Il grasso che riveste le mie gambe non riesce a lasciarmi. Il mio corpo mi rappresenta, io sono il mio corpo. Sono le mie articolazioni, le mie falangi, i miei tendini, il mio nervo ottico, le mie papille gustative.

Ho conosciuto Giordano durante una lettura pubblica di scritture private. Lessi il cartello in libreria. C’era scritto che chi ne aveva intenzione, poteva partecipare a questo gruppo di lettura dei propri diari. Io non avevo mai avuto un diario. Scrissi il mio nome sulla lista e cominciai a scrivere delle cose su un quaderno che doveva fungere da diario. Eravamo undici persone. L’incontro si tenne di sera, all’interno della libreria chiusa al pubblico. Attraverso le saracinesche calate si potevano sentire le macchine e le voci delle persone che passavano di fuori. Giordano lesse le sue pagine. Provai imbarazzo per la sua scrittura elementare. Non era un vero e proprio diario, ma le sue giornate messe in prosa. La sua assoluta incapacità nello scrivere era pari soltanto al suo disgustoso aspetto fisico. Pesava più di me ed era celiaco. Il suo scritto si chiamava “diario di un celiaco”. Se fosse stato cardiopatico quello stronzo? Cercai di comprendere la ragione chimica che mi avesse spinto ad inserirmi in mezzo a quel gruppo di depressi. Dopo la lettura avvicinai Giordano e mi offrii di andare a casa sua quella sera stessa. In due pesavamo duecento chili. Eravamo la nostra adipe di sei taglie più grande. Eravamo le prese in giro dei nostri compagni di classe alle scuole medie. Mi offrì della menta in un bicchiere di vetro. Non si dovrebbero offrire delle bevande di colore verde a degli sconosciuti, potrebbero farsi delle strane idee. Avrei fatto sesso con lui quella sera se solo me lo avesse chiesto, al limite glielo avrei preso in bocca, ma non era per lui essere così audace. Mi raccontò del suo progetto di scrittura e dell’entusiasmo che nutriva verso il gruppo di lettura. Dopo due settimane si lanciò dal suo balcone. Sfondò il parabrezza di una Golf parcheggiata sotto. L’impatto fece suonare l’allarme della macchina e quell’ammasso di ferro, si trasformò in una scultura moderna ibrida di carne umana esanime e ferro. Il cicalio intermittente attirò l’attenzione dei passanti. Indossava una tuta e delle scarpe da ginnastica. Non era un abbigliamento per chi ha intenzione di ammazzarsi. Tuttavia il ritrovamento di una sedia vicino al suo balcone levò gli ultimi dubbi.

La cura del corpo. Le anfetamine non mi fanno dormire. E’ scritto nel foglietto e dietro la scatola che provocano tachicardia. Inoltre acutizzano il mio udito. Sento distintamente la colonia di insetti muoversi nell’interno della parete. Sento le antennine che si toccano, i minuscoli artigli sul fondo delle loro zampette affondare nel terriccio.

Ho visto in televisione la pubblicità una schiuma che si inietta attraverso una pistola per riparare le crepe interne delle pareti. Aumenta di volume dopo alcuni minuti che è a contatto con l’aria e si espande cento volte il volume iniziale. Non riesco a pensare ad altro che a questa schiuma. La immagino riempire ogni singolo centimetro quadrato dell’interstizio oltre la mia parete ed espandersi e poi solidificarsi. Gli insetti resterebbero incastrati dentro per l’eternità. Come la zanzara nell’ambra di Jurassik Park.

La ragazza della palestra l’ho incontrata di nuovo Giovedì. L’odore del suo shampoo ha riempito lo spazio facendoci sentire tutti quanti più miseri. Come quelli che vivono nei tombini in Bulgaria. Ho pensato per un momento di essere rinchiusa nel centro commerciale, e che una commessa con la voce di mia madre mi chiamava dalle casse e tutti si voltavano a guardarmi. Ho buttato giù una sorsata di Gatorade alla fragola per reintegrare i sali minerali. La ragazza si chiama Sandra e fa la grafica pubblicitaria. Si è seduta sulla cyclette di fianco alla mia ed ha cominciato a pedalare. Ha detto che la posizione della mia schiena non è corretta e che devo spostare il baricentro verso il centro ideale della cyclette. Non bisogna affaticare la spina dorsale durante questo esercizio. Ma cosa ne può sapere questa stronza della mia schiena. Quando sono rientrata negli spogliatoi mi ha seguito e ci siamo spogliate insieme. Sotto le docce è entrata nella cabina di fianco alla mia e faceva di tutto per mostrarsi. Quando siamo uscite mi ha lasciato il suo numero di telefono.

La schiuma si espande lentamente. In principio non ha un aspetto compatto, anzi, sembra soffice come panna. Ha la consistenza  delle nuvole. La solidificazione comincia pochi minuti dopo che è fuori dal suo contenitore. All’interno della confezione c’è un additivo che le impedisce di espandersi e solidificarsi. Ho infilato l’ago della siringa nella confezione di latta e aspirato. Quando il cilindro di plastica della siringa si è riempito l’ho infilato nella parete ed ho spinto lo stantuffo fino in fondo. Dopo sei ore ho notato che le pareti sono aumentate di un centimetro di spessore. Si sono gonfiate e crepate in alcuni punti. In alto, lo strato di stucco è venuto via. Schifosi insetti. Durante la notte, sotto l’effetto delle anfetamine non ho potuto non immaginare il panico che ha avvolto la colonia di insetti quando hanno visto la schiuma riempire tutto lo spazio. Si saranno spostati tutti da un lato e avranno urlato, qualcuno avrà cercato di mangiare il muro dall’interno per crearsi una via di fuga. Non ne ho mai visto neanche uno. Ma li ho sempre sentiti.

Ieri ho invitato Sandra a casa mia dopo la palestra. Si sentiva l’odore di bagnoschiuma che si era spalmata sulla pancia e il deodorante che veniva da sotto le ascelle. Le anfetamine acutizzano anche il mio olfatto. Il suo telefono cellulare non ha mai terminato di squillare ed  ogni volta che arrivava una telefonata si sentiva una specie di ronzio dentro l’altoparlante della televisione. Ho preparato un caffè con la panna a Sandra. Ho messo caffè bollente, schiuma per intercapedini e zucchero. Le ho chiesto di bere velocemente, perché si freddava.

 

 

 

 

Appunti dal quarto livello

 

Attraverso lo strato di cemento e ferro della parete, filtrano dei suoni che fanno pensare ad una catena di ferro alla cui estremità c’è attaccato un uomo. E’ incessante. Un aggregato indistinto di onde sonore proviene dalla stanza accanto alla mia. La camera è occupata da una donna. Ha il volto magro, le ossa degli zigomi sporgono oltre la normale geometria di un cranio. Indossa abiti sconci, e forse si prostituisce. La sento camminare fuori dal corridoio e affondare i tacchi nei pochi millimetri di spessore di un tappeto a quadroni rossi e blu con delle frange ai lati. In realtà non sono sicuro che sia lei, la donna che immagino camminare fuori dal corridoio, e neanche che i suoni provengano dalla stanza accanto. L’ho vista solo una volta da quando sono in questo posto. Nelle mie poche uscite dalla stanza, ho incrociato diverse donne che camminano da sole per i corridoio, per cui è ragionevole pensare che può essere chiunque a camminare qui fuori. Probabilmente tutte le donne che abitano in questo albergo si prostituiscono. Forse non sarei in grado di riconoscere il suo corpo in caso di autopsia. I pensieri che faccio su questa donna non hanno nulla di osceno, io non penso mai al sesso. Non mi masturbo, non guardo pornografia, non ho erezioni. Forse la mia prostata ha terminato di funzionare, oppure mangio troppe proteine. I miei amici si masturbano e si riprendono con il Nokia, poi mettono il filmato sui siti. La mia libido è evaporata e durante le prime ore del mattino il flusso di urina che indirizzo verso il centro della tazza è denso di liquido seminale accumulato da tempo nei testicoli ed espulso con questo espediente. Per ottenere il primo getto di urina occorre una spinta decisa da parte della vescica per spingere fuori il seme seccato nelle vie urinarie. Tutto quello che faccio è giocare a Nodoma. Il dischetto gira nella consolle. Nel passaggio da un livello ad un altro, si sente il disco girare nel suo alloggiamento e caricare i dati necessari per il livello successivo. Sono fermo al quarto livello, in una stanza con due porte, dove solo una si apre e per l’altra invece occorre qualche oggetto che non riesco a trovare. Ho cominciato a giocare a Nodoma il dodici maggio pomeriggio. Ho letto delle storie sui giornali, ne ho sentito parlare sui siti internet. Non sono impazzito, ho solamente giocato per troppo tempo. Il pomeriggio che infilai il disco nella consolle, faceva caldo. Gli ambientalisti avevano lanciato un anatema sul clima. Dissero che il pianeta era diventato fragile e che in poco tempo avremmo dato fondo alle riserve di aria e di acqua che ancora restavano. Pensai che volessero spaventarci e che forse erano mossi da interessi politici, come gli ambientalisti austriaci. Urlai qualcosa a quei succhiacazzi e spensi la televisione. Infilai il dischetto nella consolle. Ho la stessa camicia da cinque settimane. Sei, se si considera anche il tempo prima di Nodoma, anche se non sicuro che quel tempo sia da considerare. Delle volte faccio delle brevi pause mentre cerco la maniera di uscire dalla stanza per superare il livello. Mi appoggio con la schiena sulla porta della stanza ed ascolto, come un codardo, un traditore, le voci delle donne che passano fuori dal mio corridoio. Ho fatto il disegno di una voce. Ho tracciato alcune linee che rappresentano il flusso di parole di una donna. Ha pronunciato delle parole frivole, e le ho rappresentate disegnando dei ghirigori che escono dalla sua bocca. Il disegno l’ho chiamato donna uno, per tenere traccia di tutte le donne che camminano fuori dal mio corridoio. Il tracciato della donna due invece è irregolare e isterico. Ci sono delle linee rette che cambiano repentinamente inclinazione. Poi ritorno al gioco. Dopo le prime quaranta ore passate davanti al monitor, ho cominciato a vedere dei bagliori comparire sulle zone periferiche del mio campo visivo. E’ la retina che si contrae, che pulsa come un cane ferito da un suv in tangenziale. Adesso tutto quello che vedo, lo vedo attraverso un bagliore catodico. Ho tredici anni e diciotto giorni. Ho trascorso il mio compleanno davanti al monitor, nel livello tre del condominio di Nodoma. Me ne sono accorto solo quattro giorni dopo che ho compiuto gli anni, quando ho defecato sul divano. Ho raccolto le mie feci e le ho gettate in un sacchetto di plastica nero. Per avvolgerle ho utilizzato i fogli di un calendario appeso nella stanza. Solo in quel momento ho visto la data. Oggi è il diciannove Giugno. Il mio fisico non ha ancora compiuto del tutto lo sviluppo e in cuor mio penso che potrei ancora trasformarmi in qualcos’altro, oppure dare seguito allo sviluppo della razza a cui appartengo. Il problema non è il gioco, ma la mia giovane età. Sono influenzabile dalla pubblicità di mtv. I miei livelli di attenzione sono gestiti da una chimica che ignoro. Basta che da qualche parte aumenti il calcio e non mi interesserà più giocare a Nodoma. La masticazione è un’attività sopravvalutata, ho deciso di ingerire solo cibi liquidi, dalla consistenza molle. Lo scontro tra gli atomi di cui sono composti i cibi e lo smalto dei miei denti mi fa venire il capogiro. E’ assolutamente plausibile che io resti senza mangiare cibi la cui consistenza superi quella della Philadephia. Sono entrato nell’albergo da cinque settimane. Nello zaino ho portato la playstation e il disco di Nodoma. Sono uscito di casa alle tre del pomeriggio, un’ora dopo che mio padre ha cominciato il turno di pomeriggio al call center. Io non voglio lavorare al call center. Per pagare la stanza ho utilizzato dei soldi che stavano nel cassetto a fianco al letto. E’ un cilindro compatto che fa un rumore sordo e ruvido sotto le mani. I soldi sono tenuti insieme da un elastico. Una volta tornato a casa dovrò spiegare questa cosa dell’albergo e di Nodoma a mio padre. Con me ho anche un piccola telecamera. Mi è stata prestata dal fratello di Valerio che l’ha comprata con i primi soldi del call center, solo che lui lavora all’outbound e le telefonate le faceva, non come mio padre le riceve. La telecamera l’ho appoggiata sulla mensola dell’unico mobile presente nella stanza. Per questa ragione tengo l’anta dell’armadio aperta. Il filmato serve per testimoniare un mio eventuale decesso oppure una crisi isterica da cui non mi riprenderò se non con l’ausilio di farmaci che agisco sull’SNC. Un pomeriggio mio padre mi ha mostrato una cartellina. L’ha messa nell’armadio, vicino al piumone piegato. Ha detto che se gli fosse capitato qualcosa avrei trovato là dentro tutto quello che mi sarebbe servito. Che cosa ti deve capitare? Gli ho detto. Lui ha detto, se muoio. Io ho tredici anni e non ci penso mai alla morte, nel senso della mia morte. Ho messo la telecamera perché la morte è quasi sempre un evento accidentale, ma non penso che morirò presto. Mio padre invece pensa alla sua. Forse è malato e per non spaventarmi non mi ha detto nulla. Forse quando esco da questo posto lui sarà già morto ed io dovrò prendere quello che c’è nella cartellina. Dentro ci saranno i documenti della casa e quelli del call center. La tappezzeria nella stanza ha un colore mutevole. Prende i riflessi del monitor e questo mi trasferisce ancora di più nel game. Sono cosciente che è soltanto un effetto ottico. Ne sono cosciente al livello del cervello, ma non a livello del nervo ottico. Negli istanti che il flusso di elettroni transita attraverso il mio nervo ottico, io sono assolutamente nel monitor. Ho chiamato la reception dell’albergo con il telefono che sta sul comodino. Ho detto loro che la donna che vive nella stanza accanto alla mia tiene un uomo attacco con un catena. Ho detto di chiamare la polizia. Adesso stanno qua fuori, tentando di aprire la porta della stanza nella quale sono asserragliato. Scrivo questi pochi appunti prima che entrino.

 

 

 

Fotogramma 23

 

Le mie cosce sono spesse quanto il torace di un bambino di Passaparola junior o del piccolo Lord. I capelli sono attaccati troppo in alto sulla fronte, gli occhi stretti. Non posso chiudere al porta del bagno con la chiave. Mia mamma me lo ha detto ha ripetuto mille volte. Lei vecchia, io così.
- Posso sentirmi male io, puoi sentirti male tu. Non chiudere la porta, lo so che sei dentro -.
Mille volte vecchia lei, mille volte io così. Allora devo fare veloce con il braccio adesso che lei sta dormendo sul divano. La fibbia dei pantaloni sbatte contro la ceramica della tazza, la tavoletta di plastica fa rumore. Veloce, veloce, stringere, vasodilatarsi, le cosce premono sulla tavoletta, la fibbia, la plastica del sedile, le mattonelle bianche, sborrare sulla fotografia di Erika, pulirsi con la carta igienica, alzare il pantalone, uscire dal bagno, piegare la fotografia, rimetterla dietro il termosifone del salotto in mezzo ai parallelepipedi di ghisa, veloce veloce, centoquaranta chili ma veloce, quattordici anni, non svegliare mia mamma che dorme sul divano, i capelli attaccati male, down down mi dicono nel palazzo, l’ha scritto quello del terzo piano nell’ascensore, ho paura dell’ascensore, ho paura dei cani, ho paura dei pipistrelli, non mi stanco sulle scale, Erika Erika, la fotografia l’ho ritagliata dal sorrisi e canzoni, la infilo nel termosifone del soggiorno vicino a quella di Mascia del grande fratello.
Di Erika ne ho parlato con gli altri spastici che la mattina stanno con me sul pulmino giallo. Lo ha detto mia mamma che sono spastico, ma a scuola mi hanno detto che non lo devo dire, che le mamme dicono certe cose delle volte, ma che spastico non si dice mai. Sul pulmino nessuno sa chi è Erika. Melania dice di essere la mia fidanzata ma tutte le mattine piscia su sedile del pulmino e grida. Enrico che è il guidatore del pulmino ha sempre un sacchetto pieno di segatura sotto i piedi. La sparge sotto il sedile di Melania, ma dopo sappiamo tutti di piscio di Melania. Mentre sparge la segatura deve fare attenzione a non toccare Luisa. Se qualcuno la tocca lei muore. Si butta a terra e si straccia la faccia con le unghie. Anche quando hanno ammazzato la mamma di Erika hanno sparso la segatura sul sangue che stava nel corridoio di casa loro. Forse hanno cosparso di segatura tutta la casa. Nessuno deve sapere quello che faccio nel bagno con Erika. Nessuno più. L’ho raccontato alla maestra Morena e al maestro Giacomo. Hanno detto che non devo farlo. Non si può, non si può. Adesso stiamo quasi a metà strada. Siamo su una strada liscia. Io appoggio la testa sul vetro e mi trema l’orecchio. Mi trema anche la pelle della fronte e sotto i denti. Conosco i nomi di tutti qua dentro, anche delle loro mamme. Conosco a memoria i nomi scritti sui citofoni del mio palazzo e quante persone ci sono in ogni casa. Vorrei guidare io il pulmino. So come girare e quale è il bottone per aprire le porte. So dove sta la segatura e come si sparge sotto i sedili se uno si piscia sotto. L’ho detto a Enrico, ma lui ha detto che non si può. Mi guarda sempre dallo specchietto e da quando gliel’ho detto dice che non posso avvicinarmi più a lui mentre guida, ma adesso deve per forza lasciarmelo fare. Mia mamma dorme da quattro giorni sul divano e si è pisciata sotto come Melania e io devo partire per andare a prendere Erika. Enrico deve anche spiegarmi la strada per Novi ligure.

 

Il cuore avvolto nella carta argentata

 

Batterie di cellulari, preservativi, lattine, riviste porno. Moderna archeologia, resti di una civiltà che lascia le tracce che merita. Tutto era accatastato negli spazi di cemento delle piazzole di sosta dell’asse mediano, la lingua di cemento che lambiva l’interno malato della città. Una tangenziale minore, una corona di spine che squarciava il costato di Napoli. Veronica attraversò la corsia. La luce fioca di un sole ancora scuro che sbucava da dietro il Vesuvio illuminò la sua sagoma nascondendone i dettagli. Alcuni automobilisti la mandarono affanculo, “troia” le urlarono, “che cazzo fai”, poi sfrecciarono via. Non andare oltre la linea bianca, si ripeteva in testa Veronica, deve restare sempre a sinistra. Le macchine più grosse e i camion provocavano un mulinello d’aria che provava a risucchiarla verso il centro della corsia. Lei si teneva alla grata metallica quando c’era, oppure piantava bene i pedi per terra. L’insegna di metallo con la scritta Uscita Arzano era stata presa a pallettoni. C’erano dei buchi grandi abbastanza per infilarci un dito. Quello era il benvenuto dei clan della zona. Veronica imboccò la discesa e senza oltrepassare la striscia bianca uscì dall’autostrada. Erano le sei e trenta del mattino quando aprì la porta di casa sua. I tendini delle gambe vibrarono e il quadricipite sinistro si contrasse isterico nelle calze quattro den. Aprì la porta a soffietto del bagno e vomitò. Ebbe giusto il tempo di appoggiare le ginocchia sulle mattonelle bianche. Attraverso la trachea  transitarono pezzi di cibo ancora interi. Su alcuni pezzi erano evidenti le tracce dei denti. Con le ultime forze Veronica appoggiò entrambe le mani sul pulsante dello sciacquone, gesto che produsse un vortice di acqua marrone nella tazza. Arrivò nella stanza da letto. Il quadricipite continuò a fremere e adesso anche delle goccioline di sudore comparvero sulla fronte. Aveva difficoltà ad ingoiare. Il cassetto della stanza da letto conteneva solo due cose, la fotografia del padre morto quattro mesi prima e un rotolo di carta argentata. Veronica staccò un pezzo di carta argentata capace si e no di contenere un cuore umano e prese la pallina di roba dalla tasca. Aprì la bustina con una forbicina e un odore di vernice si espanse nel naso. Riuscì a trattenere il conato di vomito che sopraggiunse. Stese la roba sulla carta argentata e ci passò sotto la fiamma dell’accendino. Veronica inspirò le esalazione che la roba produsse riscaldandosi. Un fumo denso di colore biancastro che bruciava in gola. Girò gli occhi all’indietro e si stese sul letto. La serie di immagini che comparvero sulla parete interna delle palpebre non erano sogni, materiale onirico, ma stimoli prodotti dalla peggiore eroina che circolava sulla piazza di Arzano. Restò in quella posizione fino alle cinque del pomeriggio. Andò in bagno strusciando i piedi sul pavimento. Si sedette sulla tazza senza riuscire a urinare. Si rialzò dalla tazza ed aprì la fontana. Infilò la faccia sotto il flusso dell’acqua senza avvertire il contrasto della temperatura. La sua pelle né si contrasse né si dilatò. Restò immutata nella tensione e continuò a rivestirla come aveva sempre fatto negli ultimi ventisei anni. Non cambiava i vestiti da quattro giorni, non si lavava i denti da quattro giorni. Frequentava un garage dove si facevano combattere i cani. Erano bestioni infami, con gli occhi iniettati di sangue e gengive rosse irrorate. Latravano e abbaiavano insieme. Non c’era un  proprietario di quel posto, ma uno che lo gestiva e si chiamava Vic. Veronica giù al garage metteva insieme una marchetta, scroccava sigarette, faceva qualche piacere a qualcuno. Tutto quello che c’era da fare per mettere insieme i tredici euro di una dose da comprare nel terzo mondo, a un paio di chilometri da là, all’ingresso di Scampia. Gli incontri tra i cani avvenivano su un ring ricavato da un avallamento nel cemento. Non aveva una forma precisa, piuttosto ricordava il foro che avrebbe fatto un meteorite cadendo sulla terra. I cani combattevano nel foro del meteorite. Prima di combattere gli facevano fiutare dello speed, anfetamine che avevano un effetto devastante nel loro cervello. Erano capaci di sbranare un pilastro di cemento. Con gli occhi a fessura Veronica riusciva a stento a riconoscere gli uomini dai cani. Aveva appoggiato la testa ad un pilastro e fumava spingendo il fumo fino agli alveoli più interni dei polmoni. Quando ebbe inizio il primo combattimento si formò una circonferenza compatta di uomini attorno al foro del meteorite. Un cane nero affondò tutti i denti nella zampa anteriore di un altro. Il cane guaì e ci furono delle urla strazianti che mossero l’aria e si propagarono dentro allo stomaco di quelli disposti in cerchio. Il cane nero continuò a mordere l’altro cane senza avere una tecnica precisa per ucciderlo, perché i cani non sanno come fare per uccidere. Mordono, provocano lacerazioni, strappano carne, ma non sanno che stanno uccidendo. Il buco del meteorite si schizzò di sangue rosso scuro. Adesso sembrava che il meteorite cadendo aveva beccato in pieno un cane. Sul fondo del garage stavano dei ragazzi con due macchine, una Golf e una Smart. Il volume della musica proveniente dai loro stereo era alto e il suono si propagandava in maniera lineare rimbalzando sul cemento del garage. Cantanti sconosciuti, che cantavano di omicidi e di camorra. Uno chiamò Veronica. Le fece cenno di avvicinarsi. In macchina con lui ci stavano altri due ragazzi. Quello seduto dietro stava riscaldando dell’hashish nel palmo della mano. Il ragazzo si abbassò la patta e lo tirò da fuori. “Fammi un bucchino che ti faccio fare un paio di tiri” disse. Ce lo aveva moscio e la cappella era viola. Veronica se ne tornò indietro, verso i cani. “Stronza tossica” gridò il ragazzo mentre ce lo aveva ancora da fuori. Nel frattempo nel buco del meteorite un cane non si muoveva più. Quello nero gli aveva provocato uno squarcio sotto il collo e il sangue ed era di più il sangue nel buco del meteorite che quello che gli era rimasto in corpo. Veronica andò via dal garage. Erano tutti presi da quei merda di cani. Si diresse a piedi verso l’autostrada. Casa sua e il rione terzo mondo distavano due chilometri. Quando hai le ossa che ti fanno male due chilometri diventano duecento. Veronica provò a fermare qualche macchina al volo sperando che qualcuno la rimorchiasse. Invece gli suonavano solo il clacson. Non c’era un solo Cristo che non gli suonasse il clacson nel cervello quando la notava sull’autostrada. La linea bianca a sinistra, continuava a ripetersi. Arrivò al terzo mondo, passando per le vele, i palazzoni di cemento a forma triangolare. Là trovò quelli che vendevano. Le dissero che era una troia, e una puttana e che se non se ne andava l’avrebbero ammazzata. Le dissero anche che se ne doveva andare che senza soldi non le davano niente. Glielo dicevano tutti i giorni. Poi qualcuno uno schizzo glielo regalava sempre perché lei ogni tanto gli faceva dei favori. Quelli neanche le mettevano più le mani addosso tante delle volte che se l’erano fatto prendere in bocca che adesso gli faceva schifo. Si fece subito. Arrivò fino a corso Resistenza e si stese con la schiena dietro la pensilina dell’autobus. Da là passava la linea 140 che portava da piazza Garibaldi al carcere di Secondigliano. Ci scendevano donne vestite con la tuta della Nike in acetato, stringevano tra le mani dei borsoni pieni di vestiti, stirati caldi per chi era dentro. Si sedette per terra e con la schiena appoggiata al vetro e tirò fuori la carta argentata. Collassò. Restò in quella posizione per due ore, con la schiena appoggiata al vetro della pensilina. Qualcuno poi la caricò in una macchina. Ma di questo se ne accorse dopo, quando la coscienza cominciò a riaffiorare tra tutto quello che le girava nel sangue. Si ritrovò stesa sul sedile di dietro di una macchina. Dentro c’era l’aria condizionata accesa e della musica alta. I bassi soprattutto, e il display dello stereo era pieno di led blu. Gli occhi non riuscivano a restare aperti per più di cinque secondi, tempo non sufficiente a raccogliere le informazioni necessarie. La macchina percorse il corso Secondigliano, attraversò Melito fino al confine con Aversa. A quel punto il rumore sotto i copertoni cambiò. Non più strada liscia, asfalto, ma terreno sterrato, pietruzze. La macchina si fermò, e qualcuno tolse le chiavi dal cruscotto. La macchina vibrò tutta e la portiera si aprì. E’ buio fuori. Un buio denso, impenetrabile. Spaventoso. Sono all’aria aperta. Si vede solo un cono di luce prodotto dai fari lasciati accesi. Vede due persone, le riconosce, sono i due che l’hanno chiamata quando era al garage durante il combattimento dei cani. Uno le prende i capelli da dietro la nuca. Non è in grado di opporre alcuna resistenza. Loro sono il cane nero, lei l’altro. “Aprì la bocca” le urla uno. Lei apre. Il ragazzo le infila il cazzo in gola. Il buco del meteorite nella sua gola. Le stringe la nuca con la mani e se la fotte. Se la fotte per bene, tenendola per le orecchie. Lei sente il cazzo entrare ed uscire dalla bocca e toccargli l’inizio della gola. Le schizza in faccia, sui vestiti che non si cambia da quattro giorni, sui capelli che non si lava da una settimana, sugli occhi che sono ancora fessure, sui denti che sono marroni e tremano sulla gengive, sul cuore rivestito di carta argentata, sulla fotografia del padre nel cassetto. Cade a terra, sente il terreno umido infilarsi sotto le unghie. La macchina si rimette in moto. Il fascio di luce conico dei fari sparisce, e ritorna un’oscurità profonda che ingoia tutto. Veronica si mette le mani in tasca. Prende quello che resta della roba e lo stende sulla carta argentata. Chiude gli occhi. Chiude gli occhi.

 

 

 

La ricerca elettronica sulla Telefunken

San Giovanni a Teduccio, 2 Aprile 2007 cap 80146

La televisione in cucina era una Telefunken da quattordici pollici senza telecomando. Sulla parte esterna di plastica c’erano due bottoni per cambiare programma e altri due per alzare la voce. Ce ne stava anche un altro con un simbolo strano, due triangolini attaccati in un rettangolo. Era la ricerca elettronica, e in famiglia solo mio padre era autorizzato ad usarla. Se usata in maniera impropria poteva mettere a rischio la vita stessa della Telefunken. Delle volte rai tre non si vedeva bene, allora mia madre muoveva il filo dell’antenna mentre io e Lisa, davanti allo schermo, valutavamo le variazioni. Se non otteneva risultati convincenti, annunciava che al ritorno dal negozio mio padre l’avrebbe messa a posto con la ricerca elettronica. Mi veniva lo spazio nella pancia quando la sera si doveva usare la ricerca elettronica e correvo al bagno a vomitare con la supervelocità. Mia mamma urlava che ero scemo e non si ricordava quale male avesse fatto per meritarsi un figlio scemo come me. Durante la cena mia madre spiegò a mio padre quello che era successo a rai tre. Parlava con gli occhi bassi come se un poco si sentisse responsabile di quella cosa. Mio padre acquisiva delle informazioni prima di muovesi, prima di muovere qualunque cosa sulla Telefunken. Si sapeva che quella televisione era stata prodotta per il mercato tedesco, e a Napoli era logico che non funzionasse.

- Ne dovevamo comprare una fatta in Italia, per le frequenze italiane –  disse amereggiato - maledetti tedeschi -.

Noi la guardavamo quasi di nascosto perchè se quelli della Telefunken lo venivano a  sapere eravamo fregati. Forse bastava questo a escludere la garanzia. Caso mai si portava in assistenza si doveva dire che la televisione era stata usata a Stoccarda. Come se poi a Stoccarda si prendeva rai tre.  Mio padre accese la televisione e la sintonizzò su rai tre. Tre colpi secchi sul pulsante a destra. I canali sulla Telefunken erano sintonizzati a questa maniera: programma uno rai uno, due rai due, tre rai tre, quattro rete quattro, cinque canale cinque, sei Telelibera 63 che in seguito divenne Italia uno, sette canale 21, otto tele Capri. Constatai che l’abbinamento numero di programma canale era uguale anche nelle case dei miei amici, tranne che per la signora che abitava sopra che diceva che a lei Telelibera 63 gli stava sul cazzo e l’aveva tolta di mezzo. Però la signora che abitava sopra era strana. Parlava sempre con la sigaretta i bocca, non si faceva mai i colpi di sole e da casa sua veniva sempre una puzza strana. Biagio del terzo piano diceva che faceva la puttana. “Sicuro al biscotto” disse Biagio. E quando si giurava sul biscotto ci stava poco da fare. Su rai tre c’era il formicolio. Mio padre controllò velocemente anche su canale 21. Di nuovo rai tre e ancora veloce fino a canale 21. Niente da fare.

“Impossibile” disse mio padre, “Canale 21 si vede bene e rai tre no”.

L’immagine era divorata da puntini bianchi e neri che dal margine del monitor di spostavano verso il centro. Una malattia del tubo catodico. Mio padre disse di andare a prendere le istruzioni della Telefunken. Io inserii la supervelocità e corsi nella stanza da letto. Non accesi la luce perché utilizzai la supervista per guardare attraverso il buio. Feci una scansione degli oggetti e memorizzai anche l’orario della radiosveglia sul comodino di mia madre. Le venti e ventuno. L’orario era scritto con dei led rossi a unità esagonali. I due puntini al centro che dividevano l’ora dai minuti lampeggiavano. Le istruzioni erano nel secondo cassetto dell’armadio, vicino a quelle della lavatrice Ariston, del frigorifero Rex e della Telefunken. Le cose bisognava chiamarle con il nome per distinguerci da quelli nel condominio che compravano elettrodomestici senza marca. Loro avevano la televisione, noi la Telefunken. Per questo quando non funzionava noi ci sentivamo impotenti come quando mia sorella Lisa prese la pertosse, perché il fatto stesso di dare un nome ad un oggetto lo umanizzava. Le istruzioni erano in tre bustine separate con spillate sul dorso le rispettive garanzie. Ritornai nella cucina con supervelocità in un microsecondo. Ci sedemmo attorno alla televisione in silenzio. Il formicolio era sensibilmente cresciuto, specie nella parte centrale del monitor. Io mi stavo avvilendo e sapevo che in breve avrei dovuto inserire la supervelocità per correre in bagno. Mio padre cercò sull’indice la voce guasti. Pagina trentadue, quasi alla fine del libretto. Gli occhi scorsero veloci sulle righe leggendo tutto, senza saltare niente, perché era quella la maniera saggia di consultare un libretto delle istruzioni. Fece tutti i controlli preliminari prima di addentrarsi in operazioni complesse. Nonostante la televisione fosse accesa lui controllò la presenza della spina dietro. Abbassò la testa e spuntò mentalmente la voce “alimentazione”, poi fissò il soffitto in cerca di macchie di umidità, niente e pure la voce “ambiente secco” era andata. Il forno era abbastanza lontano, “fonti di calore” si poteva accantonare. Scosse la testa.

- E che cazzo c’hai! - disse allora mio padre.

- E non dire parolacce davanti ai bambini – gli urlò mia madre.

A quel punto non era rimasto niente altro da fare. Mio padre sintonizzò su rai tre e appoggiò lentamente il polpastrello sul pulsante della ricerca elettronica. Era tutto pronto. Adesso avrei visto. Mio padre staccò il dito dal pulsante e mi parlò.

- Non devi fare mai questa cosa, sei grande adesso. La Telefunken si potrebbe guastare. Se i tedeschi lo vengono a sapere siamo fregati -.

- Va bene – gli dissi, - va bene al biscotto -.

- Quale biscotto? – fece mio padre.

- Te l’ho detto che è scemo!– rispose mia madre, - guarda che faccia che c’ha -.

- Esci fuori – allora disse mio padre.

- No – risposi, - voglio vedere anch’io la ricerca elettronica -.

Mio padre si alzò dalla sedia. Io inserii la supervelocità due, quella con il turbo che si doveva usare solo in caso di estremo pericolo e non per correre nel corridoio e raggiunsi l’ingresso in un microsecondo. Nella stanza ci restò Lisa e giurai che me l’avrebbe pagata. Al biscotto. Mi infilai sotto il tavolo della cucina per mettere a punto il piano di vendetta contro Lisa con la superintelligenza quando suonò citofono. Era Biagio. Disse che aveva fatto una pallina nuova con tre giornali.

- Muoviti! – urlò.

- Al biscotto! – risposi.

Attraversai il pianerottolo con la supervelocità, superai le porte di: Vicinale, Scardini, Lomasto, Giusti, sputai sulla porta di Guataro inserendo la supervelocità due ma giusto per un microsecondo, e poi raggiunsi Biagio che si stava allenando con la pallina di carta. Quando mi vide si bloccò e me la passò. La pesai. Era ricoperta da scotch marrone ed era compatta. Doveva pesare almeno un chilo. Usavamo le palline di carta per via dell’amministratore di condominio, aveva scritto il regolamento su dei fogli bianchi e una domenica mattina lo aveva messo nelle cassette della posta di tutti quanti. In genere la domenica mattina nelle cassette della posta uno trovava i foglietti della chiesa con scritta la preghiera della settimana, invece quella domenica, i foglietti erano due. Aveva scritto che nel cortile era vietato giocare con il pallone, ma che era consentito giocare con le palline fatta con la carta. La nostra pallina da un chilo poteva tranquillamente uccidere il pastore tedesco della signora di sopra.

- E’ bellissima – gli dissi.

- Al biscotto – rispose Biagio.

- Al superbiscotto -.

- Hai ragione, al superbiscotto -.

La prima parte del nostro allenamento consisteva nella gara di rigori. Era una maniera per riscaldarci i quadricipiti e i polpacci e per migliorare la concentrazioni. In realtà a nessuno dei due importava parare bene il rigore dell’altro, perché nessuno voleva diventare portiere, però era una cosa che andava fatta e io, quel giorno, avevo una motivazione in più. La ricerca elettronica.

Entrai tra i pali della porta. La pianta e una pietra grossa e appuntita appoggiata sotto il muro. Biagio posizionò la pallina di carta sulla mattonella rossa che rappresentava il dischetto, nonché segno divino, che durante la costruzione del condominio qualcuno aveva messo la mattonella rossa proprio nella posizione dove trent’anni dopo due bambini di cui uno, con evidenti superpoteri, avrebbero sviluppato concentrazione, lettura del pensiero e telecinesi. Tutto era inequivocabile. Se avessi parato quel rigore, mio padre avrebbe ammesso lo sbaglio di far restare Lisa nella stanza e non me a guardare la ricerca elettronica. Come conferma, proprio in quel momento passò la signora Rigoni del secondo piano. Se avessi parato quel rigore, la voce sarebbe circolata velocemente per tutto il condominio. La Signora Rigoni era amica con la Ruggiero del settimo piano, che era amica con la Giannozzi del terzo piano che delle volte mia mamma incontrava al supermercato. Era tutto chiaro. La voce sarebbe arrivata a mio padre presto, che si sarebbe convinto dei miei superpoteri e mi avrebbe lasciato assistere alla sintonizzazione dei canali con la ricerca elettronica. Pianto bene i piedi per terra. Curvo la schiena in avanti. Fisso la pallina con la supervista. Biagio stringe gli occhi per inquadrare bene la porta. Ha scelto di tirare nell’angolo destro, glielo leggo nel pensiero. Non farò altro che spostarmi a destra piegando leggermente le ginocchia e raccogliere la pallina. Non ho bisogno di un gesto atletico, non devo mostrare sforzo, ma grazia ed eleganza. Raccoglierò la pallina come quella volta che Padre Buzzoni lanciò il mars per aria e fui io a prenderlo prima di tutti. Un movimento fulmineo e leggero allo stesso tempo. Ancora se ne parla in sagrestia. Qualcuno dovette ammettere che ero più veloce degli altri, anche se la parola superpoteri non era mai stata pronunciata. Ma adesso c’eravamo. Biagio prende la rincorsa. La regola numero uno diceva che era vietato tirare di punta. Ma Biagio è un bastardo. Vedo solo la pallina partire. Poi nero. Supernero.

Quando riapro gli occhi sono steso sul sedile di dietro della Talbot Horizon. Mio padre guida. Mia mamma mi è seduta vicino. Sul sedile che solitamente occupa mia madre c’è seduta Lisa.

- Luciano – dice mia mamma, - come ti senti -.

Mentre pronuncio la parola “bene” sento quello strano sapore in bocca. Caldo e dolce sotto la lingua. Sangue. Oddio. C’era del sangue nella mia bocca. Avvicino un dito alle labbra e il polpastrello si macchia di rosso. Mia mamma stringe tra le mani un fazzoletto di stoffa. Ispezionando l’interno della bocca con la lingua sento qualcosa ancora di più strano. Laddove solitamente trovavo l’angolo dolce del mio incisivo, adesso c’era una superficie tagliente. Infilo la mano in bocca. L’incisivo sinistro si era spezzato. Mia madre si avvicina e apre il fazzoletto che aveva tra le mani. Mi mostra la parte mancante del mio dente. Un triangolino con un lato affilato.

- Hai preso una pallonata in faccia e sei svenuto. Ti sei spezzato un dente. Mi ha chiamato la Signora Rigoni del secondo piano. E’ stata lei a ritrovare la parte del dente. Adesso andiamo all’ospedale a vedere se te l’attaccano -.

Mio padre guida la Talbot Horizon mille e tre benzina verso il Loreto Mare. Lo so perché ci abbiamo portato una volta Lisa quando aveva preso la rosolia a scuola. Riconosco la strada. I medici l’hanno guarita. Guariranno anche me. Sicuro al biscotto.

 

 

 

 

La storia sul tovagliolo

 

La mattina mi sveglio sfondato. A lavoro mi dimentico quello che devo fare. Mi dimentico di parlare. Una mi chiede se ho fatto il fax, se ho fatto il report. Ma che cazzo me ne fotte del report. Mi sono messo in malattia. Gioco a playstation, fumo, siti porno amatoriali, bevo il succo di frutta con la vitamina C. Compro la confezione da uno e ottanta. Mi vengono certi crampi e davanti alla Playstation e mi caco addosso. A guardare i siti porno guardo sempre la sezione oral perché forse mi piacerebbe farlo io un bucchino. Sulla mia scrivania ci sono troppe cose. Perdo i capelli nel centro della testa. Controllo se ho il gas aperto. Mi chiamano a casa da lavoro, ma che hai combinato con quello di Torino che sta ancora bestemmiando tutto e io dico che mi dispiace che non è detto che la situazione non si ripeta che sono sotto pressione. Ritorno a lavorare tra quattro giorni. Mi dimentico di mangiare. Telefono a lavoro e dico che non sono più in malattia ma vado in ferie. Quello mi dice che così non va. Che cazzo mi sono messo in testa. Organizzo un viaggio. Sono la mi agenzia di viaggi preferita. Compro un biglietto per la romania. Lo compro su internet con la carta di credito ricaricabile. Mi arriva l’email di conferma. Arrivo in romania. E’ un posto di merda. Sono un turista di merda. L’aeroporto è fuori città. Prendo un autobus per arrivare all’albergo. L’albergo fa parte di una grossa catena. Tulip Inn. Mi chiedono i documenti. Quello alla reception capisce che sono andato là per chiavare. Mi consegna la chiave. Il portachiavi pesa un chilo. Salgo in stanza. In televisione c’è un porno. L’albergo affaccia su un cortile. Scendo. Non ho disfatto la valigia. Non lo so cosa ci sia dentro. Niente vestiti comunque. Mi ricordo solo di aver messo la Playstation e succo di frutta. Cammino. Dopo dodici minuti sono stanco. Ho ancora il mal di testa di san giovanni a teduccio. Uno si avvicina e mi dice se voglio l’erba. Dico di si. Mi chiede se voglio la coca e dico di si. Mi dice se voglio chiavare e dico di si. Allora il tipo mi dice di andare direttamente con lui. Attraversiamo certe strade. Quello dice italiani chiavare tutti coca mariuana io dico si. La romania è una merda come napoli. Le case sono bombardate. Le strade sono bombardate. I cani sono secchi. Ci sono un milione di cani con solo la pelle addosso. Andiamo in un altro albergo. In venti minuti sono stato in due alberghi. Questo è peggio del mio albergo. Non sono sicuro che sia un albergo comunque. Saliamo le scale. Nessuno si ferma a guardarci. Entriamo in una stanza. Non mi hanno consegnato la chiave. Quello caccia la coca. La stendo sul tavolo e la tiro. Mi consegna l’erba. Gli chiedo altra coca. Sono in tachicardia ma lo so che è la coca. Mi porta una ragazza. Ha gli occhi chiusi perché è fatta a eroina. Quello la stende sul letto le toglie i jeans le sfila le mutande. Sulle mutande ha un assorbente. Mi dice di andare. Io vado. Ci salgo sopra. Sborro dopo quattro secondi. Quello la riveste. Esco dall’albergo. Mi perdo. Sono in un punto qualsiasi della città. Cammino perché non sento più la stanchezza. Entro in un posto. Chiedo del bagno. Mi chiudo dentro con il lucchetto. Pulisco il bordo del lavandino con il gomito e stendo una striscia di coca. Mi esce il sangue dal naso. Lascio l’acqua aperta e me ne vado. Non mi ricordo se fa freddo. Compro le sigarette. Vorrei tornare in albergo per giocare a Playstation ma non so come fare. Mi ricordo di quel pezzo di merda di torino a lavoro. Mi sento male. Cristo. Cado a terra svengo chiudo gli occhi faccio la bave ho le convulsioni tremo fibrillo mi caco addosso. Chiamano un’ambulanza. Nell’ambulanza un infermiere mi dice italiani coca mariuana chiavare. L’ospedale è sporco come il loreto mare. Io sono nato al loreto mare. Attorno al loreto mare girano un milione di motorini. Attorno al loreto mare ci sono dei frigoriferi abbandonati nei rifiuti. Sono in una corsia. Non c’è posto per me nelle stanze. Parlano ma non li capisco. Mi fanno delle iniezioni. Mi dicono delle altre cose. Mi dicono che posso andare. Esco dal loreto mare della romania. Entro in un posto e chiedo del bagno. Stendo un’altra striscia di coca sul portarotolo di metallo. Nel bagno ci sono i cazzi disegnati sulla porta. Li disegnano uguale come a napoli. Una bussa alla porta. E’ una vecchia. Mi vuole fare un bucchino. Io la faccio entrare nel bagno e chiudo. Ha dei denti d’oro. Sborro. Pago. Sono di nuovo in una strada della romania. Mi addormento su una panchina dell’autobus. Mi risveglio. Prendo il biglietto dell’hotel che aveva in tasca. Prendo un taxi e ritorno. Sto male. Mi ricordo che sono anche stato ricoverato nell’ospedale Loreto mare della romania. Mi addormento nel taxi. Il tassista mi sveglia. Mi dice delle cose che non capisco. Parla ad alta voce. Mi colpisce. Perdo altro sangue dal naso. Entro in albergo con il naso pieno di sangue. Quello dell’albergo fa finta di non guardarmi. Gioco a playstation. Sono le due e un quarto. Viene uno della reception e mi dice di abbassare il volume. Spengo. Il giorno dopo non esco dalla stanza. Guardo quello che succede nel cortile. Il giorno dopo invece esco. In romania piove. Ho i pantaloni bagnati che si incollano sugli stinchi. Entro in un centro commerciale. Hanno le televisioni con il tubo catodico. Si vendono i giubboni di jeans. Vado in un bagno. Stendo una striscia su un marmo. Vado nel reparto giocattoli. Ci sono troppe cose colorate. Entro in uno spogliatoio. C’è una panca di legno. Mi siedo. Mi addormento. Arrivano due della sicurezza. Mi dicono delle cose. Mi picchiano. Mi buttano fuori. Ho un taglio sotto lo zigomo. Ci tengo un fazzoletto contro. Se lo sposto il sangue continua a uscire. Si avvicina una. Sono sotto la luce di un’insegna di una ferramenta. Mi dice che c’hai in rumeno. Guarda la ferita. Mi dice se voglio chiavare. Andiamo da lei. La casa sarà trenta metri quadrati. C’è un bambino di sei anni seduto a guardare la televisione. Mi fa ciao con la mano quando mi vede. Il termosifone sembra un ragno gigante. Quella mi mette un cerotto. Poi si toglie le calze. C’è puzza di piedi nella stanza. Stendo una striscia sul comodino. Tiriamo tutti e due. Sborro sulle lenzuola. Mi pulisco sul cuscino. Mi addormento. Resto a dormire da quella. La mattina me ne vado. Torno nel mio albergo. Ho il cerotto sotto lo zigomo. Prendo al playstation. Ritorno a casa della ragazza. Lascio la playstation al bambino. Vado all’aeroporto. Ho l’aero tra un’ora e venti. Vado nel bagno. Stendo quello che resta di quattrocento euro di coca sul lavandino. Ci sono delle altre persone che guardano. Se ne vanno. Sono all’imbarco. Arriva la polizia. Mi arrestano. Mi portano in una caserma. Parlano parecchio. Mi rilasciano. Torno all’aeroporto. Ho perso l’aereo. Compro un biglietto per il prossimo volo. Mi stendo su una panchina di ferro. Tutti quelli che passano hanno una valigia. Mi addormento.

 

 

 

Certi appunti

 

San Giovanni a Teduccio, 6 Aprile 2007 cap 80146

Mia madre dice che se le fossi uscito per il culo avrebbe sofferto di meno. Il travaglio durò quattordici ore, quanto quello di un dinosauro. Si agitava, era nervosa e io capivo che le cose là fuori non si stavano mettendo per il meglio. Cristo santo, non si può nascere che già ti stanno aspettando per farti il culo. Le contrazioni erano forti, la macchinetta emetteva bip a raffica. Io non ero in posizione, avevo allargato le braccia e mi tenevo alle pareti dell'utero. Era chiaro che non mi andava di nascere, che nell'umido della placenta stavo bene, ma il tunnel nel quale mi ero ficcato era a direzione unica. Quando mi tirarono fuori, sporco di sangue e con la pelle viola non piangevo. Ero preoccupato più che altro, per come si sarebbero messe le cose nei decenni successivi a quella cosa del parto. E non mi sbagliavo. Uscito dalla gabbia del box Fischer-Price mi sparano dritto all'asilo. C’erano altri bambini che piangevano e le sedie erano la metà di quelle che avevamo nella cucina. Metabolizzai tutta la negatività, ed un martedì mattina, mentre mi veniva chiesto di inserire dei pezzi quadrati in degli spazi quadrati, tentai la via del suicidio ingerendo della plastichina. Mi dissi che il martedì era proprio un bel giorno per farla finita. I due vecchi a casa si sarebbero ripresi al massimo per il venerdi e così non gli avrei neanche rovinato il fine settimana. Corsa al Loreto mare nella macchina della maestra. Smadonnamenti potenti. O comunque di un certo livello. La preside dell'asilo sul sedile di destra era quella che smadonnava di più. Disse che se fosse andato tutto bene mi avrebbe sfondato il culo coi Lego. Ci avrebbe fatto una specie di vibratore. Mi infilarono un tubo per la gola e mi fecero vomitare. Quando rividi la plastichina era ancora a forma di barchetta. Mia madre arrivò a prelevarmi con quella merda di maglioncino verde spelacchiato. Le fecero molte domande. Quelli dell’ospedale se la lavorarono per bene la vecchia, insomma cercarono di riversare la colpa su di lei. Dovette perfino parlare con uno psicologo. Alla fine compresero che lei non c’entrava niente con quella storia. Arrivati a casa, tra le mura domestiche, mi sfasciò il culo. I toni sono stati questi per molti anni. Se avevo la febbre prendevo il Bactrim, poi le fialette perché non crescevo, la macchinetta per i denti storti, la ginnastica per la scoliosi e tutto l'accanimento della medicina ufficiale perché il sottoscritto avesse un corpo che gli consentisse di riprodursi e di continuare la specie. E di non far vergognare come cani quei due vecchi che stavano a casa. Il fallimento era comunque alle porte. L’ingresso alla scuola elementare “Sarria” di San Giovanni a Teduccio segnò il mio debutto nella società. La scuola era adiacente al deposito dei tram, e io all’inizio, non avevo mica capito bene cosa fossero quei bestioni di ferro arancione che entravano ed uscivano da quel cancello. Il primo giorno di scuola quella troia della maestra mi fece il terzo grado. Come ti chiami, tuo padre che fa, tua madre, sai fare le asticelle, i cerchietti e un mucchio di altre cose. Mia madre mi aveva già fatto fare le pagine con le asticelle. Bisognava tracciare una linea perpendicolare ai righi del foglio. Non era male come attività e come dire, all’inizio mi divertivo pure, poi la cosa cominciò a farsi noiosa, avevo bisogno di stimoli nuovi. Cominciai ad apportare delle piccole varianti alla noia simmetrica delle asticelle. Praticai una piccola curva sulla parte bassa, quanto bastava per farla assomigliare al manico di un ombrello. Mia madre restò stupita dalla mia intraprendenza grafica e già si parlava con mio padre di liceo artistico, accademia delle belle arti, una personale alla biennale di Venezia e stronzate così. Mostrai allora alla maestra il quaderno che mia mamma mi aveva fatto portare. Era pieno di asticelle, manici di ombrelli, serpenti, cerchi. La maestra si guardò per bene il quaderno e poi disse che poteva andare, che era bello che mi fossi portato avanti con il lavoro. Neanche immaginavo quanto mi sarebbe costata cara quella cosa. Non appena fummo fuori dalla classe, un paio di ragazzini mi presero a calci e mi sputarono sul grembiule. In pratica ero diventato un crumiro, un traditore del popolo. Magari avevo anche compromesso l’intero programma scolastico, con quel mio inutile e saccente ‘portarmi avanti’. Se lo avessero saputo al ministero dell’istruzione mi avrebbero sfondato il culo, sicuro. Da quel giorno cominciai a temere per la mia vita. Qualcuno poteva tranquillamente farmi fuori mentre andavo al catechismo oppure dal dentista a regolare l’apparecchio per i denti. Cominciai a guardarmi alle spalle e temevo di essere seguito, specie quando la domenica pomeriggio andavamo a trovare mia zia al Vomero. Non ci voleva niente che un motorino si affiancasse alla macchina e qualcuno mi piazzasse mezzo chilo di piombo dentro le cervella. Centinaia di bambini morivano in quelle circostanze senza che i giornali ne parlassero. Compresi subito che i secchioni e tutti quelli che nutrivano un insano piacere per il lavoro o lo studio venivano sistematicamente messi al bando. Diedi allora una sterzata alla mia vita. Il secondo giorno di scuola elementare, davanti alla maestra, pisciai in un angolo della classe. Avevo addosso certi pantaloni di velluto che si imbrattarono di piscio caldo e subito fecero presa sulle gambe. Chiamarono la preside, due bidelle, la maestra della classe a fianco. Un macello. Sembrava che un atto di anarchia del genere non fosse mai stato praticato in quella scuola. Chiamarono mia madre al telefono, le dissero che forse era meglio se veniva a prendermi. Si offrì di pulire il pavimento, ma le bidelle le dissero di andare che avevano già messo la segatura per terra. Strada facendo spiegai a mia madre la situazione e la mia strategia per reinserirmi nel gruppo di classe. Mia madre mi sfondò il culo di calci non appena entrammo nell’ascensore. La sera stessa sentì parlare mia madre e mio padre di insegnanti di sostegno, cottolenghi, collegi e  stronzate così. Allora ho cominciato a prendere certi appunti.

 

La storia del cane pazzo [certi appunti]

San Giovanni a Teduccio, 9 Aprile 2007 cap 80146

La signora Ranieri del secondo piano ha un cane che è pazzo. Lo senti abbaiare e grattare da dietro alla porta. Merda merdissima. Si vede poco in giro. Lo porta fuori di notte quando ci sono poche persone per strada. Biagio dice che il cane pazzo ha già sbranato tre persone e che la Signora Ranieri li ha sotterrati nei giardinetti di fronte alla chiesa. Mi ha anche fatto vedere il luogo della sepoltura. Si vede bene che il terreno è ammassato male ed è stato scavato di fresco. Chi sono queste tre persone? – ho chiesto a Biagio. Lui ha detto che non lo sa di preciso ma che ci stava un bambino nella classe di sua sorella Maddalena che a un certo punto non è più venuto a scuola. Per non farci prendere dal panico la maestra di Maddalena ha detto che la famiglia di questo bambino si è trasferita a Lambrate dove il padre è stato assunto come guardia giurata. Ma noi non ci crediamo. Innanzitutto è impossibile che esiste un posto che c’ha un nome di merda come Lambrate. Ma che significa? Lambrate è un nome inventato dal preside della scuola e dalla maestra di Maddalena per tenere segreta la storia del cane pazzo. Allora Biagio ha fatto una domanda alla maestra per incastrarla, ha detto, maestra come si chiama il sindaco di Lambrate? E La maestra ha detto che Lambrate non ha il sindaco. Io una città che non ha il sindaco non l’ho mai sentita e neanche Biagio. Certe notti si sentono delle urla strane nel palazzo. Sono dei suoni che devono provenire dal torace di una bestia enorme con la bocca piena di denti e con gli occhi viola. Io allora premo un tasto qualunque sul Nintendo e con la luce illumino la stanza tanto per vedere se la mia vita è in pericolo come quella volta che c’era il diavolo dentro la stanza. Mi cacai addosso. Gridai forte. Mia madre corse nella stanza e venne pure mia sorella Isabella ma solo dopo aver terminato di scrivere l’sms. Raccontai loro quella cosa del diavolo, glielo descrissi pure, le corna, la coda, l’alito puzzolente e gli occhi di fuoco. Isabella disse che ero proprio uno stronzo e mia madre disse di non dire quelle parolacce quando c’ero io che poi le ripetevo. E che cazzo. Poi mi a madre disse che avrei potuto dormire con la luce dell’ingresso accesa e se ne ritornarono a dormire. Col cazzo che non esisteva il diavolo. L’avevo visto proprio bene a quel pezzo di merdissimo. Sicuro che quello la notte veniva a giocare con il cane pazzo sbrana persone della Signora Ranieri del secondo piano. Bisognava fare qualcosa per evitare un’altra strage di bambini. La mattina seguente parlai con Biagio della cosa del diavolo. Disse che pure lui l’aveva visto, ma no quella sera, certe altre sere e paragonando le due descrizioni era proprio lo stesso pezzo di merdissima che avevo visto io. L’unica conclusione che raggiungemmo mentre arrivavamo in classe era che abitavamo proprio in un bel condominio di merda, tra diavoli e cani pazzi non avremmo neanche fatto in tempo a toglierci  la macchinetta di bocca che ci avremmo lasciato la pellaccia. Allora io c’avevo queste cose per la testa e come dire in classe me ne stavo per i cazzi miei. Allora la maestra mi dice delle cose su un problema di uno che andava al mercato a comprare certe uova e sulla strada del ritorno per via di una buca se ne rompevamo tre e voleva sapere quante uova restavano e quanti soldi ci aveva perso. Io gli dissi che sicuramente il contadino andava a Casoria con la strada americana ma che adesso dice mio padre si chiama doppio senso. Però parla male della madonna e dei santi per via delle buche e allora mia madre dice di non dire le parolacce in mia presenza che poi le ripeto. Quella troia comincia a spappolarmi il cazzo con questa storia. Penso che quando mio padre muore, la madonna gli sfonderà il culo per tutte le cose brutte che ha detto di lei. La maestra mi ha chiesto se c’era qualcosa di storto perchè mi vedeva distratto e allora io gli ho raccontato la storia del cane pazzo sbrana bambini. Certi, specie quel pezzo di merdissima di Alfonso Cattoni hanno riso e mi hanno pigliato per il culo, altri invece hanno capito il pericolo che correvano. La maestra comunque ha seguito le direttive del preside e ha cambiato subito discorso. E’ tornata a parlare delle uova sulla strada per Casoria. Quando c’è stato il cambio dell’ora, ho tenuto una piccola riunione d’emergenza con gli altri. Biagio stava fuori la porta per vedere se arriva qualcuno, che tanto poi gli  avrei raccontato le cose strada facendo. Ho detto agli altri che la situazione era grave, molto più grave di quanto pensassero. Che avevamo delle prove che certi altri bambini erano stati già sbranati dal cane pazzo. In effetti non è che le prove ce le avevamo subito, però potevamo procurarcele in breve tempo. Vuoi vedere che sotto la terra dei giardinetti della chiesa non era rimasto neanche un ossicino piccolo da portare in classe? Dissi ai ragazzi di procurarsi un’arma. Dovevano mettersi almeno un coltello nello zaino e tenerlo a portata di mano. Certe femmine, tipo Monica Zizzoli si misero a piangere. Pensai che se questa situazione fosse emersa in seconda elementare, i ragazzi sarebbero stati più maturi, e magari avremmo potuto organizzare anche delle ronde per fare fuori gli altri cani del quartiere già che c’eravamo. Ma in prima, cazzo, era proprio una faticaccia far muovere il culo a quegli stronzi. Specie le femmine. Gli raccontai anche la cosa di Lambrate.

“Chi di voi ha mai sentito parlare di un posto che si chiama Lambrate?”

Nessuno rispose.

Abbassarono perfino gli occhi per terra, sulle mattonella. Allora ripetei la cose per fargli fare un pochino di merda in più.

“Ho detto, chi di voi ha mai sentito parlare di un posto che si chiama Lambrate?”

Allora un certo panico avvolse la classe. A casa raccontai la cosa a Isabella. Lei prima restò a guardarmi con gli occhi di fuori e poi disse che ero proprio uno stronzo e non si capiva perché stessi  crescendo così scemo e comunque non appena la mamma lo avrebbe saputo mi avrebbe sfasciato il culo almeno come quella volta che bruciai il divano dell’Ikea con la candela. Mio padre ci mise tre settime per montarlo e tutte le sere che tornava a casa parlava male della madonna e dei santi e mia madre sempre a dire che quando ci stavo non bisognava dire quelle stracazzissime e merdissime parole che poi io le ripetevo.

Tuttavia il giorno seguente la maggior parte degli allievi della prima elementare del 47° Circolo di San Giovanni a Teduccio, si presentarono armati. Coltelli da cucini, cacciaviti, forbici, seghetti piccoli. Uno, Aldo Forzati, portò un cavatappi. Disse che aveva trovato solo quello. Cercai allora di gestire il potenziale difensivo. Visto che non tutti i ragazzi erano armati, creai delle coppie per ogni arma. In maniera tale che in caso di aggressione del cane pazzo, cosa che io ritenevo imminente interpretando la venuta del diavolo nella mia stanza, c’era almeno un’arma con cui difendersi e fare fuori quel bastardissimo merdissimo quadrupede pazzo. Biagio mi guardava con ammirazione. Avevo ristabilito la sicurezza dalle nostre parti. Ignoravo comunque la debolezza di animo della mia ciurma. Successe infatti che mentre stavamo incollando certe figura di mela e di pera sui cartoncini bianchi Bristol, Giovanna Martuccino che io avevo soprannominato cane di pecora, per la sua indole servile e anche per la forma del naso, provò a rubare il tubetto di colla stick Bostic dal banco di Massimo Zuretti detto O’Pazz per certi comportamenti che io stesso non ero riuscito a classificare. Massimo Zuretti disse a Giovanna che era una stronza e che doveva farsi i cazzi suoi. Allora cane di pecora quasi si mise a piangere. Certe lacrime enormi di formarono nell’angolo dell’occhio, poi mossa da un moto di ribellione ritornò al suo zaino, ci affondò le mani dentro, e tirò fuori il coltello da cucina con una lama da almeno venti centimetri che le sarebbe servito per fare fuori il cane pazzo. Cristo Santo, urlò la maestra, e bloccò il braccio di Giovanna Martuccino che aveva tutta l’intenzione di affondare la lama dentro alla pancia di Massimo Zuretti. Giovanna Martuccino venne portata nella stanza del preside e io come dire, mi sentivo uno strano presentimento addosso. Merda merdissima, dopo tre minuti il preside in persona venne a chiamarmi. Quel vecchio stracazzimo voleva sapere da me cos’era quella storia dei coltelli. Dovetti cantare. Un fiume in piena. Gli raccontai la storia del cane pazzo, dei morti nel giardinetto di fronte alla chiesa, del presentimento del diavolo, delle urla spaventose che la notte si sentivano dal piano della signora Ranieri, e della cosa di Lambrate che non era possibile che esistesse una città con un nome così stracazzo merdissimo. Il preside chiamò mi madre al telefono. Le disse di venirmi a prendere che era successa una cosa. Lo sfasciamento del culo preannunciato da mia sorella Isabella ebbe luogo in pubblico. Assistettero tutti i bidelli, il preside, le maestre e anche il custode che venne chiamato apposta da uno dei bidelli per non perdersi la scena. Io comunque ho in tasca sempre una matita appuntita. La tempero tutte le mattine nel bagno con un temperamatite che ho nascosto dietro il termosifone. Quando il cane pazzo mi attaccherà io gliela infilerò nell’occhio e lo metterò in fuga. E questa volta il culo lo sfascio a lui.

 

I punk a bestia di Piazza Cavour

 

San Giovanni a Teduccio, 11 Aprile 2007 cap 80146

Da quando l’ha lasciata Massimiliano, mia sorella è una punk a bestia. Prima era solo una merdissima dark. La differenza sta nella musica che si ascolta, nel vestirsi e nel truccarsi. Io non ho ancora deciso cosa diventerò. Adesso ha delle spille che le bucano la faccia, prima invece usava il mascara e il rossetto viola. La notte resta a dormire sotto la stazione di piazza Cavour, oppure nei giardinetti di fronte alla stazione. Dipende se la cacciano. Fa la cacca nei giardinetti o nella stazione e non si lava più i denti. Mio padre la va a guardare di nascosto. Una volta ha anche provato ad avvicinarla per tentare di farla ritornare a casa. Le ha detto, Isabella Cristo, ma cos’hai. Allora certi altri punk a bestia gli hanno sputato addosso e spaccato un labbro e gli volevano sfondare il culo. Mio padre è andato all’ospedale a farsi mettere i punti. Quando è tornato a casa ha detto che non gli facevano male i punti, però l’ho sentito piangere mentre guardava Ballarò. L’anno scorso siamo andati a Peschici tutti insieme. Ha detto che un posto di merda così lei non l’aveva mai visto, ma poi invece si vedeva che le piaceva perché rideva sempre con Massimiliano e stavamo sulla spiaggia tutto il giorno. Mi mamma c’ha vergogna anche ad andare in chiesa. Sono tre settimane che non va a confessarsi. Io non ho ancora fatto la prima comunione e tengo traccia dei miei peccati nelle ultime pagine di questo diario così quando andrò a confessarmi sarò preparato e quel merdissimo del diavolo la notte andrà nella stanza di qualche altro bambino del mio palazzo. Biagio mi ha detto che se uno si dimenticato un solo peccato è sfottuto. Merdissima. I vecchi non sanno come spiegare quella cosa di Isabella che adesso abita nei giardinetti di piazza Cavour. A scuola Biagio mi ha detto che forse mia sorella Isabella è pazza. Che delle volte succede che una persona per un paio di tempo diventa pazza e che poi torna tutto normale, che torna a vestirsi normale, che si toglie i chiodi dalla faccia. La settimana scorsa mia mamma è andata a trovare Isabella ai giardinetti. Le ha portato gli assorbenti perché quella era la sua settimana delle mestruazioni. Allora Isabella ha gridato di andarsene affanculo e che era una troia e che non doveva mai più permettersi di fare una cosa come quella. Ha rotto con le mani il pacchetto degli assorbenti e glieli ha lanciati addosso. Tutti i giardinetti di piazza Cavour erano pieni di assorbenti per le mestruazioni. Comunque io non ho capito cosa sono le mestruazioni, ho scritto questa parola nella penultima pagina, quella prima dei peccati, e domani chiedo alla maestra. Anche mia madre ha pianto a casa mentre guardava Alba Deusanio. Io non ci so arrivare a Piazza Cavour. Non ho mai superato il confine del mio quartiere. Tranne la domenica quando andiamo da zia Betarice al Vomero oppure quando andiamo a regolare la macchinetta per i denti. Ma là è diverso. Ho preso lo stradario dal cassetto dell’ingresso che danno insieme alle pagine gialle e all’elenco del telefono. Ho trovato piazza Cavour. Dalla cartina ha la forma di un rettangolo. Magari l’hanno disegnata solo così e da vicino è rotonda come in genere dovrebbero essere le piazze. Ho individuato i giardinetti. Sono delle aeree di colore verde. Dalla cartina non ci sono strutture in cemento o legno sotto cui ripararsi. Forse la cartina è approssimativa oppure la scala è talmente piccola che quelli che l’hanno disegnata non sono riusciti a metterci le panchine. La sera scorsa hanno chiamato Massimiliano, l’ex fidanzato di Isabella al telefono e gli hanno chiesto di venire a casa che volevano parlargli. Quando è arrivato io gli sono saltato sulle spalle come al solito e lui mi ha portato il gioco The Legend of Zelda per il Nintendo. I giochi li compra da un nero che sta alla stazione. Mia madre si è messa a piangere. E mio padre ha detto che cazzo piangi e lei se ne è scappata nella stanza da letto e per non farsi sentire ha alzato la voce della televisione e si sentiva a Gabriella Carlucci che diceva una cosa su quei merdissimi che ballavano a ballando sotto le stelle. Mio padre ha spiegato la cosa dei giardinetti di piazza Cavour a Massimiliano. Lui ha detto che già lo sapeva ma che non pensava di poterla aiutare. Mio padre ha detto che lo sapeva che adesso non stavano più insieme e che lui in quella cosa non ci voleva entrare. Poi comunque si sono stretti la mano e allora ci siamo messi in macchina tutti e tre in macchina per riportare Isabella a casa. Io ero sul sedile di dietro nell’alfa 33. Guardavo il contachilometri, l’orario, il livello dell’acqua e dell’olio. Forse quei due erano distratti dai loro discorsi e poteva scappargli quella cosa dei livelli. Ci fermammo alla pompa di benzina e mio padre mise dieci euro di benzina verde. Sinceramente non condivisi quella scelta. Penso che avremmo dovuto mettere dieci euro di benzina super per avere più potenza nel motore nel caso fossimo dovuti scappare via con Isabella mentre i punk a bestia ci inseguivano per sfondarci il culo. In classe mia, Biagio mi aveva detto che l’Alfa 33 era una merda di macchina e che pure una Smart se la faceva. Io avevo detto a mio padre di comprare la Smart, e lui aveva detto che era troppo piccola e che se dovevi scorreggiare ti dovevi prima fermare altrimenti sbandava. Mia madre disse di non dire scorreggiare di fronte a me che poi lo ripetevo e mi diede uno schiaffetto dietro la testa. Allora mio padre fece prrrrrrr con la bocca. Isabella stava ancora a casa in quel periodo e parlava sempre al telefono con Massimiliano oppure mandava gli sms perché aveva la Maxi Sms che spendeva 0,2 centesimi a messaggio. Prima lei e Massimiliano avevano la Tre e potevano far anche la videochiamate però a casa nostra la Tre non si prende e allora si sono messi la Tim.

Mentre mio padre guidava io memorizzavo la strada con la super memoria e adesso ho una mappa precisa per arrivare a piazza Cavour così che se Isabella scappa di nuovo per andare a fare la punk a bestia posso andarla a prendere io da solo. Con la super velocità due arrivo a piazza Cavour in pochi minuti. Bisogna risalire tutto il corso San Giovanni a Teduccio fino a casa di mia nonna alla stazione, poi bisogna prendere una strada grande sulla sinistra e andare ancora avanti e poi si arriva a Piazza Cavour. Devo dire che ho riscontrato una certa somiglianza tra la forma della piazza e quella riportata nella cartina dello stradario. I giardinetti erano piccoli e stretti e sarebbe stato il caso di chiamarli aiuole, che ero uguali a quelle dell’ospedale Pascale quando portammo mia nonna a operarsi al ginocchio. Nell’Alfa 33 mio padre e Massimiliano si sono detti delle cose. Parlavano a bassa voce e io non ho potuto memorizzarle. Quando siamo arrivati a Piazza Cavour i punk a bestia stavano seduti nei giardinetti. Uno suonava dei piccoli tamburi e mi piaceva, facevano una bella musica e si divertivano. C’erano anche un sacco di cani. Presi in considerazione l’idea  che dopo la terza elementare mi sarei ritirato e diventato un punk a bestia. Penso che sia giusto compiere delle scelte sul proprio destino. Non potevo restarmene per sempre coi due vecchi che c’avevano l’alfa 33. Allora mio padre e Massimiliano sono scesi dall’alfa 33 e sono andati verso i punk a bestia. Mi padre ha detto che io non potevo scendere e mi ha chiuso dentro con la chiusura centralizzata. Però l’alfa 33 dietro ha i finestrini con la manovella e allora ho potuto abbassare il finestrino. In mezzo ai punk a bestia ci stava Isabella. Aveva ancora più orecchini di quando se ne era andata. Mio padre e Massimiliano si avvicinarono ai punk a bestia. Certi cani si misero ad abbaiare. Isabella si avvicinò a Massimiliano. Urlarono delle cose. Un punk a bestia disse delle cose a Massimiliano e Isabella gli disse di farsi i cazzi suoi. Merdissima, urlavano tutti quanti. Un punk a bestia disse delle altre cose. Mio padre disse delle altre allo stesso punk a bestia. Nell’Alfa 33 ci stava ancora la puzza della sigaretta che aveva fumato mio padre. Poi tornarono tutti e tre, mio padre, Massimiliano e Isabella. Quando Isabella mi vide sul sedile di dietro della macchina mi abbracciò e si mise a piangere. Mio padre mise in moto e schizzò come se avessi un motore potente come quello di una Smart. Per tutto il tempo sono stato girato a guardare dietro per vedere se eravamo inseguiti dai punk a bestia. Cercavo di tenere la situazione sotto controllo senza trasmettere ansia, però in caso di attacco avrei dato l’allarme per tempo. Le spie dell’acqua e dell’olio erano ok e quindi potevamo stare tranquilli che l’alfa 33 non ci lasciava per strada. Non come quella volta che quando ce ne siamo andati da mia zia al Vomero ci siamo messi in macchina e l’alfa 33 non partiva perchè mio padre aveva lasciato la luce accesa e la batteria si era scaricato allora zio Fulvio ha dovuto prendere la sua macchina metterla vicino alla nostra e caricare la nostra batteria coi cavi. Mia madre disse a mio padre che era un cretino e mio padre disse che era una troia, e lei disse non dire queste cose davanti al bambino che io poi ripetevo quelle merdissime parole e mi diede uno schiaffo dietro la testa.

 

 

 

Comunque mia mamma ha detto che se dicevo che volevo lasciare la scuola mi avrebbe sfondato il culo come a quello di Cogne

San Giovanni a Teduccio, 19 Aprile 2007 cap 80146

 

Oggi in classe ci hanno portato un bambino sulla sedia a rotelle. Ci ho pensato tutto il giorno e ho deciso che gli dobbiamo sfondare il culo a quel pezzo di merdissima. Lo ha spinto dentro la bidella coi capelli viola. Non porta nemmeno il grembiule perché si incastra nel meccanismo delle ruote e respira dentro a una cannuccia. Fa uno schifoso rumore di bollicine pieno di saliva. Mi risalgono i pan di stelle fino alla gola solo a pensarci. Ne ho parlato con Biagio il giorno dopo a casa. Stavamo guardando certi cartoni animati. Ci stava uno che voleva ammazzare a uno, ma erano cinesi e io ai cinesi gli avrei sfondato il culo. Cioè Biagio guardava la televisione mentre io giocavo a Nintendo. La mamma di Biagio gli ha detto certe cose su quelli sulle sedia a rotelle. Ne ha parlato bene, dice che sono uguali a noi anche se respirano dentro le cannucce. La mamma di Biagio prova a manipolarlo. Gli infila in testa le sue idee e non lascia che Biagio pensi con la propria testa, in altre parole, che Biagio sviluppi una propria personalità. Gli ho chiesto se gli sembrava normale che quello si doveva sedere proprio dietro di me e respirare dentro alla cannuccia e fare il risucchio. Allora Biagio mi ha detto che in effetti si poteva andare a sedere pure da qualche altra parte. Da quando quel bambino è arrivato nella classe, le cose non sono più le stesse. La maestra sta sempre a dirci che tutti i bambini sono uguali e che se per esempio guardavamo u