Hotel Messico - Il circo dei nani volanti 

home  due centesimi  il circo dei nani volanti   la vita dopo i call center   hotelmessico(no_spam)@yahoo.it

 

  Alcuni racconti presenti in questa pagina sono stati pubblicati nella raccolta "Seppellitemi con l'accappatoio" Ed. RGB.

 

Indice

1.

 Ruomania

2.

 Resina

3.

 Vituccio mio

4.

 Preferenziale

5.

 Sopra le scale

6.

 Dell'amore e della scarsa manualità

7.

 La questione della resurrezione dei morti

8.

 Blues in Fa minore

9.

 La stessa storia

10.

 Il vecchio

11.

 Istruzioni sulla purificazione dell'anima

12.

 A4

13.

 La casa di Via Nazionale

14.

 Messaggi

15.

 Viola 1.0

16.

 Divano

17.

 Appunti sull'esfoliazione

18.

 Il pranzo è servito

19.

 Postalmarket

20.

 Il vetro nella pancia

21.

 Rigor Wilma

22.

 Tutto più giallo

23.

 Isa

24.

 Appunti: Courtney, sangue, parabole, Mtv

25.

 Un giorno, due giorni

26.

 Notte

27.

 La tagliola in mezzo alle cosce

28.

 Celestina

29.

 Nel Buio
30.  La domenica dei pastori
31.

 La storia del gatto

   
1. Ruomania
 

 

Io viengo da Ruomania. Arrivata qua tre anni e adesso lavora da signora Clara a pulire mierda e bava. Ruomania era mieglio di Napuli. Ogni vuolta che viene figlu di signora Clara lui vuole chiavare con mia e mi dà dieci euro, ma io no puttana di strada io dico tu dare mia trenta euro ma lui solo dieci euro e dice che napolitani tutti puoveri. Ruomania era mieglio di Napuli. Per esempio io cambio pannulone signora Clara, perché lei tre vuolte giorno mierda su sedia, divanu, lettu tutto ikea roba economica e io abbasso per cambiare pannolone signora Clara e lui subito vuole scupare. Inizio io stare da altra signora. Lei buona con mia. Poi muorta. Io trovata muorta mattina dentro a lettu e signora era dura. Io pensavo lei aveva fatto mierda dentro a lettu e aveva paura che io picchiare lei e non voleva parlare con mia. Allora io andata da lei e gridata e picchiata e sputata e poi capito che lei morta con faccia viola dentro a lettu. Io inizio non capire mai quando vecchi di Napuli muorti o dormire. Io penso che signora Clara muore presto perché lei ha cancro dentro schiena e io trovare altra signora che mierda letto e divano ikea. Noi Ruomania niente Ikea, noi tutto roba economica che si ruba da casa di vicino quando loro vanno ospedala di anemia. Quando loru tornati da ospedala non fai entrare casa tua perché dentro casa tui lori mobili e loro sedie. Metti scotch e sedia diventa buona. In Ruomania non ci stanno cinesi perché non conviene. Noi di Ruomania andare in Cina a lavorare perché loro molti soldi e poi signora cinese piccola mierda e facile lavara. Signore Napuli molta mierda. Io adesso a Napoli ma un giorno forse andare Italia a lavorare. Signora Clara due figli, uno chiavare sempre dieci euro, altro ricchione che gli piace cazzu. In Ruomania invece no ricchiuni a uomini piace chiavere femmine e basta. A Napuli molti euro molti ricchioni. Io penso allora che Italia molti ricchioni più di Napuli. Figlio ricchione signora Clara bravo ragazzo, lui cucina, veste con gonna e noi ci scambiamo anche reggiseno e camicette. Noi amiche. Io Romania avevo amica chiamava Micheljikenja poi muorta. Tutti muorti Ruomania. Mio figlio muorto, mio amante muorto, mio marito non mi ricordo. Romania facile muorire fame, guerra, ladri, ospedala. Bambini muorti perché loro prendono notte e ti portanmo ospedala e ti prendono pulmoni, reni, fegati e poi ti buttano su strada e mattina vedi bambini muorti senza occhi e tu vai a vedere se bambino tuo figlio o figlio vicino di casa che non si truova da settimana e poi non è lui e tu dici meno male. Con figliu ricchione signora Clara noi giovedì andare a fare passeggiata per abbuscare qualche cazzu alla stazione oppure Mergellina passeggiata vicino a mare. A mergellina si abbuscanu parecchi cazzu perché io pensa che mare venire voglia di chiavare. Noi mettiamo su muretto e ogni tanto passa ragazzo su motorino e grida “Ricchion!” ma lui scherza e figliu ricchione signora Clara piange e io dico non piange che lui adesso fa incidente su motorino e muore. E ragazzo su motorino quasi sempre fa incidente e io dico a figliu ricchione signora Clara hai vista lui fatto incidente. Noi incontrato signore sessant’anni che ha detto che lui voleva chiavare tutte e due. Io detto signore che figlu signora Clara ricchione e signore sessant’anni detto che lo sapeva e anche lui ogni tanto piace cazzu e allora andati tutti e tre albergo dietro stazione. Spogliati tutti e tre e vecchio preso viagra ma cazzu piccolo piccolo e figliu ricchione signora Clara aveva cazzu venticinquo centimetri e duro come sedia ikea soggiorno casa signora Clara e io non capivo adesso chi doveva chiavare chi. Io messa quattro zampe e ogni tanto prendevo cazzu ma nun mi ricordo quale. Io paura che vecchiu sessant’anni moriva prima di dare soldi allora ho detto questu a figlu ricchione signora Clara e lu ha detto a viecchiu dacci soldi o ti ammazziamo. Io detto a figliu ricchione signora Clara, noi non ammazzare viecchiu, lui muore da solo per cuore lesionato mentre chiava allora figliu ricchione detto a viecchiu e lui datu soldi. Ieri venutu duttore da signora Clara e detto che lei forse morta settimana prossima. Io cerco lavoro in Italia perché andare via da Napuli. Andata a stazione a domandare biglietto treno da Napuli per Italia e ferroviere detto che nun capiva. Se anche Italia come Napuli io torna Ruomania.

 

 

 Resina
 

 

Mio padre faceva il rappresentante di materiale odontoiatrico. Nella cantina avevamo campioni di sbiancante per denti, viti per ortodonzie, e resina per dentiere. Con la resina per dentiere incollavamo i quadri alle pareti, i pezzi degli elettrodomestici, il telecomando della televisione quando cadeva, la maniglia del frigorifero e le stanghette degli occhiali per leggere di mia mamma. La resina per le dentiere era il collante che teneva unita la famiglia. Se solo mio padre avesse potuto ci avrebbe incollato le pareti di casa con la resina. Era rosa ed aveva la consistenza di una gelatina densa. Durante il processo di solidificazione non tendeva ad espandersi come le normali colle, ma restava immutata nella forma cambiando solo di consistenza. Una notte ho incollato un occhio a mia sorella con la resina per le dentiere. Giulia dormiva. Le palpebre se ne stavano incollate già per conto loro ma a me non bastava. Andai in cantina a prendere il tubetto di resina per dentiere che stava mezzo aperto sul tavolino di ferro bianco tutto arrugginito. E allora le incollai l’occhio. Si trattava dell’occhio destro precisamente. Stesi una goccia di resina su di un cotton fioc e la spalmai proprio sul punto dove le due palpebre si univano. Ritornai a dormire. Il mattino seguente fui risvegliato dall’isteria materna, alla quale uno non si abitua mai. Ogni giorno ci stava un motivo buono per fare urlare quella femmina. Un giorno il cane non respirava più, un altro la macchina era stata rubata, un altro ancora eravamo senza la linea telefonica. Quel giorno l’occhio destro di Giulia non si apriva. Sembrava proprio che qualcuno le avesse incollato la palpebra durante la notte. Dissi a mia mamma che bisognava portarla subito all’ospedale. Allora ci mettemmo tutti e tre in macchina. Mio padre stava a Bologna per la fiera dell’odontotecnica. Mi aveva promesso che avrebbe rubato tutti i calchi di denti avuti a portata di mano. I calchi dei denti erano il mio gioco preferito. Mentre guidava mamma si girava sul sediolino posteriore e diceva, Giulia a mamma ci riesci ad aprire l’occhio? E Giulia diceva che non ci riusciva, e che però doveva stare calma perché non le faceva male. Dissi a mia mamma che quella situazione era davvero strana, insomma uno non va a dormire e si risveglia con un occhio incollato. Più le dicevo queste cose e più mia mamma si impauriva. L’idea di averci dentro casa una figlia orba e ciclopica non le piaceva mica tanto. Tutto era davvero molto strano. Mamma guidava forte nella corsia di destra della tangenziale e la Talbot Horizon verde sbandava e perdeva aderenza nelle curve per poi rincollarsi all’asfalto nel rettilineo subito dopo. La forza di gravità ci teneva attaccati a terra, quella centrifuga agli sportelli della macchina. Giulia era impassibile, neanche si ricordava più perché andavamo all’ospedale. Mamma fumava le sigarette e mi diceva sempre, non dirlo a tuo padre, promettimi che non lo dici a tuo padre e mettiti la cintura di sicurezza altrimenti vai a finire con la testa nel vetro. Io promettevo. Prendemmo l’uscita zona ospedaliera ed entrammo nel parcheggio del pronto soccorso dell’ospedale Santobono. Tutti gli ospedali hanno un odore schifoso. Innanzitutto trovavo che la temperatura all’interno dei corridoi fosse eccessivamente alta, inoltre quell’odore che dal basso ti risaliva le narici, di creolina e detersivo disinfettante mi faceva venire voglia di sanguinare dal naso. Quando mi usciva il sangue dal naso a terra cadevano delle goccioline rosse scure perfettamente circolati. Di diametro differente si stagliavano sui pavimenti bianchi della cucina, ma erano tutte gocce perfettamente rotonde. Una volta a settimana perdevo il sangue dal naso. I medici dicevano che ero un bambino dalla saluta cagionevole e che dovevo prendere le fialette di vitamine. Una volta mi sono ammalato di anemia e pensavo che non sarei sopravvissuto al giorno seguente. Così prima di andare a dormire feci venti minuti di preghiere e lasciai anche una lettera di addio ai miei genitori e a Giulia. Nella lettera scrissi pure di donare in beneficenza tutta la mia collezione di calchi di denti che mio padre mi aveva portato, cosi che i bambini più sfortunati ci potessero giocare. Arrivammo al pronto soccorso e un medico ci raggiunse. Dottore guardi l’occhio di mia figlia, non si apre. Il dottore fece sedere Giulia sul lettino e le gambe penzolavano nell’aria. Il dottore ispezionò la palpebra di Giulia con le dita e non disse niente. Stette quasi un minuto a fare una piccola pressione per staccare le palpebre. Chiese a Giulia se sentiva dolore, prurito, se aveva qualche allergia. Giulia piazzò tre no di seguito. Il dottore disse a mia mamma di aspettare che sarebbe andato a chiamare l’oculista al piano di sopra. Anche la medicina non era in grado di risolvere la misteriosa chiusura dell’occhio destro di Giulia. Mia mamma lentamente sprofondava dentro un pozzo di panico. Le dicevo di stare tranquilla che l’oculista avrebbe risolto il problema. Giulia cominciò a piangere da un occhio solo. Arrivò l’oculista dell’ospedale con una specie di lente d’ingrandimento attraverso la quale ispezionò l’occhio di Giulia. Ci disse di seguirlo nel laboratorio oculistico. Camminavamo in fila indiana nei corridoi dell’ospedale. Giulia mi chiese cosa le avrebbero fatto e io le dissi che la stavano per operare. E non dire queste cose, disse mia mamma, mollandomi uno schiaffo dietro alla testa. L’oculista disapprovò il gesto con uno sguardo severo, allora mia mamma mi tirò per un orecchio, che figure che mi fai fare. Nella studio oculistico il dottore fece sedere Giulia su uno sgabello e la visitò con uno strumento strano a forma di lettera U ma in orizzontale. Strano, disse l’oculista, strano. Strano cosa, disse la mamma. Allora l’oculista respirò profondamente e una ventata di alito fetido si espanse per l’intera stanza. Si poteva chiaramente capire cosa avesse mangiato quell’uomo solo dalla puzza del suo fiato. Strano disse l’oculista ancora una volta, sembra che le due palpebre siano incollate tra loro da qualcosa. Cosa potrebbe essere dottore, chiese la mamma stringendo forte nelle mani il mazzo di chiavi per evitare di perderlo come quella volta che l’aveva perso due giorni prima e poi ci avevano rubato la macchina. Non lo so cosa potrebbe essere di preciso, disse il dottore. Forse potrebbe essere una secrezione prodotta dalle ghiandole lacrimali a causa della puntura di qualche insetto oppure una reazione allergica a qualcosa. Mi mamma si portò la mano alla bocca per soffocare un grido d’isteria. Non si preoccupi signora, disse l’oculista, niente che non passerà. Un’altra zanfata di alito fetido per la stanza si espanse, tuttavia mamma sembrò più distesa che qualcuno si fosse espresso sull’esito di quella misteriosa occlusione all’occhio. L’oculista prescrisse un collirio che avrebbe fatto da solvente dicendolo di applicarlo due volte al giorno per una settimana. In macchina, durante la strada di ritorno continuammo a interrogarci su che cosa aveva incollato l’occhio a Giulia.

 

 

 Vituccio mio
 

 

Quando quelli della televisione uscirono dalla stanza di Vito, parlando ai cellulari di tempi tecnici e di intersezioni con gli spazi pubblicitari, io stavo proprio fuori al corridoio aspettando di entrare perché quella cosa la dovevo proprio capire. La storia si riassumeva in un paio di parole, Vito era diventato una specie di santo. Sembrava che guarisse le persone toccandole e che riuscisse a vederci intorno l'aurea. Ecco, queste cose adesso capitano tutti i giorni. Guardi un Maurizio Costanzo e ci vedi a una che parla coi morti, un giornale scandalistico e leggi che ci stanno gli angeli in provincia di Varese sulla tangenziale, e perché proprio Vito non poteva diventare pure lui una specie di santo? Perché Vito era il più grande segaiolo che mai avesse calpestato la terra. La notte si tirava tante di quelle seghe che il letto suo lo trovavano al centro della stanza e il padre era costretto a stringere una volta a settimana tutti i bulloni e le viti del letto che provavano a svitarsi. La pelle sotto agli occhi gli era scomparsa e comunque si era ridotta ad un lembo viola con un paio di vasi sanguigni sparsi lungo gli occhi. Vito poteva fregare gli altri ma non me. Non si è mai preparati abbastanza a vedere un tuo amico grande tiratore di seghe che diventa santo. Stava steso nel letto, avvolto in un lenzuolo candido, con un rosario appeso al collo e tutt'intorno uno stuolo di vecchie che pregava con una cantilena sommessa, un respiro più che una voce, sintonizzato su una frequenza impercettibile. I preti stavano là attorno a spiegare il miracolo, la resurrezione, che c'era da pentirsi tutti quanti, che una manifestazione come quella la diceva lunga sulla mancanza di fede che si aggirava. Feci giusto in tempo a vederlo a Vito, sdraiato dentro al sudario, incrociandone lo sguardo confuso e perso ed andai via. Lungo la strada che mi riportò a casa non feci altro che pensare a quello che diavolo era successo. Come poteva essere diventato un santo il mio Vito, cha un cattivo ragazzo non era di certo, ma un santo, roba da finire sulla bibbia, o a portarci in processione gli storpi. La camera era troppo affollata per poterci parlare con il mio Vito, per potergli chiedere come era successa tutto quella storia. Allora mi dissi che bisognava ritornarci a casa sua, lontano da tutta quella gente, dal fiato di tutte quelle vecchie, di notte. La casa di Vito stava fuori al paese in una campagna al confine con una specie di fiume popolato da topi leggendari capaci di mangiarti una mano intera. Quando giocavamo a pallone, spesso bisognava andare a recuperarlo nel fiume. La regola voleva che chi calciava male doveva andare a recuperarlo poi, la nostra amicizia prevaleva e mi toccava sempre di accompagnare il vecchio Vito a prendere il pallone lungo gli argini. Prima di scendere lungo le rive ci procuravamo sempre un bastone, quello più appuntito che trovavamo che non si sapeva mai se c'era da affrontare un branco di topi affamati.

La stanza di Vito affacciava su un piccolo balcone che dava sul retro della casa, e quando nel cuore della notte, bussai con le nocche al vetro della veranda, lui saltò dal letto ancora tutto vestito da santo nel lenzuolo bianco.

- Lo sapevo che saresti venuto - mi disse.

Vito sembrava spaventato e la stanza era piena di una luce innaturale, con dei riflessi in movimento generati dalla fiamma instabile di alcune candele. Le candele rendevano la stanza simile ad una catacomba o una cripta. Bisognava parlare piano, non farsi sentire dai genitori. Ci sedemmo vicino ad una candela e il nostro fiato inquietava ulteriormente la fiamma che s'agitava come una bestia mitologica incatenata.

- Ma che è successo Vituccio? - provai a chiedergli con un filo di voce.

Era quasi per piangere Vituccio e trattenne le parole nella gola, aggrappate alla trachea, con loro le lacrime sarebbero cascate giù veloci dagli occhi. Riprese fiato, ritornò a gestire le cose.

- E' stata tutta colpa di Mariella - disse infine.

- Mariella chi? -

Vito si grattò un poco la testa fissando oggetti a caso dentro la stanza. Poi il coraggio a poco a poco gli arrivò.

- Adesso ti racconto una cosa - disse Vito, facendomi cenno di avvicinarmi, che era una cosa che non si poteva dire ad alta voce. Una cosa che doveva restare tra lui me e la candela.

- Mariuccia è un'amica di mia mamma, una signora che abita all'inizio del paese subito dopo al ponte di ferro, ce l'hai presente il ponte di ferro? -

- Continua, lo so dove sta il ponte di ferro - risposi.

- Mariuccia viene spesso a casa nostra e se ne sta nel salotto con mia mamma a parlare e fumare sigarette. Fumano così tante sigarette che dopo tutto quanto è impregnato di tabacco, le tende, la tappezzeria del salotto e le magliette che hanno addosso. Mio padre quando torna a casa capisce sempre subito che mia mamma ha fumato le sigarette e ci va giù pesante con mamma a urlare. Mariuccia è stata sempre una specie di zia per me, me la sono sempre trovata tra i piedi come l'arredamento della casa. Quando ero ragazzino e avevo la febbre, se mia mamma non poteva restare a guardarmi in casa ci veniva lei e allora come dire mi ha cresciuto. Poi, un paio di mesi fa, Mariella ha voluto che io la guardassi nuda -.

- Quella schifosa -.

- Una volta lei si è sbottonata la camicetta e mi ha mostrato le tette. Io rimasi senza dire niente e corsi in camera mia -.

- A fare quello che penso? - dissi.

- Già, non potevo fare altrimenti -.

- Giusto -.

- Per i giorni seguenti ero terrorizzato dal ritrovarmela in casa. Cercavo di stare sempre fuori a giocare a pallone dietro al fiume oppure andare al centro commerciale all’inizio dell'autostrada. Certo, non che potessi restare sempre in strada, piuttosto cercavo di calcolare bene gli orari che Mariella si trovava in casa mia. Avevo fatto anche una tabella, guarda - disse Vito allungandomi un pezzo di carta tutto spiegazzato.

- Ti eri organizzato bene - gli dissi.

- Ma poi com'è finito che hanno detto che sei un santo ? - gli chiesi.

- Aspetta, non ho mica finito la storia -.

Vito ingoiò un grosso groppo di saliva e ricominciò a raccontare con il tono fluido che aveva acquistato.

- Un pomeriggio mentre stavo tornando da scuola me la ritrovai lungo la strada, vicino al gommista con l'insegna verde luminosa all'angolo con la posta -.

- Non è un gommista, ma un elettrauto - corressi Vito.

- Ero vicini all'elettrauto va bene, e allora Mariella mi avvicina e mi dice ciao Vito come stai, come mai non ti trovo più a casa, fai bene a stare sempre fuori a giocare con gli amici sei nell'età della crescita e hai bisogno di movimento, e disse altre cose di questo tipo -.

- Capisco -.

- Poi ad un certo punto fa, lo sai Vito che tua mamma mi ha detto che lei ti trova un po' strano, è molto preoccupata per te, se hai qualche problema ne possiamo parlare insieme da soli -.

- Che schifosa - gli dissi - ma la storia del santo? -.

- Aspetta – disse Vituccio e riprese fiato, - dopo l'agguato fuori dalla scuola le visite di Mariella a casa mia si sono intensificate, ero braccato, trovava sempre una ragione buona per venire da noi a parlare ore intere con mia mamma nel salotto. Una volta ha trovato la maniera per venire in camera mia. Io ero seduto sul letto e lei si avvicina veloce mi prende la mano e comincia a strofinarsela in mezzo alle gambe -.

- Non mi dire -.

- Proprio così -.

- E tu cosa facevi? -.

- Io ero terrorizzato, ero paralizzato, e mentre lei si strofinava con la mia mano nella stanza ha aperto la porta mia mamma -.

Su questo punto Vito prese un leggero tremore al labbro superiore. Gli tremava a scatti come un congegno meccanico incagliato in uno dei suoi movimenti.

- Tua mamma? e cosa ha detto? -.

- Guarda, ci potevo anche morire. Mariella ha alzato un poco la mia mano e da mezzo alle gambe se l'è portata sulla pancia. Da dove stava mia mamma non poteva vedere proprio bene ed è bastato poco a Mariella per spostare la mano. Mariella pure un poco tremava e ha cominciato a dire a mia mamma che io avevo una specie di potere nelle mani e che lei l'aveva capito da subito, disse a mia mamma di avvicinarsi e di toccarmi le mani e sentire quanto fossero calde -.

- Che schifosa -.

- Appunto. Mia madre camminava come una specie di zombi ma più lenta e sembrava che dovesse svenire da un momento all'altro. Allora Mariella per avvalorare la sua storia corre incontro a mia mamma e la porta sotto braccio fino al letto e le mette la mia mano in mezzo alle sue mani. Mia mamma sente le mie mani caldissime e non capisce e sviene con una piccola bavetta che le usciva dal lato della bocca. Gli occhi si sono girati all’indietro e in un colpo è diventata tutta bianca. Mio padre sente i nostri tentativi di rianimarla e corre in camera a prenderla, per metterla di nuovo in piedi, e nel frattempo Mariella gli spiega tutto a mio padre, delle mie mani miracolose e del male allo stomaco che le ho fatto passare solo passandoci sopra le mani. Poi mio padre ha accompagnato mia mamma nella stanza da letto e quando io e Mariella siamo rimasti da soli, lei mi ha detto che se dicevo qualcosa mi ammazzava -.

- Schifosissima -.

- Ma non è finita. Mia mamma il giorno seguente mi ha portato dal prete, da padre Giorgio, quello con la chiesa vicino alla ferrovia, che quando passa il diretto per Milano bisogna restare in silenzio che tanto non si sente nulla, e gli ha raccontato tutto. Ha detto delle mie capacità di guarire e il prete le ha detto di non sbilanciarsi, che il signore questi doni li concede, ma c'è bisogno di accertarsene prima, che sono questioni che vanno studiate per bene. Alla fine padre Giorgio lo ha raccontato a tutti -.

- Incredibile, una storia incredibile -.

- Puoi dirlo bene. Adesso ho paura, sono spaventato. Hai visto quanta gente ci stava in camera mia oggi? Domani sarà peggio, arriverà un gruppo di monache a pregarmi e nel pomeriggio un prete importante della diocesi che mi vuole parlare -.

- Senti Vito - gli faccio – noi adesso ce ne andiamo. Scappiamo e stiamo un paio di giorni fuori casa, il tempo che tutto passa e poi ritorniamo, che ne dici? -.

Il vecchio Vituccio era perplesso. Era pallido che sembrava una sottiletta kraft.

- E dove ce ne andiamo? In paese ci conoscono tutti -.

- Attraversiamo il confine e ce ne andiamo in Svizzera, ci vuole un’ora di treno al massimo -.

- Io non lo so – disse Vito.

- Vituccio mio, non vuoi mica fare davvero il santo o rischiare di farti ammazzare dalla schifosa? -

- No, certo che no -.

- Allora preparati che ce ne andiamo -.

Vito preparò una sacca con dentro una maglietta, della biancheria e prese venti euro che c’aveva nel cassetto. Si tolse il vestitino da santo che indossava e si mise una tuta.

- Sono pronto – disse ad un certo punto.

Uscimmo dal suo balcone. Fuori la notte era fredda e ci stava un vento che ti tagliava la faccia. I grilli della campagna ci davano dentro forte e degli uccelli famelici ci volavano a giro sopra la testa.  Vito cominciò a rallentare il passo dopo pochi metri che eravamo partiti. Per la tensione non aveva mangiato per due giorni consecutivi ed era così debole da non riuscire nemmeno a camminare.

- Non ti preoccupare, Vituccio, ti porto io -.

Me lo caricai sulle spalle quel corpicino leggero. Il mio Vituccio. Mentre camminavamo nel buio della campagna, un calore mi avvolse tutte le spalle, come dieci magliette di lana riscaldate sulla stufetta a gas prima di indossarle, e da un punto preciso che non riuscivo a vedere, una strana luce illuminava i contorni del corpicino di Vito e lui guardava la campagna senza capire, ma felice di stare sopra le mia spalle a cavalcioni mentre ci dirigevamo verso la Svizzera.

 

 Preferenziale

E' andata che Marta si è sentita male. Svenuta con le gambe all'aria. Durante la caduta si è tirata dietro il tavolo, le sedie e il tacchino cucinato con il dado e il vino. Un paio di istanti le sono bastati a stare stesa, sotto al bordo del tavolo che i liquidi contenuti nei bicchieri le si sono rovesciati addosso. Una macchia enorme di vino scuro si è allargata sul torace, e vista così Marta, stesa con il rosso umido che riempiva le fibre della maglia gonfiandole, sembrava proprio morta. Eravamo in quattro a mangiare, e oltre a me, ci stavano pure Luciana e Giulio. Allora io e Giulio abbiamo tirato via Marta da sotto al tavolo e l’abbiamo messa in macchina per portarla all’ospedale. A sant’Erasmo era tutto bloccato a causa della partita. Si giocava Napoli Sampdoria, in palio ci stava la salvezza dalla serie C. Marta non si riprendeva. Se ne stava stesa sul sedile posteriore con la testa appoggiata sulle ginocchia di Luciana che le accarezzava i capelli. Mi chiedevo se fossi stato io male, se Giorgio mi avesse accarezzato i capelli. Suonavo forte il clacson per farmi spazio, ma il traffico, la congestione delle lamiere e dei pneumatici è difficile da fendere con un clacson. Non riuscivamo a fare supposizioni sul malore di Marta.

- Mi dispiace, forse ho cucinato qualcosa di scaduto – disse Luciana.

- Se pure è andata così non l’hai fatto apposta – aggiunse Giorgio.

- Certo, non è colpa di nessuno - dissi.

- E’ solo un’ipotesi questa, forse il motivo è un altro – aggiunse Luciana

- Comunque mi andava di scusarmi se ho fatto qualcosa di sbagliato, ecco -.

- Non hai fatto niente di sbagliato – disse Giorgio tenendo premuto il bottoncino per fare abbassare il vetro elettrico.

- Qui dentro manca l’aria e se apro è peggio -.

Guardavo dallo specchietto retrovisore Luciana che stringeva la testa di Marta e un lieve panico mi risaliva dalle gambe. Il piede tremava sopra la frizione e la costrizione del traffico amplificava il senso di impotenza. La mia autostima precipitava nel baratro. Richiudemmo i finestrini per non essere assaliti dallo smog. Eravamo chiusi in una capsula di metallo incastrata nella modernità. All’interno dell’abitacolo si propagò un suono sordo e senza spigoli. I vetri facevano da filtro alle lunghezze d’onda più alte. Ci stava una, fuori dalla macchina su uno scooter, che bussava vicino al mio finestrino. Mi fece cenno con la mano di abbassare il finestrino.

- Si sente male la signora? – chiese.

Aveva le labbra enormi e un trucco pesante, sembrava che avesse usato vernici industriali piuttosto che prodotti cosmetici.

- Si -, le dissi, - sta male -.

- Posso darvi un passaggio io sullo scooter, se ci mettiamo in tre sullo scooter possiamo portarla al pronto soccorso del Loreto, da qui ci vorranno dieci minuti, siamo vicini -.

- In tre sullo scooter? Ci fermerà la polizia – risposi.

- La polizia capirà – disse Luciana, - bisogna portare Marta all’ospedale in fretta. Tu vai con lo scooter, Giorgio penserà alla macchina -.

- Ha ragione – disse Giorgio.

Uscimmo tutti dalla macchina. Quelli delle altre macchine non capivano cosa stesse succedendo. La donna sullo scooter aveva due spalle enormi e la voce ascoltata a distanza ravvicinata era profonda e baritonale. Mettemmo di forza Marta svenuta in mezzo e io mi sedetti dietro. Con la mani abbracciai la donna che guidava lo scooter per fare da incastro perfetto a Marta. I fianchi della donna erano grossi e da sotto la maglietta affiorava una complessa struttura muscolare di addominali.

- Fate presto – disse Luciana mentre Giorgio passava al volante della mia macchina.

Lo scooter si inserì nella corsia preferenziale. Anche quella era invasa dal traffico, ma potevamo sfruttare un interstizio tra il marciapiede di cemento e la corsia per viaggiare almeno a venti chilometri orari.

- Ci siete? – chiese la donna.

Da quella posizione vedevo le proporzioni del collo della donna che guidava, e potevo confrontarle con quelle del collo esile di Marta. Un velo di pelle diafana avvolto attorno ad una spina dorsale. Io non ero una scheggia a capire certe situazioni, ma la donna che guidava era un travestito, inequivocabilmente un uomo con del silicone innestato sul torace. La donna guidava più veloce adesso. Con le braccia che erano il doppio delle mie teneva stretto lo sterzo e assorbiva le vibrazioni facendo rimanere in asse lo scooter. La gente dalle altre macchine ci guardava. Un travestito, una donna svenuta e io, tutti e tre su uno scooter nella corsia preferenziale. Di tanto in tanto sentivo Marta che tentava di riprendersi. Voleva risorgere dall’oscurità dell’inconscio e lo annunciava con delle contrazioni nervose ai muscoli facciali. – Non ti riprendere ancora Marta, mi dicevo, non in questo momento, continua a dormire piccola -.

La donna che guidava scansava tombini e binari del tram, evitava le altre macchine e i pedoni che provavano a raggiungere l’altro marciapiede. L’ospedale Loreto aveva una grossa insegna luminosa manco fosse stato un albergo. Imboccammo l’ingresso per le autoambulanze con il motorino scoppiettante. I carabinieri che stavano là fuori quando ci videro arrivare restarono ipnotizzati. C’erano gli estremi per spararci alle gambe. La donna scese per prima e fissò lo scooter al suolo con il cavalletto, nel frattempo che scendevo dalla sella tenne stretta Marta. Poi la donna senza che glielo chiedessi si caricò il corpicino di Marta sulle spalle e se lo portò dentro al pronto soccorso.  Nell’ospedale entrò un travestito con la gonna e una punta di barba sotto al cerone con una donna fragile e bianca appoggiata su una spalla, dietro ci stavo io e dietro ancora i carabinieri del drappello. Entrammo in cinque e tutti bene assortiti dentro al pronto soccorso. La donna stese Marta sul lettino e un dottore si avvicinò. Ci guardò a tutti cercando chi di noi potesse restare dentro, poi disse di uscire fuori tutti che ci avrebbe chiamato lui. Uscimmo nel corridoio e raccontammo ai carabinieri quello che era accaduto, la storia del traffico ed il malore misterioso di Marta durante la cena. I carabinieri presero appunti su un quadernone e mi fecero firmare su un foglio con il righino verde sotto. La donna aveva gli stivali bianchi sotto alla gonna e una possente struttura ossea. Se solo avesse voluto mi avrebbe distrutto con una mano.

- Grazie – le dissi a distanza di sicurezza.

- Non ti preoccupare, pensa a lei – disse alludendo a Marta.

La donna non terminò neanche di pronunciarne il nome, che il corpicino di Marta si rianimò e con passi incerti uscì dal pronto soccorso. Le andai incontro e l’abbracciai forte per sostenerla, per sgravarla dalla forza di gravità che incombeva nel corridoio dell’ospedale.

-   Ho sognato che eravamo su un cavallo e il vento mi sbatteva sulla faccia – disse Marta.

Sentii in quel momento la marmitta dello scooter che ricominciava a scoppiettare fuori dal pronto soccorso e il suono allontanarsi dall’insegna con la scritta “Ospedale Loreto”.

 

 Sopra le scale

Per coprire la distanza dal salone alla camera da letto del piano di sopra, Angelina ha fatto installare un montascale elettrico. Ci arriva vicino con la sua sedia a rotelle e i due sedili sono alla stessa altezza. Angelina deve esercitare uno sforzo minimo ruotando lievemente il bacino per passare dal sedile della sedia a rotelle al sedile del montascale. Una volta che è sul montascale e aziona il dispositivo per arrivare in cima alla rampa, un piccolo braccio di plastica spunta dalla maniglia e arriva fino all’altra maniglia del sedile in maniera tale da tenere fermo il corpo di Angelina, ed evitare che possa cadere durante la salita. Il braccio di plastica si stacca automaticamente quando il montascale arrivava in cima liberando il corpo. Un’altra sedia a rotelle l’aspetta al piano superiore. Il montascale tiene sospesi i piedi di Angelina a circa venti centimetri da terra durante il suo movimento ed un ronzio di motorino elettrico fa vibrare la schiena atrofizzata di Angelina. Le visite della figlia sono rade e coincidono con l’avvento di qualche festività religiosa che evidentemente risveglia in lei il timore della punizione eterna per aver abbandonato una vecchia nelle campagne fuori città. Si sente già le fiamme dell’inferno bruciargli i capelli ogni volta che ripensa alla vecchia Angelina. Il gatto è l’unica cosa animata a stare in quella casa. In realtà è un randagio con qualche zecca che si è introdotto in casa di Angelina e la usa come riparo dal freddo e mangia quello che trova in giro. Angelina se l’è trovato in casa e non ha la forza di lanciargli qualcosa contro. Lo guarda camminare per casa senza fare nulla. Tutti i giorni, ad eccezione del sabato e della domenica viene una donna a preparare da mangiare ad Angelina. Prepara della zuppa con i fagioli oppure del brodo vegetale che Angelina mangia come può succhiando il liquido dal cucchiaio. Parte del cibo se lo ritrova sui vestiti a causa di un tremore che le scuote la mano, e quello che resta nel piatto viene leccato dal gatto. Così tutti pensano che Angelina mangi tutto. Per il sabato e la domenica la donna che viene a preparare il cibo, ne prepara in porzioni che lascia in dei contenitori di carta argentata che mette nel forno oppure nel frigo e per due giorni non viene. Tutti i lunedì mattina, quando la donna rientra in casa con la copia della chiave che le hanno dato, la figlia di Angelina pensa che riceverà una telefonata nella quale la donna le annuncia di aver ritrovato il cadavere della madre. Quando si fanno le dodici e non arriva nessuna telefonata al cellulare, la figlia di Angelina si rassicura e prende impegni per il resto della giornata.

Quel sabato mattina Angelina stava in cucina a fissare la televisione. Sembrava piuttosto che fosse la televisione a guardare lei. Le immagini delle televendite si riflettevano nelle cataratte che opacizzavano l’occhio di Angelina e una respirazione piena di affanno si miscelava alle voci del televisore. Il volume era altissimo e contribuiva alla sordità di Angelina, ma questo a lei proprio non importava. L’unica percezione ancora attiva di Angelina, era quella termica. I ricettori erano ancora capaci di distinguere il freddo dal caldo e quel sabato faceva troppo freddo per restare solo con la vestaglia da notte. Angelina allora spinse in avanti la cloche della sedia a rotelle elettrica e si diresse verso il montascale. L’armadio era nella stanza da letto, al piano di sopra. Il volume della televisione era altissimo e qualcuno dall’interno dello schermo diceva che con quell’apparecchio si poteva dimagrire senza spendere soldi in diete. Angelina andò a sbattere nel tavolo, nel divano, in una sedia, in una scrivania e infine arrivò al montascale. Allineò i due sedili e con un movimento lentissimo dell’anca riuscì a posarsi sul sedile del montascale. In quel momento qualcuno alla televisione diceva che è possibile far ricrescere i capelli con delle nuove pillole. Angelina si sedette sul montascale e premette il pulsante verde per azionarne il meccanismo. Il braccio di plastica lentamente sbucò dal bracciolo e bloccò il corpo di Angelina al sedile del montascale. Il sedile del montascale cominciò a vibrare e il motorino posto nella parte inferiore ronzò rumorosamente. Il sedile si mosse in direzione del piano superiore. Angelina fissava il vuoto mentre il silenzio era devastato dal volume della televisione. Avanzava lentamente con quel ronzio lungo la parete della scala, sospesa coi piedi penzolanti. A circa metà della sua corsa il montascale si bloccò. Angelina restò sospesa con i piedi all’aria, senza poterli agitare volontariamente, scossi solo da automatiche contrazioni nervose. Non che potesse fare davvero molto in quella posizione una vecchia semiparalitica incastrata in un montascale elettrico, c’era solo da sperare che sarebbe ripartito. Da quella posizione si vedeva l’orologio del salone e solo il retro della scatola della televisione. Il volume alto diceva che con quei coltelli potevi tagliare una lamina di alluminio figuratevi un pomodoro. Angelina provò a roteare nuovamente l’anca di quei pochi gradi di cui era capace nell’intento di imprimere una scossa al congegno elettrico. Forse si era soltanto incastrata qualche rotella del dispositivo.  Ruotò con la forza che aveva a disposizione senza che gli ingranaggi si rimettessero in moto e alla fine si ritrovò sfinita dallo sforzo. C’era solo da aspettare. Faceva freddo e la vestaglia pesante era nell’armadio del piano di sopra. Se solamente non ci fosse stato quel maledetto braccio di plastica a tenerla saldata sul montascale, Angelina si sarebbe lanciata lungo le scale, rischiando di fratturarsi qualche articolazione, ma alla fine sarebbe ritornata sulla sua sedia a rotelle rotolandosi per la scalinata. Per coprirsi avrebbe usato un asciugamano oppure l’accappatoio azzurro che stava nel bagno. Avrebbe dormito nel soggiorno sulla sedia a rotelle del piano di sotto fino a che non avrebbero riparato il montascale. Il vero problema era il braccio di plastica del montascale. Era fatto di una plastica pesante, spessa tre centimetri e si inseriva ad incastro nell’altro bracciolo della sedia. Un adulto avrebbe avuto la forza per disincastrare la sbarra, rompendola nel suo incastro, ma liberandosi. Angelina pesava quarantatre chili ed aveva solo la forza sufficiente per voltare la testa. La forma della barra era tubulare e sulla sua superficie non c’erano spigoli o punti in rilievo sui quali effettuare pressioni. Angelina allora provò a stringere la barra di plastica e forzarla, ma le sue mani piene di vene sporgenti e tempestate da tendini che venivano fuori come i piloni di un ponte sospeso, erano incapaci di stringere e di applicare una qualsiasi spinta in qualsiasi direzione. In quel momento la televisione diceva che perdere i grassi in eccesso non sarebbe più stato un problema. L’orologio nel salone segna le undici di un mattino troppo freddo per starsene con la vestaglia leggera. Angelina silenziosamente comincia a piangere. Non a singhiozzi, ma solo lacrime calde che solcano le rughe di settantanove anni. E’ proprio da vederla la scena di questa vecchia crocifissa sul suo montascale. Niente più lance a lacerare il costato, ma un bracciolo di plastica. Angelina si agita come può ed emette delle urla sommesse, delle specie di - mmmm - oppure delle – aaaa – ma tutte sotto voce, eppure le fa tirando fuori tutto il fiato nascosto nei polmoni di vecchia. Dopo un’ora, Angelina è ancora sospesa sul suo montascale. In solo un’ora le energie residue per gridare oppure roteare l’anca si sono esaurite. Il sole non batte più sulla parete est della casa e la temperatura è scesa ulteriormente di altri due gradi. La televisione dice che adesso non sarà più un problema abbronzarsi in casa con la lampada ai raggi UV ripiegabile. Nel tentativo di muoversi, Angelina ha perso una pantofola e il piede destro è coperto solo da un calzino spesso, di lana consumata che non aderisce bene attorno al suo piede di vecchia. La pantofola è riversa a pochi gradini sotto Angelina e giace con la suola all’aria. Sotto è segnato il numero 32 che è la misura che calza Angelina. Angelina si abbandona alla stanchezza e cade sfinita in un sonno profondo durante il quale dimentica quello che le sta accadendo. Nel sonno provocato da stanchezza, le proiezioni oniriche che ne prendono vita sono immagini prive di logica. Incubi che si rincorrono e si confondono con ricordi di una vita intera. Angelina si risvegliò tre ore dopo, ancora inchiodata sul montascale elettrico. Si risvegliò con la vestaglia umida. Durante il sonno la vescica non aveva retto e le sue mutande erano zeppe di urina e di escrementi. L’acido dell’urina bruciava sulle gambe e una puzza abominevole dominava la scalinata. La televisione era ancora accesa a tutto volume sul canale delle televendite e in quel momento una donna di cui Angelina non riusciva a vedere il viso diceva che non sarebbe stato più un problema affettare le patate in fette sottili dello stesso spessore con quel nuovo attrezzo da cucina. Attirato dall’odore degli escrementi accorse il gatto. Salì la rampa di scale e annusò la macchia di urina che goccia dopo goccia si stava allargando sul pavimento. Angelina fissò il gatto distinguendolo appena attraverso le cataratte, si sbattè nervosamente contraendo i pochi muscoli che ancora rispondevano ai suoi ordini e le venne un collasso. Riprese i sensi dopo quattro ore ed era ancora incastrata al montascale. Quando riaprì gli occhi non ricordava nulla e la confusione cresceva nella testa di vecchia che si ritrovava. La casa era tutta buia e l’unica fonte luminosa era il riflesso del televisore acceso che illuminava la parete del soggiorno. Una luce blu catodica si rifletteva sulla parete generando ombre e fantasmi mentre Angelina restava incastrata in quel dannato montascale. La signora delle pulizie sarebbe ritornata solo il lunedì seguente e se la cognizione del tempo di Angelina non la ingannava, stava solo a sabato sera. C’erano troppe ore di mezzo da resistere. D’un tratto il telefono squillò. Il trillo si propagò velocemente fino alle scale amplificandosi grazie al riverbero di una casa vuota. Pur miscelandosi con il volume della televisione, Angelina lo riconobbe. Mosse la testa in quella direzione, verso l’armadio sul quale stava il telefono e si rianimò un poco. Il telefono squillò molte volte ed infine terminò. L’ira di Angelina provocò un urlo quasi impercettibile e altre lacrime acide accarezzarono il viso tagliuzzato da mille rughe come un mosaico fatto con pezzetti di vetro. Nel buio completo della casa, l’orologio segnava le tre e venti, la televisione passò dalle televendite alla messa in onda di film pornografici. Ad un volume altissimo si propagavano gemiti di donne e liberatori sospiri di secrezioni. Angelina si addormentò in una specie di perdita di sensi.

Venne risvegliata al mattino dalla ripresa delle trasmissioni. Alle sette ci stava la cartomante che faceva i tarocchi in diretta. Quando Angelina riaprì gli occhi era oramai troppo debole per ricordarsi di quello che era successo e ci impiegò diversi minuti, una mezz’ora forse per ritornare con la mente agli episodi del giorno precedente. Non mangiava da ventiquattro ore e i succhi gastrici si erano accumulati nello stomaco provocandole bruciori e spasmi. Vomitò una bavetta verdastra che le colò sul vestito e una consistente ondata di urina e feci si fece largo attraverso le mutande in direzione del pavimento ad alimentare la chiazza sotto al montascale. Angelina pregò forte il signore. Una vita intera di insegnamenti cristiani le riaffiorò alla mente. Si lanciò allora in un rosario misto ad un padre nostro e confuso con dell’altro ancora. Ma quanto deve piangere una vecchia prima ancora di morire, si chiese Angelina.

Un rumore improvviso si propagò per la casa. Angelina si ridestò, forse qualcuno era arrivato a salvarla. Magari la figlia oppure la signora delle pulizie che aveva lasciato qualcosa di sospeso da fare, oppure magari era già lunedì mattina. Non importava, bastava solo che qualcuno fosse arrivato a tirarla giù dal montascale. Bisognava solo forzare la barra di plastica che la teneva bloccata al sedile, la forza di qualunque adulto sarebbe stata sufficiente, anche quella di un bambino già cresciuto, ma non certamente quella di una vecchia. In casa c’era qualcuno. I rumori si facevano sempre più vicini e Angelina non riusciva proprio a capire di cosa si trattasse. Erano comunque dei passi, e la sorgente sonora era in movimento. La vecchia si ridestò, forse ce l’aveva fatta, poi, i suoi occhi offuscati dalle cataratte visualizzarono la cosa che faceva rumore. E fu terrificante.

Una capra con due grosse corna camminò lentamente fino all’inizio della scala e posò le due zampe davanti sui primi gradini. Occhi rossi e barbetta che spuntava da sotto al mento. Le corna erano avvitate come a formare una spirale. Lo sguardo era quello di un uomo. Angelina restò paralizzata dalla paura. La capra, dopo aver fissato Angelina per alcuni istanti si diresse verso di lei trottando. In pochi balzi conquistò tutti gli scalini che la separavano da Angelina. Nel frattempo la veggente nella televisione diceva che quel giorno ci sarebbe stata una forte ed incontrollabile energia negativa. La capra arrivò vicino ad Angelina. Le arrivò così tanto vicino da poterne sentire la puzza. Angelina solo in quel momento capì di cosa ritrattava. E fu ancora più terrificante.

 

-         Non pensavi che sarei mai venuto vero Angelina? –

-         No – disse scuotendo la testa.

-         Eppure tante volte mi hai chiamato, e tante volte ho fatto quello che tu mi hai chiesto.

-         Lo so – disse piangendo.

-         Ho preso tra le mie braccia tuo nipote e tuo marito, come mi avevi chiesto. Adesso sono solo venuto a veder come stavi, e sai che non posso fare nulla per te adesso, lo sai vero?

-         Si.

Mentre parlava, dall’interno della bocca una lingua blu si agitava e sbucava fuori emettendo un sibilo. La capra fissò ancora una volta Angelina negli occhi e andò via. Ridiscese le scale senza voltarsi e sparì da qualche parte nel soggiorno.

Per quanto possibile Angelina si sentì invecchiata. Il suo corpo si stava sgretolando e lei percepiva il distacco dei tessuti, l’abbandono della carne. L’era venuta a trovare il diavolo in persona. Era vero quello che aveva visto oppure si trattava solo d’immaginazione. Una sorta di delirio mistico all’incontrario. Eppure quei passi erano così reali e la voce sembrava proprio di averla sentita. Gliel’avevano detto una volta che il diavolo sarebbe venuta a prenderla per quello che in cuor suo aveva covato. La figlia glielo aveva detto. In quel momento la televisione diceva che fare ginnastica in casa con quella cyclette non era mai stato così divertente. La capra era andata via da qualche minuto quando un nuovo suono si propagò per la casa. Il cuore di vecchia di Angelina nuovamente entrò in tachicardia. All’improvviso tutte le porte della casa e tutte le finestre si aprirono e sbatterono contro i loro stipiti. Lo fecero ripetutamente, con un boato esagerato, da coprire il volume delle televendite e ancora una volta, una volta ancora, sempre più forte, tutte insieme e tutti i cassetti e le ante dei mobili pure si aprirono e si chiusero fortemente con un suono legnoso e cupo. All’unisono. Dietro c’era un ritmo, un disegno, un pentagramma. Poi tutto piombò nuovamente nel silenzio. Cosa volete da me, disse Angelina. Cosa volete da me. Nel silenzio che si era appena creato la voce del televisore disse – da oggi non potete morire se siete già morti. Il nuovo gioco del terrore infinito è tra voi. Troveremo sempre il modo per stupirvi, non disperate. Con un unico biglietto saremo a vostra disposizione tutta l’eternità. Mettetevi comodi sul vostro sedile e affidatevi nelle nostre mani e adesso avanti con la prossima attrazione. E tutto diventò buio.

 Dell'amore e della scarsa manualità

Sono una persona che ha una scarsa manualità. Il mio rapporto con gli oggetti è condizionato da una diffidenza reciproca con essi. Ci guardiamo e ci annusiamo senza mai intrometterci nel funzionamento altrui. Se una cosa si rompe o se ha bisogno di manutenzione io non faccio nulla. Sono incapace di avvitare, di inchiodare, di incollare e vado in panico se la macchina si ferma sulla tangenziale. Vado in iperventilazione e mi tocca poi respirare dentro ad un sacchetto di carta. Non possedendo una personalità multipla, l’unica voce che gira nella mia testa mi dice di fare il meno possibile. Certo, alcune cose vanno fatte. Per esempio mi ricordo che nel 1997 a seguito di un uso continuato del neon che stava nella cucina, lo starter, quel cilindretto coi due piolini in cima si è bruciato. Quando provavo ad accendere la luce si sentiva solo un gracchiare dello starter che si sforzava di fare una scintilla viola per mettere in moto il sistema elettrico dell’illuminazione. Una specie di tosse, e quando il lampadario della cucina c’ha la tosse sai che devi prendere una decisione. Provai ripetutamente a premere l’interruttore sulle mattonelle, lo feci in maniera compulsa, acceso - spento - acceso - spento, ma il neon di accendersi non ne voleva sapere. Ebbene, in soli due giorni lavorativi, lo starter è stato sostituito con successo. La mia autostima toccò livelli esaltanti, picchi che poche volte si sono ripetuti nella mia vita. A eterno monito, per il nuovo starter e perenne soddisfazione per me, lo starter vecchio tutto bruciacchiato è stato lasciato in bella mostra sulla bilancia, tanto per intimidire il congegno nuovo di zecca. Il messaggio era: in questa casa nessuno è indispensabile e c’è un uomo d’azione pronto a sostituire i congegni meccanici non funzionanti in circa due giorni lavorativi (tempo che dipende dal tipo di congegno). Fui il terrore di guarnizioni fallaci e di maniglie poco oleate per quella settimana, prima di sprofondare nuovamente nella mia soffice nuvoletta di scarsa manualità. Altri eventi di una certa importanza per la mia vita verranno riportati di seguito in questo scritto. Ad esempio non posso proprio evitare di parlare di Margherita la ragazza che per sempre ha portato via il mio cuore, distruggendolo in più occasioni, incollandolo con l’attack solo per avere il piacere in seguito di distruggerlo nuovamente. Margherita a dirla tutta non era mica una gran cosa, però aveva un grosso aspetto positivo, era in maniera incontrovertibile una ragazza, un esemplare appartenente al genere femminile. Era abbastanza per elevare il mio status di sfigato a quello di - forse non è così sfigato c’ha pure la ragazza. Al tempo che conobbi Margherita non avevo ancora sostituito lo starter del neon ed ero incosciente delle facoltà che risiedono nelle mani di un uomo. Un uomo ha la capacità di modificare l’ambiente circostante, di costruire chiese, di fare complesse operazioni chirurgiche, di dipingere, di sostituire gli starter, ma io tutto questo non lo sapevo ancora. Subivo il creato come una pedina passiva e immobile nel disegno divino. Conobbi Margherita in una via del centro. Stava litigando con certi che dietro un banchetto raccoglievano le firme per una nuova cura contro l’osteoporosi. Margherita rompeva praticamente il cazzo su tutto. Sui comunisti, sulle trasmissioni televisive, sui programmi del fondo monetario internazionale, sulle prostitute, sui metallari e sulla moda degli stivali. Io me ne innamorai da subito. Le diedi ragione sulla questione dell’osteoporosi e ci scambiammo i numeri di telefono. Ero giovane, e ritornai a casa in uno stato di fibrillazione tale che emettevo luce fluorescente durante la notte. I problemi comunque cominciarono subito dopo che la conobbi, quando volevo telefonarle. Il fatto è che mi veniva il vomito per la tensione. Lo stomaco si contraeva forte e andavo in ansia dalla mattina se al pomeriggio c'era la telefonata. Tutta colpa dell’intestino che insieme alla milza e al fegato provava a fomentare una rivolta. – Signori organi interni, cose indescrivibili accadono là di fuori. E’ venuto il tempo di prendere una decisione sul nostro futuro, se questo tipo riesce a portare a termine il suo piano con quella ragazza, probabilmente ci dovrà toccare di subire l’immane sforzo della copula non a fini riproduttivi, e sapete di cosa sto parlando. Personalmente ho i miei dubbi che l’individuo che ci ospita ci riesca, esaminando le esperienze passate la probabilità dell’insuccesso resta altissima, tuttavia è mio dovere mettere a conoscenza la signora Milza ed il signor Addominale sull’eventualità di un lavoraccio sterile, che non trasmetterà il nostro DNA da nessuna parte. Tutto il nostro materiale genetico, trasportato dagli spermatozoi andrà a schiantarsi dentro un fazzolettino oppure sul sedile posteriore di una Citroen Ax. Enfasi sulle parole, di una Citroen Ax, signori ma ci rendiamo conto! Segue sgomento nello stomaco. Bene signori il mio piano è il seguente, al mio tre ci contrarremo tutti insieme così forte che questo bastardo si dovrà rotolare per terra e maledire il giorno in cui la madre l’ha partorito. Allora signori si comincia: uno, due, tre.

In una settimana fui capace di perdere tre chili perché lo stomaco era diventato capiente quanto la bustina di una confezione di crackers ed ero diventato ancora più bianco in faccia. I vasi sanguigni e la melanina erano espatriati dalla mia faccia. Prendevo l’enterogermina e bevevo camomilla per calmare gli spasmi intestinali. Questo era l’effetto che mi faceva l’essermi innamorato. Tuttavia dimostrai una volontà ferrea e seguitai a telefonare Margherita, nonostante i miei organi interni mi remassero contro. Il fatto che determinati organi risiedano all’interno del tuo corpo, non significa che siano i tuoi. Margherita era una che parlava tanto e parlava di tutto. Era pindarica e la sua mente spaziale, troppo evoluta per qualsiasi abitante della costellazione risultava incomprensibile. Non sapevi mai quale sarebbe stato l'argomento che avrebbe affrontato, ma sicuramente avrebbe fatto terra bruciata tutt'intorno. Comunque i miei organi interni non si sbagliavano e nonostante il mio fare disinteressato, l’obiettivo era quello della copula non a fini riproduttivi, con rilascio di materiale seminale o in un fazzolettino di carta oppure sul sedile posteriore di una Citroen Ax. Anche dopo aver concordato i nostri primi appuntamenti Margherita seguitava a stupirmi sputtanando l’intero creato. Gli elettroni erano una stronzata, i quark non li voleva neanche sentire nominare, le tariffe telefoniche della Tim erano una rapina, i cani a pelo corto dovevano essere cancellati dalla terra, quelli che sopravvivevano in un polmone artificiale venivano costretti ad un’inutile sofferenza, le scarpe con la punta quadrata erano frutto di una mente distorta che un giorno un Dio avrebbe punito, gli omosessuali erano ok però dovevano restarsene a casa loro perché il solo pensiero la faceva vomitare. Io cercavo di rispecchiare il suo standard in fatto di vestiti e di look in generale. Consumavo quantità spropositate di gelatina per capelli con grasso di balena e usavo deodoranti spray al mirtillo e alla felce con estratti di aloe. Il mio odore era praticamente indistinguibile da quello dell’arbre magique ai frutti di bosco. Mentre andavo a prenderla guidavo tutto rattrappito per via della lotta intestina del mio corpo. La maggior parte degli organi aveva aderito alla sommossa tranne alcuni tra cui gli organi riproduttivi e il mio cuore che batteva forte per Margherita. Quando mi diceva che la nuova cura sperimentale per il cancro alla prostata era una stronzata e che l’antimateria era roba da Dylan Dog, e che sia chiaro che Dylan Dog stesso era una grandissima stronzata, la mia mente restava abbagliata da tanta capacità intellettuale e da una posizione seria e decisa su tutti gli argomenti dello scibile. Quella sera bevemmo qualche bicchierino in un bar sul lungomare con dei tavolini di vetro rotondi che secondo Margherita erano tanto brutti che lei si sarebbe perfino rifiutata di vomitarci sopra. L’alcol ebbe un effetto rilassante su alcuni degli organi che capeggiavano la rivolta, e contemporaneamente un effetto rivitalizzante su altri organi che cominciarono ad avanzare pretese da quell’incontro. Il mio corpo era più diviso che mai in due fazioni distinte. Gli organi consenzienti per via dell’alcol guadagnavano un favore crescente nel resto della mia anatomia fino a concordare con il cervello un rilascio di endorfine tale da far crollare ogni residua barriera inibitoria fino all’anno 2018. Il sedile posteriore della Ax mi aspettava. Ne parlai con Margherita, facendo giri di parole e baciandola profondamente con la lingua raschiando la cavità orale come avrebbe fatto un odontotecnico con un trapano durante il mese della prevenzione dentale gratuita. Gli accordi erano stati tacitamente presi. Altro bicchierino prima di uscire perchè non si poteva rischiare mica il ripristino dei tafferugli interni. Guidai svelto tra le strade affollate da macchine e pedoni per non far svanire quella splendida congiuntura astrale che si era venuta a creare. In macchina Margherita disse finalmente tutto quello che c’aveva da dire su l’otto per mille, sugli extraterrestri e i cerchi nei campi di grano, sulle piramidi, sui pantaloni a zampa di elefante, sulle chitarre elettriche e sulle politiche agricole del Minnesota. Il suo pensiero si poteva riassume in un solo concetto: era tutto una grandissima stronzata. Io e Margherita ci eravamo sintonizzati, lei parlava e io ascoltavo dandole ragione. Finalmente arrivammo nel luogo buio e solitario dove sarebbe avvenuto l’accoppiamento. Seguono delle scene di sesso che non verranno narrate per evitare di stimolare nel lettore tendenze onanistiche. Si sappia solo che le secrezioni da parte mia furono tre con tempi di preparazione differenti. La prima secrezione venne rilasciata in un tempo che definii poi eccessivamente breve. Quando avvenne, io e Margherita stavamo ancora discutendo su quale posizione adottare all’interno dell’esiguo abitacolo della Citroen Ax, automobile che lasciatemi dire, non nasce per ospitare incontri di tipo riproduttivo tra esseri umani. Tuttavia la secrezione avvenne all’interno della mia biancheria intima e almeno la faccia restò salva. Non le mutande, certamente non loro. La seconda emissione di umore seminale avvenne durante un involontario contatto con la tappezzeria di un sedile che sollecitò un punto molto sensibile della mia struttura riproduttiva. Provai così tanto piacere che nei mesi successivi più volte nel garage mi accoppiai con il sedile della Ax. Tuttavia anche quella seconda secrezione venne tenuta nascosta a Margherita. Fui infatti lesto a dirigere il getto sotto un tappetino che da allora è restato incollato per terra. La terza fu quella buona. Rientrai nella media nazionale pakistana dei due minuti e quaranta con diversi stop, esattamente al quarantesimo secondo e al secondo numero centoventi per poi portare dignitosamente alla fine la galoppata verso il traguardo. Non glielo chiesi mai, ma non penso che Margherita riuscì a raggiungere tre orgasmi come avevo fatto io in quella serata.

 

 La questione della resurrezione dei morti

Mio padre se l’è portato via un Marzo freddo pieno di vento e un cancro. Più il cancro che il vento a dire il vero. Lo portammo al cimitero senza il corteo funebre. Nel quartiere ci stavamo da poco e i vecchi amici di famiglia nessuno li aveva avvertiti. Stavamo tutti seduti nella Ford Fiesta di Aldo, mamma e Aldo davanti, io e Marcella seduti di dietro. La Ford Fiesta era uno schifo di macchina. Quelli delle altre macchine si facevano il segno della croce quando vedevano la macchina nera con la cassa dentro. Marcella piangeva mentre io cercavo di non perdere di vista la macchina con quella specie di armadio dentro. Nell’armadio ci stava steso mio padre. L’avevo visto fino a due ore prima e non mi sembrava messo tanto male. Se avevo capito bene la procedura completa della morte, adesso l’avrebbero messo in un fosso e non l’avrei più rivisto. Fino alla resurrezione dei morti, come aveva detto il prete, ma non prima di quel giorno. E considerando che era martedì sarebbe dovuta trascorrere almeno una settimana intera. La morte era proprio uno schifo. Mamma non diceva niente. C’aveva gli occhiali scuri e grandi che le coprivano la faccia dallo zigomo alla prima parte della fronte nascondendo due occhi neri e scavati. Aldo per conto suo pensava scansare le macchine e a mettere le marce e non doveva essere affatto una cosa semplice considerando l’impegno che ci metteva. La questione del cambio delle marce mi creava ansia. Ogni volta che stavo in macchina con mio padre cercavo sempre di capire quale fosse il momento giusto per cambiare. Ti verrà naturale mi diceva, non devi pensarci più di tanto. Allora quando stavo in macchina di qualcuno chiudevo gli occhi e cercavo l’ispirazione giusta, la sensazione dentro l’anima che mi facesse capire quale fosse il momento giusto per cambiare marcia. Imboccammo una strada che non avevo mai visto. Aveva la carreggiata larga e l’asfalto sotto alle ruote era liscio, si sentiva appena. La macchina con la bara viaggiava più veloce della nostra Ford Fiesta e noi arrancavamo a starci dietro. Aldo un poco sudava per non perderla di vista. Allora io ogni tanto dicevo, eccola, sta girando, è andata a destra. Facevo di tutto per non perdere di vista la macchina nera con la bara. Ci sarebbe stata almeno un’intera settimana da aspettare prima della resurrezione dei morti. In effetti c’era da sperare anche prima a pensarci bene. Infatti durante la messa che il prete aveva ufficiato aveva chiaramente detto che il giorno del giudizio era vicino, che non ci sarebbe stato da aspettare molto, che tutti i segni stavano nel cielo ed erano sotto gli occhi di tutti. Non appena uscimmo dalla chiesa io presi a guardare nel cielo, e a guardare bene, qualche cosa di strano ci stava. Le nuvole avevano delle forme che non avevo mai visto, e il sole era in una posizione anomala, piegato tutto da un lato del cielo. Mi rammaricai solo di non aver chiesto esattamente al prete quali fossero i tempi esatti, ma soprattutto, se mancava così poco tempo alla resurrezione dei morti, che bisogno ci stava di mettere mio padre nella bara e di portarlo al cimitero? Magari si poteva lasciare sopra al letto, con un lenzuolino leggero e la settimana seguente sarebbe ritornato tutto come prima. Marcella piangeva. Piangeva in quanto femmina, in quanto piccola, in quanto piangeva per tutto. Avercela vicino era uno strazio insopportabile. Era difficile da spiegargliela la questione della resurrezione dei morti e dei segni nel cielo. Arrivammo al cimitero e ci entrammo dentro con le due macchine. La macchina nera rallentò di molto e prese certi sentieri stretti in mezzo alle tombe e piccole costruzioni che sembravano chiese minuscole, giusto per una persona, tanto per riposarsi fino al giorno della resurrezione. Arrivammo ad un sentiero ancora più stretto e quando la Ford Fiesta si fermò cominciammo tutti a piangere, tutti tranne Aldo. Marcella con le unghie grattava sopra il sedile, mamma singhiozzava da dietro agli occhiali con la montatura che sembrava di osso e io pure non volevo saperne di scendere da dentro alla macchina. Allora Aldo, ad uno per volta ci venne a prendere aprendoci gli sportelli ad uno a uno. Quando uscimmo fuori quelli che guidavano la macchina nera avevano già tirato fuori la bara e l’avevano stesa a terra, di fianco ad un fosso. Uno di loro disse qualcosa a bassa voce a mia mamma e lei singhiozzando fece cenno di si. Allora i due alzarono la bara con due grosse funi e lentamente la calarono dentro alla buca, che senza volere polemizzare coi due signori, era eccessivamente profonda e poco adatta a sotterrare una persona considerando l’imminente avvicinarsi del giorno della resurrezione dei morti. Era evidente comunque che quello fosse il loro lavoro e che dovevano avere qualche accordo con chi gestiva la questione della resurrezione. Magari già sapevano di preciso quando andare a dissotterrare le bare e forse quel signore aveva detto a mia madre proprio la data esatta che avremmo dovuto ritrovarci alla bara per il grande giorno. Quando cominciarono a calare la bara dentro al fosso io m’immaginai quanto potesse essere buio quel buio che non era un buio normale, e poi svenni. Vidi Marcella che piangeva prima di svenire. Ma quella in effetti piangeva sempre.

 

 

 

 Blues in Fa minore
 

 

“Che belle gambe che c’hai Laura”.

“Davvero dici, non sono diventata vecchia, io bella non lo sono stata mai”.

Le accarezzai un poco la guancia e facemmo l’amore. Il letto per le botte sbatteva in faccia al muro e con il tempo l’intonaco si era crepato in determinati punti. Venni sul lenzuolo e con un lembo mi pulii.

“Sono contento che tu sia ritornata, la casa stava andando in malora”.

“Mi dispiace, non me ne andrò mai più”.

Laura mi accarezza i capelli mentre le tenevo la nuca sul grembo. Con le dita mi faceva i riccioloni sui pochi capelli che mi restavano.

“Per le due settimane che sei stata via non ho fatto nulla in casa, avevo deciso di lasciare marcire le cose, di far scadere il latte nel frigo e pure di far morire il gatto di fame. Per dieci giorni la bestia non ha avuto croccantini e a bere beveva da sotto alle fontane che per fortuna sua non si chiudono bene. Guarda come si è fatto secco, c’ha le ossa del torace tutte da fuori”.

“Ti prego non raccontarmi queste cose”.

“Adesso non te ne andrai di nuovo da quello, vero?”.

“Te lo prometto che non ti lascerò più”.

“E’ stato un inferno. La notte c’avevo dei bruciori che sembravano lampi dentro alla pancia e certi incubi tutte le notti m’assalivano. Mi sognavo dei diavolacci che mi tenevano per le caviglie e poi mi lasciavano cadere in un fosso nero e profondo e il sogno era così reale che sentivo l’odore della terra umida dentro alle narici”.

“Ti prego smettila”.

“Penso che quei sogni in un certo modo erano i miei sensi di colpa che prendevano forma che s’incarnavano dentro ai diavolacci e poi la caduta simboleggiava lo sprofondare dentro alle viscere della terra, all’inferno per le cose di male che ho fatto. E quale punizione più giusta in fondo, se non quella di perderti”.

“Non ti lascerò mai più, né te né il gatto”.

“Il gatto non ti è mai piaciuto”.

“Anche lui mi è mancato, in fondo tutti e tre siamo una famiglia”.

Mi alzai dal letto con il coso moscio in mezzo alle cosce e andai verso la cucina. Le piante dei piedi restavano attaccate al pavimento per il sudicio che si era ammassato e quando si staccavano facevano un rumore di ventosa. Arrivai al frigorifero a prendere un bicchiere d’acqua. Il freddo del frigorifero mi fece gelare i peli sulla pancia. Ero messo male, ma adesso che c’era Laura bisognava fare qualche cosa, non potevo lasciare che se ne andasse di nuovo con quello. Sotto agli occhi c’avevo delle rughe profonde, al centro della testa non c’avevo più capelli e pure i denti stavano marcendo. I due grossi davanti a toccarli un poco si muovevano per non parlare di quegli altri sul fondo della bocca che erano neri. Presto avrei dovuto mettere qualche schifoso dente finto in bocca e per lavarlo avrei dovuto estrarlo e sciacquarlo sotto al lavandino facendo attenzione a non farlo cadere dentro al buco dello scarico. Tutto ci avevo perso dentro al buco dello scarico negli anni, e anche il dente finto ci sarebbe caduto dentro andandosi a congiungere con il resto delle cose che avevo perduto. Forse gli operai delle fogne tenevano le mie cose dentro ad una scatola e prima o poi me le avrebbero recapitate. Bevvi il mio bicchiere d’acqua e ritornai verso la stanza da letto. Lungo il corridoio mi prese di nuovo quel crampo di angoscia dentro allo stomaco perché in fondo lo sapevo che Laura se ne sarebbe andata di nuovo con quell’altro. Lei pure non stava messa tanto meglio di me. Sotto al collo c’aveva una ruga grossa e le guance le si stavano scavando sulla faccia. Per difendersi dalla morte a lei veniva facile di scappare dentro al letto di qualcun altro, poi le venivano i sensi di colpa oppure la ricacciavano e Laura se ne tornava dentro al letto mio. Mi prometteva di non andarsene più e poi se ne andava per un mese, oppure tre mesi come l’anno scorso quando mi telefonò da Genova per dirmi che tra noi era finita e che era andata a stare con uno. Mi staccò il telefono mentre piangeva a dirmi che le dispiaceva che era stata una decisione sofferta ma che bisognava farlo per il bene di tutti e due, specie per il mio che non mi meritavo una cosa così, che proprio non me lo meritavo. Restai attaccato al filo del telefono pensando che Laura fosse rimasta in silenzio e che non c’aveva più niente da dirmi. M’accorsi che aveva staccato da dieci minuti e il silenzio siderale che s’era creato sembrava quello delle viscere della terra, dello spazio infinito, dello spazio tra un elettrone e un altro dentro agli atomi. Rientrai dentro alla stanza da letto e lei se ne stava di schiena, con il lenzuolo sopra al culo che oramai se ne stava scendendo. Forse con il tempo Laura non sarebbe più stata la bella donna di un tempo e sarebbe diventata mia per sempre. Stava quasi dormendo, forse nella fase rem perché le palpebre le sbattevano forte e sbatteva anche i denti. Lo faceva sempre prima di addormentarsi. Chissà se anche gli altri uomini le sapevano tutte queste cose di Laura.

 

 

 

 La stessa storia
 

 

In quell'inverno c’avevo addosso la paura del buio e la paura dell’ascensore. Più dell’ascensore, per via dell’aria che mi mancava a stare dentro alla cabina di alluminio. La gola mi diventava stretta e l’aria ci passava attraverso un forellino sottile, di diametro irrisorio. A morire così, soffocato da una paura carognona a me proprio non m’andava e allora dovevo salire le scale a piedi anche quando c’avevo il dolore dietro alla schiena. Al limite potevo morire per le scale, per uno spasmo di dolore, per un organo interno d’una certa importanza che mi aveva abbandonato all’improvviso.

Arrivai alla festa che uno era già collassato sul divano. Stava steso con tutte e due le mani sulla faccia come a dire mammamia. C’avevo il fiatone per via delle scale fatte a piedi e della storia dell’ascensore. Lucia mi aveva detto di andare dal dottore a spiegargli la paura dell’ascensore. “Dall’amministratore devo andare, a far mettere le porte di vetro che si vede da fuori, non dal dottore che mi trova pure una malattia quello”. Ero andato alla festa a causa di Germano che aveva tanto insistito, “ci saranno delle femmine e pure una collega del secondo piano che non hai ancora conosciuto che una volta dicono faceva le pompe per poche lire che poi glieli davi a fine mese”. Allora ci stava quello mezzo morto sopra al divano con le gambe un poco aperte e per educazione le scarpe non ce le aveva sopra il divano, ma in bilico sul bracciolo e ognuno che passava ci sbatteva contro. A ogni botta che prendeva reagiva o contraendo una coscia e rilasciandola subito oppure tremava tutto come se avesse preso la corrente. Io me ne stavo nel perimetro della stanza perché le feste mi mettevano sempre un poco in imbarazzo e se c’ero andato era solo per via di Germano che ci teneva proprio che c’andassi. Mi guardavo attorno cercando di capire quale fosse la collega delle pompe e immaginandomi quanto poco si potesse prendere. Comunque il fatto di saldare a fine mese era comodo, su questo non ci stava molto da dire. Ero andato alla festa aspettandomi che la gente copulasse da mezzo alle scale, vicino ai citofoni, sugli zerbini dei vicini e invece l’unico che stava in orizzontale era quello semi morto sul divano. Gli invitati parlavano tra loro stando in piccoli gruppi e bevendo da bicchieri sottili, di donne ce ne stavano ed erano tutte belle, magre, e parlavano bene, con l’inflessione giusta che manco sembrava fossero di Napoli. Germano mi vide e mi venne in contro. “Luciano sono contento che tu sia venuto, visto quante femmine che t’avevo detto. Sceglitene una e sbranatela sul posto”.

Facile a parlare per Germano. C’aveva una casa piena di quadri e alle finestre i doppi vetri per non essere cacato il cazzo dalle macchine e pure dal rumore degli aquiloni e poi era un bell’uomo lui. Era alto, con tutti i capelli, una mascella bella squadrata e niente occhiaie. Io non ero capace di sbranare sul posto manco un tramezzino per via di un molare che stava marcendo. Mi dissi che sarei rimasto una mezz’ora, tanto per stare un poco fuori casa e poi sarei andato via, che se facevo presto potevo ancora prendere un autobus risparmiando i soldi del taxi. M’allontanai allora dalla folla, dai piedi rivestiti di calzature di lusso delle femmine dentro alla stanza grande e me ne andai fuori al balcone, a guardare le luci della città e a sentirmi un poco il vento sulla faccia. Me ne stavo affacciato ad una ringhiera con le piante rampicanti dappertutto e mi dondolavo un poco con la schiena, come i matti al manicomio. Non ero l’unico a starsene fuori al balcone. Nell’altro angolo, seduto su una sedia di plastica da giardino, ci stava uno, che a vederlo bene tremava, singhiozzava, d’un pianto disperato. Altro che le femmine che m’aveva detto Germano, uno stava mezzo cadavere sopra al divano e un altro piangeva di un dolore grave fuori al balcone. M’avvicinai, perché in certe situazioni uno si deve avvicinare e chieder se va tutto bene. “Tutto bene?” gli chiesi. L’uomo alzò gli occhi e potei guardarlo bene in faccia. C’aveva tutta una serie di rughe che gli facevano sembrare la faccia di un legno nobile e invecchiato, nel complesso un bell’uomo. “Vede” mi diede del lei “io e lei proprio no ci conosciamo eppure mi viene da raccontarle che la donna che amo mi ha tradito”. Mi sembrò che la mia presenza un poco gli facesse piacere a quello seduto là fuori e allora m’avvicinai di più, come a voler ascoltare la sua storia, che poi da come mi pareva di capire, era sempre la stessa storia.

“Io in fondo un sospetto ce l’ho sempre avuto. Tornava a casa tardi, oppure era incoerente con le cose che raccontava. Diceva di essere stata in un posto e pi ne diceva un altro. A mentire non è capace lei, e con quelle storie non ci andava molto lontano.  Decisi un giorno di assoldare un investigatore privato. Bisognava che le ombre venissero dissipate oppure che le tenebre mi ingoiassero del tutto. Lo trovai sulle pagine gialle e gli raccontai per bene tutto. Lui prese appunti e volle un paio di foto di mia moglie. Ritornò dopo una settimana con un plico giallo. Dentro ci stavano le fotografie di mia moglie con uno avvolto dentro ad un cappotto cammello, che camminava dall’altra parte della città, mano nella mano. A quel punto tutto era lecito per me. In cuor mio, se l’avessi fatta a pezzetti piccoli e poi conservata dentro al frigorifero non me ne sarei certo fatto una colpa, non trova?” mi chiese.

Annuii con la testa come a dargli ragione.

“Cercavo una maniera violenta e astuta per vendicarmi. Qualcosa che potesse farle comprendere l’immenso stato di dolore che mi aveva assalito. Andai avanti per giorni fingendo che niente fosse accaduto, certo, non c’avevo lo smalto di sempre perché avevo accusato il colpo e nonostante lei non volesse, io pretendevo di fare l’amore con lei tutte le notti. Lo facevo con impeto sbattendo il mio corpo contro di lei, spostando il baricentro nella sua figura e facendole sentire tutto il mio peso su di lei. Volevo essere la manifestazione fisica di me stesso, una specie di reincarnazione di me che non ero ancora morto. In fondo io non dico che l’avrei perdonata, ma se fosse restata con me, in una maniera o nell’altra le cose si sarebbero aggiustate. Continuai a non dirle nulla per quei giorni e sapevo bene quando lei tardava a tornare a casa, che non era restata in ufficio come lei sosteneva. Una sera le dissi tutto. Altro che vendetta ingegnosa la mia. Sono caduto ai suoi piedi chiedendole di non abbandonarmi e lei di tutta risposta se ne è andata via con quell’altro. Era meglio se l’ammazzavo a quella puttana”.

Annuii nuovamente con la testa, perché a dargli torto non mi veniva proprio. Guardai l’orario e decisi di incamminarmi per l’ultima corsa degli autobus.

 

 Il vecchio

Quando mi sveglio faccio la tosse. Roba da restarci secchi qualche volta. I polmoni dentro alla scatola toracica s’accartocciano, si comprimono, c’hanno voglia di sputare fuori tutto il nero incastrato dentro agli alveoli. Un colpo di tosse mi manderà all’inferno lo so, e tutte le mattine un poco muoio, e la morte si prende l’anticipo perché di aspettare gli altri anni che mi restano proprio non ne vuole sapere. Ferdinando me lo dice che non posso più fare tardi la notte, che i nervi neanche sono più quelli di una volta e che in generale tutto il mondo è invecchiato, mica solo noi. La strada che facciamo per ritornare a casa per esempio non è più come prima, ci sono delle crepe nella pavimentazione e nel frattempo le infiltrazioni d’acqua hanno scavato dentro delle cavità, e se tutto ciò è accaduto all’argilla, figurati come sono messi i nostri corpi che è materiale deperibile, si sa. Tuttavia la sera Ferdinando continua a citofonarmi e a chiedermi di scendere perché la sera lui non ce la fa a starsene a casa, dice che gli manca l’aria, che è braccato dalla claustrofobia, e che pure gli spazi aperti lo soffocano, ma in generale è a casa sua che non riesca a starsene. Da quando la madre gli è morta, con uno schifo che c’aveva dentro al cuore, l’anno scorso, è rimasto col padre che pure non sta messo bene. C’ha pure lui una malattia che lo fa sputare di continuo. In ogni stanza Ferdinando ha messo un secchio, una bacinella, una busta di plastica e quando gli viene, il vecchio ci sputa dentro. C’è poco da ridere a casa di Ferdinando. Comunque questa sembra una soluzione perché all’inizio il vecchio sputava per terra oppure dentro a un fazzoletto che poi ripiegava e se lo infilava nella tasca oppure in un cassetto e poi se ne dimenticava fino a che una puzza di cane morto si spandeva per la casa. Poi a Ferdinando toccava mettersi alla ricerca del fazzoletto incatarrato. C’era da credergli a Ferdinando quando diceva che la sera non ce la faceva a restarsene a casa. Infatti era proprio la sera che il vecchio ci dava dentro con gli sputi. Metteva su una specie di concerto e dopo un paio di ore che stava sputando, che la gola cominciava pure a fargli male e le labbra gli dolevano come se avesse suonato la tromba con Charlie Parker per mezz’ora, il vecchio con lo stesso fiato che usava per sputare, ci buttava fuori anche un’imprecazione, una bestemmietta leggera che secondo lui i santi lo avrebbero capito e non c’era da spaventarsi dell’inferno. Ferdinando la sera si assicurava che il vecchio c’avesse il secchio sotto al letto, raccattava le buste con gli sputi dalle altre stanze e veniva a citofonarmi. Muoviti a scendere che fa freddo e c’ho le mani viola, mi diceva al citofono, sali, allora gli dicevo, e che non ce la faccio a stare a casa c’ho bisogno dell’aria mi rispondeva. Hai messo il secchio sotto al letto del vecchio?, gli chiedevo, certo, mi rispondeva, e le buste le hai tolte dalle altre stanze?, pure quelle ho tolto e adesso scendi e sbrigati. Anche a me il vecchio stava a cuore e volevo che stesse bene. Scesi giù al palazzo che Ferdinando stava già fumando una cannetta. L’odore dolciastro si era sparso fino a dentro al portone.

“Te la ricordi a Rosaria, quella che abitava nel palazzo mio, quella con il bambino” mi disse Ferdinando.

“Si è mai capito di chi è il figlio?” gli rispondo.

“Non si è mai capito. Comunque l’altro ieri me la sono trovata dentro casa a fare le pulizie. L’ha assoldata il vecchio. Le ha detto che per ogni ora di pulizia dentro casa le dà cinque euro e quella ha detto di si. Te la ricordi quanto era brutta”.

“Si” gli faccio.

“Con quella mascella squadrata che mi sembrava uno squalo e quel fiato da morta”.

“Insopportabile” gli dico.

“Ieri me la sono chiavata” mi fa, “e che chiavata. Non me facevo una così da mesi”.

“E il fiato non le puzzava come una fogna?”

“Niente in confronto ai secchi con gli sputi del vecchio, era acqua di colonia, succo di rose”.

Ferdinando mi passa la cannetta che si era ridotta ad un paio di centimetri al massimo e già bruciava forte sulle labbra.

“Lei se ne stava a pulire e mi guardava e io avevo capito che c’aveva voglia. Come il vecchio se ne è andato a dormire sono entrato nella cucina e le ho alzato la gonna. All’inizia faceva la tosta, chiudeva le cosce, poi si è convinta, e sai che ti dico, che il figlio un poco mi somiglia pure”.

“Non è la prima volta allora?”

“Certo che è la prima volta” mi disse Ferdinando.

“E allora?”

“E allora secondo me se l’è già fatta il vecchio”.

“Ma che dici” gli faccio.

“E si che te lo dico. Perché devi sapere che prima che il vecchio si riducesse a sputare dentro ai secchi e dentro alle buste, non era mica male come uomo. Si faceva la doccia tutti i giorni e si radeva. Era pure vanitoso, quando si radeva lasciava tutti i giorni il pizzetto, come una vanità a cui  non potesse rinunciare, e quando stava per strada guardava tutte le femmine e le salutava tutte, s’inchinava, declamava versi e frasi oscene, insomma al vecchio prima della faccenda degli sputi gli tirava parecchio. E poi per un certo periodo Rosaria casa mia l’ha frequentata, una  decina di anni fa, proprio l’età del bambino”.

Mentre Ferdinando raccontava del padre, un poco era contento, perché era bello sapere che il vecchio un tempo non c’aveva la malattia degli sputi e che si dava da fare con le donne. In fondo lui gli voleva parecchio bene al vecchio.

 Istruzioni sulla purificazione dell'anima

Come tutte le mattine, quel giorno mi svegliai sudato, sanguinante, con la tosse, graffiato sul petto, senza un dente davanti e con in testa un motivo jazz. O comunque era così mi sentivo anche quella mattina, mentre fuori, una tempesta di luce faceva sfavillare le carrozzerie delle macchine e i cinturini degli orologi. Intrapresi il percorso che dal mio letto portava al bagno. Quella strada cambiava tutti i giorni e non ero capace di impararla a memoria. Una via crucis di sofferenza durante la quale usavo una mano per guidarmi lungo le pareti e orientarmi. Dalla finestra del bagno entrava una luce considerevole e inspiegabile. L’aprii e osservai che nel cielo ci stava una cosa luminosa che accecava la gente onesta. Lo sapevo che la fine del mondo sarebbe venuta di Giovedì. Quello doveva essere il sole. Una volta uno me ne aveva parlato ma io ne avevo sempre dubitato. Pensavo che fosse una leggenda come Atlantide, le piramidi, e gli scoiattoli volanti. Il mondo riservava delle sorprese ogni giorno, bastava solo avere la giusta predisposizione. E’ tutto scritto nel karma, bisogna lasciar fare il karma e non opporsi, se le cose devono accadere accadono. Urinai nella tazza sfiorando la ceramica con il flusso giallo per evitare quel volgare suono di liquido contro liquido. Un lieve vapore si alzò nel freddo della tazza facendo vibrare l’aria. Tutto questo mi faceva capire che assomigliavo ad un termos con la mia capacità unica di tenere caldi i liquidi dentro alla mia vescica. Prima o poi avrei dovuto parlarne con un medico. Durante la strada del ritorno al letto, la memoria del breve periodo cominciò a riaffiorare. Si trattava di deja-vu, di visioni, più che una precisa consapevolezza sul destino dell’umanità. Proprio fuori dalla cucina notai un gatto. Stava acciambellato dentro ad una cesta di vimini. Non ricordavo di aver concesso a nessun gatto di vivere dentro alla mia casa e mi promisi di dirimere la questione con quel gatto non appena mi sarei svegliato. Mi ricordai che ci stava una stradina di campagna non molto lontano da casa mia dove avrei potuto abbandonare il felino. Bene, la giornata si metteva al meglio. Il letto presentava ancora un leggero avvallamento dentro al quale stendermi e le lenzuola erano ancora calde. La mia capacità di produrre calore aveva del miracoloso. Di quello che era successo la notte prima, dell’incidente in macchina, del litigio furibondo con Fina e delle storie che m’aveva raccontato quel rumeno che si chiamava Asaritz e su come fosse arrivato in Italia dentro al ventre di un camion non me fregava più nulla. Sicuro era tutta roba inventata. Era tutto lontano e evaporava dentro ai miei ricordi. Solo quel riff jazz continuava a risuonare dentro alla testa con quel riverbero strano che sanno prendere le note quando tozzano sulle pareti del cranio. Vaffanculo mondo, a te e tutte le carognacce come te che camminano per le strade. Ci vediamo tra tre o quattro ore, il tempo che mi passa questo strano sapore che c’ho sui puntini della lingua, e se mi sveglio di buon umore, a quel gatto, che proprio non mi ricordo d’averlo mai preso, me lo tengo, tanto per dimostrare che sono meglio di tutte le porcate che mi succedono.

 A4

Durante il turno di notte Luciano Martinelli scriveva delle brevi poesie. Si trattava per lo più di poesie a sfondo pornografico che poi lasciava nei cassetti dell'ufficio per fare in modo che i colleghi le leggessero. Alcuni trovavano che fosse piuttosto bravo e avevano fatto delle fotocopie di quelle poesie spillandole insieme. Così, nel cassetto dell'ufficio ci stava un piccolo libricino, fotocopiato e spillato di poesie pornografiche di Luciano Martinelli. La poesia che aveva riscosso maggiore successo tra i colleghi era quella che parlava di una puttana ritirata perché oramai vecchia. Nella poesia la vecchia puttana si chiamava Mariuccia e allora tutti i colleghi dell’ufficio avevano preso a chiamare la moglie del capo Mariuccia. Luciano lavorava in un centro di teleallarmi. Lavorava da poco in quel posto e gli toccava di fare spesso il turno di notte, anche tre o quattro volte a settimana. Si portava sempre un panino ad olio con il prosciutto cotto e una sottiletta, e dentro al portafogli c'aveva sempre un pezzetto piccolo di fumo per farsi una cannetta durante il turno. Il lavoro di per sé non era difficile. Bisognava rispondere agli allarmi e accertarsi se fossero veri o falsi e in caso, avvisare telefonicamente il tecnico che si occupava di quella zona. Il turno di notte lo faceva da solo in ufficio e teneva gli occhi aperti sul blu catodico dei monitor. Erano da poco passate le tre che un malore interno congestionò le viscere di Luciano, che quasi lo fece cadere dalla sedia. Luciano si strinse le mani sulla pancia e quando lo spasmo terminò capì che doveva scappare subito al bagno prima che un altro spasmo lo raggiungesse. S'avviò semi piegato verso il bagnetto dell'ufficio e strada facendo cominciò a calarsi i pantaloni. Si sedette subito sulla tazza e non appena le gambe nude vennero a contatto con la ceramica e con la tavoletta di plastica Luciano ebbe un sussulto per il freddo. In quel posto si ghiacciava. Luciano si liberò l'intestino velocemente, poi allungò la mano verso il porta rotolo di carta igienica e venne così a conoscenza che non c'è ne era più. Si guardò attorno per valutare cosa potesse usare in sostituzione, ma nel bagno non c'era niente. Allora sempre con i pantaloni abbassati e camminando con un'andatura strana si diresse verso l'ufficio alla ricerca di qualcosa da poter utilizzare. La cintura dei pantaloni sbatteva per terra tintinnando rumorosamente e scandendo tutti i passi. Nell'ufficio non c'erano fazzoletti, o rotoli di carta assorbente. Ma vaffanculo, disse Luciano che cominciò a comprendere la gravità della situazione. Poi gli occhi balzarono sulla fotocopiatrice e allora gli venne l'idea. Luciano aprì il cassetto della fotocopiatrice e tirò fuori tutti i fogli A4 che ci stavano dentro e si recò di nuovo al bagno. Arrivato vicino alla tazza divaricò un poco le gambe e con un foglio A4 cominciò a pulirsi. Il foglio era liscio e spigoloso, per cui non puliva bene, anzi spalmava più che rimuovere e faceva male con gli angoli appuntiti. Quando ti pulisci il culo con un foglio A4 pensi che in fondo da qualche parte hai sbagliato e che il destino ti poteva riservare qualcosa di meglio. Per portare al termine l'operazione Luciano impiegò otto fogli A4 e nonostante l'uso improprio dei fogli, il risultato fu esaltante e l'aveva messo in condizione di andare avanti fino al termine del turno. Ritornato alla postazione davanti ai monitor, Luciano prese dal portafogli il pezzetto di fumo e iniziò a riscaldarlo per bene con l'accendino. Ridusse il tocchetto in polvere e lo girò dentro alla cartina. Sulla scrivania ci stava un giornale di annunci gratuiti. Luciano andò alla pagina degli annunci personali. Il numero di donne che si vendevano su quelle pagine era impressionante. Alcune indicavano le specialità, altre indicavano i propri gusti. Un annuncio in particolare attirò l'attenzione di Luciano, perché alla fine dell'annuncio c'era scritto zona Napoli nord, che era proprio la zona dove Luciano lavorava. Era l'unico annuncio che segnava la zona di lavoro. Luciano interpretò la cosa come un segno del fato e dal telefono aziendale compose il numero del cellulare riportato nell'annuncio. Il telefono squillò sei volte prima che qualcuno dall'altra parte rispondesse.

"Ma chi è?" fece una voce di donna irritata.