Hotel Messico - Il circo dei nani volanti 

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  Alcuni racconti presenti in questa pagina sono stati pubblicati nella raccolta "Seppellitemi con l'accappatoio" Ed. RGB.

 

Indice

1.

 Ruomania

2.

 Resina

3.

 Vituccio mio

4.

 Preferenziale

5.

 Sopra le scale

6.

 Dell'amore e della scarsa manualità

7.

 La questione della resurrezione dei morti

8.

 Blues in Fa minore

9.

 La stessa storia

10.

 Il vecchio

11.

 Istruzioni sulla purificazione dell'anima

12.

 A4

13.

 La casa di Via Nazionale

14.

 Messaggi

15.

 Viola 1.0

16.

 Divano

17.

 Appunti sull'esfoliazione

18.

 Il pranzo è servito

19.

 Postalmarket

20.

 Il vetro nella pancia

21.

 Rigor Wilma

22.

 Tutto più giallo

23.

 Isa

24.

 Appunti: Courtney, sangue, parabole, Mtv

25.

 Un giorno, due giorni

26.

 Notte

27.

 La tagliola in mezzo alle cosce

28.

 Celestina

29.

 Nel Buio
30.  La domenica dei pastori
31.

 La storia del gatto

   
1. Ruomania
 

 

Io viengo da Ruomania. Arrivata qua tre anni e adesso lavora da signora Clara a pulire mierda e bava. Ruomania era mieglio di Napuli. Ogni vuolta che viene figlu di signora Clara lui vuole chiavare con mia e mi dà dieci euro, ma io no puttana di strada io dico tu dare mia trenta euro ma lui solo dieci euro e dice che napolitani tutti puoveri. Ruomania era mieglio di Napuli. Per esempio io cambio pannulone signora Clara, perché lei tre vuolte giorno mierda su sedia, divanu, lettu tutto ikea roba economica e io abbasso per cambiare pannolone signora Clara e lui subito vuole scupare. Inizio io stare da altra signora. Lei buona con mia. Poi muorta. Io trovata muorta mattina dentro a lettu e signora era dura. Io pensavo lei aveva fatto mierda dentro a lettu e aveva paura che io picchiare lei e non voleva parlare con mia. Allora io andata da lei e gridata e picchiata e sputata e poi capito che lei morta con faccia viola dentro a lettu. Io inizio non capire mai quando vecchi di Napuli muorti o dormire. Io penso che signora Clara muore presto perché lei ha cancro dentro schiena e io trovare altra signora che mierda letto e divano ikea. Noi Ruomania niente Ikea, noi tutto roba economica che si ruba da casa di vicino quando loro vanno ospedala di anemia. Quando loru tornati da ospedala non fai entrare casa tua perché dentro casa tui lori mobili e loro sedie. Metti scotch e sedia diventa buona. In Ruomania non ci stanno cinesi perché non conviene. Noi di Ruomania andare in Cina a lavorare perché loro molti soldi e poi signora cinese piccola mierda e facile lavara. Signore Napuli molta mierda. Io adesso a Napoli ma un giorno forse andare Italia a lavorare. Signora Clara due figli, uno chiavare sempre dieci euro, altro ricchione che gli piace cazzu. In Ruomania invece no ricchiuni a uomini piace chiavere femmine e basta. A Napuli molti euro molti ricchioni. Io penso allora che Italia molti ricchioni più di Napuli. Figlio ricchione signora Clara bravo ragazzo, lui cucina, veste con gonna e noi ci scambiamo anche reggiseno e camicette. Noi amiche. Io Romania avevo amica chiamava Micheljikenja poi muorta. Tutti muorti Ruomania. Mio figlio muorto, mio amante muorto, mio marito non mi ricordo. Romania facile muorire fame, guerra, ladri, ospedala. Bambini muorti perché loro prendono notte e ti portanmo ospedala e ti prendono pulmoni, reni, fegati e poi ti buttano su strada e mattina vedi bambini muorti senza occhi e tu vai a vedere se bambino tuo figlio o figlio vicino di casa che non si truova da settimana e poi non è lui e tu dici meno male. Con figliu ricchione signora Clara noi giovedì andare a fare passeggiata per abbuscare qualche cazzu alla stazione oppure Mergellina passeggiata vicino a mare. A mergellina si abbuscanu parecchi cazzu perché io pensa che mare venire voglia di chiavare. Noi mettiamo su muretto e ogni tanto passa ragazzo su motorino e grida “Ricchion!” ma lui scherza e figliu ricchione signora Clara piange e io dico non piange che lui adesso fa incidente su motorino e muore. E ragazzo su motorino quasi sempre fa incidente e io dico a figliu ricchione signora Clara hai vista lui fatto incidente. Noi incontrato signore sessant’anni che ha detto che lui voleva chiavare tutte e due. Io detto signore che figlu signora Clara ricchione e signore sessant’anni detto che lo sapeva e anche lui ogni tanto piace cazzu e allora andati tutti e tre albergo dietro stazione. Spogliati tutti e tre e vecchio preso viagra ma cazzu piccolo piccolo e figliu ricchione signora Clara aveva cazzu venticinquo centimetri e duro come sedia ikea soggiorno casa signora Clara e io non capivo adesso chi doveva chiavare chi. Io messa quattro zampe e ogni tanto prendevo cazzu ma nun mi ricordo quale. Io paura che vecchiu sessant’anni moriva prima di dare soldi allora ho detto questu a figlu ricchione signora Clara e lu ha detto a viecchiu dacci soldi o ti ammazziamo. Io detto a figliu ricchione signora Clara, noi non ammazzare viecchiu, lui muore da solo per cuore lesionato mentre chiava allora figliu ricchione detto a viecchiu e lui datu soldi. Ieri venutu duttore da signora Clara e detto che lei forse morta settimana prossima. Io cerco lavoro in Italia perché andare via da Napuli. Andata a stazione a domandare biglietto treno da Napuli per Italia e ferroviere detto che nun capiva. Se anche Italia come Napuli io torna Ruomania.

 

 

 Resina
 

 

Mio padre faceva il rappresentante di materiale odontoiatrico. Nella cantina avevamo campioni di sbiancante per denti, viti per ortodonzie, e resina per dentiere. Con la resina per dentiere incollavamo i quadri alle pareti, i pezzi degli elettrodomestici, il telecomando della televisione quando cadeva, la maniglia del frigorifero e le stanghette degli occhiali per leggere di mia mamma. La resina per le dentiere era il collante che teneva unita la famiglia. Se solo mio padre avesse potuto ci avrebbe incollato le pareti di casa con la resina. Era rosa ed aveva la consistenza di una gelatina densa. Durante il processo di solidificazione non tendeva ad espandersi come le normali colle, ma restava immutata nella forma cambiando solo di consistenza. Una notte ho incollato un occhio a mia sorella con la resina per le dentiere. Giulia dormiva. Le palpebre se ne stavano incollate già per conto loro ma a me non bastava. Andai in cantina a prendere il tubetto di resina per dentiere che stava mezzo aperto sul tavolino di ferro bianco tutto arrugginito. E allora le incollai l’occhio. Si trattava dell’occhio destro precisamente. Stesi una goccia di resina su di un cotton fioc e la spalmai proprio sul punto dove le due palpebre si univano. Ritornai a dormire. Il mattino seguente fui risvegliato dall’isteria materna, alla quale uno non si abitua mai. Ogni giorno ci stava un motivo buono per fare urlare quella femmina. Un giorno il cane non respirava più, un altro la macchina era stata rubata, un altro ancora eravamo senza la linea telefonica. Quel giorno l’occhio destro di Giulia non si apriva. Sembrava proprio che qualcuno le avesse incollato la palpebra durante la notte. Dissi a mia mamma che bisognava portarla subito all’ospedale. Allora ci mettemmo tutti e tre in macchina. Mio padre stava a Bologna per la fiera dell’odontotecnica. Mi aveva promesso che avrebbe rubato tutti i calchi di denti avuti a portata di mano. I calchi dei denti erano il mio gioco preferito. Mentre guidava mamma si girava sul sediolino posteriore e diceva, Giulia a mamma ci riesci ad aprire l’occhio? E Giulia diceva che non ci riusciva, e che però doveva stare calma perché non le faceva male. Dissi a mia mamma che quella situazione era davvero strana, insomma uno non va a dormire e si risveglia con un occhio incollato. Più le dicevo queste cose e più mia mamma si impauriva. L’idea di averci dentro casa una figlia orba e ciclopica non le piaceva mica tanto. Tutto era davvero molto strano. Mamma guidava forte nella corsia di destra della tangenziale e la Talbot Horizon verde sbandava e perdeva aderenza nelle curve per poi rincollarsi all’asfalto nel rettilineo subito dopo. La forza di gravità ci teneva attaccati a terra, quella centrifuga agli sportelli della macchina. Giulia era impassibile, neanche si ricordava più perché andavamo all’ospedale. Mamma fumava le sigarette e mi diceva sempre, non dirlo a tuo padre, promettimi che non lo dici a tuo padre e mettiti la cintura di sicurezza altrimenti vai a finire con la testa nel vetro. Io promettevo. Prendemmo l’uscita zona ospedaliera ed entrammo nel parcheggio del pronto soccorso dell’ospedale Santobono. Tutti gli ospedali hanno un odore schifoso. Innanzitutto trovavo che la temperatura all’interno dei corridoi fosse eccessivamente alta, inoltre quell’odore che dal basso ti risaliva le narici, di creolina e detersivo disinfettante mi faceva venire voglia di sanguinare dal naso. Quando mi usciva il sangue dal naso a terra cadevano delle goccioline rosse scure perfettamente circolati. Di diametro differente si stagliavano sui pavimenti bianchi della cucina, ma erano tutte gocce perfettamente rotonde. Una volta a settimana perdevo il sangue dal naso. I medici dicevano che ero un bambino dalla saluta cagionevole e che dovevo prendere le fialette di vitamine. Una volta mi sono ammalato di anemia e pensavo che non sarei sopravvissuto al giorno seguente. Così prima di andare a dormire feci venti minuti di preghiere e lasciai anche una lettera di addio ai miei genitori e a Giulia. Nella lettera scrissi pure di donare in beneficenza tutta la mia collezione di calchi di denti che mio padre mi aveva portato, cosi che i bambini più sfortunati ci potessero giocare. Arrivammo al pronto soccorso e un medico ci raggiunse. Dottore guardi l’occhio di mia figlia, non si apre. Il dottore fece sedere Giulia sul lettino e le gambe penzolavano nell’aria. Il dottore ispezionò la palpebra di Giulia con le dita e non disse niente. Stette quasi un minuto a fare una piccola pressione per staccare le palpebre. Chiese a Giulia se sentiva dolore, prurito, se aveva qualche allergia. Giulia piazzò tre no di seguito. Il dottore disse a mia mamma di aspettare che sarebbe andato a chiamare l’oculista al piano di sopra. Anche la medicina non era in grado di risolvere la misteriosa chiusura dell’occhio destro di Giulia. Mia mamma lentamente sprofondava dentro un pozzo di panico. Le dicevo di stare tranquilla che l’oculista avrebbe risolto il problema. Giulia cominciò a piangere da un occhio solo. Arrivò l’oculista dell’ospedale con una specie di lente d’ingrandimento attraverso la quale ispezionò l’occhio di Giulia. Ci disse di seguirlo nel laboratorio oculistico. Camminavamo in fila indiana nei corridoi dell’ospedale. Giulia mi chiese cosa le avrebbero fatto e io le dissi che la stavano per operare. E non dire queste cose, disse mia mamma, mollandomi uno schiaffo dietro alla testa. L’oculista disapprovò il gesto con uno sguardo severo, allora mia mamma mi tirò per un orecchio, che figure che mi fai fare. Nella studio oculistico il dottore fece sedere Giulia su uno sgabello e la visitò con uno strumento strano a forma di lettera U ma in orizzontale. Strano, disse l’oculista, strano. Strano cosa, disse la mamma. Allora l’oculista respirò profondamente e una ventata di alito fetido si espanse per l’intera stanza. Si poteva chiaramente capire cosa avesse mangiato quell’uomo solo dalla puzza del suo fiato. Strano disse l’oculista ancora una volta, sembra che le due palpebre siano incollate tra loro da qualcosa. Cosa potrebbe essere dottore, chiese la mamma stringendo forte nelle mani il mazzo di chiavi per evitare di perderlo come quella volta che l’aveva perso due giorni prima e poi ci avevano rubato la macchina. Non lo so cosa potrebbe essere di preciso, disse il dottore. Forse potrebbe essere una secrezione prodotta dalle ghiandole lacrimali a causa della puntura di qualche insetto oppure una reazione allergica a qualcosa. Mi mamma si portò la mano alla bocca per soffocare un grido d’isteria. Non si preoccupi signora, disse l’oculista, niente che non passerà. Un’altra zanfata di alito fetido per la stanza si espanse, tuttavia mamma sembrò più distesa che qualcuno si fosse espresso sull’esito di quella misteriosa occlusione all’occhio. L’oculista prescrisse un collirio che avrebbe fatto da solvente dicendolo di applicarlo due volte al giorno per una settimana. In macchina, durante la strada di ritorno continuammo a interrogarci su che cosa aveva incollato l’occhio a Giulia.

 

 

 Vituccio mio
 

 

Quando quelli della televisione uscirono dalla stanza di Vito, parlando ai cellulari di tempi tecnici e di intersezioni con gli spazi pubblicitari, io stavo proprio fuori al corridoio aspettando di entrare perché quella cosa la dovevo proprio capire. La storia si riassumeva in un paio di parole, Vito era diventato una specie di santo. Sembrava che guarisse le persone toccandole e che riuscisse a vederci intorno l'aurea. Ecco, queste cose adesso capitano tutti i giorni. Guardi un Maurizio Costanzo e ci vedi a una che parla coi morti, un giornale scandalistico e leggi che ci stanno gli angeli in provincia di Varese sulla tangenziale, e perché proprio Vito non poteva diventare pure lui una specie di santo? Perché Vito era il più grande segaiolo che mai avesse calpestato la terra. La notte si tirava tante di quelle seghe che il letto suo lo trovavano al centro della stanza e il padre era costretto a stringere una volta a settimana tutti i bulloni e le viti del letto che provavano a svitarsi. La pelle sotto agli occhi gli era scomparsa e comunque si era ridotta ad un lembo viola con un paio di vasi sanguigni sparsi lungo gli occhi. Vito poteva fregare gli altri ma non me. Non si è mai preparati abbastanza a vedere un tuo amico grande tiratore di seghe che diventa santo. Stava steso nel letto, avvolto in un lenzuolo candido, con un rosario appeso al collo e tutt'intorno uno stuolo di vecchie che pregava con una cantilena sommessa, un respiro più che una voce, sintonizzato su una frequenza impercettibile. I preti stavano là attorno a spiegare il miracolo, la resurrezione, che c'era da pentirsi tutti quanti, che una manifestazione come quella la diceva lunga sulla mancanza di fede che si aggirava. Feci giusto in tempo a vederlo a Vito, sdraiato dentro al sudario, incrociandone lo sguardo confuso e perso ed andai via. Lungo la strada che mi riportò a casa non feci altro che pensare a quello che diavolo era successo. Come poteva essere diventato un santo il mio Vito, cha un cattivo ragazzo non era di certo, ma un santo, roba da finire sulla bibbia, o a portarci in processione gli storpi. La camera era troppo affollata per poterci parlare con il mio Vito, per potergli chiedere come era successa tutto quella storia. Allora mi dissi che bisognava ritornarci a casa sua, lontano da tutta quella gente, dal fiato di tutte quelle vecchie, di notte. La casa di Vito stava fuori al paese in una campagna al confine con una specie di fiume popolato da topi leggendari capaci di mangiarti una mano intera. Quando giocavamo a pallone, spesso bisognava andare a recuperarlo nel fiume. La regola voleva che chi calciava male doveva andare a recuperarlo poi, la nostra amicizia prevaleva e mi toccava sempre di accompagnare il vecchio Vito a prendere il pallone lungo gli argini. Prima di scendere lungo le rive ci procuravamo sempre un bastone, quello più appuntito che trovavamo che non si sapeva mai se c'era da affrontare un branco di topi affamati.

La stanza di Vito affacciava su un piccolo balcone che dava sul retro della casa, e quando nel cuore della notte, bussai con le nocche al vetro della veranda, lui saltò dal letto ancora tutto vestito da santo nel lenzuolo bianco.

- Lo sapevo che saresti venuto - mi disse.

Vito sembrava spaventato e la stanza era piena di una luce innaturale, con dei riflessi in movimento generati dalla fiamma instabile di alcune candele. Le candele rendevano la stanza simile ad una catacomba o una cripta. Bisognava parlare piano, non farsi sentire dai genitori. Ci sedemmo vicino ad una candela e il nostro fiato inquietava ulteriormente la fiamma che s'agitava come una bestia mitologica incatenata.

- Ma che è successo Vituccio? - provai a chiedergli con un filo di voce.

Era quasi per piangere Vituccio e trattenne le parole nella gola, aggrappate alla trachea, con loro le lacrime sarebbero cascate giù veloci dagli occhi. Riprese fiato, ritornò a gestire le cose.

- E' stata tutta colpa di Mariella - disse infine.

- Mariella chi? -

Vito si grattò un poco la testa fissando oggetti a caso dentro la stanza. Poi il coraggio a poco a poco gli arrivò.

- Adesso ti racconto una cosa - disse Vito, facendomi cenno di avvicinarmi, che era una cosa che non si poteva dire ad alta voce. Una cosa che doveva restare tra lui me e la candela.

- Mariuccia è un'amica di mia mamma, una signora che abita all'inizio del paese subito dopo al ponte di ferro, ce l'hai presente il ponte di ferro? -

- Continua, lo so dove sta il ponte di ferro - risposi.

- Mariuccia viene spesso a casa nostra e se ne sta nel salotto con mia mamma a parlare e fumare sigarette. Fumano così tante sigarette che dopo tutto quanto è impregnato di tabacco, le tende, la tappezzeria del salotto e le magliette che hanno addosso. Mio padre quando torna a casa capisce sempre subito che mia mamma ha fumato le sigarette e ci va giù pesante con mamma a urlare. Mariuccia è stata sempre una specie di zia per me, me la sono sempre trovata tra i piedi come l'arredamento della casa. Quando ero ragazzino e avevo la febbre, se mia mamma non poteva restare a guardarmi in casa ci veniva lei e allora come dire mi ha cresciuto. Poi, un paio di mesi fa, Mariella ha voluto che io la guardassi nuda -.

- Quella schifosa -.

- Una volta lei si è sbottonata la camicetta e mi ha mostrato le tette. Io rimasi senza dire niente e corsi in camera mia -.

- A fare quello che penso? - dissi.

- Già, non potevo fare altrimenti -.

- Giusto -.

- Per i giorni seguenti ero terrorizzato dal ritrovarmela in casa. Cercavo di stare sempre fuori a giocare a pallone dietro al fiume oppure andare al centro commerciale all’inizio dell'autostrada. Certo, non che potessi restare sempre in strada, piuttosto cercavo di calcolare bene gli orari che Mariella si trovava in casa mia. Avevo fatto anche una tabella, guarda - disse Vito allungandomi un pezzo di carta tutto spiegazzato.

- Ti eri organizzato bene - gli dissi.

- Ma poi com'è finito che hanno detto che sei un santo ? - gli chiesi.

- Aspetta, non ho mica finito la storia -.

Vito ingoiò un grosso groppo di saliva e ricominciò a raccontare con il tono fluido che aveva acquistato.

- Un pomeriggio mentre stavo tornando da scuola me la ritrovai lungo la strada, vicino al gommista con l'insegna verde luminosa all'angolo con la posta -.

- Non è un gommista, ma un elettrauto - corressi Vito.

- Ero vicini all'elettrauto va bene, e allora Mariella mi avvicina e mi dice ciao Vito come stai, come mai non ti trovo più a casa, fai bene a stare sempre fuori a giocare con gli amici sei nell'età della crescita e hai bisogno di movimento, e disse altre cose di questo tipo -.

- Capisco -.

- Poi ad un certo punto fa, lo sai Vito che tua mamma mi ha detto che lei ti trova un po' strano, è molto preoccupata per te, se hai qualche problema ne possiamo parlare insieme da soli -.

- Che schifosa - gli dissi - ma la storia del santo? -.

- Aspetta – disse Vituccio e riprese fiato, - dopo l'agguato fuori dalla scuola le visite di Mariella a casa mia si sono intensificate, ero braccato, trovava sempre una ragione buona per venire da noi a parlare ore intere con mia mamma nel salotto. Una volta ha trovato la maniera per venire in camera mia. Io ero seduto sul letto e lei si avvicina veloce mi prende la mano e comincia a strofinarsela in mezzo alle gambe -.

- Non mi dire -.

- Proprio così -.

- E tu cosa facevi? -.

- Io ero terrorizzato, ero paralizzato, e mentre lei si strofinava con la mia mano nella stanza ha aperto la porta mia mamma -.

Su questo punto Vito prese un leggero tremore al labbro superiore. Gli tremava a scatti come un congegno meccanico incagliato in uno dei suoi movimenti.

- Tua mamma? e cosa ha detto? -.

- Guarda, ci potevo anche morire. Mariella ha alzato un poco la mia mano e da mezzo alle gambe se l'è portata sulla pancia. Da dove stava mia mamma non poteva vedere proprio bene ed è bastato poco a Mariella per spostare la mano. Mariella pure un poco tremava e ha cominciato a dire a mia mamma che io avevo una specie di potere nelle mani e che lei l'aveva capito da subito, disse a mia mamma di avvicinarsi e di toccarmi le mani e sentire quanto fossero calde -.

- Che schifosa -.

- Appunto. Mia madre camminava come una specie di zombi ma più lenta e sembrava che dovesse svenire da un momento all'altro. Allora Mariella per avvalorare la sua storia corre incontro a mia mamma e la porta sotto braccio fino al letto e le mette la mia mano in mezzo alle sue mani. Mia mamma sente le mie mani caldissime e non capisce e sviene con una piccola bavetta che le usciva dal lato della bocca. Gli occhi si sono girati all’indietro e in un colpo è diventata tutta bianca. Mio padre sente i nostri tentativi di rianimarla e corre in camera a prenderla, per metterla di nuovo in piedi, e nel frattempo Mariella gli spiega tutto a mio padre, delle mie mani miracolose e del male allo stomaco che le ho fatto passare solo passandoci sopra le mani. Poi mio padre ha accompagnato mia mamma nella stanza da letto e quando io e Mariella siamo rimasti da soli, lei mi ha detto che se dicevo qualcosa mi ammazzava -.

- Schifosissima -.

- Ma non è finita. Mia mamma il giorno seguente mi ha portato dal prete, da padre Giorgio, quello con la chiesa vicino alla ferrovia, che quando passa il diretto per Milano bisogna restare in silenzio che tanto non si sente nulla, e gli ha raccontato tutto. Ha detto delle mie capacità di guarire e il prete le ha detto di non sbilanciarsi, che il signore questi doni li concede, ma c'è bisogno di accertarsene prima, che sono questioni che vanno studiate per bene. Alla fine padre Giorgio lo ha raccontato a tutti -.

- Incredibile, una storia incredibile -.

- Puoi dirlo bene. Adesso ho paura, sono spaventato. Hai visto quanta gente ci stava in camera mia oggi? Domani sarà peggio, arriverà un gruppo di monache a pregarmi e nel pomeriggio un prete importante della diocesi che mi vuole parlare -.

- Senti Vito - gli faccio – noi adesso ce ne andiamo. Scappiamo e stiamo un paio di giorni fuori casa, il tempo che tutto passa e poi ritorniamo, che ne dici? -.

Il vecchio Vituccio era perplesso. Era pallido che sembrava una sottiletta kraft.

- E dove ce ne andiamo? In paese ci conoscono tutti -.

- Attraversiamo il confine e ce ne andiamo in Svizzera, ci vuole un’ora di treno al massimo -.

- Io non lo so – disse Vito.

- Vituccio mio, non vuoi mica fare davvero il santo o rischiare di farti ammazzare dalla schifosa? -

- No, certo che no -.

- Allora preparati che ce ne andiamo -.

Vito preparò una sacca con dentro una maglietta, della biancheria e prese venti euro che c’aveva nel cassetto. Si tolse il vestitino da santo che indossava e si mise una tuta.

- Sono pronto – disse ad un certo punto.

Uscimmo dal suo balcone. Fuori la notte era fredda e ci stava un vento che ti tagliava la faccia. I grilli della campagna ci davano dentro forte e degli uccelli famelici ci volavano a giro sopra la testa.  Vito cominciò a rallentare il passo dopo pochi metri che eravamo partiti. Per la tensione non aveva mangiato per due giorni consecutivi ed era così debole da non riuscire nemmeno a camminare.

- Non ti preoccupare, Vituccio, ti porto io -.

Me lo caricai sulle spalle quel corpicino leggero. Il mio Vituccio. Mentre camminavamo nel buio della campagna, un calore mi avvolse tutte le spalle, come dieci magliette di lana riscaldate sulla stufetta a gas prima di indossarle, e da un punto preciso che non riuscivo a vedere, una strana luce illuminava i contorni del corpicino di Vito e lui guardava la campagna senza capire, ma felice di stare sopra le mia spalle a cavalcioni mentre ci dirigevamo verso la Svizzera.

 

 Preferenziale

E' andata che Marta si è sentita male. Svenuta con le gambe all'aria. Durante la caduta si è tirata dietro il tavolo, le sedie e il tacchino cucinato con il dado e il vino. Un paio di istanti le sono bastati a stare stesa, sotto al bordo del tavolo che i liquidi contenuti nei bicchieri le si sono rovesciati addosso. Una macchia enorme di vino scuro si è allargata sul torace, e vista così Marta, stesa con il rosso umido che riempiva le fibre della maglia gonfiandole, sembrava proprio morta. Eravamo in quattro a mangiare, e oltre a me, ci stavano pure Luciana e Giulio. Allora io e Giulio abbiamo tirato via Marta da sotto al tavolo e l’abbiamo messa in macchina per portarla all’ospedale. A sant’Erasmo era tutto bloccato a causa della partita. Si giocava Napoli Sampdoria, in palio ci stava la salvezza dalla serie C. Marta non si riprendeva. Se ne stava stesa sul sedile posteriore con la testa appoggiata sulle ginocchia di Luciana che le accarezzava i capelli. Mi chiedevo se fossi stato io male, se Giorgio mi avesse accarezzato i capelli. Suonavo forte il clacson per farmi spazio, ma il traffico, la congestione delle lamiere e dei pneumatici è difficile da fendere con un clacson. Non riuscivamo a fare supposizioni sul malore di Marta.

- Mi dispiace, forse ho cucinato qualcosa di scaduto – disse Luciana.

- Se pure è andata così non l’hai fatto apposta – aggiunse Giorgio.

- Certo, non è colpa di nessuno - dissi.

- E’ solo un’ipotesi questa, forse il motivo è un altro – aggiunse Luciana

- Comunque mi andava di scusarmi se ho fatto qualcosa di sbagliato, ecco -.

- Non hai fatto niente di sbagliato – disse Giorgio tenendo premuto il bottoncino per fare abbassare il vetro elettrico.

- Qui dentro manca l’aria e se apro è peggio -.

Guardavo dallo specchietto retrovisore Luciana che stringeva la testa di Marta e un lieve panico mi risaliva dalle gambe. Il piede tremava sopra la frizione e la costrizione del traffico amplificava il senso di impotenza. La mia autostima precipitava nel baratro. Richiudemmo i finestrini per non essere assaliti dallo smog. Eravamo chiusi in una capsula di metallo incastrata nella modernità. All’interno dell’abitacolo si propagò un suono sordo e senza spigoli. I vetri facevano da filtro alle lunghezze d’onda più alte. Ci stava una, fuori dalla macchina su uno scooter, che bussava vicino al mio finestrino. Mi fece cenno con la mano di abbassare il finestrino.

- Si sente male la signora? – chiese.

Aveva le labbra enormi e un trucco pesante, sembrava che avesse usato vernici industriali piuttosto che prodotti cosmetici.

- Si -, le dissi, - sta male -.

- Posso darvi un passaggio io sullo scooter, se ci mettiamo in tre sullo scooter possiamo portarla al pronto soccorso del Loreto, da qui ci vorranno dieci minuti, siamo vicini -.

- In tre sullo scooter? Ci fermerà la polizia – risposi.

- La polizia capirà – disse Luciana, - bisogna portare Marta all’ospedale in fretta. Tu vai con lo scooter, Giorgio penserà alla macchina -.

- Ha ragione – disse Giorgio.

Uscimmo tutti dalla macchina. Quelli delle altre macchine non capivano cosa stesse succedendo. La donna sullo scooter aveva due spalle enormi e la voce ascoltata a distanza ravvicinata era profonda e baritonale. Mettemmo di forza Marta svenuta in mezzo e io mi sedetti dietro. Con la mani abbracciai la donna che guidava lo scooter per fare da incastro perfetto a Marta. I fianchi della donna erano grossi e da sotto la maglietta affiorava una complessa struttura muscolare di addominali.

- Fate presto – disse Luciana mentre Giorgio passava al volante della mia macchina.

Lo scooter si inserì nella corsia preferenziale. Anche quella era invasa dal traffico, ma potevamo sfruttare un interstizio tra il marciapiede di cemento e la corsia per viaggiare almeno a venti chilometri orari.

- Ci siete? – chiese la donna.

Da quella posizione vedevo le proporzioni del collo della donna che guidava, e potevo confrontarle con quelle del collo esile di Marta. Un velo di pelle diafana avvolto attorno ad una spina dorsale. Io non ero una scheggia a capire certe situazioni, ma la donna che guidava era un travestito, inequivocabilmente un uomo con del silicone innestato sul torace. La donna guidava più veloce adesso. Con le braccia che erano il doppio delle mie teneva stretto lo sterzo e assorbiva le vibrazioni facendo rimanere in asse lo scooter. La gente dalle altre macchine ci guardava. Un travestito, una donna svenuta e io, tutti e tre su uno scooter nella corsia preferenziale. Di tanto in tanto sentivo Marta che tentava di riprendersi. Voleva risorgere dall’oscurità dell’inconscio e lo annunciava con delle contrazioni nervose ai muscoli facciali. – Non ti riprendere ancora Marta, mi dicevo, non in questo momento, continua a dormire piccola -.

La donna che guidava scansava tombini e binari del tram, evitava le altre macchine e i pedoni che provavano a raggiungere l’altro marciapiede. L’ospedale Loreto aveva una grossa insegna luminosa manco fosse stato un albergo. Imboccammo l’ingresso per le autoambulanze con il motorino scoppiettante. I carabinieri che stavano là fuori quando ci videro arrivare restarono ipnotizzati. C’erano gli estremi per spararci alle gambe. La donna scese per prima e fissò lo scooter al suolo con il cavalletto, nel frattempo che scendevo dalla sella tenne stretta Marta. Poi la donna senza che glielo chiedessi si caricò il corpicino di Marta sulle spalle e se lo portò dentro al pronto soccorso.  Nell’ospedale entrò un travestito con la gonna e una punta di barba sotto al cerone con una donna fragile e bianca appoggiata su una spalla, dietro ci stavo io e dietro ancora i carabinieri del drappello. Entrammo in cinque e tutti bene assortiti dentro al pronto soccorso. La donna stese Marta sul lettino e un dottore si avvicinò. Ci guardò a tutti cercando chi di noi potesse restare dentro, poi disse di uscire fuori tutti che ci avrebbe chiamato lui. Uscimmo nel corridoio e raccontammo ai carabinieri quello che era accaduto, la storia del traffico ed il malore misterioso di Marta durante la cena. I carabinieri presero appunti su un quadernone e mi fecero firmare su un foglio con il righino verde sotto. La donna aveva gli stivali bianchi sotto alla gonna e una possente struttura ossea. Se solo avesse voluto mi avrebbe distrutto con una mano.

- Grazie – le dissi a distanza di sicurezza.

- Non ti preoccupare, pensa a lei – disse alludendo a Marta.

La donna non terminò neanche di pronunciarne il nome, che il corpicino di Marta si rianimò e con passi incerti uscì dal pronto soccorso. Le andai incontro e l’abbracciai forte per sostenerla, per sgravarla dalla forza di gravità che incombeva nel corridoio dell’ospedale.

-   Ho sognato che eravamo su un cavallo e il vento mi sbatteva sulla faccia – disse Marta.

Sentii in quel momento la marmitta dello scooter che ricominciava a scoppiettare fuori dal pronto soccorso e il suono allontanarsi dall’insegna con la scritta “Ospedale Loreto”.

 

 Sopra le scale

Per coprire la distanza dal salone alla camera da letto del piano di sopra, Angelina ha fatto installare un montascale elettrico. Ci arriva vicino con la sua sedia a rotelle e i due sedili sono alla stessa altezza. Angelina deve esercitare uno sforzo minimo ruotando lievemente il bacino per passare dal sedile della sedia a rotelle al sedile del montascale. Una volta che è sul montascale e aziona il dispositivo per arrivare in cima alla rampa, un piccolo braccio di plastica spunta dalla maniglia e arriva fino all’altra maniglia del sedile in maniera tale da tenere fermo il corpo di Angelina, ed evitare che possa cadere durante la salita. Il braccio di plastica si stacca automaticamente quando il montascale arrivava in cima liberando il corpo. Un’altra sedia a rotelle l’aspetta al piano superiore. Il montascale tiene sospesi i piedi di Angelina a circa venti centimetri da terra durante il suo movimento ed un ronzio di motorino elettrico fa vibrare la schiena atrofizzata di Angelina. Le visite della figlia sono rade e coincidono con l’avvento di qualche festività religiosa che evidentemente risveglia in lei il timore della punizione eterna per aver abbandonato una vecchia nelle campagne fuori città. Si sente già le fiamme dell’inferno bruciargli i capelli ogni volta che ripensa alla vecchia Angelina. Il gatto è l’unica cosa animata a stare in quella casa. In realtà è un randagio con qualche zecca che si è introdotto in casa di Angelina e la usa come riparo dal freddo e mangia quello che trova in giro. Angelina se l’è trovato in casa e non ha la forza di lanciargli qualcosa contro. Lo guarda camminare per casa senza fare nulla. Tutti i giorni, ad eccezione del sabato e della domenica viene una donna a preparare da mangiare ad Angelina. Prepara della zuppa con i fagioli oppure del brodo vegetale che Angelina mangia come può succhiando il liquido dal cucchiaio. Parte del cibo se lo ritrova sui vestiti a causa di un tremore che le scuote la mano, e quello che resta nel piatto viene leccato dal gatto. Così tutti pensano che Angelina mangi tutto. Per il sabato e la domenica la donna che viene a preparare il cibo, ne prepara in porzioni che lascia in dei contenitori di carta argentata che mette nel forno oppure nel frigo e per due giorni non viene. Tutti i lunedì mattina, quando la donna rientra in casa con la copia della chiave che le hanno dato, la figlia di Angelina pensa che riceverà una telefonata nella quale la donna le annuncia di aver ritrovato il cadavere della madre. Quando si fanno le dodici e non arriva nessuna telefonata al cellulare, la figlia di Angelina si rassicura e prende impegni per il resto della giornata.

Quel sabato mattina Angelina stava in cucina a fissare la televisione. Sembrava piuttosto che fosse la televisione a guardare lei. Le immagini delle televendite si riflettevano nelle cataratte che opacizzavano l’occhio di Angelina e una respirazione piena di affanno si miscelava alle voci del televisore. Il volume era altissimo e contribuiva alla sordità di Angelina, ma questo a lei proprio non importava. L’unica percezione ancora attiva di Angelina, era quella termica. I ricettori erano ancora capaci di distinguere il freddo dal caldo e quel sabato faceva troppo freddo per restare solo con la vestaglia da notte. Angelina allora spinse in avanti la cloche della sedia a rotelle elettrica e si diresse verso il montascale. L’armadio era nella stanza da letto, al piano di sopra. Il volume della televisione era altissimo e qualcuno dall’interno dello schermo diceva che con quell’apparecchio si poteva dimagrire senza spendere soldi in diete. Angelina andò a sbattere nel tavolo, nel divano, in una sedia, in una scrivania e infine arrivò al montascale. Allineò i due sedili e con un movimento lentissimo dell’anca riuscì a posarsi sul sedile del montascale. In quel momento qualcuno alla televisione diceva che è possibile far ricrescere i capelli con delle nuove pillole. Angelina si sedette sul montascale e premette il pulsante verde per azionarne il meccanismo. Il braccio di plastica lentamente sbucò dal bracciolo e bloccò il corpo di Angelina al sedile del montascale. Il sedile del montascale cominciò a vibrare e il motorino posto nella parte inferiore ronzò rumorosamente. Il sedile si mosse in direzione del piano superiore. Angelina fissava il vuoto mentre il silenzio era devastato dal volume della televisione. Avanzava lentamente con quel ronzio lungo la parete della scala, sospesa coi piedi penzolanti. A circa metà della sua corsa il montascale si bloccò. Angelina restò sospesa con i piedi all’aria, senza poterli agitare volontariamente, scossi solo da automatiche contrazioni nervose. Non che potesse fare davvero molto in quella posizione una vecchia semiparalitica incastrata in un montascale elettrico, c’era solo da sperare che sarebbe ripartito. Da quella posizione si vedeva l’orologio del salone e solo il retro della scatola della televisione. Il volume alto diceva che con quei coltelli potevi tagliare una lamina di alluminio figuratevi un pomodoro. Angelina provò a roteare nuovamente l’anca di quei pochi gradi di cui era capace nell’intento di imprimere una scossa al congegno elettrico. Forse si era soltanto incastrata qualche rotella del dispositivo.  Ruotò con la forza che aveva a disposizione senza che gli ingranaggi si rimettessero in moto e alla fine si ritrovò sfinita dallo sforzo. C’era solo da aspettare. Faceva freddo e la vestaglia pesante era nell’armadio del piano di sopra. Se solamente non ci fosse stato quel maledetto braccio di plastica a tenerla saldata sul montascale, Angelina si sarebbe lanciata lungo le scale, rischiando di fratturarsi qualche articolazione, ma alla fine sarebbe ritornata sulla sua sedia a rotelle rotolandosi per la scalinata. Per coprirsi avrebbe usato un asciugamano oppure l’accappatoio azzurro che stava nel bagno. Avrebbe dormito nel soggiorno sulla sedia a rotelle del piano di sotto fino a che non avrebbero riparato il montascale. Il vero problema era il braccio di plastica del montascale. Era fatto di una plastica pesante, spessa tre centimetri e si inseriva ad incastro nell’altro bracciolo della sedia. Un adulto avrebbe avuto la forza per disincastrare la sbarra, rompendola nel suo incastro, ma liberandosi. Angelina pesava quarantatre chili ed aveva solo la forza sufficiente per voltare la testa. La forma della barra era tubulare e sulla sua superficie non c’erano spigoli o punti in rilievo sui quali effettuare pressioni. Angelina allora provò a stringere la barra di plastica e forzarla, ma le sue mani piene di vene sporgenti e tempestate da tendini che venivano fuori come i piloni di un ponte sospeso, erano incapaci di stringere e di applicare una qualsiasi spinta in qualsiasi direzione. In quel momento la televisione diceva che perdere i grassi in eccesso non sarebbe più stato un problema. L’orologio nel salone segna le undici di un mattino troppo freddo per starsene con la vestaglia leggera. Angelina silenziosamente comincia a piangere. Non a singhiozzi, ma solo lacrime calde che solcano le rughe di settantanove anni. E’ proprio da vederla la scena di questa vecchia crocifissa sul suo montascale. Niente più lance a lacerare il costato, ma un bracciolo di plastica. Angelina si agita come può ed emette delle urla sommesse, delle specie di - mmmm - oppure delle – aaaa – ma tutte sotto voce, eppure le fa tirando fuori tutto il fiato nascosto nei polmoni di vecchia. Dopo un’ora, Angelina è ancora sospesa sul suo montascale. In solo un’ora le energie residue per gridare oppure roteare l’anca si sono esaurite. Il sole non batte più sulla parete est della casa e la temperatura è scesa ulteriormente di altri due gradi. La televisione dice che adesso non sarà più un problema abbronzarsi in casa con la lampada ai raggi UV ripiegabile. Nel tentativo di muoversi, Angelina ha perso una pantofola e il piede destro è coperto solo da un calzino spesso, di lana consumata che non aderisce bene attorno al suo piede di vecchia. La pantofola è riversa a pochi gradini sotto Angelina e giace con la suola all’aria. Sotto è segnato il numero 32 che è la misura che calza Angelina. Angelina si abbandona alla stanchezza e cade sfinita in un sonno profondo durante il quale dimentica quello che le sta accadendo. Nel sonno provocato da stanchezza, le proiezioni oniriche che ne prendono vita sono immagini prive di logica. Incubi che si rincorrono e si confondono con ricordi di una vita intera. Angelina si risvegliò tre ore dopo, ancora inchiodata sul montascale elettrico. Si risvegliò con la vestaglia umida. Durante il sonno la vescica non aveva retto e le sue mutande erano zeppe di urina e di escrementi. L’acido dell’urina bruciava sulle gambe e una puzza abominevole dominava la scalinata. La televisione era ancora accesa a tutto volume sul canale delle televendite e in quel momento una donna di cui Angelina non riusciva a vedere il viso diceva che non sarebbe stato più un problema affettare le patate in fette sottili dello stesso spessore con quel nuovo attrezzo da cucina. Attirato dall’odore degli escrementi accorse il gatto. Salì la rampa di scale e annusò la macchia di urina che goccia dopo goccia si stava allargando sul pavimento. Angelina fissò il gatto distinguendolo appena attraverso le cataratte, si sbattè nervosamente contraendo i pochi muscoli che ancora rispondevano ai suoi ordini e le venne un collasso. Riprese i sensi dopo quattro ore ed era ancora incastrata al montascale. Quando riaprì gli occhi non ricordava nulla e la confusione cresceva nella testa di vecchia che si ritrovava. La casa era tutta buia e l’unica fonte luminosa era il riflesso del televisore acceso che illuminava la parete del soggiorno. Una luce blu catodica si rifletteva sulla parete generando ombre e fantasmi mentre Angelina restava incastrata in quel dannato montascale. La signora delle pulizie sarebbe ritornata solo il lunedì seguente e se la cognizione del tempo di Angelina non la ingannava, stava solo a sabato sera. C’erano troppe ore di mezzo da resistere. D’un tratto il telefono squillò. Il trillo si propagò velocemente fino alle scale amplificandosi grazie al riverbero di una casa vuota. Pur miscelandosi con il volume della televisione, Angelina lo riconobbe. Mosse la testa in quella direzione, verso l’armadio sul quale stava il telefono e si rianimò un poco. Il telefono squillò molte volte ed infine terminò. L’ira di Angelina provocò un urlo quasi impercettibile e altre lacrime acide accarezzarono il viso tagliuzzato da mille rughe come un mosaico fatto con pezzetti di vetro. Nel buio completo della casa, l’orologio segnava le tre e venti, la televisione passò dalle televendite alla messa in onda di film pornografici. Ad un volume altissimo si propagavano gemiti di donne e liberatori sospiri di secrezioni. Angelina si addormentò in una specie di perdita di sensi.

Venne risvegliata al mattino dalla ripresa delle trasmissioni. Alle sette ci stava la cartomante che faceva i tarocchi in diretta. Quando Angelina riaprì gli occhi era oramai troppo debole per ricordarsi di quello che era successo e ci impiegò diversi minuti, una mezz’ora forse per ritornare con la mente agli episodi del giorno precedente. Non mangiava da ventiquattro ore e i succhi gastrici si erano accumulati nello stomaco provocandole bruciori e spasmi. Vomitò una bavetta verdastra che le colò sul vestito e una consistente ondata di urina e feci si fece largo attraverso le mutande in direzione del pavimento ad alimentare la chiazza sotto al montascale. Angelina pregò forte il signore. Una vita intera di insegnamenti cristiani le riaffiorò alla mente. Si lanciò allora in un rosario misto ad un padre nostro e confuso con dell’altro ancora. Ma quanto deve piangere una vecchia prima ancora di morire, si chiese Angelina.

Un rumore improvviso si propagò per la casa. Angelina si ridestò, forse qualcuno era arrivato a salvarla. Magari la figlia oppure la signora delle pulizie che aveva lasciato qualcosa di sospeso da fare, oppure magari era già lunedì mattina. Non importava, bastava solo che qualcuno fosse arrivato a tirarla giù dal montascale. Bisognava solo forzare la barra di plastica che la teneva bloccata al sedile, la forza di qualunque adulto sarebbe stata sufficiente, anche quella di un bambino già cresciuto, ma non certamente quella di una vecchia. In casa c’era qualcuno. I rumori si facevano sempre più vicini e Angelina non riusciva proprio a capire di cosa si trattasse. Erano comunque dei passi, e la sorgente sonora era in movimento. La vecchia si ridestò, forse ce l’aveva fatta, poi, i suoi occhi offuscati dalle cataratte visualizzarono la cosa che faceva rumore. E fu terrificante.

Una capra con due grosse corna camminò lentamente fino all’inizio della scala e posò le due zampe davanti sui primi gradini. Occhi rossi e barbetta che spuntava da sotto al mento. Le corna erano avvitate come a formare una spirale. Lo sguardo era quello di un uomo. Angelina restò paralizzata dalla paura. La capra, dopo aver fissato Angelina per alcuni istanti si diresse verso di lei trottando. In pochi balzi conquistò tutti gli scalini che la separavano da Angelina. Nel frattempo la veggente nella televisione diceva che quel giorno ci sarebbe stata una forte ed incontrollabile energia negativa. La capra arrivò vicino ad Angelina. Le arrivò così tanto vicino da poterne sentire la puzza. Angelina solo in quel momento capì di cosa ritrattava. E fu ancora più terrificante.

 

-         Non pensavi che sarei mai venuto vero Angelina? –

-         No – disse scuotendo la testa.

-         Eppure tante volte mi hai chiamato, e tante volte ho fatto quello che tu mi hai chiesto.

-         Lo so – disse piangendo.

-         Ho preso tra le mie braccia tuo nipote e tuo marito, come mi avevi chiesto. Adesso sono solo venuto a veder come stavi, e sai che non posso fare nulla per te adesso, lo sai vero?

-         Si.

Mentre parlava, dall’interno della bocca una lingua blu si agitava e sbucava fuori emettendo un sibilo. La capra fissò ancora una volta Angelina negli occhi e andò via. Ridiscese le scale senza voltarsi e sparì da qualche parte nel soggiorno.

Per quanto possibile Angelina si sentì invecchiata. Il suo corpo si stava sgretolando e lei percepiva il distacco dei tessuti, l’abbandono della carne. L’era venuta a trovare il diavolo in persona. Era vero quello che aveva visto oppure si trattava solo d’immaginazione. Una sorta di delirio mistico all’incontrario. Eppure quei passi erano così reali e la voce sembrava proprio di averla sentita. Gliel’avevano detto una volta che il diavolo sarebbe venuta a prenderla per quello che in cuor suo aveva covato. La figlia glielo aveva detto. In quel momento la televisione diceva che fare ginnastica in casa con quella cyclette non era mai stato così divertente. La capra era andata via da qualche minuto quando un nuovo suono si propagò per la casa. Il cuore di vecchia di Angelina nuovamente entrò in tachicardia. All’improvviso tutte le porte della casa e tutte le finestre si aprirono e sbatterono contro i loro stipiti. Lo fecero ripetutamente, con un boato esagerato, da coprire il volume delle televendite e ancora una volta, una volta ancora, sempre più forte, tutte insieme e tutti i cassetti e le ante dei mobili pure si aprirono e si chiusero fortemente con un suono legnoso e cupo. All’unisono. Dietro c’era un ritmo, un disegno, un pentagramma. Poi tutto piombò nuovamente nel silenzio. Cosa volete da me, disse Angelina. Cosa volete da me. Nel silenzio che si era appena creato la voce del televisore disse – da oggi non potete morire se siete già morti. Il nuovo gioco del terrore infinito è tra voi. Troveremo sempre il modo per stupirvi, non disperate. Con un unico biglietto saremo a vostra disposizione tutta l’eternità. Mettetevi comodi sul vostro sedile e affidatevi nelle nostre mani e adesso avanti con la prossima attrazione. E tutto diventò buio.

 Dell'amore e della scarsa manualità

Sono una persona che ha una scarsa manualità. Il mio rapporto con gli oggetti è condizionato da una diffidenza reciproca con essi. Ci guardiamo e ci annusiamo senza mai intrometterci nel funzionamento altrui. Se una cosa si rompe o se ha bisogno di manutenzione io non faccio nulla. Sono incapace di avvitare, di inchiodare, di incollare e vado in panico se la macchina si ferma sulla tangenziale. Vado in iperventilazione e mi tocca poi respirare dentro ad un sacchetto di carta. Non possedendo una personalità multipla, l’unica voce che gira nella mia testa mi dice di fare il meno possibile. Certo, alcune cose vanno fatte. Per esempio mi ricordo che nel 1997 a seguito di un uso continuato del neon che stava nella cucina, lo starter, quel cilindretto coi due piolini in cima si è bruciato. Quando provavo ad accendere la luce si sentiva solo un gracchiare dello starter che si sforzava di fare una scintilla viola per mettere in moto il sistema elettrico dell’illuminazione. Una specie di tosse, e quando il lampadario della cucina c’ha la tosse sai che devi prendere una decisione. Provai ripetutamente a premere l’interruttore sulle mattonelle, lo feci in maniera compulsa, acceso - spento - acceso - spento, ma il neon di accendersi non ne voleva sapere. Ebbene, in soli due giorni lavorativi, lo starter è stato sostituito con successo. La mia autostima toccò livelli esaltanti, picchi che poche volte si sono ripetuti nella mia vita. A eterno monito, per il nuovo starter e perenne soddisfazione per me, lo starter vecchio tutto bruciacchiato è stato lasciato in bella mostra sulla bilancia, tanto per intimidire il congegno nuovo di zecca. Il messaggio era: in questa casa nessuno è indispensabile e c’è un uomo d’azione pronto a sostituire i congegni meccanici non funzionanti in circa due giorni lavorativi (tempo che dipende dal tipo di congegno). Fui il terrore di guarnizioni fallaci e di maniglie poco oleate per quella settimana, prima di sprofondare nuovamente nella mia soffice nuvoletta di scarsa manualità. Altri eventi di una certa importanza per la mia vita verranno riportati di seguito in questo scritto. Ad esempio non posso proprio evitare di parlare di Margherita la ragazza che per sempre ha portato via il mio cuore, distruggendolo in più occasioni, incollandolo con l’attack solo per avere il piacere in seguito di distruggerlo nuovamente. Margherita a dirla tutta non era mica una gran cosa, però aveva un grosso aspetto positivo, era in maniera incontrovertibile una ragazza, un esemplare appartenente al genere femminile. Era abbastanza per elevare il mio status di sfigato a quello di - forse non è così sfigato c’ha pure la ragazza. Al tempo che conobbi Margherita non avevo ancora sostituito lo starter del neon ed ero incosciente delle facoltà che risiedono nelle mani di un uomo. Un uomo ha la capacità di modificare l’ambiente circostante, di costruire chiese, di fare complesse operazioni chirurgiche, di dipingere, di sostituire gli starter, ma io tutto questo non lo sapevo ancora. Subivo il creato come una pedina passiva e immobile nel disegno divino. Conobbi Margherita in una via del centro. Stava litigando con certi che dietro un banchetto raccoglievano le firme per una nuova cura contro l’osteoporosi. Margherita rompeva praticamente il cazzo su tutto. Sui comunisti, sulle trasmissioni televisive, sui programmi del fondo monetario internazionale, sulle prostitute, sui metallari e sulla moda degli stivali. Io me ne innamorai da subito. Le diedi ragione sulla questione dell’osteoporosi e ci scambiammo i numeri di telefono. Ero giovane, e ritornai a casa in uno stato di fibrillazione tale che emettevo luce fluorescente durante la notte. I problemi comunque cominciarono subito dopo che la conobbi, quando volevo telefonarle. Il fatto è che mi veniva il vomito per la tensione. Lo stomaco si contraeva forte e andavo in ansia dalla mattina se al pomeriggio c'era la telefonata. Tutta colpa dell’intestino che insieme alla milza e al fegato provava a fomentare una rivolta. – Signori organi interni, cose indescrivibili accadono là di fuori. E’ venuto il tempo di prendere una decisione sul nostro futuro, se questo tipo riesce a portare a termine il suo piano con quella ragazza, probabilmente ci dovrà toccare di subire l’immane sforzo della copula non a fini riproduttivi, e sapete di cosa sto parlando. Personalmente ho i miei dubbi che l’individuo che ci ospita ci riesca, esaminando le esperienze passate la probabilità dell’insuccesso resta altissima, tuttavia è mio dovere mettere a conoscenza la signora Milza ed il signor Addominale sull’eventualità di un lavoraccio sterile, che non trasmetterà il nostro DNA da nessuna parte. Tutto il nostro materiale genetico, trasportato dagli spermatozoi andrà a schiantarsi dentro un fazzolettino oppure sul sedile posteriore di una Citroen Ax. Enfasi sulle parole, di una Citroen Ax, signori ma ci rendiamo conto! Segue sgomento nello stomaco. Bene signori il mio piano è il seguente, al mio tre ci contrarremo tutti insieme così forte che questo bastardo si dovrà rotolare per terra e maledire il giorno in cui la madre l’ha partorito. Allora signori si comincia: uno, due, tre.

In una settimana fui capace di perdere tre chili perché lo stomaco era diventato capiente quanto la bustina di una confezione di crackers ed ero diventato ancora più bianco in faccia. I vasi sanguigni e la melanina erano espatriati dalla mia faccia. Prendevo l’enterogermina e bevevo camomilla per calmare gli spasmi intestinali. Questo era l’effetto che mi faceva l’essermi innamorato. Tuttavia dimostrai una volontà ferrea e seguitai a telefonare Margherita, nonostante i miei organi interni mi remassero contro. Il fatto che determinati organi risiedano all’interno del tuo corpo, non significa che siano i tuoi. Margherita era una che parlava tanto e parlava di tutto. Era pindarica e la sua mente spaziale, troppo evoluta per qualsiasi abitante della costellazione risultava incomprensibile. Non sapevi mai quale sarebbe stato l'argomento che avrebbe affrontato, ma sicuramente avrebbe fatto terra bruciata tutt'intorno. Comunque i miei organi interni non si sbagliavano e nonostante il mio fare disinteressato, l’obiettivo era quello della copula non a fini riproduttivi, con rilascio di materiale seminale o in un fazzolettino di carta oppure sul sedile posteriore di una Citroen Ax. Anche dopo aver concordato i nostri primi appuntamenti Margherita seguitava a stupirmi sputtanando l’intero creato. Gli elettroni erano una stronzata, i quark non li voleva neanche sentire nominare, le tariffe telefoniche della Tim erano una rapina, i cani a pelo corto dovevano essere cancellati dalla terra, quelli che sopravvivevano in un polmone artificiale venivano costretti ad un’inutile sofferenza, le scarpe con la punta quadrata erano frutto di una mente distorta che un giorno un Dio avrebbe punito, gli omosessuali erano ok però dovevano restarsene a casa loro perché il solo pensiero la faceva vomitare. Io cercavo di rispecchiare il suo standard in fatto di vestiti e di look in generale. Consumavo quantità spropositate di gelatina per capelli con grasso di balena e usavo deodoranti spray al mirtillo e alla felce con estratti di aloe. Il mio odore era praticamente indistinguibile da quello dell’arbre magique ai frutti di bosco. Mentre andavo a prenderla guidavo tutto rattrappito per via della lotta intestina del mio corpo. La maggior parte degli organi aveva aderito alla sommossa tranne alcuni tra cui gli organi riproduttivi e il mio cuore che batteva forte per Margherita. Quando mi diceva che la nuova cura sperimentale per il cancro alla prostata era una stronzata e che l’antimateria era roba da Dylan Dog, e che sia chiaro che Dylan Dog stesso era una grandissima stronzata, la mia mente restava abbagliata da tanta capacità intellettuale e da una posizione seria e decisa su tutti gli argomenti dello scibile. Quella sera bevemmo qualche bicchierino in un bar sul lungomare con dei tavolini di vetro rotondi che secondo Margherita erano tanto brutti che lei si sarebbe perfino rifiutata di vomitarci sopra. L’alcol ebbe un effetto rilassante su alcuni degli organi che capeggiavano la rivolta, e contemporaneamente un effetto rivitalizzante su altri organi che cominciarono ad avanzare pretese da quell’incontro. Il mio corpo era più diviso che mai in due fazioni distinte. Gli organi consenzienti per via dell’alcol guadagnavano un favore crescente nel resto della mia anatomia fino a concordare con il cervello un rilascio di endorfine tale da far crollare ogni residua barriera inibitoria fino all’anno 2018. Il sedile posteriore della Ax mi aspettava. Ne parlai con Margherita, facendo giri di parole e baciandola profondamente con la lingua raschiando la cavità orale come avrebbe fatto un odontotecnico con un trapano durante il mese della prevenzione dentale gratuita. Gli accordi erano stati tacitamente presi. Altro bicchierino prima di uscire perchè non si poteva rischiare mica il ripristino dei tafferugli interni. Guidai svelto tra le strade affollate da macchine e pedoni per non far svanire quella splendida congiuntura astrale che si era venuta a creare. In macchina Margherita disse finalmente tutto quello che c’aveva da dire su l’otto per mille, sugli extraterrestri e i cerchi nei campi di grano, sulle piramidi, sui pantaloni a zampa di elefante, sulle chitarre elettriche e sulle politiche agricole del Minnesota. Il suo pensiero si poteva riassume in un solo concetto: era tutto una grandissima stronzata. Io e Margherita ci eravamo sintonizzati, lei parlava e io ascoltavo dandole ragione. Finalmente arrivammo nel luogo buio e solitario dove sarebbe avvenuto l’accoppiamento. Seguono delle scene di sesso che non verranno narrate per evitare di stimolare nel lettore tendenze onanistiche. Si sappia solo che le secrezioni da parte mia furono tre con tempi di preparazione differenti. La prima secrezione venne rilasciata in un tempo che definii poi eccessivamente breve. Quando avvenne, io e Margherita stavamo ancora discutendo su quale posizione adottare all’interno dell’esiguo abitacolo della Citroen Ax, automobile che lasciatemi dire, non nasce per ospitare incontri di tipo riproduttivo tra esseri umani. Tuttavia la secrezione avvenne all’interno della mia biancheria intima e almeno la faccia restò salva. Non le mutande, certamente non loro. La seconda emissione di umore seminale avvenne durante un involontario contatto con la tappezzeria di un sedile che sollecitò un punto molto sensibile della mia struttura riproduttiva. Provai così tanto piacere che nei mesi successivi più volte nel garage mi accoppiai con il sedile della Ax. Tuttavia anche quella seconda secrezione venne tenuta nascosta a Margherita. Fui infatti lesto a dirigere il getto sotto un tappetino che da allora è restato incollato per terra. La terza fu quella buona. Rientrai nella media nazionale pakistana dei due minuti e quaranta con diversi stop, esattamente al quarantesimo secondo e al secondo numero centoventi per poi portare dignitosamente alla fine la galoppata verso il traguardo. Non glielo chiesi mai, ma non penso che Margherita riuscì a raggiungere tre orgasmi come avevo fatto io in quella serata.

 

 La questione della resurrezione dei morti

Mio padre se l’è portato via un Marzo freddo pieno di vento e un cancro. Più il cancro che il vento a dire il vero. Lo portammo al cimitero senza il corteo funebre. Nel quartiere ci stavamo da poco e i vecchi amici di famiglia nessuno li aveva avvertiti. Stavamo tutti seduti nella Ford Fiesta di Aldo, mamma e Aldo davanti, io e Marcella seduti di dietro. La Ford Fiesta era uno schifo di macchina. Quelli delle altre macchine si facevano il segno della croce quando vedevano la macchina nera con la cassa dentro. Marcella piangeva mentre io cercavo di non perdere di vista la macchina con quella specie di armadio dentro. Nell’armadio ci stava steso mio padre. L’avevo visto fino a due ore prima e non mi sembrava messo tanto male. Se avevo capito bene la procedura completa della morte, adesso l’avrebbero messo in un fosso e non l’avrei più rivisto. Fino alla resurrezione dei morti, come aveva detto il prete, ma non prima di quel giorno. E considerando che era martedì sarebbe dovuta trascorrere almeno una settimana intera. La morte era proprio uno schifo. Mamma non diceva niente. C’aveva gli occhiali scuri e grandi che le coprivano la faccia dallo zigomo alla prima parte della fronte nascondendo due occhi neri e scavati. Aldo per conto suo pensava scansare le macchine e a mettere le marce e non doveva essere affatto una cosa semplice considerando l’impegno che ci metteva. La questione del cambio delle marce mi creava ansia. Ogni volta che stavo in macchina con mio padre cercavo sempre di capire quale fosse il momento giusto per cambiare. Ti verrà naturale mi diceva, non devi pensarci più di tanto. Allora quando stavo in macchina di qualcuno chiudevo gli occhi e cercavo l’ispirazione giusta, la sensazione dentro l’anima che mi facesse capire quale fosse il momento giusto per cambiare marcia. Imboccammo una strada che non avevo mai visto. Aveva la carreggiata larga e l’asfalto sotto alle ruote era liscio, si sentiva appena. La macchina con la bara viaggiava più veloce della nostra Ford Fiesta e noi arrancavamo a starci dietro. Aldo un poco sudava per non perderla di vista. Allora io ogni tanto dicevo, eccola, sta girando, è andata a destra. Facevo di tutto per non perdere di vista la macchina nera con la bara. Ci sarebbe stata almeno un’intera settimana da aspettare prima della resurrezione dei morti. In effetti c’era da sperare anche prima a pensarci bene. Infatti durante la messa che il prete aveva ufficiato aveva chiaramente detto che il giorno del giudizio era vicino, che non ci sarebbe stato da aspettare molto, che tutti i segni stavano nel cielo ed erano sotto gli occhi di tutti. Non appena uscimmo dalla chiesa io presi a guardare nel cielo, e a guardare bene, qualche cosa di strano ci stava. Le nuvole avevano delle forme che non avevo mai visto, e il sole era in una posizione anomala, piegato tutto da un lato del cielo. Mi rammaricai solo di non aver chiesto esattamente al prete quali fossero i tempi esatti, ma soprattutto, se mancava così poco tempo alla resurrezione dei morti, che bisogno ci stava di mettere mio padre nella bara e di portarlo al cimitero? Magari si poteva lasciare sopra al letto, con un lenzuolino leggero e la settimana seguente sarebbe ritornato tutto come prima. Marcella piangeva. Piangeva in quanto femmina, in quanto piccola, in quanto piangeva per tutto. Avercela vicino era uno strazio insopportabile. Era difficile da spiegargliela la questione della resurrezione dei morti e dei segni nel cielo. Arrivammo al cimitero e ci entrammo dentro con le due macchine. La macchina nera rallentò di molto e prese certi sentieri stretti in mezzo alle tombe e piccole costruzioni che sembravano chiese minuscole, giusto per una persona, tanto per riposarsi fino al giorno della resurrezione. Arrivammo ad un sentiero ancora più stretto e quando la Ford Fiesta si fermò cominciammo tutti a piangere, tutti tranne Aldo. Marcella con le unghie grattava sopra il sedile, mamma singhiozzava da dietro agli occhiali con la montatura che sembrava di osso e io pure non volevo saperne di scendere da dentro alla macchina. Allora Aldo, ad uno per volta ci venne a prendere aprendoci gli sportelli ad uno a uno. Quando uscimmo fuori quelli che guidavano la macchina nera avevano già tirato fuori la bara e l’avevano stesa a terra, di fianco ad un fosso. Uno di loro disse qualcosa a bassa voce a mia mamma e lei singhiozzando fece cenno di si. Allora i due alzarono la bara con due grosse funi e lentamente la calarono dentro alla buca, che senza volere polemizzare coi due signori, era eccessivamente profonda e poco adatta a sotterrare una persona considerando l’imminente avvicinarsi del giorno della resurrezione dei morti. Era evidente comunque che quello fosse il loro lavoro e che dovevano avere qualche accordo con chi gestiva la questione della resurrezione. Magari già sapevano di preciso quando andare a dissotterrare le bare e forse quel signore aveva detto a mia madre proprio la data esatta che avremmo dovuto ritrovarci alla bara per il grande giorno. Quando cominciarono a calare la bara dentro al fosso io m’immaginai quanto potesse essere buio quel buio che non era un buio normale, e poi svenni. Vidi Marcella che piangeva prima di svenire. Ma quella in effetti piangeva sempre.

 

 

 

 Blues in Fa minore
 

 

“Che belle gambe che c’hai Laura”.

“Davvero dici, non sono diventata vecchia, io bella non lo sono stata mai”.

Le accarezzai un poco la guancia e facemmo l’amore. Il letto per le botte sbatteva in faccia al muro e con il tempo l’intonaco si era crepato in determinati punti. Venni sul lenzuolo e con un lembo mi pulii.

“Sono contento che tu sia ritornata, la casa stava andando in malora”.

“Mi dispiace, non me ne andrò mai più”.

Laura mi accarezza i capelli mentre le tenevo la nuca sul grembo. Con le dita mi faceva i riccioloni sui pochi capelli che mi restavano.

“Per le due settimane che sei stata via non ho fatto nulla in casa, avevo deciso di lasciare marcire le cose, di far scadere il latte nel frigo e pure di far morire il gatto di fame. Per dieci giorni la bestia non ha avuto croccantini e a bere beveva da sotto alle fontane che per fortuna sua non si chiudono bene. Guarda come si è fatto secco, c’ha le ossa del torace tutte da fuori”.

“Ti prego non raccontarmi queste cose”.

“Adesso non te ne andrai di nuovo da quello, vero?”.

“Te lo prometto che non ti lascerò più”.

“E’ stato un inferno. La notte c’avevo dei bruciori che sembravano lampi dentro alla pancia e certi incubi tutte le notti m’assalivano. Mi sognavo dei diavolacci che mi tenevano per le caviglie e poi mi lasciavano cadere in un fosso nero e profondo e il sogno era così reale che sentivo l’odore della terra umida dentro alle narici”.

“Ti prego smettila”.

“Penso che quei sogni in un certo modo erano i miei sensi di colpa che prendevano forma che s’incarnavano dentro ai diavolacci e poi la caduta simboleggiava lo sprofondare dentro alle viscere della terra, all’inferno per le cose di male che ho fatto. E quale punizione più giusta in fondo, se non quella di perderti”.

“Non ti lascerò mai più, né te né il gatto”.

“Il gatto non ti è mai piaciuto”.

“Anche lui mi è mancato, in fondo tutti e tre siamo una famiglia”.

Mi alzai dal letto con il coso moscio in mezzo alle cosce e andai verso la cucina. Le piante dei piedi restavano attaccate al pavimento per il sudicio che si era ammassato e quando si staccavano facevano un rumore di ventosa. Arrivai al frigorifero a prendere un bicchiere d’acqua. Il freddo del frigorifero mi fece gelare i peli sulla pancia. Ero messo male, ma adesso che c’era Laura bisognava fare qualche cosa, non potevo lasciare che se ne andasse di nuovo con quello. Sotto agli occhi c’avevo delle rughe profonde, al centro della testa non c’avevo più capelli e pure i denti stavano marcendo. I due grossi davanti a toccarli un poco si muovevano per non parlare di quegli altri sul fondo della bocca che erano neri. Presto avrei dovuto mettere qualche schifoso dente finto in bocca e per lavarlo avrei dovuto estrarlo e sciacquarlo sotto al lavandino facendo attenzione a non farlo cadere dentro al buco dello scarico. Tutto ci avevo perso dentro al buco dello scarico negli anni, e anche il dente finto ci sarebbe caduto dentro andandosi a congiungere con il resto delle cose che avevo perduto. Forse gli operai delle fogne tenevano le mie cose dentro ad una scatola e prima o poi me le avrebbero recapitate. Bevvi il mio bicchiere d’acqua e ritornai verso la stanza da letto. Lungo il corridoio mi prese di nuovo quel crampo di angoscia dentro allo stomaco perché in fondo lo sapevo che Laura se ne sarebbe andata di nuovo con quell’altro. Lei pure non stava messa tanto meglio di me. Sotto al collo c’aveva una ruga grossa e le guance le si stavano scavando sulla faccia. Per difendersi dalla morte a lei veniva facile di scappare dentro al letto di qualcun altro, poi le venivano i sensi di colpa oppure la ricacciavano e Laura se ne tornava dentro al letto mio. Mi prometteva di non andarsene più e poi se ne andava per un mese, oppure tre mesi come l’anno scorso quando mi telefonò da Genova per dirmi che tra noi era finita e che era andata a stare con uno. Mi staccò il telefono mentre piangeva a dirmi che le dispiaceva che era stata una decisione sofferta ma che bisognava farlo per il bene di tutti e due, specie per il mio che non mi meritavo una cosa così, che proprio non me lo meritavo. Restai attaccato al filo del telefono pensando che Laura fosse rimasta in silenzio e che non c’aveva più niente da dirmi. M’accorsi che aveva staccato da dieci minuti e il silenzio siderale che s’era creato sembrava quello delle viscere della terra, dello spazio infinito, dello spazio tra un elettrone e un altro dentro agli atomi. Rientrai dentro alla stanza da letto e lei se ne stava di schiena, con il lenzuolo sopra al culo che oramai se ne stava scendendo. Forse con il tempo Laura non sarebbe più stata la bella donna di un tempo e sarebbe diventata mia per sempre. Stava quasi dormendo, forse nella fase rem perché le palpebre le sbattevano forte e sbatteva anche i denti. Lo faceva sempre prima di addormentarsi. Chissà se anche gli altri uomini le sapevano tutte queste cose di Laura.

 

 

 

 La stessa storia
 

 

In quell'inverno c’avevo addosso la paura del buio e la paura dell’ascensore. Più dell’ascensore, per via dell’aria che mi mancava a stare dentro alla cabina di alluminio. La gola mi diventava stretta e l’aria ci passava attraverso un forellino sottile, di diametro irrisorio. A morire così, soffocato da una paura carognona a me proprio non m’andava e allora dovevo salire le scale a piedi anche quando c’avevo il dolore dietro alla schiena. Al limite potevo morire per le scale, per uno spasmo di dolore, per un organo interno d’una certa importanza che mi aveva abbandonato all’improvviso.

Arrivai alla festa che uno era già collassato sul divano. Stava steso con tutte e due le mani sulla faccia come a dire mammamia. C’avevo il fiatone per via delle scale fatte a piedi e della storia dell’ascensore. Lucia mi aveva detto di andare dal dottore a spiegargli la paura dell’ascensore. “Dall’amministratore devo andare, a far mettere le porte di vetro che si vede da fuori, non dal dottore che mi trova pure una malattia quello”. Ero andato alla festa a causa di Germano che aveva tanto insistito, “ci saranno delle femmine e pure una collega del secondo piano che non hai ancora conosciuto che una volta dicono faceva le pompe per poche lire che poi glieli davi a fine mese”. Allora ci stava quello mezzo morto sopra al divano con le gambe un poco aperte e per educazione le scarpe non ce le aveva sopra il divano, ma in bilico sul bracciolo e ognuno che passava ci sbatteva contro. A ogni botta che prendeva reagiva o contraendo una coscia e rilasciandola subito oppure tremava tutto come se avesse preso la corrente. Io me ne stavo nel perimetro della stanza perché le feste mi mettevano sempre un poco in imbarazzo e se c’ero andato era solo per via di Germano che ci teneva proprio che c’andassi. Mi guardavo attorno cercando di capire quale fosse la collega delle pompe e immaginandomi quanto poco si potesse prendere. Comunque il fatto di saldare a fine mese era comodo, su questo non ci stava molto da dire. Ero andato alla festa aspettandomi che la gente copulasse da mezzo alle scale, vicino ai citofoni, sugli zerbini dei vicini e invece l’unico che stava in orizzontale era quello semi morto sul divano. Gli invitati parlavano tra loro stando in piccoli gruppi e bevendo da bicchieri sottili, di donne ce ne stavano ed erano tutte belle, magre, e parlavano bene, con l’inflessione giusta che manco sembrava fossero di Napoli. Germano mi vide e mi venne in contro. “Luciano sono contento che tu sia venuto, visto quante femmine che t’avevo detto. Sceglitene una e sbranatela sul posto”.

Facile a parlare per Germano. C’aveva una casa piena di quadri e alle finestre i doppi vetri per non essere cacato il cazzo dalle macchine e pure dal rumore degli aquiloni e poi era un bell’uomo lui. Era alto, con tutti i capelli, una mascella bella squadrata e niente occhiaie. Io non ero capace di sbranare sul posto manco un tramezzino per via di un molare che stava marcendo. Mi dissi che sarei rimasto una mezz’ora, tanto per stare un poco fuori casa e poi sarei andato via, che se facevo presto potevo ancora prendere un autobus risparmiando i soldi del taxi. M’allontanai allora dalla folla, dai piedi rivestiti di calzature di lusso delle femmine dentro alla stanza grande e me ne andai fuori al balcone, a guardare le luci della città e a sentirmi un poco il vento sulla faccia. Me ne stavo affacciato ad una ringhiera con le piante rampicanti dappertutto e mi dondolavo un poco con la schiena, come i matti al manicomio. Non ero l’unico a starsene fuori al balcone. Nell’altro angolo, seduto su una sedia di plastica da giardino, ci stava uno, che a vederlo bene tremava, singhiozzava, d’un pianto disperato. Altro che le femmine che m’aveva detto Germano, uno stava mezzo cadavere sopra al divano e un altro piangeva di un dolore grave fuori al balcone. M’avvicinai, perché in certe situazioni uno si deve avvicinare e chieder se va tutto bene. “Tutto bene?” gli chiesi. L’uomo alzò gli occhi e potei guardarlo bene in faccia. C’aveva tutta una serie di rughe che gli facevano sembrare la faccia di un legno nobile e invecchiato, nel complesso un bell’uomo. “Vede” mi diede del lei “io e lei proprio no ci conosciamo eppure mi viene da raccontarle che la donna che amo mi ha tradito”. Mi sembrò che la mia presenza un poco gli facesse piacere a quello seduto là fuori e allora m’avvicinai di più, come a voler ascoltare la sua storia, che poi da come mi pareva di capire, era sempre la stessa storia.

“Io in fondo un sospetto ce l’ho sempre avuto. Tornava a casa tardi, oppure era incoerente con le cose che raccontava. Diceva di essere stata in un posto e pi ne diceva un altro. A mentire non è capace lei, e con quelle storie non ci andava molto lontano.  Decisi un giorno di assoldare un investigatore privato. Bisognava che le ombre venissero dissipate oppure che le tenebre mi ingoiassero del tutto. Lo trovai sulle pagine gialle e gli raccontai per bene tutto. Lui prese appunti e volle un paio di foto di mia moglie. Ritornò dopo una settimana con un plico giallo. Dentro ci stavano le fotografie di mia moglie con uno avvolto dentro ad un cappotto cammello, che camminava dall’altra parte della città, mano nella mano. A quel punto tutto era lecito per me. In cuor mio, se l’avessi fatta a pezzetti piccoli e poi conservata dentro al frigorifero non me ne sarei certo fatto una colpa, non trova?” mi chiese.

Annuii con la testa come a dargli ragione.

“Cercavo una maniera violenta e astuta per vendicarmi. Qualcosa che potesse farle comprendere l’immenso stato di dolore che mi aveva assalito. Andai avanti per giorni fingendo che niente fosse accaduto, certo, non c’avevo lo smalto di sempre perché avevo accusato il colpo e nonostante lei non volesse, io pretendevo di fare l’amore con lei tutte le notti. Lo facevo con impeto sbattendo il mio corpo contro di lei, spostando il baricentro nella sua figura e facendole sentire tutto il mio peso su di lei. Volevo essere la manifestazione fisica di me stesso, una specie di reincarnazione di me che non ero ancora morto. In fondo io non dico che l’avrei perdonata, ma se fosse restata con me, in una maniera o nell’altra le cose si sarebbero aggiustate. Continuai a non dirle nulla per quei giorni e sapevo bene quando lei tardava a tornare a casa, che non era restata in ufficio come lei sosteneva. Una sera le dissi tutto. Altro che vendetta ingegnosa la mia. Sono caduto ai suoi piedi chiedendole di non abbandonarmi e lei di tutta risposta se ne è andata via con quell’altro. Era meglio se l’ammazzavo a quella puttana”.

Annuii nuovamente con la testa, perché a dargli torto non mi veniva proprio. Guardai l’orario e decisi di incamminarmi per l’ultima corsa degli autobus.

 

 Il vecchio

Quando mi sveglio faccio la tosse. Roba da restarci secchi qualche volta. I polmoni dentro alla scatola toracica s’accartocciano, si comprimono, c’hanno voglia di sputare fuori tutto il nero incastrato dentro agli alveoli. Un colpo di tosse mi manderà all’inferno lo so, e tutte le mattine un poco muoio, e la morte si prende l’anticipo perché di aspettare gli altri anni che mi restano proprio non ne vuole sapere. Ferdinando me lo dice che non posso più fare tardi la notte, che i nervi neanche sono più quelli di una volta e che in generale tutto il mondo è invecchiato, mica solo noi. La strada che facciamo per ritornare a casa per esempio non è più come prima, ci sono delle crepe nella pavimentazione e nel frattempo le infiltrazioni d’acqua hanno scavato dentro delle cavità, e se tutto ciò è accaduto all’argilla, figurati come sono messi i nostri corpi che è materiale deperibile, si sa. Tuttavia la sera Ferdinando continua a citofonarmi e a chiedermi di scendere perché la sera lui non ce la fa a starsene a casa, dice che gli manca l’aria, che è braccato dalla claustrofobia, e che pure gli spazi aperti lo soffocano, ma in generale è a casa sua che non riesca a starsene. Da quando la madre gli è morta, con uno schifo che c’aveva dentro al cuore, l’anno scorso, è rimasto col padre che pure non sta messo bene. C’ha pure lui una malattia che lo fa sputare di continuo. In ogni stanza Ferdinando ha messo un secchio, una bacinella, una busta di plastica e quando gli viene, il vecchio ci sputa dentro. C’è poco da ridere a casa di Ferdinando. Comunque questa sembra una soluzione perché all’inizio il vecchio sputava per terra oppure dentro a un fazzoletto che poi ripiegava e se lo infilava nella tasca oppure in un cassetto e poi se ne dimenticava fino a che una puzza di cane morto si spandeva per la casa. Poi a Ferdinando toccava mettersi alla ricerca del fazzoletto incatarrato. C’era da credergli a Ferdinando quando diceva che la sera non ce la faceva a restarsene a casa. Infatti era proprio la sera che il vecchio ci dava dentro con gli sputi. Metteva su una specie di concerto e dopo un paio di ore che stava sputando, che la gola cominciava pure a fargli male e le labbra gli dolevano come se avesse suonato la tromba con Charlie Parker per mezz’ora, il vecchio con lo stesso fiato che usava per sputare, ci buttava fuori anche un’imprecazione, una bestemmietta leggera che secondo lui i santi lo avrebbero capito e non c’era da spaventarsi dell’inferno. Ferdinando la sera si assicurava che il vecchio c’avesse il secchio sotto al letto, raccattava le buste con gli sputi dalle altre stanze e veniva a citofonarmi. Muoviti a scendere che fa freddo e c’ho le mani viola, mi diceva al citofono, sali, allora gli dicevo, e che non ce la faccio a stare a casa c’ho bisogno dell’aria mi rispondeva. Hai messo il secchio sotto al letto del vecchio?, gli chiedevo, certo, mi rispondeva, e le buste le hai tolte dalle altre stanze?, pure quelle ho tolto e adesso scendi e sbrigati. Anche a me il vecchio stava a cuore e volevo che stesse bene. Scesi giù al palazzo che Ferdinando stava già fumando una cannetta. L’odore dolciastro si era sparso fino a dentro al portone.

“Te la ricordi a Rosaria, quella che abitava nel palazzo mio, quella con il bambino” mi disse Ferdinando.

“Si è mai capito di chi è il figlio?” gli rispondo.

“Non si è mai capito. Comunque l’altro ieri me la sono trovata dentro casa a fare le pulizie. L’ha assoldata il vecchio. Le ha detto che per ogni ora di pulizia dentro casa le dà cinque euro e quella ha detto di si. Te la ricordi quanto era brutta”.

“Si” gli faccio.

“Con quella mascella squadrata che mi sembrava uno squalo e quel fiato da morta”.

“Insopportabile” gli dico.

“Ieri me la sono chiavata” mi fa, “e che chiavata. Non me facevo una così da mesi”.

“E il fiato non le puzzava come una fogna?”

“Niente in confronto ai secchi con gli sputi del vecchio, era acqua di colonia, succo di rose”.

Ferdinando mi passa la cannetta che si era ridotta ad un paio di centimetri al massimo e già bruciava forte sulle labbra.

“Lei se ne stava a pulire e mi guardava e io avevo capito che c’aveva voglia. Come il vecchio se ne è andato a dormire sono entrato nella cucina e le ho alzato la gonna. All’inizia faceva la tosta, chiudeva le cosce, poi si è convinta, e sai che ti dico, che il figlio un poco mi somiglia pure”.

“Non è la prima volta allora?”

“Certo che è la prima volta” mi disse Ferdinando.

“E allora?”

“E allora secondo me se l’è già fatta il vecchio”.

“Ma che dici” gli faccio.

“E si che te lo dico. Perché devi sapere che prima che il vecchio si riducesse a sputare dentro ai secchi e dentro alle buste, non era mica male come uomo. Si faceva la doccia tutti i giorni e si radeva. Era pure vanitoso, quando si radeva lasciava tutti i giorni il pizzetto, come una vanità a cui  non potesse rinunciare, e quando stava per strada guardava tutte le femmine e le salutava tutte, s’inchinava, declamava versi e frasi oscene, insomma al vecchio prima della faccenda degli sputi gli tirava parecchio. E poi per un certo periodo Rosaria casa mia l’ha frequentata, una  decina di anni fa, proprio l’età del bambino”.

Mentre Ferdinando raccontava del padre, un poco era contento, perché era bello sapere che il vecchio un tempo non c’aveva la malattia degli sputi e che si dava da fare con le donne. In fondo lui gli voleva parecchio bene al vecchio.

 Istruzioni sulla purificazione dell'anima

Come tutte le mattine, quel giorno mi svegliai sudato, sanguinante, con la tosse, graffiato sul petto, senza un dente davanti e con in testa un motivo jazz. O comunque era così mi sentivo anche quella mattina, mentre fuori, una tempesta di luce faceva sfavillare le carrozzerie delle macchine e i cinturini degli orologi. Intrapresi il percorso che dal mio letto portava al bagno. Quella strada cambiava tutti i giorni e non ero capace di impararla a memoria. Una via crucis di sofferenza durante la quale usavo una mano per guidarmi lungo le pareti e orientarmi. Dalla finestra del bagno entrava una luce considerevole e inspiegabile. L’aprii e osservai che nel cielo ci stava una cosa luminosa che accecava la gente onesta. Lo sapevo che la fine del mondo sarebbe venuta di Giovedì. Quello doveva essere il sole. Una volta uno me ne aveva parlato ma io ne avevo sempre dubitato. Pensavo che fosse una leggenda come Atlantide, le piramidi, e gli scoiattoli volanti. Il mondo riservava delle sorprese ogni giorno, bastava solo avere la giusta predisposizione. E’ tutto scritto nel karma, bisogna lasciar fare il karma e non opporsi, se le cose devono accadere accadono. Urinai nella tazza sfiorando la ceramica con il flusso giallo per evitare quel volgare suono di liquido contro liquido. Un lieve vapore si alzò nel freddo della tazza facendo vibrare l’aria. Tutto questo mi faceva capire che assomigliavo ad un termos con la mia capacità unica di tenere caldi i liquidi dentro alla mia vescica. Prima o poi avrei dovuto parlarne con un medico. Durante la strada del ritorno al letto, la memoria del breve periodo cominciò a riaffiorare. Si trattava di deja-vu, di visioni, più che una precisa consapevolezza sul destino dell’umanità. Proprio fuori dalla cucina notai un gatto. Stava acciambellato dentro ad una cesta di vimini. Non ricordavo di aver concesso a nessun gatto di vivere dentro alla mia casa e mi promisi di dirimere la questione con quel gatto non appena mi sarei svegliato. Mi ricordai che ci stava una stradina di campagna non molto lontano da casa mia dove avrei potuto abbandonare il felino. Bene, la giornata si metteva al meglio. Il letto presentava ancora un leggero avvallamento dentro al quale stendermi e le lenzuola erano ancora calde. La mia capacità di produrre calore aveva del miracoloso. Di quello che era successo la notte prima, dell’incidente in macchina, del litigio furibondo con Fina e delle storie che m’aveva raccontato quel rumeno che si chiamava Asaritz e su come fosse arrivato in Italia dentro al ventre di un camion non me fregava più nulla. Sicuro era tutta roba inventata. Era tutto lontano e evaporava dentro ai miei ricordi. Solo quel riff jazz continuava a risuonare dentro alla testa con quel riverbero strano che sanno prendere le note quando tozzano sulle pareti del cranio. Vaffanculo mondo, a te e tutte le carognacce come te che camminano per le strade. Ci vediamo tra tre o quattro ore, il tempo che mi passa questo strano sapore che c’ho sui puntini della lingua, e se mi sveglio di buon umore, a quel gatto, che proprio non mi ricordo d’averlo mai preso, me lo tengo, tanto per dimostrare che sono meglio di tutte le porcate che mi succedono.

 A4

Durante il turno di notte Luciano Martinelli scriveva delle brevi poesie. Si trattava per lo più di poesie a sfondo pornografico che poi lasciava nei cassetti dell'ufficio per fare in modo che i colleghi le leggessero. Alcuni trovavano che fosse piuttosto bravo e avevano fatto delle fotocopie di quelle poesie spillandole insieme. Così, nel cassetto dell'ufficio ci stava un piccolo libricino, fotocopiato e spillato di poesie pornografiche di Luciano Martinelli. La poesia che aveva riscosso maggiore successo tra i colleghi era quella che parlava di una puttana ritirata perché oramai vecchia. Nella poesia la vecchia puttana si chiamava Mariuccia e allora tutti i colleghi dell’ufficio avevano preso a chiamare la moglie del capo Mariuccia. Luciano lavorava in un centro di teleallarmi. Lavorava da poco in quel posto e gli toccava di fare spesso il turno di notte, anche tre o quattro volte a settimana. Si portava sempre un panino ad olio con il prosciutto cotto e una sottiletta, e dentro al portafogli c'aveva sempre un pezzetto piccolo di fumo per farsi una cannetta durante il turno. Il lavoro di per sé non era difficile. Bisognava rispondere agli allarmi e accertarsi se fossero veri o falsi e in caso, avvisare telefonicamente il tecnico che si occupava di quella zona. Il turno di notte lo faceva da solo in ufficio e teneva gli occhi aperti sul blu catodico dei monitor. Erano da poco passate le tre che un malore interno congestionò le viscere di Luciano, che quasi lo fece cadere dalla sedia. Luciano si strinse le mani sulla pancia e quando lo spasmo terminò capì che doveva scappare subito al bagno prima che un altro spasmo lo raggiungesse. S'avviò semi piegato verso il bagnetto dell'ufficio e strada facendo cominciò a calarsi i pantaloni. Si sedette subito sulla tazza e non appena le gambe nude vennero a contatto con la ceramica e con la tavoletta di plastica Luciano ebbe un sussulto per il freddo. In quel posto si ghiacciava. Luciano si liberò l'intestino velocemente, poi allungò la mano verso il porta rotolo di carta igienica e venne così a conoscenza che non c'è ne era più. Si guardò attorno per valutare cosa potesse usare in sostituzione, ma nel bagno non c'era niente. Allora sempre con i pantaloni abbassati e camminando con un'andatura strana si diresse verso l'ufficio alla ricerca di qualcosa da poter utilizzare. La cintura dei pantaloni sbatteva per terra tintinnando rumorosamente e scandendo tutti i passi. Nell'ufficio non c'erano fazzoletti, o rotoli di carta assorbente. Ma vaffanculo, disse Luciano che cominciò a comprendere la gravità della situazione. Poi gli occhi balzarono sulla fotocopiatrice e allora gli venne l'idea. Luciano aprì il cassetto della fotocopiatrice e tirò fuori tutti i fogli A4 che ci stavano dentro e si recò di nuovo al bagno. Arrivato vicino alla tazza divaricò un poco le gambe e con un foglio A4 cominciò a pulirsi. Il foglio era liscio e spigoloso, per cui non puliva bene, anzi spalmava più che rimuovere e faceva male con gli angoli appuntiti. Quando ti pulisci il culo con un foglio A4 pensi che in fondo da qualche parte hai sbagliato e che il destino ti poteva riservare qualcosa di meglio. Per portare al termine l'operazione Luciano impiegò otto fogli A4 e nonostante l'uso improprio dei fogli, il risultato fu esaltante e l'aveva messo in condizione di andare avanti fino al termine del turno. Ritornato alla postazione davanti ai monitor, Luciano prese dal portafogli il pezzetto di fumo e iniziò a riscaldarlo per bene con l'accendino. Ridusse il tocchetto in polvere e lo girò dentro alla cartina. Sulla scrivania ci stava un giornale di annunci gratuiti. Luciano andò alla pagina degli annunci personali. Il numero di donne che si vendevano su quelle pagine era impressionante. Alcune indicavano le specialità, altre indicavano i propri gusti. Un annuncio in particolare attirò l'attenzione di Luciano, perché alla fine dell'annuncio c'era scritto zona Napoli nord, che era proprio la zona dove Luciano lavorava. Era l'unico annuncio che segnava la zona di lavoro. Luciano interpretò la cosa come un segno del fato e dal telefono aziendale compose il numero del cellulare riportato nell'annuncio. Il telefono squillò sei volte prima che qualcuno dall'altra parte rispondesse.

"Ma chi è?" fece una voce di donna irritata.

"Chiamo per l'annuncio" disse Luciano

Ci fu un istante di silenzio dall'altra parte.

"Ma sono le tre e venti del mattino, io non lavoro a quest'ora" e riagganciò il telefono.

Zoccola, disse Luciano a cornetta abbassata. Fece altri due tiri alla cannetta e si recò al computer per vedersi qualche sito pornografico. Nella lista dei siti visitati su quel computer ci stava una sfilza impressionante di siti pornografici visitati dai colleghi durante gli altri turni di notte. Gli piaceva immaginare chi era stato a collegarsi al sito delle tettone e chi invece a quello dei pompini con la nutella. Dopo alcuni istanti squillò il telefono del centralino. Luciano rispose come da procedura.

"Buonasera sono Luciano, come posso aiutarla".

Luciano odiava rispondere a quella maniera ma spesso i capi facevano delle prove.

"Senti sei tu che prima hai telefonato per quell'annuncio?" disse una voce di donna.

"S-i, ma come hai fatto?"

"Il numero dal quale mi hai telefonato mi è comparso sul display, senti ma sei ancora interessato?".

"Ma non avevi detto che non lavoravi a quest'ora?".

"Oramai mi hai svegliato e per almeno due ore non riuscirei a dormire. Poi con un piccolo sovrapprezzo si aggiusterà tutto, dimmi da me o da te?".

"Io sono a lavoro adesso".

"Che fai l'infermiere al policlinico? Io ci vengo spesso di notte da voi, chi ti ha dato il numero quelli dell'ortopedia?"

"No, non lavoro al policlinico, ma a Secondigliano, all’istituto di vigilanza".

"Sono vicina meglio così, dammi venti minuti e sono da te".

"Ok" disse Luciano.

Ricevere prostitute durante l'orario di lavoro era contro il regolamento e anche farsi le canne. Luciano guardò la risma di fogli A4 che aveva usato per pulirsi e dissi che in fondo si meritava di più. Rullò un'altra cannetta con quello che gli restava del fumo e fece un paio di tiri nervosi per togliersi l'ansia che si stava accumulando dentro allo stomaco. Andò in bagno per lavarsi un poco e rendersi più presentabile. Si lavò l'uccello sotto al lavandino, con il sapone liquido rosa per le mani e con le dita arrivò fino a dove i fogli A4 non avevano potuto. Ritornò nell'ufficio che grondava acqua e si asciugò con il giubbotto che avrebbe indossato per andarsene. Una grossa macchia di umido si andò spandendo sopra al giubbino re Luciano lo avvicinò alla stufa per asciugarlo. Fuori dall’ufficio le sirene delle autoambulanze fendevano la coltre di silenzio della notte. Poi suonò il citofono. Luciano andò ad aprire.

“Sei tu, Luciano?”

“Si”.

“Sono io, apri”.

La ragazza non era brutta, forse aveva le caviglie grosse, ma non si poteva dire male. Aveva una finta pelliccia bianca smanicata. Il trucco che aveva sugli occhi era quello che le era restato dalla notte precedente e in alcuni punti il rimmel si confondeva con il nero delle occhiaie.

“Senti” disse la ragazza con l’alito di gomma vigorsol per coprire quello delle sigarette, “facciamo presto, ti faccio un bucchino e se ti resta voglia chiaviamo sul pavimento che sulle scrivanie non ci sta spazio. Tutto fa cinquanta.”

Luciano tirò fuori dal portafogli una banconota da cinquanta.

“Però prima devo andare in bagno”.

“Aspetta” disse Luciano, allungandole i fogli A4, “la carta igienica è finita”.

“Ho i fazzoletti di carta”.

La ragazza si chiuse a chiave nel bagno e Luciano un poco sorrise. Si stese su una sedia con le ruote sotto e con lo schienale che si girava. Allungò un poco le gambe per distendere i muscoli. La ragazza uscì dal bagno, si avvicinò a Luciano, lo tirò da fuori e se lo mise in bocca. Luciano accese una sigaretta dal pacchetto e tirò una boccata forte. Il fumo gli riempì i polmoni e fece un violento colpo di tosse. La ragazza si staccò e gli chiese se andava tutto bene. Luciano le poggiò una mano sulla nuca e quella riprese il lavoro.

La casa di Via Nazionale

 

Nella casa di Via Nazionale eravamo rimasti soltanto io e zia Giulia. Era una costruzione vecchia e dentro le mura ci abitava una colonia di scarafaggi. Avevamo fatto dei piccoli buchi con un trapano per spruzzarci dentro alle intercapedini del veleno insetticida. Lo facevamo tappandoci la bocca con un fazzoletto. Ne avevamo spruzzato intere bombolette ma gli scarafaggi continuavano a stare là dentro. Entravano in casa dalla finestra, dal lavandino e dai buchi del soffitto. Neanche osavamo immaginare quanti ce ne potessero essere dentro a quell'interstizio angusto e umido, accalcati gli uni sugli altri con le loro corazze nere e lucide. Noi eravamo più grossi di loro, ma loro erano più numerosi. Mentre toglieva le camicie e i calzini di zio Alfredo dai cassetti, zia Giulia piangeva. L’avevo vista piangere così tanto nelle ultime settimane che mi era diventato normale.

Diceva che il dolore che sentiva era grande quanto lo schifo degli scarafaggi. Zio Alfredo era morto di cancro due settimane prima e per tutto il tempo della malattia se ne stava steso sul letto a guardare la televisione. I programmi del mattino sicuramente avevano favorito l'espansione del cancro, specie quelli che prevedevano le telefonate degli spettatori da casa. Teneva sempre la televisione ad un volume altissimo e perdeva continuamente il telecomando tra le coperte. Allora urlava strizzando i polmoni come due spugnette fradice e a noi toccava ritrovarlo. Nonostante io e zia Giulia sapessimo che zio Alfredo sarebbe morto, non eravamo preparati quando successe. La malattia lo avevo consumato e zio Alfredo era diventato quaranta chili, uno scheletro ipnotizzato dai programmi televisivi, un Cristo che aveva lasciato la croce da qualche parte. Poi una mattina alle cinque morì quasi senza accorgersene. In effetti anche noi non ce ne accorgemmo subito, ma solo verso le otto, quando non sentivamo ancora il volume della televisione deflagrare nella quiete della casa. Zio Alfredo si era irrigidito e il lenzuolo era pieno di feci e di urina. Pulimmo il corpo con del cotone imbevuto di alcol. C'era una frenesia ingiustificata nei nostri movimenti. Zia Giulia si occupò delle parti intime. A me invece venne destinato il volto, il petto e le braccia. Niente fluidità, solo movimenti isterici e stroboscopici. Il mio cotone idrofilo scorreva liscio sulla superficie rigida del corpo. Sembrava fatto di legno nodoso, come la cassettiera che stava nell'ingresso della casa di via Nazionale. Poi venne il medico dell’ospedale e ci disse che erano passate almeno quattro ore dal decesso per trovarsi in quello stato di rigidità. Lo seguirono quelli delle pompe funebri che lo inscatolarono per bene dentro alla cassa. Un uomo di legno in una cassa di legno.

Decidemmo di affittare una stanza per trarne profitto. La stanza era destinata agli ospiti ed aveva delle grosse chiazze di umidità sotto al soffitto. Qualche anno prima a causa di quelle macchie era scaturita una discussione con la famiglia che abitava sopra di noi. I soldi della pensione non erano abbastanza e lo stato di povertà nel quale stavamo precipitando era angosciante. Zia Giulia aveva preso a fumare dopo trent'anni di astinenza. La costanza e la disciplina con la quale si applicava lasciavano intuire che avesse voglia di recuperare il tempo passato. Passò velocemente da zero a trenta sigarette al giorno e la nicotina aveva effetti eccitanti sul suo metabolismo. Ne fumava anche due consecutive quando si accorgeva di stare indietro sulla tabella di marcia. Nonostante la mancanza di soldi, zia Giulia non aveva intenzione di rinunciare ai pacchetti di sigarette, mi diceva sempre che adesso mi toccava di trovarmi un lavoro e che le cose non andavano mica bene a quella maniera. Fu allora che decisi che avremmo affittato la stanza che ci avanzava. Pubblicai un annuncio su Fieracittà e in molti chiamarono, più di quanti avessimo previsto. Stavamo vicino al telefono tutti e due e aspettavamo che suonasse. Zia Giulia rispondeva a telefono e dalle poche parole che scaturivano nella conversazione tracciava un profilo psicologico del possibile inquilino. Appuntavamo tutto su un foglio di quaderno a quadretti. Avevo disegnato una tabella con tre colonne, nella prima colonna ci stava il nome, nella seconda il numero di telefono e nella terza l’esito della perizia psico-attitudinale tenuta da zia Giulia. In breve ci trovammo una lista con gli esiti: psicolabile, possibile serial killer, omosessuale conclamato, zoccola, vegetariana, accento sconosciuto, e balbuziente. Bene disse zia Giulia accendendosi una sigaretta, possiamo cominciare. I primi eliminati furono quelli con profilo psicolabile o possibile serial killer. Poi eliminammo il balbuziente perché non avevamo intenzione di metterci in casa uno che per dire una cosa qualunque impiegasse più di tre secondi. La nostra pazienza era un bene prezioso, e anche la vegetariana venne eliminata perché altrimenti ci avrebbe riempito il frigorifero di bistecche di soia e inoltre zia Giulia era sicura di aver sentito al telegiornale che, ad un certo momento i vegetariani si suicidano in gruppo, per raggiungere un'astronave che in un determinato momento lambisce l'atmosfera per portarli sul pianeta Vega. Era una tesi interessante quella di zia Giulia. Ne parlava con un’acredine ingiustificata mentre la sigaretta le pendeva dalla bocca. Ogni tanto io le dicevo di smetterla con le sigarette e lei mi faceva cenno di tacere con la mano, come si scacciano le mosche. Restarono la zoccola e l'omosessuale conclamato in ballottaggio. Io tifavo per la zoccola e zia Giulia per l'omosessuale. Naturalmente Zia Giulia esercitò il diritto di proprietà di cui disponeva e scelse Maurizio, l’omosessuale conclamato secondo il suo istinto. Fissammo l’appuntamento con Maurizio il mattino seguente e gli mentimmo, dicendo che prima di lui ci stavano altre due persone che avevano intenzione di affittare la stanza. Lo facemmo per avere una scusa pronta per poterlo cacciare via qualora non ci avesse convinto. La strategia fu decisa da zia Giulia la sera prima mentre tostava il pane raffermo per renderlo commestibile. Diceva che adesso che eravamo rimasti soli dovevamo guardarci le spalle e che dovevamo giocare di squadra, e in un modo o nell’altro dovevamo stanare la colonia di scarafaggi che viveva dentro alle pareti. Zia Giulia diceva di sentirsi osservata da migliaia di occhi e che nel silenzio della stanza sentiva il fruscio delle antenne che sbattevano sul battiscopa. Parte della guerra contro gli scarafaggi veniva combattuta dentro alla testa di zia Giulia, probabilmente di scarafaggi ce ne stavano più là dentro che nelle nostre pareti. La morte di zio Alfredo aveva corroso la nostra umanità e ne uscivamo impoveriti, come se non fosse stato seppellito zio Alfredo ma una porzione della nostra anima. In generale si poteva dire che eravamo diventati più cattivi. Maurizio venne a stare da noi la settimana successiva trasferendosi con i pochi vestiti che possedeva. Non era omosessuale anche se zia Giulia lo sostenne per tutto il tempo della sua permanenza. Maurizio passava il giorno facendo dei filmini con una telecamera giapponese. Aveva persino intervistato zia Giulia una sera. Aveva appoggiato la telecamera giapponese sul frigorifero e fissato l’inquadratura su zia Giulia. Cominciò facendole delle domande sulla sua età e sul posto in cui viveva. All’inizio zia Giulia parlava poco, si limitava a rispondere in maniera precisa alla domanda che le veniva posta, poi le parole cominciarono a scorrerle veloci attraverso alla gola e si riversavano nella pellicola dentro alla telecamera di Maurizio. Durante l’intervista zia Giulia accese sette sigarette portandosi al primo posto nella classifica dei tabagisti intervistati da Maurizio. La sera Maurizio lasciava che io vedessi i filmini in camera sua. La telecamera funzionava anche da videoregistratore e collegata al televisore trasmetteva le immagini riprese da Maurizio. Si trattava per lo più di interviste come quelle di zia Giulia, oppure appoggiava la telecamera sulla panchina in un parco oppure in una piazza e lasciava che riprendesse tutto. Poi mi indicava una donna che passava e diceva, immagina a cosa sta pensando questa donna, che forse ha fatto tardi a lavoro, che forse è stufa del suo lavoro, oppure che è incinta e non l’ha ancora detto a sua madre.

"Perché secondo te non l’ha ancora detto alla madre?" gli chiedevo.

"Immagina le infinite possibilità" mi diceva lui, "un’unica infinita storia con migliaia di microstorie all’interno".

 

Con i soldi che Maurizio ci dava compravamo giusto le sigarette e facevamo la spesa al supermercato discount insieme ai rumeni e gli algerini emigrati che abitavano a via Nazionale. Ogni volta che questi poveracci arrivavano alla cassa per pagare, facevano sempre mille domande alle cassiere esprimendosi in una lunga incomprensibile.

“Dove fuoco suchero io?” chiedeva uno.

“Cosa?” rispondeva la commessa.

“Suchero” continuava il tale.

“Sughero ?” allora diceva la commessa, e il poveraccio faceva di si con la testa. La commessa ritornava dopo alcuni secondi con un pezzo di sughero mentre l’algerino voleva solo dello zucchero.

“Suchero?” e guardava incredulo la commessa.

“E che cazzo” urlava zia Giulia dal fondo della fila accendendo una sigaretta. Una volta per fare un dispetto ad una algerina prese una scatoletta di tonno dal suo carrello, l’aprì e se la mangiò seduta stante con le mani.

“Credono di essere arrivati in Svizzera questi. La prossima volta ne stordiamo uno e lo diamo in pasto alle bestie che c’abbiamo dentro ai muri, che dici, lo facciamo ?” e mi dava di gomito. Io le sorridevo, e l’accontentavo, perché eravamo rimasti da soli e da soli ci dovevamo accontentare.

 

Un pomeriggio che Maurizio era uscito senza la sua telecamera giapponese entrai nella sua stanza e misi dei nastri a caso. C’è ne stava uno dove si era ripreso mentre si faceva una sega e veniva sul divano di casa nostra. Zia Giulia possedeva quel divano de vent’anni ed ero sicuro che mai nessuno fino ad allora si era ripreso mentre si faceva una sega a quella maniera. Non dissi niente a zia Giulia, altrimenti avrebbe elaborato un piano per stordirlo nella notte e darlo da mangiare agli scarafaggi che stavano nelle nostre pareti. Maurizio se ne andò un martedì mattina, con la sua telecamera giapponese e le poche cose con le quali era venuto dicendoci che sarebbe ritornato la settimana seguente. Non tornò mai più e ci inculò anche due settimane di affitto.

“Lo sapevo che era frocio” disse zia Giulia quando la settimana seguente non lo vide tornare.

L’inquilino che successe a Maurizio venne definito da zia Giulia “Pisolo” come il nano sempre addormentato della fiaba di Biancaneve. Pisolo si chiamava Stefano ed era un eroinomane. Mentre diceva una cosa si addormentava e restava in quella posizione per venti o trenta minuti. Lo arrestarono in compagnia di gente equivoca e non avemmo più sue notizie.

“Quel ragazzo mi piaceva” disse zia Giulia, “mi piace la gente silenziosa”.

Nel frattempo la guerra personale di zia Giulia contro gli scarafaggi si inaspriva, toccando punte di follia eccezionali. Una sera mi chiamò per mostrarmi un progetto che aveva disegnato su un pezzo di carta. Il progetto prevedeva l’abbattimento di tutte le pareti della casa e di una pulizia con una fiamma ossidrica. La parte della ricostruzione delle mura prevedeva una stanza in più per aumentare i nostri guadagni.

 

“Non abbiamo i soldi neanche per telefonare ai muratori” le dissi, “siamo poveri”.

“Hai ragione, mi toccherà di ammazzarli uno ad uno” disse spegnendo rabbiosamente la sigaretta nella ceneriera.

Venne a stare da noi una ragazza che studiava oboe al conservatorio. Una sera trovai zia Giulia che stava provando ad ucciderla con il telecomando della televisione. Colpiva ripetutamente la ragazza sulla testa che terrorizzata stava inginocchiata in un angolo a piangere.

“Io la uccido insieme a quella sua tromba malefica!” diceva zia Giulia.

Poi affittò la stanza un polacco che si chiamava Mizka ma che zia Giulia chiamava Marco. Il polacco parlava l’italiano uno schifo però era educato e servizievole nei confronti di zia Giulia e si prestava nelle piccole riparazioni domestiche, che la mia scarsa capacità manuale mi impediva di portare a termine. Ogni volta che Mizka stava per casa stringeva tra le mani un giravite, un trapano, un martello un oggetto qualunque capace di modificare l’ambiente esterno. Io e zia Giulia lo guardavamo lavorare seduti sulle sedie di legno della cucina. Zia Giulia mi offriva sempre le sigarette, che io rifiutavo e si rammaricava del fatto che il polacco non fumasse.

“Ci vorrebbe un uomo così per tua cugina Lucia, non come quell’incapace del marito. Ma ti ricordi che al funerale di zio Alfredo, si era messo sotto alla bara e quasi si piegava. Quell’incapace per poco non faceva cadere la bara con tuo zio dentro. Ma lo sai quanto ci è costata la bara ?”

Mizka la sera ci raccontava di come viveva in Polonia. Avevano un bagno in comune per ogni piano del palazzo e al posto della porta una tendina.

“Io da ragazzina, mi pulivo con una pezza” diceva zia Giulia, “e la stessa pezza la usavamo io e tutti i miei fratelli” diceva al polacco e tirava forte dalla sigaretta.

Allora il polacco diceva che loro per la fame si mangiavano i gatti e che per un decennio in Polonia non si trovava un solo gatto. Zia Giulia ribadiva che lei e la sua famiglia mangiavano i piccioni che catturavano con una rete a maglie strette, che loro stessi costruivano con dei pezzetti di spago che trovavano per strada. Il polacco non ci stava a perdere la guerra di chi era più povero e allora diceva che la moglie era costretta a prostituirsi nel condominio per racimolare dei soldi. Zia Giulia ribadì che nell’inverno del ’41 era stata una settimana intera senza mangiare e la prima cosa che riuscì a mangiare fu un’aspirina rubata in casa di una vicina. Allora il polacco disse che una volta si erano mangiati l’orecchio di un prete che il prete stesso si era fatto amputare per offrirlo alla sua comunità parrocchiale. Con la storia dell’orecchio, vera o falsa che fosse, il polacco aveva bruciato zia Giulia.

“Vaffanculo” disse zia Giulia “a te e tutta la Polonia. Siete più poveri di noi e con questo!”

Una mattina, un’onda sonora fece tremare le pareti della casa di via nazionale. Le antenne di tutti gli scarafaggi dovettero oscillare. Un boato si espanse concentricamente partendo da un punto preciso. Saltammo tutti dai nostri letti, io, zia Giulia e il polacco. Zia Giulia mi prese a sé e mi strinse forte. Sentivo il cuore saltarle fuori dalla cassa toracica. Il polacco fece cenno con la mano di restare in casa che sarebbe andato lui a controllare. Intanto nel condominio, tutti si affacciarono dalle finestre e dei balconi e calcinacci cadevano ovunque producendo nuvolette di terreno. Il polacco tornò in casa dopo un paio di minuti ma noi avevamo già appreso la notizia dai nostri vicini di casa. Una bomba della seconda guerra mondiale era esplosa in una strada adiacente alla nostra. Stava là, sepolta da sessant’anni, sotto ad un cortile all’interno di un palazzo. Si parlava di un intero palazzo crollato e di almeno cento morti. La mattina successiva i vigili del fuoco dichiararono inagibile tutto il nostro condominio e noi venimmo evacuati. Ci trovammo di colpo per strada io, zia Giulia e il polacco. L’ingresso del condominio era stato sigillato ed era impossibile entrarci. Avevamo delle buste con le cose necessarie, ma in realtà quello di cui avevamo bisogno era un posto dove stare. Il polacco non ci abbandonò. Attraverso delle sue amicizie, fece in modo che tutti e tre venissimo ospitati fuori Napoli, nella periferia nord, in una casa per quanto possibile peggio della nostra, ma priva del timore che ci potesse cadere in testa. Stavamo con una coppia di Ucraini, un uomo e una donna che parlavano con Mizka in russo. Mizka si occupava di tradurre ed era quello che faceva da mediatore. Zia Giulia stava sempre affacciata ad una finestra che dava su un parco con gli alberi secchi e le panchine arrugginite. Fumava più freneticamente di quando stavamo alla casa di Via Nazionale, sembrava che le succhiasse le sigarette. Delle volte le aspirava così profondamente che il filtro arancione diventava bollente tra le dita e doveva abbandonarla in una ceneriera fino a che si raffreddasse. Girava lungo il perimetro della casa e poggiava l'orecchio sulle pareti per sentire se dentro alle pareti ci stavano gli scarafaggi, allora Mizka la prendeva sotto braccio e la metteva a sedere su una sedia con una gamba più corta dentro alla cucina. Zia Giulia si dondolava approfittando del dislivello della gambe e ci snervava tutti quanti. Gli ucraini da parte loro non dicevano niente, però quando parlavano tra loro, maledicevano zia Giulia e Mizka che ci aveva portati là. Al comune ci dissero che avrebbero presto cominciato i lavori per ristrutturare l'edificio di via Nazionale. Insieme a noi furono messe in strada altre ventisei famiglie. La mattina passavo sotto casa per vedere se i lavori erano cominciati e incontravo sempre le stesse persone per le identiche ragioni. Arrivavo in via Nazionale con il tram 4. Una scatola di metallo incastrata tra due fili sottili. Il movimento del tram sopra le rotaie mi provocava sonnolenza e quando riuscivo a trovare un posto libero, mi ritrovavo addormentato con la bocca aperta ed un filo di saliva che mi pendeva dalle labbra. Arrivavo al palazzo barcollando, affetto da una stanchezza come se il tram lo avessi spinto io. Ci stavano delle grosse crepe lungo la facciata principale dell'edificio, tuttavia non pensavo che sarebbe crollato. Poi andavo sempre a vedere il posto dove era esplosa la bomba. Non era distante da casa nostra, giusto un isolato più a nord. Ci stava un grosso buco al centro di un gruppo di macerie e le pietre, e tutto quello che era stato distrutto durante l'esplosione riportava dei segni di bruciatura sulla superficie. Non ci voleva niente ad immaginarsi l'enorme calore scaturito dall'esplosione. Tutto quello che poteva essere rubato dalle macerie era stato rubato da sciacalli e poliziotti, quello che restava erano solo macerie, pietre e travi di legno. Mi veniva sempre da sputare quando stavo vicino al posto dell'esplosione perchè l'aria era pregna di terriccio. Ritornavo a casa dagli ucraini e tutti si aspettavano buone notizie, una data entro la quale saremmo sloggiati.

"A quest'ora gli scarafaggi si saranno mangiati tutta la casa" diceva zia Giulia, "quegli schifosi".

Ci restammo in quel posto per due mesi e mezzo, poi zia Giulia cominciò a tossire. La portammo all’ospedale io e il polacco e i medici dissero che volevano tenerla, perché da una radiografia ci stava una cosa in petto che volevano studiare con più calma. Zia Giulia è rimasta internata nell’ospedale per otto mesi prima di morire. Io rientrai nella casa di via Nazionale alcuni mesi dopo, in seguito alla ristrutturazione fatta dal comune. Il polacco è tornato da sua moglie, che non sapeva se si prostituiva ancora in una regione nord della Polonia e ogni tanto mi arriva una sua lettera. Dice che le cose vanno meglio e che ogni tanto si vedono pure dei gatti in giro per il suo quartiere.

 Messaggi

"Risponde la segreteria telefonica dello studio commerciale Tani&Motte lasciate un messaggio dopo il segnale acustico."

"Sono io. Mi sono tagliato le sopracciglia con il rasoio elettrico. Ritengo che siano uno strumento obsoleto. Risalgono ad un tempo nel quale l’uomo doveva coprirsi con la propria peluria. Adesso ho vergogna a salire sull'autobus, quando le porte si aprono tutti mi guardano. Cristo, è insopportabile. Da tre giorni vado al lavoro a piedi. La pelle sotto i piedi si è increspata in alcuni punti e si sono formate delle vesciche dolorose. E' colpa delle scarpe che sono poco adatte per percorrere lunghi tratti a piedi."

"Risponde la segreteria telefonica dell’amministrazione di condomini Pontreni, i nostri studi rispettano il seguente orario lunedì venerdi 8 17, dopo il beep lasciate un messaggio."

"Sono ancora io. Spero che abbiate riavvolto il nastro della segreteria. La notte scorsa non ho potuto terminare la storia che vi stavo raccontando. Dicevo, mi sono avvicinato a Lucia e le ho chiesto se dopo il lavoro potevamo vederci, anche non subito, magari nei giorni seguenti. Lei mi ha detto che non era una buona idea, che era meglio se ci fossimo visti soltanto in ufficio, tra le scrivanie e le piante finte. Ho avuto un attacco di ira, uno dei soliti. Sono scappato nel bagno e ho preso a pugni la cassetta del pronto soccorso. L’anta di alluminio si è curvata in molti punti, le nocche della mano destra hanno preso a sanguinare. Ironia della sorte, volevo prendere delle garze dalla cassetta del pronto soccorso ma la porta si era incastrata. Ho srotolato un rotolo di carta igienica e l’ho avvolto attorno al mio pugno. Non appena sono arrivato a casa mi sono rasato le sopracciglia, ma questa cosa l’ho raccontata allo studio Tani&Motte. Se al limite vi interessa sapere come è andata potete contattarli. Mi sembrano delle persone a posto. Un ultima cosa, perché nel messaggio dite “i nostri uffici”? Ne avete anche un altro? Se è così dove posso trovare il numero della segreteria telefonica?”

“Risponde la segreteria telefonica del comando dei vigili urbani di Napoli 4. Per emergenze contattare il 112 altrimenti lasciate un messaggio.”

“In effetti è un’emergenza questa. Ma non nel senso che intendete voi. Non sono in pericolo, nessuno è in pericolo, soltanto che oggi è successa una cosa che vi devo raccontare. Sono andato al cimitero, da mia madre. Le hanno destinato una tomba all’interno di una palazzina di cemento. Ce ne saranno almeno trecento di morti dentro a quella palazzina. Impilati. Catalogati. Numerati. Fuori ogni corridoio ci stanno i numeri. Mia madre ha il loculo B7741. Le ho portato dei fiori anche se sono perfettamente cosciente che non può vederli, che non può gradire il mio regalo. Tra l’altro neanche da viva le piacevano i fiori. Mi ostino a portarglieli perché non so cosa altro portarle. Cosa si regala ad un morto, dei cioccolatini? Una coperta elettrica? Avevo pensato anche a delle candele, ma il regolamento del cimitero lo vieta. Ci sono delle lampadine elettriche su ogni tomba che sono sempre accese. Il fatto è che il loculo accanto a quello di mia madre è stato sempre vuoto, da quando lei è stata seppellita. Ieri, invece, ci stava una ragazza che piangeva. Dentro al buco di cemento ci avevano infilato il padre. Si vede subito quando è poco che uno è stato seppellito. Il pianto di chi sta fuori la tomba è singhiozzante, poi diventa silenzioso misto a preghiere sussurrate in silenzio, poi lacrime calde sulle guance. Infine la gente viene per parlare, pur sapendo che nessuno le ascolta. La ragazza era nella fase singhiozzante e più volte ho temuto che svenisse. Delle volte capita. Il corpo è uno strumento fragile di cui non disponiamo del totale controllo. E’ tutta la sera che penso a quella ragazza. Domani ritornerò al cimitero, anche se non è mia abitudine andarci due giorni di seguito per via di”

“Risponde la segreteria telefonica del comando dei vigili urbani di Napoli 4. Per emergenze contattare il 112 altrimenti lasciate un messaggio.”

“Sono sempre io, è finito il tempo che avevo a disposizione. Dicevo, non vado mai al cimitero due giorni di seguito perché ho sviluppato una allergia ai fiori di questo periodo. Ma domani, sono sicuro che incontrerò la ragazza nuovamente. Quelli nuovi per la prima settimana ci vanno tutti i giorni al cimitero. Il distacco è una cosa difficile per tutti.”

“Risponde la segreteria dello studio dentistico del dottor Guerrieri, lasciate un messaggio e sarete richiamati al più presto.”

“Buonanotte dottore. Lo so che lei non può ascoltarmi, perché dorme adesso. Per questo la chiamo a quest’ora. Oggi ha messo dei gerani fuori al balcone dello studio. Non abbia timore di me dottore, non la pedino né registro i suoi movimenti. Passo tutti i giorni fuori dal suo studio e adesso che non prendo più l’autobus per recarmi a lavoro ho maniera di cogliere più dettagli. Ma lei non si sente mai solo? Non è mai stato preso da un crampo alla pancia proprio mentre sta infilando un trapano nella bocca di un paziente. Io penso spesso a lei e a quanto deve essere complicato il suo lavoro. Sa dottore, il mio lavoro è cosa di niente, per lo più si tratta di mettere a posto dei documenti e di archiviarli secondo criteri alfabetici e di genere, non ci vuole una gran mente per fare quello che faccio io. Mi sono sempre chiesto come fate voi dentisti ad esercitarvi per avere la mano ferma e precisa durante gli interventi. Io ho un tremore che mi scuote la mano dall’età di dodici anni. E’ di origine nervosa, qualcosa di direttamente collegato al mio cervello. Quando sono spaventato si accentua per raggiungere lo stato di massima quiete nei momenti di rilassamento. Era solo per dirle che io l’ammiro per il suo lavoro. Il prossimo mese, quando percepirò il nuovo stipendio verrò da lei a farmi estirpare un dente, ma ancora devo scegliere quale, così finalmente ci conosceremo di persona.”

“Risponde la segreteria telefonica di Ivana. Se sei quello che chiama di notte, ti prego di non farlo più. Ho contattato la polizia e mi hanno detto che metteranno il telefono sotto controllo.”

“Mi dispiace di averti spaventata Ivana. Non era mia intenzione. Questa è l’ultima volta che ti chiamo. Comunque fare intercettare una conversazione telefonica è una cosa complessa. C’è bisogno di un permesso della questura che solitamente è difficile avere. In Italia c’è una legge sulla privacy che mi protegge. Buonanotte”.

“Risponde la segreteria telefonica di Marcella, se ascoltate questo messaggio vuol dire che non sono in casa. Se ne avete voglia lasciate un messaggio, poi vi richiamo quando sono libera.”

“Ciao Marcella. E’ la prima volta che ci sentiamo. Ti riassumo quale è lo stato dei fatti senza andare troppo per le lunghe. Dal beep della tua segreteria evinco che probabilmente si tratta di una Sony gm42 oppure una Toshiba STH. Se ho ragione a questo punto mi restano circa due minuti e mezzo. In generale si può dire che sono una persona sola. Per parlare mi sono fatto anche uno di quei cosi su internet. Confessare delle cose agli sconosciuti fa bene, è terapeutico. Le parole non vengono filtrate dalle relazioni create dai corpi. Corpi-barriere facce-cancelli. Ignoro la ragione di questo mio comportamento, non sono un medico. Non mi definisco neanche un malato. Ho solo un carattere particolare. Per esempio io nella vita non potrei mai fare il presentatore televisivo. Parlare a tutta quella gente contemporaneamente è una cosa che dovrebbero concedere solo a Dio. Adesso sono le quattro e venti. Sul display del videoregistratore ci sono delle cifre rosse che si riflettono sulla parete. Buonanotte Marcella, grazie di avermi ascoltato”.

“Risponde la segreteria telefonica di Fieracittà, il giornale di annunci gratuiti di Napoli. Lasciate il messaggio, seguito dalla categoria, dopo il segnale acustico e verrà pubblicato nella prossima edizione settimanale”.

“Ciao sono Ivana. Non sono una mercenaria ho solo voglia di essere scopata. Chiamami a tutte le ore. Categoria annunci personali.”

 Viola 1.0

14 Giugno 2034

Anche oggi pioggia di polvere viola sulla tutta la periferia. Fino a Portici è caduta. Se per strada ci fossero ancora i gatti pure loro sarebbero viola. Nel cielo si susseguono esplosioni colorate, una specie di luce malata che brucia gli occhi, ha avvolto l’angolo di cielo che si vede dalla mia stanza per tutta la giornata. Mi brucia la gola e ho sempre sonno.

16 Giugno 2034

Ieri hanno sparato su un gommone. Navigava in cerchio, attorno alla piattaforma militare ancorata nel golfo da quattro mesi. I militari hanno aperto il fuoco e sotto le telecamere li hanno fatti fuori. Stamattina le immagini erano su tutti i telegiornali. Quelli del governo hanno detto che il gommone aveva attraversato una zona militare e che c’erano delle boe galleggianti a delimitarla. Sapevano a che cosa sarebbero andati incontro avvicinandosi. Dopo la contaminazione la gente è scappata come ha potuto. Tutti si sono diretti verso il nord del paese passando giorni interi sulle autostrade a causa dei numerosi incidenti che le hanno paralizzate. Per arrivare a Roma ci volevano tre giorni. Al raccordo anulare chiusero tutte le entrate verso la città, dissero che eravamo troppi, che presto non ci sarebbe più stata acqua per tutti. Tutti quelli che scappavano avevano il contorno degli occhi viola. Il mio vicino di casa in una settimana ha perso tutti i denti, i cani per strada hanno perso i peli. Li vedi sbandare, incerti, in piccoli gruppi, con la lingua viola, con la pelle macchiata viola, coi i cuscinetti delle zampe viola. Bevono l’acqua dalle pozzanghere e dalle perdite delle condutture. E’ tutto avvelenato. Noi non andiamo da nessuna parte. Siamo io e zio Renato. Zio Renato è inchiodato su una sedia a rotelle da vent’anni ed è troppo vecchio per qualsiasi cosa. Nel nostro condominio sono scappati tutti, chi da parenti al nord, chi invece sta solo vivendo in macchina nel parcheggio di un autogrill attorno Bologna oppure a Vicenza. In molti passano la frontiera. Anche in Svizzera non ci fanno più fermare, andiamo bene solo se siamo di passaggio. Anche loro dicono che ne siamo troppi.

19 Giugno 2034

Il nostro condominio è stato costruito negli anni sessanta ed è di cemento armato. Zio Renato dice che resisterà. Dice invece che dobbiamo vestirci pesante anche se fa caldo, bisogna restare coperti e stare meno possibile a contatto con l’aria. Dobbiamo respirare poco, giusto il necessario e mangiare roba in scatola prodotta in Cina, Taiwan, Australia e Africa, lontano dal nostro veleno. Anche se non ci illudiamo di andare avanti per molto. Mi metto il cappotto. Sotto ho due maglie spesse, gli stivali alti e un berretto di lana calato fino al mento al quale ho fatto due buchi piccoli per gli occhi. Mi aggiro tra gli appartamenti disabitati del palazzo. Alcuni hanno la porta aperta, dato che i proprietari non si sono presi la briga di chiuderla, in altri invece sono costretto ad entrarci dalle finestre sfondando i vetri. Nelle mani ho dei sacchetti di plastica nei quali ci metto quello che trovo. Sono alla ricerca di cibo per lo più, ma prendo anche altre cose, come film e dischi. I film sono la cosa che preferisco di questo periodo. Tutte le televisioni sono impegnate a dare notizie sui test e sui valori contaminazione dell’aria e dell’acqua. Anche il sottosuolo comincia a marcire. Quelli del governo continuano a dire che i valori sono nella norma e che presto ritornerà tutto normale. Per strada, lungo le pareti ci sono corpi di topi morti con le zampe all’aria. I cani perdono i peli ma questo l’ho già detto.

24 Giugno 2034, giorno di San Giovanni Battista

In questo periodo ho scoperto cose sulla vita dei miei vicini che non avrei mai immaginato. Ho scoperto per esempio che la signora con i capelli corti del terzo piano aveva il cancro. Sul calendario in cucina ci stavano scritti i giorni in cui doveva fare la chemioterapia. E’ un calendario con un largo spazio vicino alla data in maniera tale da poterci scrivere comodamente degli appunti. La signora annotava dopo ogni seduta di chemioterapia, la reazione del suo corpo. Martedì 7 Maggio, dopo la prima seduta ho vomitato nel corridoio dell’ospedale. Mi hanno detto che è normale. Giovedì 9 Maggio, ho l’impressione di perdere momentaneamente l’udito dall’orecchio sinistro, ma non ho nessuna maniera per accertarmene, devo ricordarmi di raccontarlo al dottore. Venerdì 10 Maggio, seconda seduta. Mentre avevo il lavaggio nel braccio ho vomitato. Mi hanno detto che è una reazione normale. Domenica 12 Maggio, mentre mi facevo la doccia mi sono caduti i capelli. Ho messo il cappello per la vergogna. Lunedì 13 Maggio, sul cuscino questa mattina ci ho lasciato le sopracciglia. Martedì 14 Maggio, terza seduta. I medici hanno detto che non devo perdere il buonumore, dicono che è fondamentale per l’esito della terapia. Al ritorno dall’ospedale sono andata in bagno e nelle mutande ci stavano i peli della mia vagina. Non bisogna perdere il buonumore. Ho staccato il calendario dal frigorifero e l’ho portato nella mia stanza. Mi sono detto che se dovessi resistere alle radiazioni, avrei tenuto questo ricordo di quando l’umanità stava bene.

27 Giugno 2034

Zio Renato resta tutto il giorno in casa. Sta sulla sedia a rotelle e non si preoccupa neanche più di mettere l’olio nelle ruote che cigolano. Quando vuole venire nella mia camera lo sento avvicinarsi due minuti prima. Puzza come una fogna. Sono mesi che non ci laviamo più perché l’acqua è contaminata, ma lui puzza in maniera incredibile. Cerco sempre di stare il più lontano possibile da lui per via del suo fiato.

“Sei andato da quelli del sesto piano? Quelli lavoravano marito e mogli al tribunale, sai quanta roba ci trovi in casa di quelli”.

“Ricordati di passare da quelli del secondo piano, il marito era un dentista”.

Zio Renato pianifica le mie uscite. Ha una mappa mentale, ricavata dai lavori degli abitanti del condominio ed in base a quella mi dice di andare in un posto piuttosto che in un altro.

28 Giugno 2034

Oggi senza dire niente a zio Renato sono andato in strada. E’ incredibile che non ci sia più nessuno, che le macchine siano tutte sparite, le persone inghiottite dal vuoto. I riflessi viola del cielo si proiettano nello specchio d’acqua piovana stagnante sull’asfalto. E’ tutto viola. Sono passato nella strada dove ci sta la scuola media. L’edificio è ancora intero, fatta eccezione per le finestre fracassate e le porte divelte, scardinate a calci, da chi cercava di entrarci o uscirci troppo in fretta. Sono entrato ed ho attraversato il corridoio fino alla palestra. Molte persone dovevano essersi stabilite in quel posto. Ci stavano coperte per terra e fornelli a gas per cucinare. Tutto intorno scatolette vuote di carne. Sono salito fino alla mia classe e sulla lavagna ci stavano scritti i compiti per casa che l’insegnante ci aveva lasciato durante l’ultimo giorno. Poi mi sono piegato e ho vomitato a causa di forti campi alla pancia. Sono scappato a casa evitando le pozzanghere come dice sempre zio Renato.

01 Luglio 2034

Io e zio Renato non ci parliamo molto, lui se ne sta affacciato dietro ai vetri della finestra. Non ho capito che cosa aspetta.

03 Luglio 2034

Da dodici giorni ho una macchia scura sulla gamba destra. Ha la forma di una banana ma con la base più gonfia. Negli ultimi tre giorni sembra che sia cresciuta. Con la penna ci ho disegnato il contorno così vedo se domani è aumentata. Anche zio Renato ne ha una simile. Arriva sul palmo della mano destra e sbuca da sotto la maglietta. Non si vede da dove cominci. Forse anche lui ci ha fatto il calco con la penna.

11 Luglio 2034

Quattro giorni fa è morto zio Renato. L’ho trovato sulla sedia vicino alla finestra come sempre. Poi è caduto per terra e non faceva niente per rialzarsi. Gli sono corso incontro e l’ho toccato. Era freddo e duro, le braccia viola. Doveva essere morto la notte prima, ci vogliono almeno due giorni prima di diventare così viola. Ho spinto la sedia a rotelle nell’ascensore con zio Renato morto sopra. Lui diceva sempre di non prendere l’ascensore. L’ho seppellito nel cortile del condominio e ho detto delle preghiere. Sui citofoni ci ho scritto la data di morte e il nome.

24 Luglio 2034

Non riesco più a muovere la gamba destra da una settimana. La macchia si è estesa a tutta la pelle disponibile. Adesso ha una forma strana che non riesco a definire. Ho recuperato la sedia a rotelle di zio Renato e mi ci sono seduto sopra. Adesso giro sulla sedia ed ho occupato una casa a piano terra del condominio.

03 Agosto 2034

Non mangio da tre giorni. Ieri è successa una cosa incredibile. Stavo dormendo sulla sedia quando ho sentito un rumore e nella stanza sono entrati due cani. Uno ha cominciato ad abbaiare forte, l’altro l’ha seguito e poi quello che ha abbaiato per primo mi ha assalito. Mi ha morso le gambe ma io non ho sentito niente. Poi se ne sono andati.

04 Agosto 2034

Ascolto la televisione, dicono che il livello della radioattività stia ritornando normale. Lo dicono da mesi, ma intanto fuori è sempre tutto viola. Ho ripreso a mangiare e la notte chiudo la porta per paura dei cani.

09 Agosto 2034

Oggi è l’ultimo giorno che scrivo su questo diario. Domani scappo io pure. Ho preso molte coperte per coprirmi interamente. Ho rinforzato la struttura della sedia a rotelle, ed ho perfino una ruota di scorta. L’ho presa da una bicicletta che stava ferma nella portineria. Mi dirigerò verso la stazione di piazza Garibaldi. Non lo so quanto tempo ci impiegherò, forse una settimana. Ho tracciato una mappa sulla carta segnando diversi punti nei quali mi fermerò. Sono debole e non conto di percorrere molta strada al giorno sulla sedia. Ho preso una mazza di una scopa e alla punta con lo scotch ci ho legato un grosso coltello da cucina. Ho paura di essere assalito dai cani, in qualche maniera dovrò proteggermi. Sono andato nel cortile, dove è sepolto zio Renato e l’ho salutato. Partirò quando mi sveglio, tanto non c’è più differenza tra la notte e il giorno, fuori è sempre tutto viola.

 Divano

Delle volte mi vengono da fare delle cose strane. E' una specie di pazzia che c'ho dentro al cervello. Una voce mi dice di farmi beccare fuori ad una scuola media con un giornaletto pornografico, oppure di bere la benzina o anche di stampare dei volantini con delle filastrocche oscene e distribuirle dentro ai centri commerciali. Tanto per vedere se mi arrestano, se la polizia mi spara addosso. Semmai prendo un ostaggio e gli taglio un orecchio. Giuro che se prendo un ostaggio la prima cosa che faccio è quella di tagliargli un orecchio. Questi pensieri mi vengono quando sono steso sul divano, specie il pomeriggio che la stanza è satura di nicotina e nell'aria non ci sta una sola particella di ossigeno sana. Ogni volta che la sera vado a prendere Lia, la mia ragazza, quella mi scassa il cazzo a parlare dei colpi di sole, delle amiche che non sono sincere e degli stivali da comprare solo quando ci stanno i saldi. Ma che stracazzo me ne fotte a me di tutte queste cose. Io c'ho i miei mal di testa dal pomeriggio che non mi hanno mai lasciato un momento. Allora guido nervosamente e fumo parecchio. Faccio il pelo alle altre macchine e a quelli che stanno sui motorini, tanto per vedere se ne metto sotto uno quanto ci mette ad arrivare l’autoambulanza. Per terra, proprio vicino al divano c'ho una ceneriera ricavata da una lattina di cocacola segata a metà. Una volta mi sono tagliato la mano sull’orlo della lattina allora l'ho distrutta a calci. Alla fine la ceneriera era ridotta ad un piattino dello spessore di pochi millimetri. Ho avvolto la mano in una garza per medicarmi, ho segato un'altra lattina e ne ho fatto un’altra. La ceneriera si riempie di mozziconi e ci sputo dentro perché non ce la faccio ad andare a sputare nel lavandino. Mi dispiace per l'umanità intera di restare steso sul divano tutto il giorno, lo so che dovrei fare delle cose, che dovrei ascoltare Lia quando mi parla dei colpi di sole e non sputare dentro alla ceneriera. Allora mi vengono i sensi di colpa, la chiamo al telefonino e le chiedo dei colpi di sole e quali riflessi prendono i capelli alla luce del tramonto. Le dico che è fantastica e che in generale mi deve perdonare per tutte le cose che le dico. Lei mi chiede perché le parlo in quella maniera e le rispondo che sono un infelice, che io sono buono a stare solo sul divano a fumare le sigarette e a tagliarmi con le lattine segate a metà. Una volta andai a cercare lavoro da un fabbro che c’aveva appeso fuori al negozio un cartello con scritto cercasi praticante. Chiesi al fabbro se si era mai tagliato un dito con la sega elettrica oppure se gli era mai venuta la voglia di saldarsi la mano su una lamiera. Il fabbro mi disse di andarmene a lavorare da un'altra parte. C'aveva paura a lasciarmi da solo nell’officina. Poi trovai un’occupazione con un capo che più si addiceva al mio temperamento. Andai a lavorare con Federico che c'aveva una piccola ditta di caldaie. Mi raccontò che una volta a causa di un suo errore, aveva provocato un’esplosione in un palazzo. Un’intera facciata era venuta giù e si era alzata una nube di polvere e di pietriccio che aveva intasato l’aria per due giorni. Per fortuna non c'erano stati morti, ma disse che quelle cose potevano capitare. Anche i chirurghi commettono degli errori, per non parlare poi degli addetti al controllo delle centrali nucleari e i piloti d’aereo. Esistono delle statistiche precise sulle morti per errori commessi durante il lavoro. Andavamo in giro con un furgone della Renault che Federico stava pagando a rate mensili e spesso ci fermavamo a bere un campari prima di andare a fare le installazioni. Bere qualcosa ci aiutava a tenere l'umore alto e faceva svanire l'ansia provocata dal lavoro. Federico il mestiere lo conosceva bene. Io più che altro gli passavo gli attrezzi mentre lui lavorava sulla scala. Dalla cassetta prendevo il trapano, l'avvitatore, il metro, la matita e la lenza per battere. Più volte avevo considerato che quello sarebbe stato il mio lavoro per tutta la vita e quando Federico sarebbe morto, avrei portato io avanti la ditta di caldaie. Quando Federico beveva di più diceva che non appena avrei imparato per bene il mestiere, avrebbe comprato un altro furgone e io e lui avremmo costituito due squadre per coprire più commesse possibili. Il mercato della caldaia tirava parecchio e tutti sembravano volersene installare una in casa. Federico si arrabbiava parecchio mentre lavorava, tirava giù santi e madonne, lanciava gli attrezzi sulle caldaie, minacciava i clienti, ma non superava mai quel limite critico. Per esempio non gli ho mai visto tenere un cliente per i capelli e sbattergli la faccia contro l’orlo del lavandino. Sapeva quale era il confine tra l’arrabbiarsi e dare fuori di testa. Ferdinando era uno che in generale manteneva il controllo. Stava sempre con le mani alzate al di sopra delle spalle ad avvitare qualcosa sul fondo della caldaia. La sigaretta sempre stretta in mezzo alle labbra, una miccia che si consumava lentamente. Muoveva le labbra senza che le parole uscissero, eccetto un suono tipo mmmmmm. Si capiva che stava imprecando solo dall'oscillazione della sigaretta. La sigaretta era una specie di sismografo dei suoi terremoti interni. Ferdinando era incurante della cenere che gli cascava sulla camicia e sputava dove si trovava. Una volta eravamo a casa di una signora e non era capace a regolare il filtro per la temperatura. Stavamo installando la caldaia nel bagno, uno di quei modelli fatti per stare all'interno con le guarnizioni contro le perdite di gas e un tubo di plastica che penetra la parete e sbuca all'aria aperta. Ovunque posizionasse il selettore la fiamma pilota della caldaia non partiva mai. Ferdinando smadonnò pesante e prese a calci il cesso della signora. Un pezzo di ceramica della parte posteriore saltò via e alla fine lo dovetti incollare con il silicone. Speriamo che non se accorge quella, disse Ferdinando.

Durante i viaggi nel furgone ci piaceva parlare di donne, specie di quello che avremmo fatto alle clienti dove eravamo appena stati.

“Hai visto la figlia di quella, avrà avuto sedici anni però secondo me è una pratica del mestiere, intendi no?”

“Certo, certo” gli dicevo.

“La madre hai visto eh? Zoccola la madre, zoccola la figlia, lo sai come si dice eh.”

Io mi appassionai al settore del riscaldamento domestico e per quello che potevo cercavo di imparare il più possibile sull'installazione delle caldaie. Studiai i termostati e le resistenze e appresi diverse nozioni sui modelli e i marchi degli impianti. In quel periodo Lia stava bene con me, e riuscivo ad ascoltarla mentre lei parlava dei colpi di sole senza sentire quella rabbia che mi scoppiava dentro alla pancia. Finchè ero fuori casa, la mia pazzia se ne stava buona dentro al cervello. Girava e sbatteva contro le pareti della testa, ma non si materializzava. Tutto questo fino a che non rientravo a casa per stendermi sul divano e respirare l’aria con la nicotina. Facevo la doccia per togliermi le macchie di grasso dalle braccia e aprivo forte il flusso dell'acqua, indirizzandolo sulla schiena, diretto sulla spina dorsale al massimo della temperatura. Quando avvertivo un leggero giramento di testa dovuto alla mia pressione che scendeva a causa del calore, allora andavo a stendermi sul divano. Mi stendevo nudo e gocciolante sulla tappezzeria. Sentivo il tessuto del divano assorbire le gocce d’acqua dalla schiena e dal culo. Accendevo una sigaretta e guardavo la televisione. Televendite, telegiornali, trasmissioni televisive. Mi dicevo che al limite potevo farmi invitare in una trasmissione come spettatore, e ad un certo punto prendere in ostaggio il presentatore. Con un coltello gli avrei tirato via un orecchio. In diretta. Senza mai mandare la pubblicità. Mi sarei asserragliato dentro lo studio televisivo con tutti i concorrenti i cantanti e le ballerine per almeno ventiquattro ore minacciando di fare fuori una persona ogni ora. Certo, poi la polizia mi avrebbe rotto il culo, ma se alla fine non ammazzi nessuno, riesci sempre a cavartela con poco. La mi pazzia era colpa di qualche ghiandola che si stava mangiando il cervello in più punti. Ero cosciente che non erano buone le cose che mi passavano per la testa, specie il giornaletto pornografico fuori alla scuola media e anche la storia del presentatore televisivo. Allora respiravo forte, mi concentravo su altro, liberavo la mente verso derive pacifiche. Dovevo pensare all’amore cosmico, alle caldaie e a Lia. Per distrarmi andavo in giro per il quartiere. Ero solito andare nella ferramenta di un cinese che si chiamava Franco. Era nato in Italia da madre cinese e padre napoletano, ma c’aveva uno schifo di faccia come c’avevano tutti i cinesi. La pelle tirata attorno agli occhi. Nascono con il lifting quelli. Franco era geneticamente un emigrante al quadrato. Aveva ereditato la ferramenta dal padre l’anno prima. Morto d’infarto e ritrovato con le braghe calate nel bagno di un cinema porno. Il padre di Franco era diventato una specie di mito nel quartiere e io gli chiedevo sempre se aveva mai visto il padre allontanarsi con qualche bambino e dei giornaletti pornografici, oppure se si era mai fatto invitare come ospite in qualche trasmissione televisiva. Vaffanculo, mi diceva sempre Franco, vaffanculo. Poi gli offrivo una sigaretta e gli parlavo della mia pazzia. Perché uno un amico deve pur avercelo, a qualcuno devi pure dire che per quella notte stai progettando di smontare i citofoni del tuo palazzo oppure di lasciare la carcassa di un cane decapitato fuori la porta di quel bastardo dell’amministratore di condominio. Certe cose non le potevo raccontare a Lia. Franco diceva sempre che se ne voleva andare in Cina perché tutti quelli che entravano nella ferramenta gli parlavano lentamente, a gesti, facevano i disegni di quello che avevano bisogno, tutti convinti che non capisse l’italiano, con quella faccia da cinese che si ritrovava. “Perché fuori non scrivi “Fellamenta” gli dicevo, “sai quanti clienti che trovi.”

Un giorno Ferdinando passò a prendermi con il furgone, dovevamo andare a Varcaturo ad installare una caldaia in una scuola.

“Forse è meglio che non vengo”, gli dissi.

“ Invece no, è meglio che vieni e ti togli quegli strani pensieri dalla testa, ti tengo sotto controllo io e non appena ti avvicini ad un ragazzino ti faccio fuori.”

Arrivammo fuori dalla scuola e ci stavano centinaia di ragazzini. Se ti prendono fuori ad una scuola con un giornaletto pornografico ti danno sette anni. La leggenda vuole che in galera i tipi come te vengono massacrati di botte per via di un codice deontologico che vige all’interno delle carceri. Ci sono dei limiti anche nella criminalità. Poi tutti i detenuti si mettono in fila per mettertelo nel culo. E’ scritto nel regolamento del carcere. Nella costituzione di tutti i paesi democratici. Chissà se era tutto vero. Scesi dal furgone e sotto gli occhi di Federico andai a prendere l’autobus per tornarmene a casa dalla mia ceneriera segata. Avevo bisogno di un ambiente familiare per controllarmi.

Certi pomeriggi particolarmente caldi, me ne andavo nei supermercati. Non era bene che uno come me stesse in mezzo a tanta gente, soltanto che i neon sul soffitto e il lineolum steso sul pavimento mi acquietavano. Il movimento fluido delle ruote del carrello sul lineolum mi riconciliava. L’assenza stessa dell’attrito e tutte quelle commesse a battere le dite sulle casse mi piaceva. Riflettevo che per essere pazzi in fondo, non bisogna per forza sfondare, distruggere, rovinare le cose che ci stanno intorno. Se entri in un supermercato e leggi la percentuale degli elementi che compongono una bottiglia di acqua naturale e poi ti fai un calcolo di quanto costa il sodio al chilo, allora sei pazzo. Se telefoni al numero verde riportato dietro alle confezioni del dentifricio, allora sei pazzo. Se pensi di prendere in ostaggio il ragazzo che lavora al reparto macelleria e tagliargli un orecchio sei pazzo. Se ti metti sotto alla telecamera della sorveglianza e mostri un giornaletto pornografico ad una pensionata, in generale sei pazzo. Giravo con un carrello tra gli scaffali dei surgelati quando incontrai uno con un cappotto marrone.

“Sei confuso vero?” mi disse, “stai girando con il carrello vuoto da mezz’ora e leggi le etichette dei prodotti. A me anche capitava. Adesso invece vado direttamente allo scaffale che mi serve e infilo il prodotto dentro al carrello. Questi posti ti danno alla testa. Se non sai cosa comprare o che cosa ti serve, vattene fuori. Aspetta nel parcheggio che ti si schiariscano le idee. Questa è una trappola. Il governo ci controlla con delle microtelecamere installate negli scaffali. Quando sei a casa devi prendere appunti di quello che ti serve e scriverlo su un pezzo di carta. Devi restare dentro a questo posto il meno possibile. Loro ci controllano.”

Cappotto marrone c’aveva proprio ragione, non era certo quello il posto per rilassarmi, e poi Lia me lo diceva che non ero buono a fare la spesa, e che alla fine compravo tutte cazzate.

 

 Appunti sull'esfoliazione

Sto perdendo i capelli, la capacità polmonare, l’elasticità del ginocchio, la memoria. La memoria. Cellule e atomi che abbandonano la nave ognuno alla propria maniera. C'è un'evacuazione in corso e non me ne sono accorto. Mio Dio.

Ho un nodo dentro all'intestino. Il cibo si ferma a metà percorso. Marcisce lungo la strada senza che io riesca a digerirlo. Di questo passo dovrei crepare tra un paio di settimane. Per il momento avverto un bruciore diffuso su tutta l'estensione della pancia. Da qualche parte comunque bisogna pur cominciare a morire. Anticiparsi il lavoro in generale è una cosa buona. In generale.

Sono andato a prendere il figlio di mia sorella a scuola. Lei non poteva a causa del lavoro. Il ragazzino è entrato in macchina ed ha cominciato a grattare sulla tappezzeria. Bisognerebbe inventare qualche altra maniera di riprodursi e di continuare la specie.

Il gastroenterologo non mi ha diagnosticato nessuna malattia di una certa importanza. Tuttavia ha detto che quello che sento dentro alla pancia è il riflesso di uno stato emotivo depresso. In un certo senso ha confermato la mia tesi che vede la pancia come organo che genera e secerne emozioni. Le genera e le custodisce. Mi ha prescritto alcune pasticche che dovrebbero regolare l'emissione di succhi gastrici, e uno sciroppo in una confezione gialla in grado di assorbire i succhi gastrici che si sono accumulati dentro allo stomaco. Mi ha consigliato di provare a vomitare. Specie al mattino per smaltire rapidamente i liquidi accumulati durante la notte. Mi ha detto di sforzarmi che mi avrebbe fatto bene.

Ultimamente le ore notturne passano con una certa rapidità. Il sonno mi tende degli agguati. Mi stendo di fianco a Marcella e respiro un po' del suo fiato prima di dormire. Lei profuma sempre di dentifricio, shampoo al cocco e crema idratante per il viso. Mi sembra di dormire in un supermercato. Dorme girata dall'altra parte e io l'abbraccio da dietro, la bracco alla schiena. Ho il terrore che lei possa scappare, che possa lasciarmi. Di questi tempi d'evacuazione potrei perdermi anche lei senza accorgermene. Per quello che so di questa donna potrebbe già avere un altro uomo. L'ho sempre messo in conto che potrebbe succedere. Soltanto che adesso la questione mi terrorizza. Quando posso leggo i suoi messaggi di posta elettronica e quelli nel cellulare. Controllo gli scontrini che trovo nelle tasche e bado che gli orari di uscita e di rientro dal lavoro siano sempre regolari. Una piccola variazione delle sue abitudini potrebbe di rendermi paranoico. La settimana scorsa mi ha raccontato di un nuovo lavoro che le hanno affidato alla casa editrice. Sta traducendo un saggio di un professore inglese. Delle volte mi parla dell'impatto della traduzione su un libro. Sostiene che in fondo si tratta sempre di un libro scritto a quattro mani. Lei stessa viene spesso meno alla sua deontologia di restare fredda ed estranea allo scritto sul quale sta lavorando. Dice che è impossibile farne una questione puramente grammaticale, e che per questo esistono dei software in grado di tradurre precisamente. Il significato di una frase non appartiene sempre alla somma delle parole che la compongono. Si attinge sempre all'esperienza cognitiva del lettore, la lettura resta sempre un'esperienza emotiva.

La mia calvizie è di tipo genetico ereditaria. I miei eredi la subiranno pure. Anche il mio gatto perderà i peli. Anche il tappeto nel bagno e i maglioni che mi ha regalato Marcella. Perdo i capelli dal centro della testa e la pelle bianca guadagna terreno in senso radiale. Una circonferenza bianca che aumentando di diametro divora i capelli. Qualcosa di simile ai cerchi nel grano degli alieni. Solo sulla mia testa. Non mi va di perdere pezzi. Si comincia con il perdere i capelli e poi si finisce con il morire. Non voglio restare giovane per sempre, ma non ho mai parlato di morire. Il concetto di morte è in evidente contrasto con quello di vita. Nonostante la religione cristiana. Nonostante tutte le religioni. La mattina faccio una specie di appello, una valutazione sommaria della quantità di capelli ancora in mio possesso. Mi fermo davanti allo specchio e sposto i ciuffi, con delicatezza, per valutare i danni dei radicali liberi. Non mi aspetto che ricrescano, ma un ragionevole arresto sarebbe un segno positivo del destino.

Ho sentito alla televisione un programma che parlava di esfoliazione delle cellule. In pratica lo strato superiore della pelle viene eliminato in favore di uno nuovo, formato da cellule giovani. Il processo di sostituzione delle cellule diminuisce con il tempo. La pelle vecchia non viene più sostituita con la nuova. Va a finire che resterò per sempre con una pelle vecchia e raggrinzita, carta vetro per tutta la vita. Fino a che non muoio, ovvio. Perché nessuno me ne aveva mai parlato prima? magari avrei fatto qualcosa. Durante il programma era possibile intervenire telefonicamente da casa. Ci stava un numero sullo schermo per metterti in contatto con la redazione. Ho chiamato ma non sono riuscito a prendere la linea. Una centralinista mi ha detto che ci stavano centotrenta telespettatori prima di me. Ho chiesto se tutta la nazione era in panico per la storia delle cellule vecchie e lei mi ha detto che era un flusso di telefonate normale. Ha detto anche che parlare in televisione la gente interverrebbe su tutto, tanto quello che gli frega è fare i saluti. Le ho chiesto se poteva dirmi qualcosa in più sulla storia delle cellule vecchie che cadono e lei ha risposto che non ne sapeva niente di quelle cose, ma l'idea che si era fatta era che non fosse una cosa grave, niente di cui allarmarsi. Signorina lei parla così perché ha ancora molte cellule giovani che sostituiranno quelle vecchie, pensi a noi trentacinquenni. Siamo degli zombi.

Non credo a quello che ha detto il gastroenterologo. Per questa ragione non prendo i medicinali che mi ha prescritto. Né lo sciroppo nella confezione gialla né le pasticche. Somatizzare un male non è una diagnosi ma un’accusa precisa. Probabilmente è solo il sintomo di una sua incompetenza. Lo stress è l’alibi dei medici. A questo punto sono io che metto in discussione le capacità del mio dottorino.

Da alcune settimane prendo appunti. Non è una specie di diario, ma una protesi per la mia memoria. I pensieri migliori, quelli più illuminati mi vengono quando lo stomaco stringe. Esiste una relazione molto stretta tra il mio cervello ed il mio stomaco. Un canale di comunicazione. Lo stomaco è un organo sottovalutato, da quello dipendono tutte le principali funzioni organiche del corpo. Del mio corpo almeno.

L’eccitazione sessuale è praticamente scomparsa. Quella pulsione che mi spingeva verso qualunque donna che camminasse nel mio raggio visivo è sparita. Non ho più le erezioni mattutine e i miei testicoli si sono ridotti di spessore. La mia capacità di produrre sperma si è affievolita. Se un elemento di un gruppo non è più capace di continuare la specie verrà eliminato dal setaccio naturale. Verrà filtrato insieme ai sedimenti inutili, quelli che intasano il pulito scorrere delle cose. Forse dovrei proporre a Marcella di fare un figlio. Dovrei riprodurmi. Potrei rinnovarmi nella continuità della specie e allinearmi al flusso dell’umanità. Al limite accettare il decadimento delle cose con austerità, senza essere vittima di paranoie. Al limite.

Il taccuino sul quale prendo appunti è pieno per metà. Le frasi non producono nessun flusso di narrazione. Sono per la maggior parte frasi brevi. Con una punteggiatura di circostanza. Dopotutto non sono mai stato bravo con la grammatica, e temo in fondo che non mi sarà di nessuna utilità prendere questi appunti. Rappresentano la discontinuità del mio pensiero rispetto al lineare svolgersi della vita. E’ un errore credere che la vita si compia per strade bizzarre e incomprensibili. Tutt’altro. Si riduce quasi sempre ad una questione biologica, nascita, qualche scopata, qualche buona partita alla televisione e morte. A meno che non siate dei santi. O dei pazzi.

Ieri ho appreso che Nicola si è fratturato il menisco sbattendo contro uno scaffale premontato che aveva nel garage. Si dovrà operare e restare tre settimane con la gamba ingessata. Tutto ciò avalla la mia tesi sull’indebolimento generale del materiale umano che mi circonda.

 

 Il pranzo è servito

Eravamo in macchina. Mia sorella Luisa aveva appena vomitato e mio padre aveva ordinato di starcene con i finestrini abbassati. “Cristo santo!” disse mio padre, “ma cosa ha mangiato la bambina, il catrame? Qui dentro mi sembra di stare in una fogna”. Mio padre ci chiamava il bambino e le bambine e quando voleva riferirsi al gatto, diceva semplicemente, il gatto. Mia madre era la sola ad essere chiamata per nome, ma quando gli giravano la chiamava “donna”. Aveva questa mappa mentale di parole semplici come bambino, cucchiaio, frigorifero, gatto, termosifone, con la quale si orientava nel mondo delle parole. Stavamo andando da zia Margherita, la sorella di mio padre. “Sorella, diceva mio padre quando la incontrava, “l’hai già cornificato al cognato eh! Una botta con il parrucchiere, un'altra con il salumiere e la spesa ti viene gratis”. La donna, cioè nostra madre, gli dava una gomitata nella pancia per farlo tacere. Zia Margherita aveva le gengive enormi. Tutte le volte che sorrideva, le uscivano da fuori due placche rosse incandescenti capaci di localizzarla al buio. In caso di conflitto nucleare, zia Margherita sarebbe stata un bersaglio troppo facile. Ogni volta che c'era da baciarla era un incubo. Si avvicinava piano, a bocca chiusa, poi spalancava le labbra ed eccole là le due gengivone da schifo, rosse e umide come due fette d'anguria. La casa di zia Margherita si trovava in un quartiere residenziale. Tutti i condomini avevano i citofoni fuori e le cassette della posta non erano state distrutte. All’interno dell’ascensore non ci stavano disegnati cazzi o incise con una chiave minacce di morte all’amministratore di condominio. Tutte le volte che la macchina cominciava a salire la collina del Vomero avevano inizio le prime riflessioni di mia madre sul mercato immobiliare.

“Le case costeranno pure il doppio da queste parti, però non hanno niente a che vedere con il resto della città. Dalle parti nostre ci stanno solo delinquenti e drogati.”

Mia madre approfittava di quei momenti per sputare veleno su mio padre e la sua inesistente capacità economica.

“Come potranno mai crescere i bambini in quel quartiere di poveri? Adatteranno il loro cervello a quello dei poveri e saranno poveri prima di diventare veramente poveri. Non che adesso non siamo poveri, però loro potrebbero diventare poveri sul serio”.

“A me piace dove abitiamo” disse Veronica andando in soccorso di mio padre.

“Hai sentito la bambina, dice che le piace, ai bambini piace dove stiamo, non è vero?”

“Anche a me piace” rispose Luisa.

“State zitti voi, poi capirete.”

“Mamma mamma ho visto un povero” disse Veronica indicando qualcuno fuori dal finestrino. Allora tutti ci girammo a guardare.

“Quello non è un povero” disse mia madre, “e' un ragazzo ricco che si veste da povero per essere alla moda”.

“Ma ha i jeans stracciati” disse Veronica.

“Lo fa solo per essere alla moda, te l'ho detto”.

“Allora noi siamo in quartiere alla moda” disse mio padre, “la nostra macchina è alla moda e pure la nostra casa lo è, non vi pare?”.

Il figlio di zia Margherita si chiamava Nicola ed aveva tre anni più di noi. Io, Luisa e Veronica messi l'uno sull'altro non raggiungevamo la sua altezza. Aveva una camera tutta sua e non doveva dividerla con nessuno. Nonostante abitasse a Napoli teneva per la Juventus. Aveva un poster gigante con la fotografia della squadra, compresi i massaggiatori, i cuochi e i medici sportivi. In seguito avrei scoperto che i ragazzi alla moda tenevano per la Juventus. La tifoseria della Juventus era trasversale. Non era un fatto legato al calcio in senso stretto, ma rappresentava una moda, una maniera semplice per salire sul carro dei vincitori. Per esempio nella mia classe eravamo in dodici, dieci tenevano per il Napoli e due, di cui una femmina, tenevano per la Juventus. Adesso tralasciando la femmina che in termini calcistici non modificava l'equilibrio della classe, ma se il maschio non fosse stato di buona famiglia e il padre non l'avesse accompagnato tutti i giorni con l'Alfa 75 iniezione elettronica e voce computerizzata che ti diceva quando stava per finire la benzina, sarebbe stato isolato dal gruppo. Allontanato. Invece il fatto che lui tenesse per la Juventus era un segno di distinzione, una prova ulteriore del suo stato di superiorità. Dopo che avemmo il temuto incontro ravvicinato con le sue gengive, zia Marcella ci disse di andare a giocare nella stanza di Nicola. In fila indiana attraversammo il corridoio. Nicola ci aspettava seduto sul letto.

“Allora nani, oggi ho un bel programma per voi”.

Fu in quel momento che sperai che Luisa vomitasse nuovamente, che schizzasse residui di cibo semi digerito dappertutto. Magari l'avrei imbracciata come un kalashnikov e avrei preso pure qualche ostaggio.

“Avete due possibilità, o vi faccio guardare un giornaletto pornografico oppure un pezzo di un disco volante alieno.”

“Che cosa è un giornaletto pornografico?” disse Veronica.

“Il disco volante” intervenni prontamente, “vogliamo vedere il disco volante”.

Mi era già capitato di guardare dei giornaletti pornografici a dodici anni, anzi, in comproprietà con Franco ne possedevamo uno tutto nostro. Ci stavano delle signore nude dentro ad una nave e certi vestiti da marinai. All'inizio la cosa ci confuse le idee. Cosa ci facevano tutti quei marinai con il berretto in testa e le mutande abbassate? Era così che andava in marina? E con braccio di ferro come la mettevamo? Poi Tonino Tamburino del terzo piano, ci spiegò come andavano le cose. Ci disse che quelli erano finti marinai e che il lavoro in quelle fotografie non era veramente importante, piuttosto era importante il fatto che stessero sempre con i pantaloni abbassati. Il giornaletto pornografico era la cosa di maggior valore che possedevamo e lo tenevamo nascosto dentro ad un vagone abbandonato alla ferrovia vecchia.

Nicola si chinò sotto al letto e tirò fuori una scatola. Era una scatola di scarpe da ginnastica legata con uno spago per maggiore sicurezza. Appoggiò la scatola sul letto e fece cenno di avvicinarci. Luisa e Veronica erano di gran lunga più coraggiose di me e si lanciarono in prima fila, per vedere il residuo del disco volante alieno. Nicola tolse lo spago dalla scatola con la lentezza di un attore consumato. La tensione era palpabile. Forse dentro la scatola c’era un alieno per davvero. Una popolazione intera di alieni minuscoli con antenne e microdischi volanti. Forse anche loro guardavano i giornaletti pornografici. Nicola tirò via tutto lo spago e sollevò il coperchio di cartone. Tirò fuori un pezzo di plastica circolare, un arco di circonferenza non più lungo di trenta centimetri.

“Questo è un pezzo di disco volante” disse Nicola.

“Oh” disse Luisa.

“Vaffanculo” disse Veronica, “non ti credo.”

“L’ho visto io stesso il disco volante” disse Nicola, “era sospeso a mezz’aria proprio là di fronte” indicò un punto fuori dalla finestra, “allora sono sceso per andare a vedere. Il disco stava a cento metri in alto e girava su se stesso con tante lucine sui bordi del disco. Io gli facevo dei segni per farlo scendere ma quello non si muoveva dalla sua altezza, allora ho raccolto una pietra e gliel'ho tirata contro. L’ho colpito e un pezzo si è staccato.”

“Ma che stronzate dici” disse Veronica, e proprio in quell’istante Luisa vomitò.

In fondo a Luisa le piaceva di vomitare. Il cibo all’interno del suo stomaco riusciva si e no a restarci una mezz’ora, tanto per tenerlo caldo. Tutte le settimane mia madre andava a colloquio con le insegnanti. Una di loro si era perfino fatta trasferire in un’altra sezione pur di non vedere tutti i giorni il vomito di Luisa.

“Ma cos’altro vogliono da me queste scimunite, non le bastano i soldi che prendono per pulire il vomito di una ragazzina piccola quanto uno scricchiolo, cosa mai potrà vomitare?”

Una volta Luisa vomitò in un autobus. Un signore anziano non riuscì a trattenersi e vomitò lui pure. In breve tutti quelli che stavano sull’autobus vomitarono. Ne parlarono anche i giornali locali di questa vicenda. Fortunatamente nessuno venne mai a sapere chi fu che innestò il circolo. A causa di Luisa non ci invitavano più alle riunioni di famiglia. Specie la parte di famiglia di mio padre.

“Adesso che arriviamo da tua zia Germana e tua sorella non vomita su quel tavolino di cristallo che c’hanno nel soggiorno giuro che l’ammazzo. Vieni Luisa che mamma ti fa mangiare tanto tanto.”

Luisa era la nostra cintura di esplosivo al plastico. “Mani in alto questa è una rapina, il primo che si muove tolgo la sicura e faccio vomitare la bambina. Questa mattina le abbiamo dato da mangiare uova e tonno”. Io e mia sorella Veronica usavamo un gergo per identificare l’evento. Dicevamo: il pranzo è servito, per intendere che Luisa aveva appena vomitato, e lavori in corso, per intendere l’opera pulitrice di nostra madre o del primo adulto responsabile che si accollasse l’onere. Una volta i nostri genitori andarono a Pescara a trovare un fratello di mio padre che stava morendo e ci lasciarono Luisa in custodia.

“Se vomita, pulisci tu” disse Veronica, “mamma è stata chiara su questo punto.”

“Stai mentendo.”

“Ha detto proprio così. Se invece muore mi devo occupare io del funerale e della sepoltura.”

“Troviamo un accordo” le dissi, “cerchiamo di evitare – il pranzo è servito -”.

“Facciamo una cosa, non facciamola mangiare, la teniamo a secco per due giorni. Non se ne accorgeranno mai” rispose Veronica.

“Ma così muore. Poi ti toccherà organizzare il funerale.”

Veronica mi diede un colpetto dietro la nuca.

“Stavo mentendo cretino.”

La tenevamo impegnata tutto il giorno davanti al Commodore 64 pur di non farla mangiare. Era comunque costantemente sorvegliata in caso di svenimento oppure di collasso.

“Ho letto che si può andare avanti per parecchio tempo senza mangiare, anche un mese, l’importante è bere un bicchiere di acqua al giorno”.

Veronica cercava di attenuare i sensi di colpa con delle nozioni scientifiche di dubbia provenienza.

Dopo un giorno di digiuno Luisa reclamò il cibo.

“Mi dispiace piccola, non possiamo mangiare, i nostri genitori sono morti in un incidente stradale e né io né tua sorella Veronica siamo in grado di cucinare.”

Luisa cominciò un pianto profondo che le veniva fuori direttamente dalla pancia.

“Perché le dici queste cose” disse Veronica, “così le farei venire più fame, il dolore apre lo stomaco. Adesso mi toccherà darle un bicchiere d’acqua in più oggi.”

Io e Veronica mangiavamo di nascosto. A turno tenevamo Luisa in salotto e l’altro si lanciava in un piatto di pasta o carne surgelata. Poi quando tornava in salotto, dava un piccolo monologo sulla fame.

“Non vedo l’ora che tornino i nostri genitori per mangiare. Comunque dobbiamo essere forti e pensare che ci sono bambini che hanno le mosce sugli occhi e che non mangeranno mai”.

“Ma allora non sono morti i nostri genitori!” disse Luisa.

“Non che non lo sono” rispose Veronica, poi rivolgendosi a me “tu vai in cucina che c’è quel pezzo di marmo da intagliare”, che nel nostro gergo significava “ho scongelato della carne, vai in cucina prima che le mosche ci posino le larve dentro.”

 Postalmarket

A nove anni pretesi da mia madre un orologio in vendita sul Postalmarket. L’orologio costava 17,500 lire e aveva il cronografo con i centesimi di secondo, quindici suonerie per la sveglia, tra cui la melodia tratta dalla fuga di Bach, Carmen e per Elisa. Subacqueo fino a 15 metri, cinturino di gomma anallergico. Lucina per vedere l'orario di notte e datario con giorno della settimana in inglese. Il vero affare fu quello di comprarlo con lo sconto del 30% che veniva inviato periodicamente alle clienti più affezionate. La funzione che più di tutte mi esaltava era il beep che emetteva ad ogni ora. Questa funzione non era inclusa nella descrizione sul Postalmarket e quando la lessi sul libretto delle istruzioni il cuore per poco non cessò di battere: era meglio di quanto pensassi. La funziona si chiamava precisamente “allarme orario”. Con un orologio del genere al polso potevo fare tutto, neanche la pioggia mi avrebbe fermato (15 mt di profondità), neppure le tenebre più profonde (luce interna), e grazie al fuso orario in qualunque paese del mondo mi trovassi avrei sempre saputo l'orario corretto, e soprattutto, grazie all’allarme orario, non illustrato nella descrizione del Postalmarket, avrei sempre saputo quando scattava l'ora. Gli ingegneri giapponesi erano senza dubbio i migliori del mondo. Perché quelli della Postalmarket non avevano inserito una funzione così importante nella descrizione? Se ne rendevano conto? Un beep automatico ad ogni ora e disattivabile a piacimento. Forse pensavano che un bambino dalla super intelligenza e con un super buongusto per gli orologi fosse al corrente di queste funzioni avanzate, oppure lo facevano per dare cattive informazioni e depistare quelli della Vestro che erano i concorrenti diretti. Il Postalmarket era meglio del Vestro. La qualità delle immagini e lo spessore stesso carta, per non parlare della scelta degli orologi da includere nel catalogo, lo mettevano sul gradino più alto dei cataloghi di vendita per corrispondenza. Pianificai la conquista della città in un paio di mesi. Per la conquista del mondo ci voleva almeno il modello da 80.000 lire, quello che segnalava le fasi lunari oppure il Casio databank con 250 numeri di telefono memorizzabili. Il solo pensiero che un giorno avrei potuto possedere un orologio capace di memorizzare i numeri di telefono mi dava il capogiro. Mi chiedevo solo il perché tutti gli adulti non possedessero un orologio del genere piuttosto che quelli antichi con le lancette, che in certi orari erano davvero difficili da capire. Quella era la vecchia generazione di uomini che stava sulla terra, con una generazione di orologi adatta alle loro scarse capacità mentali. Per i nuovi esseri umani, quelli più intelligenti, gli ingegneri giapponesi avevano previsto degli orologi dalle capacità illimitate. In certi addirittura ci stavano i videogiochi. Mi venivano le lacrime al solo pensiero. Mentre riflettevo sulle infinite potenzialità che avevo con il mio super orologio con beep orario, mio padre passò e mi diede una carocchia dietro la nuca, "e smettile con questo cazzo di orologio" mi disse. "Bisognerà portare il ragazzino da un medico perché mi sembra un poco scemo, sta sempre a giocare con quell’orologio" una volta lo sentii dire alla mamma. "E lascialo stare" disse lei. Forse l'orologio aveva anche un raggio della morte in dotazione con il quale avrei disintegrato quel maledetto di mio padre. La notte mi infilavo sotto le coperte e utilizzando il cuscino messo in posizione verticale ottenevo una piccola tenda. Nel buio più completo la lucetta dell'orologio illuminava come mai avrei immaginato e sognavo che a causa di un black out elettrico di due anni tutta la città cadeva nell'oscurità e io avrei tratto in salvo la mia famiglia fendendo le tenebre con il super orologio dotato di luce interna e allarme orario automatico. Il datario fu una cosa di difficile comprensione all'inizio. Sul display ci stavano scritti i giorni della settimana in inglese, anche se in effetti si trattava solo delle prime tre lettere, Mon, Tue, Wed ecc. Una barretta nera si spostava di giorno in giorno sotto al giorno esatto. Quando la barretta nera si trovava sotto la scritta Sun significava che era Domenica ed in segno di festa la scritta Sun era rossa. Avevo un foglietto in tasca con la traduzione dei giorni della settimana.

Ecco, proprio a causa del foglietto che c’avevo in tasca decisi di usare l’orologio per eliminare la mia famiglia. Ero sicuro che il libretto delle istruzioni nascondeva ancora qualche sorpresa, (premendo il tasto A e il tasto C ripetutamente verrà generato un raggio della morte capace di disintegrare un adulto in pochi secondi. Funzione non legale in alcuni paesi, contattare la casa costruttrice per maggiori informazioni). Una frase così da qualche parte ci doveva pur stare. Successe che mia sorella Veronica passò e mi strappò dalle mani il foglietto con la traduzione dei giorni della settimana. Erano le otto di sera e io stavo verificando che tutti i calendari della casa e quello del Televideo fossero posizionati sul giorno esatto. Lo lesse con attenzione. “Ma tu sei propria sicura che non sia il caso di portarlo da un medico” urlò Veronica rivolgendosi a mia madre. “A che ti serve questo foglietto?”. Spiegai la storia del datario in inglese. “Ma sei proprio uno stronzo handicappato menomato nel cervello” disse Veronica lanciando il foglio che volò ai miei piedi. Lo raccolsi e mi allontanai covando vendetta, il punto di non ritorno era stato raggiunto. “Vi scrivo queste righe dal carcere minorile di Nisida, se ho sterminato la mia famiglia è perché non avevano compreso il valore del mio orologio e le infinite possibilità che mi venivano date” oppure “non provo rimorsi per quello che ho fatto, la natura decide quali sono i soggetti da eliminare per purificare la specie”. Avrei cominciato il mio discorso difensivo pronunciando una di queste due frasi. Adesso bisognava soltanto trovare una maniera onesta per organizzare il massacro. Se una soluzione c’era, doveva essere contenuta nel libro dove tutto era cominciato, nel Postalmarket. Mi ritirai nel bagno e sfogliai le pagine avidamente, alla ricerca della giusta intuizione. Nell’indice non c’era nulla che indicasse sterminio, strage, vendetta, complotto. Ritornai alla pagina degli orologi e riflettei che se avessi avuto il Casio databank con 250 numeri memorizzabili avrei già organizzato una carneficina. Dovevo per il momento adattarmi con le risorse di cui disponevo e che non erano affatto poche (luce notturna, allarme orario, cronografo ecc.) Sfogliai le pagine del Postalmarket fino a che non arrivai ad una sezione che non avevo mai visto, quella dell’intimo femminile. Tutto quello di cui si parlava in classe era là a portata di mano. Biancheria intime femminile tranquillamente consultabile. Biancheria indossata da femmine vere. L’universo si apriva verso nuovi orizzonti.

 

 Il vetro nella pancia

Pensavo a Giulia mentre venivo tra le pagine di un giornaletto pornografico. Le pose plastiche delle donne ritratte nell'atto di copulare erano nauseabonde. Mi coglieva sempre un crampo alla pancia che si estendeva come le diramazioni di una crepa nel vetro. Il mio seme essiccato aveva incollato definitivamente tra loro alcune pagine e delle fotografie erano andate perse per sempre. Come Giulia d'altronde. Quello che non era andato sul giornaletto veniva rimosso chirurgicamente con un fazzoletto di carta. Altra carta da impregnare, altre copule con risme di carta. Accadde che l’odore stesso della carta mi dava eccitazione. La guida dei programmi televisivi o l’elenco telefonico bastava a provocarmi un’erezione. In effetti, non ero messo bene. Da quando Giulia era andata via, la mia identità era stata mutilata. Restai chiuso in casa a masturbarmi per due settimane; due occhiaie profonde sotto gli occhi, la televisione del salotto sempre accesa per il timore del silenzio. 

Uscii di casa cominciando con delle brevi escursioni per il quartiere. Non mi allontanavo oltre l'isolato di casa mia. Avevo preso a fare la spesa in negozi dei quali non nutrivo alcuna fiducia. Commesse troppo isteriche nel chiedere cosa mi servisse oppure che lanciavano le dita sui tasti della cassa violentemente. Tuttavia quei negozi rientravano nel mio raggio d'azione. Pianificai l'uscita dal quartiere in un paio di mesi secondo un percorso preciso. Dal cassetto del mobile che stava fuori l'ingresso presi lo stradario. Individuai il mio indirizzo e lo cerchiai con una penna. Stesi poi una lista dei negozi di cui avrei avuto bisogno per sopravvivere. Una volta trovati sullo stradario li cerchiai anch'essi, ma con una circonferenza minore e senza calcare troppo con la penna, con un tratto meno importante del mio indirizzo. Avrei preso a risalire il corso San Giovanni in direzione Piazza Garibaldi a tappe. Non era mio interesse andare oltre Piazza Garibaldi né tanto meno muovermi nell'altra direzione, quella verso Portici. Inoltre tutti i negozi segnati erano sul corso principale. Temevo di perdermi addentrandomi in strade secondarie oppure di essere aggredito da cani rabbiosi o da gatti idrofobi. I piccioni anche mi terrorizzavano, portatori di malattie, con quegli occhi rossi e il becco troppo appuntito capace di provocare profonde lacerazioni nella pelle. Anche la mia biologia era compromessa. Nelle ultime settimane la barba aveva preso a crescermi in maniera diversa. I peli piuttosto che seguire la loro direzione, il verso che avevano sempre avuto, crescevano con le punte rivolte verso l'esterno. Erano diventate delle spine nell'atto di difendermi. Stavo somatizzando la mia natura di preda. Durante la mia abituale masturbazione delle undici del mattino preferivo pensare a Giulia nell'atto della sodomia. Nel culmine dei nostri rapporti, illudendomi che fosse stordita dall'imminente orgasmo, le proponevo di voltarsi e di concedermi l'ultimo dei suoi orifizi. "Te lo dirò io quando" mi ripeteva lei. Me la immaginavo a pancia sotto, nuda sul letto. La linea divisoria delle natiche perfetta e il rosa scuro del suo ano. La masturbazione della mattina si snodava in pochi convulsi istanti. L'orgasmo, favorito dalla buona disposizione mattutina della prostata montava velocemente. Sentivo il seme risalire l'asta del pene e pressarmi lungo le pareti del canaletto. L’eiaculazione deflagrava potente e finivo stordito sulla superficie di un divano economico. I giornaletti pornografici li usavo per confondere la memoria più che per eccitarmi. Osservare quelle copule e tutta quell'epidermide nuda m’inebetiva come il sangue per uno squalo. E mi serviva per non chiudere gli occhi. Le pareti interne delle mie palpebre erano rivestite da incubi. L'immagine che più frequentemente emergeva era quella di Giulia che apriva le conserve nella mia cucina. Il barattolo incastrato sulla pancia per farsi forza. Le dita asciutte sul tappo per migliorare la presa e i suoi tendini tesi. Il suo meraviglioso apparato muscolare in tensione per aprire il barattolo. Il mio incubo terrificante era una donna che apriva un barattolo. Le immagini sul giornaletto, le copule decise a tavolino con il favore della luce del fotografo mi aiutavano a restare lontano da quell'immagine. Erano un diversivo per il cervello. La masturbazione era una forma insolita di suicidio.

Il primo negozio di cui ebbi bisogno fu una salumeria. La necessità del cibo mi tirò fuori casa come un lupo dal bosco. Avevo tratteggiato sullo stradario un punto nei pressi di casa mia, ad una distanza approssimativa di trecento metri. Scesi le scale del condominio dove vivevo, in tachicardia, spaventato dall’imminente impatto con il sole e con il resto dell’umanità. Il piede destro e quello sinistro picchiavano sugli scalini di marmo con i bordi scheggiati con un ritmo musicale. La salumeria che avevo individuato sullo stradario era una bottega sudicia, con la porta di legno al cui stipite era legata una campanella. Il latte era tenuto in delle casse ai piedi del bancone e il pane ammassato in una vetrinetta. Dall’interno della vetrinetta alcune mosche disseminavano patologie e prole sulle rosette e gli sfilatini. La continuazione della specie aveva luogo per vie nauseanti. L’uomo dietro al bancone eseguiva i suoi movimenti con la lentezza necessaria a farmi montare la claustrofobia. Piuttosto che affettare un prosciutto sembrava stesse incidendo un diamante. Alla fine il chirurgo salumiere mi passò duecento grammi di prosciutto e altre scatolette. Strinsi al petto il pacchetto e scappai verso casa con un’andatura insolita per uno che ha fatto la spesa pagando regolarmente. Evitai di prendere l’ascensore per scansare un vicino di casa che aveva voglia di fare conversazione. Un cartello appeso all’ingresso del condominio esortava i possessori di cani a raccogliere gli escrementi lasciati in giro. Una volta in casa mi adagiai sul divano ricoperto da una pila di materiale pornografico. Cercai una delle mie immagini preferite, una donna sodomizzata, con le labbra che mimavano la vocale o. L’uomo ritratto con lei nella foto le tirava i capelli con la mano destra stretta a pugno. Mi slacciai i pantaloni e tirai il pene di fuori. Il margine del glande era violaceo e il tessuto epidermico lievemente irritato. Occhi aperti e pochi istanti per raggiungere l’orgasmo. Usai la busta che mi aveva dato il banconista della salumeria per ripulire i resti di seme sparsi ovunque sul divano.

La masturbazione successiva alle undici, l’avevo fissata per le quattro del pomeriggio. Il materiale pornografico che usavo era sostanzialmente differente da quello precedente. La figura che più di tutte mi impressionava era una fellatio devota. Nonostante le fotografie sui giornaletti riprendessero immagini statiche, attimi congelati, io continuavo ad immaginare movimenti fluidi di teste che risalivano aste di peni eretti. Il tempo necessario per raggiungere l’orgasmo si era leggermente allungato a causa della precedente eiaculazione e sentivo i testicoli contrarsi in uno spasmo. Subito raggiunto, di nuovo sentivo la crepa avanzare dentro allo stomaco e diramarsi sempre più audace e profonda fino alla schiena.

Il mio progetto di non muovermi dal quartiere era in realtà un non-progetto. La totale assenza di qualcosa che si trasformava in qualcosa a cui attenersi rigidamente. Le mie escursioni non andavano oltre i cinquecento metri in direzione est e non prevedevano tempi di permanenza superiori ai venti minuti. Nei giorni successivi alla prima escursione, quando avevo familiarizzato con i negozi sotto casa, progettai di spingermi oltre la meta fissata per quel giorno. Le scariche di endorfina conseguenti alle frequenti masturbazioni mi avevano intontito e reso audace, privato della lucidità necessaria per meditare su scelte complesse e rischiose come quelle. Mi allontanai lungo il corso principale fino al deposito dei tram. Le buone condizioni atmosferiche e la chimica fallace del mio corpo mi avevano illuso di potermi allontanare così tanto da casa. Il panico arrivò all’improvviso. Mi accasciai lungo un muro bagnato dall’urina di un cane. Vidi alcune persone che si avvicinavano in maniera preoccupata. Mi risvegliai nel lettino dell’ospedale Loreto, sedato e confuso. I medicinali mi avevano acquietato e avevano alterato la percezione della distanza da casa mia. Mi alzai dal lettino sotto lo sguardo indifferente di un’infermiera e di gente che stava morendo sul serio. Ebbi un nuovo capogiro e svenni sul pavimento. Vidi il lineolum della sala avvicinarsi troppo velocemente ai miei occhi. Mi risvegliai alcuni minuti dopo nuovamente sul lettino. L’infermiera  fece cenno di non muovermi e andò a chiamare un medico. Il medico arrivò con una cartellina sulla quale appuntò i miei dati anagrafici. L’infermiera gli raccontò del capogiro da cui ero stato colto pochi istanti prima e di quello raccontato ai lettighieri dell’ambulanza, quando dei passanti erano corsi in mio soccorso. Il medico si attenne rigidamente alla procedura e mi propose di restare qualche giorno, un paio al massimo, per fare degli esami. Prima di andare via, il medico si avvicinò alle mie occhiaie e, a bassa voce, mi chiese se facevo uso di eroina o crack. Acconsentii al ricovero a patto che mi somministrassero dei farmaci per non avvertire la distanza da casa mia. Così, le mie masturbazioni ebbero luogo nei bagni del reparto, tra le macchie di urina scure lasciate dai malati che mi avevano preceduto e le macchie di sangue di quelli che avevano perdite di sangue nelle feci. Ottenere l’orgasmo senza il materiale pornografico di cui mi servivo era difficoltoso e richiedeva un esercizio mnemonico sfiancante. La presenza di infermiere grasse e di suore nel reparto mi metteva nella peggiore delle disposizioni. Fortunatamente che le visite all’interno del reparto non mancavano. Figlie, cognate, amiche, sorelle e mogli degli ammalati erano il mio materiale da costruzione per edificare proiezioni erotiche. Le mogli dei miei compagni di stanza, specialmente loro. I loro amplessi erano sicuramente più semplici da immaginare rispetto alle donne che erano là senza un compagno. Le vedevo avvinghiarsi a corpi con le flebo oppure con inserti di metallo dentro alle ginocchia e districarsi malamente con gli arti ingessati dei loro uomini. La crepa all’interno della mi pancia continuava ad espandersi e conquistare porzioni di carne sempre più consistenti. Durante la notte di ricovero la sentivo guadagnare terreno con quel suono tipico del vetro che si lesiona. Solo le grida delle infermiere che urlavano ai malati di non lamentarsi sovrastavano in decibel il suono della crepa. Durante la notte, illuminato dalle luci che indicavano le uscite di emergenza nei corridoi in caso di incendio, chiamai Giulia da un telefono che stava all’uscita dal reparto e lasciai un messaggio alla segreteria. Le dissi che i medici mi avevano trovato un cancro allo stomaco e che le mie possibilità di sopravvivenza erano scarse. Le dissi di correre all’ospedale che non c’era molto tempo, che le cose sarebbero tornate come prima e che avrei potuto perdonarla in niente. Non potevamo tirare fuori certe storie vecchie che appartenevano oramai al nostro passato nei pochi istanti che precedevano la mia morte. Bastava niente perchè tutto tornasse ad un mese prima. Le offrivo la possibilità di essere perdonata. Doveva rifletterci bene su questa cosa perché neanche Dio delle volte.

 Rigor Wilma

Wilma Binetti era troppo in là con gli anni. Tuttavia non esitai un solo istante ad andare a casa sua quando mi disse che c'aveva voglia di farsene una. Era più morta che viva dal punto di vista anagrafico e il rigor mortis stava cominciando a lavorarsela ai fianchi. La carne delle cosce, svuotata della consistenza del tono muscolare pendeva definitivamente verso il centro umido della terra. Tutto il su corpo, consapevole dell’imminente contatto con la terra, si sporgeva verso essa. Di cazzi ne aveva visti Wilma Binetti. Da qualche parte della sua camera ci doveva essere nascosto un pamphlet, un albo, un saggio, che a tutti all'improvviso viene la voglia di lasciare una traccia di quello che s'è imparato. Fosse solo per giustificare la passeggiata davanti a Dio, per dirgli "mica sono stata per niente laggiù! guarda, guarda cosa sono stata capace a fare!". Comunque le dissi subito che soldi non ce ne avevo. "Per chi m'hai preso" disse lei, e prima di serrare la porta con due mandate aggiunse "e almeno offrimi una sigaretta". Fu mica una passeggiata a farsela a Wilma Binetti. Era come scoparsi un armadio e infilarlo dentro alla toppa dell'anta. Dura e callosa la vecchiaccia. La pelle ruvida abbastanza per scartavetrarci un mobile da ridipingere. Un lavoro di anca e bacino e tricipiti irrigiditi. E mentre mi agitavo dentro a quel declino mi veniva da pensare al mio cane che stava per morire pure lui. Ma non di vecchiaia come Wilma, ma di uno schifo che gli era cresciuto dentro alle ossa e che si stava mangiando le zampe, la coda e i peli. Durante le brutte giornate che venivano in quelle settimane, il cane mio se ne stava piegato sulle zampe a nascondersi dai lampi e da tutta quella luce che cadeva dal cielo verso casa nostra. Mio padre diceva che non era giusto che doveva morire a quella maniera e che lui a vederlo si sentiva male. "Oggi non ce l'ha fatta neanche a uscire e per paura di essere sgridato non piscia in casa" mi diceva mio padre. "Che c'hai" mi diceva Wilma, che mi vedeva distratto. Mi guardava con gli occhi troppo giovani per una che c'ha la pelle appesa sotto al collo e le righe di un libro intero scritte sulla faccia. "Il mio cane sta morendo" le dissi e mi staccai da mezzo alle cosce. Mi sedetti su una sedia, nudo e in erezione, con la tachicardia e troppo sangue dentro al cervello per via della vasodilatazione. Lei rimase coperta solo dalle rughe e il centro peloso delle sue cosce puntava verso di me come una minaccia, l’anatema apocalittico. Le lanciai una sigaretta dalla distanza e la colpii sulla coscia. Fece un suono sordo. La raccolse e la tirò profondamente facendo entrare il fumo fino a dentro gli alveoli più reconditi. Quella cosa della morte e della decomposizione dei tessuti proprio non mi andava. C'era proprio bisogno di scomparire?

Un paio di giorni dopo il mio incontro con Wilma cartavetro Binetti stavo in macchina. La radio passava della musica transgenica. C'era del blues e dei movimento classici, e un riff funky con una chitarra troppo distorta. Ci si evolveva per non scomparire. Anche noi saremmo diventati altro per non scomparire. Le lamiere delle macchine scintillavano sotto il sole e i fasci di luce si riflettevano nei finestrini alzati di alcune vetture. Vernici metalizzate. Era una mattina sterile di presagi, senza segni nel cielo. Parcheggiai ai lati di un marciapiede, sotto lo status giuridico di divieto di sosta. Suonai il citofono e Wilma venne a rispondere.

"Chi è?"

La voce metallica le donava.

"Sono io".

"Il figliuol prodigo che ritorna all'ovile, cosa vuoi ?"

"Sono passato a trovare la nonna."

"Vattene, non è giorno, non c'ho voglia."

"Dai, solo un momento."

Wilma riagganciò il citofono. Dal colpo che udii dovette lanciare la cornetta verso il supporto di plastica con violenza. Ricitofonai. Tenni il dito incollato sul tasto accanto alla scritta Binetti.

"Vattene via, cos’altro vuoi?"

"Volevo soltanto salire un po'. Non ho un altro posto dove andare né niente da fare stamattina"

"Trovati altro."

Quelle furono le ultime parole di nonna Wilma Binetti per quel giorno.

Rividi Wilma la settimana seguente all'università dove lavorava come bidella. Era seduta con le cosce aperte in una posa oscena da vecchia puttana. Era in compagnia di altre tre vecchie. Insieme c'avevano quattrocento anni. Finsi di non vederla. Lei mi seguì con discrezione lungo un corridoio che portava alle aule dei piani superiori. Quando la sua voce fu fuori dalla portata delle altre vecchie, mi chiamò.

"Senti" disse, "perché stasera non passi da me."

Si attaccò al mio petto. La porta di casa serrata per paura dei ladri. Mi succhiò e leccò l’epidermide dello sterno. La vecchia lingua sbucava come una lumaca dal guscio e disegnava piccoli cerchi di diametro crescente attorno i miei capezzoli. Con una mano stringeva il pene. Ero nel mezzo del Wilma Binetti show, la notte dei morti viventi. Non ero mica messo meglio di lei io. Brutto com’ero, con la mascella spostata e quel naso butterato, con quell’infamia attaccata sulla faccia come potevo mai procurarmi una donna di quarant’anni di meno? Wilma si prendeva la rivincita per tutti e due, per la ragazza che non era più e per quello che non sarei mai stato io. La luca fioca dell’abat-jour illuminava i ghirigori di fumo provenienti dalle nostre sigarette spente male dentro il posacenere di ceramica rubato in un hotel a ore.

 

 Tutto più giallo

Ho letto un necrologio, potevano essere le tre del pomeriggio. Stava attaccato di fianco ad un manifesto elettorale e un angolo si era scollato. Da sotto ci usciva l'intonaco vivo. Mi sono avvicinato per via della miopia. Qualcuno aveva sputato sotto il muro, e l'odore acido dell'urina di un cane mi bruciava nelle narici. Mariano la carogna, Mariano fiato di merda, Mariano con le zecche nei capelli, Mariano occhi storti, Mariano o figl e bucchin, Mariano lavati le mani, Mariano non ha capito niente, Mariano gli piacciono le minorenni. Insomma, Mariano, il miglior amico mio era morto. Sul necrologico non c'era scritta la causa. E' mancato all'affetto dei suoi cari, c'era scritto. Era vaga come cosa e lasciava aperte troppe ipotesi, troppi spiragli narrativi. Si poteva per esempio scrivere chiaramente, è stato sbranato da un cane, oppure, gli avevano trovato una cosa che all'inizio sembrava una macchiolina piccola nei polmoni ma poi era più grave. Le esequie si sarebbero tenute il giorno seguente. Con il caldo che faceva bisognava sbrigarsi a sbarazzarsi dei resti umani altrimenti in niente ti ritrovavi la casa piena di topi e di mosche. Restai tutto il pomeriggio chiuso in casa, terrorizzato. Io e Mariano c'avevamo pressappoco la stessa età. Di preciso non lo potevo sapere in quale anno fosse nato, avevo però abbastanza ricordi di lui per collocarlo mentalmente nella mia generazione. Non era mica il primo a morire degli amici miei. Per niente. A uno a uno stavamo crepando, e quando per strada incontravo gli altri, non ne parlavamo mai, di quelli che avevamo già seppellito. Quel pomeriggio ero terrorizzato. Mi figuravo quando mettevano a Mariano dentro alla cassa di legno e ci avvitavano il coperchio sopra. Con tutto quel caldo avrebbe sudato pure da morto e l'odore dei fiori secchi e della terra al cimitero ce li avevo già impressi dentro al cervello. Di buono c’era che si trattava di una carogna di meno comunque. Su questo non si poteva discutere. Meno aria consumata, più spazio in città, e le scorte di cibo nei negozi della zona sarebbero durate più a lungo. Se l’estinzione della specie umana doveva cominciare, meglio con lui.

Il pomeriggio seguente tenni sotto controllo l’orologio di continuo. Quando si fecero le due, entrai nella vasca da bagno. La porcellana bagnata era diventata pericolosa e la mia pelle unta e rappresa non aderiva più lungo nessuna superficie. Molti anziani morivano perché scivolavano nella vasca da bagno e venivano ritrovati nei giorni seguenti dai figli con le ossa rotte e tutto il loro sangue di vecchi sul pavimento. Delle volte lo leggevo anche sul giornale che distribuiscono gratuitamente al parco. Un altro anziano ritrovato morto nella sua abitazione. La causa del decesso è da ricercarsi in un’errata manovra mentre si asciugava i capelli con il phon. Anziano morto mentre si lavava i denti, mentre portava a pisciare il cane, mentre era in fila alla posta, mentre aspettava l’autobus. Entrai nell’acqua calda e mi insaponai le braccia con un sapone agli estratti di aloe e cocco. Pulii per bene lo spazio tra le dita dei piedi e scorreggiai, producendo delle bolle d’aria che risalirono in superficie e mischiarono il loro odore a quello dell’aloe. Mi stesi per bene nella vasca e pensai: anziano muore mentre scorreggia nella vasca da bagno. Le esalazioni ecc. ecc.

Al funerale c’eravamo comunque tutti. Ognuno per i fatti suoi, ognuno spaventato alla propria maniera. Io ero appoggiato alla porta della chiesa e aspettavo che la bara cominciasse il tragitto fino al cimitero. Anziano ritrovato morto mentre aspettava che la bara cominciasse a muoversi.

Il corteo funebre era pietoso. Non aspettavo certo di divertirmi, però c’era qualcosa di grottesco in quell’assembramento di vecchi zoppi, di cui due sulla sedia a rotelle, altri tre tenuti in piedi da una badante e tutti affetti almeno da un tremore o un tic che li obbligava a scuotersi in una maniera o nell’altra. Quelli si sarebbero mossi pure dentro alla bara, i becchini li dovevano legare con lo scotch. Io avevo un vestito di fresco lino scuro con una camicia bianca. In testa un cappello di paglia forato nei lati per la traspirazione e gli occhiali fotocromatici che si scurivano al sole. Li possedevo da così tanti anni che oramai non diventavano neanche neri, ma la colorazione si fermava sul giallognolo, e allora io a tutti i vecchi del corteo funebre, li vedevo giallognoli. La processione aveva un’andatura lentissima. La macchina non riusciva a muoversi così piano, e per questa ragione il becchino autista, percorreva dieci metri e poi si fermava per essere raggiunto dal resto dei vecchi. Io ero sul fondo del corteo, tra quelli che non lo conoscevano. Era quel gruppo di vecchi che segue i cortei funebri per professione o per passione. Tra quelli che dicevano che il morto da vivo era un vero pezzo di merda ma che adesso non spettava certo a loro di giudicare. Avevo oramai raggiunto l’ultima posizione del gruppo di coda e orientavo il mio cappello di paglia a seconda dell’inclinazione dei raggi di sole. Comunque i vecchi del gruppo di coda c’avevano a ragione a dire che era proprio un gran pezzo di merda Mariano.

Tuttavia non ebbi per molto tempo la consolazione di essere l’ultimo. Si materializzò all’improvviso alle mie spalle un cane. Secco, con le ossa delle costole di fuori, le orecchie erano due lembi di pelle appesi sulla testa, gli occhi due grosse biglie indipendenti dal resto del cranio. Le unghie zampettavano sull’asfalto rovente. Quando mi giravo a guardarlo, lui alzava la testa e mi guardava pure lui. Allora mi fermavo, senza dargli confidenza per farlo passare davanti insieme agli altri vecchi e ritornare ad essere l’ultimo. Il cane si fermava pure lui. Girava su sé stesso, guardava un poco i negozi ai lati della strada un poco mi fissava negli occhi e poi ricominciava a camminarmi dietro. Era snervante ad averci qual bastardo inchiodato al culo. Presi allora una stradina laterale dicendomi che avrei raggiunto il corteo in un altro punto della strada. Il cane continuò a seguirmi. Feci finta di nulla, ma oramai era chiaro. A quel bastardo non importava nulla del corteo funebre, non voleva altro che seguirmi. Mi diressi in un dedalo di vicoli e del corteo funebre, e di quella carogna stesa dentro alla bara non me ne fregava più nulla. Il cane mi era sempre alle spalle e non mostrava affanno né incertezza. Vidi in lontananza un muretto nero, di pietra lavica cha faceva da perimetro ad un’aiuola comunale. Mi sedetti. Il muretto era bollente e le mie emorroidi trovarono sollievo dal calore terapeutico che dal muretto risaliva per il culo. Il cane si fermò ad un paio di metri da me. Pure il bastardo doveva essersi stancato. Attraverso le mie lenti giallognole e le mie cataratte, il bastardo mi sembrava più giallo di quanto il suo pelo fosse. I cani gialli non esistono, mi dissi. Marroni, di marroni sì che ne esistono e alla mia età i due colori si possono confondere, e poi attraverso queste lenti fotocromatiche oramai consumate tutto sembra più giallo. Il cane guadagnava centimetri nella mia direzione fino a che il suo muso non cominciò ad annusarmi le gambe. Gli diedi un calcio e quello guaì, con un latrato stridulo, e si allontanò fino alla posizione iniziale. Cominciò di nuovo ad erodere i centimetri e nuovamente il suo naso umido era incollato alle mie gambe. Allora gli carezzai la testa. Sotto il palmo della mano si sentiva la curvatura del cranio e la sporgenza ossea nella quale si inserivano le palle degli occhi. Mi abbassai su di lui. Le mie ginocchia scricchiolarono. Senti, gli dissi, vuoi venire con me, ti chiamerò Mariano, lo so che non è il tuo nome, ma se vuoi stare con me io in qualche maniera ti devo pure chiamare, che ne dici. Mariano scodinzolò e scosse tutto il corpo in senso di approvazione. Andiamocene a casa, gli dissi, e ci incamminammo verso casa. Quando verrà a trovarci mio figlio Marco, andrai fuori casa per un paio di ore perché a lui i cani non gli piacciono, ma a me si, mi sono sempre piaciuti. Io ti mostrerò chi è, e quando sarà andato via ritornerai sopra. Il sole picchiava forte sopra il mio cappello e per la strada non c’era nessuno. Si sentivano soltanto i passi miei e le zampe di Mariano, ma in molti avrebbero detto che si sentivano soltanto i miei.

 

 Isa

Un cane mi ha mangiato la faccia, mi chiamo Isabella. Lo ha fatto mentre ero priva di coscienza in un parco. Ero stesa e l’erba mi pungeva dietro la schiena. Da bambina avevo paura dei ragni e di tutto ciò che per spostarsi usava più di due gambe. I cani, in generale, mangiano i biscottini Ciappi con la vitamina E, il calcio per rinforzare i denti, e il complesso delle vitamine B per tenere lucido il pelo. Quel cane però era pazzo. Adesso ho un'altra faccia. Ciglia, zigomi, naso, mento, interno narici. La mia faccia è stata assemblata in una camera chirurgica. Gente dalla mano precisa tutt’intorno al mio lettino. La pelle era contenuta in alcune vaschette e galleggiava sulla superficie di un liquido. Parte del materiale utilizzato è il mio, parte proviene dall’obitorio comunale. Alcune religioni non permettono certi scambi di materiale umano, ritengono che l’intervento diretto su di un corpo sia impuro. Karma, destino, oroscopo. Non sapevo che esistessero dei pezzi di ricambio, non pensavo che potessero farlo. E’ forse questa l’immortalità? Ricostruirci pezzo per pezzo all’infinito? Sotto la pelle ci sono delle placche di metallo che tengono insieme la cute della mascella con l’orecchio. Sotto il naso c’è un filamento metallico che risale fino alle tempie. Attorno al mio viso, alla profondità di tre millimetri, c’è un filo di ferro filato di uno spessore sottilissimo, che tiene uniti tutti i pezzi. E’ composto da una lega usata nell’aeronautica e negli sport estremi. Sottile, solido e invisibile. Il naso è stato avvitato sulle ossa della faccia. I chirurghi dicono che la meccanica delle mie espressioni non è mutata. Se mi viene da ridere gli angoli delle labbra rientreranno verso l’interno. Però mi hanno detto che per i primi mesi è meglio non farlo, la guancia destra si potrebbe scucire, e la mascella potrebbe perdere la sua posizione. Comunque li ho rassicurati, ho detto loro che non ho intenzione di ridere. Sono la stessa Isabella di sempre eppure, il mio nome, adesso, non combacia più con la mia faccia. Forse dovrò cambiare nome, trovarne uno da abbinare a questi zigomi così sporgenti. Sono seduta davanti allo specchio e provo ad inarcare le sopracciglia oppure a dilatare le narici del naso. Faccio delle prove, cerco di prendere confidenza con le orbite oculari. La motilità è ancora limitata e le espressioni sono imprecise, inadeguate. Il suono stesso delle parole che pronuncio é diverso a causa dello scarso controllo che ho delle mie nuove guance. Per il momento riesco soltanto a produrre dei suoni a labbra chiuse. La m per esempio mi viene bene, mentre la o richiede una curvatura delle labbra che non riesco ad ottenere. L’aria che risale dalla trachea viene ulteriormente modulata dalla curvatura delle labbra e dalla posizione della lingua. Non riconosco neanche il suono della mia tosse. Certo una faccia ci voleva, non potevo fare senza. Ho immaginato per un istante di entrare in un autobus senza la faccia. Con i tendini da fuori, con le terminazioni nervose che pendono dalle guance e senza la carne che ricopre i denti. La gente sarebbe scappata oppure si sarebbe messa ad urlare. Figurarsi. Una faccia ci vuole anche per sapere se sei arrabbiata o se stai sorridendo. Una faccia ci vuole anche per vedere le rughe e la giovinezza che termina, per essere riconosciuta sulle fotografie. Sono in ospedale da due mesi. Mio figlio mi sorride, ma io lo so che è terrorizzato. Prima di farmelo incontrare, gli psicologi dell’ospedale gli hanno dato delle istruzioni su quello che avrebbero visto e su come controllare le proprie emozioni. Gli hanno somministrato dei farmaci per non farlo svenire, e gli hanno anche detto che sono fragile e che potrei dire delle cose strane. La faccia è ancora tumefatta, ci sono delle lividure che risalgono la guancia destra fino a dietro l’orecchio e non appena l’effetto della morfina termina, sento dolore. Un dolore difficile da localizzare precisamente. Viene dalla profondità della carne sulla faccia, forse dalle ossa del cranio. Il rischio di rigetto è alto. Un medico mi ha detto che i miei anticorpi potrebbero allearsi e cercare di espellere la mia faccia, potrebbero non riconoscerla come loro. Hanno usato dei farmaci per trarli in inganno, ma temono che alla lunga non funzionerà. Mio marito mi ha sussurrato che non vede l’ora di fare l’amore con me. Io ho una faccia nuova, lui ha una donna nuova. Mi viene da vomitare. E’ come se mi tradisse con me stessa. La faccia che adesso è incollata con lo scotch sul mio cranio apparteneva ad un’altra donna. Esiste un regolamento severo che vieta di conoscerne il nome. Se ti trapiantano un cuore o un polmone non è indispensabile conoscere il donatore. Si tratta di organi che stanno in fondo alla scatola toracica e la loro consistenza molliccia li rende schifosi alla vista. E’ difficile riconoscersi con un proprio organo interno. Se ti trapiantano la faccia invece dovresti conoscere delle cose sulla persona a cui apparteneva. Almeno il nome. Almeno come portava i capelli e come solitamente si truccava. Forse un giorno, entrando in un autobus, qualcuno la riconoscerà e allora mi racconterà tutto di lei.

 Appunti: Courtney, sangue, parabole, Mtv

Il rossetto di Courtney Love luccica dietro il vetro della televisione Sanyo della cucina. Ha la pelle bianca di porcellana. Nel video è assieme ad una bambina ed entra all'interno di qualcosa. La tiene per mano. E' la metafora di una vagina. Entra nella vagina insieme alla bambina. Una cosa tutta femminile, iniziatica. Indossa una gonna lunga con degli svolazzi. La bambina assomiglia ad una ballerina. I colori predominanti nel video sono il viola e il rosso, favola horror, apocalisse di porcellana. I ritocchi in post produzione hanno reso tutto più onirico. Courtney Love mi fa tirare il cazzo parecchio. Oramai è una tardona, ma io penso spesso a lei mentre mi masturbo. Mi verrebbe di accarezzare il tubo catodico oppure di mettere l'orecchio sopra il trasformatore caldo. Ma non lo faccio. Non le faccio mai queste cose.

Per andare a lavoro prendo la linea gialla della metropolitana. Tutte le città che hanno la metropolitana hanno una linea gialla. E’ il primo colore a cui pensano quelli che disegnano la mappa. In natura il giallo indica il pericolo, e molti animali velenosi hanno una livrea gialla. La mattina c'è puzza di cloroformio usato dall'impresa di pulizie. Certe mattine mi brucia il naso e respiro con la bocca. Se respiro troppo forte mi viene da fare la tosse. Altri giorni, l’odore di cloroformio è più intenso e molte persone, mentre aspettano la metropolitana cominciano a sanguinare dal naso. Cadono sul pavimento, un misto mattonelle e lineolum, delle gocce perfettamente circolari. Il rosso è impressionante. Quando capita a più persone contemporaneamente, riesco a notare la differenza del colore rosso. Alcuni c'hanno il sangue porpora che si raggruma velocemente, altri invece hanno un colore più sbiadito e il sangue resta macchia senza provare ad intensificarsi. Resta allo stato liquido. Alcuni passeggeri, specie le donne, si precipitano ad asciugare il loro sangue. Si chinano velocemente sulla macchia e la portano via con dei fazzoletti di carta. Si vergognano di perdere sangue in pubblico. Io alzo al massimo il volume del lettore mp3 e leggo intensamente le pubblicità appese alle pareti.

Succedono delle cose all'interno dell'ufficio. Marisa ha cominciato a piangere mentre spillava un fax. Era la pubblicità di un'azienda di fax. C'era una scritta che diceva "se non leggete bene questa scritta, significa che avete bisogno di un fax nuovo. Contattaci al numero di fax ecc.". Mi sono avvicinato e lei si è coperta gli occhi. Alcune lacrime le solcavano la faccia fino a dentro il collo della camicetta. E' successo la settimana scorsa anche. Loredana piangeva mentre scriveva il piano ferie dell'ufficio. Nessuno diceva niente. Lei singhiozzava, disperata davanti al foglio excel con la cornice su tutti e quattro i lati. Siamo una generazione troppo fragile per lavorare in un ufficio.

Mi masturbo il tardo pomeriggio, quando torno dal lavoro. Sono una persona ripetitiva anche nelle fantasie. All’inizio Courtney me lo tira da fuori e me lo prende in bocca, poi si volta e io le assesto il paio di colpi finale. Io e Courtney siamo una coppia affiatata, lei sa cosa mi piace. E poi ripetiamo questo copione da troppo tempo perché lei non lo abbia imparato per bene. Eiaculo su un fazzoletto di carta oppure su una striscia di carta igienica che tengo appoggiata sulla pancia. Un paio di strappi piegati tra loro per aumentarne lo spessore. Mi addormento dieci minuti con il fazzoletto sulla pancia. Una piacevole sensazione di calore si diffonde sulla pancia e quando mi sveglio, i peli della pancia sono tutti incollati tra loro. Prendo un Aulin oppure un analgesico qualunque.

L’uomo che abita nell’appartamento di fianco al mio, ha montato fuori dal suo balcone un’antenna parabolica. Si tratta della più grande antenna parabolica del condominio. Forse è anche proibita dalla legge. E’ da giorni posizionato fuori al balcone, indirizzando la parabola in punti diversi. Entra ed asce dalla camera nervosamente. Indossa una tuta da ginnastica nera con delle strisce nere sulle maniche e si rade poco, lasciandosi la barba attorno alla bocca. Si ferma solo delle volte per fumare, e anche quando fuma scruta l’orizzonte, annusa l’aria. Sta cercano probabilmente di recepire la televisione marziana oppure le trasmissioni della polizia. Esistono dei canali di cui io non ho mai sentito parlare. L’umanità, seduta sui divani dei soggiorni, guarda cose in televisione diverse da quelle che guardo io. Deve essere per questo motivo che riesco sempre a parlare sempre meno con loro. Guardano dei canali diversi con delle pubblicità diverse, hanno dei bisogni diversi dai miei.

La pubblicità che trasmettono su Mtv è diversa da quella che normalmente gira sulle altre reti, cerca di confondersi in mezzo alla programmazione. Non sempre riesco a distinguerla dal programma. Se alla fine la ragazza che stanno intervistando tira fuori un assorbente allora è una pubblicità, altrimenti non lo è. E’ colpa del ritmo troppo alto con il quale si alternano le immagini e poi il video è tempestato da scritte che richiedono troppa attenzione. Su Mtv tutti parlano veloce, le scritte passano veloci sul monitor. Pensano che i loro telespettatori abbiano un cervello più veloce di quelli delle altre reti.

 

 

 Un giorno, due giorni

Abbiamo un aspetto malsano. Le nostre orecchie sono piene di cerume. Parliamo a bassa voce e usiamo frasi brevi. Tendiamo ad essere gentili. Tuttavia serbiamo odio.

La mattina torniamo a casa e guardiamo la televisione. Sono le otto e undici minuti. Blocchiamo la trasmissione sul primo canale che invia un segnale pulito e ascoltiamo. Le televisioni pubbliche trasmettono i cartoni animati. Sono per lo più storie banali e poco coinvolgenti con protagonisti rane, topi, lucertole e dinosauri. C'è sempre qualcuno che cerca di mangiare qualcuno. Ci stendiamo sul letto. Regoliamo la temperatura interna con il condizionatore e chiudiamo le finestre. Creiamo il vuoto pneumatico nella stanza. Mettiamo un lenzuolo leggero sopra il petto per evitare l'impatto con l'aria fredda che cade dall'alto. Le nostre dita stanno diventando sottili come le cannucce delle penne bic. Chiudiamo gli occhi.

Li riapriamo dopo ventuno minuti. Sono le otto e trentaquattro. Il display della radiosveglia è troppo luminoso. Ci poggiamo sopra un calzino. Richiudiamo gli occhi. Le nostre palpebre tremano, i nostri occhi si muovono meccanici dentro le orbite. Alcuni di noi battono i denti e agitano le gambe. Entriamo nella fase rem. Il nostro sistema nervoso corre come un criceto nella ruota. Ci risvegliamo. Sono le nove e dodici. Sono le nove e quarantasette. Sono le dieci e undici. Sono le dieci e ventidue. Andiamo al bagno. Ci sforziamo di urinare. Lo facciamo per abitudine. La nostra vescica è irritata. Ci brucia come se pisciassimo benzina. Ci laviamo i denti. Le nostre gengive sono deboli e insieme al dentifricio sputiamo del sangue. Il nostro spazzolino è duro quanto una limetta per le unghie. Dovremmo cambiarlo. Ritorniamo nel letto. Il condizionatore è acceso, il calzino è sulla radiosveglia, è tutto pronto. Chiudiamo gli occhi.

Sono le undici e diciannove. Sono le undici e ventisette. Sentiamo i nostri vicini parlare oltre le pareti. Se ci concentriamo bene riusciamo perfino a vederli muovere. Sentiamo i motorini dei loro elettrodomestici, le suonerie dei loro cellulari, il loro maledetto battito cardiaco.

Telefoniamo ai nostri genitori. Gli chiediamo della loro salute. Gli chiediamo delle nostre sorelle nelle altre città. Gli diciamo che non siamo nervosi. Che parliamo velocemente solo perché abbiamo fretta. Ritorniamo a letto.

Effettivamente non abbiamo un buon rapporto con il sonno. Sotto il lenzuolo ci sono delle tagliole. Nell'imbottitura del cuscino chiodi. Sono le undici e quarantasei. La programmazione è cambiata. Programmi di cucina, televendite di attrezzi ginnici, predicatori apocalittici. Spegniamo la televisione con il telecomando. Resta solo un puntino luminoso. Questo lo chiamiamo spegnere la televisione con il puntino. Nel buio della stanza il puntino è troppo luminoso. Tutta quella luce potrebbe bruciarci la retina. Mettiamo l'altro calzino davanti al puntino. E' tutto pronto. Chiudiamo gli occhi.

Sono le dodici e ventiquattro. Sono le dodici e trentasette. Abbiamo un'erezione di prostata. Ci masturbiamo. Ci puliamo con il lenzuolo. Riprendiamo il telecomando. Il telecomando non prende perché c'è un calzino davanti alla finestrella dei raggi infrarossi. Lasciamo perdere. Vorremmo scrivere via sms alle nostre fidanzate che ci siamo appena masturbati pensando ad altre donne. Ma non lo facciamo. Tendiamo comunque all'autodistruzione passiva.

Sono le dodici e cinquanta. Andiamo in cucina. Mettiamo nella padella cibi ancora congelati. Lo strato di ghiaccio è spesso abbastanza da non vederci quello che contiene. Delle volte mettiamo nella padella cibi con tutta la confezione. Friggiamo il codice a barre, la data di scadenza, il numero di fax dell'azienda produttrice.

Sono le quindici e zerosette.

A questo punto sono rasato. Metto nella borsa il pantalone nero, la camicia. Le scarpe sono lucide abbastanza. Mi guardo allo specchio prima di uscire. Sono vestito come un killer, ma sono soltanto un insegnante di ballo, è il mio lavoro pomeridiano. Il centro dove tengo le lezioni si trova dall’altra parte della città. Prendo due metropolitane per arrivarci. I due treni si incontrano nel sottosuolo. E’ una stazione umida, sono all’altezza delle fogne, dei topi. Se soffrissi di claustrofobia a questo punto dovrei stendermi per terra e cominciare ad agitarmi. Produrrei una bavetta bianca sulla bocca e scuoterei le gambe convulsamente. La gente andrebbe in panico e qualcuno chiamerebbe un’ambulanza. Vivo in un paese cattolico. Questo accade perché la nostra religione è fondata sul senso di colpa. Comunque non soffro di claustrofobia, quindi cambio il treno sotto terra senza grossi problemi. Sono il primo ad arrivare al centro. La porta d’ingresso è aperta. Ci sono quelli delle pulizie. Alcuni di loro mi salutano, altri fanno finta di non vedermi. Indosso abiti consoni a chi fa questo lavoro. Pantalone nero lucido, camicia lucida, scarpe lucide. Rifletto la luce come la carta argentata. Faccio stretching e riscaldo i muscoli. Tendo le braccia in avanti e intreccio le dita tra loro con i palmi rivolti verso l’esterno. Muovo la testa con un moto circolare. Mi alzo sulle punte per sollecitare i polpacci. I tendini sono elastici, i miei muscoli si contraggono e cambiano forma nelle loro sedi, il sangue scorre fluidamente nelle arterie. Tutto è pronto. Davanti a me c’è uno specchio grande quanto la parete. Non lo so se è incollato oppure inchiodato. Sembra comunque fissato solidamente. Arrivano i primi allievi. Marietta è la prima. Ha sessantadue anni. La sua pelle sembra essere di due taglie più grande. Sporge da tutti i punti del suo corpo producendo rughe ed escrescenze oramai irreparabili. Si avvicina e mi saluta con un bacio sulla guancia. Il marito di Marietta è morto cinque settimane fa. Lui non prendeva lezioni di ballo. L’aspettava fuori, addormentato in macchina, con nella radio vecchia musica italiana. Anche i cantanti che ascoltava il marito di Marietta sono morti tutti, o comunque malati gravemente di Parkinson. Marietta continua a venire alle lezioni. Ha saltato solo il giorno del funerale e si è scusata. Dopo alcuni minuti arrivano Luisa, Germana, Adelaide, Carla, Michela. In cinque hanno circa quattrocento anni. Carla è quella che ha più senso dell’umorismo di tutte. E’ stata lei a dire che dovremmo chiamarci la compagnia di danza preistorica. Se tutte le mie allieve sopravvivono fino alla settimana prossima, facciamo questo saggio nel centro anziani della asl. Ci mettono a disposizione una sala ampia, con le luci e l’impianto voci. Ci sarà anche un tecnico che si occuperà di tutto. Facciamo parte di un progetto contro l’osteoporosi. Vogliamo dimostrare che l’esercizio e la danza possono aiutare chi ne soffre. Il progetto della asl si chiama, la danza nella ossa, ma noi lo chiamiamo la compagnia di danza preistorica. In scaletta abbiamo sei balli: samba, slow fox, fox-trot, walzer, tarantella, mambo. Prima di cominciare la lezione, le ragazze prendono farmaci cardiotonici, insulina, antibiotici e analgesici. Il loro cervello si anestetizza, e sono piene di adrenalina. Sono fatte quanto le ragazze che ballano nelle gabbie in discoteca.

“Allora” dico, “cominciamo”.

Con il telecomando faccio partire la base. Conto fino a quattro. Le ragazze sono tutte in posizione alle mie spalle. Proviamo da troppo tempo perché non si ricordino dove mettersi. Non vedono l’ora di muoversi. Il movimento è l’unica differenza tra la morte e lo stare ancora in vita.

“Gamba destra” dico.

Le ragazze puntano solidamente la gamba destra sulle assi di legno del pavimento. La base parte.

“Torsione e giù, giù, braccia, salgo” dico.

Sono eccitate. I loro movimenti sono perfetti, sincronizzati, il loro sguardo è fisso sulla mia schiena.

“Punta e slow, slow, gira e spalla” dico.

Da quando Adelaide è nata, sono cambiati i nomi di alcuni stati, assetti geografici stravolti, le monete che usava da ragazza non sono più in circolazione, il novanta percento delle persone che conosceva sono tutte morte.

“Gamba, gamba, testa e abbasso” dico.

Alcune di loro hanno perso dei figli in incidenti stradali. Sono sopravvissute ai propri figli e non riescono a darsi pace.

“Gira, gira, testa e stop” dico.

Luisa il mese scorso è rimasta chiusa in casa. E’ sola e la notte si chiude a chiave per paura. Porta la chiave con sè, nella stanza da letto. Il mattino seguente aveva dimenticato dove l’avesse messa. Aveva timore di dirlo ai figli ed è rimasta chiusa in casa per tre giorni. Piangeva forte. I vicini l’hanno sentita piangere nella notte ed hanno chiamato i vigili del fuoco che hanno sfondato la porta. Adesso balla da Dio.

“Movimento braccio, gamba, gamba e punta” dico.

La figlia di Germana è down. Ha trentadue anni ed ha bisogno di tutto. Germana la lava, le cambia gli assorbenti, l’accompagna al centro disabili tutte le mattine, e al ritorno piange nell’autobus. Da trentadue anni Germana piange tutte le mattine. Nessuno le dice nulla. Lei piange da dietro gli occhiali per la presbiopia e le lenti con l’antiriflesso si appannano. Adesso aspetta solo di fare la figura numero quattro dello slow fox.

“Stop” dico.

Terminiamo le prove. Le ossa delle ragazze scricchiolano sinistramente dentro a quello che resta dei loro muscoli. Hanno ancora le endorfine in circolazione e sono chimicamente felici. Parlano tra loro, si rimproverano e si correggono a vicenda. Nei pomeriggi, quando il corso non c’è, loro si vedono a casa di Adelaide. Spostano il tavolo della cucina, le sedie e la credenza e provano da sole. Per questa ragione ho fatto loro una copia del disco con le basi. Sono sudato. I miei vestiti luccicano ancora. Preparo la borsa e torno verso casa.

Sono le ventuno e dodici.

Prendiamo delle pasticche di vitamina per contrastare il numero sempre crescente di radicali liberi. Ci passiamo le mani sugli occhi e da sotto i palmi, attraverso la pelle, li sentiamo doloranti. Raggiungiamo la nostra macchina dentro al garage. Ci dirigiamo verso il nostro primo lavoro. Alcune persone parlano da dentro alla radio. Dicono delle cose. La nostra auto scivola sull’asfalto rugoso. Conosciamo la strada a memoria. Chiudiamo gli occhi per un secondo per metterci alla prova. Tutto funziona. Tra venti minuti arriviamo in ufficio. Il turno di notte fino alle sette del mattino.

 

 Notte
 

 

A dormire si dormiva poco. Per via del caldo, delle zanzare e dell'orario estivo dei treni, che a certe ore della notte il traffico era intenso. I bestioni di ferro impattavano nell'aria e la smuovevano spargendola ovunque. Il rumore, la deflagrazione e l'esplosione turbinavano feroci dentro ai miei padiglioni auricolari che maldestramente li scambiavano per le tre zzz a icona sonora del volo della zanzara, che poi a vedersi bene passavano più treni che zanzare, e si dirà in seguito, pungevano di meno, però scassavano il cazzo uguale. I treni e le zanzare nella notte. Comunque, per le zanzare si potevano mettere le piastrine e far areare il locale prima di soggiornarvi e dopo rientravano tutte le zanzare di nuovo, ma non ci si poteva mettere contro alle ferrovie dello stato e bloccare il binario che passava proprio sotto la mia finestra. E tutti i siciliani, i calabresi e i napoletani chi li portava più? Niente da fare, dovevano passare tutti quanti sotto la finestra mia. Colpa della morfologia del paese, stretto e lungo come la lingua di un formichiere, che un'altra linea ferroviaria parallela non si poteva fare. Diciamo che una certa malvagità, a fin di bene s’intende, del direttore cosmico dei lavori, del divino geometra, ci stava tutta. Era una congiura biblica, quella di farmi passare i treni sotto la finestra. E io che non era stato neanche buono ad andarmene da quel posto, per l'ozio e per la paura dei cambiamenti. Mica facile a cambiare l'ascensore, i vicini, i tappeti dei vicini, il portiere, l'amministratore del condominio, i citofoni, le piante sul ballatoio, il numero civico 12 che tanto c'ho messo a impararlo convinto che fosse sempre l'11 per la mia smania di sottovalutare sempre le cose.

Marcella aveva portato il cane del veterinario. Che poi a me la parola veterinario mi ha fatto sempre venire in mente uno che ha a che fare con le piante, perché ho avuto sempre questi abbinamenti strani dentro alla testa. A guadarlo stava bene, il cane. Floppy l'aveva chiamato perché Marcella diceva che era basso e largo, eppure il veterinario le aveva detto che quelle gocce di sangue dentro alle feci non potevano essere niente di buono. In generale il sangue tende a restare dentro il corpo. E Marcella mi aveva chiamato in lacrime, dal suo telefono senza fili seduta nella cucina mentre aspettava che si scongelassero i cosi della Findus o della Arena, non mi ricordo proprio preciso, e diceva che non era giusta questa cosa. Anche questo ricordo fresco dentro alle orecchie contribuiva ad alimentare l'insonnia e quella smania di farmi girare dentro al letto. I ricordi dovrebbero averci una scadenza all'interno, si dovrebbero cancellare sparire veloce specie quelli dolorosi che si insediano ad una certa profondità.

Potevano essere le undici e un quarto quando suonarono alla porta. Signor Solla m'aveva detto il portiere, e lui non mi chiama mai a quella maniera, e già da quello bisognava capire che le cose non potevano andare per il meglio. Signor Solla! E come lo gridava il cognome mio quel traditore. Poi lo capisci da come suona il tuo cognome che non farai molta strada, a chiamarsi Hendrix, Beethoven, De Niro era tutt'altra cosa, ma Solla proprio non andava bene. Mi consegna una lettera, busta bianca con una scritta stampata blu, piccola sulla parte posteriore. La apro che il portiere stava ancora fuori dalla mia porta, i piedi lambivano con la punta lo zerbino con la scritta vaffanculo, come se ci fosse quella necessità condominiale di dire quello che stava succedendo. Forse era il ministero che mi avvertiva che eravamo tutti in pericolo e allora la notizia bisognava darla velocemente, trasmetterla ai condomini senza neanche passare per l'amministratore, appendere un foglio nella portineria con scritto: attenzione tutti i condomini sono in pericolo, evacuare l’edificio. Ma forse poteva anche essere una notizia buona, che mi davano un telegatto, oppure avevo vinto la Porshe 911 spedendo la cartolina del panettone. Poteva essere. Facile che comunque era il telegatto. Era l'assicurazione che mi diceva che non ero più coperto, che la macchina dentro al garage in teoria, per via di un cavillo giuridico, non poteva più circolare, che non c'era l'assicurazione, che non avevo pagato e che potevo essere considerato a tutti gli effetti un nemico dello stato. Dissi al portiere che erano quelli dei telegatti e che stavano valutando di darmene uno per una pubblicità che avevo scritto.

La lettera dell’assicurazione alimentò la mia insicurezza. Doveva forse essere quello il motivo della mia agitazione. Perfino un leggero tremore aveva preso a scuotermi la mano e nella mia pancia subito si materializzò il mio vuoto assicurativo sotto forma di gastrite. Il male universale dentro alla mia pancia diventava una questione di succhi gastrici. Anche le piante di plastica che stavano sul mobile, con la loro anima di plastica, con il loro semini di plastica avvertirono la cosa. Ero un trasmettitore di insicurezza assicurativa, cosa peraltro confermata da una lettera regolarmente spedita e affrancata da una sana e onesta compagnia assicurativa. Ci dovevano essere rimasti male quelli dell’assicurazione quando non avevano visto i soldi miei, specie la signorina con il maglioncino che quando sono seduto per darle i soldi le suona sempre il telefono e li dice sempre un momento, tanto per essere educata con me, perché non le sembra una cosa bella da farsi quella di mettersi a parlare davanti a me che c’ho i soldi ancora dentro alla tasca.

Mentre guidavo e le ruote scivolavano fluide sull’asfalto, il senso di colpa assicurativo si dava da fare a torcermi le budella. Se la polizia, l’FBI, il KGB fossero riusciti a mettermi le mani addosso, il mio corpo sarebbe stato fuso e trasformato in una confezione da dodici di sapone o portalampada etnico in vendita all’Ikea, Mod. Solla. Io che sono un vigliacco, di andare contro la legge non ne voglio sapere. Arrivai sotto casa di Marcella e scesi per citofonarle. M’aveva detto di correre da lei, che il cane Floppy stava peggio che mai, e io come un cretino ci ero andato, sfidando le leggi che mi proibivano di girare senza il talloncino valido dell’assicurazione. Sarei diventato saponette e cibo per cani. Come un cretino ci corsi perché adesso non stavamo più insieme e lei si era messa pure con un altro. Al telefono m’aveva detto che Fabio era a lavoro e non poteva raggiungerla e chi altro poteva aiutarla se non io, che poi volevo ancora bene al cane Floppy. Suonai il citofono, spingendo il tastino di plastica grigio dentro al suo canaletto.

“Scendo” disse Marcella attraverso la piastra forata.

Ritornai a sedermi in macchina rimuginando su quanto fossi un cretino. Mi ripetevo, tanto per giustificarmi, che non lo facevo per lei quanto per il cane Floppy, che lui in fondo non c’entrava mica niente.

Marcella si materializzò vicino alla portiera. Stringeva in braccio una coperta con avvolto dentro Floppy. Alzai il cilindro di plastica della portiera e la feci salire. Erano due mesi che non ci vedavamo. Sessanta giorni dopo tre anni che eravamo stati insieme. Il profumo del suo deodorante ascellare di nuovo dentro alla mia macchina. Floppy da dentro alla coperta mi riconobbe e con la poca forza che gli restava dentro alle ossa, agitò la coda, guaì, tirò fuori la lingua e tutto il repertorio che fa un cane quando ti vuole bene. Che fine hai fatto? Sembrò dirmi. Gli toccai un poco le orecchie e i peli sulla testa. Il cane gliel’avevo comprato io a Marcella. Perché a volere bene a un animale si diventa più buoni.

“Grazie” mi disse Marcella con gli occhi bassi.

Avrei voluto darle uno schiaffo. Infrangerle la testa contro il parabrezza, o magari io stesso prendere a testate il cruscotto. Invece girai la chiave dentro al cruscotto. La macchina ebbe uno scossone, Floppy drizzò le orecchie e partimmo.

“Comunque si vede che sta già meglio adesso che mi ha visto” le dissi.

“E’ vero” disse Marcella e mi poggiò una mano sulla gamba.

 

 

 La tagliola in mezzo alle cosce

Lucia faceva le marchette in un albergo giù alla ferrovia. Un posto con le macchie di umidità sulle pareti e di sperma sulle lenzuola di carta. Un posto che non era presente sulle guide turistiche e non aveva il sito internet con le fotografie delle stanze. Un posto dove non andavano le coppie in viaggio di nozze e dove per tre euro a notte, alcuni polacchi ubriachi dormivano sui divanetti di quella che doveva essere la hall. Le uniche fotografie di quell'albergo, erano quelle in possesso della questura, che ogni tanto bisognava recuperare un cadavere di un turco o di un algerino che la famiglia reclamava da settimane per motivi religiosi. Una volta una stanza era stata fittata per tre giorni ad una troupe televisiva ceca per girare delle scene porno. Erano in tutto cinque persone. Avevano grossi borsoni, le lampade per le luci e giravano per i corridoi con occhiali da sole neri. E niente documenti. Se un giorno il proprietario avesse fatto stampare delle brochure, aveva giurato a sé stesso che l'avrebbe fatto scrivere che là dentro, ci avevano girato un porno, indicandone perfino il titolo e il nome del regista.

C'era una specie di accordo tra lui e Lucia. Facevano a metà se il cliente lo portava lei, il sessanta percento se invece lo portava lui. Sempre meglio della strada. Il freddo tagliava la faccia certe notti e tornava a casa con le caviglie slogate per i tacchi e la spina dorsale dolorante per colpa delle posizioni obbligate di quelli che volevano fottere nelle Smart. Maledette Smart. Coi loro airbag, e i tubi di sicurezza nelle porte. Macchine progettate per osteggiare la morte ma non per il sesso. Alle persone del quartiere Lucia diceva che nell'albergo giù alla ferrovia ci andava per fare le pulizie. Era una maniera per parlare del proprio lavoro, per avere un ragionevole argomento di conversazione in ascensore. Tuttavia gli abitanti del rione lo sapevano Lucia di che tipo di pulizie si occupasse. Era una maniera per proteggere la figlia. Si era preoccupata di fornire un alibi, una scusa, una seconda chance per l'animaccia sua. La notte però le mancava il respiro. Una volta le era venuta una crisi di panico nell'autobus, e un'altra volta ancora era svenuta in un sottopassaggio. Tutto ad un tratto il mondo era divenuto troppo piccolo per lei e c'erano questi muri che le toglievano l'aria da dentro ai polmoni. Aveva paura Lucia. Una paura che le scuoteva la spina dorsale e le faceva vibrare le ossa del cranio sotto allo strato di eye-liner. Al massimo un altro anno e avrebbe cambiato quartiere. Ci sarebbe rimasta il tempo necessario, fino a quando non l'avrebbero scoperto. Fino a quando qualche nuovo vicino non sarebbe entrato nell'albergo a chiedere una scopata veloce al proprietario. E poi tutto daccapo: “salve, mi chiamo Lucia e faccio le pulizie in un albergo”.

Lucia era seduta sul divanetto della hall. Pensò che sotto il rivestimento ci dovevano essere delle piattole e altri parassiti. Il proprietario era dietro al bancone, indossava una camicia resa trasparente dal sudore. Una membrana di cotone umida. Entrò un americano. Obeso e con la pelle chiara. Di quelli che bevono birra lavata in lattina, che ruttano in pubblico e poi dicono sorry. Disse qualcosa al proprietario dietro al bancone. Poi il proprietario fece cenno a Lucia di portarselo in camera.

"Non mi dire" pensò Lucia, "quest'uomo ha fatto migliaia di chilometri per mettermelo in corpo".

Salirono le scale. Lucia faceva strada. Dal fondo del corridoio un neon con lo starter guasto e con poco gas nel suo scheletro di vetro produceva una luce intermittente. Lucia si spogliò. Si sfilò la minigonna, la maglietta e restò completamente nuda sulle lenzuola di carta. I peli del suo ciuffo erano ispidi quanto ferro filato. Per un momento desiderò avere una tagliola in mezzo alle cosce. Il ciccione bianco era ubriaco abbastanza per non coordinare i movimenti delle mani. Guardava fisso nel vuoto mentre con una mano cercava di sbottonarsi la sua camicia Calvin Klein.

“E muoviti” disse Lucia. E il ciccione non capì. Barcollava sulle sue gambe obese.

Il ciccione indicò il bagno.

“Fai presto però” disse ancora Lucia, ma quello di nuovo non capì.

Sotto la sua schiena, il lenzuolo di carta era ruvido e produceva rumori ad ogni nuovo movimento. Pensò alla figlia che stava dormendo dai vicini e per la prima volta sentì nell’aria la puzza degli umori rinsecchiti sparsi ovunque in quella stanza dove le pulizie nessuno le faceva mai. A pensare a come si era ridotta le veniva da ridere. Quale altro destino se non quello di aprire le cosce? Cos’altro avrebbe mai fatto nella vita, davvero le pulizie in qualche albergo? Meglio così, si faticava uguale ma si guadagna di più. E poi la mamma glielo avevo detto decine di volte che la faccia della puttana lei ce l’aveva per davvero. Era lei che si faceva mettere le mani addosso da tutti quelli del quartiere e pure dai fratelli e che era meglio che se ne andava perché una così non ce la volevano avere attorno. E la vecchia non si sbagliava, ci doveva avere l’occhio lungo. Dall’altra parte della porta del bagno non proveniva alcun suono. Lucia guardò l’orologio. Se non si sbrigava, il proprietario dell’albergo le avrebbe applicato la tariffa doppia.

“Mister?” disse Lucia. Niente.

Bastardo di un ciccone.

“Mister?” fece ancora Lucia, questa volta più forte.

Allora si avvicinò tutta nuda com’era alla porta e l’aprì.

Il ciccione era seduto sul cesso e un fiume di sangue rosso scuro gli sgorgava dai polsi. Gli schizzi rossi erano sparsi sulla ceramica della tazza e sul pavimento. Per terra una lametta con del sangue raggrumato sui bordi. Il ciccione si era tagliuzzato i polsi con la lametta dell’albergo. Lametta dozzinale, morte dozzinale.

“Bastardo di un ciccione, proprio qua ti dovevi venire ad ammazzare”.

Lucia si rivestì e scese le scale fino alla reception. Il cuore le batteva forte lungo le scale.

“Sali” disse al proprietario, “c’è un problema”.

Sulle caviglie di Lucia brillavano alcuni schizzi di sangue. Arrivarono in camera e Lucia gli aprì la porta del bagno.

“Vaffanculo” disse il proprietario e vomitò la cena nel lavandino.

Ceramica, neon, schizzi, silenzio, occhi che si muovono nelle orbite.

“Tornatene a casa” disse l’uomo a Lucia, “e vieni domani alla solita ora”.

Questo per esempio era uno dei vantaggi di lavorare in un albergo; in caso di cadavere, se ne occupava il proprietario. Non si trattava certo della prima volta quella che qualcuno si ammazzava o moriva in quelle camere sudice. Si muore come si vive per lo più, dello stesso tipo di pazzia e degli stessi incubi. Almeno così andava giù alla ferrovia. Con ancora le caviglie schizzate di sangue, Lucia uscì dall’albergo giù alla ferrovia e si diresse alla fermata dell’autobus notturno. Una corsa ogni ora oppure una ogni due ore, senza una regola precisa. Per strada c’era chi batteva sotto ad un portone oppure appoggiata sul cofano ancora caldo della sua macchina. Fumavano sigarette e si specchiavano nelle unghie laccate di rosso. Quanto sperma ancora doveva essere versato quella notte. E quella sera era proprio contenta di tornarsene a casa Lucia, dalla figlia. Con le caviglie schizzate di sangue e l’ennesimo cliente venuto ad ammazzarsi nella sua camera, ma vergine di nuovo, almeno per quella sera.

 

 
  Celestina
 

Lavoravo al call center facendo il turno di notte. Tornavo a casa guidando piano e  fermandomi sulle piazzole di sosta della tangenziale per riposarmi. A casa non mi veniva di dormire. Mi masturbavo per rilassarmi e venivo in dei fazzoletti di carta che poi lasciavo accumulare sotto al letto. Delle volte mi schizzavo sulla pancia. Attraverso la finestra vedevo una polacca bellissima, e la mattina al ritorno dal turno di notte mi veniva di pensare sempre a lei. Tutto il mio amore per la polacca della finestra finiva nei fazzoletti di carta. Quelli non polacchi del condominio avevano cominciati a stringersi, a parlare clandestinamente tra loro a chiedersi se era legale di averci quel criminale psicopatico polacco come amministratore di condominio. La quota stessa del condominio era raddoppiata senza che nessuna spiegazione fosse data sulla destinazione dei soldi. Intanto l'amministratore di condominio aggiungeva nuovi schifosi denti d'oro nel suo palato e camminava sempre con delle ragazze rumene magre. Niente a che vedere con le polacche dai culi chiatti del nostro condominio.

Il condominio dove abitavo batteva bandiera polacca. Tutta la cosa era cominciata da quando uno dei proprietari aveva preso a frequentare delle polacche con dei culi enormi, decisamente troppo grossi per uno secco e con le occhiaie che abitava in una periferia schifosa come la nostra. Le tirava su alla stazione centrale. Se ne stavano in piccoli gruppi, con la schiena appoggiata ai muri di cemento malato il giovedì mattina, che era il loro giorno libero. Aspettavano uno chiunque che se le caricasse in una macchina per andare a bere qualcosa e toccarsi senza capirsi con le parole. A tremila chilometri da casa loro non era neanche peccato. Le polacche erano giusto la punta dell'iceberg, e infatti, attaccate al loro culo da un invisibile cordone ombelicale, ci stavano figli punk polacchi e mariti ubriaconi polacchi, che certe notti cadevano nella piante che stavano nel cortile e in quella posizione si addormentavano fino al mattino seguente. Qualcuno passava e se li ripuliva per bene. Gli portava via il portafogli coi documenti falsi e la bottiglia di veleno che stringevano forte. Soldi neanche a parlarne. Tutti puzzavano forte. L’odore di muschio secco del tabacco che fumavano e sputavano aveva impregnato le scale e le parti comuni del condominio. Eravamo quarantanove appartamenti e trentasei erano occupati da polacchi con la faccia bianca, vestiti come gli italiani degli anni ottanta ma polacchi del secondo millennio a tutti gli effetti. I polacchi si erano messi d'accordo tra loro e nell'ultima riunione di condominio avevano votato massicciamente un loro rappresentante. Discussero forte fra loro, in una lingua tutta consonanti, e all'improvviso uno tirò fuori un coltello e lo piantò in una parete. Il coltello vibrò un poco per disperdere l'energia e quando terminò, il tizio era stato eletto amministratore di condominio. I festeggiamenti durarono tre giorni durante i quali parecchi polacchi furono feriti con coltelli ed altre armi bianche. Sull’attico del condominio, in mezzo alle antenne paraboliche, venne issata la bandiera polacca. Cominciò subito una campagna di propaganda. Le comunicazioni in portineria all'inizio erano scritte in due lingue, poi l'italiano venne soppresso e la lingua ufficiale del condominio divenne il polacco. La targhetta nell'ascensore, quella che indica la capienza massima e il numero verde se ci resti bloccato dentro, era scritta in polacco e una del terzo piano disse che se chiamavi a quel numero ti rispondevano uno in polacco.

Ero alla fermata dell'autobus. Faceva caldo e cercavo riparo all'ombra di un cartellone della pubblicità di una nuova tariffa telefonica. Potevi telefonare solo in determinati orari e a quelli della tua stessa compagnia, ma non sembrava male. Si fermò una golf nera, con il cofano lucido. Alla guida c'era l’amministratore di condominio e nella macchina ci stavano altre due ragazze.

"Lo vuoi un passaggio?" mi disse. I denti d'oro gli brillarono nella bocca.

"Si" risposi, e lui fece scattare la chiusura centralizzata.

La macchina aveva una tappezzeria chiassosa ed era piena di oggetti che pendevano dallo specchietto. La musica era forte e per parlare bisognava urlare. Le ascelle delle due ragazze aveva lo stesso odore delle metropolitane, ma non erano male. Avevo il bacino largo e dei denti marci che quando venivano a contatto con l'acqua fredda gli dovevano far male.

"Sono contento della gestione del condominio" dissi all'amministratore.

Non lo pensavo davvero, però mi sembrò una cosa carina da dirgli.

"Mi fa piacere" disse lui, "voglio che i miei inquilini stiano bene".

Sputò fuori dal finestrino e mi guardò attraverso lo specchietto. Arrivammo al condominio e parcheggiammo la macchina.

"Sali da noi" disse l'amministratore.

L'appartamento dell'amministratore era lussuoso e povero allo stesso tempo. Le mura e le pareti sembravano sopravvissute ai bombardamenti, e in generale c'era quella sensazione di post bellico. I confort erano quelli di un millennio di cui non sapevo di fare parte. Aria condizionata, televisori dallo spessore di pochi millimetri e un frigorifero con due ante. L'amministratore tirò fuori dal taschino un cilindro di metallo con un tappo in cima. Aveva la forma di un siluro in miniatura. Svitò il tappo e riversò una spessa striscia di coca sul tavolo.

"Ci sono alcune cose che devo mettere a posto con dei condomini" disse. Nel frattempo arrotolò una banconota.

"Amministrare un condominio come questo non è certo un lavoro facile. I condomini non si rendono conto delle spese che ho". L'amministratore si tappò una narice con due dita e con quella liberà aspirò la striscia di coca. Le due ragazze si stavano innervosendo. Una tossiva e l'altra si grattava la faccia con delle unghie dipinte di nero.

"I soldi non bastano neanche per coprire le spese più elementari".

Mentre parlava si toccava la narice. Si accese una sigaretta. La mano che teneva l'accendino tremava e la fiamma non riusciva a toccare la punta della sigaretta.

"Ho intenzione di far sostituire i citofoni. Ne metteremo di bellissimi, con le telecamere. Farò diventare questo palazzo di barboni in un vero condominio di lusso. Venite ragazze". Le due ragazze si avvicinarono come dei cani fedeli. Una striscetta di cocaina pari ad un terzo di quella che aveva preso lui. La aspirarono. Una di loro, quella con le unghie nere si portò la mano alla narice subito dopo aver inspirato. Una riga di sangue rosso le macchiò la pelle. Corse in bagno, con la testa piegata indietro.

"Non sanno mai quando è il momento di fermarsi" disse riferendosi alle ragazze, "pensano che questa roba cresca sugli alberi. Oltre ai citofoni ho intenzione di far montare un nuovo ascensore. Non vogliamo mica aspettare che qualcuno ci caschi dentro, Quel trabiccolo dentro al cemento è una trappola. Mi occuperò io stesso di sfasciarla quella carretta, e per fare tutto questo ho bisogno di raddoppiare la quota condominiale, ho bisogno di parecchi soldi. Capisci, la sicurezza dei miei inquilini non ha prezzo".

Nel frattempo la ragazza era uscita dal bagno. Si era tolta la giacca e un seno impetuoso si strizzava dentro alla camicetta.

"Adesso devi andare via. Il tuo amministratore ha una riunione con le due segretarie. Lo sai quanto mi costa portarmi a  queste due appresso?".

Lasciai l'appartamento dell'amministratore.

Da quando facevo il turno di notte, per addormentarmi usavo delle pasticche che il mio medico mi prescriveva. Le pasticche mi toglievano l'ansia e quello strano dolore che da anni mi portavo nella pancia. Qualcosa che si stringeva su se stesso come un serpente impazzito dentro alla pancia. Prima di avere un effetto soporifero, le pasticche mi davano una leggera euforia. Era anche scritto nel foglietto all’interno. Solo in quel momento riuscivo a masturbarmi. Senza le pasticche non sarei stato neanche buono a tirarmi una sega. La chimica del mio corpo era impazzita e si era coalizzata contro il resto delle mie cellule e contro il mio sangue. Quando si dice lotta intestina. Passavo le mattine che avevo smontato dal turno, a guardare la polacca attraverso le fessurine della mia serranda. La vedevo a tratti, senza mai riuscire a guardarla per intero. La sua altezza la deducevo vedendola aprire il frigorifero. Arrivava con l'attaccatura dei capelli di fianco alla mensola in alto, quella dove si teneva il formaggio. Su quella mensola io ero solito tenerci le cose scadute. Abitavo in un palazzo pieno di polacchi. Molti dei quali avevano attraversato la loro nazione sotto la pancia di un camion oppure rannicchiati nel cofano di una macchina. Eppure avevano riagganciato la vita in una maniera o nell'altra. Coi loro lavoro schifosi pieni di sudore e di preghiere e di bestemmie per il troppo caldo, che quello proprio non se lo aspettavano di trovare. Loro che pure d'estate giravano con un cappotto di montone ereditato o comprato in un mercato di capi militari usati. Io invece ero buono a farmi una sega solo con la fantasia chimica della pasticca. Mi affacciai mezzo nudo alla finestra e urlai:

"benvenuti in occidente!".

Qualcuno aprì la finestra, altri non capirono.

Presi la scatoletta delle pasticche e con la penna nera scrissi sopra "pasticche per seghe".

La mia polacca si chiamava Celestina. O comunque il suo nome poteva tradursi a questa maniera. La incontrai la prima volta al supermercato. Faceva fatica a spingere il carrello, nonostante fosse vuoto. Ci presentammo. Comprammo una bottiglia di vino e un pacchetto di pistacchi e salimmo da lei. Mi disse che aveva il permesso di soggiorno e che in uno sperduto villaggio a nord c’aveva dei figli che stavano con la madre. Quando era al suo paese si occupava delle galline e degli altri animali che avevano nel loro cortile. Mi disse che alcune galline avevano preso confidenza con lei e gli altri abitanti della casa e quando trovavano la porta aperta, entravano dentro e si addormentavano sul letto.

“Una volta eravamo rimasti senza soldi. Bisognava vendere una gallina e trovai un compratore. Mi disse che però che la gallina dovevo ammazzarla io perché lui non era buono. Mi dispiaceva davvero di ammazzarla, però andava fatto. Riempii un secchio d’acqua e presi la gallina per le zampe. Qualcosa dovette capirla, perché era nervosa, girava gli occhi troppo velocemente e il collo faceva una serie infinita di scatti. Infilai la gallina con la testa nell’acqua. Si agitava e mi veniva difficile a trattenerla sott’acqua. Mi dicevo che altri cinque secondi e sarebbe morta, ma i suoi polmoni dovevano essere più capienti di quanto pensassi. E i cinque secondi diventarono cinquanta. Poi la gallina terminò di muoversi. La notte feci dei sogni strani. Era l’anima della gallina che voleva punirmi e ancora oggi mi viene nei sogni. Il giorno l’uomo a cui avevo venduto la gallina ritornò”.

“Non ho più galline per te, vattene” gli dissi.

“Non le voglio le tue galline. Quanto vuoi tu?”.

Celestina buttò giù un sorso di vino da un bicchiere con il vetro macchiato.

“Ci mettemmo d’accordo per pochi soldi e ce ne andammo nel fienile. Quello ce lo aveva curvato verso il basso, a manico d’ombrello e mi indicò lui la posizione in ci mettermi. Poi la voce nel paese ha cominciato a girare e anche altri uomini sono venuti a casa mia. Concordavano il prezzo con mia madre e io li aspettavo nel fienile con le cosce aperte. Le mutande non me le mettevo neanche più”.

Altro bicchiere di vino e altri pistacchi.

“Adesso sono scappata, non ne potevo più. Non ho il permesso di soggiorno, ti ho mentito”.

“Io neanche ho il permesso di soggiorno in un certo senso. Non mi cacciano da questo posto perché ci sono nato, altrimenti stanne sicura”.

“Senti” fece lei con gli occhi iniettati di vino, “ma tu ce l’hai una moglie?”.

“No” feci.

“Perché allora non ci sposiamo, io ho bisogno del permesso di soggiorno”.

“Non mi aspettavo una proposta di matrimonio”.

“Possiamo scopare se vuoi, dico adesso, non c’è bisogno di aspettare il matrimonio”.

Terminai i pistacchi nella bustina.

“Ci penso. Ti faccio sapere”.

Celestina scosse la testa.

“Tanto a uno che mi sposa lo trovo, sai. Vattene adesso”.

Nei giorni seguenti circolò per il condominio un foglio con il preventivo dei nuovi citofoni. Un polacco del clan dell’amministratore girava per gli appartamenti. Le firme non furono sufficienti, in molti sostenevano che i citofoni andavano bene e non era il caso di cambiarli. La settimana seguente, qualcuno aveva dato fuoco ai citofoni. Io cominciai a fare la scale e a non prendere più l’ascensore.

Una mattina che tornai da lavoro. Sotto il condominio ci stavano le volanti della polizia. Le sirene giravano sopra il cofano delle loro macchine. Avevano ammazzato Celestina. L’avevano trovata annegata nella vasca da bagno. Qualcuno l’aveva trattenuta con la testa sotto per almeno cinquanta secondi. La polizia cercava l’amministratore, che era irreperibile. Pensai alla storia della gallina, e che era stata la sua anima a vendicarsi. Salì le scale a piedi, con la tachicardia delle troppe sigarette. Arrivai a casa. Dalla mia persiana vedevo la casa di Celestina. I poliziotti camminavano nervosamente per l’appartamento. Presi una pasticchetta per dormire e mi stesi sul letto, con la schiena sul lenzuolo di cotone. Chiusi gli occhi, lo tirai da fuori e pensai a Celestina, per l’ultima volta.

 

 Nel buio

 

Fuori dalla discoteca faceva freddo. L’alito diventava un blocco compatto di condensa che si confondeva con il fumo della sigaretta. Uno senza capelli le aveva messo un timbro sul dorso della mano che le avrebbe consentito di rientrare. Era un timbro a forma di pesciolino coi bordi sbiaditi. Cira si incamminò per il parcheggio. Attraverso il buio impenetrabile era possibile vedere la sua ombra più buia di diverse tonalità. Sicuramente ci doveva essere qualcuno che studiando le caratteristiche dell’ombra ne poteva presagire il futuro. Dopotutto il futuro dell’ombra coincide con il futuro del suo proprietario. Arrivò alla macchina. Mise le mani in  tasca e tirò fuori il mazzo di chiavi gelato. Ogni singolo atomo era ricoperto da uno strato sottile di ghiaccio. Quindi nel parcheggio c’era una sottile ombra, un mazzo di chiavi congelato e un paio di gambe proprietario dell’ombra e delle chiavi. Senza contare il fiato che si condensava. Cira tastò con un polpastrello la punta di tutte le chiavi nel mazzo e ne scelse una che si rivelò poi essere quella del bloccasterzo del suo motorino. Appoggiò l’avambraccio destro sul cofano e lo spostò disegnando un arco. La brina in quel punto si asciugò e quello che restò era lamiera nuda e gelata. Cira appoggiò la punta della chiave sul cofano, fece pressione con il polso e cominciò a scrivere.

“Ciao pezzo di merda. Hai visto che bella maniera ho trovato per lasciare te ed il tuo microscopico cazzetto. Adesso ti dico cosa farò: rientrerò nella discoteca, balleremo insieme e ti farò eccitare. Te lo farò diventare viola. Poi usciremo dalla discoteca e tu nel buio non vedrai quello che c’è scritto sul tuo cofano. Mi chiederai di andare a casa tua. Io ti dirò di si, ma prima devo passare a casa mia, solo un momento. Una volta a casa spegnerò il cellulare e tu proverai a citofonarmi non vedendomi scendere. A questo punto dovresti leggere questa cosa. Non metterti ad urlare è tardi, nel mio condominio c’è gente che non esiterà a spaccarti la faccia a pugni o a darti una coltellata. Non so se ci hai mai fatto caso ma io abito alle case popolari. Dopo l’indulto la popolazione del mio pianerottolo è raddoppiata. Hai sempre detto che non capisco un cazzo, che sono mezza scema. Però quando mi chiedi di infilarti un dito in culo per fartelo venire duro, nel tuo appartamento pieno di lampade etniche, la cretina che non capisce niente te lo infila. E come lo agiti bene quel culetto. Anche a me piace, però è diverso. Ti prego di denunciarmi. Vai dai carabinieri a fargli leggere questa cosa. Sicuramente faranno delle fotografie e se le passeranno tra loro. Diventerai una leggenda”.

Cira terminò di scrivere. Il polso era dolorante e l’articolazione congelata. In certi punti la vernice si era alzata e si era arricciata. Sulla punta della chiave c’era uno strato morbido di vernice. Cira rientrò in discoteca mostrando il pesciolino sul dorso della mano.

“Dove sei stata?” le chiese Stefano.

“In bagno, c’era la fila”.

Ballarono ravvicinati. Si poteva sentire il calore passare da un corpo all’altro. Cira gli passò una mano dietro la schiena scendendo fino all’elastico dei boxer. Glielo sollevò con due dita e lo fece scoccare.

“Andiamocene” disse Stefano.

Nel parcheggio il freddo era diventato più intenso. Il buio era adesso un strato spesso di non luce. Arrivarono nei pressi della loro macchina. Camminando, Stefano cercò le chiavi nella tasca del giaccone.

“Aspetta un momento” disse.

Si avvicinò al cofano della macchina e lesse quello che c’era scritto. Lesse tutto in pochissimi secondi. Il cuore di Cira raggiunse una frequenza altissima. Da ragazzina aveva letto che a certe velocità si poteva lesionare qualche venuzza che era là attorno. La velocità doveva essere senz’altro quella.

“Che stronza” fece Stefano.

E infilò le chiavi nello sportello della macchina parcheggiata a fianco.

 

 
 La domenica dei pastori
Ieri sera io e Fina siamo andati a vedere i pastori a San Gregorio Armeno. Volevamo andare a Mergellina ma pioveva e poi a piazza Municipio era già tutto bloccato. Dall'interno della macchina si vedeva una scia di fari rossi immobili. Alla radio era cominciato un programma di telefonate. Le persone chiamavano e lasciavano la descrizione del loro fisico e del loro carattere. Molti sostenevano di avere un fisico normale. Alla fine del messaggio lasciavano anche il loro numero di cellulare, che non si sapeva mai, qualcuno c'aveva voglia di farsene una con loro. Si presenta un ragazzo.
"Sono Eugenio, ho trentadue anni e gli altri mi definiscono allegro e socievole. Perché chiamarmi? Perché sono simpaticissimo".
Passai il telefono a Fina: "componi il numero di telefono che adesso detta".
"Cosa?" fece lei.
"Fai questo numero".
Eugenio dettò il numero di cellulare. Fina mi passò il telefono con il numero scritto sul display. Spinsi il tasto verde di chiamata. Un paio di squilli ed Eugenio rispose.
"Eugenio?" gli chiesi.
"Ciao, sono io".
"Sei un idiota" e riagganciai.
Passai il telefono a Fina.
"Tieniti pronta per il prossimo numero".
"Perché fai queste cose. Non sei normale" e spense la radio.
Fina non ha senso dell'umorismo e non ha la percezione della noia. Io per esempio se non faccio qualcosa continuamente comincio a perdere i capelli, oppure mi metto le mani in bocca e controllo se i denti davanti si muovono. Abbassai il finestrino.
"Appuntati il numero di targa di quella Opel rossa e anche di quella punto rossa. Domani facciamo una ricerca alla motorizzazione e li chiamiamo a casa. Chiediamo a tutti quelli che hanno le macchine rosse di cambiare colore".
"Sei un idiota" fece lei.
"Come Eugenio".
A San Gregorio Armeno ci siamo andati in anticipo rispetto agli altri anni. E' un budello di vicoli coi cazzi disegnati con lo spray sui muri. Per vendere i pastori del presepe in quel posto è sempre natale, più o meno come Disneyland, un posto a stagione fissa. Certo a Disneyland ci sono meno persone che cercano di venderti il crack o la coca. Però ci sono pure meno persone travestite da Pippo. Abbiamo visto i presepi e ci siamo promessi di non comprarne mai uno perché il gatto ci andrebbe a dormire dentro. Poi siamo arrivati fino a Via dei carrozzieri dove ci stanno i bar che un drink al massimo costa due euro. Qualunque tipo di bevanda non supera i due euro. Anche la Du Demon oppure il Negroni. Viene comodo anche quando devi pagare. C'è sempre casino e da dietro la cassa non ti sentono quando parli, quindi senza urlare dici alla signora, "mi fa una sega veloce che devo andare a vedere i pastori".
"Cosa?"
"Un negroni" e gli passo i due euro.
"Che stronzo che sei" mi dice Fina.
Fina in questo periodo ha una certa avversione verso il sottoscritto. Sta sempre a dirmi che faccio cretinate e che sarebbe ora di smettere, che sto pure perdendo i capelli. Le ho detto, quando sei giovane erediti da tuo padre l'entusiasmo e la passione per la musica, per esempio, poi a trent'anni ti accorgi che quel bastardo ti ha lasciato in eredità pure la alopecia e il diabete. E' questo che a lei non piace, che cerco sempre il gioco di parole che le cose le descrivo e non le dico e basta. In macchina non mi ha parlato per dieci minuti. Meno male che c'è sempre un casino per via degli ammortizzatori e il silenzio, in quanto oggetto sonoro, è impossibile da riprodursi in macchina. Solo una volta è successo, ma eravamo fermi sotto un parcheggio e venti metri sotto terra a motore spento. Siamo arrivati a casa mia. Io c'avevo voglia di scopare ma non glielo potevo dire così perché se si incazza non c'è verso di fare niente, sicuro. Vado in bagno a darmi una rinfrescata all'apparato. Mi avvicino allo specchio e vedo queste porzioni di pelle chiara guadagnare terreno in mezzo alla testa. "Cristo santo". Mi metto un poco di borotalco e vado fuori. Allora faccio la parte triste. Faccio perno sul senso di colpa di Fina.
"Cos'hai?" mi chiede.
E' fatta, penso.
"Niente" dico, "sono un po' triste".
Il gatto scappa perché capisce tutto.
Fina invece si avvicina.
"Testone" mi dice.
Si sente l'odore di borotalco provenire dai pori della mia pelle. Forse ho esagerato. Mi alzo e me la porto nella stanza. Sembra che balliamo, ma invece a stento riesco a camminare dritto. Mi tolgo la camicia e resto con la canottiera. Senza la maglietta Fina è bella, io invece sono brutto. Sembro una lucertola preistorica. Colpa degli occhi sporgenti e di quei cazzo di capelli che di restare attaccati sulla testa non ne vogliono sapere. Spengo la luce e mi tolgo le mutande.
 
 La storia del gatto

 

Le piace lavorare in gruppo?”

“Si” risposi.

“Lavorare per obiettivi?”

“Certo”.

Il selezionatore mi scrutò per bene. Come si scruta una razza di ratti mai vista prima.

“Lei mente” disse infine, “la trasparenza è un requisito fondamentale nella nostra azienda”. Depennò il mio nome dalla lista. Tracciò tre righe regolari e tese come corde da cappio e poi si concesse un istante di sadismo: “la richiameremo noi”.

Bisognerebbe girare con un coltello, un taglierino, un giravite a stella. Uno strumento adatto a lacerare tessuti di un altro essere umano potrebbe fare comodo per ristabilire certi equilibri cosmici. Il vagone della metropolitana era pieno. Le ragazze avevano un buon odore mentre gli uomini sapevano di tabacco. Infilai il naso in mezzo alla chioma di una brunetta e respirai l’odore buono di shampoo.

Una volta a casa mi stesi sul divano e cullato dal suono catodico della televisione mi addormentai.

Sognai che una razza di ratti mai vista prima mi stava rosicchiando i polpacci senza che provassi nessun dolore. Mi risvegliai istericamente dopo pochi minuti. Impossibilitato a riaddormentarmi feci partire il programma di posta elettronica. Lo facevo per abitudine, non perché qualcuno potesse davvero scrivermi. Un sistema di comunicazione moderno ed efficace per una generazione che non ha niente da dirsi. Seguii dei link a siti porno dove alcune ragazze nude promettevano delle cose da farti rizzare i capelli, e chissà, magari c’avevano pure ragione. Forse davvero tutto quello che contava era racchiuso in mezzo alle loro cosce. Andai in cucina a rimediare del tonno da mangiare direttamente dall’unto della scatoletta. Feci pochi passi dal monitor quando ascoltai un trillo. Mi era appena arrivata una nuova email. Il contenuto era più o meno il seguente: “Salve, abbiamo visto il filmato che lei ha pubblicato sul sito youtube. Siamo un’agenzia pubblicitaria e stiamo selezionando felini per lo spot di una nota azienda, se lei è interessato, le chiediamo l’autorizzazione per valutare il filmato e l’invio di altre fotografie del suo gatto. La ringraziamo per l’attenzione. Studio Image”.

Feci una risata isterica. Avevano visto il filmato che avevo inviato su youtube. C’era Flash, il mio gatto che saltava dietro ad una mosca. Alcuni tendini del mio collo si tesero e la lingua andò a sbattere sui denti davanti.

Da qualche tempo il gatto aveva preso a dormire dentro a una scatola sotto il tavolo della cucina. Era un cartone che un tempo aveva contenuto birre. Era marrone e c’era il marchio Peroni stampato fuori. L’avevo appoggiato in quel posto perchè avrei dovuto buttarlo nei rifiuti il mattino seguente, ma quando andai per prenderlo, il gatto ci aveva trascinato una delle sue copertine e si era trasferito là dentro. Lo lasciai fare, dopotutto poteva scegliersi il posto migliore per dormire. Nel mobile non c’erano più scatolette di tonno. Restava solo una busta da tre chili di crocchette per il gatto. Mi sfiorò un pensiero orribile che subito ripudiai e lo interpretai come un segno. Andai alla scatola dove dormiva il gatto e la sollevai. Era pesante. Quel bastardo mangiava ed ingrassava al caldo della sua scatola. Portai la scatola con il gatto nella mia stanza e chiusi la porta. Infilai la mano dentro e venni a contatto con il pelo caldo di Flash. Lo tirai fuori e lui riaprì lentamente gli occhi. Erano tre giorni che non lo vedevo e per quello che ne potevo sapere poteva anche essere morto dentro a quella scatola oppure essere scappato. Più che da un pisolino comunque sembrò ridestarsi da un coma. Se il tuo gatto non ti vede per tre giorni può dimenticare chi sei. La storia della memoria dei gatti è una stronzata, un falso biologico. Non me lo ricordavo così grasso. Aveva attorno alle costole uno strato di adipe spesso quanto quello di una foca dei mari del nord. Appoggiai Flash su letto. Presi la macchina fotografica digitale dal mobile e l’accesi. Lo sportellino davanti all’obiettivo scivolò fluidamente con un suono che era un plin.

“Dai bello” gli dissi, “muoviti, fai qualcosa”.

Mi veniva da piangere, ma anche da ridere, perché non mi aspettavo di arrivare fino a quel punto. Però uno nel momento del bisogno non si deve fare antichi e irrisolti problemi di etica. L’anima è un peso di cui uno si dovrebbe liberare. Mi dissi che se c’era una strada da percorrere si sarebbe fatta allegramente. E poi le cose che avevo scritto prima o poi sarebbero decollate, quanto altro tempo poteva passare. Un paio di mesi, non oltre, bisognava tenere duro. Questa cosa del gatto poteva essere un contatto con questi dell’agenzia pubblicitaria, magari avrei potuto sottoporre loro lo script per la campagna pubblicitaria del loro cliente. La mia creatività poteva anche essere usata per scopi commerciali, e in quello non vedevo niente di male. Già mi immaginavo di spostarmi a Milano e la gente mi avrebbe riconosciuto nei bar mentre prendevo l’aperitivo e mangiavo salatini seduto ad un trespolo coi gomiti sul bancone.

“Ma quello non è?”

“Oddio!”

“Belli i racconti e anche il romanzo, e ho saputo che ha anche fatto quella pubblicità coi gatti, quella famosa, bravo davvero”.

Adesso bisognava tenere duro fino a quel momento e non mangiare le crocchette del gatto.

Flash di muoversi non ne voleva sapere. Lanciai per aria tutti gli oggetti disponibili sulla scrivania, nella speranza di resuscitare lo spirito felino nascosto sotto ai peli. Osservava le parabole compiute dagli oggetti battendo le palpebre ogni venti secondi. Sembrava impagliato. Poi fece un rumore profondo tipo “grrrr”. Gli feci delle fotografie di profilo, dall’alto, primi piani, figura intera con e senza coda. Un servizio fotografico coi controcazzi insomma. Giurai a me stesso che se non ci avessero preso per la pubblicità l’avrei abbandonato su una piazzola di sosta della tangenziale.

Scaricai tutte le fotografie sul computer e le inviai all’agenzia fotografica. Mi dichiarai amico degli animali e dissi loro che consideravo il gatto Flash come un figlio. Gli scrissi inoltre che mi interessavo di sceneggiature e di scrittura per la pubblicità. Non che avessi ancora scritto niente per il video, chiaro. Se mi avessero mandato dettagli sul lavoro che stavano facendo avrei sicuramente potuto mandargli qualche idea interessante da poter sviluppare. Mi alzai dal computer ed andai ad urinare. Attraversai la stanza scalzo e sentii il freddo delle mattonelle sotto i piedi. Flash rientrò dormire nella sua scatola in mezzo alla sua copertina.

Il mattino seguente fui svegliato da una profonda fitta di dolore intercostale. Pensai che si trattasse di un infarto, oppure del tentativo di ammutinamento da parte di qualche organi interno. Invece mi ero addormento sul telecomando. Il pezzo di plastica mi aveva scavato all’interno del costato un buco della profondità di tre centimetri. Pensai che sarei rimasto invalido per tutta la vita e mi vennero in mente polmoni artificiali e sedie a rotelle e altri strumenti per emulare le funzioni vitali basilari per quelli della mia specie. Invece mi cosparsi di Lasonil e guarii in un tempo sorprendete. Rimasi stupito dalla reazione repentina del mio corpo alla malattia. Cominciai a scrivere alcune impressioni sulla morte che quella mattina fredda avevo realizzato lucidamente. La morte di gruppo, l’estinzione della specie, tutto visto attraverso gli occhi di un operaia di un’azienda che produceva le lattine per la Sprite. La nuova generazione di scrittori doveva cogliere il proprio tempo, interessarsi alla propria realtà e descriverla. Mi grattai sulle gambe e lasciai dei segni rossi profondi sulla cute bianca. Il bianco era il colore che progressivamente si stava impossessando del mio corpo. Il computer mi annunciò che era arrivata della posta. L’agenzia pubblicitaria aveva visto le foto di Flash e lo aveva selezionato per il provino. Se lo avessero preso, mi avrebbero dato diecimila euro di diritti televisivi. Restai paralizzato davanti a quella email. Quando il sangue tornò a circolare andai a pescare il mio campione da dentro la sua scatola. Infilai la mano dentro, ma non ne voleva sapere di uscire.

“Bastardo” gli dissi, “esci da questa cazzo di scatola”.

Flash prese a fare di nuovo quel rumore di “grrrrrrrrr” dall’interno della scatola. Cercava di impressionarmi, di tenermi alla larga. In fondo chiedeva solo di restarsene dentro al suo cartone avvolto nella copertina tutto il giorno. Presi degli asciugamani dal bagno e li girai attorno alle braccia. Avevo paura che con quelle unghie Flash mi tirasse via qualche vena. Infilai le braccia nella scatola e lo tirai fuori. Mi guardò con certi occhi verdi diabolici, con l’iride come una punta di unghia e mi soffiò in faccia pieno di rancore. Adesso eravamo soci e bisognava convivere.

I provini si tennero a Roma. Era un giorno di cieli grigi e di metafore inquietanti che si materializzavano nella ionosfera. Partii da Napoli in macchina, investendo in benzina e pedaggio di autostrada gli ultimi fondi. Sul sedile di destra c’era il cartone delle birre con il gatto dentro. Dal buco sulla parte centrale sbucava un lembo della copertina azzurra. Si era rintanato sul fondo della scatola per la paura della macchina e ogni tanto mi toccava metterci la mano dentro per verificare se c’era ancora. Mi prendevano certe paranoie. Mi dicevo, l’ho lasciato a casa, è scappato dal finestrino e altri bachi mentali che si mangiavano il cervello. Mentre l’asfalto scorreva liscio sotto alle ruote, mi venivano certe idee buone per la pubblicità. Tipo che c’erano due gatti, uno maschio e uno femmina, che mangiavano al ristorante e quando arrivava il cameriere che era un essere umano tutti  e due i gatti sceglievano la scatoletta che c’era da pubblicizzare. Si poteva lavorare meglio sui dialoghi, un paio di scambi veloci, pieni di doppi sensi e poi primo piano sulla scatoletta.

L’indirizzo degli studi ce l’avevo scritto su un foglio di carta. Dalle parti di Termini comunque. Parcheggiai ed uscii dalla macchina. Il cuore mi batteva forte abbastanza da essere rilevato con un qualsiasi satellite prodotto prima degli anni cinquanta. C’era gente che per molto meno partecipava a trasmissioni televisive pomeridiane, giurando di essere stata lasciata dalla moglie perché calvi oppure per forti problemi alla prostata. Io stavo solo portando il gatto Flash a fare un provino a Roma. Potevo ancora scendere un gradino verso il basso, c’era ancor speranza quindi. Entrai negli studi con il cartone delle birre stretto tra le braccia con il gatto dentro. Uno della produzione mi vide subito.

“Chi ha ordinato le birre?” mi disse. E’ uno grosso, probabilmente uno di quelli che si occupa di smontare le luci oppure che lavora alle scenografie.

“C’è un gatto dentro” gli dico, “sono qui per il provino”.

“Vieni con me” mi dice. Mi fece segno di seguirlo. Passammo per un cortile e poi entrammo in un cancello. Risalimmo un corridoi e incrociammo un altro uomo, “perché hai ordinato delle birre, c’è da festeggiare qualcosa?”

“C’è un gatto dentro” gli rispose lui.

Raggiungemmo un salottino pieno di gente.

“Aspetta qui” mi disse il tipo.

C’erano circa una ventina di persone con altrettanti gatti. Alcuni li avevano al guinzaglio, altri in dei trasportino raffinati che somigliavano a dei beauty case. “Merda” mi venne da pensare.

C’avevo una specie di ansia da esame tale a quale all’esame della scuola guida. Un giorno spaventoso. I gatti che possedevano le signore là dentro sembravano gatti di un’altra galassia. Certi c’avevano la coda piena di peli a forma perfettamente triangolare, altri invece avevano le orecchie corte e pelose come piccoli batuffoli. Altri gatti ancora avevano una colorazione del pelo che li faceva sembrare di marmo e in vita mia, giuro, non avevo mai visto gatti belli come quelli. Nessuno aveva capito che dentro la scatola delle birre ci stava Flash. Anche loro dovevano pensare che fossi uno del catering oppure qualcosa del genere. Poi Flash cominciò a fare “grrrrrrr”, indispettito forse dall’odore delle altre bestie dentro alla stanza. Lo sapevo che Flash non era all’altezza. Quegli altri c’avevano tutto il pelo cotonato, io invece non l’avevo lavato mai, nemmeno una volta perché mi avevano detto che i gatti non si lavano. Muoiono, trattengono l’acqua fino a gonfiarsi, diventano pazzi, ti cavano gli occhi nella notte. Insomma Flash in vita sua non aveva mai visto una sola goccia d’acqua. C’aveva il pelo morbido come la carte vetrata e se ti accarezzava vicino ai polpacci ti faceva la ceretta.

Flash mise la testa da fuori. Sembrava uno di quei gatti morti sulla tangenziale con il pelo rinsecchito. Vide qualche gattina tutta cotonata e si ingrifò un pochino. Tese le orecchie il bastardo, dovette pensare che l’avevo portato a troie e non aveva capito che eravamo là per lavoro. La proprietaria della gattina vedendo l’atteggiamento di Flash rimise la sua gattina dentro ad una cesta chiusa ermeticamente e Flash, che capì l’antifona se ne ritornò dentro al cartone delle birre. Vedendo Flash, gli altri tirarono all’unisono il sospiro di chi ha un avversario in meno nella vita.

Cominciammo a entrare a turno. Si apriva una porta e una ragazza con un foglio stretto tra le mani ci chiamava. Quelli che entravano dentro, coi loro supergatti galattici, ci restavano pochi minuti dentro, cinque o dieci al massimo. Poi venne il turno nostro. Quando mi videro entrare mi chiesero chi avesse ordinato le birre. Io appoggiai il cartone per terra e mi presentai, dissi loro che dentro il cartone ci stava il gatto Flash.

“Ce lo faccia vedere” disse uno con pochi capelli.

“E’ un po’ timido” dissi.

Mi inginocchiai e infilai la mano nel cartone. Flash aveva affondato le unghie nella scatola e non ne voleva sapere di uscire. Faceva anche “grrrrr”. Lo presi allora con forza fino a tirarlo fuori dal cartone. Lo appoggiai sul pavimento. Sembrava un gatto del terzo mondo. Uno che aveva vissuto sempre in un cartone delle birre. Flash restò immobile. Minacciò tutti i presenti con gli occhi e mostrò le unghie tanto per ricordarci che era armato. La commissione confabulò a bassa voce. Come ero potuto arrivare fino a quel punto? Davvero credevo che quel manipolo di peli poteva tirarmi fuori? E se ero un incapace a scrivere, era giusto prendersela con il gatto?

“Senta” disse quello con pochi capelli, “anche se il suo gatto – lesse il nome su un foglio – Flash, non è di razza, né abbia fattezze particolarmente belle, riteniamo che rispecchi il gatto medio delle famiglie italiane. In altre parole siamo interessati al suo gatto”.

“Fantastico” dissi.

“Certo, prima ci dovrà permettere di curarlo per fargli alcune fotografie. Non avrà nulla in contrario se gli facciamo un bagno e gli mettiamo dei prodotti di bellezza per la lucentezza del pelo”.

Aprii le braccia.

“E’ tutto vostro” gli dissi.

“Tranquillo i signori ti tratteranno bene” dissi a Flash, ma lui non si girò neanche.

Venne una ragazza che lo prese da sotto la pancia. Flash si fece prendere come una bestia abbandonata al proprio destino. Lo portarono in un angolo dove c’era una bacinella con dell’acqua e dei flaconi di bagnoschiuma con le foto di cani e gatti sopra. Flash vide il liquido agitarsi nella bacinella senza tuttavia comprendere l’imminente contatto. I bastardi lo immersero velocemente, senza neanche bagnargli prima le zampette oppure la coda. Fu allora che Flash diede fuori testa. Lanciò certe urla da spezzare il cuore anche al più infame dei bracconieri. Dall’altra parte della stanza, tutti i gatti che erano ancora in attesa cominciarono a piangere nelle loro ceste di metallo lucido. Era un po’ come sentire dal dentista il tizio che sta sotto i ferri urlare, e ti passa proprio la voglia di entrare al posto suo. Intervenne anche un altro a dare man forte alla ragazza, e poi un altro  ancora. Ne erano tre per tenere a bada Flash che tentava di graffiare tutto con le sue unghia potenti e tutta la disperazione che un gatto può averci dentro. Nel frattempo mi avvicinai a quelli della commissione per lavorarmeli per bene.

“Quale è il prodotto da reclamizzare?” gli chiesi.

“Questa scatoletta”. Mi allungò il pezzo di ferro.

“Avete in mente qualcosa di particolare?”

“Cioè?”

“Nel senso della pubblicità. Una storia, oppure vi limiterete a mostrare il gatto che mangia nella ciotola?”

“Se riusciremo a far mangiare il gatto dalla ciotola sarà abbastanza”.

Il tizio tagliò corto. Niente scrittura per la pubblicità, adesso il mio destino era nelle mani del gatto. Nel frattempo lo avevano tirato fuori dalla bacinella. Lo spessore originario si era dimezzato e non avevo mai immaginato che Flash potesse essere così sottile. Gli spruzzarono certe cose e poi lo asciugarono, prima con degli asciugamani e solo dopo con dei phon. Il pelo di Flash si gonfiò e diventò lucido e morbido al tatto. Quasi era incredibile pensare che fosse lo stesso gatto.

“Cosa gli avete messo addosso?” chiesi a quelli del lavaggio.

“Per lo più acqua” disse uno proprio stronzo.

Adesso Flash sembrava un gatto dei telefilm. Quelli della produzione ne furono soddisfatti. Parlarono tra loro ed esaminarono delle fotografie che gli avevano fatto nella sua nuova mise. Il Lavoro era nostro. Eravamo stati ufficialmente scelti per il lavoro. Intascai l’assegno di duemila euro e il resto a riprese fatte. Eravamo di nuovo in corsa. Le riprese sarebbero cominciate il giorno seguente nello stesso studio, quindi non era il caso di tornarsene a casa. In tasca avevo i duemila e le cose avevano preso a girare nella giusta direzione. Infilai Flash nel cartone e lui subito corse a ripararsi in mezzo alle sue copertine. Quelli della produzione mi diedero anche quattro scatolette di cibo per gatti.

“Non fargliene mangiare più di due, non sappiamo casa c’è dentro” mi disse quello senza capelli.

Trovai un albergo vicino agli studi per passare la notte. Quando in albergo mi videro entrare con il cartone uno alla reception urlò: “sono arrivate le birre. Per la cucina devi entrare sul retro”.

Gli spiegai la storia del gatto e quello mi diede una stanza al primo piano. Le scale scricchiolavano e le lenzuola di carta sul letto la dicevano lunga su che tipo di clientela soggiornava in quel posto. Decisi che avrei scritto tutta la notte. Quella storia del gatto, l’avventura che mi era capitata durante il giorno poteva essere un buon soggetto. C’era la disperazione giusta per mettere venti pagine buone, crude e sanguinose. Mi fece dare alla reception dei fogli e una penna. Accatastai i fogli sul tavolino della stanza e nel frattempo che le parole prendessero forma mi occupai della star, di colui che lavorava sodo. Aprii la scatoletta al gusto di pesce e un fetore nauseante avvolse la stanza. Flash non mise la testa fuori dalla scatola per paura di un altro bagno. Decise di restarsene rintanato dentro al cartone al caldo della cellulosa. La carta era là. Il foglio sembrava fatto di latte. Se lo toccavo mi bagnavo in quel bianco profondo e instabile, ma nessuna parola sembrava voler affiorare alla superficie. Uscii dall’albergo. Chiusi Flash nella stanza e percorsi certe strade attorno alla stazione affollate di uomini e di donne che da qualche parte dovevano pure andare.

 


Alcuni racconti presenti in questa pagina sono stati pubblicati nella raccolta "Seppellitemi con l'accappatoio" Ed. RGB, Gianni Solla.

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