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Indice elettroni

     1.

 Polmoni

2.

 I denti

 3.

 Case

4.

  Arancione catodico

5.

 Appunti sugli zombie

 6.

 Aria condizionata

7.

 Collutorio

 8.

 Addominali

9.

 Scemo

10.

 Un paio di cose

11.

 Fiuggi

12.

 Valeria attaccata al termosifone

13.

 Persone Speciali

14.

 Ricovero

15.

 Lento

16.

 Teatro

17.

 Quando ero l'uomo ragno

18.

 La lucertola nel ventre umido della terra

19.

 Codici a barre 2 capitoli

20.

 Intervallo

21.

 Ipotesoga

22.

 Ferro filato

23.

 Patrick del grande fratello

24.

 Appunti sui cani morti

25.

 Cerotti

26.

 Come occultare il cadavere di una fidanzata (parte II)

27.

 Macchina

28.

 Spettacolo

29.

 Sorelle

30.

 Il ragazzo

31.

 Bottoncino

32.

 Garden Bar

 

 

 

 

 

Polmoni  
 

 

 

 

 

 

 

Il conteggio

Sette buste verdi di plastica, due accendini scarichi, un paio di occhiali per la miopia con l’astina tenuta insieme con lo scotch, la destra, precisamente, che è anche un poco stretta e mi stringe sopra l’orecchio, dovrei andare a farla regolare, una penna con l’inchiostro rosso, quattro tovaglioli di carta, tre batterie stilo scariche.

La procedura

Tutti i giorni conto i miei oggetti. Vivo in macchina perché in casa mi manca l’aria. Respiro bene solo se sto per strada e allora ho lasciato casa. Ho lasciato anche mio fratello che è down, ma lui non c’entra niente con questa cosa dell’aria. Forse la mia bocca è troppo piccola oppure i polmoni non sono capaci abbastanza per contenere tutta l’aria che mi serve. A volte ho la percezione precisa della quantità di aria che c’è in un posto e mi accorgo quando sta per finire. Allora cambio posto. In genere mi tengo lontano dal mare anche se sto a Napoli. Nell’aria del mare c’è troppa salsedine e mi brucia nella gola. Gli oggetti stanno tutti nel bagagliaio in due buste di plastica. Nelle altre cinque buste ci sono i vestiti estivi e invernali. Quando sono fermo nel traffico mi muovo avanti e indietro con il busto perché non posso stare fermo. Mi riconosco solo nel movimento.

La collina

In genere vado sulla collina di Posillipo, là c’è molta più aria. Ci resto fino alle sette del pomeriggio, fino a quando non cominciano a venire i fidanzati. Si chiudono in macchina e chiavano e le macchine ballano sugli ammortizzatori. Io resto finché non iniziano ad ansimare troppo e consumano troppa aria. Vado via prima che mi venga il panico.

La macchina

La macchina è di mio padre. E’ un Opel Astra station wagon. Un giorno gli dissi che dovevo andare a un colloquio e non tornai più a casa. Mi hanno visto un paio di volte per strada ma non hanno mai provato a parlarmi.

Mio fratello

Mio fratello è down. Una volta ha provato a soffocarmi. Mi ha messo le mani intorno al collo e stringeva. Io pensavo che dopo poco le avrebbe aperte. Provai allora a spingerlo via e gli misi le mani in faccia e le mie mani stavano diventando viola. Le mie mani viola sulla faccia di cento chili di mio fratello. Poi arrivò mia madre.

Gli zingari

Per alcuni mesi sono stato al campo zingari di Scampia. Gli zingari ci sanno fare, sono furbi e se li metti in una casa muoiono subito. Sono come l’erba che cresce in mezzo ai campi. All’inizio erano sospettosi. Loro avevano le roulotte e io me ne stavo in macchina. Poi un giorno il capo dell’accampamento bussò al mio sportello. Mi fece entrare nella sua roulotte e parlammo molto. Mi offrì del vino, mi presentò ad altri zingari e alla fine dissero che potevo restare nel loro accampamento.
 

Odessa

Odessa era la nipote del capo accampamento. Aveva gli occhi turchese e si vestiva con una gonna color smeraldo. Non avevo mai visto denti così bianchi. Lei mi spiegò molte cose sulla vita degli zingari. Ci fidanzammo, e il capo accampamento diede una festa per il nostro fidanzamento. Ballammo e bevemmo fino a notte, e mentre ballavamo io mi tenevo gli occhiali stretti sul naso. Poi Odessa andò a dormire nella sua roulotte e io nella mia Opel Astra. Alle quattro misi in moto e me ne andai in un altro posto.


Piazzole di sosta

Da alcuni mesi ho preso l’abitudine di andare a parcheggiare sulle piazzole di sosta della tangenziale. In quei posti si trova di tutto e quello che è in buono stato lo prendo e lo metto nelle buste verdi del bagagliaio. Ho trovato un libro di algebra e ho iniziato a studiarlo. Ho imparato a calcolare la distanza tra due punti nel piano cartesiano.


Sigarette

Oltre alla benzina le sigarette sono il mio problema più grande. Raccolgo le cicche per strada, le chiedo ai passanti, le elemosino nelle tabaccherie, le imploro ai poliziotti quando mi fermano e le chiedo ai tossici per strada.


Il libro

Sull’ultima pagina del libro di algebra ho trovato la lettera di un ragazzo che si è suicidato. E’ scritta con una calligrafia fitta e con l’inchiostro nero. Lo spazio tra una riga e la successiva è così breve che a leggerla mi manca l’aria. Sembra che le frasi si divorino a vicenda e se le guardo fisse per un minuto ballano e si deformano. Le t si allungano e con l’uncino della stanghetta si aggrappano al cappio delle g e s’impiccano. E’ asfissiante. C’è scritto che la ragazza lo aveva lasciato e lui allora voleva cambiare posto definitivamente. C’è scritto che si sarebbe sparato dietro a un casolare dell’Anas, nei pressi della piazzola di sosta dove ho trovato il libro. Allora sono andato a vedere. Ho parcheggiato la macchina tra le siringhe e i preservativi e sono uscito. Ho superato il guard rail e ho respirato tutta l’aria che c’era in quel posto. Ho visto il casolare di cemento grigio senza neanche una lampadina a illuminarlo. A terra, sul retro del casolare, c’era il corpo consumato del ragazzo. La pelle era attaccata alle ossa della faccia e la carne era del tutto scomparsa. Le braccia avevano una circonferenza di pochi centimetri e la mano sinistra era stata divorata dai topi. La pistola era a un metro dal corpo. Era in posizione fetale, insolita per uno che si è sparato. Forse non è morto subito e allora ha provato dolore e si è pentito di averlo fatto, ma solo per un paio di secondi. 

Poi l’aria ha cominciato a consumarsi, e allora sono ritornato alla macchina.

 

 

 

  I denti  
 

 

Mia moglie è polacca e si chiama Uba, io invece sono egiziano e mi chiamo Hakaim. In bocca ho due molari d'oro mentre il resto sono neri, marciti dalla carie. Prima stavamo a Lambrate poi ci siamo trasferiti per alcuni guai riguardanti il lavoro di Uba. A Napoli mi trovo bene perché è simile all'Egitto e i napoletani un poco puzzano di sudore come noi. Non ci stanno cammelli da queste parti, ma in compenso è pieno di cani. E’ impossibile sapere quanti cani vagano per strada da soli e in branco. Hanno occupato tutti gli anfratti della città. Non c’è un buco in un muro, uno squarcio in un palazzo, una macchina abbandonata, una crepa nell’asfalto oppure una scatola dove non ci sia un cane dentro. Sono sempre pronti a ringhiare e a mostrarti i denti, e poi corrono dietro alle macchine di notte e li senti abbaiare con dei latrati che ti svegliano e non puoi abbassare neanche le persiane perché il caldo è insopportabile. I cani sono l’elemento che riempie le intercapedini della città. Uba ha quarantatre anni e ha un figlio che sta in Polonia. Il suo vero nome è Ubesowinya ma dice che la devo chiamare Uba. Non abbiamo il permesso di soggiorno e la carta d'identità è falsa. Non esistiamo da nessuna parte. A Lambrate facevo il saldatore in una fabbrica dove di producevano i motori dei frigoriferi. Nei capannoni c’era sempre la puzza del gas che si mette nei serbatoi e ogni tanto qualcuno diceva che saltavamo per aria. Nella fabbrica eravamo tutti egiziani quasi tutti imparentati. Noi abbiamo una certa difficoltà a recidere completamente il cordone ombelicale. La mattina sopra i muri del capannone trovavamo delle scritte che non capivamo perché l’italiano è difficile da capire all’inizio. Però il proprietario faceva in fretta a cancellarle. Il proprietario aveva i denti e i polpastrelli ingialliti dalle sigarette. Mi svegliavo tutti i giorni alle sei per andare a prendere l'autobus. Poi arrivavo alla stazione e prendevo due metropolitane, camminavo quindici minuti a piedi e arrivavo alla fabbrica. Stavo tutto il giorno a saldare e alla sera vedevo le scintille negli occhi. Tutti gli egiziani che stavano in quella fabbrica al buio vedevano le scintille. Una volta feci il turno di notte e all'uscita, mentre camminavo per raggiungere la stazione, vidi una che faceva la puttana. Era bianca bianca. Io non avevo avuto nessuna donna da quando ero partito dall'Egitto e allora mi avvicinai. Le mostrai i denti d'oro. Lei disse che per quindici euro mi faceva un bucchino e per venti euro potevo avere tutto il resto. Le diedi i venti euro e lei mi portò dietro ad un muretto. Allora io lo cacciai da fuori e lei quando si abbassò per prenderlo in bocca aprì tutti gli occhi e disse che non si poteva fare. Che era troppo grosso e lei dopo non voleva andare all'ospedale. Mi restituì quindici euro e per cinque euro mi faceva una sega. In effetti potevo anche farmela da solo senza spendere soldi, ma alla fine lo fece lei. Quando Uba seppe che avevo una stanza da solo mi chiese di venire a dormire con me quella notte perché lei stava in una casa con altre ragazze e non le andava di ritornarci. Quindi Uba si stabilì a casa mia. Con il tempo poi riuscimmo a fare l'amore. Per non farla male io mi muovevo piano e cercavo di non spingere mai fino in fondo. Delle volte usavo un tarallo per fare spessore. Quando mi stendo vicino a Uba vedo la mia pelle quasi gialla marrone sul bianco della sua schiena. Se lei dorme io l’accarezzo leggero con un dito lo spazio che sta in mezzo alle sue scapole e faccio una piccola pressione tanto per sentire gli anelli della sua spina dorsale.Lei ha gli occhi chiari e i capelli dorati. Anche i denti sono bianchi. Io invece ho i capelli un poco ricci e il naso curvo con le sopracciglia fitte e quasi unite tra loro. I miei denti sono grossi e stanno tutti fuori dalla gengiva, e sono stretti alla base e si ingrandiscono verso la fine, come i denti dei cammelli. Quando la Turchia entra in Europa io mi faccio una carta d'identità turca, così divento io pure cittadino d'Europa. A Napoli le cose vanno meglio di Lambrate. La mattina me ne vado dalle parti della ferrovia e allora mi sembra proprio di stare al Cairo. Però al Cairo le persone sono più ordinate e il traffico è più regolare. I negozi sono pieni di radio, di televisioni e di cellulari. Io e Uba ci siamo comprati il cellulare con la videochiamata. Uba mi dice ridi e io le faccio vedere i denti d'oro dal telefonino e lei si fa una risata e dice che sono troppo bello. Lavoro in un albergo dove mi danno ottanta euro al giorno. Il lavoro è abbastanza facile, io lo caccio da fuori e altri uomini me lo toccano oppure se lo mettono in bocca. Alcune volte sono così bravi che riesco pure a venire e quelli mi danno una mancia. Gli appuntamenti li fissa il portiere dell'albergo che è uno secco e con la faccia bianca e con un dente spezzato proprio davanti. Dopo che finisco di lavorare me ne vado in giro a vedere i negozi e compro delle cose per Uba. La settimana scorsa le ho comprato le scarpe adidas rosa con le strisce bianche. La settimana prima invece le avevo comprato gli occhiali da sole rayban perché Uba ha gli occhi chiari e quando esce di casa, mette sempre la mano davanti per proteggersi dal sole. A me della religione non me ne importa niente, e comunque a Napoli è proprio inutile essere musulmani. Io mi prendo le cose come vengono e sono contento di stare con Uba anche se prima faceva quello che faceva. Se guadagno altri soldi mi metto un altro dente d'oro.

 

 

 

 Case

 

 

Monica se ne stava seduta dietro al tavolo e stringeva un bicchiere di cointreau. Addosso c’aveva una maglietta con una scritta azzurra su uno sfondo bianco. Da qualche parte poi ci stava un disegno di un gatto. Doveva essere il logo dell’azienda.  Ad un certo punto si alzò dal tavolo e venne verso di me. Non la vidi mentre lo faceva, ma m’immaginai che avesse avuto un’andatura sbilenca, come quando hai appena avuto un incidente. Poi me la sono sentita dietro al collo che mi parlava nell’orecchio e mentre lo faceva mi toccava la cartilagine con la punta del nel naso. L’alito mi entrava direttamente nell’orecchio. Mi disse delle cose riguardo il sesso orale e noi due da svolgersi subito nel bagno. Io avevo del deodorante economico alla malva sotto le ascelle. L’azienda lo garantiva per dodici ore ma io avevo testato la durata in cinque ore. Considerando che l’avevo messo due ore prima dissi a Monica che si poteva fare.

Mentre mi avviavo nel corridoio, in mezzo alla gente con i bicchieri, mi dissi che il cielo mi sopravvalutava e che l’alcol alle feste, provoca un livellamento verso il basso della ricerca di qualcuno che si occupasse del proprio apparato riproduttivo. Camminavo piazzando bene i piedi sulle piastrelle per ottenere la migliore presa possibile, con il passo sicuro e il quadricipite teso. Mentre tutti giocavano con l’olivetta del martini o con gli ombrellini dei tramezzini, io stavo andando a fare sesso. Sesso sporco per intenderci. Con ogni probabilità da lì a dieci minuti avrei stantuffanto contro un culo, non prima che la lingua di Monica avesse esplorato parti della mia pelle di cui io stesso ignoravo l’esistenza. Deejay abbassa la musica che non ce n'è più bisogno, voi camerieri con la divisa bianca tornate a casa dalle vostre mogli e date una carezza ai vostri bambini, voi parcheggiatori, terminatela di rigare le macchine degli invitati, adesso che tutto è compiuto finitela con questa commedia. Io ero l’uomo prescelto per continuare la specie umana. Su questo non c’erano dubbi.

Prendiamo Monica per esempio. Vendeva case nella zona del Vomero ed aveva un’agenzia con gli specchi a posto delle pareti, perché la gente potesse guardarla che era là per lavorare, e non per farsi sbattere dal primo cliente nelle case in vendita di cui lei aveva le chiavi. Quelle cose me le aveva raccontate lei stessa. Una settimana prima aveva scopato con una coppia che era là per vedere una casa di settanta metri quadrati. Cucina e salone insieme, termoautonomo, no posto macchina. Monica non sapeva come farglielo capire a quei due, che sembravano proprio dei bravi ragazzi, una coppia di quelle che stanno insieme dal liceo e che a stento lei gli ha fatto una sega alla gita del quinto anno. Gente che non sa niente delle gang bang, della pioggia dorata, dei vibratori, delle lamette, gente che prende il sesso troppo drammaticamente e che non ne vede l’aspetto divertente. La casa gli piaceva e allora Monica si è inventata la storia che già c’era una coppia prima di loro che aveva una precedenza sull’acquisto e loro proprio non potevano rischiare di perderla. E allora Monica gli disse che forse qualcosa si poteva fare. Fece andare lui nella stanza da letto e fece restare la ragazza in cucina. Quelli dapprincipio non capirono ma la lasciarono fare. Settanta metri in città a quel prezzo era quello che cercavano. E poi la banca gli aveva già deliberato il mutuo di duecentosessantamila euro. Monica andò a parlare prima con il ragazzo, gli disse che aveva voglia di baciare la sua ragazza e che lui doveva guardare. Lui disse che ne doveva parlare con lei. Alla ragazza Monica disse che aveva voglia di fare un pompino al suo ragazzo e lei disse invece che ne doveva parlare con lui. Monica prese la ragazza per mano e se la portò nella stanza da letto. Arrivarono davanti al ragazzo e Monica baciò la ragazza sulla bocca. Dopo alcuni secondi, e sotto lo sguardo terrorizzato del ragazzo la ragazza aprì la bocca e lasciò entrarci la lingua di Monica. Monica baciò la ragazza lungo il collo e alla fine si trovarono stese sul letto con la mano di Monica in mezzo alle cosce della ragazza. Dopo lo spavento iniziale il ragazzo riprese coraggio e lo tirò da fuori. Mentre Monica leccava la sua ragazza lui le sbottonò i pantaloni e cominciò a scoparsela da dietro. Colpi regolari per pressione e tempo, lavorava di schiena e si aiutava con le braccia per tenerla ferma. Monica mi disse che l’agente immobiliare era un lavoro che le piaceva. La casa non la comprarono però fissarono un altro appuntamento per vedere una mansarda di novanta metri quadrati con il punto più basso a ottanta centimetri. Almeno questo è quello che Monica mi ha raccontato. Adesso toccava a me. Bravi bravi continuate a ciucciare attraverso le cannucce, parlate forte del vostro viaggio nella pianura della Mongolia a lamentarvi dell’umidità e delle zanzare. Ci penserò io a continuare la nostra magnifica specie.

 

 

 

 Arancione catodico

 

Lavoro alla Plastick Pannett e controllo la produzione dei cestelli e dei barattoli. Sorteggio un pezzo da ogni lotto di produzione. Una volta lo prendo dall’inizio, una volta dalla fine e poi dal mezzo. Se il pezzo non rispetta le misure l’intero lotto viene rifuso in nome della qualità. La ditta serve clienti importanti e non possiamo permetterci di essere fuori delle misure standard. Nel reparto di fusione la temperatura dell’aria è di quarantadue gradi, nella stanza dove faccio il controllo invece ci sono dei grossi ventilatori che servono per raffreddare i pezzi appena prodotti, e la stanza è a sedici gradi. Io entro ed esco dalle due stanze molto velocemente. All’inizio tutti si ammalano poi fai gli anticorpi e ti abitui. Il mio sistema linfatico è tutto quello che posseggo. Lavoro di notte soprattutto e vado spesso alla macchinetta del caffè a prendere un cappuccino con latte a lunga conservazione che ricorda l’ovomaltina. Facciamo la visita medica spesso, quelli del sindacato dicono che per mezzo dell’aria che respiriamo dobbiamo tenere i polmoni sotto controllo se non vogliamo fare la fine di Porto Marghera. Quando alle due finisco il turno mi faccio la doccia e sento addosso la puzza di plastica fusa. Tutti i giorni vedo la mia alopecia progredire, lo vedo dagli specchi delle docce aziendali. Specchi quadrati che stanno sopra i lavandini. All’inizio i capelli si erano diradati solo un poco al centro, in mezzo alla testa, adesso invece si vede bene il rosa della pelle e penso che forse dovrei decidermi a fare qualcosa, andare da un medico o rasarmi tutti i capelli e fare finta di non averceli mai avuti. Quando sono da solo nelle docce oltre alla alopecia studio anche la mia pelle. Colore, resistenza, eventuale desquamazione, macchie, nei. Cerco di capire se ho il cancro. Potrei avercelo dentro che germoglia, che invade alveoli, vene, vasi sanguigni e accorgermene solo quando è tardi. Poi mi metto sotto il flusso bollente dell’acqua e me la faccio scendere sul collo. La lascio battere forte in maniere da stimolare la circolazione. Mi rivesto e anche i vestiti che stavano al coperto nell’armadietto un poco sanno di plastica. Sono in macchina. Di notte la città è più calma e senti bene il rumore delle ruote sull’asfalto. I lampioni illuminano di arancione le strade e si riflettono sulle carrozzerie delle altre macchine. Mi chiedo sempre che cosa fanno le persone di notte quando sono per strada e quali pensieri gli girano nel cervello. Poi ad un certo punto arrivo a casa. Quelli del condominio sanno tutto di me, i miei orari, il posto in cui parcheggio, dalle buste della spesa vedono cosa mangio. Con questo caldo, anche alle tre del mattino ci sta uno affacciato a fumare una sigaretta. Sequenza veloce: cancello palazzo, citofoni sulla destra, luci bianche a basso consumo, avvisi vari su pagamenti acqua-gas, porta dell’ascensore di metallo, tasto con numero sette. Stop. Quali conclusioni trarranno mai gli uomini del futuro quando, tra le macerie della nostra civiltà ritroveranno le cabine degli ascensori con tutte le loro scritte e i loro graffiti a forma di cazzo fatti con le chiavi. Poso la borsa dei vestiti. Bevo uno yogurt ai fermenti lattici attivi e mi faccio uno sciacquo con il tantum verde. Vado nel salotto e metto sui canali delle hotline. Tiro fuori dal cassetto il pacchetto di diana rosse e ne accendo una, poi prendo l’havana dal mobile. Nel bicchiere ci metto anche la coca cola e verso nel bicchiere coca cola e havana in parti uguali Giro con il telecomando fermandomi su hotline e softcore e intanto verso altro liquido nel bicchiere. Il bicchiere è quello della nutella con il commissario bassettoni che insegue la banda bassotti. Faccio play sul videoregistratore e allora si scatena il mio inferno, lento e distante nella televisione incubatrice di dolore catodico. Adesso ci sta una ragazza che entra in una casa e la porta è aperta. Il padrone di casa ha i baffi e sta seduto su un divano. L’inquadratura persiste troppo sull’uomo e lo riprende a mezzo busto. Dice delle cose che non capisco perché è un film tedesco pagato 12.900 lire all’edicola. Tanto cosa vuoi che si dicano mai: “hank muisken hungzt?” chiede lui “ruk funkger haiken” dice lei, ma lui insiste sempre sulla stessa cosa “hungzt zunkter?” e poi alla fine lei si convince e dice “kustzen ghunsz” e comincia a spogliarsi. I film tedeschi sono scontati sul piano della sceneggiatura. La ragazza ha la frangetta e due capezzoli tondi marroni. Si siede sul divano e comincia toccarsi in mezzo alle cosce. Lui fa lo stesso ma da sopra i pantaloni. Poi lui si alza e gliela lecca bene mentre lei si sbatte sopra il divanetto e con le mani gli spinge la testa. “Lukstaz! Lukstraz!” urla lei e lui non dice niente. Quello con i baffi ha una recitazione minimalista tipica dei porno anni ‘80. Io accendo un’altra diana e verso altro havana con la coca cola. Poi la ragazza si alza dal divanetto e glielo caccia da fuori. A questo punto io anche lo caccio da fuori. Quello con i baffi ce l’ha ancora moscio mentre io senza fare niente sono già a buon punto. Lei se lo lavora con la lingua e poi se lo infila tutto in bocca. La ragazza ci dà dentro veloce con la testa, io invece devo andare piano altrimenti vengo subito. A volte stacco completamente e mi verso altro havana tanto per guadagnare tempo. Con il telecomando premo ffwd e vado a qualche scena dopo, a quando lei sta a pecora e lui spinge forte da dietro. Io mi figuro di essere là con loro, aumento la velocità della mia mano e vengo. Vengo sulla televisione e un poco sul bracciolo del divano. “Kurtz whumberg toi umghert” gli dico. Mi appresto a pulire altrimenti ci resta la macchia, anche se a casa mia non ci viene mai nessuno. Stacco il videoregistratore e Ingrid e Wolfang spariscono. Finisco quello che c’era nel bicchiere e mi dico che devo curarmi la alopecia e comprarmi dei vestiti nuovi. Magari delle camice che così non si può andare avanti. In cucina ho lasciato il frigorifero aperto e la lucetta arancione illumina la cucina. 

 

 

 Appunti sugli zombie
 

I primi film di zombie li ho visti nel 1984 a casa di Vittorino, l’unico bambino del condominio a possedere un videoregistratore. Era un Philips vs23 a due testine, privo di moviola. Il meccanismo era così rumoroso che per contenerne il suono ci mettevamo una coperta sopra. Quando bisognava andare al bagno o andare a prendere un bicchiere d’acqua spingevamo pause sul video e ci andavamo insieme. Poi due anni dopo abbiamo scoperto i film pornografici grazie a Mariano che era l’unico bambino del condominio a possedere un fratello maggiore che ci iniziò precocemente all’autoerotismo. Da quel momento abbiamo mollato i film di zombie. Ogni tanto però mi capita di rivederne uno. Ad esempio ho visto 28 giorni che è stato molto bello con una colonna sonora e un taglio molto rock-mtv oppure resident evil che però contiene troppa figa per essere un film di zombie. Penso in generale che i film di figa e i film di zombie debbano stare in mondi differenti. Segue un breve saggio sugli zombie. Lo zombie è un mostro moderno, creato con il cinema e non ha nessuna tradizione alle spalle. Niente a che vedere con orchi, draghi e lupi mannari la cui storia si fonde con le leggende popolari. Sono numerosi i racconti contadini che narrano di draghi aldilà del bosco o inabissati sul fondo dei fiumi o dei laghi. E' un tipo di terrore antropologico, che risiede nel concetto stesso di confine fisico, limite territoriale oltre il quale non andare. Metafora del buio della conoscenza e altri concetti correlati al territorio. Poi sono venuti i vampiri. Il più terrificante tra tutti perché ha le sembianze di un uomo, arguto e malefico. Il vampiro è più intelligente di un uomo, ha più forza, una parziale immortalità e carisma da star del cinema. Viene spesso raffigurato ricco e inserito nell'alta società. Il vampiro inoltre è vittima di un maleficio da parte di un Dio, che lo condanna a vagare per l'eternità senza mai giungere alla serenità della morte. Un mostro che ha un legame con la religione cristiana e con il concetto di vita post morte molto evidente. Il primo mostro creato dalla modernità, è stato Frankenstain. Un mostro creato dall'ingegno dell'uomo, forte e stupido, goffo nei movimenti ed incapace di provare sentimenti, neppure come la cattiveria o l'odio. Frankenstain viene mosso dalla paura, attacca come un lupo che si vede braccato dalle torce dei contadini, ma è assolutamente incapace di odiare. Sicuramente il più tenero tra i mostri. Nessun nesso con la religione, se non il misero tentativo da parte degli uomini di sfuggire alla morte ricostruendo la vita in laboratorio.  Poi sono venuti gli zombie. Il primo elemento che viene da analizzare è la presenza in gruppo. A dire la verità non si tratta di un gruppo vero e proprio in quanto i singoli zombie non interagiscono tra loro, non hanno nessuno schema per attaccare l'uomo e non elaborano strategie di caccia di gruppo. Quindi è un agglomerato non coeso e non legato da alcun tipo di vincolo. Uno zombie può tranquillamente passare da un gruppo all'altro. Tanto per dire, un vampiro nutrirebbe un legame molto più profondo con altri suoi simili. Come Frankenstain, gli zombie sono creati dall'uomo. Quasi tutte le versione cinematografiche ne attribuiscono la genesi ad un virus, ad una sperimentazione troppo audace da parte di multinazionali o di enti governativi senza scrupoli e che sfugge poi al controllo. Un cadavere viene contagiato da questo virus e dopo alcuni istanti si rianima. Si muove lento e goffo con le braccia protese in avanti, e avanza verso l'uomo con la caratteristica andatura dondolante incerto e feroce. Lo zombie è attirato dalla carne viva. Si tratta in realtà di un paradosso questo perché una volta che lo zombie riesce a piazzare un morso sulla preda, l'uomo si trasforma in uno zombie egli stesso, perdendo di ogni attrattiva agli occhi dello zombie cacciatore. I film di zombie hanno tra loro tanti punti in comune. La claustrofobia per esempio. Il gruppo di protagonisti per esempio è sempre circondato da un numero enorme di zombie. Dietro ogni porta, per ogni strada e in ogni palazzo, un gruppo di zombie è pronto ad attaccare. Il gruppo si difende come può, sparando precisi colpi al cervello che sembra essere l'unica maniera per ucciderli davvero. Ogni tanto gli zombie mettono a segno qualche colpo e uno dei protagonisti si trasforma in zombie che viene poi ucciso dai suoi stessi amici. In ogni film c'è l'immancabile battuta: "se dovessi trasformarmi in una di quelle cose che stanno là fuori, non esitare a spararmi". Dramma di un certo spessore. Un altro elemento che accomuna tutte le produzioni cinematografiche è la possibilità di avere tutta la città a disposizione. Infatti tutti sono diventati degli zombie e il piccolo gruppo di superstiti fa razzia nei supermercati vuoti, nei negozi di elettrodomestici, e si serve da solo ai distributori di benzina. C'è sempre una scena di un negro che esce da un vetrina di un negozio di elettrodomestici con un televisore in spalla, e questa è una strizzata d'occhio all'anarchia ed alla brama di possesso di ognuno di noi. Lo zombie è come dicevo prima un mostro moderno. Legato al cinema ed ai videogiochi. I film di zombie sono degli sparatutto per playstation e la trasformazione in zombie deumanizza, cioè fa perdere al mostro l'anima e non ti fa quindi sentire in colpa quando spari una pallottola in mezzo alla testa ad un bambino o a tua sorella. Altro elemento importante è l'autostima che ne proviene dal sentirsi ancora un umano. Quando ti rendi conto di essere circondato da un gruppo di zombie non disperi subito, per quanto possa essere spaventosa l'ipotesi. Il nemico è malvagio e numeroso, ma stupido e lento. Stupido e lento. Si muove a piccoli passi, avanzando di pochi centimetri e con l'equilibrio incerto. Non percorre mai la strada più breve per arrivare alla preda, ma solo quella che riesce a vedere. Quando uno zombie riesce a prenderti non è mai perché ha avuto un lampo di genio o perché abbia fatto una mossa astuta, ma solo per la tua inettitudine. Lo zombie è anche laico, non contaminato da elementi religiosi. Gli zombie non rifuggono al crocifisso o agli esorcismi, non ci sono magie e riti da praticare, loro negano il concetto stesso di anima. Sono solo corpi in mancanza di intelligenza alla ricerca di cibo. In questo senso, gli zombie non sarebbero mai potuti esistere negli anni addietro, quando tutto era una simbologia della religione o almeno la chiesa così lasciava credere. Essendo un prodotto moderno, lo zombie ha un'ambientazione urbana. Gira per le nostre piazze, invade i supermercati ed i centri commerciali. In tutti i film poi, gli zombi prendono l'ascensore. Anzi, escono dall'ascensore mentre i protagonisti tentano la fuga e stanno proprio aspettando l'ascensore.

 

 

 

 

 Aria condizionata
 

 

All'inizio ci riprendevamo con la telecamera, poi facevamo le fotografie con il telefonino e le mandavamo agli amici (venivano sempre mosse perché mi trema la mano), poi lo facevamo nei bagni di McDonald’s sperando che entrasse qualcuno poi abbiamo fatto uno scambio di coppia. L'estate scorsa eravamo in un villaggio turistico a Sharm El Sheik. Un posto dove la popolazione locale si confonde con gli animatori dei villaggi. Brunella se ne stava tutto il giorno stesa su un lettino a bruciarsi la pelle sulla spiaggia. Riempiva parole crociate e ascoltava la musica da un lettore mp3 che aveva comprato qualche settimana prima. Abbiamo passato due giorni davanti al computer per capire come trasferire i brani dal computer al lettore. Alla fine abbiamo chiamato il fratello di Brunella, Roberto che ci ha detto come fare. Brunella sostiene di essere stressata, oscurata, maltrattata, incompresa e inascoltata a lavoro. Lo stress è il male a buon mercato degli impiegati. Tutto questo per via di una sua collega che ha avuto una promozione. Adesso fuma sigarette light su un lettino in Egitto. Io sono semplicemente seduto sotto il condizionatore del nostro bungalow. I posti caldi non mi sono mai piaciuti e se fosse stato per me questa vacanza l'avremmo fatta in Svezia. Avrei barattato tutti i cammelli dell'Egitto per un pinguino. Con il telecomando aumento la velocità dell'aria oppure ogni tanto lo seleziono come deumidificatore. Da quando ho letto sulla guida che il tasso di umidità raggiunge il trenta percento, per almeno un'ora al giorno sento il bisogno di deumidificare l'ambiente. Penso che il nostro bungalow quanto prima si trasformerà in una palude con sabbie mobili e rane. Nel bungalow ci sta anche la televisione satellitare e la mattina guardo maurizio costanzo oppure i programmi che danno sulla rai. Ho messo gli occhi su una ragazza che lavora nel villaggio. La mattina passa a mettere in ordine le camere ed ha un'uniforme azzurra con ricamato sopra il nome del tour operator che ci ha venduto il viaggio. L'ho raccontato a Brunella e lei mi ha chiesto di tenerla informata se ci fossero state delle novità. Mentre Brunella è in spiaggia io a volte passeggio per il villaggio o per le zone limitrofe. Faccio qualche passo tra gli alberghi della zona e infine mi allontano dalla zona turistica. Fino a quando sei in prossimità di alberghi, si avvicinano persone di tutte le età per venderti braccialetti o papiri con delle scritte incomprensibili, oppure collanine di perline e riproduzioni delle piramidi, a mano a mano che ti allontani da quella zona e ti dirigi verso la città cominciano a chiederti se cerchi droga, sesso, oppio, corse clandestine, bambine e se hai denti d'oro da vendere. Questa gente vive in povertà assoluta e non sentono neanche le mosche con i riflessi verdi che si appoggiano sulla pelle. Quando ti sono vicini il loro fiato ti stordisce. Sono alla stregua di cani stesi a prendere l'ombra sotto i muri. Faccio delle fotografie a muri fatiscenti cercando bellezza dove c'è disperazione. Compro dell'hashish da uno che mi camminava dietro mostrandomi la merce stretta nel pugno della mano. Ogni volta che apriva la bocca i denti d’oro che aveva in bocca riflettevano luce. Ritorno al villaggio e mi siedo sotto al condizionatore, fumo quello che ho comprato e me ne vado in spiaggia. Brunella è seduta vicino ad una coppia di italiani. Parla con loro. Gesticola vistosamente. Quando mi vede dice che sono suo marito e dice pure il mio nome. Io entro subito in acqua ferendomi sulla barriera di corallo che appesta le acque limitrofe. Un graffio poco profondo all’altezza della caviglia e un piccolo segno rosso compare dall’acqua. L'hashish attenua il dolore e resto in acqua a galleggiare come avevo imparato a fare da bambino a Licola. A tratti l'acqua è fredda e sulla pelle sbucano delle micro puntine e mi dico di stare tranquillo perché è solo una reazione al freddo. Risalgo sulla spiaggia e Brunella sta ancora parlando con la coppia di italiani. Lui è senza capelli, ha degli occhiali scuri curvi. Lei ha i capelli corti e si chiama Sara. Apprendo che sono di Viterbo e parlano come Martufello. Ridono spesso e ci mettono al corrente che non hanno figli perché Sara con i capelli corti è sterile. All'inizio volevano adottare un bambino ma per il momento hanno comprato un cane per riservare su di lui tutto il loro amore. Dicono che però un bambino è un'altra cosa. Il cruciverba di Brunella è solo cominciato, ha annerito giusto qualche casella. Questo significa che stanno da molto tempo a parlare. Nel frattempo il sole mi riscalda e il sangue comincia a circolare più velocemente attenuando l'effetto analgesico narcolettico dell'hashish. Dai graffi che mi sono fatto sulla caviglia comincia a fuoriuscire del sangue. Gli altri dicono che mi devo disinfettare e non farci andare la sabbia sopra. Brunella saluta e mi accompagna al bungalow. Nel sentiero del villaggio mi dice che Sara e il marito frequentano un club dove si pratica lo scambio di coppia. Mentre Brunella mi mette del mercurio cromo che stava nella cassetta del pronto soccorso del bagno, mi rollo un'altra sigaretta di hashish e le chiedo di farmi un pompino. Eiaculo sulle lenzuola e mi addormento. Al mio risveglio sono da solo. Il condizionatore è acceso al massimo ed ho quasi perso l'uso di un braccio. Brunella è nel bagno a farsi una doccia e la sento muoversi sotto il getto dell'acqua. Entro per fare pipi e lei mi dice che finalmente mi sono svegliato. Io alzo la tavoletta e comincio a urinare. Il flusso è giallo intenso per via delle tossine. Le dico che ho dormito a causa dell'hashish e le racconto anche i particolari dell'acquisto. Lei invece mi dice che la coppia di Viterbo è molto simpatica e che hanno detto se quella sera avremmo cenato insieme al ristorante del villaggio. Tiro lo sciacquone e ritorno nella stanza. Dalla valigia tiro fuori un taccuino che avevo portato appresso. Ci appunto sopra alcune differenze sulle economie occidentali e quelle dei paesi depressi. Verso le otto scendiamo al ristorante dell’albergo. In quanto occasione mondana, tutti sono vestiti con camice stirate e sandali di lusso. I camerieri corrono veloci tra i corridoi e nella sala. Spingono carrelli con piatti colorati e composizioni di frutta imitate dai manuali. Nella sala ci sono coppie anziane che non vedranno l’anno prossimo. Io ho quarantadue anni e conto di viverne altri venti almeno. Brunella ha tre anni in più di me e mi ha confessato che pensa di vivere fino a settantacinque anni. Le mie prospettive di vita sono legate ad un calcolo complesso e non sulle statistiche rilasciate dal ministero. Tra le variabili del calcolo ci sono lavoro, stipendio, tempo trascorso in auto, condizionatori d’aria, marca di sigarette, eiaculazioni, quantità della pubblicità, concentrazioni delle micropolveri nell’aria. Se avessi un incidente d’auto cambierebbe tutto naturalmente. Brunella è una bella donna e la sua pelle abbronzata le dona. Ha un vestito scollato e i camerieri quando la servono ci affondano gli occhi dentro. E’ lei stessa che lo desidera, altrimenti avrebbe messo qualcos’altro. Ha dei sandali color oro con dei lacci che le risalgono le caviglie. Il culto del suo corpo le impone di comprare capi armoniosi che le fasciano i fianchi, che le accarezzano le caviglie o che lievi si appoggiano alla curvatura del suo seno. Mangio velocemente quello che trovo sul tavolo per via della fame chimica che mi ha scatenato l’hashish. La cucina è orribile. La cifra che paghiamo per stare in questo albergo è ingiustificata. Dalle vetrate del ristorante, vedo passare la ragazza che pulisce le camere ai bordi della piscina. E’ insieme ad un’altra ragazza che lavora nell’albergo. Sono truccate e sicuramente andranno a divertirsi nei bar che ci sono di fuori. Brunella mi tocca con un braccio e mi indica la coppia di Viterbo. Lui ha la testa lucida e lavora nelle assicurazioni. Sul tavolo ha due cellulari di colore argentato. Ogni tanto ne prende uno e parla. Sara alza un bicchiere brindando verso di noi. Brunella fa lo stesso. Io bevo del vino bianco che mi fa venire mal di testa. Sento le tempie che si stringono ed esercitare una certa pressione sulle cavità oculari. Ho l’impressione che gli occhi potrebbero saltarmi fuori da un momento all’altro, rotolare sul pavimento e alla fine un cameriere me li avrebbe riportati su un vassoio. Mi alzo e vado in bagno. Il bagno è formato da un ambiente in comune per gli uomini e donne e poi ci sono le latrine. Tutto è fatto per facilitare gli incontri e il sesso occasionale. Mi lavo le mani affianco ad una tedesca. Potrebbe essere anche ungherese o polacca. Ha la pelle bianca e i capelli ramati. Veste con dei pantaloncini corti osceni che si fermano a metà gamba con una piega. Esco dal bagno chiedendomi come la razza bianca abbia conquistato economicamente il mondo. Quale è stato lo slogan che ha fatto vendere i nostri prodotti? Marketing genetico. Esco dal bagno e mi dirigo verso la sala dei tavoli. Brunella fissa un bicchiere vuoto. Ha l’aria annoiata. Donne così tentano il suicidio con l’enterogermina e poi si ritrovano con un’enorme, immensa diarrea. Finita la cena ci ritroviamo a camminare lungo viali del villaggio con quelli di Viterbo. Lui si chiama Sandro e tenta di vendermi un’assicurazione sulla vita. Io lo metto al corrente sulle miei ipotesi di longevità e lui lascia perdere. Ci troviamo dopo alcuni minuti nel loro bungalow. Hanno un bungalow più grande del nostro con un quadro appeso alla parete. Sandro apre una bottiglia di qualcosa e ce ne versa in bicchieri di plastica trasparenti. Le bollicine risalgono in superficie infrangendosi contro il muro d’aria. Parlano della temperatura, delle trasmissioni televisive, dicono che ci dobbiamo scambiare i numeri di telefono e nel frattempo servono altro liquido con bollicine nei bicchieri di plastica. Sara si sbottona un paio di bottoncini sulla camicetta mostrando parte del seno nudo. Io chiedo altra roba da bere. Sara si sbottona tutta la camicetta senza però togliersela. Di tanto in tanto, a seconda dei movimenti un capezzolo viene fuori. Poi Sandro le prende una tetta tra le mani e comincia a succhiarla. Io mi verso altra roba da bere e poi Brunella si inginocchia e me lo piglia in bocca. Gioca con la lingua sul glande e poi se lo infila tutto nella bocca. Fa queste cose ripetute volte. Sandro si alza e lo mette in mezzo alle tette di Sara. Lei lo comprime tra il seno ogni tanto apre la bocca e gli dà un colpo di lingua. Mentre Brunella lavora di testa io aumento la velocità del condizionatore, chiudo gli occhi e penso alla ragazza delle pulizie con l’uniforme blu. Resto un minuto in quella condizione e quando riapro gli occhi, guardo che a prendermelo in bocca è Sara mentre Brunella ha il cazzo di Sandro tra le labbra. Richiudo gli occhi e m’immagino il corpo giovane e la pelle tesa della ragazza. Sono quasi geloso dell’uomo che adesso la sta corteggiando sotto la musica potente di una discoteca. Avrà quindici anni in meno di me e i segni delle sue calvizie ancora lontani da venire. Sara si alza la gonna e sfila le mutandine. Mi sale addosso e la sua fica è tutta bagnata. Io entro in lei facilmente e lei fa dei movimenti veloci con il bacino e geme un poco e mi bacia in bocca. Riapro gli occhi e Brunella è a quattro zampe sul divanetto di fronte e Sandro la prende da dietro. I suoi addominali si contraggono e vengono fuori dei fasci muscolari definiti. Anche le vene dei suoi bicipiti si gonfiano solcando il muscolo per la sua intera lunghezza. Poi lui viene sulla schiena di Brunella. Sulla schiena di mia moglie. Io eiaculo nella vagina sterile di Sara, lei inarca la schiena e mi stringe la mani al collo e sulla faccia. Infine viene con uno spasmo. Dopo alcuni minuti ritorniamo nel nostro bungalow. Brunella va a lavarsi mentre io fumo altro hashish.

 

 

 Collutorio
 

Mi risvegliai con la televisione ancora accesa. Era sintonizzata su un canale satellitare e davano un porno bulgaro con due donne che si leccavano su un divano. Andai in cucina e sputai nel lavandino dove ci stavano i piatti da lavare. Presi uno yogurt ai fermenti lattici attivi. Suonò il cellulare. Elena mi disse che la signora Mossori era già arrivata allo studio. Le dissi di toglierle la dentiera e di cominciarle a fare l'anestesia. Le dissi anche di andarci piano con l'anestetico altrimenti la vecchia sarebbe morta sulla mia sedia. Dodicimila euro. Quando uscii di casa lasciai la televisione accesa sul canale porno. Da lì a mezz'ora sarebbe arrivata la donna delle pulizie e mi piace lasciarla guardare i porno sulla mia televisione a cristalli liquidi. Prima di uscire lasciai la webcam accesa. In strada l'umanità si stava distruggendo. I segni di un imminente crollo catastrofe risucchio da buco nero esplosione nucleare da un milione di gigatoni erano inequivocabili. Tutti camminavano sotto i marciapiedi per paura dei frammenti di meteorite che continuavano a cadere sul corso Umberto. L’invasione di cavallette della settimana precedente era stata devastante. Dal portaoggetti della Smart presi una bustina di collutorio e lasciai che il liquido verde scivolasse tra le gengive e l'intercapedine tra un dente e un altro. Aprii il finestrino e sputai il liquido verde proprio mentre un marocchino polacco lavavetri zingaro si avvicinava alla portiera. Parcheggiai tra una bmw e una classe a. Risalii le scale che dal garage portavano all'ascensore e incontrai un mio paziente che aveva un appuntamento per quella mattina. Entrammo insieme nell'ascensore e lui cominciò a parlarmi dell'ascesso che aveva in bocca e del dolore persistente che non lo lasciava dormire. Io avevo ancora nel sangue milligrammi di anestetico che mi ero iniettato la notte prima e vedevo le parole del vecchio infrangersi contro le pareti dell'ascensore e trasformarsi in pipistrelli che gli mangiavano i capelli. Le zeta e le esse invece mutavano in serpenti e gli mordevano le gambe attorcigliandosi attorno alle caviglie. Gli dissi di stare tranquillo che l'avrei curato per benino. Elena aveva il camice bianco e i guanti di lattice. Quando entrai nello studio la signora Mossori stava ancora con gli occhi aperti sulla sedia. Aveva ancora dei molari suoi mentre tutto il resto dei denti facevano parte di una protesi. I suoi denti erano ancora forti ma decisi comunque di tirargliene uno. Andai nell'altro studio e mi stesi sulla sedia. Accesi la lampada direzionale e la puntai al massimo della forza sulla mia faccia. Abbronzatura odontoiatrica. Chiamai Elena dall'interfono e le dissi di preparare l'anestesia che ero pronto. Elena entrò nello studio. Preparò un'iniezione di due milligrammi di retanol e me la fece in vena. Sentii la botta, l'impatto, la collisione delle molecole degli atomi e il suono dei vermi sotto la terra che ci aspettavano a tutti. Schizzai in piedi e dissi a Elena di aprire le finestre e fare uscire i pipistrelli che stavano nello studio. Io ero pronto a operare la signora Mossori. Spiegai alla signora che era indispensabile tirare via anche quel molare che solo all'apparenza era sano ma che dentro era marcio malato cancerogeno traditore. Le dissi che c'era bisogno di altra anestesia perché sarebbe stato tutto molto doloroso. Ma che non doveva spaventarsi perchè il dolore è purificazione, un processo di evoluzione dello spirito che passa per l’impura strada della carne. Tutto ciò era inevitabile. Preparai altra anestesia e la iniettai nella gengiva della signora Mossori in più punti. Dopo alcuni istanti la vecchia perse quasi tutta la motilità facciale e ogni tanto chiudeva gli occhi. Poi prese a dormire. Allora io accesi il computer che avevo sulla scrivania e mi collegai alla webcam che stava nel salotto di casa mia. La signora che veniva a fare le pulizie si stava masturbando davanti al porno che le avevo lasciato. Se ne stava stesa sul divano con le cosce aperte e due dita infilate dentro. Che gran puttana che era. Sulla bocca della signora Mossori applicai un divaricatore anale comprato in un sexy shop a Berlino che si indossava per mezzo di alcune cinghie di pelle dietro alla testa. Accesi il trapano e tirai il cazzo da fuori. Presi la mano penzolante ed esanime della signora Mossori e la strinsi attorno al cazzo, e con la mia sopra lentamente cominciai a masturbarmi. Con il trapano nell'altra mano mi avvicinai alla bocca. Cominciai a lavorarmi per bene il dente dalla base. Affondavo il trapano con movimenti precisi e la mia mano sicura mossa dagli spiriti dei grandi dentisti si faceva spazio tra le gengive, e incidevo, modellavo, creavo arte. Accarezzavo il molare con il trapano e dalla bocca veniva fuori puzza di bruciato. Dal monitor quella delle pulizie apriva sempre di più le cosce e spingeva la schiena con forza nello schienale del divano di casa mia. Non appena avrei finito con la paziente avrei derattizzato lo studio. Aumentavo la velocità della mano della signora Mossori. Poi con la pinza estirpai dolcemente quello che restava del molare e me ne venni con uno spasmo sul vestito della signora Mossori. Mi sciacquai il glande sotto al lavandino piccolo attaccato alla sedia e chiamai Elena. Tolse il divaricatore dalla faccia della signora Mossori e la ripulì dal sangue. Spense il monitor sulla scrivania e fece riprendere i sensi alla paziente. Poi dissi a Elena di far uscire i due armadilli che si erano seduti sopra il mobiletto, di preparare altra anestesia per me e di far accomodare al tipo dell'ascensore.

 

 

 

 Addominali
 

 

Entro nel parcheggio dell'autogrill. Costeggio un muretto e m’infilo a spina di pesce. Spengo la macchina. Penso a cose sparse tipo la qualità della mia pelle e il contatore nuovo dell'enel che mi hanno installato a casa. Controllo le chiavi in tasca e mi avvio verso la struttura di cemento. Ho la camicia bagnata di sudore sulla pancia. Arriva una che sembra una polacca ma che può anche essere anche albanese, rumena. Ha una gonna e le ciabatte. Mano a mano che si avvicina vedo che la sua pelle non è così bianca e forse è rom, bulgara, zingara. Mi metto una mano davanti agli occhi per proteggermi dal sole. La ragazza si avvicina. Mi tende la mano per chiedermi l'elemosina. Anche se ho avuto un'educazione cristiana e ho fatto la prima comunione, la scanso con la mano. Le dico che non ho niente. Quando le sono passato oltre lei mi afferra per la camicia e mi dice - chiavare io-. Mi fermo. La ragazza mi fa cenno si seguirla. Le cammino dietro alla distanza di pochi passi e lei trova un sentiero in mezzo alle macchine parcheggiate. Il calore delle lamiere metalliche si trasferisce al mio corpo quando mi avvicino troppo alle macchine. Sono grasso e peso quasi centodieci chili. Vado in palestra e faccio dodici serie di addominali per volta. Lavoro anche con i dorsali e i pettorali. Il mio allenatore mi ha fatto una scheda che prevede l'allenamento separato dei gruppi muscolari. Ad esempio il martedì e il giovedì faccio pettorali, deltoidi, e tricipidi, mentre il lunedì e il mercoledì lavoro su dorsali, bicipiti e spalle. Gli addominali li faccio sempre e poi corro sulla cyclette e sul tappeto. A volte il cuore mi sbatte forte e temo che esploda nella cassa toracica. Il Giovedì faccio il corso di aerobica al piano di sopra della palestra e sono l’unico uomo a farlo in mezzo a tutte donne. Poi a casa mangio. Ho bisogno di mangiare sempre. Nella macchina tengo sempre una confezione da cinque di tronky oppure le cose del mulino bianco. Se le mascelle non masticano qualcosa io fumo le sigarette. All'autogrill mi ero fermato per comprare un mars o un kinder cereali. La ragazza mi è sempre davanti e ogni tanto si gira per accertarsi che io sia sempre dietro di lei. Adesso sento che la schiena si bagna di sudore e la camicia madida ci si incolla sopra. Arriviamo dietro ad un muretto con dei buchi dai quali si vedono le macchine veloci sull'autostrada. La ragazza si alza la gonna e si mette a pecora inarcandosi e appoggiando le mani sul muretto. Sotto non ha le mutande e il suo sesso peloso si sporge verso di me. Io mi abbasso il pantalone e me lo cerco. Sono bagnato di sudore. Provo ad infilarlo in corpo alla ragazza ma non entra, è troppo moscio. Lei prova ad aggiustarselo in mezzo alle cosce con le mani ma è flaccido, un lembo di pelle di pochi centimetri. Lei dice qualcosa di incomprensibile. Forse dice che sono un ricchione, che sono impotente, che sono un obeso bastardo sudato. Allora tira fuori un coltellino con una lama piccola e me lo infila nella pancia. Adesso ho uno squarcio nella pancia. La lama sarà entrata si e no di un paio di centimetri nel mio strato di grasso. Cado per terra. Guardo verso l'alto e ho gli occhi aperti, vedo la ragazza frugarmi nella tasca del pantalone e prendersi il portafogli e il cellulare.  Ho le mutande abbassate e l'uccello da fuori. Il mio microscopico uccello immerso nel grasso. Da cinque mesi non avevo erezioni e allora mi sono scritto in palestra per tonificarmi e perdere peso. La ragazza scappa. Mi metto una mano sulla ferita e l'affondo nel sangue. Devo alzarmi al più presto, non posso stare altro tempo in queste condizioni. Tolgo la mano dalla ferita e mi alzo le mutande e i pantaloni. I pantaloni li tengo con le mani senza abbottonarli. Mi rimetto in piedi. Il sudore scorre anche sulle gambe e sono troppo nascosto perché qualcuno mi veda e venga in mio soccorso. Ripercorro claudicante il sentiero che la ragazza mi aveva mostrato e affanno come quando sono sullo step. Perdo sangue da un fianco. Cammino appoggiandomi sulla gamba destra, tenendo la sinistra solo come appoggio volante per evitare di dilatare la ferita. Esco dalla parte opposta dalla quale sono entrato e piuttosto che il parcheggio vedo un'enorme distributore di benzina con la macchine piene di bagagli. Ci sono anche due camper con la targa gialla e le lettere in nero. Proseguo nella loro direzione. I pantaloni tenuti alla meglio con la mano ricadono sulle ginocchia durante gli ultimi disperati metri. Inciampo e cado. Giaccio con i pantaloni abbassati e una macchia di sangue che si allarga sull'asfalto bollente dell'autogrill sulla napoli salerno. Ho la pelle bianca e peso centodieci chili. Vado in palestra quattro giorni a settimana e mi ero fermato per comprare un mars. Mi vengono incontro delle persone poi perdo i sensi.

 

 

 

 

 

 Scemo

 

 

 

 

Mia mamma mi ha partorito sul tavolo della cucina. Il tavolo aveva una gamba più corta e ballava sotto le spinte e le sgambate date nell'aria come risposta al dolore. Ad aiutare mia mamma ci stava Romana che abitava a fianco a noi e che pur non avendo figli sapeva quello che c'era da fare. La pentola dell'acqua calda, gli asciugamani, la recisione del cordone ombelicale con le forbici da cucina, le grida "spingi adesso", "respira", "più forte" e altre cose. Poi c'era la questione del ripulire il tutto dal sangue e gli umori che per sempre si sono impregnati nelle venature del tavolo di legno. Romana che pesava cento chili, mi avvolse in un asciugamano spesso e mi mise nel lavandino, incastrandomi sotto alla fontana per evitare che cadessi, prese mia mamma di peso e la trascinò fino alla camera da letto. Tornò a prendermi dal lavandino e mi piazzò sotto al seno morbido di mia mamma. Romana mi disse che avevo la faccia da scemo quando nacqui e che certe cose si capivano da subito. Per esempio quando vomitavo sempre in seconda elementare per via di una eccessiva ansia lei disse a mia mamma che c'era da aspettarselo da uno con la faccia da scemo come la mia. Oppure quando a nove anni mi pisciai sotto nel salotto senza accorgermene Romana disse che ero chiaramente un ritardato mentale e che se mia mamma voleva aiutarmi doveva portarmi da uno psicologo che forse potevano salvare il salvabile e non farmi venire uno scemo totale. E allora mia mamma mi portò dallo psicologo. Prendemmo l'autobus che da Ponticelli porta a Piazza Garibaldi e da là ci voleva un altro autobus che saliva fino all'ospedale Santobono. Insieme a noi ci stava anche Romana che si era messa un vestito buono con i fiori disegnati sulla gonna e le scarpe nere lucide. Io avevo i pantaloncini corti e camminavo appoggiando a terra solo la punta del piede destro e il tallone del sinistro. Contavo le insegne dei negozi per alcuni calcoli statistici e ogni volta che vedevo un lampione lo sfioravo con il dorso della mano e sbattevo forte la lingua sui denti. Arrivati all'ospedale un'infermiera ci fece sedere a tutti e tre in un corridoio. Ci restammo seduti per una mezz'ora durante la quale vidi il mio primo morto e la mia prima sedia a rotelle. In effetti passò prima la sedia a rotelle, ma adesso vi spiego tutto. Noi stavamo seduti sulle sedie di plastica nel corridoio e di fronte a noi ci stava una statua della madonna con tanti lumini elettrici accesi sotto. Il pavimento era fatto da mattonelle bianche con tante schegge colorate dentro. Alcune grosse finestre di metallo correvano lungo tutto il corridoio lasciando che il sole entrasse e si riflettesse nelle schegge colorate delle mattonelle. Di fronte a noi ci stava una porta di metallo a vetri opachi che si aprì e da dietro ci uscì un infermiere con un camice verde, che spingeva una vecchia sulla sedia a rotelle. Alle spalle della sedia ci stava montata un’asta di metallo con una flebo dalla quale scendeva una gocciolina che tramite una cannula stretta entrava nel braccio della vecchia. La sedia a rotelle aveva attorno alle ruote una specie di pneumatici per aderire bene al pavimento ed erano sudici, sporchi, forse infettati dai microbi. I raggi delle ruote giravano lenti e tutti e tre restammo ipnotizzati. La vecchia era senza dubbio tenuta in vita dalla gocciolina nella flebo. Romana pure non aveva mai visto una sedia a rotelle e quando la vecchia passò oltre, si alzò e andò a fare una preghiera vicino alla statua della madonna. Mia mamma si alzò e andò lei pure. Io allora seguii le due donne vicino alla statua e pregai la madonna come mi aveva insegnato padre Mauro al catechismo. Ave Maria, ecc.ecc., salvaci dal male ecc. ecc., ti voglio bene a te e Gesù ecc. ecc., la valle di lacrime ecc. ecc. Con il tempo avevo sviluppato una preghiera formidabile capace di fare avverare i desideri come una specie di magia. Bisognava farla il giorno prima del desiderio e l'unico fattore da tenere presente era che il soggetto del desiderio fosse qualcun altro. Funzionava solo per gli altri e non per se stessi. Era un concetto questo che ci aveva spiegato padre Mauro al catechismo e che non ci era troppo chiaro. Comunque bastava mettersi d'accordo con un altro e il gioco era fatto. Preghiere incrociate, magari su commissione e il mondo sarebbe stato nostro. La mia preghiera verteva sul fatto che volessi bene alla Madonna e a suo figlio Gesù, avendo anche un certo rispetto per gli altri santi, l'angelo custode, lo spirito santo e non trascurando il papa e i morti. Una preghiera globale, lunga ed efficace. Quel giorno pregai per la signora sulla sedia a rotelle. Chiesi o che riacquistasse la capacità di camminare o che morisse in quanto troppo vecchia per soffrire. Bisognava aspettare un giorno per conoscere l'esito della preghiera. Ritornammo tutti e tre a sederci dopo aver pregato. Quando fummo di nuovo in posizione la porta si aprì di nuovo e uscì una lettiga con un morto sopra. La lettiga era spinta da un infermiere e dietro di lui ci stavano due donne e un ragazzo che piangevano. Una donna in particolare teneva stretta a se la testa del ragazzo. La stringeva forte sul petto come se lasciandola fosse rotolata lungo il corridoio. Il morto era vecchio e stava con la bocca aperta. Aveva la pelle un poco gialla e le gengive erano senza denti. Attorno agli occhi un labirinto di rughe di cartapesta e tutto il collo sembrava di legno scuro come i mobili che avevamo nel soggiorno. Quando il morto passò vicino a noi sia Romana che mi mamma si fecero il segno della croce. Io le imitai subito, per timore dell'inferno e subito partì con la mia preghiera per i morti. L'avevo fatta una sola volta nella mia vita, nell'occasione della morte di una signora del secondo piano, la signora Dora Camillini. Non l'avevo vista morta ma tutti dicevano che aveva un'espressione serena. Da viva invece puzzava e passava tutto il giorno a lanciare le briciole di pane ai piccioni. Per i morti avevo confezionato una preghiera basata sull'accoglienza che le anime degli altri morti gli avrebbero fatto all'arrivo in paradiso. Una preghiera che somigliava quasi una festa di benvenuto nel paradiso che comunque in tutta franchezza, non riuscivo ancora a figurarmelo. La morte era una questione complicata. Poi la porta si aprì e noi tre avemmo un sussulto. Cosa altro poteva uscire? Niente, era solo l'infermiera che ci era venuti a chiamare perché era il nostro turno. Tirammo il fiato e percorremmo il corridoio. La porta che ci avevano indicato era socchiusa e ci aspettava. In poco avrei saputo se ero scemo come diceva Romana. Il dottore stava leggendo dei fogli e quando entrammo fece finta di non accorgersi di noi. Aveva i capelli che gli crescevano solo nei lati e al centro era lucido. Aveva gli occhiali con le stanghette tartarugate e un neo sulla guancia destra vicino alla bocca. Sopra il neo ci stavano dei peli schifosi. Romana disse al dottore che io non sembravo normale e che voleva che mi visitasse e che mi prescrivesse qualche sciroppo o delle fialette per l'intelligenza. Mia madre annuiva nel suo vestito giallo con i ghirigori neri disegnati sui lati. Il dottore mi fece sedere sul lettino con il lenzuolino verde, mi alzò la canottiera e mi tocco dietro la schiena con le sue mani fredde. Ascoltò il battito del mio cuore con un coso e poi controllò i riflessi. Poi prese a parlarmi.

"Ti piace andare a scuola?" mi chiese.

Se avessi risposto no sarei stato cattivo, se avessi detto si sarei stato buono ma falso.

"Si" risposi.

"Sicuro?" disse il dottore.

Mi aveva scoperto. Dopotutto non si diventa dottore così.

"Eh, no" confessai.

"Perché" mi chiese.

Raccontati tutto come non avevo mai fatto.

"Per colpa di Gabriele Tanino che tutti i giorni prova a picchiarmi fuori la scuola. Tutto è cominciato da quando Gabriele stava allevando una colonia di ragni nel suo scantinato. Ha trovato delle schifosissime uova di ragno avvolte in una specie di ragnatela e apposta di buttare via tutto o di dargli fuoco, ha aspettato che si dischiudessero e sono nati milioni di piccoli ragni che lui ha messo in una scatola e li ha portati in classe. Ha aperto la scatola per farceli vedere e tutti quei ragnetti correvano veloci e schizzavano da una parte all'altra e allora io ho avuto paura e ho fatto cadere la scatola con i ragni e quelli se ne sono scappati da tutte le parti. Tutti hanno cominciato a gridare e a calpestare i ragni di Gabriele e allora sono intervenuti i bidelli a disinfettare tutto con il veleno e noi per due giorni abbiamo cambiato aula. Da allora tutti i giorni fuori dalla classe Gabriele Tanino mi picchia. Io scappo veloce e lui mi rincorre fino a prendermi. Poi quando arrivo…"

"Va bene" disse il dottore con il neo con i peli sopra. Si rivolse a Romana e a mia mamma:

"Il bambino è assolutamente normale" sentenziò.

Quando un dottore è così deciso ci sono poche cose da fare. Il dottore mi prescrisse delle vitamine perché disse che mangiavo poca frutta e disse a mia mamma e a Romana di smetterla di dirmi che fossi scemo altrimenti finiva che poi me ne convincevo. Ripercorremmo il corridoio incontrando altri storpi e donna incinte e ciechi e gente senza le braccia. Fuori dalla fermata dell'autobus il sole era forte e io trovai una pietra bellissima perfettamente triangolare con la quale pensai di costruire una lancia in grado di uccidere Gabriele Tanino. L'avevo visto sul sussidiario, gli uomini primitivi lo facevano contro i dinosauri e gli orsi. Sempre sul sussidiario c'era pure la figura degli uomini delle caverne che accendevano il fuoco con i bastoncini di legno e pur imitandoli alla perfezione non ci ero riuscito ad appiccare il fuoco nella cucina. Ma la lancia sarebbe stata perfetta. Romana mi disse di non cantare vittoria perché il dottore si era sbagliato. Anche mia mamma disse lo stesso e tutte e due dissero che dovevamo andare in un altro ospedale dove ci stava un dottore bravo davvero che già aveva detto alla sorella di Romana che il figlio era scemo in soli dieci minuti di visita.

 

   Un paio di cose  

 

Stiamo tutti in fila ad aspettare i clienti all’ingresso della sala. Siamo rasati, abbiamo i capelli corti, i pantaloni grigi e le scarpe nere. La nostra camicia è bianca immacolata appena uscita dalla lavanderia di Dio. Non abbiamo deodorante né profumo. Io ho mal di pancia. Forse svengo. Forse. Quando i clienti arrivano noi li accompagniamo al tavolo. Gli spostiamo la sedia. Li accompagniamo al buffet e gli descriviamo quello che giace nei vassoi. Alcuni di loro guardano e non prendono nulla, altri invece riempiono il piatto. Le carote con l’aceto rischiano sempre di cadere per terra. I funghi tremano sempre nel piatto durante il tragitto fino al tavolo. Il cervello degli uomini è imprevedibile, specie se abbronzato.

Noi dormiamo in delle camere che stanno in un caseggiato dalla parte opposta dell'albergo. Nelle stanze e nei corridoi c’è una puzza devastante di piedi. L’odore acido del sudore resta imprigionato nelle stanze a causa dello scarso ricambio dell’aria. Ogni volta che entri negli alloggi impatti contro questa coltre fitta di puzza e ti sembra di sbattere contro un muro. Alcuni ragazzi la sera si masturbano a vicenda e si schizzano nelle mani il veleno che gli esce dal corpo. Senti le molle dei materassi cigolare e dei gemiti soffocati nelle loro gole. Nessuno di noi sogna di essere al posto dei clienti dell'albergo, ma la puzza, quella non ce la meritiamo. Le latrine degli alloggi hanno delle strisciate marroni e le gocce di urina brillano come perle malate lungo il bordo di ceramica. La carta igienica scarseggia e per pulirci usiamo i tovaglioli dell'albergo. Quattro veli morbidi con il nome dell’albergo. Nel seguito della mia vita, non ho mai trattato meglio il mio culo. I miei vestiti comunque non puzzano meno di quelli degli altri. Le mie camicie sembrano raccolte dalla discarica di Calcutta e dall'odore è impossibile distinguerle dai calzini sudati.

"Altro patè di fegato d'oca con funghi?"

"No, grazie"

Lavorare in queste strutture è massacrante. Termini di lavorare la notte verso le due, quando tutti sono usciti dal ristorante e tutti i bicchieri sono stati lavati e riposti nelle dispense e tutte le posate lavate e tutte le sedie alzate. Poi bisogna preparare la sala per il mattino seguente per la colazione, mettendo anche il cartellino sul tavolo corrispondente alla stanza. I nomi dei clienti sono dei numeri. Il quattordici la mattina vuole il succo d'arancia. Il diciotto tre cornetti, la moglie ne mangia due. Una volta andammo a prendere un paio di puttane per portarcele negli alloggi. Erano due nere e battevano in una strada laterale che costeggia l'albergo. Le caricammo in macchina e gli offrimmo cento euro a testa per venire con noi. Quando entrarono nei nostri alloggi non vollero entrare per via della puzza e ci restituirono i soldi. Ci chiesero solo di riaccompagnarle con la macchina al posto dove le avevamo trovate.

"Questa mattina abbiamo anche la marmellata di pistacchio, ne vuole?"

"No, grazie".

Delle volte andiamo in un locale finto cubano che sta vicino all'albergo. Ci stavano sempre dei militari e pochissime donne. Uno di Messina che sta sempre con noi si addormenta sul tavolo e allora gli sfiliamo il portafogli dai pantaloni e Messina offre per tutti. Quando sto al bar sento la musica forte del festival bar che sorge dalla televisione e il crampo alla pancia s'infittisce chiudendo le maglie e stringendola morsa. Ogni tanto mi piego a terra e vomito. Poi per tre giorni poi non riesco ad andare in bagno.

"Posso suggerirle l'orata questa sera?"

"No, grazie"

Quelli dell'albergo ci avevano detto che non potevamo andare nella spiaggia durante le ore di spacco. Non volevano che i clienti ci vedessero e che forse annusassero la nostra pelle. Eravamo tutti bianchi e i nostri capelli a stento restavano attaccati sulla testa. Eravamo il gruppo di camerieri più debilitato e agonizzante e fetido che avessi mai visto. Avevamo addosso la stanchezza di Dio che ha creato il mondo, ma senza aver fatto niente. Eravamo snervati dalla nostra stessa puzza. Se fossimo stati dei cani le pulci ci avrebbero abbandonato.

"Questa sera c'è del pollo al barolo, posso portarglielo?"

>"No grazie."

Il tavolo quattordici me lo hanno affidato ad inizio settimana. In realtà non è l'unico che gestisco, ma fa parte di un gruppo più folto che va dal dodici al ventidue. Sono i dieci tavoli che stanno verso la veranda. Una buona posizione dove il sole non batte né troppo forte né tramonta troppo presto. Ci stanno tre famiglie e sette coppie. Con le famiglie è più semplice. Basta fare la voce da scemo con i bambini e assecondare la mamma che ti dice di portare più pasta o meno pasta, più coca cola e più gelato. I figli catalizzano l'attenzione dei genitori e l'importante è che stiamo bene loro. Per le coppie invece è diverso. L'uomo mette il profumo per marcare il territorio e permette alla donna movimenti solo all'interno di questo. Può muoversi fino a dove si sente il suo odore. Prendere un'ordinazione in queste avverse condizioni antropologiche non è cosa facile. Innanzitutto evitare di guardare la donna il più possibile, anche se ha i capezzoli marroni enormi che sbucano dalla camicetta. Anche se il perizoma sbuca dai pantaloni. Anche se ha un tatuaggio dietro la schiena che affonda nel culo e vorresti sapere proprio dove va a finire. Questo punto è fondamentale. Essere garbato, inespressivo, incapace di fare doppi sensi, impossibilitato ad essere frainteso. Al primo accenno di erezione scappare. Non mettere tovaglioli o fazzoletti nelle tasche dei pantaloni. Ogni rigonfiamento può essere frainteso. E non fa niente se sei sicuro che mentre glielo prende in bocca sta pensando a te. Devi cercare sempre di trattare con l'uomo, guardare solo lui, senza mai fissarlo negli occhi. Non creare competizione, assoggettarsi allo stato di subalterno e non rappresentare un pericolo per la sua virilità. Anche se vedi che la sua ragazza sta flirtando con quello del tavolo di fronte. La coppia del tavolo quattordici è di Trieste. Lui è alto con i capelli corti, lei pure. Sono diffidenti verso di me, non accettano nulla di quello che gli suggerisco anche se l’hanno già pagata. Si sarebbero fermati per dieci giorni e probabilmente avrebbero vagabondato tra la loro stanza e il posto assegnatogli in spiaggia. Si sarebbero ustionati il primo giorno e avrebbero fatto delle escursioni nelle zone circostanti fotografando chiese dimenticate dai santi e comprando peperoncini rossi incandescenti. Poi io gli ho sbriciolato della benzodiazepina nella colazione e lui in spiaggia dormiva, e non solo. Si è addormentato al bar, al bordo della piscina, sul campo di bocce e durante l’animazione con i balli di gruppo sudamericani. Dopo tre giorni di trattamento lambivano la crisi quei due. Lui aveva gli occhi viola per via di questo sonno pesante che non riusciva a scrollarsi di dosso, lei invece era chiusa in un mutismo isterico. Tanto per accentuare il contrasto, una sera oltre alla dose giornaliera di benzodiazepina nel piatto di lui, misi delle anfetamine in quello di lei. Le droghe se assunte per via gastrica hanno un tempo di assunzione notevolmente più lento, ma il loro effetto è più deciso. Quando portai il gelato al loro tavolo, lui dormiva con la testa in mezzo ai bicchieri mentre lei infilzava con la forchettina per la frutta le briciole di pane che lei stessa aveva modellato. Aveva fatto una piccola costruzione con gli stuzzicadenti che sembrava una casetta. Mi chiese un aiuto per portare il suo ragazzo in camera e io e Messina, l’aiutammo. Per tutti i giorni restanti ho continuato a mettere anfetamine nei cibi di lei.

“Questa sera ho dei narcotici eccezionali, ne vuole?”

“No grazie”.

Messina ha un’armonica blues in sol e la sera gli va di suonarla negli alloggi. Basta prendere note a caso per fare un blues, soffiare in qualsiasi dei fori. Più volte è nata una rissa a causa dell’armonica di Messina. La musica ci fa schifo e quando finivamo di lavorare non chiediamo altro di annusare la nostra puzza e di starcene in silenzio. Terminata la stagione estiva torno in Albania oppure vado in Francia da mia sorella, che ha appena avuto un bambino e l’uomo con cui stava se n’ è andato. Trovare qualcuno che si prenda cura di te è difficile.

Oggi mentre litigavamo per la distribuzione delle mance è arrivata l’autoambulanza nell’albergo. E’ arrivata con il lampeggiante spianato e noi siamo usciti tutti fuori a guardare. Anche Messina è uscito. Pensavamo si trattasse di qualche vecchio tedesco venuto a morire a Catanzaro Lido. Poi invece sulla barella ci stava il ragazzo del tavolo quattordici con il volto ricoperto di sangue e dietro di lui, accompagnata dalla polizia, la sua ragazza. Quelli alla reception dicono che la ragazza lo abbia accoltellato durante il sonno e che i vicini di stanza hanno sentito le urla e siano intervenuti, altrimenti lo avrebbe affettato per bene. Poi siamo rientrati e ci siamo accordati sulle mance. Adesso sto scrivendo una lettera a mia sorella. Le scrivo del clima mite e di questo lavoro che in fondo tanto male non è, eccetto per la puzza, ma questo evito di dirglielo. Voglio che lei sappia che io sto bene. In busta ci metto anche cento euro tra due fogli di carta, in modo tale che quelli delle poste non se ne accorgono. Le scrivo anche che forse arriverò da lei prima del previsto.

 

 

 

 

 Fiuggi

 

 

Tutti erano fuori a giocare a pallone o a fare le fotografie. Il bus era azzurro metallizzato fuori e all’interno ci stavano zaini e walkman con le cassette di eros ramazzotti e vasco rossi. Brunella era rimasta dentro perché accusava un malore alla pancia e io ero con lei per farle compagnia. Anche i professori e l’autista erano andati via e se aguzzavi bene la vista potevi vederli al chiosco a bere l’acqua minerale. Io non vedevo l’ora di tornare a casa perché Fiuggi era un posto di merda e proprio non avevo capito che cosa ci fosse da imparare in un posto la cui esistenza era giustificata solo dall’acqua minerale. Eravamo là da due giorni e tutti, alunni, professori e autista compreso, avevamo attacchi di diarrea e vomito durante la notte a causa dell’acqua minerale che ci facevano bere come una cosa preziosa e introvabile fuori da Fiuggi. Alcuni ragazzi presero a pisciare nelle vasche dove i tedeschi che alloggiavano nel nostro albergo riempivano i bicchieri. Altri invece si dedicarono allo smontaggio dei mobili che stavano nelle stanze dove alloggiavamo. Avevano dei cacciaviti e smontavano i mobili, le mensole, le poltroncine, la doccia. Le parti smontate le calavano con delle corde dalle finestre e le andavano a nascondere nelle zone limitrofe all’albergo. Mentre camminavi trovavi un cassetto, una porta, un comodino. Quelli dell’albergo impazzivano, erano sicuri che in quella stanza i mobili ci fossero sempre stati. I ragazzi telefonavano alla reception nel cuore della notte chiedendo che qualcuno venisse a portargli un armadio o un letto perché non avevano intenzione di dormire a terra in quel cesso di albergo. Brunella aveva mal di pancia e ci teneva stretta la mano sopra. Sicuramente un’altra vittima dell’acqua minerale, solo che non avevo il coraggio di chiederle se aveva avuto la diarrea. Non era una bella cosa da chiedere in effetti. Brunella mi chiese di passarle la mano sopra la pancia, io mi sedetti sul posto di fianco a lei e cominciai a passarle la mano sul ventre. Avevo il cuore che poteva scapparmi dal petto in qualunque momento, non ero mai stato così vicino ad una ragazza e sentivo l’odore di neutro roberts salirmi dolce nelle narici e persino l’odore del baby shampoo johnson si sentiva proprio bene. La mia pancia cominciò a fare dei movimenti strani e sentivo le budella che si contorcevano. Acqua minerale di merda. Il giorno prima con la scusa di farci provare varie specialità ce ne avevano fatto bere almeno due litri di quell’acqua fetida di uovo marcio. Una purga di stato, ecco la scuola cosa voleva ottenere, quella gita in realtà era una punizione. Cos’altro dovevamo aspettarci, le camere a gas? Brunella sembrava rilassarsi a quel massaggio e ogni tanto chiudeva gli occhi come segno di benessere. Poi ad un certo punto ho iniziato a fare dei giri più ampi sulla pancia di Brunella e arrivavo così in alto da sfiorare una delle coppe del suo reggiseno. Incredibile quello che mi stava capitando. Nell’autobus proprio in mezzo al corridoio centrale ci stava un comodino dell’albergo perfettamente rimontato sul quale i professori non affetti da diarrea giocavano a carte. Poi Brunella con un’audacia insospettabile mi chiese di farmi lo stesso massaggio da sotto la maglietta. Io le alzai il maglione azzurro della benetton e per la prima volta in vita mia toccai la pelle di una ragazza. Eccetto chiaramente quella volta che avevo spalmato il lasonil sulla schiena a mia sorella che era stata punta da una zanzara, ma quello non contava. Adesso si parlava di sesso vero, roba da giornaletti pornografici che giravano nelle stanze dell’albergo di Fiuggi e sulle quali tutti ci tiravamo delle gran seghe. Alcuni ragazzi particolarmente annoiati lasciavano i giornaletti nel salottino dell’albergo in mezzo alle altre riviste. Capitava a volte di vedere dei gruppi di vecchiette che se lo stracciavano dalle mani oppure i tedeschi che pesavano centoventi chili andarsi a tirarsi una sega veloce nei bagni. La pelle di Brunella era morbida e calda al tatto e il palmo della mia mano scivolava veloce, privo di qualsiasi attrito su quella pianura sterminata e dolcissima. Con la mano lambivo l’orlo superiore dei jeans e sentivo sotto Brunella torcersi e degli spasmi si succedevano nel suo stomaco in preda all’eccitazione. L’avrei raccontato a tutti. Senza indugio, direttamente sulla strada del ritorno all’albergo da quell’escursione ad una fonte di acqua minerale. Il tempo che qualcuno si sarebbe seduto vicino, io gli avrei raccontato di quando lo avevo cacciato fuori e lei se l’era stretto tra le mani e poi aveva cominciato a baciarlo. La voce sarebbe subito girata per tutta la scolaresca in gita e lei quella sera non sarebbe uscita dalla sua stanza per la vergogna. Ma non me ne fregava niente. Io avrei fatto sesso e l’avrei raccontato a tutti. Anche se Brunella era considerata un cesso con la macchinetta e gli occhiali era sempre una donna. Femminile negli atteggiamenti e aveva i poster di brad pitt appesi nella stanza. Questo era quello che faceva di una ragazza una vera femmina. Certo non era Cinzia Moresi della terza f con i capelli lunghi e ricci oppure quella della seconda b alta che non mi ricordavo mai come si chiamava, e che era stata vista insieme con uno delle superiori che c’aveva la vespa. Quella era proprio inarrivabile. Improvvisamente Brunella ha cominciato ad emettere dei piccoli gemiti. Erano dei lamenti soffocati in gola e ha messo la sua mano sulla mia e se la premeva forte sulla sua pancia. C’eravamo, ero pronto. I film pornografici mi avevano preparato a questo genere di situazioni. Adesso lei si sarebbe prima spogliata e io l’avrei forse leccata in mezzo alle gambe, anche se in realtà mi faceva un poco schifo questa cosa, ma andava fatto. Poi sarebbe toccato a lei di leccare ed infine sarebbe cominciato il rapporto vero e proprio. Avevo un’erezione clamorosa nelle mutande e il mio coso pulsava come se dentro ci avesse un cuore proprio. Ad ogni spasmo che Brunella aveva, per reazione premeva forte la mia mano sulla sua pelle e io approfittavo di quel breve momento per spingermi fino al reggiseno e toccare un bordo di stoffa ruvido e pesante che faceva parte già dell’apparato sessuale di una ragazza a tutti gli effetti. Poi al culmine del suo piacere Brunella si alza dal suo sedile in preda ad una frenesia, si lancia nel corridoio dell’autobus, scarta il comodino, sposta una mensola dell’albergo rimontata ad arte nell’autobus sulla quale i professori ci appoggiavano i telefonini e si chiude nel bagno. E finalmente le era venuta la diarrea anche a lei. Io all’improvviso sento qualcosa muoversi, un calore inavvertito e inspiegabile nelle mutande e uno spasmo caldo mi raggiunge e me ne vengo nelle mutande. Che scopata che fu quella.

 

 

 

 Valeria attaccata al termosifone

 

 

 

Quando mi risvegliai controllai che tutti i pezzi fossero apposto. Che le braccia stessero attaccate al busto e i pollici dove mi ricordavo e il collo sotto la testa. Durante la notte l’aria fredda s’intrufolava tra i fori della persiana e serpeggiava nella stanza. Tirai su un lenzuolino che stava tutto spiegazzato ai piedi del letto a me ne stetti a riposare per un’altra ora. C’era silenzio nella stanza e quello che era successo la notte prima sembrava lontano, distanziato milioni di chilometri da poche ore di sonno convulso. Come se il sonno fosse uno strato spesso tra un giorno e un altro. Avevamo litigato forte io e Valeria e quella mi aveva lanciato appresso tutto quello che c’era in casa. Anche una confezione di tonno, che ha poi scheggiato una mattonella e che in niente poteva tirarmi via un occhio o ferirmi mortalmente. All’inizio ha cominciato a dire che non dovevamo più stare insieme poi ha detto che sono un figlio di puttana ricchione e impotente e che con quello schifo che mi ritrovo in mezzo alle cosce non sarei riuscito nemmeno a mettere in cinta un cane.

“E chi ha mai detto che voglio un figlio!” le ho detto.

Fu allora che Valeria ha tirato fuori il coltello dal cassetto. In effetti all’inizio l’ho vista cercare qualcosa di pesante e di grosso da lanciarmi. I suoi occhi hanno percorso velocemente le pareti e il pavimento e il suo piccolo radar posto nelle tempie ha subito focalizzato l’aspirapolvere folletto. In pochissimi istanti lo ha afferrato e scagliato contro di me ad una velocità impensabile e anche il folletto si è frantumato in migliaia di pezzetti di plastica marrone, sbattendo contro le mattonelle che stavano alle mie spalle. Poi ha aperto il cassetto delle posate e ha tirato fuori un coltellaccio e mi è corsa contro. Ho preso una sedia e l’ho posta tra noi. Sembravo un domatore alle prese con una bestia idrofoba in una piscina per cani. Valeria ha fatto un piccolo balzo e me la sono trovata addosso. Le ho afferrato il polso, e la punta di quel cazzo di coltello lambiva la pelle del collo. Per fare più forza Valeria ci ha appoggiato sopra anche l’altra mano e quando ho capito che davvero mi voleva fare la pelle, le ho dato un pugno nello stomaco e quella ha lasciato cadere il coltello e si è piegata per terra senza fiato. Respirava a piccole boccate e si torceva. Non potevo certo permettermi di lasciarla così. Prima o poi avrebbe ripreso le forze e avrebbe di nuovo cercato il mio scalpo. Ho preso il nastro isolante nero, quello che lei stessa aveva comprato alcuni giorni prima per coprire il filo di rame del frigorifero, e le ho legato i polsi dietro la schiena e attaccato le caviglie. Poi l’ho portata di forza nel bagno e sempre con il nastro isolante l’ho attaccata al  termosifone. Non sapevo bene come fare, se c’erano dei nodi particolari per evitare che si liberasse e allora mi sono limitato a dipanare tutto il nastro isolante tra un ferro del termosifone e i suoi polsi. Un bozzolo enorme di nastro isolante, nero e informe se ne stava sopra il termosifone come un grosso ragno africano e teneva legata Valeria che piano piano prendeva conoscenza. Mi piegai verso di lei, e i suoi occhi erano illuminati dalla lampadina arancione che stava sotto lo specchio. Le misi una mano in faccia per vedere se c’era. Lei mi diede uno strattone con il collo e me la spinse via. Mi sedetti sulla tazza del cesso ad aspettare. Come eravamo arrivati a questo?

“Come siamo arrivati a questo?” chiesi a Valeria.

Stette in silenzio per un minuto, raccolse tutta la saliva possibile per lubrificare il suo ingranaggio vocale e poi disse alcune cose.

“Voglio un figlio. Ho trentanove anni. Non voglio morire senza un figlio”.

“Hai provato a uccidermi! Altro che figlio”.

“Stiamo insieme da sei anni e tu non mi sei mai venuto dentro, perché? Non lo vuoi tu un figlio? Tutte le volte che stiamo a letto sei sempre scappato da me al momento che stavi per venire, e anche quando ti dicevo che stavo prendendo la pillola e invece non era vero, tu non ti sei fidato. Ti ho bucato i preservativi con un spillo e tu niente, anche allora non ti sei fidato e sei sempre venuto fuori”.

Valeria stava con la schiena appoggiata al termosifone. I polsi legati sopra la sua testa. Gesù Cristo crocifisso al termosifone. Perché non volevo un figlio io? Passai la mano tra i pochi capelli che la alopecia mi aveva risparmiato e guardai quelle piccole rughe, quell’accalcarsi della pelle diventata di una taglia in più sulle ossa delle mani. Mi stavo restringendo, i radicali liberi mi stavano mangiando dall’interno, prendevo le vitamine la mattina e urinavo giallo e acido.

“Io non lo so”.

“Cosa non sai!” urlo isterica Valeria.

“Non lo so se ce la faccio a prendermi cura di un’altra persona”.

“Farò tutto io” disse Valeria, “tu potrai stare fuori sempre, anche avere altre donne, non m’importa, devi solo mettermi incinta”.

Ero un vigliacco e avevo paura della morte. Se hai paura della morte non puoi avere un figlio. Questo era quello che avrei dovuto dire a Valeria attaccata al termosifone, ma la vigliaccheria non concede terreno all’onestà. Allora le dissi che l’avrei messa in cinta, e che solo per lei avrei consumato qualche goccia dell’unguento pallido e velenoso che covavo nelle palle. Valeria attaccata al termosifone esplose in un pianto pietoso e divino come se il più misero degli dei avesse ascoltato la sua preghiera. Incurante dell’umiliazione Valeria attaccata al termosifone piangeva.

“Andiamo a fare l’amore” disse lei.

“Ho paura che poi mi uccidi” risposi.

“Giuro di non provare più ad ammazzarti”.

Tornai a sedermi sulla tazza.

“Non mi fido”.

“Come fai a non fidarti di me” disse Valeria.

“Solo mezz’ora fa stavi provando a tagliarmi la gola con un coltello!”

“Ero arrabbiata, ma adesso abbiamo detto che faremo un figlio e mi sono calmata, dai slegami adesso”.

“Facciamo una cosa” le dissi, “io non mi sento tranquillo, lo faremo mentre tu sei ancora attaccata al termosifone”.

“Va bene” disse lei.

Mi avvicinai timidamente.

“Non fare scherzi eh!” le dissi.

“Stai tranquillo”.

Avevo la voce che  tremava e mi chiedevo solo se fossi stato capace di farmi venire un’erezione in quelle condizioni. Le slegai le caviglie dallo scotch e le sfilai le mutandine azzurre. Lei aveva ancora i polsi legati al termosifone ed era mezza immobilizzata, io lo tirai da fuori e mi feci spazio in lei. Quella sera feci quello per cui la natura mia aveva chiamato al mondo e con uno schizzetto diedi il mio personale contributo alla continuazione della razza umana.

 

 Persone speciali

 

La storia che mi accingo a raccontare è una storia di ormoni e di un futuro glorioso, probabilmente nel rock o come seconda ipotesi nel settore dell’investigazione privata. Una storia sporca, con molto sesso e poche donne. Una storia da raccontare perché questo è il destino delle storie. Cominciamo con una sega. Stavo seduto sulla tazza e faceva un caldo insopportabile. Le mosche si azzeccavano dietro la schiena e dietro al collo. Con la mano sinistra stringevo la copia di tv sorrisi e canzoni che da sempre stava sulla lavatrice sotto al barattolo verde del borotalco. La pagina era aperta sullo speciale delle “letterine”. Di ogni letterina ci stava un breve profilo psicologico ed una tabella che riportava i seguenti dati: segno zodiacale, città di provenienza, animale preferito e progetti per il futuro. La mia preferita era Simona; socievole e simpatica, amante della danza e del cinema, ariete, Padova, panda, lavorare nel cinema. Poi ci stava una fotografia grande dove Simona era mezza nuda e con le mani si copriva le tette anche se un pezzetto marrone del capezzolo, usciva da sotto le dita. Io lavoravo di brutto e mi davo da fare con il braccio destro. Una vena si era gonfiata tutta e ad ogni colpo che davo, la tavoletta di plastica bianca sulla quale sedevo cigolava. Un cigolio inequivocabile. La plastica si piegava e lentamente cedeva sotto i colpi del mio amore per la letterina Simona. La carta igienica, stesa sulla pancia era preparata a contenere l’imminente secrezione di dimensioni eccezionali. Mi figuravo mentre la portavo allo zoo e le facevo vedere il panda e poi dicevo che se ci mettevamo d’accordo un panda a casa glielo avrei fatto trovare con un fiocchetto rosso e lei diceva che avrebbe fatto tutto per avere un panda e allora io dicevo che una cosa la poteva fare e lei mi chiedeva cosa e io cominciavo a prenderle la mano e lei prima diceva no e poi mi lasciava fare. Comunque Simona era una zoccola e si faceva fare tutto e questa era una condizione indispensabile. Non mi andava di passare troppo tempo per convincerla. Alla fine uscii dal bagno con le occhiaie e andai al frigorifero a prendermi un succo di frutta ad albicocca nella bottiglietta di vetro che quasi mi veniva un collasso. Una volta sono svenuto sull’autobus ma non penso che ci fossero delle correlazioni evidenti tra la mia attività erotica e quell’episodio. Mia mamma comunque mi portò dal medico e il dottore disse che mi masturbavo troppo e mia mamma non mi ha parlato per un mese. Io mi sentivo in colpa, però poi, a casa mia hanno cominciato a comprare “Visto” e le cose sono andate di male in peggio. Il resto del pomeriggio lo passai con Germano, chiuso nella sua stanza a parlare del nostro successo nel gruppo che avremmo fondato da lì a poco. Germano aveva le idee chiare su quelli che erano i rapporti con la stampa, l’immagine del gruppo, la strumentazione specie per gli amplificatori, e aveva anche progettato un tour europeo con ultima tappa a Napoli nel parco di San Giovanni a Teduccio. Si trattava solo di imparare qualche scala con le chitarre e affidarci alla nostra creatività. C’era una luce che ci illuminava e noi lo sapevamo. Avevamo coscienza di questo prodigio che sotto i nostri occhi si compiva, sapevamo di essere speciali.  Delle volte avevamo la sensazione che anche qualcun’altro se ne accorgesse e subito correvamo a confessarcelo l’un l’altro. Ad esempio un paio di settimane prima, la ragazza che abita di fronte casa di Germano e che ha sedici anni e due tette tonde e grosse, lo ha guardato con uno sguardo penetrante e fisso, diretto nei suoi occhi, anche se per pochi istanti. Io ho assistito alla scena e allora ci siamo resi conti che quella ragazza, aveva capito. Il nostro essere speciali cominciava ad essere avvertito anche dagli altri esseri umani. Certo non da tutti, ma solo da quelli muniti di una certa sensibilità che ti faceva vedere nel profondo le persone che ti stavano di fronte. Bisognava essere predisposti ecco tutto. Io suonavo la chitarra ed avevo una Squaire, che era l’imitazione della Fender Stratocaster americana, mentre Germano aveva il basso della Ibanez. Un giorno decidemmo di metterci alla ricerca degli altri due componenti del gruppo, un batterista ed un cantante. Decidemmo di cercarli uno per volta per impiegare tutte le nostre forze al meglio. Era un punto sul quale non si poteva sbagliare. Preparammo un pezzo di carta e cominciammo a scrivere delle bozze per l’annuncio che avremmo pubblicato sul giornale di annunci gratuiti Fieracittà. Volevamo da subito far capire che noi avevamo le idee chiare e che non avevamo voglia di perdere tempo. Eravamo due professionisti e stavamo offrendo un’opportunità irrinunciabile a dei bravi musicisti che avrebbero voluto investire la loro vita nel nostro progetto. Il numero di telefono che avremmo indicato come contatto era quello di casa di Germano per alcune semplici motivazioni che adesso mi accingo a presentare. A casa mia ci viveva pure mio nonno. Mio nonno non ha mai avuto un buon rapporto con la tecnologia e in modo particolare il telefono cha da sempre gli era parso un surrogato della comunicazione. Colpa forse di una incipiente sordità che lo estraniava dal resto del mondo e che gli rendeva quell’oggetto del tutto inutile. Tuttavia mio nonno, tutte le volte che il telefono squillava, si lanciava ad una velocità inimmaginabile per un ottuagenario. Si limitava solo a dire - pronto, pronto – senza mai sentire nessuno dall’altra parte. Punto due, da quando il medico aveva detto a mia mamma che mi masturbavo eccessivamente, e che pur non facendo male alla salute, ma solo ai principi morali ed etici sui quali un giovane doveva costruire le basi di un solido futuro, mia mamma non avrebbe appoggiato nessuno dei miei progetti. Anzi, lo avrebbe boicottato. Per questi due motivi mettemmo il numero di telefono di casa di Germano sull’annuncio. E anche questo punto sembra chiarito. Germano si limitò a mettermi una mano sulla spalla in segno di comprensione e con lo sguardo ci dicemmo che non sarebbe durata ancora molto. Presto avremmo avuto una casa nostra nella quale provare con il gruppo e parlare fino a notte fonda. Inoltre Germano preservava ancora alcune libertà dovute dal fatto che la madre ignorasse la quantità di seghe che il figliolo riversava sulle lenzuola, la carta igienica e il tappeto della stanza che con il passare del tempo si stava solidificando inspiegabilmente. Prima o poi sarebbe svenuto lui pure allora le cose sarebbero cambiate. La questione degli orari in cui chiamarci era fondamentale. Dovevamo fare in modo che le telefonate arrivassero quando i genitori di Germano non stessero in casa. Scrivemmo su un foglio la parola m che stava per mamma e p che stava per papà e sotto i rispettivi orari di presenza in casa. La questione p era più semplice da gestire. P usciva alle otto e tornava alle sette di sera, e comunque p non rispondeva mai al telefono. M invece ci dava del filo da torcere, entrava e usciva dalla porta di casa dieci volte al giorno e il suo lavoro di agente immobiliare le dava molto tempo libero e lei quando poteva passava per casa a preparare da mangiare oppure per portare un poco di spesa che aveva fatto per strada. Comunque riuscimmo a gestire la situazione degli orari e stilammo l’annuncio. Germano, in quanto curatore delle relazioni con il pubblico del gruppo, dovette fare lui la telefonata al giornale. Io gli stavo vicino per eventuali necessità di bicchieri d’acqua, penna, matita, carta e supporto a vario titolo.

“Buongiorno Fieracittà” rispose una ragazza del centralino.

“Eh buongiorno, vorrei mettere un annuncio nella sezione musica”.

“Va bene, mi detti il testo”.

“Allora…cercasi batterista per gruppo rock-metal con tatuaggi e capelli lunghi, disposto a trascorrere molto tempo fuori dall’Italia, che gli piacciano i ritmi tipo i faith no more e i Pixies e che abbia un posto per provare ma solo per l’inizio. Indispensabile la macchina e che non abbia forti legami affettivi personali. Disposto a guidare molto sulla tangenziale. Chiamare nei seguenti orari: 09.00 – 12.30; 12.50 -14.50; 15.20-17.00; 17.15 – 17.35”.

Dal giorno seguente aspettammo le prime telefonate dei batteristi. Eravamo sicuri che avremmo subito riconosciuto quello più adatto a noi, lo avremmo riconosciuto perché anche lui sarebbe stata una persona speciale. Avremmo orientato i nostri radar e tutti i sensori di cui disponevamo per intercettare una presenza speciale che avrebbe suonato la nostra batteria. Ci incontrammo alle 09.00 del mattino, come indicato nell’annuncio e ci sedemmo sul letto della stanza di Germano a fissare il cordless. I primi sette minuti furono interminabili. Stavamo impazzendo a guardare il telefono muto morto defunto riverso sul letto. Ogni tanto controllavamo che la linea fosse presenta e verso le dieci telefonammo a quelli della Telecom per sapere se ci fossero state delle interruzioni sulla linea, ma quelli riagganciarono il telefono senza neanche risponderci. Forse l’annuncio non era uscito, ecco, quella era la spiegazione di tutto. Germano rimase in casa a fare la guardia al telefono mentre io corsi in edicola. Investimmo mille e duecento lire per ciascuno e io volai attraversando il quartiere in pochi minuti. Tagliai per il vialetto dietro al ristorante, sbucando dietro la chiesa di padre Lorenzo e costeggiando il parcheggio comunale dove a volte andavamo di notte a fregarci gli stemmi dai cofani delle macchine. Arrivai nell’edicola che il cuore mi scoppiava e se per un momento tutti avessero fatto silenzio, si sarebbe sentito chiaro il cuore martellarmi in petto contenuto appena dalla scatola toracica. Il vecchio dietro al bancone mi passò la copia del Fieracittà e io gli mollai le duemila e quattrocento lire. Uscii dall’edicola, mi appostai proprio all’angolo e sfogliai velocemente l’indice alla ricerca della pagina degli annunci per la musica. Il nostro annuncio ci stava. Eravamo noi quelli, quel batterista con i capelli lunghi e i tatuaggi eravamo proprio noi a cercarlo e quella era la nostra prima uscita in pubblico. Oramai la nostra strada era segnata e non era più possibile tornare indietro dopo quell’annuncio. Guardai l’asfalto che aveva davanti e cominciai a correre come un dannato, come uno inseguito da un branco di cani feroci o dai lupi carnivori o da un cane lupo oppure da un lupo mannaro. Gli avrei dato filo da torcere a quel bastardo di lupo mannaro. Con le sue gambe pelose e i suoi artigli protesi verso la mia schiena non sarebbe mai riuscito a prendermi, con tutta la velocità che usai per tornare a casa di Germano, sicuro che almeno tre telefonate fossero già arrivate nel frattempo. Quando mi trovai davanti Germano affranto, capii che nessuno ancora aveva chiamato. Con gli occhi mi chiese se l’annuncio fosse comparso e io gli feci cenno di si con la testa. Prese il giornale e lesse l’annuncio e lui anche ebbe la sensazione che un punto di non ritorno oramai era stato raggiunto. Eravamo noi che ci presentavamo al mondo. Un giorno avremmo raccontato al nostro biografo ufficiale l’emozione di quel momento e che forse tutto era nato proprio in quell’istante, da quell’annuncio in poi. Ritornammo a stenderci sul letto ad aspettare. Io guardavo per aria mentre Germano sfogliava a caso le pagine di Fieracittà.

“Quanti soldi hai?” ad un certo punto mi chiese Germano.

“Adesso?” risposi.

“Ma no, a casa. Hai dei soldi conservati. Qualcuno ti hai mai fatto dei regali in soldi?”

“Si, ma sono stati sequestrati da mia mamma”.

In effetti avevo un milione di lire depositato su un libretto postale, ma evitai di raccontarlo a Germano. Erano dei soldi ricevuti in regalo durante la mia prima comunione e che i miei mi avevano conservato, vincolandoli fino al mio diciottesimo anno.

“Perché” chiesi.

“Senti un poco questo annuncio che dice”.

Mi avvicinai.

“Bellissima studentessa universitaria, venticinque anni, cerca amici per trascorrere ore liete e di divertimento, Marinella”.

“Quanto pensi ci vorrà per passarci un’ora con questa?” disse Germano.

“Forse venti o trentamila lire anche” dissi.

“Ma sei pazzo, non ci vorranno meno di centomila per una di venticinque anni, magari se facciamo cinquantamila per ciascuno riusciamo a farcela”.

Mi venne una fitta nella pancia e un senso di panico infinito. Cosa aveva intenzione di fare Germano, avrebbe davvero voluto chiamare a quella? E se poi avesse detto di si? Mi stavo per sentire male, quando squillò il telefono. La lingua mi si incollò sotto al palato e rimasi con la bocca aperta, intontito. Germano, che era l’addetto a rispondere al telefono, rispose. Era uno che rispondeva all’annuncio. Parlò un pochino con Germano che appuntò alcune cose su un pezzo di carta. Poi riagganciò. Mi guardò felice.

“Ci siamo” disse.

“Dimmi” gli dissi.

“Allora, dice di non avere i capelli lunghi perché gli stanno cadendo e il suo barbiere gli ha detto che se li lascia crescere si indeboliscono troppo e non ha tatuaggi perché ha paura degli aghi. Ha la macchina e un posto dove provare e ha quindici anni in più di noi. Non conosce i Pixies e i Faith no more però conosce bene la musica degli anni settanta italiana e gli piacciono i Queen. Mentre parlavo con lui, ho sentito quell’energia, quella luce che abbiamo noi dentro ha percorso i cavi del telefono ed è arrivata fino a me. E’ lui. Abbiamo un appuntamento per oggi pomeriggio”.

Germano lasciò cadere il telefono sul letto.

Ci incontrammo alcune ore dopo e ci incamminammo verso l’indirizzo che ci aveva dato quel tipo che si chiamava Michele. Michele abitava nel quartiere adiacente al nostro e potevamo arrivare a casa sua anche a piedi risparmiando i soldi dell’autobus. Certo bastava camminare veloci e parlare poco per risparmiare fiato sulle salite. In un’ora di cammino buono, durante la quale parlammo anche di alcune nuove idee sviluppate da Germano sull’atteggiamento del gruppo da tenere verso i fan e l’apertura verso alcune correnti politiche piuttosto che ad altre, e la partecipazione obbligatoria a concerti no profit a favore dei paesi africani oppure per il rispetto di determinate etnie e comunque dovevamo essere contro tutte le guerre. L’aspetto sociale era fondamentale, non potevamo permetterci che i fan avrebbero pensato che fossimo solo degli sbandati che vivevano in lussuose camere d’albergo accompagnati da mignotte e che passassero il tempo a disintossicarsi in centri svizzeri con gli attori di Hollywood. Volevamo in un certo senso mantenere le nostre origini umili perché il pubblico si identificasse in noi, volevamo essere considerati uno di loro, i ragazzi della porta accanto che ce l’hanno fatta. Trovammo l’indirizzo e corrispondeva a quello che Michele ci aveva detto. Suonammo il citofono.

“Salite” disse una voce.

Salimmo al secondo piano di un palazzo logoro, con il cemento delle scale mangiato dal tempo e i mozziconi di sigaretta, sparsi ovunque.

“Michele, il batterista, viveva in una topaia prima di incontrare i padri fondatori della band. Adesso vive in un lussuoso appartamento a Manhattan dove il lunedì e venerdì è possibile ammirare gratuitamente la sua collezione personale di espressionisti”. Pensavo ad una frase che il nostro biografo avrebbe potuto mettere nelle pagine dedicate al batterista. Michele era uno mingherlino con la faccia bianca e pochi capelli. Aveva gli occhi con il rosso sotto e portava una camicia a quadroni. Aveva un jeans alto in vita con la cintura marrone. Portava dei mocassini e ascoltava la musica dei Pooh ad un volume discreto.

“E’ lui” mi diceva Germano nell’orecchio, “ne sono sicuro”.

Michele parlava sempre con una sigaretta in bocca e se lo guardavi fisso negli occhi ti accorgevi che aveva un poco di strabismo. Una forma leggerissima comunque. A terra aveva un tappeto con un motivo arabo e delle luci arancioni sparse per la stanza. Quello che veramente era stupefacente era il colore pallido della sua pelle. Si vedeva che era uno che non usciva mai di casa e che aveva poco contatto con la luce in genere. Germano prese a parlare delle nostre idee, del rapporto con i manager e con la casa discografica, della politica dei prezzi dei nostri dischi e il fatto di concedere l’apertura dei nostri concerti a gruppi minori per aiutarli a crescere. Michele ascoltò tutto con attenzione annuendo con la testa e continuando a fumare sigarette. Ogni tanto si passava le dita nel collo della camicia come se si sentisse soffocare e poi respirava profondamente dalla sigaretta.

“Sono contento che ci siamo incontrati” disse Michele, “era tempo che aspettavo tutto questo, non ne posso più, mi sembra di stare in un manicomio”.

Germano sorrise, forse veramente avevamo trovato il nostro uomo.

Poi sentimmo una chiave in una serratura e la porta di casa aprirsi. Una donna anziana entrò nella stanza e ci fisso per alcuni istanti.

“Cosa volete?”

Germano si presentò.

“Salve signora, siamo venuti a conoscere Michele per farlo suonare con noi in un gruppo”.

“Siete dell’assistenza sociale?” disse la donna.

“No”.

“Vi manda la asl?”

“No”.

“Come siete arrivati qui?”

“Michele ha risposto ad un annuncio che abbiamo messo su Fieracittà” disse Germano.

“Davvero Michelino a mamma?”

“Si” disse Michele.

“Questi ragazzi hanno detto che se imparo a suonare la batteria mi faranno diventare famoso e poi partiremo per tutto il mondo. Ma non preoccuparti mamma, io ti porterò con me”.

“Che bravi ragazzi che siete”.

“Mamma me la compri la batteria?”

“Certo Michelino, mamma ti compra tutto”.

Germano perse la parola. Quello era uno squilibrato, un cazzo di ritardato mentale e per niente ci poteva fare a pezzi e nasconderci nel frigorifero. I giornali erano pieni di quelle notizie.

“Adesso dobbiamo andare” disse Germano.

“Si dobbiamo proprio andare” ribadii.

“Quando partiamo per i concerti?” chiese Michele.

“Tra due mesi” rispose Germano.

Germano era un grande ad uscirsene dalle situazioni pericolose.

“Ciao Michele allora ci vediamo”.

“Tra due mesi” disse Michele.

“A che ora?” aggiunse preoccupato e prese grattarsi sulla fronte.

“Alle dieci” dissi io.

“Va bene, alle dieci tra due mesi”.

Salutammo e scappammo. In strada il sole era ancora forte e la strada fino a casa sembrava molto più lunga e le parole che tanto ci furono di compagnia all’andata si erano affievolite. Tutto ci sembrava lontanissimo.

“Era meglio se chiamavamo alla studentessa di venticinque anni”.

Quelle furono le uniche parole di Germano lungo il cammino.

   

 

 

 Ricovero

 

Sono ricoverato al policlinico. I medici hanno detto che qualcosa non funzionava bene nel mio ginocchio destro, che un ossicino non s’incastrava come avrebbe dovuto e che se non mi fossi operato con il passare del tempo avrei potuto perdermi la rotula mentre camminavo oppure ritrovarmela nel letto vicino al telecomando. Nelle ultime settimane anche i movimenti più elementari mi erano preclusi da un dolore permanente localizzato nel ginocchio. Sono da sei giorni nella stanza numero otto che sta quasi alla fine del corridoio. Insieme a me nella stanza ci stanno altri cinque letti e, oltre agli infermi ci stanno i loro parenti che vanno e vengono e parlano con un vociare fastidioso che sembra il ronzio delle mosche. Adesso sono seduto su una sedia a rotelle grazie alla quale mi muovo. Ho acquisito anche una certa velocità e sono bravo a girare soprattutto a girare a destra. Ho la gamba ingessata. Dritta che sembra un palo della luce e quando sono seduto sulla sedia a rotelle ho la sagoma di un carro armato. Giro per i corridoi e infastidisco medici, infermiere, quelli delle pulizie e quasi tutti mi odiano nel reparto ortopedia. Adesso sto prendendo questi pochi appunti su questo blocchetto che ho rubato dallo stanzino degli infermieri. Dietro ci sono scritti i nomi dei pazienti e a che ora devono prendere pillole e sciroppi, fare clisteri o misurarsi la temperatura con il termometro. Adesso ci scrivo questi appunti per sconfiggere la noia che in questo posto non finisce mai. Una dottoressa con gli occhi stretti cammina stando alla larga dalle camere. Cammina veloce sotto alle finestre come farebbe un gatto. Ogni tanto qualcuno esce fuori e domanda dottoressa morirò? La sostituzione dell’omero è andata bene? La protesi reggerà? La dottoressa cammina veloce perché proprio non ne può più di questa umanità malata e inferma e moribonda che si aggira per questi corridoi. Io la comprendo, se fossi in lei ci avrei avvelenato a tutti quanti. Questa lagna atavica, questo ingiustificato attaccamento alle nostre esistenze pietose. Da tre giorni nella mia camera hanno portato un vecchio con una frattura delle costole. E’ caduto, scivolato in cucina e si è fratturato qualche fragile osso della scatola toracica e adesso provano a riattarglielo o incollarlo non ho capito bene. Il vecchio è quasi assente e guarda in altro. Io mi avvicino con la sedia a rotelle e quello neanche mi vede. C’ha gli occhi viola e tutti sappiamo che oramai ci siamo. Ad assisterlo di notte ci viene una badante polacca ingaggiata dai figli. Lei non potrebbe stare di notte in questo reparto maschile, ma i figli del vecchio hanno lasciato una mancia ad un guardiano e permettono alla polacca di stare con una sedia nel corridoio in prossimità della stanza. Se il vecchio ha una qualunque necessità la polacca corre e gli dà l’acqua oppure il succo di frutta a pesca che è l’unica cosa che beve continuamente. A volte gli intinge solo le labbra con l’acqua e il vecchio tira fuori una lingua piccola e rugosa con la quale si gode un poco quell’umido benefico. La polacca ha una cinquantina di anni ed è ancora scopabile. Ha un culone enorme e un bel visino. L’ho molestata il primo e il secondo giorno alla fine ci siamo messi d’accordo che per dieci euro mi faceva un pompino. Me lo ha fatto nella stanza mentre tutti dormivano. Lo ha tirato da fuori e una zampata di fetore si è sparsa nella stanza, me lo ha prima pulito un pochino con una salvietta umidificata e poi ha lavorato sodo di testa la polacca. Di fronte a me ci sta uno di Reggio Calabria che è venuto fino a qui per farsi mettere delle viti in un braccio che da solo non si reggeva e che si è goduto tutto lo spettacolo. Faceva finta di dormire il porco e invece io lo vedevo che c’aveva gli occhietti vispi e che in fondo non c’aveva la forza per tirarsi una sega. Due giorni fa ho fatto conoscenza con uno che sta nel settore del burro, dice che ci vuole poco per metterci in società e lui può provare a prendersi i clienti dell’azienda per la quale lavora ed è sicuro che in molti accetteranno. Mi ha quasi convinto e forse quando esco da questo posto mi metto in commercio con lui. Si chiama Marino e lo hanno ricoverato perché la tibia si è rotta in un incidente stradale. Lui, al contrario di me, non può muoversi. Deve starsene steso su un letto con un ferro infilato nella gamba e tenuto in equilibrio da un bilanciere. Sta nella stanza due del corridoio e io lo vado a trovare spesso. Anche nella sua camera mi odiano e cercano sempre di mandarmi via, ma lui grida a tutti che quando riuscirà ad alzarsi li prenderà tutti calci e allora tutti se ne stanno in silenzio. Marino ha le idee chiare sul commercio del burro e abbiamo fatto dei calcoli precisi, delle simulazioni economiche di un certo spessore. Alcuni ragionamenti sono argomentati anche da dei grafici che Marino stesso ha disegnato. Quando non sono con Marino giro per i corridoi e prendo appunti chinato sulla gamba ingessata. Scrivo delle poesie pornografiche oppure dedicate alla morte e faccio dei disegni imprecisi perché la mano mi trema. Ogni tanto passa qualcuno e mi chiede cosa sto scrivendo e io gli dico vaffanculo oppure non gli rispondo ma spesso gli dico vaffanculo. Ho disegnato un piccolo schema dell’ospedale, con le corsie e gli ingressi. Sto pensando di evadere di notte sulla sedia a rotelle. Per questa ragione mi esercito ad andare sempre più veloce per i corridoi e di tanto intanto investo qualche vecchio che non ce la fa togliersi di mezzo velocemente. Poi però lo so che potrei andarmene quando voglio, basterebbe mettere una firma e potrei andarmene, ma l’ho già detto il tempo in questo posto sembra non passare mai e io qualche cosa me la devo inventare.  Mi dispiace che Marino non possa muoversi dal suo letto però gli ho raccontato la storia della polacca e a lui gli è venuto duro allora ho detto che l’avrei convinta a venire anche nella sua camera la notte seguente. La trattativa è stata più complicata del previsto. La polacca ha detto che lei non era mica una putana, l’ha detto proprio con una sola t, e non voleva che quello che era successo tra di noi fosse frainteso. Comunque ci accordammo per i soliti dieci euro. Quando tutti dormivano nelle camere io ritornai sulla sedia a rotelle e uscii dalla camera. Avevo la schiena a pezzi e le braccia un poco indolenzite a forza di spingere sulle ruote. La polacca stava sulla sedia fuori dalla camerata e quando mi vide si alzò in piedi. Le dissi di seguirmi e di fare silenzio che non dovevamo far svegliare nessuno altrimenti niente dieci euro. Sgattaiolammo liquidi e silenziosi tra gente che si lamentava e neon che non funzionavano. Arrivammo fuori dalla camera di Marino. Entrai prima io e la polacca aspettò fuori dalla porta. Marino stava dormendo con la bocca aperta e io con uno strattone lo svegliai, dovetti tirarlo forte per farlo svegliare stonato com’era sotto l’effetto degli antidolorifici. Ho portato la polacca gli dissi, bene disse lui. Dammi i soldi gli dissi e lui li tirò fuori dal comodino alla sua destra i quindici euro che gli avevo detto. Infilai la banconota da cinque nel gesso della gamba e portai i dieci euro alla polacca che stava fuori la porta. Gli indicai Marino nel buio e quella entrò. Lei disse di aver capito chi fosse e invece arrivò vicino al letto di un altro. Era uno che stava morendo e che non gli sarebbe venuto duro mai. Lei subito gli calò le braghe e io corsi subito a tirarla via. Lei accennò un sorriso per l’equivoco e io l’accompagnai vicino al letto di Marino. Lei, facendo molta attenzione, glielo tirò da fuori. 

La notte nell’ospedale dormivano tutti o quasi. Ci stavano quegli infermieri maledetti che stavano stravaccati nello stanzino in fondo al corridoio a guardare film in bianco e nero, oppure stesi a dormire su delle sedie a sdraio che loro stessi portavano da casa.  Se avevi bisogno di qualcuno potevi pure morire, questo il motivo perché molte delle persone che stavano ricoverate portavano qualcuno che passasse la notte con loro. A volte me ne andavo nello stanzino degli infermieri a guardarmi la televisione o a scrivere i miei appunti. All’inizio, quando qualcuno si svegliava mi cacciava e mi riaccompagnava a forza nella mia camera, poi sia abituarono presto alla mia presenza. Una notte stavo giocando a carte con uno degli infermieri, eravamo tutti e due nervosi e nessuno dei due riusciva a dormire. Ci stava un vecchio che si lamentava e che teneva svegli tutti. L’infermiere si lagnava della moglie, dello stipendio, dei figli, dei turni di lavoro e ogni carta che buttava giù ci metteva vicino una bestemmia dedicata alla moglie ovunque fosse quella notte e qualunque cosa stesse facendo. Allora io gli dissi che per venti euro gli potevo procurare una donna quella notte. Davvero? disse lui. Aspetta, gli dissi. Attraversai tutta la corsia dell’ortopedia in un lampo, svoltai due angoli e mi trovai fuori dalla mia camerata dove ci stava la polacca che dormiva sulla sedia. Svegliati, le dissi. La poverina ebbe un sussulto e si prese un bello spavento. Abbiamo un lavoro, gli dissi. Prima mi fece di no con la mano e poi le diedi i dieci euro anticipati e subito si convinse. Le dissi di spingere la mia carrozzella che io non ce la facevo più quel giorno e le indicai la strada. Arrivati fuori dallo stanzino degli infermieri le dissi di aspettare. L’infermiere si guardò per bene la polacca e disse che per venti euro si poteva fare. Incassai le due banconote da dieci e andai dalla polacca. Indicai l’infermiere con un dito e quella ci andò trotterellando. Nei giorni seguenti le richieste sono cresciute e adesso non riesco a tenere testa a tutti. Ho bisogno di almeno un’altra polacca perché tra gli infermieri la voce è girata velocemente. Mi hanno detto che in chirurgia c’è un’altra che fa compagnia la notte ad un altro vecchio. Allora ho preso l’ascensore e sono andato al quinto piano. Il reparto è più pulito del nostro e la gente fa meno casino nei corridoi. La polacca è più giovane dell’altra e più carina, mi sono detto che se fossi riuscito a convincerla avrei incassato molti più soldi. Ho spiegato tutta la faccenda alla polacca e lei ha ascoltato attentamente. Alla fine ha detto che lei vuole venticinque euro per un pompino e che sotto quella cifra non se ne parla nemmeno. Sono ritornato al mio reparto in ascensore. Strada facendo ho cancellato dal mio blocchetto per gli appunti i nomi di quelli che mi hanno già pagato e annoto quelli che stanno in lista per la notte. Oggi è morto il vecchio che la mia polacca accudiva. E’ morto di una qualche malattia che c’aveva dentro le ossa. I figli lo sapevano e non glielo avevano detto che tanto nessuno ci poteva fare niente. Io in un certo senso approvavo quel comportamento è comunque una dimostrazione di affetto nei confronti del vecchio. Me lo ha detto la polacca stessa, dice che in fondo le dispiace che il vecchio sia morto perché era una brava persona. Comunque le ho mostrato la tabella di lavoro che ho in programma questa sera e le ho detto di presentarsi alle nove e di vestirsi con i migliori abiti che ha in casa. Adesso devo scendere, andare fino alla portineria dell’ospedale e mettermi d’accordo con i guardiani per fare entrare la polacca.

 

 Lento

 

 

Margherita arrivò all’appuntamento con il rossetto sbavato sul labbro inferiore. Dietro le ginocchia le vene si aggrumavano in autostrade verdi, sotto il collo la pelle si accartocciava stanca. Umberto era seduto ad un tavolino rotondo e beveva una gazzosa. Vide Margherita avvicinarsi con le solite scarpe e la borsetta che stava male su quel vestito.

“Comprati un vestito nuovo”, “vai da un parrucchiere”, “prendi una borsa nuova” avrebbe voluto dirle.

Invece disse “ciao”, “siediti”, “appoggia la borsa”, “hai visto che traffico”, “mi gira la testa da stamattina”, “ho preso un’aspirina”, “vuoi una gazzosa?”.

- “Si” -

Margherita aveva dormito poco. Per tutta la notte aveva lasciato la televisione accesa sintonizzata su vecchi film italiani e documentari. Aveva le occhiaie di chi ha gli occhi aperti da quaranta ore.

“Dimmi che mi ami ancora”, “toglimi quest’ansia”, “lo sai che ho paura”, “sei l’ultima cosa”, “ho cinquantasei anni” avrebbe voluto dirgli.

“Era da molto che non bevevo una gazzosa” invece gli disse.

“Per via dell’aspirina”, “l’ho presa due ore fa e adesso non posso bere alcolici”.

Nelle rughe attorno agli occhi di Umberto ci stavano disegnati i litigi con la moglie, le incomprensioni con i figli, e una biopsia che non gli dava più di sei mesi. Sei mesi erano abbastanza per mettere tutte le cose a posto. Un paio di contratti da firmare e poi storie di eredità, pensione, e assicurazioni. Sapere che ci sei quasi è un bel vantaggio sulla morte.

Umberto beveva la gazzosa e l’anidride carbonica gli solleticava dentro il naso risalendo la cavità orale allo stato gassoso.

“Margherita noi non ci dobbiamo vedere più”.

Margherita aveva visto vecchi film e documentari tutta la notte. L’organizzazione sociale delle formiche era incredibile. La consapevolezza e la dignità di ogni singolo individuo della colonia era l’ammirevole lavoro della natura. Quando una formica moriva veniva subito rimpiazzata e la colonia sopravviveva al decesso di un individuo e in questo modo l’individuo viveva per sempre nella colonia. L’immortalità dell’individuo si fondeva nella continuità della specie. Margherita buttò giù un sorso di gazzosa.

“Questo mi ucciderà, dico davvero”, “sono vecchia per ricominciare ovunque”, “ho troppe rughe e troppa paura”, “Umberto toccami le mani ancora una volta e parlami vicino l’orecchio come quando mi portavi al mare per il timore che qualcuno ci vedesse in città”, “non fa niente se non abbiamo mai fatto l’amore Umberto, noi non siamo ragazzini” gli disse Margherita.

Umberto si chiedeva come sarebbe stato morire.

“Che cosa farai adesso?” disse Margherita.

“Non lo so ancora”, “riprenderò a fumare da subito”, “farò l’abbonamento alla metropolitana e girerò tutto il giorno”, “andrò a vedere i musei della città”, “farò delle fotografie”, “comprerò un disco di bossanova” disse Umberto e un poco la mano gli tremava mentre reggeva la gazzosa.

Umberto si allontanò dal tavolo e Margherità memorizzò la traiettoria con gli occhi. Si chiese per quanto tempo quelle immagini l’avrebbero tormentata la notte. Quanti altri film e quanti altri documentari si sarebbero alternati lenti nella televisione. Tutte le marionette del mondo nella sua televisione di notte.

Margherita si diresse verso la fermata dell’autobus. Le strade erano piene di gente e lei camminava lenta prendendo spallate e gomitate da chi andava più veloce di lei. Le donne portavano vestiti alla moda e scarpe con le fibbie piene di strass. Camicette bianche dalle quali si vedeva il reggiseno e pantaloni che si fermavano poco prima delle caviglie. Entrò in un centro commerciale. L’aria condizionata era forte ed il sudore si pietrificò sulla schiena. I manichini erano vestiti con abiti in saldi e c’era la filodiffusione che trasmetteva musica da hit parade che Margherita ignorava. Cantanti americani e musiche che sembravano tutte uguali, che poi chissà cosa dicevano mai. Comprò una borsa marrone con una scritta americana senza conoscerne il significato, ma che bene si abbinava sul suo vestito. Si appoggiò su uno scaffale e riversò tutto quello che stava nella vecchia borsa in quella nuova.

 

   

 

 Teatro

 

 

 

Avevo una bollicina in bocca, una stomatite provocata dalle mie scarse risorse immunitarie. La bollicina stava aggrappata nell’interno della guancia destra e non mi permetteva di parlare bene. Alcune lettere non uscivano e la maggior parte delle parole che pronunciavo risultavano incomprensibili. Sopra ci passavo un pennellino intriso in una tintura di iodio che bruciava tantissimo e anche un potente disinfettante orale usato dalle prostitute, che mi era stato prestato da mia zia Loredana. Nonostante tutte le cure esercitate, la bollicina non sembrava perdere la sua consistenza, anzi si espandeva come una putrida macchia giallastra nella mia bocca. La fine era vicina, vedevo avvicinarsi il tunnel con la luce in fondo, qualcuno aveva fatto play sulla cassetta con il film della mia vita. Dovevo solo stendermi e aspettare o che la bollicina sparisse oppure la morte in mezzo ai vermi e ai topi del sottosuolo. Passai un giorno intero ad attendere che il mio destino si compisse e nell’attesa leggevo un giornale di annunci gratuiti. Andai alla pagina degli annunci personali che era la pagina che consultavo sempre per prima e tranne qualche feticista dei piedi non annoverai niente di veramente divertente. Escluso la giovane norvegese in cerca di nuovi amici ovviamente. Trovai un annuncio interessante: offrivano un posto come aiuto in una commedia che stava mettendo su una compagnia locale. L’annuncio diceva che cercavano un tuttofare per prestare aiuto durante le prove e durante gli spettacoli.  Annotai il numero di telefono e andai a casa di zia Loredana. Zia Loredana era messa male, ci sentiva poco e passava tutto il giorno a guardare fuori da una finestra.

“Come stai?” mi chiese.

“Il disinfettante ti ha fatto effetto?” mi chiese ancora.

“Mi fa ancora male” biascicai.

Mi avvicinai al telefono e cominciai a comporre il numero che avevo appuntato sulla carta.

“Lascia stare il telefono!” urlò zia Loredana agitando le mani nella mia direzione.

Dovevo fare presto. Zia Loredana ci avrebbe impiegato almeno due minuti per arrivare dalla finestra al telefono, e almeno un altro minuto di tempo per inquadrarmi e poi colpirmi fino ad uccidermi. Dall’altra parte rispose un uomo.

“Chiamo per l’annuncio” dissi e alcune vocali mi restarono in bocca per via della bollicina.

“Cosa?” disse l’uomo dall’altra parte.

“L’annuncio per il tuttofare!” urlai.

“Si, l’annuncio ricordo”.

In poco meno di quaranta secondi riuscii a fissare l’appuntamento per la sera stessa al teatro dove si tenevano le prove. Nel frattempo zia Loredana si era alzata dalla sedia ed aveva percorso dieci passi nella mia direzione. Avevo sottovalutato la vecchia che era più veloce del previsto. Riagganciai la cornetta e di forza misi a sedere zia Loredana sulla sua sedia di vimini. Le diedi un bacio sulla fronte e lei mi giurò che una di quelle notti mi avrebbe tagliato la gola nel sonno. Indossai le scarpe buone e una camicia piegata, mi lavai sotto le ascelle e ci spruzzai il deodorante spray. Misi anche del borotalco in mezzo al culo per evitare di sudare e di grattarmi. Il mondo dello spettacolo mi apriva le porte ed io interpretavo quell’evento come un timido segnale positivo della vita. Avrei distrutto la bollicina infame e da tuttofare di teatro sarei diventato prima aiuto microfonista poi aiuto regista ed infine avrei scritto delle commedie mie. Il sole dava spettacolo in uno dei tramonti più eccezionali di tutta la storia dell’umanità e tutto solo per me.  Presi la metropolitana e il dondolio del vagone mi cullava dolce. I pendolari tornavano a casa e i fidanzati aspettavano la fermata giusta per incontrare la loro donna. Io andavo incontro al mio destino con la bollicina in bocca. Il teatro era piccolo e sedute non ci stavano più di sessanta persone. L’illuminazione era provvista da un mucchio di lampadine che uscivano dal soffitto e un paio di faretti direzionali orientabili a mezzo di un treppiedi arrugginito. Avvertii una fitta nella bollicina e mi dissi in cuor mio che era un buon posto per cominciare. La prima persona che mi venne incontro fu Germano che era il regista e l’uomo con il quale avevo parlato al telefono qualche ora prima. Germano era secco e alto e indossava una polo scura che puzzava di sudore. Si muoveva agile sulle assi del palco e parlava lentamente, gesticolando. Ogni parola era accompagnata da un gesto delle mani e quando parlava tutti lo ascoltavano. Germano era indiscutibilmente il capo. Mi spiegò quello che c’era da fare. Si trattava di aiutare gli attori ad indossare i costumi, di andare a comprare da bere e da mangiare quando serviva, di andare alla tipografia a prendere le locandine e cose del genere. Come prima cosa mi disse di occuparmi del sipario che non funzionava molto bene. Quando tiravi la cordicella il telone dalla parte di destra non si apriva completamente e io dovevo metterlo a posto. Presi una scala che stava nel magazzino e cercai di capire il funzionamento della tenda. A capire le cose non ero mai stato una scheggia e da piccolo tutti mi dicevano che ero scemo. Comunque il meccanismo che faceva scivolare la tenda lungo il bastone era più complicato del previsto. Nel bastone ci stava una piccola guida dentro la quale scivolavano dei gancetti ai quali era appesa la tenda. Uno di questi si era inceppato e non voleva proprio saperne di mettersi a scivolare ordinato dentro la guida. Insistetti con quel gancetto e provai più volte ma quel maledetto proprio non voleva saperne niente di mettersi funzionare e continuava a fermarsi sempre allo stesso posto. Il mio primo incarico non era stato portato a termine con successo e tutto ciò aumento in me lo sgomento e accrebbe l’ansia per gli incarichi futuri. Ridiscesi la scala e spiegai a Germano la questione del gancetto. Con le mani simulai gancetto e guida e alla fine Germano comprese, fece un gesto ampio con le braccia e mi perdonò. Sul palcoscenico provavano diversi attori, alcuni provavano anche sul fondo del teatro o all’ingresso dei camerini tanto per ripetersi la parte e imparare meglio le battute a memoria. La commedia era un soggetto originale di un autore di Napoli, a metà tra un musical e monologhi degli attori. La storia era semplice, un uomo trovava un gatto per strada (il gatto era interpretato da un attore) ed aveva intenzione di riconsegnarlo al suo padrone che l’aveva perduto. Durante la ricerca del padrone i due diventano amici e fanno parecchi balletti insieme e parlano spesso tra loro sotto una luna di cartapesta. Alla fine trovano il padrone e si capisce che è una ragazza e allora vanno a vivere tutti insieme. Pensai che non sarebbero andati avanti per molto con una stronzata del genere, invece il pubblico era sensibilmente più imbecille di quanto avessi pensato. Era incredibile che la gente pagasse per vedere uno spettacolo del genere, io stesso che ci lavoravo, durante alcune scene chiudevo gli occhi oppure cantavo forte nella mia mente per non sentire delle battute o delle canzoni dove tutti cantavano miao sono il tuo gatto, dammi un’alice e sarò felice. Tra i miei compiti, c’era quello di portare da mangiare agli attori durante le prove. Le vaschette erano numerose e Germano scelse un attore cha faceva una parte minore per farmi aiutare. Questo ragazzo faceva la parte del gatto durante i balletti e non faceva nessun monologo. Si limitava a fare miao quando lo facevano tutti gli altri e se ne stava per tutto il tempo vestito da gatto con i baffi disegnati sulla faccia e una coda di spago. Il gatto mi confessò che era in attesa che un’altra compagnia lo chiamasse per una parte da coprotagonista in una recita di schiavi cinesi deportati a Varese. Disse che non appena sarebbe giunta quella telefonata ci avrebbe abbandonati tutti subito perché lui aveva studiato non certo per fare il gatto. Il gatto era un bravo ragazzo e mi dispiaceva che fosse relegato in un parte così piccola, in fondo le nostre storie si somigliavano, a tutti e due era stata data una parte troppo stretta. Quando si facevano le dodici in punta, io e il gatto uscivamo per andare a prendere da mangiare per tutta la compagnia. Il gatto, che poi si chiamava Alfonso mi parlava dei suoi problemi con la madre vecchia e che non riusciva a trovare un lavoro per poter prendere una casa da solo e diventammo molto amici. Per quanto mi riguardava io passavo tutto il giorno a svolgere delle inezie oppure a far finta di lavorare e spesso spiavo le attrici nei camerini. Tra loro era normale farsi vedere con le tette da fuori oppure per spogliarsi si voltavano solo dall’altra parte perché pareva che in teatro vigesse una specie di deontologia professionale tra uomini e donne. Io non era un teatrante e non appena vedevo che le attrici andavano negli spogliatoi, andavo ad oliare le porte degli armadietti oppure aggiustare le lampadine sugli specchi. Tra tutte loro la mia preferita era Laura, ma non ebbi mai il coraggio di dirglielo. La spiavo nei camerini e a casa mi toccavo pensando a lei e alla fine mi veniva un gran dolore allo stomaco perché avevo la sensazione di averle fatto un torto oppure di aver rubato qualcosa, e subito mi veniva di pentirmi di confessarle i miei peccati il giorno seguente e trovare la purificazione dello spirito. Qualche giorno dopo ero da zia Loredana a mangiare e lei mi chiese come andavano le cose al mio nuovo lavoro. Le dissi che andava bene e che avevo una ragazza che si chiamava Laura e che faceva l’attrice in quella compagnia. Zia Loredana all’inizio non capì subito per via della sordità, poi mi passò una mano sul viso e disse che ero un bravo figliolo e che dopotutto mi meritavo una brava fidanzata. Parlai con Alfonso il gatto della mia situazione con Laura e del mio amore verso quella magnifica creatura. Alfonso disse che effettivamente Laura era bella e in giro si diceva che lavorava bene di testa e che avevo fatto bene ad innamorarmi di lei, che tutto questo era sintomo di un mia alta spiritualità interiore. Mi disse che però c’era un problema. Germano il regista era bisessuale e quando non andava ad uomini molestava le attrici. Le portava a casa sua con la scusa di parlare di lavoro e alla fine esercitava tutta la sua arte oratoria e da professionista della retorica che era alla fine ci andava a letto. Prima o poi anche Laura sarebbe caduta nella sua trappola come tutte le altri attrici della compagnia. Germano ben presto diventò il mio nemico ed avevo escogitato un piano per stanarlo. Dissi al gatto Alfonso che il topo andava stanato nella tana e lui prima non capì la metafora poi fece arghh mostrando le unghie. Il piano era semplice, andare a casa di Germano la sera e lasciare credere che ci stessi con lui ed infine ammazzarlo. Non era un gran piano, ma la polizia non sarebbe mai risalita a ma. Avrebbero presto archiviato il caso come omicidio passionale maturato nell’ambiente omosessuale. Come il caso Versace. Nei giorni seguenti feci il cretino con Germano e in più occasione gli strizzai gli occhi oppure mi avvicinai oltre la distanza di sicurezza alla sua polo sudata. Infine gli dissi che avevo delle nuove idee sulla commedia, in particolare su un balletto dei gatti, ma che preferivo parlarne da soli a casa sue. Germano cadde nel tranello e mi meravigliai della mia audacia criminale. La mia intera vita andava rivalutata sotto quel nuovo aspetto. Insomma o sei scemo oppure sei un criminale, e se ammazzi una persona sei un criminale. Rubai dalla dispensa di zia Loredana un coltello grosso di quelli che si usano per tagliare il formaggio e lo avvolsi in un pacchetto regalo. Quando sarei arrivato da Germano avrei aperto la scatola e l’avrei ammazzato sull’uscio senza fare tante storie. Ero spaventato dalla mia malvagità e mi definivo una persona orribile. Attraversai tutta la città fino ad arrivare di fronte ad una villetta su due piani con delle luci soffuse che bruciavano lievi dietro le finestre. Suonai alla porta con il mio pacchetto regalo stretto forte tra le mani e mi dissi che oramai c’ero. Venne ad aprirmi una filippina piuttosto che Germano. Il mio piano era fallito subito e caddi nello sgomento più profondo e la bollicina in bocca pulsava forte come punizione divina per i miei peccati. La filippina mi fece togliere il cappotto e disse se volevo dargli il pacchetto, ma io resistetti e quella non fu capace a tirarmelo dalle mani. All’interno ci stava una piccola festicciola tra amici e in mezzo alla stanza ci stava Germano che parlava sempre con il suo tono profondo e moderato e gli altri che ascoltavano ipnotizzati da quelle onde sonore modulate apposta per entrare fino in fondo al cervello. Il senso di colpa per quello che avevo progettato di fare acquistò dimensioni enormi e mi chiesi come avevo potuto meditare di uccidere un uomo tanto saggio e carismatico per amore di quella attricetta fallita di cui non ricordavo neanche più il nome! La mia meschinità aveva toccato l’apice e grande sarebbe stata la punizione che mi sarebbe toccata. Germano continuò a parlare per un’altra ora e le cose e le persone nella stanza s’impregnarono di una staticità magica che solo un uomo con una forte capacità mediatica poteva proferire. Poi andarono tutti via e Germano mi fece cenno di restare. Quell’uomo illuminato mi accordava la sua amicizia. Vide il pacchetto che avevo tra le mani e mi ringraziò per avergli fatto un regalo. A qual punto non riuscii più a trattenermi. Il senso di colpa che avevo dentro si era trasformato in una morsa attorno al cuore e gli impediva di battere. Confessai a Germano la mia intenzione di ucciderlo e gli mostrai il coltello con la lama ancora sporca di parmigiano che avevo rubato a casa di zia Loredana. Germano mi disse di non preoccuparmi che non ero la prima persona che aveva provato ad ucciderlo e di stare tranquillo che non mi avrebbe denunciato. Mi chiese di zia Loredana e allora io quasi in lacrime gli parlai della finestra alla quale lei stava sempre affacciata e lui mi chiese che cosa si vedesse da quella finestra. Io gli raccontai della scuola con il portone giallo dalla quale uscivano i bambini correndo e del postino che salutava sempre zia Loredana tutte le volte che passava sotto la finestra. Allora Germano cacciò l’uccello da fuori e cominciò ad accarezzarselo e mi chiese di continuare a parlare e di farmi più vicino. Fino a quando lui prese la mia mano e provò a mettermela sul suo coso. Tutto il mio senso di colpa sparì a favore di una rabbia incalzante e presi il coltello del formaggio e piazzai nella pancia di Germano un paio di colpi in profondità. Il sangue schizzò dappertutto e una grossa macchia di sangue scuro si andava allargando sullo schienale del divano. Germano rantolò un poco sul tappeto e tra grida sommesse morì. Pensavo che si morisse lentamente, lasciando la vita a poco a poco. Ma invece mi resi conto che c’è un istante preciso nel quale si smette di respirare. La mia camicia macchiata di sangue era la mia colpa. Scappai impaurito da quella casa e gettai il coltello in un tombino molto distante da casa di Germano.

 

 

 

 Quando ero l'uomo ragno

 

 

 

Fui convinto di essere l’uomo ragno per quattro mesi circa, esattamente tra il Maggio e l’Agosto dell’ottantanove. Non parlavo con nessuno e me ne stavo tutto il giorno rintanato negli angoli umidi della casa. Frequentavo i garage e le cantine, i soppalchi e gli scantinati. Sapevo di avere i superpoteri tipici dell’uomo ragno, quelli di cui tutti siamo a conoscenza attraverso la televisione oppure i fumetti, ma in effetti non li usai mai. Non si poteva escludere che fossi impazzito, che il mio cervello si fosse attorcigliato, liquefatto, imputridito, scaduto, beccato dagli uccelli, nido di vespe, sceso nella spina dorsale fino alle caviglie e perso nei calzini. Insomma avete capito. Intendo quando diventi sordo e ti dondoli e raccogli le sigarette per strada e gli occhi girano veloci e roteano lungo l’asse come un mappamondo. Allora ti dicono che sei pazzo, scemo, ricchione, anarchico, terrone, e patofobico. Vedi gli oggetti che si muovono e parli con il videoregistratore, ma soprattutto sei sicuro di essere l’uomo ragno. Strisci su una parete e lanci ragnatele, penzoli dal lampadario e esci di casa usando la finestra. Attraversi la strada dondolanti su una ragnatela e la gente vede solo il blu e il rosso della tua tuta che si riflette meravigliosa nel cielo. Essere l’uomo ragno non è da tutti e non si può dire mica a tutti. Ci vuole un lavoro normale e abitudini discrete. La prima capacità richiesta per essere l’uomo ragno è quella mimetica, quella di confondersi tra la folla e tirare avanti silenziosamente nel traffico e negli uffici. Per essere come gli altri devi per prima cosa sudare come gli altri e svegliarti presto la mattina. Niente ci vorrebbe a tirare fuori la ragnatela e fiuu attraversare la strada e fiuu prendere la metropolitana. Essere l’uomo ragno significa essere prima di tutto un uomo. Certo se solo avessi provato a lanciare una ragnatela o a fermare una metropolitana in corsa, come nel film spiderman che poi significa sempre uomo ragno, avrei capito che dai miei polsi non ci sarebbe potuto uscire niente altro che il mio sangue da scimunito che ero. E neanche la superforza usai mai in effetti. Quando l’ascensore nel mio condominio non funzionava salivo a piedi tre piani e alla fine il cuore impazziva nella scatola toracica e affannavo sempre. Ma non usai mai i superpoteri. In quel periodo lavoravo in un supermercato e mettevo le etichette con i prezzi sulle scatole. Conoscevo i prezzi dei prodotti a memoria. Philadelfia 1700 lire, Tonno star 1400 lire confezione da 100 grammi, Tonno star da 200 grammi confezione famiglia super sconto 2100 lire (ottimo affare), stuzzicadenti marca Tiger confezione da 400 pezzi 2000 lire. Anche la supermemoria era un superpotere ma non mi ero ancora accorto di essere l’uomo ragno e pensavo solo di essere piuttosto intelligente, ecco tutto. Certo mi muovevo con destrezza tra gli scaffali del supermercato e quando volevo riuscivo ad arrivare alle spalle dei clienti senza fare un solo rumore. Sarei stato un ottimo agente della vigilanza del supermercato ma anche un ottimo contabile e un ottimo cassiere. Il supermercato poteva contare su di me. Spesso mi fermavo a riflettere sulle mie caratteristiche fisiche, su queste capacità che dal nulla mi sbucavano e che mi bruciavano sulla pelle in cerca del proprio spazio. Per esempio ogni tanto uscivo nel parcheggio del supermercato e facevo una corsa lunga e folle fino all’uscita. Superavo le macchine che facevano manovra dai parcheggi e scansavo carrelli abbandonati sullo spiazzo come atolli sperduti nell’oceano. Restavo impressionato dalla velocità con la quale raggiungevo l’uscita e con quanta facilità evitavo gli ostacoli che mi si paravano davanti. Alcuni si fermavano a guardare e restavano impressionati dalle mie prestazioni. Poi tutto sudato me ne rientravo nel mio magazzino a imballare prodotti scaduti da destinare alle fondazioni umanitarie del terzo mondo e ad etichettare salami, carta igienica, veleno per topi e lamette. Un pomeriggio caldo di resistenze di frigoriferi, mi addormentai sugli imballi. Le scatole morbide erano un buon posto per dormire e a certe ore del giorno, quando la stanchezza ti risaliva dalle ginocchia fino alla schiena, basta davvero poco a perderti nel sonno. Mi arrivava così dolce che ci scivolavo senza neanche accorgermene e la dimensione onirica stessa si confondeva con la realtà in quella confusione di luci e di ombre. Mentre affondavo rimbambito nella palude dei sogni, qualcosa mi riportò alla luce. Un fastidioso prurito al braccio destro. Andai per grattarmi e vidi un grosso ragno camminare lungo il mio braccio e incastrarsi tra i miei peli. Lo scacciai subito con l’altra mano e quel diavolo con venti zampe andò a pararsi sotto alle scatole. Dalla rabbia cominciai a saltare sulle scatole vuote e quel bastardo con trenta zampe in niente dovette diventare un tutt’uno con il lineolum che stava steso a terra nel magazzino. Restai nervoso tutto il giorno e lavorai con più lena e più zelo del solito. Da solo sistemai qualcosa come ottanta scatolette di tonno in venti minuti, tutte rivolte con l’etichetta verso l’esterno dello scaffale e impilate in maniera perfetta. Sistemai anche i croccantini per i gatti ed alcune confezioni di sapone cha da mesi marcivano nel deposito. Sentivo i bicipiti gonfiarsi e venire fuori le vene e le scatole di croccantini volavano leggere tra le mie braccia. Un vigore eccezionale vibrava nei miei muscoli, tesi come acciaio. Volli allora mettermi alla prova e andai nel reparto animali a sistemare i sacchetti di sabbia per i gatti da dieci chili l’una. Riuscivo a portarne due per volta e con quanta grazia! Ritornai a casa attraversando velocemente il quartiere, così veloce che la gente a stento riusciva a fissami sulla retina mentre io percepivo tutto e la vista si era allungata arrivando a mettere a fuoco anche oggetti a dieci metri e la miopia che da sempre mi perseguitava sembrava affievolirsi e ridursi sensibilmente. Qualcosa in me stava cambiando. La stanchezza mi colse impreparato sul letto e in niente scivolai nuovamente nel settore buio e imperscrutabile del sonno. Feci un sonno convulso e pieno di immagini confuse. Metafore buone si confondevano con presagi cattivi e al risveglio il lenzuolo madido di sudore testimoniava le lotte intestine dei miei neuroni. Mi risvegliai con una consistente erezione che vibrava in mezzo alle cosce e me ne stetti un paio di minuti nel letto ad aspettare che tutto si normalizzasse per circolare in casa. Da dove proveniva quel vigore? Cosa stava succedendo? Presi grattarmi la bollicina che si era formata sul braccio e ad un tratto capii. Il morso del ragno nel retro del supermercato mi aveva profuso energie nuove e adesso mi stavo mutando in un essere sublime! La mia rivincita sul mondo e su tutti quelli che dicevano che ero scemo prendeva il via da quel ragno. E la cosa in fondo non mi stupì poi tanto perché in cuor mio ero certo di essere speciale, e i superpoteri da sempre albergavano in me anche se solo adesso ne prendevo coscienza. Sentivo tutti gli odori della terra e tutti i suoni e riuscivo a capire i pensieri del gatto mettendogli una mano sulla testa. Il prodigio che si stava compiendo era miracoloso.

Ne parlai con uno del reparto manutenzione frigoriferi. Si chiamava Andrea e una volta mi disse che riusciva a parlare con i morti. Non è che ci parlasse propriamente, nel senso di una discussione vera e propria, ma riusciva a stabilire una connessione con loro attraverso delle onde celebrabili. Erano i morti che si mettevano in contatto con lui e lui poteva solo ascoltarli senza riuscire a porre loro delle domande. Aveva comprato un libro che trattava il paranormale per documentarsi sul suo caso, ed aveva scoperto di essere un medium unidirezionale. Secondo il libro lui era una specie di antenna ricevente tra due dimensioni diverse. Quando me lo raccontò, gli credei e quindi vantavo un credito nei suoi confronti. Gli dissi che avevo una cosa da raccontargli e che dovevamo parlarne da soli. Lui intese che si trattava di qualcosa di delicato e restammo tutto il giorno in silenzio finchè non avemmo l’occasione di parlarne da soli. Gli raccontai tutto. Gli dissi che ero l’uomo ragno. Dapprincipio Andrea restò sconcertato, e disse che ero completamente impazzito. Quel bastardo di un visionario che parlava con i morti osava dirmi che ero io il pazzo. Disse che avevo bisogno di uscire e di andare a donne e di smetterla di restarmene da solo con queste fantasie. Gli urlai in faccia che io di donne ne potevo avere quante ne volevo e che mi aveva deluso perché pensavo che lui fosse una persone più sensibile degli altri e visto che c’eravamo quella cosa dei morti era proprio una stronzata e forse era lui che aveva bisogno di andare a donne. Lavorai rabbioso come un cane tutto il giorno e spostai tonnellate di sacchi di sabbia per i gatti solo per il gusto di spostarle. I clienti del supermercato percepirono il mio livore e si tennero alla larga, nel loro ideale raggio di distanza minima dal pericolo. Se solo avessi potuto avrei trasformato tutto in un bozzolo gigantesco di ragnatela. Tuttavia ero sicuro che la mia volontà sarebbe bastata per farlo. Andrea mi prese per il culo tutto il giorno e ogni volta che ci incrociavamo nel deposito, faceva finta di arrampicarsi sulle pareti, oppure si metteva a terra a camminare come i ragni. Fu da quel giorno che non parlai più con nessuno. Con nessuno. La gente pensava che io fossi impazzito, e la mia afonia li rendeva pazzi, ma io custodivo un segreto. Lasciai il lavoro e mi rintanai nella mia camera. Progettai grandi piani per salvare cose e persone e per ristabilire l’ordine nella città. Tutto era semplice ai miei occhi e la scintilla della follia oramai mi aveva reso cieco, allontanato da ogni barlume di intelligenza e di senso della realtà. Andai avanti in queste condizioni per altri tre mesi. Ero dimagrito e le ossa sbucavano spigolose da sotto alla pelle, i muscoli che credevo d’acciaio si erano afflosciati e se ne stavano rinsecchiti, attaccati alle ossa con il cotone delle mie visioni. La notte facevo solo incubi ed avevo il terrore del buio. Provavo rabbia verso tutti, e cercavo una vendetta per i delitti che non avevo ancora subito e per le ingiustizie che ancora non si erano abbattute su di me.

Cominciai in quel periodo a guardare la televisione, soprattutto i telefilm. Li preferivo ai film perchè avevo il tempo di conoscere il personaggio e di familiarizzare. Così mentre seguivo con gli occhi i ghirigori disegnati dalle crepe nel parato, guardavo la televisione per tutto il giorno. Alle undici del mattino su rai tre davano la signora in giallo. "Murder she wrote" era il titolo della serie, ma a Napoli si chiamava la signora in giallo. La protagonista era Jessica Fletcher una signora sui sessanta che in ogni puntata si trovava a che fare con un assassinio. Spesso quando il cadavere non faceva parte della sua cerchia di conoscenze, veniva chiamata in causa da un suo amico poliziotto che le chiedeva di aiutarlo a risolvere il caso. Jessica Fletcher era vecchia e piena di rughe, però aveva sangue freddo e coraggio. Lei non aveva bisogno di alcun superpotere per risolvere i misteri, altro che uomo ragno, si serviva soltanto della sua potente mente e di una capacità di elaborare la dinamica dell'omicidio incredibile. Il suo segreto era l'esperienza. Jessica Fletcher, la rugosa e praticamente morta Jessica Fletcher c'aveva le palle e questo era fuori discussione. Non c'era avvocato che uccideva la moglie ricca, commercialista che uccideva la moglie ricca, medico che uccideva la moglie ricca che era capace a sfuggire all'intuito investigativo di Jessica Fletcher. Restai molto impressionato da una puntata dove un parrucchiere omosessuale uccideva il suo amichetto ricco. La trama era davvero complessa e il finale imprevedibile. Cominciai a prendere degli appunti per delle nuove trame da proporre alla produzione del telefilm. In una sola mattinata ne scrissi una intera dove il protagonista era un macellaio e uccideva la moglie ricca. Il titolo della puntata era "filetto al sangue". Avevo un'impostazione più proletaria e mi piaceva di ambientare le puntate in un contesto sociale popolare perchè gli spettatori si rispecchiassero di più. Alla mia maniera davo un'impronta letteraria al telefim. Scrissi infine un capolavoro con dei forti motivi autobiografici, si chiamava "omicidio nel supermercato" dove un operaio addetto al magazzino, dopo ripetute provocazioni da parte di un suo collega psicolabile, l'ammazzava nel parcheggio del supermercato con i sacchi di pietrine per i gatti. Jessica Fletcher beccava l'assassino e sentite le sue spiegazioni non lo denunciava in quanto volutamente provocato dallo psicolabile. Autocensurai alcune scene di violenza esplicita dove il protagonista sbriciolava il cervello dello psicolabile riducendolo alla consistenza brodosa. Rilegai tutto e l'imbustai in una grossa busta gialla. Spedii la busta gialla agli studi di Rai Tre di Napoli, dove tutti i giorni Jessica Fletcher girava la puntata e attesi. Fu da quel periodo in poi che decisi che sarei diventato un investigatore privato.

 

 

 

 La lucertola nel ventre umido della terra

 

La lucertola stava dormendo con ancora le scarpe ai piedi. Se ne stava in un lenzuolo di leacril al settanta percento, prodotto da qualche parte nel Pakistan settentrionale dove le donne vengono sfigurate con l’olio bollente se non si concedono in sposa al loro pretendente di vent’anni più vecchio e senza i denti davanti. Pidocchi e piattole alimentano la stima che gli individui hanno di se. Da quelle parti l’orgoglio viene preso sul serio, mica come a casa della lucertola che la sua donna l’aveva lasciato per un altro e lui se ne stava sdraiato sul lenzuolo pakistano a fumare le sigarette. Squillò il telefono e l’aria vibrò tutta nella stanza. Il colonnello disse alla lucertola che c’era bisogno di lui, che ci voleva uno secco come lui per infilarsi in un pozzo a prendere un bambino che ci era cascato. Stavano nelle campagne fuori Roma e sul posto ci stavano i giornalisti e le televisioni che illuminavano l’ambiente a giorno per via delle inquadrature. Gli disse di sbrigarsi che cristo santo non c’avevano tanto tempo. La lucertola si sedette sul bordo del letto e accese una sigaretta. Da due settimane si svegliava la notte per fumare e le mani avevano preso a tremargli come se dentro alle braccia ci aveva due serpenti danzatori isterici durante il rituale di seduzione. S’infilò la maglietta marcia di sudore e si lavò i denti. Il dentifricio che sputava nel lavandino si impastava con il sangue delle sue gengive deboli. A quarant’anni la lucertola perdeva pezzi, ammutinamento biologico si sarebbe potuto dire. S’infilò agile nella Citroen metallizzata e la retromarcia non entrava a causa di un problema di fabbricazione che affliggeva tutta la serie delle Ax prodotte dal Maggio del ‘97 al novembre dello stesso anno, quando la produzione dei cambi si faceva negli stabilimenti di Tolosa. Bisognava abbassare la frizione a metà corsa e provare diverse posizioni del cambio prima che la macchina si decidesse a camminare a culo indietro. Si fermò al distributore di sigarette e dal portafogli estrasse una banconota quasi stirata nuova lucida. Le migliori banconote la lucertola le infilava nella bocca del distributore perché se c’avevano una piegolina nei lati, oppure una scritta a quella maledetta non c’era verso di dargliela a mangiare. Nel pomeriggio, allora, lucertola s’avviò verso le campagne fuori Roma.

Quando giunse sul posto nessuno lo aspettava e questo lo rincuorò. Nessuno nutriva aspettative da lui, eccetto il colonnello chiaramente. Quando lo vide il colonnello lo prese per il bavero, l’ abbracciò, gli bestemmiò i morti che lo avevano messo al mondo e l’ombra del colonnello che era alto un metro e ottanta si abbatteva sulla lucertola. Vieni, gli disse il colonnello, che ti spiego come stiamo messi. Si fecero largo tra la folla di addetti ai lavori che stavano tutt’intorno al pozzo. L’apertura era strettissima si poteva dire di quaranta centimetri e dentro era piena di buio fitto e tenebre che solo a vederle ti mancava l’aria. Il sangue prese a correre forte nella vene della lucertola. Ti imbracheremo e ti caleremo in un pozzo parallelo a questo che stiamo scavando. Il bambino si trova a nove metri di profondità. Noi stiamo scavando fino a nove metri e quando ci saremo tu t’infilerai dentro e scaverai a mano un collegamento tra i due pozzi e tirerai fuori il bambino. Sigaretta. Da quando tempo sta là dentro, disse la lucertola, da quindici ore circa, l’allarme l’hanno dato dei ragazzini con i quali stava giocando, forse l’hanno buttato loro stessi dentro, disse il colonnello.

Allora la lucertola prese a fumare perché ci stava troppa aria attorno a lui e chiese di vedere l’imbracatura. Era composta da un grosso cinturone di cuoio che l’avrebbe tenuto per la vita e altri due grossi lacci che funzionavano come due grosse bretelle. Nella cintura ci stavano delle sacche che gli avrebbero permesso di tenere una torcia, un minuscola bombola di ossigeno e una piccola pala per scavare nella terra. Ci stavano i genitori ed i parenti del ragazzino, tutti vicino alla macchina della polizia che per conto suo se ne stava con i lampeggianti accesi.

La trivella dei pompieri andava veloce e smuoveva con cura la terra a pochi centimetri dal pozzo dove stava intrappolato il ragazzino. Di tanto in tanto affiorava in superficie un lamento, un pianto che nemmeno tutto quel buio riusciva a trattenere e quei pochi indizi sonori davano conferma del persistere della vita del ragazzino. I genitori piangevano e tutti quanti si preparavano al peggio a quando qualcuno avrebbe detto loro che era morto, che dal fondo non si sentiva niente, che se ne potevano andare tutti a casa. Da quel pertugio angusto non ci poteva uscire vivo nessun ragazzino e forse a quell’ora il buio l’aveva già mangiato. La lucertola cominciò a mettersi l’imbracatura e un capo squadra dei pompieri gli spiegò come si usava la radio che gli davano in dotazione. La radio veniva applicata come una cuffietta all’interno del casco ed era sempre attiva, un piccolo auricolare infilato nell’orecchio destro gli consentiva di ascoltare le comunicazioni provenienti dalla superficie e un microfono inserito nel casco gli permetteva di parlare.

Il pozzo parallelo raggiunse velocemente la lunghezza di nove metri e tutt’intorno la gente si agitava e sempre di più si parlava di quest’uomo magro, sottile, filiforme, una specie di malato ma a posto con la salute che si s’infilava nel pozzo parallelo per salvare il ragazzino. Le televisione parlavano già di lui. Alcuni giornalisti avevano provato a reperire delle informazioni biografiche sulla lucertola, ma il suo nome non corrispondeva a niente. Non che si chiamasse proprio lucertola, aveva un nome normale, ma tutti lo conoscevano come la lucertola. Perché era piccolo, sfiorato dal rachitismo in gioventù, ma con i muscoli tesi e il cervello freddo. Faceva parte della squadra speciale dei vigili del fuoco e per conto loro s’infilava nelle grotte a salvare speleologi incastrati, tra le macerie a  tirare fuori le persone rimaste bloccate in seguito ad un terremoto e a infilarsi nei pozzi a tirare bambini. Per il resto fumava sigarette e se ne stava da solo perché trovare una donna quando sei alto un metro e quaranta e pesi quarantadue chili non è cosa facile. L’uniforme la cucivano apposta per lui, come le scarpe e il casco. Era tutto pronto e tutti si avvicinarono al pozzo parallelo che era largo settanta centimetri. Tutti guardavano la lucertola bardato dell’imbracatura con una bombola di ossigeno sulle spalle e la sigaretta incastrata tra le labbra. E buttala stà sigaretta, gli disse il colonnello tirandogliela via dalle labbra e scagliandola per terra come un rametto secco, adesso stammi a sentire, tu scendi lentamente, senza dare strappi alla corda che ti tiene e arrivi ai nove metri. Considera che il buco nel quale ti cali è profondo nove metri e mezzo e quando sarai accovacciato ti troverai proprio a nove metri a scaverai in direzione est della bussola. A quell’altezza ci saranno le gambe del ragazzino, scava piano perché se lo vogliamo ammazzare allora lo lasciamo dentro senza stancarci. Quando il passaggio sarà sufficientemente largo tu applichi questa corda sul petto del ragazzino e l’altro capo attorno al tuo cinturone. Quando ci darai il segnale alla radio noi cominceremo a tirarti sopra e sotto di te vogliamo ritrovarci anche questo cristo di ragazzino che piange e con tutti i pezzi a posto. La lucertola si affacciò nel suo buco e strizzò gli occhi. Oramai ci doveva entrare. Ci infilò prima le gambe dentro come se fosse seduto sul bordo di una piscina con i piedi a bagno. Lo faceva per ambientarsi, per immergersi nel buio a poco alla volta. Poi disse che andava giù. La piccola gru che stava sopra di lui mise in moto il mulinello e la corda si attorcigliò attorno al rullo. La lucertola se ne stava così sospesa per aria sotto lo stupore dei giornalisti e dei familiari del ragazzino. La lucertola s’incanalò nel tunnel pieno di buio. Scendeva con la gambe davanti e la terra umida franava su di lui ad ogni contatto con le pareti. Mano a mano che scendeva i suoni e le luci provenienti dalla superficie si attenuavano prima ovattandosi fino a scomparire quando raggiunse i cinque metri. La temperatura pure mutò, e uno strano caldo viscerale, umido, avvolse la pelle scoperta del viso della lucertola. Serpente, bacherozzo, verme, nano del circo del cazzo, grande puffo, questi i nomi con i quali lo avevano sempre chiamato. Adesso era la lucertola. Lui stesso il suo nome se lo dimenticava delle volte che tanto poi a niente gli serviva. Intanto scendeva nella terra e ogni centimetro era sempre più caldo e la terra sempre più propensa a franargli addosso e a mangiarselo per bene. Tutto bene, gli chiesero dalla radio, tutto bene, rispose lui. Arrivò sul fondo e quando i piedi toccarono il suolo la lucertola alzò la testa e vide il buco dal quale era entrato e pensò che la terra in fondo era una grande vagina nella quale tutti ci finivano. Tirò fuori una pala minuscola, della grandezza di quelle che usano i bambini per giocare sulla spiaggia e cominciò a scavare in direzione est come il colonnello gli aveva detto. La consistenza della terra sul fondo era più compatta del previsto. Con la pala riusciva a tirare solo poca terra per volta ma d’altronde non c’era altra soluzione. La lucertola sudava in quel buco di terra  e l’aria gli mancava là sotto. Mandatemi una sigaretta e un accendino, disse la lucertola alla radio. Sicuro? dissero dall’altro lato, sicuro disse la lucertola. Adesso chiedo se posso, gli rispose uno. Dopo alcuni minuti calarono uno spago di quelli delle mercerie con un pacchetto di sigarette e l’accendino dentro. La lucertola a malapena riuscì ad allungare le mani per prenderlo e nel ventre umido della terra s’accese una sigaretta. Scavò con forza e l’intercapedine di terra che separava i due tunnel diminuiva, s’assottigliava fino a diventare un lembo sottile quanto un fazzoletto, una membrana di terra fragile che cedette sotto all’ennesima spinta che lucertola impresse alla pala. I tunnel si unirono e quando lucertola infilò la mano dall’altra parte per toccare il ragazzino, non trovò nulla. Non c’è, disse la lucertola alla radio. Infilò tutto il braccio nel collegamento e lo indirizzò verso il basso del pozzo. Con la mano sfiorò i capelli del ragazzino che nel frattempo era sceso più in basso. La lucertola lo sapeva che il pozzo stava provando a mangiarselo il ragazzino e se lo portavo verso il fondo per digerirlo meglio. L’ho trovato, disse lucertola alla radio, è sceso di mezzo metro, adesso provo a tirarmelo. La  lucertola spense la sigaretta e con la pala allargò verso il basso il collegamento tra i due tunnel. Si ricordò che da bambino lo sfottevano anche coleottero e topo. La lucertola infilò tutto il braccio e strusciando la parete del pozzo toccò la faccia del ragazzino. Il ragazzino gemette e pianse, urlò terrorizzato, felice, non più solo nel ventre umido della terra. Come me lo tiro, disse la lucertola. La testa era incastrata nella terra e lucertola non trovava un aggancio, un punto della faccia dal quale tirarlo. Apri la bocca, disse la lucertola al ragazzino mentre ci passava la mano sulla faccia, apri la bocca! gli urlò forte la lucertola. Il ragazzino aprì la bocca e la lucertola gli infilò due dita sotto il palato, come un amo, e cominciò a tirarselo. Il ragazzino stringeva i denti dalla paura e la lucertola urlava e gli disse che dopo l’avrebbe ammazzato a quella schifoso ma continuò a tirarselo fino all’altezza del passaggio tra i due tunnel. Solo quando fu a quell’altezza, con la torcia, la lucertola riuscì ad illuminare il bambino con la torcia. Era sudicio e la faccia era nera di terra impastata con sudore, sparsi ovunque ci stavano dei lividi viola. Quando la lucertola gli puntò il fascio di luce in faccia, il ragazzino strizzò gli occhi che non erano più abituati alla luce e la terra era tutta attaccata in grumi alle ciglia. L’ho preso, disse la lucertola alla radio e la notizia in superficie fu accolta con entusiasmo. Mandatemi una bottiglia d’acqua e del cioccolato, disse la lucertola alla radio. Il ragazzino per conto suo era mezzo svenuto e probabilmente aveva dei grossi danni alle gambe. Apriva e chiudeva gli occhi e quando la lucertola parlava sembrava non capirlo. Dalla postazione in superficie gli calarono l’acqua e dei cioccolatini che la lucertola diede al ragazzino. La lucertola attaccò l’imbracatura al busto del ragazzino e la fissò bene alla sua cintura. Disse al ragazzino di stare tranquillo che tra non molto sarebbero usciti e diede l’ok alla postazione in superficie. Tirateci fuori disse la lucertola. Il cavo che lo teneva cominciò a tendersi e il macchinista ogni dieci centimetri che faceva si fermava per assicurarsi che fosse tutto a posto, che non si fossero incastrati da nessuna parte. La lucertola risaliva la terra con un ragazzino mezzo svenuto appeso alle gambe. E mentre la luce all’estremità del buco si avvicinava e i suoni riuscivano a entrare nel tunnel, la lucertola che rinasceva dal ventre umido della terra s’accese una sigaretta, perché quello era il momento giusto per farlo, il lavoro era finito. Quando la gru avvolse il cavo per gli ultimi due metri, dal tunnel sbucò la lucertola con la sigaretta in bocca e con appeso ai coglioni un ragazzino mezzo svenuto.

   

 

 Codici a barre

 

Capitoli 

1. Codici a barre

 2. La carogna A

 

Il lavoro che m’è toccato in sorte è quello di rispondere al telefono. Non che sia un lavoro vero e proprio perché a sudare si suda poco e ad affannare niente. Il fegato quello si che si riempie di veleno a sentire i vecchi che ti chiedono di non morire e la gente tutta insieme a bestemmiarti e tu hai voglia a essere gentile, vellutato, con la lingua di pesca, perché in niente s’offendono i clienti, a dirgli di stare tranquilli, che è tutto a posto, che facciano una carezza ai loro figli che gliela mando io, che la customer care è una cosa seria pure a Napoli. Il mio superiore mi disprezza e si pente tutti i giorni d’avermi preso. C’ha la faccia gialla e la barba che gli cresce fino a sotto gli occhi. In mente sua mi dice che sono un aborto, uno schizzo malato e che mio padre faceva meglio a farsi una pisciata. Io l’ignoro e cerco di rubargli quello che posso. Un floppy, un blocchetto di foglietti gialli con la colla che s’attaccano, le penne coi tappi spaiati e quando lui si gira metto il telefono fuori posto. Lo faccio con grazia, con la diplomazia che ci vuole perché siamo in un paese civile e quando lo vedo io m‘alzo e gli faccio l’inchino e riverisco, parlo con il congiuntivo e lo ringrazio di farmi lavorare ai suoi telefoni e con la mascella serrata gli dico di bruciare lento, abbrustolito, nelle viscere del più infame degli inferni. Comunque la posizione del mio superiore è completamente condivisibile. Io pure mi disprezzo, per quello che posso, e un dipendente come me non lo prenderei manco morto! Neanche come schiavo per trasportare i massi coi quali ci facevano le piramidi nell’antico Egitto. Sicuro che alla fine la piramide sarebbe venuta storta oppure sarebbe caduta con il primo soffio di scirocco che da quelle parti nel deserto tira che sono cazzi. Così vanno le cose da queste parti, io a vedere cosa posso rubare e lui a cercare il cavillo nel contratto per mettermi sul marciapiede. Ieri per esempio ho rubato una scatola di graffette e la settimana prima una confezione da sei matite. Poco per volta mi sto ricostruendo a casa l’ufficio di quel cane con l’itterizia e la scabbia del mio superiore e un giorno pure le pareti gli porto via. A dirla tutta il mio superiore è un dipendente pure lui e in cuor suo, che pure il più rognoso dei cani alla fine un cuore ce l’ha, un poco frustato si sente pure lui, perché non lo facciamo mica vivere bene noi. Tutto il giorno a strisciarci alle spalle per coglierci nella flagranza, ad origliare se parliamo male di quella santa donna della mamma e se mettiamo in discussione l’onore delle sorelle. Una volta nei bagni scrissi che la sorella più piccola lavorava bene di testa e che ci si poteva mettere d’accordo per pochi euro. Cosa non ha potuto farci il cane! Pure il diennea ci voleva analizzare per vedere se una traccia, un virus, era rimasto attaccato a quella mattonella dove qualcuno aveva scritto quell’infamia. Mica aveva il senso dell’umorismo che ci vuole per stare in amicizia il cane. Il lavoro raddoppiò e ci disse di mettere in ordine alfabetico tutte le carte che ci stavano nell’ufficio e poi disse che la direzione aveva detto che le carte bisognava ordinarle per città di provenienza e che si doveva ricominciare tutto dapprincipio. Però che soddisfazione a vederlo così, lacerato nello stomaco, evirato quasi, inerme contro quella scritta anonima. Sono una carogna, l’ho detto prima, la serpe in seno. Così allora, fui trasferito al quarto piano della clinica dove lavoravo, perché il cane non mi voleva più davanti agli occhi. I pochi scalini che dividevano il secondo piano dal quarto nascondevano un mondo intero, e le cose se possibile cominciarono ad andarmi peggio. Il cane si occupò personalmente di accompagnarmi nel nuovo ufficio e mi chiese di seguirlo nei budelli di cemento dei corridoi aziendali, trafitti ogni tanto dalla porta di un ascensore o da una porta taglia fuoco. I neon bianchi si stavano sulle pareti come macchie di umidità e scurivano più che illuminare. Le viscere un poco mi tremavano e sapevo che tutto quello che mi stava succedendo era colpa mia, del mio ingiustificabile atteggiamento verso i miei superiori e che il rispetto ci vuole. Comunque, con il timore di sciogliermi per la mia stessa vergogna, seguii il cane che doveva essere pratico di tutte quelle scorciatoie scavate nel cemento e di quei sentieri di mattonelle. Mi misero alla contabilità e dovevo starmene tutto il giorno a catalogare, archiviare, fare statistiche e controllare i pagamenti alle case farmaceutiche. Niente ci voleva a sbagliare e a farti fuori. Il cane me l’aveva detto mentre salivamo le scale, stai attento che la vacanza è finita. E io vigliacco come non mai gli dissi che avevo sempre fatto tutto quello che l’azienda m’aveva chiesto, che ero un dipendente capace e premuroso e che se si creato dell’astio tra noi era solo per la mia scarsa cultura e per le mia esigue capacità comunicative e che qualcosa era stato frainteso e che potevamo diventare buoni amici. Il cane mi disse di entrare in una stanza e che quello sarebbe stato il nuovo posto di lavoro, disse pure che se avevo bisogno di qualcosa di non rivolgermi a lui che con quella sezione della clinica non c’azzeccava nulla. Il cane mi abbandonò e io bussai alla porta.

Camminai sotto al muro per non dare fastidio, per evitare che la mia ombra occupasse il centro della stanza, perché l’arroganza proprio non me la poteva più permettere. All’interno dell’ufficio contabilità del quarto piano ci trovai uno secco con la pelle malata piena di macchie sulla faccia. Alzò gli occhi coordinando le pupille verso la mia direzione e spense la sigaretta nel portacenere. Poi s’alzò veloce e corse isterico verso il perimetro della stanza nella mia direzione.

“Allora è vero che mi affiancano qualcuno! Proprio non ce la facevo a stare ancora da solo in mezzo a tutte queste carte, e i codici a barre dei medicinali, quelli si che ne sono tanti, i codici a barre, guarda guarda, e mi indicò un armadietto con le ante divelte e i cardini arrugginiti, ce ne sono a migliaia e sono tutti da fatturare, bisogna metterli nelle fatture e a seconda del medicinale, poi il computer emette la fattura alla rispettiva casa farmaceutica, meno male che il computer ci aiuta altrimenti sai che lavoro, basta premere F8, e poi bisogna stare sempre in silenzio perché quelli là fuori mi ascoltano e ogni tanto vengono a controllare, specie quel bastardo di Musconi, lo conosci Musconi tu? Certo che lo conoscerai presto, è un bastardo, è il responsabile della contabilità e qualunque cosa prendi dall’armadietto devi andare a dirglielo, ad esempio se prendi una penna nuova, tu devi andare a dirlo a Mosconi e quello la segna su un foglio e ci mette pure la data, così se dopo una settimana perdi la penna, perché le carte e i codici a barre le penne se le mangiano e si perdono sempre in questo ufficio, negli angoli, negli anfratti, se le mangiano i ragni e tu vai da Musconi a dirgli che hai preso una penna quello controlla sul foglio e vede che la penna l’hai già presa la settimana prima e dice che non è possibile consumare tutte queste penne e che le penne allora le rubi, che freghi l’azienda, che sei un traditore, hai capito, io un traditore! Allora guarda, ho inventato un sistema per non perdere le penne, ci ho messo uno spago attaccato con lo scotch e così non le possiamo perdere, ma tu non preoccuparti, puoi andare da Musconi a chiedere una penna perché adesso sei arrivato, e che cazzo non te la dovevi portare da casa la penna!”

Il desiderio di distruzione della specie umana, che da sempre risiedeva in qualche parte di me, si accentuò d’un tratto. Il cane m’aveva portato in una gabbia di carte con uno psicolabile che m’avrebbe sventrato e sbranato o comunque esaurito. Dopotutto era quello che mi meritavo per la sfrontatezza verso l’azienda, verso quel cane del mio superiore che in fondo non era che un brav’uomo che compiva zelante il proprio lavoro. Occupai la scrivania sul fondo della stanza stando di spalle alla porta per scappare alla prima aggressione di quel demente. Niente ci avrebbe messo a squartarmi o a tagliarmi la gola quello scimunito che non faceva altro che cantare e fischiare e dire che era contento che finalmente gli avessero affiancato qualcuno, che Mosconi era un bastardo, e a gioire della trovata dello spago per le penne. Controllava il livello dell’inchiostro tutti i giorni e una volta mi disse che per evitare di andare da Mosconi a chiedere una penna, lui comprava una penna nuova e ci sostituiva la cannuccia, sperando che l’azienda notasse quanto a lui stava a cuore il budget aziendale. Un giovedì mattina, dopo che stavo in quell’ufficio da due mesi, lo psicolabile si suicidò. Arrivò una comunicazione nella quale si diceva che il mio collega era defunto, morto, cadavere, trapassato, impastato di vermi, rigido, faccia viola, prossimo alla putrefazione, rigor mortis, di pessimo umore, volato in cielo, affossato nell’inferno dei pazzi, ospite dell’obitorio comunale, prossima cavia di giovani chirurghi se nessuno riconosce il cadavere, poco reattivo alle sollecitazioni esterne, occhio vitreo e poco propenso allo scherzo, per cui io ero il nuovo responsabile contabile del secondo ufficio del quarto piano. Facevo carriera velocemente nella clinica. Poi scoprii come fregare l’azienda. La verità stava nei codici a barre dei medicinali. La cosa andava più o meno in questa maniera, l’azienda per la quale lavoravo era una clinica comunale di proprietà della pubblica amministrazione, una specie di ospedale frequentato da poveracci che non si potevano permettere altro. I medicinali venivano prima consumati e poi pagati per via di una procedura regionale complessa e quasi metafisica. Ogni scatolino di compresse, supposte, sciroppo, fiale e clisteri (non immaginate quanti clisteri vengono consumati ogni giorno per i poveracci) hanno sul retro un codice a barre. Tutte le scatole dei medicinali venivano conservate in delle scatole molto più capienti e infine portate giornalmente nel mio ufficio. Con uno scanner da banco, simile a quello usato nei supermercati dalle commesse, io codificavo i medicinali e veniva compilata la lista di quello che l’azienda doveva pagare. La lista veniva inviata all’ufficio regionale della sanità che approvava senza leggere mica quello che c’era scritto e la tesoreria ci versava un assegno con il quale la nostra azienda pagava le case farmaceutiche. Ad ogni passaggio, ogni impiegato, ogni funzionario che poteva ci tirava fuori il suo, che poi si sa queste cose come vanno e io che ero proprio all’inizio della catena (che poi in effetti all’inizio ci stavano i medici e i primari che prescrivevano i medicinali e pure loro ci guadagnavano) potevo mica farlo per niente io? Comunque il mio piano prevedeva almeno un complice, un collaboratore si sarebbe detto a usare un termine commerciale e non da codice penale. Bastava fare più di una fattura, una reale da spedire al vaglio della regione e l’altra pure, ma d’importo sotto i mille euro che veniva rimborsata subito e poi stornare, far scomparire quella fattura che io stesso non registravo, ci mettevo un codice inventato, una data di nascita con una lettera nel mezzo per confondere l’occhio dei maligni, di quelli che pensano a male.

C’era uno del comune che veniva a prendere le carte della contabilità della clinica. Veniva il giovedì ma anche il venerdì, dipendeva. Arrivava fuori dalla porta del mio ufficio affannato con il cuore che batteva veloce tra le ossa vecchie e con il fazzoletto di stoffa s’asciugava il sudore sulla fronte. C’aveva il fiato rancido e putrefatto come tutti gli impiegai del comune di Napoli d’altronde. Colpa del lavoro, mi dicevo, gli uomini sono fatti per starsene a casa e guardare la televisione a crescersi un cane non a sudare e svegliarsi presto. C’aveva la camicia incastrata nei pantaloni, messa così in profondità che anche alzare un braccio per grattarsi sotto un’ascella gli era difficile. C’aveva la moglie, la figlia maritata e si grattava il culo mentre parlava con me. Meglio di così non mi poteva capitare come complice, pardon, collaboratore. All’inizio lo facevamo una volta al mese, preparavo una fattura di un migliaio di euro e Corone, così si chiamava quell’altro servo fedele del comune, se la portava alla contabilità e la metteva sopra le altre di carte, così per fare prima, per evitare di tenerla troppo in giro e il pagamento, quelli del comune lo facevano in contanti e Corone, me lo portava in ufficio il giovedì seguente, o il venerdì, dipendeva. Poi prendemmo a farlo due volte, tre volte al mese e infine una volta a settimana. C’avevo un’attività in proprio in un ospedale pubblico e un poco i rimorsi ce l’avevo, però li gestivo, non mi capiterà più un’occasione del genere, potrei vivere in povertà il resto della vecchiaia, in fondo tremila quattromila euro al mese cosa sono per il comune, questo mi dicevo. In compenso non mi mettevo mai ammalato e arrivavo sempre puntuale, vestivo bene, e mi mettevo il deodorante. Una settimana di fine Giugno, al posto di Corone m’arriva in ufficio un giovane robusto sui vent’anni, coi capelli biondi e la mascella squadrata. Non si poteva scambiarlo per Corone anche nelle tenebre più profonde. Mi disse che Corone era morto, un infarto, il cuore non aveva retto, le arterie intasate, il fegato non stava messo bene, colpa del caldo, del lavoro, il traffico, un buon dipendente comunque, la chemioterapia troppo pesante, la moglie gliel’aveva pure detto di mettersi in vacanza che c’aveva due mesi di ferie arretrati, un medicinale sbagliato forse prescritto al policlinico. Era il periodo della vita in cui la gente che ti sta intorno cominciava a morire. Comunque gli diedi la lista dei medicinali consumati, solo quella buona però. Con uno così non mi potevo mettere in affari, era troppo giovane e troppo biondo.

Fui costretto ad abbandonare la mia attività e a ritornare una pecora mansueta, né più bianca né più scura delle altre, a riscaldarmi con la mia stessa lana e brucare quel pezzetto di orto che il mio superiore mi diceva di brucare. Ci stava da impazzire in mezzo a tutte quelle carte e lo zelo e la voglia di lavorare come dire, s’erano affievolite parecchio. In capo a due settimane le carte si conquistavano ognuna il proprio spazio e io sembravo smorto in quella realtà che mi precludeva l’iniziativa privata. Il ragazzo biondo del comune veniva tutti i martedì perché era uno preciso e addosso c’aveva sempre lo stesso vestito di flanella scuro. Non si parlava tra noi e la simpatia di quella carogna di Corone non ce la poteva mica avere il biondino. Lui veniva, si pigliava le carte, le metteva in una cartellina di cartoncino rigido e se ne scappava, veloce, due minuti e stava fuori. Manco il tempo per corromperlo ti dava quell’infame. Mi misi in malattia, una settimana, non ce la facevo a lavorare in quelle condizioni e la sera, fatte le cinque che non poteva più arrivare il medico di controllo, me ne andavo in un cinemino che stava dalle mie parti a incontrarmi con Laura, che c’aveva il doppio mento e un poco la pelle raggrinzita, però nel buio della sala mi toccava in mezzo alle cosce, sull’ultima fila di sedie, quasi sotto al protezionista. Da quella posizione lo schermo si vedeva distorto e l’immagine si deformava, gli attori tutti sembrava avessero la testa a uovo, allungata nei lati, specie johnny depp che tanto si faceva bello, vieni a vederti come ti vedo io con la testa da marziano, caro Eduardo testa di mestolo. Laura era sposata e oltre al marito aveva due figlie, però noi ci conoscevano già da prima del suo matrimonio e per non morire ci toccavamo nel cinema. Il cinema dove andavamo era in periferia, quasi nel punto dove finisce la città e incomincia quella zona che si direbbe da dopoguerra, bombardata, semidistrutta che poi invece è normale, è proprio così, costruita a quella maniera. I palazzi venivano fatti già con le mura marce, con una parete crollata, con le macchie d’umidità, destinati ad accogliere un’umanità da discount e piena di figli pulciosi. Il cinema faceva spettacoli di seconda visione, pellicole scadute e si pagava poco, tre euro, e poi ci stava lo spettacolo delle sei che non c’andava nessuno e si era in pochi, sempre gli stessi, fedigrafi più che altro, e per quello che ci riguardava il film potevano pure non trasmetterlo proprio, solo il buio ci bastava, avremmo pagato volentieri solo per starcene al buio. Laura m’accoglieva in mezzo alle cosce calde e m’ascoltava perché ogni tanto ci avevo questo bisogno di dire delle cose, anche di confessare un timore, che pure io c’avevo addosso sta’ paura di morire e di essere calato nella terra dentro a una bara. Raccontavo a Laura dei miei affari interrotti all’ufficio comunale, di quel cane in azienda che ce l’aveva con me, e del biondino che sostituiva il mio amico Corone, pure lui morto.  Laura mi diceva di cercarmi un altro lavoro e che ero dotato e acculturato, che ci voleva un lavoro che avrebbe contribuito a far crescere la mia personalità, e mentre mi diceva tutte queste cose belle sulla mia personalità, mi passava la mano in mezzo ai capelli, come si fa coi cani o coi bambini per farli addormentare e io un poco chiudevo gli occhi, un poco sentivo il fiato nell’aria circostante di Laura accarezzarmi la faccia e mi addormentavo delle volte, per pochi minuti, e mi piaceva di pensare che poi alla fine della settimana di malattia si sarebbe trovato un modo per incularmi di nuovo a quelli del comune.

2. La carogna A

Alla fine fummo cacciati dal paradiso, e non poteva essere altrimenti. Doveva essere un giovedì quando accadde perché da allora ogni giovedì mattina mi svegliavo con un dolore lenito e asciutto dietro la schiena che ricordava la vergogna che provammo la prima volta, quando nudi dovemmo lasciare l’eden per venire a riparare nelle periferie pulciose del mondo e nei vicoli della storia. E’ da allora che imbrattiamo corpi di liquido seminale, e che ci tocchiamo sotto le mutande come ladri, ognuno con un dolore diverso ma identico per profondità a quello degli altri. Anche il dolore si sono messi a fabbricare in cielo e lo fanno pure bene, te lo fanno desiderare, costa poco e innalza lo spirito. L’ufficio marketing di Dio ci sa fare, niente da dire. Per quello che mi riguardava, io neanche mi sarei salvato. Avrei aggiunto la mia carogna a quella degli altri, ordinata nella fila delle carogne, tanto per non correre il rischio di sbagliarmi. Da quando mi avevano buttato fuori dalla clinica, avevo dato fondo a quasi tute le mie riserve di soldi, quelle oneste e quelli sottratte, con furbizia e intelligenza durante i miei traffici privati alla contabilità. Mi restavano alla fine, solo duemila euro, banconote accartocciate in un bicchiere di porcellana nella credenza vecchia di cent’anni. Basta lavorare mi dicevo, non potevo mica andare avanti per molto a svegliarmi presto. La pelle perdeva di consistenza ogni volta che la sveglia suonava e durante il tragitto che facevo per arrivare al garage, un vento freddo sbatteva sul torace e scavava feroce dentro alle ossa del costato dei buchi dove un male carognone alla fine ci avrebbe piazzato dentro le sue solide fondamenta. Non che non volessi morire, anzi delle volte me la figuravo volentieri la mia morte, i tempi, quelli non mi convincevano del tutto. Che fretta ci stava dopotutto? Quanto ancora in basso avrei portato il mondo passeggiando nei suoi viali? Non molto più di quanto l’altra umanità là fuori ci stava riuscendo. E allora me ne uscivo, la mattina, andavo a fare la spesa nei supermercati, quelli dove si risparmia a discapito della qualità, ma da qualche parte bisognava pur cedere, in fondo lo trovavo giusto. Compravo la pasta, le pelate, il dentifricio contro la placca e il tartaro e tutti i microbi che provano a mangiarti dall’interno, quelle bestie schifose che da dentro ti divorano in silenzio. Le avrei spazzate tutte fuori con uno spazzolino ergonomico che gli scienziati giapponesi provavano nella stanza del vento. E poi quando uscivo dal supermercato, mi fermavo al caffè che stava sulla strada, dove dietro al bancone serviva Loredana. Sapevo come si chiamava perché Loredana c’aveva un cartellino di plastica appuntato sul seno con scritto Loredana. Mai avrei osato chiederglielo il suo nome, perché ero pieno di fisime e di paranoie riguardo il mio aspetto fisico. Una di quelle insicurezze che ti ammazza prima, che ti indebolisce. Bevevo un caffè e mangiavo una pasta con i pezzetti di cedro verde dentro e lo zucchero a velo sopra. Più d’una volta ho rischiato di affogarmi con lo zucchero a velo che si posava sulla gola facendomi venire la tosse e facendomi andare di traverso quello che stavo mangiando. Loredana allora mi passava un bicchiere d’acqua di sotto la fontana, perché la minerale si pagava e a modo suo mi salvava la vita. Io ringraziavo e me ne andavo e dentro la testa memorizzavo le immagini per riciclarle nell’oblio della masturbazione, nella dolorosa ricerca solitaria del piacere, che pure il più infame dei cani necessita.

Stavo a San Giovanni in una casetta dalla quale si vedeva il mare, piccola e con consistenti perdite di acqua da più parti per via di un impianto idraulico fradicio, composto per lo più tubi bucati e giunture fallose. Gli scarichi pure erano lenti a prendersi l’acqua a causa delle incrostazioni di calcare che stavano appese come stalagmiti nei tubi. Allora l’acqua non voleva proprio saperne di fare quello che le era chiesto, si limitare a circolare per casa allo stato brado, e qualche volta ho pure temuto che m’azzannasse quella bestia feroce e umida. Su tutte le fontane ci stava una pezza sopra per contenere gli schizzi e un secchio sotto per raccogliere il liquido anarchico. Attraversai il vialetto del condominio scansando gli sputi che si cristallizzavano verdi per terra e ascoltando la musica proveniente dalle radio accese delle casalinghe dell’alveare condominio. Il custode, ape regina indiscussa dell’alveare che si opponeva validamente all’amministratore del condominio a causa di un certo carisma e di modi gentili da gran carogna sempre teso a chiedere soldi, mi chiamò presso la portineria e mi diede un telegramma. Era un foglietto bianco spillato. Esitò quasi a toglierselo dalle mani perché sicuro lui voleva sapere dentro cosa ci stava scritto, perché quando ti arriva un telegramma, solo una cosa significa; che qualcuno è morto. Infilai il telegramma nella tasca e mi avviai verso l’ascensore. Il piano era quello di aprire il foglietto nell’intimità dell’ascensore, poi, a causa di un’attesa che si prolungò inaspettatamente per via di qualcuno che probabilmente si stava tirando una sega dentro all’ascensore, aprii il foglietto anticipatamente. Era morto zio Stefano, il fratello di mio padre. Di qualche malattia, a causa della febbre, forse un infarto, oppure un ictus, insomma un brutt’affare. Il telegramma me lo aveva mandato mio fratello, la più grande carogna vivente, la carogna A. Nel telegramma ci stava scritto che avrei dovuto presenziare alla sepoltura dello zio, che stava ad Alessandria, perché lui era emigrante e che a causa della burocrazia, ci voleva per forza uno della famiglia a firmare e ad assistere a quando calavano la bara nel terreno. Ci volevano troppi soldi per portare il defunto da Alessandria a Napoli, e tutto sommato, se zio Stefano se ne era andato da Napoli da vivo, con le gambe sue, perché dovevamo riportarcelo noi, in questa terra arida e maledetta, per di più coi soldi nostri? Zio Stefano sarebbe rimasto ad Alessandria per l’eternità, monumento all’emigrazione nazionale, la più infame delle emigrazioni. Il telefono di casa ancora ce lo avevo appeso al muro, ma a telefonare non telefonavo mai a nessuno io, che tanto niente c’avevo da dire, però quando entrai a casa, come una bestia telefonai alla più grande carogna della storia, per chiedere coma mai ero stato proprio io, delegato ad andare a presenziare a firmare all’affossamento di quell’altra carogna di zio Stefano fino ad Alessandria! Mio fratello, la carogna A sapeva il fatto suo, ad ogni domanda mi dava la risposta esatta, poi però disse che lui e mia sorella mi avrebbero dato i soldi necessari per la sepoltura, per il viaggio in treno e per dormire due notti in una pensione, che la distanza era così tanta che non potevo fare tutto nel giorno stesso. Subito allora, mi prese quella sensazione dolce del viaggio, del distacco, seppur breve dalle mie angosce idrauliche e lavorative che tutte e due stavano a Napoli. E poi in fondo era tutto pagato dalla carogna A e dalla carogna B che era mia sorella. Avrei speso tutto, anzi, per quello che riguardava avrei pure cercato di fare debiti a loro nome, se ne sarebbero pentiti presto di avermi lasciato in giro coi loro soldi. Riagganciai il telefono rilassato e la rabbia che dentro covavo si era placata, affievolita da quella prospettiva più ammaliante del viaggio sponsorizzato e dall’alienazione volontaria a scopo di rilassamento da quell’ambiente che da sempre mi era risultato ostile. Il condominio alveare, rumoroso e puzzolente, il portinaio ape regina coi denti d’oro, il ricordo vivo del licenziamento dalla clinica a causa di certi ammanchi in cassa. Era giunto il momento di andare via. Bisognava comunque che mi sbrigassi perché lo zio, come dire, si consumava ogni giorno di più e non si poteva mica arrivare ad Alessandria che quello era giusto ossa. La carogna A mi aveva detto che lo tenevano in una cella frigo dell’obitorio di un ospedale e che quando arrivavo dovevo andare all’ospedale, che loro prima me lo scongelavano un poco e poi lo portavamo al cimitero. La carogna A mi disse che aveva già preso accordi con tutti, con quelli dell’obitorio, con i becchini e con il cimitero, e che dovevo stare tranquillo, che era tutto a posto, dovevo solo andare e pure di fretta, che sarei dovuto partire il giorno dopo che non si poteva aspettare oltre.

 

 

 

 Intervallo
 

 

Adesso sono seduta sul cesso e fisso la vasca. La porcellana di cui è composta riflette la luce delle lampadine. Esplodono da qualche parte scintille microscopiche. Il mio fragile cuore intrappolato nella ceramica. Devo uscire e comprare lo yogurt ai fermenti lattici attivi, pagare il condominio, prendere lo shampoo e fare una spagnola veloce con mio marito Raimond. Ma solo nella tarda mattinata prima che parta, e poi dopo lo uccido. La televisione annuncia che quelli che verranno saranno i giorni più caldi dell’estate e che bisogna bere molta acqua e non mangiare molto. I reni ed il fegato sono gli organi che più di tutti ne risentono. Il mio fragile cuore intrappolato in un ospedale. Mio marito ha una Porsche che raggiunge i cento chilometri orari in pochi secondi, tre o quattro, ma ha detto che dipende anche dal vento e dall’aderenza delle ruote sull’asfalto, ci puoi avere anche le Bridgstone ma se la strada fa schifo sotto, allora è meglio che prendi una Bmw se delle prestazioni non te ne frega tanto. Da poco abbiamo ristrutturato il salone della nostra casa. Adesso abbiamo dei quadri alle pareti ed un pavimento con delle grosse mattonelle color marmo. Le pareti sono bianche e io ogni tanto ci metto la pianta dei piedi sopra per sporcarle. Detesto quella stanza, nonostante il desiderio di ristrutturazione sia partito da me. Raimond ha chiamato l’architetto d’interni che ha studiato la planimetria della stanza, che poi alla fine si è rilevata un rettangolo semplice, e l’ha messa sulla carta millimetrata. Poi sono venuti gli operai e hanno fatto tutto per bene. Sulla parete nord del salone c’è una fotografia di Raimond mentre strige la mano al presidente della federazione. E’ tenuta su una base di legno e coperta con un vetro per proteggerla dall’usura del tempo. Sto lavorando per riportare il salone allo stato originario a sua insaputa. Con un piccolo martello ho scheggiato alcune mattonelle e adesso ho intenzione di rigare con un temperino la porta di legno. Per i lampadari non ho ancora pensato a niente. L’impianto elettrico invece penso sia semplice da sabotare così come gli infissi ed i termosifoni. Raimond è uno che vince sempre, non importa il risultato finale, e non lo dico tanto per dire. Fa l’arbitro internazionale. Tecnicamente non è un professionista, nel senso che non è stipendiato dalla coni, ma riceve i rimborsi delle trasferte e per spese a vario titolo. L’anno scorso gli hanno dato centomila euro per dirigere undici partite della coppa uefa. Poi c’è la coppa campioni che adesso si chiama champions ligue, e le qualificazioni per i mondiali. Corre per il campo con la sua divisa nera e quasi mi sembra uno stronzo. Non c’è situazione che non riesca a gestire con uno dei suoi cartellini gialli o rossi e se sbaglia, in televisione dicono che può succedere, però alla federazione lo multano rimborsandolo meno. Finchè sta in mezzo al campo la sua divisa nera lo protegge come un’armatura medioevale, attira l’ira dei tifosi ed il rispetto dei calciatori. Io continuo a pensare che lui sia uno stronzo. Siamo sposati da quattro anni, anche se lo tradisco da molto tempo prima. In genere accetto le proposte degli sconosciuti e la sera, vado da sola nei bar per essere rimorchiata, mi vesto come una zoccola e a letto sono peggio. Mi siedo con le cosce oscenamente aperte in una posa peccaminosa sugli sgabelli dei bar. Il mio fragile cuore intrappolato nel peccato. Ho comprato un cellulare nuovo con un nuovo numero di telefono di cui mio marito Raimond non ne è a conoscenza. Adesso ho cominciato a lasciare il mio numero nei bagni degli autogrill, in quelli della stazione e dei MacDonald’s. Entro con un pennarello nero e scrivo che succhio cazzi, che do il culo e che mi faccio fare tutto. Non ci sono condizioni è tutto lecito. La mia ricerca di uomini è diventata disperata negli ultimi due anni. Ho avuto un numero imprecisato di rapporti con sconosciuti nelle peggiori stanze d’albergo, dove a posto delle lenzuola ci stava un foglio di carta per non toccare lo sperma e gli umori di chi ti ha preceduto dieci minuti prima. Sono stata con uomini anche nei bagni più fetidi della metropolitana, e sulle poltroncine dell’ultima fila dei cinema porno. Ho rimorchiato immigrati marocchini e polacchi al mercato e accettato passaggi da chi si fermava lungo la strada. Una ricerca compulsa di una penetrazione sporca e umiliante per annientarmi. Il mio fragile cuore nelle mani di chi non mi ama. Temo la vecchiaia, le bruttezza e le malattie. L’elasticità dei muscoli e la flessibilità delle giunture sono indispensabili in certe situazioni. Non puoi dire ad un uomo che sei disposta a fare tutto se poi non ce la fai ad alzare una gamba quasi a centoottanta gradi. Il mio fragile cuore intrappolato nel tendone di un circo. Presto ricorrerò alla chirurgia plastica per dare nuovamente tono al seno e per eliminare quelle piccole rughe che si stanno materializzando attorno al collo. Il mio corpo comincia a cedere. Ucciderò Raimond con il veleno. Tutte le grandi storie d’amore terminano con il veleno. La praxtmina è una molecola facilmente scindibile. L’effetto maggiore si ottiene estraendola completamente e dissociandola dalla re-prextmina, un’altra molecola con la quale è quasi sempre associata. Ottenerla è una questione piuttosto semplice, non s’immagina neppure quanti veleni si possono acquistare nei supermercati. La praxtmina si trova in modeste quantità nel sapone che si usa per lavare i cani. Si tratta di saponi chimici con effetto antiparassitario. Se il vostro cane ne mangia un bel pezzetto muore. Per uccidere un uomo ce ne vuole molto di più. Bisogna comprare almeno trenta saponette e metterle in acqua calda. Dopo alcuni minuti il sapone sarà diventato completamente liquido e l’acqua avrà un aspetto torbido con un colore indefinito tra il rosa e il blu elettrico. Bisogna aggiungere adesso dell’acido nicotico che si trova nell’acetone che si usa per struccare. Occhio e croce ce ne vogliono dieci confezioni. L’acido nicotico aggredisce la re-praxtmina e la dissocia dalla praxtmina e la fa scendere sul fondo. Bisogna aspettare tre ore, che tutta la praxtmina si posi sul fondo, e poi con un secchiello bisogna svuotare la vasca. Nell’acqua che resterà sul fondo della vasca ci sarà una concentrazione di praxtmina altissima. Questo l’ho trovato su internet e per provarlo l’ho testato sul cane dei vicini. Una notte ne ho aggiunto un pochino nella sua ciotola, lui ha bevuto tutto e il veleno ha cominciato a fare effetto dopo dieci minuti. Si è prima lamentato, ha poi emesso qualche rantolo e poi è morto. Zampe all’aria e bava bianca. Il mio fragile cuore intrappolato nella bava di un cane. Raimond è bisessuale. Ogni tanto va con degli uomini che incontra nelle sue trasferte di lavoro. Le esperienze più belle lui le scrive su un diario che sa che io leggerò. Lo lascia nel suo cassetto. Ho letto che durante l’ultima trasferta dell’Ajax a Stoccarda si è scopato il guardalinee. Ha scritto che hanno aspettato come due vipere, che l’altro guardalinee si avviasse all’albergo dove risiedevano e sotto la doccia si sono presi come cani con ancora le divise addosso. Un arbitro che s’incula un guardalinee, incredibile. Sono in un taxi e mi dirigo verso il centro. Il mio fragile cuore intrappolato in una macchina gialla. Sono le undici e il mio cellulare ha squillato parecchie volte oggi. Ha telefonato uno che ha letto quello che avevo scritto in un bar, e voleva sapere se era tutto vero e se c’era bisogno di pagare. Ha detto che se andava bene per me voleva portare anche un amico. Sono fuori dal taxi che passeggio. Le strade sono piene di gente nonostante il caldo. Alcuni ragazzi si tengono per mano e in mente mi vengono i primi momenti di quando io e Raimond ci siamo conosciuti. Che calore che era capace di darmi. Il mio fragile cuore intrappolato nel ghiaccio. Ho sempre saputo della sua bisessualità, tuttavia ero sicura che sarei riuscita a tenerlo sempre con me, stretto e avvinghiato al mio ventre. Il suo cuore era troppo fragile per essere manipolato da un altro uomo, solo io l’avrei reso sereno. Volevamo anche dei figli. Poi l’assegnazione di arbitro internazionale e quella stramaledetta divisa nera da stronzo con i calzoncini corti che ha rovinato tutto. Ho bisogno di prendere aria, sono in ritardo di mezz’ora all’appuntamento con i due sconosciuti, ma cammino piano, lentamente. Con i gomiti tocco la braccia nude della gente che cammina nella direzione contraria alla mia e fumo sigarette light. Mi fermo in un bar per prendere un cognac al volo. Il barista mi versa tutto velocemente nel bicchiere e alcune gocce cadono sul bancone. Vorrei leccarle e fargli tirare il cazzo forte nelle mutande. Dall’altra parte del bar ci sta uno che mi guarda. Vorrei dirgli che ho proprio voglia di un cazzo, magari nel bagno di questo bar oppure ci possiamo mettere nella vetrina così che gli altri ci possano vedere. Ma non glielo dico, bevo il mio cognac e lascio che gli organi interni sintetizzino e rilascino alcol che gira nel sangue e che ammorbidisce i suoni e le forme. Sono le 09.25, tra venti minuti Raimond dovrebbe morire. Nella borraccia che lui usa per bere nell’intervallo tra il primo ed il secondo tempo, ho messo la praxtmina. Come ho fatto con il cane dei vicini. Da alcuni calcoli che ho ipotizzato, un uomo di settantanove chili dovrebbe sentire i primi malori dopo venti minuti, ma sono calcoli approssimativi elaborati più con il buon senso che con un ragionevole supporto scientifico. Raimond si dovrebbe accasciare e respirare pesante, gli occhi si dovrebbero iniettare di sangue e a questo punto è tardi per qualunque tipo d’intervento. Il cuore di Raimond sarà troppo fragile per la praxtmina. Morirà senza rendersene conto talmente che saranno forti i dolori nelle viscere e forse sarà colpito da una diarrea nell’area del centrocampo. Scatteranno tutti i flash dei fotografi e ne parleranno i telegiornali. Forse sospenderanno la partita ed i tifosi inveiranno ancora una volta verso di lui. Sii imparziale stasera Raimond, che sarai tu quello a essere giudicato. Usa con parsimonia i tuoi cartellini e fischia poco, solo chi non giudica non sarà giudicato. Ti farò seppellire con la tua divisa da arbitro. Il mio fragile cuore intrappolato in una bara di vetro.

 

 Ipotesoga
 

Ho freddo, sono in ipotermia. Il cellulare segnala con un bip che la batteria si sta scaricando. Ecco, adesso in questa stanza siamo in due che stiamo morendo, ognuno nella maniera che può. Non mi ricordo che giorno è oggi, a che giorno del mese stiamo, forse ho le mestruazioni ma non mi ricordo. Forse è questo il motivo per il quale mi sento bagnata sotto, in mezzo alle gambe. Forse mi sono urinata addosso. Dovrei alzarmi, andare in bagno, contarmi le dita, vedere se ho ancora due occhi, se è tutto a posto. Vorrei mandare un messaggio a Marco per dirgli di venire qui ma il T9 non riconosce la parola ipotermia e nell'altra maniera non ci riesco a scriverla. Portami la felpa della Richmond con la cerniera lampo e il collo alto, fa niente che stiamo ad Agosto, glielo avrei spiegato una volta a casa. Stanotte ho preso una bustina di eroina e l'ho fumata sulla carta argentata. Ho anche fumato due pacchetti di sigarette insieme perché altrimenti mi sentivo sola con tutta quella roba che mi girava in corpo. Mi sono addormentata con la sigaretta in mano e mi sono ustionata una gamba. Non ho sentito dolore. Anestetizzata. Avrebbero potuto tirarmi via un rene e non avrei sentito niente. Adesso ho una bolla viola piena di liquido dentro. Erano due anni che non usavo eroina e l'ultima striscia l'ho tirata perché la gola si era stretta e non ci passava più niente. Ho ascoltato per tutta la notte il disco che mi ha portato Gloria con dei gruppi che non conoscevo. La terza canzone era bella e l'ho messa in loop per 21 volte consecutive. Quando il loop è finito ed è cominciata la quarta canzone sono andata in paranoia senza capire il motivo della mia inquietudine. Ho cominciato a grattarmi tutta e adesso ho dei grossi graffi sulle braccia. Sembra che durante la notte sia stata assalita da un cane oppure da un pipistrello. Magari è successo davvero, è andata proprio così. Non lo posso escludere. In certe situazioni non si può escludere niente. Sulla bolla ho messo il dentifricio, come si diceva quando ero bambina, è l'unica cosa che ho in casa, il dentifricio. Sono seduta a terra vicino al termosifone con una coperta sulle gambe. La coperta è verde con dei quadroni verdi ma più scuri del colore di sfondo. Il termosifone è acceso e io ci sono appoggiata contro con la schiena. Continuo ad avere freddo, forse sto morendo. Da una microfessura della persiana vedo la mia vicina di casa con una maglietta cortissima che le lascia tutta la pancia di fuori. Fuori c'è il sole e fa caldo, in molti saranno andati al mare. A terra ci stanno i fogli di carta argentata tutti macchiati con delle strisce nere e bruciature. La settimana passata Marco ha detto che sentiva un desiderio di paternità e che voleva un figlio, che lui si era stancato di vivere solo per se stesso. Magari avrebbe cominciato prendendo un gatto, ne aveva visto uno piccolo nella strada dove abitava, al limite lo avrebbe riportato in quel posto. Sarebbe stato sicuramente più facile con un gatto e per cominciare andava bene. Aveva tirato speed per tutta la mattina quando ha detto questa cosa. Le anfetamine ti fanno dire queste cose, ti aprono il cuore, ti fanno sentire disponibile verso l’umanità. Non bisognerebbe mai farsi di eroina quando si è da soli, è scritto in tutti i libri che trattano di questi argomenti. Ti passano per testa pensieri strani. Sta finendo il terzo pacchetto di sigarette. Non dovresti più farti di eroina se sei uscita da una comunità da pochi mesi. I tuoi genitori non ne sarebbero contenti, neanche a lavoro piacerebbe. Non lo so perché l’ho comprata. Ieri sono andata a rota all’improvviso, nelle prime ore del mattino, un pensiero che avevo fatto durante la notte, l’ho metabolizzato, gli sono poi sbucate le gambe ed è andato a comprarsi l’eroina da solo. Quando ho aperto la bustina un odore fortissimo mi è entrato nel naso. Ho vomitato subito. Poi ho messo tutta la roba su un foglio di carta e con la carta bancomat prendevo solo quella che dovevo fumare. Ne mettevo un poco sulla carta argentata e poi chiudevo quello che restava nel foglio di carta. Dicevo che poi l’avrei usato il giorno dopo o l’avrei buttata dopo quel tiro. Invece l’ho presa tutta. Il freddo l’ho cominciato a sentire da tre ore, da quando ho acceso il registratore e ho messo questa cassetta. La mia voce non è sufficiente a riscaldarmi. Ipotermia. Il T9 scrive ipotesoga.

 

 Ferro filato
 

Nel 1989 per diventare uomo a Napoli ci volevano diecimila lire. Me le diede mia nonna le diecimila, mi disse di conservarle, di scriverci sopra la data con la penna, che avrebbe voluto rivederle l’anno seguente quelle diecimila lire. Che coraggio che ebbi ad andare da solo, dalla signora che ti faceva diventare uomo, sulle scale del vicolo, aspettando che la lanternina rossa fosse spenta, perché se dentro ci bruciava il fuoco significava che stava diventando uomo qualcun altro. Da dentro quella casa, spostando la tenda che faceva da porta paravento barriera diga, ci uscivano giovani e vecchi, perché si diventa parecchie volte uomini, a tutte le età e comunque uomini bisognava restarci una volta diventati. Aspettai nel buio dell’angolo, sullo scalino di pietra, dal quale si vedeva la tenda chiusa. Ci uscì un vecchio che s’accomodò il pantalone sulle scale, tanta era la fretta che c’aveva per andarsene il vecchio. Se avessi saputo che cosa fosse un infarto mi sarebbe certamente venuto. Aspettai incerto sullo scalino di pietra che succedesse qualcosa. Quando il vecchio mi passò di fianco, con l’odore di brillantina, con le rughe disegnate, con il buco di capelli in mezzo alla testa, feci finta di non vederlo. Lanciai lo sguardo nelle venature della pietra, negli intarsi scavati dal tempo. Poi s’affacciò la signora, dalle scale della casa. Non ti può venire un infarto se non sai cos’è un infarto. S’appoggiò alla ringhiera arrugginita e spense con le dita la fiamma dentro alla lanternina soffocandola. Restò affacciata a fumarsi una sigaretta con le cosce chiatte e una vestaglia coi fiori verdi ad asciugarsi il sudore sulla fronte. Mi vide. Eppure ci mise qualche minuto per capire. L’avevo sopravvalutata in un certo senso, non potevo mica essere io a fare il primo passo. Non mi dire, disse la signora, ma davvero, peserai si e no quaranta chili? E io alzai gli occhi inevitabilmente. Vieni, vieni, sbrigati, sali. Mano a mano che salivo le scale la vedevo sempre più chiatta la signora. A occhio e croce doveva essere tre o quattro volte più grossa di me, e non solo per l’età, ma proprio per lo spessore, per la carne che c’aveva attorno alle ossa. Il mio apparato articolare era tutto in bella mostra, bastava toccarmi per farmi una radiografia, bastava restare in silenzio per ascoltare preciso il battito del mio cuore. Le mie ossa erano giusto cartilagini, la mia spina dorsale era soffice, un filo di ferro che stava nella schiena a tenere le altre ossa tutte insieme. Alla signora invece le ossa non si vedevano, le vene delle gambe quelle si che si vedevano, verdi e gonfie. La signora rideva come dire, di un sorriso materno, di una che la sapeva lunga. Riaccese la lanternina con l’accendino e mi spostò la tenda per farmi entrare temendo quasi che non ce la facessi da solo. Dentro era buio come si doveva, si diventava uomini al buio, quasi fosse peccato, roba da raccontare tutto al prete subito e vedere se ci stava qualche via di scampo, se c’aveva un’assoluzione pronta. Sentivo già le fiamme dell’inferno fondere il ferro filato che mi sosteneva. Passammo attraverso la cucina e arrivammo in una stanza più piccola, con un lettino lungo la parete. La luce entrava per mezzo di una finestrella in alto sulla parete opposta. Poi la signora si stese su un lettino e si alzò la vestaglia fino alla pancia. Da sotto ci uscì una specie di maglioncino nero di peli arruffati. Cercai di non svenire dallo schifo. Le molle del materasso si espansero per tutta la loro estensione lanciando un grido metallico. Le cosce chiatte si allargavano ancora fino a trasbordare e per quanto la signora le tenesse aperte le cosce, quelle si toccavo ancora, chiatte com’erano. Un fetore di carne e sudore avvolse la stanza come una morsa maligna. Era più difficile di quanto avessi calcolato in un certo senso. La signora m’inviata a salirci sopra, ad andare sopra di lei. Era come salire su uno scoglio, o su un muretto, ci voleva qualcuno che ti aiutasse, non era una cosa da potersi fare da solo. Mi feci coraggio allora e mi stesi sopra la signora tutto vestito, uguale a come ero entrato in casa, attraverso la tenda. La signora sospirò, scoraggiata e divertita, e l’alito suo sapeva insieme di fogna e di gatto morto che avevo trovato due anni prima nel campo dove andavo a giocare, e da allora ancora ce l’avevo nel naso la puzza di quella bestia, al sole, sotto alle mosche, con una zampa in meno. Io stavo steso sospeso sopra la pancia della signora che quella cominciò a spogliarmi. Le braccia erano spesse quanto la mia cassa toracica, il su polso aveva lo stesso diametro della mia gamba. Mi sbottonò il pantalone e la cinta e quando gli impedimenti meccanici furono elusi, di botto mi tirò giù i pantaloni. Solo le mutandine restavano come sottile membrana di cotone dozzinale tra un bambino e un uomo. In niente la signora le tirò via. Il mio coso, duro appuntito adesso lo strofinavo sopra le cosce chiatte della signora, in apnea perché a respirare, con la faccia vicino alla faccia della signora non si poteva. La signora allungò la mano, in mezzo al mio ferro filato e in mezzo al suo grasso e me lo prese con due dita, tra le unghie quasi, con delicatezza, come una mollica di pane. Se lo indirizzò in corpo, in un pertugio umido, ampio e confortevole. D’un tratto il vigore avvolse il filo di ferro che mi costituiva e m’incendiai come il filo di tunghsteno delle lampadine, come la resistenza di una stufetta elettrica. Davo dei colpi profondi e mi stupivo che in mezzo a tutta quella carne avessi trovato la mia strada. Mi meravigliai della natura, dell’ingranaggio preciso, studiato a tavolino, niente di approssimativo come in fondo m’immaginavo. Davo un colpo e respiravo forte. Neanche più il fiato della signora mi dava fastidio adesso, il sangue circolava forte, potevo tollerare tutto a quel momento, l’avrei raccontato tutti, manco il tempo di uscire che l’avrei raccontato a tutti. Un bicchiere di sangue caldo e mezzo metro di ferro filato ecco che cos’ero. La signora mi lasciò contorcere e sbattere, tanto lei lo sapeva che quelle cose non andavano per le lunghe. E difatti. Un minuto durarono le mie evoluzioni nel pertugio della signora che un calore incontrollabile avvolse la mia puntina. Schizzai quello che c’era da schizzare. Forse svenni in mezzo a tutta quella carne. La signora mi prese di forza e mi sollevò dalla sua pancia. In pratica mi ritrovai in piedi di fronte a lei con la mia puntina bagnata e vibrante che non riuscivo a fermare. Sembrava che dentro c’avesse una molla. La signora si aggrappò ad un anello metallico che stava sulla parete e con l’aiuto di quello si alzò. Si abbassò la vestaglia e mi tirò dalle tasche le diecimila lire della nonna. Adesso si trattava solo di farlo sapere in giro.

Patrick del grande fratello

Stavamo in macchina io e Pinocchio. Dentro la radio cantava gigi d’alessio. C’avevo un dischetto con tutto il meglio intitolato Napoli super live, che in commercio non esisteva. Io guidavo e stavo attento a non prendere le buche che altrimenti si sfondava tutto. La tangenziale era affollata e le luci rosse dei fari delle macchine mi lasciavano una scia dentro agli occhi. Pinocchio fumava le diana rosse che erano uguali alle marlboro rosse ma costavano un euro di meno.
La ragazza l’avevamo vista poche ore prima al Vibes. Era vestita da troia con una gonna rosa che sembrava di plastica.

“Vuoi ballare con me?” le disse Pinocchio urlando sotto alle casse, e quella fece finta di non sentirlo.

“Come ti chiami?” urlò Pinocchio, ma quella troia fece finta di niente.


Pinocchio aveva la camicia con scritto richmond dietro alla schiena e i capelli con la gelatina. Avrebbe potuto anche dire di no, oppure, scusa ma voglio starmene da sola. Invece lei faceva finta di niente, e trattava Pinocchio come un tamarro qualsiasi. Allora Pinocchio è andato al bagno e ha trovato a quello di Portici che toglieva le pasticche. Roba che veniva da Amsterdam ma che poi si sa che la facevano a Napoli, al massimo a Roma. Quando è uscito dal bagno Pinocchio aveva gli occhi più grandi e fumava le diana rosse a polmoni aperti. Voleva bene a tutti e si sentiva felice. Si avvicinò di nuovo alla ragazza che ballava.

“Io mi chiamo Pinocchio, e lavoro in una fabbrica dove facciamo i contenitori di plastica per l’algida”.

Ma la ragazza si girò dall’altra parte. Pinocchio si allontanò e andò a ballare sotto alla consolle vicino a una tardona con le gambe chiatte. Gli dissi che era meglio che ce ne andavamo perché le ragazze in quel posto erano troppo belle per noi e lui disse che dovevamo aspettare fino alle undici perché doveva arrivare patrick del grande fratello. Quando si fecero le undici le luci nella sala si abbassarono e il dj annunciò che stava entrando patrick. Mise la musica del grande fratello e sulla consolle salì patrick che era bellissimo e abbronzato marrone di lampade. Pinocchio mi disse che anche lui si voleva fare le lampade e diventare con la faccia marrone. Poi patrick disse che aveva dei progetti per il futuro ma che non poteva ancora dire niente perché non erano cose sicure e ringraziò i fans e disse che la sua vita era cambiata. Anche la ragazza che ballava stava sotto la consolle a gridare. Poi patrick del grande fratello se ne andò dopo cinque minuti e il dj mise di nuovo la musica. Pinocchio mi prese per un braccio e disse che ce ne dovevamo andare. All’uscita mostriamo al buttafuori le tessere che avevamo pagato e poi andiamo nel parcheggio. Entriamo in macchina e Pinocchio si accende una sigaretta, abbassa il finestrino perché sente caldo e vede uscire la ragazza che ballava. Mi fa segno di spegnere i fari. La ragazza si avvicina alla portiera della sua lancia ipsilon bianca ma Pinocchio le mette una mano sulla bocca e la tira a sé. La butta a terra e quella si sbatte forte con le gambe. Pinocchio mette una mano sulla bocca di lei e con l’altra le fruga in mezzo alle gambe.
“Adesso vuoi dirmi come ti chiami?” dice Pinocchio.

Nel frattempo le aveva tirato giù le mutande e con le dita si faceva spazio. Poi lo cacciò da fuori e prima glielo strusciò caldo com’era sulle cosce e poi provò ad infilarglielo dentro ma non entrava. Allora Pinocchio si fece una sega e venne addosso alla ragazza. Gli schizzò sulla pancia e sulle gambe, sulla maglietta e sulla gonna di plastica rosa. Poi la ragazza ad un certo punto non si muoveva più. Allora pinocchio sfinito le tolse le mani dalla bocca e quella fece prima una specie di colpo di tosse ma con un suono gutturale e profondo, poi riprese a respirare ma restò svenuta. Ci mettemmo in macchina e scappammo. Di essere trattata in quel modo quella se l’era meritato, ma che morisse mi dispiaceva. Era una ragazza così bella che non poteva morire, allora telefonai al 112 e dissi alla polizia che stesa a terra nel parcheggio del Vibes ci stava una ragazza e che patrick del grande fratello l’aveva violentata.

 

 

 Appunti sui cani morti
 

 

Lungo la strada che mi porta a lavoro oggi ho contato quattordici cani morti. Un incremento del sessanta percento dal giorno di massima densità del mese scorso. Se ne stanno a pancia sotto con le zampe rigide, diventano di legno dopo un paio di ore dall’incidente. La maggior parte si trova sul ciglio della strada, accasciati sotto al guardrail, spazzati via dalla corsia dai battistrada delle macchine, per altri invece, la sorte vuole che marciscono sulla linea che divide le due corsie. Quella posizione annienta ogni probabilità che qualcuno ne raccatti la carcassa per lasciarla decomporre altrove. Li sposteranno le auto in sorpasso. I gatti sembrano in netta diminuzione. Stanno imparando, oppure si stanno estinguendo in qualche altra maniera, due sono le cose. In ogni caso, le carcasse dei gatti sono più discrete, mi viene sempre voglia di accarezzarli anche se il loro pelo prende la consistenza dei maglioni che si comprano nei supermercati. La strada che faccio tutti i giorni è una lingua di cemento velenosa che lambisce, sfiora, accarezza la città, senza mai entrarci dentro. Se ne guarda bene a entrarci dentro lei. Si vede che c'ha paura dei traffici che la gente di queste parti tiene in piedi tutti i giorni, non ha voglia di sporcarsi le mani. Io guido e cerco di non guardare i cani morti. Lo faccio per concentrarmi e per non avere perdite dell'attenzione mentre guido. Cerco di tenere il conto dei cani più che altro. E anche dei gatti, che comunque sono di meno. Delle volte noto qualcosa sul ciglio della strada e allora rallento, rasento la linea bianca di fine corsia, per accertarmi che quello là terra sia proprio un cane. Delle volte prendono strane posizioni. Ad esempio, capita anche che se stiano coricati su un lato con la testa rivolta verso l'interno del corpo. Allora diventa difficile riconoscerlo da subito e mi devo avvicinare proprio bene per accertarmi che sia un cane e non un pneumatico abbandonato ad esempio. Stavo dicendo della strada. Nelle piazzola di sosta ci stanno ferme delle macchine, si tratta di vecchie Y10 e fiat uno per lo più. Dentro c'è gente che parla al cellulare agitando le braccia oppure fuma il crack sulla carta argentata. Poi vomitano fuori dal finestrino, lato esterno corsia, e se ne vanno camminando in mezzo alla corsia. In generale i cani morti sono più affascinanti. Sembra che sia il lavoro di un'artista funebre. I cani morti sulla strada sono il futuro dell’arte moderna, hanno la capacità di trasmettere delle cose, mentre le persone ferme dentro alle auto niente. Non mi è mai capitato di vedere sulla stessa piazzola un cane morto e una macchina ferma. Esiste un'alternanza cosmica che prevede un ordine, un moto ordinato di eventi e di presenze più o meno vive nelle piazzole di sosta. Di questo passo i cani si estingueranno presto. Se continueranno ad attraversare la strada saranno sterminati in tempi brevi. Bisognerebbe compilare una statistica sulla percentuale di cani che riesce ad attraversare la strada e confrontarla con il numero di quelli che ci muoiono. La mia idea è che la percentuali si equivalgano, come dire vita contro morte 4 a 3, ecco. E' il leggero ottimismo che mi porta a fare queste riflessioni a tendere in lieve favore per la vita, seppur di poco. Quello dei cani morti sulla strada è un problema che sento molto e non ho nessuna strategia per evitare che ciò accada. E' strutturalmente impossibile che un cane attraversi la strada. L'unica soluzione sarebbe quella di innalzare delle reti lungo l'intera rete stradale per evitare che i cani abbiano accesso alla corsia. I costi e i tempi sarebbero enormi e poi non penso che a nessun governo stia a cuore questo problema. E' un problema di noialtri. Negli ultimi anni ho notato un fenomeno piuttosto interessante che riguarda i cani randagi, in particolare la loro struttura sociale. Li vedo sempre più spesso camminare in piccoli gruppi in formazione triangolare, come quella degli stormi, con alla punta il capo del gruppo, il dominatore, ai lati gregari, vicini per motivi impossibili da comprendere al capo e sui bordi semplici affiliati, cani che altrimenti se ne starebbero da soli. Ritengo che sia questa consapevolezza di stare scomparendo, della loro estinzione in corso lungo le strade a farli stare insieme, a formare un gruppo che si identifichi nel problema. I cani vivi in un certo senso prendono coscienza di se stessi solo attraverso morte, luce generata da ombra.

 

 Cerotti
 

 

In ufficio sono andato in bagno e ho trovato la cassetta del pronto soccorso. L’ho aperta e dentro c’erano dei cerotti. Sulla scatola c’era disegnato un bambino. Ho messo un cerotto sulla mano destra e sono ritornato alla scrivania. Tutti mi hanno chiesto come mi fossi tagliato. A uno gli ho detto che mi ero tagliato con la carta a un altro mentre caricavo una spillatrice. A due colleghe ho chiesto se volevano vedere la ferita ma per fortuna hanno rifiutato. Mi sono lamentato tutto il giorno e ho chiesto due ore di permesso. Sono andato in farmacia e ho comprato una bottiglietta di mercurio cromo e delle garze. Nel garage mi sono bendato un braccio e ho bagnato la garza con il mercurio cromo. Sono salito a casa e mia madre per poco non moriva. Le ho detto che ero stato investito da un motorino e che era scappato il bastardo. Mia madre ha detto che dovrebbero vietare la circolazione ai motorini e le ho detto che aveva ragione. Abbiamo parlato un altro po’ dei motorini e siamo andati a dormire. La mattina seguente prima di andare in ufficio sono passato in farmacia e ho comprato un collarino. In ufficio ho detto che sono stato aggredito per una rapina e tutti hanno detto che viviamo proprio in una città di merda. Tutti mi hanno chiesto i dettagli e gli ho raccontato tutto quello che era successo, da quando mi hanno affiancato con la motocicletta a quando mi hanno minacciato con il coltello. All’uscita da lavoro sono andato in farmacia e ho comprato una stampella. Sono passato dalla mia ragazza e lei si è messa a piangere vedendomi conciato in quella maniera. Zoppicavo che era una bellezza. Le ho raccontato del pitbull che mi aveva aggredito e lei ha detto che dovrebbero vietare ai quei cani di merda e ai loro padroni stronzi di circolare liberamente. Le ho detto che aveva ragione. L’ho salutata e sono andato in una farmacia di turno a comprare una benda per l’occhio. Sono passato a casa di mia sorella e le ho raccontato della cura sbagliata che mi aveva dato l’oculista della asl per l’orzaiolo e le probabilità che avevo adesso di perdere l’occhio. Mia sorella ha detto che certi medici non dovrebbero esercitare. Le ho detto che aveva ragione.

Come occultare il cadavere di una fidanzata (parte II)  

 

Guarda il corpo sul pavimento e conta in un minuto quante volte sbatti le palpebre. Quando arrivi a nove vai a prendere il sacco che sta nell'armadio. Non toglierle lo scotch dalle caviglie e lasciale anche i polsi legati dietro la schiena, servirà a tenere il corpo compatto. Infilala nel sacco partendo dai piedi in maniera tale da trovarti poi un grosso nodo proprio sopra la testa. Trascinerai il sacco da questo nodo ed eviterai che la testa vada a sbattere. Riponi sugli scaffali la batteria della macchina che hai usato per l’elettroshock, il ferro filato, l'acido, le candele e tutto quello che ti è servito. Il corpo deve essere portato fuori dalla cantina a braccio. Questo punto è importante, non provare a trascinare il corpo per le scale. Statisticamente una goccia di sangue riesce sempre a filtrare dal sacco e nascondersi tra gli scalini, e comunque la polizia controllerà per prima cosa le scale della tua cantina. Parcheggia la macchina vicino all’ingresso della cantina e tieni il portellone del cofano aperto. Fallo in pieno giorno, non aspettare orari notturni. Suscita meno curiosità un'esplosione in pieno giorno che una scintilla nel buio della notte. Sorridi alle persone che incontrerai e se qualcuno ti chiederà che cosa c'è nel sacco, rispondi pure un cadavere. Adesso dirigiti in un posto di campagna, nei pressi di una discarica, dove l'odore della plastica bruciata sbatte nelle narici e si confonde con la puzza di un corpo che si decompone. Durante il viaggio non lasciarti prendere dalla nostalgia, evita di percorrere strade che hai fatto con lei e che potrebbero suscitare una reazione emotiva dannosa. Impegnati sulla segnaletica stradale ed evita di commettere infrazioni banali, accendi i fari, usa con moderazione il clacson, metti le cinture, non usare il cellulare, rispetta la precedenza, e fermati al rosso. Quando arrivi al posto prescelto guardati intorno e accertati di essere da solo. Adesso esci dalla strada principale e prendi quel vialetto che va nella boscaglia. Pensa all'ultima volta che non è voluta venire a letto con te. Ora spegni il motore e tira fuori la pala. Fare una buca profonda seguendo tutti i criteri è una cosa lunga e laboriosa. Una buca non è solo un fosso ma una scultura incisa nella terra. Limitati quindi ad una buca lunga un metro e settanta e profonda mezzo metro. Il tempo stimato è di venticinque minuti. Non lasciarti prendere dal panico e vai piano, la buca deve essere fatta bene, anche questo è un punto importante. Per concentrarti pensa all'ultima volta che non è voluta venire a cena con te. Adesso tira fuori il sacco dal cofano e trascinalo fino alla buca. Pensa all'ultima volta che non ti ha risposto al telefono. Allinea il sacco con il lato della buca e ricopri il tutto con terra umida. Passa con la macchina sopra la buca in modo da appianare eventuali dislivelli della terra. Ritorna a casa e mangia qualcosa, guarda una trasmissione e riposati un paio d'ore. Fissa lo schermo della televisione per un minuto e conta quante volte sbatti le palpebre. Quando arrivi a nove telefona al tuo migliore amico e digli che ti eri innamorato della sua ragazza.

 

 Macchina
 

La qualità della pelle è una cosa importante. Io stesso per esempio uso le striscette con strappo della Nivea per togliere i punti neri dal naso e le altre impurità dalla superficie. Idrato la pelle del viso con melanina e latte detergente. Poi c'è la questione dei radicali liberi, degli omega 3 e dell'enterogermina che non è da sottovalutare. La scienza oggi viene incontro alle nostre esigenze in fatto di qualità della pelle. Spero di morire prima che compaiano le macchie sulle mani e sulla schiena. Frequento un centro abbronzante proprio fuori dalla caserma. Anche altri militari ci vanno e ci sono delle grosse crucce di legno sulle quali puoi appoggiare la divisa. Ho fatto la tessera e compro il pacchetto per dieci lampade risparmiandone due. Mentre sono sotto la lampada metto gli occhialini che coprono i bulbi oculari per evitare un riscaldamento eccessivo degli umori di cui sono composti gli occhi e ascolto la musica. Questo centro abbronzante è all'avanguardia rispetto agli altri. Le lampade non solo sono munite di radio come quelle di tutti gli altri, ma hanno il lettore cd così che puoi portarti la musica che più ti piace. Io porto sempre i dischi di Gigi D'alessio che doveva vincere lui Sanremo e non Francesco Renga (attuale marito di Ambra Angiolini). Quando sono sotto la lampada sento la pelle che si riscalda e allora mi sembra di stare sulla spiaggia e mi dimentico che pur avendo una pelle di livello ottimale, come da risultato del test comparso sul numero del mese di maggio di Max, non ho una ragazza. Però non mi sento molto solo. Il sabato sera esco con Marcello Loguano di Crotone (KR) e andiamo in una discoteca dove conosciamo il buttafuori che ci fa entrare sempre, e anche se ci sono quasi tutti uomini, noi ci divertiamo lo stesso. Ci sono anche molti militari che ballano a due a due e quando siamo al bar per bere qualcosa, sembra di stare alla mensa della caserma. Marcello Loguano di Crotone (KR) è in attesa di trasferimento perché dice di avere la ragazza a Crotone (KR) e si deve sposare, ma in caserma non ci crede nessuno. Marcello Loguano di Crotone (KR) non è che sia un bel ragazzo e trascura molto la pelle. Per esempio una mascherina al succo di cetriolo e un trattamento idratante potrebbe anche farlo ogni tanto, e io solo per delicatezza non glielo dico. Usciamo con la divisa perché ci piace che gli altri sappiano che siamo militari. Indossare la divisa significa avere rispetto per la patria e riconoscere la gerarchia, ma soprattutto l’ordine. Ogni tanto andiamo nel centro storico dove girano molti pakistani e molti marocchini e li guardiamo fissi. Aspettiamo che buttino una carta o si accendano uno spinello e li pestiamo perché a noi queste cose non ci piacciono. Quando siamo in discoteca Qqprendiamo una Ceres, a volte anche due, e balliamo sotto le casse la musica house. La musica mi martella forte nel cervello e mi riempie tutti gli spazi vuoti, e allora mi sembra proprio di divertirmi e ballo sempre più forte insieme con tutti gli altri ragazzi che stanno sulla pista. Se vedo una ragazza non troppo bella mi avvicino e cerco di dire qualcosa, cerco di far vedere la mia divisa e di trasmetterle tutti i valori in cui credo. Ma spesso quelle si allontanano e allora io ritorno a ballare con Marcello Loguano di Crotone (KR). Quando poi ci mettiamo in macchina apriamo i finestrini e mettiamo la musica ad alto volume perché abbiamo ancora bisogno di qualcosa che c’intasi il cervello. La cosa che più temo è la noia, è il silenzio nel cervello. Poi andiamo a nigeriane sotto ai ponti di ferro a San Giovanni a Teduccio, vicino all’ingresso dell’autostrada. Per quindici euro le nigeriane ti fanno tutto. Sono un ragazzo con la pelle splendida ed ho i miei impulsi sessuali. Sabato scorso abbiamo fatto tardi perché siamo rimasti bloccati nel traffico sulla tangenziale, e quando siamo arrivati a San Giovanni le nigeriane già non ci stavano più. Marcello Loguano di Crotone (KR) si è quasi disperato e subito ha proposto di andare al centro storico per beccare qualche albanese o qualche rumeno perché a noi l’immigrazione clandestina non ci piace mica. Eravamo delusi e allora stavamo tornando indietro. Poi nel buio abbiamo visto la sagoma di una. Subito le siamo corsi incontro con la macchina e quella si è avvicinata. Prima si è messa paura perché ha visto le divise e poi le abbiamo detto che volevamo solo scopare e allora si è rassicurata. Ha detto che da lei vanno parecchi militari e anche se non portano la divisa lei li riconosce dall’accento delle loro città del sud e dai capelli corti. Abbiamo aperto la porta e quella è entrata e si è seduta sul sedile di dietro. Eravamo di nuovo felici io e Marcello Loguano di Crotone (KR) e abbiamo alzato la musica e pure a quella ci piaceva Gigi D'alessio e ha detto che aveva visto il concerto al San Paolo l’anno scorso. Poi siamo arrivati nel parcheggio e la ragazza ha detto che lo dovevamo fare uno per volta che a lei certe cose non le piacevano e che uno nel frattempo si andava a fumare un paio di sigarette. Marcello Loguano di Crotone (KR) ha detto che potevo cominciare io e allora è uscito. La ragazza si è seduta sul posto passeggero e mi ha messo una mano in mezzo alle cosce. Si vedeva che era una professionista e voleva andare subito al sodo. Io avevo un'erezione non indifferente, lei mi ha sbottonato i pantaloni, mi ha messo il preservativo e poi me l'ha preso in bocca. Sentivo la sua lingua ruvida che mi girava attorno e con le mani dettavo il ritmo movendo la testa dall'alto verso il basso. Poi lei si è sfilata i pantaloni. Mi ha preso la mano e se l'è messa in mezzo alle sue cosce. Io non ho capito subito per via della Ceres che avevamo bevuto nella discoteca e non sono tanto abituato a bere, però quella in mezzo alle gambe ci aveva l'uccello. Era moscio però si capiva che era grande e più glielo toccavo e piano piano quel coso cresceva. Io ho tolto la mano e quella ha fatto come se avesse capito tutto. Poi si è girata e mi ha offerto il culo. Io gli sono salito in groppo e ho cominciato a spingere. La macchina ha cominciato a dondolare, gli ammortizzatori cigolavano e con le mani io le tenevo forte le gambe così che potessi spingere forte e poi le ho rimesso di nuovo la mano in mezzo alle cosce. Cioè prima le tenevo la mano sull'addome e poi sono sceso piano fino all'uccello che era diventato enorme nel frattempo. Mentre glielo spingevo dietro le accarezzavo l'uccello e quella godeva e poi alla fine sono venuto e mi sono afflosciato sulla sua schiena. Sono rimasto così un secondo, e attraverso la schiena nuda della ragazza sentivo il suo cuore pompare forte dentro la cassa toracica. Martellava forte come la musica house nella discoteca. Lei ha detto di andarmene e di chiamare il mio amico. Sono uscito dalla macchina e mi sono incamminato verso Marcello Loguano di Crotone (KR) che stava seduto su un muretto a pochi metri dalla macchina.

"Allora?" mi ha chiese.

Gli dissi di andare in fretta e quello trotterellando, corse verso la macchina. Mi accesi una sigaretta e mi sedetti sul muretto a guardare le stelle.

 

 

 Spettacolo

 

 

Ho le luci puntate sulla faccia e l'iride stretta come una punta di spillo. In questo studio odontoiatrico fa caldo e tengono i condizionatori spenti per via degli ombrelli delle luci direzionali. Il flusso d'aria potrebbe muoverli durante le riprese e si rischia di ripetere tutto ancora una volta, di metterci ancora altro tempo. Adriana ha i denti che spuntano ovunque e sembrano mangiarle le gengive. Spuntano come le spine sullo stelo di un fiore con l'intento di lacerare i predatori e proteggere la creatura nella quale risiedono. L'unica cosa certa è che Adriana e i suoi denti non fanno parte dello stesso organismo. E' chiaro che sono cresciuti dopo, per uno scopo diverso da quello che siamo abituati a conoscere. Adriana e i suoi denti. Il cameraman riprende impietosamente lo scempio. Punta le luci all'interno della cavità orale e riprende il mostro, il calamaro gigante, l'uomo delle nevi, Adriana ed i suoi denti. Io cerco di guardare il meno possibile, questo programma d'altronde non lo volevo fare. Ho il telecomando del condizionatore stretto tra le mani e lo accendo quando non riprendono. Seleziono il movimento ondulatorio delle alette e sul display si accende la scritta swing. Adesso il dentista ha applicato ad Adriana un divaricatore labiale che le tiene scoperta la gengiva. Da questa inquadratura si può vedere bene la radice dei denti, il punto esatto in cui si inseriscono nella carne e scavano nella mascella. Sembrano forti nonostante la loro forma bizzarra. Un gruppo di specialisti la opererà per ridarle una bocca umana. Credo che useranno seghe elettriche e martelli pneumatici e poi tanta ceramica per ricostruire il tutto. La resa dell'intervento non ha importanza, basta che regga fino alla fine della trasmissione, ai titoli di coda a quando mostreremo a tutti il bel lavoro che i nostri dentisti hanno fatto. Dopo che vada a marcire Adriana, lei e quello schifo di denti che si ritrova. Ho intervistato anche il figlio ed il marito ieri, per un piccolo contributo indispensabile alla trasmissione. Il fatto è che la gente vuole vedere come è fatto l'uomo che l'ha ingravidata e se anche il figlio ha ereditato quei pezzi di plastica bianchi sparsi ovunque. Il marito è uno smilzo piuttosto alto. Ha la faccia rassegnata e dedica tutta la sua passione ad un cane spelacchiato che appesta con le sue pulci il loro salotto. Non possiedono un condizionatore e l'aria nella loro casa è intrisa di cipolla che soffrigge perennemente nella loro cucina come un supplizio mitologico inevitabile. E' la nuova televisione questa. Niente sogni e niente bellezza ma orrore. Vogliono vedere come sono fatti da vicino questi esseri schifosi e poi sentirsi buoni nel mettere una pezza dove la natura non ha voluto, ma più che altro vogliono vedere il dettaglio, sentire da Adriana che le sue amiche l'allontanavano, che a scuola le chiedevano di aprire le noci con la bocca e che nessun uomo si sarebbe mai sognato di infilarglielo in quell'inferno di denti anche per un solo istante. I provini per partecipare alla trasmissione sono incredibili. Ho intervistato gente in polmoni artificiali, con gambe in fibra di alluminio, con nasi sporgenti, occhi storti, sopracciglia unite, menti inesistenti, seni troppo grandi, arti paralizzati, donne calve e frotte di storpi a mostrare moncherini su sedia a rotelle. Solo i peggiori sono stati presi, quelli di fronte ai quali il pubblico si rende conto che la natura ha lavorato con il pennello sottile, di fino, ricercando lo scempio estetico-funzionale per l'estetica della disperazione. Opere d'arte a loro modo. Nessuno aveva paura a mostrare i suoi pezzi mancanti e gli ammutinamenti che i suoi organi avevano organizzato. C'era sempre qualcuno che sosteneva di essere messo peggio di quello che avevamo scelto.

La puntata sui denti in realtà cominciammo a girarla due mesi fa. La protagonista si chiamava Elena e per quanto possibile i suoi denti erano messi peggio di quelli di Adriana. Canini aguzzi rivolti verso l'interno e incisivi larghi di colori diversi. Avevamo fatto i primi tre giorni di riprese dai quali ci sarebbero venuti fuori dodici minuti buoni di immagini montate e non s'immagina neanche quale puzza a starle vicino a quella Elena. Poi Elena è morta sotto l'anestesia al quarto giorno di riprese e allora abbiamo fatto la puntata su uno che non aveva i capelli e con il naso storto. Ad Adriana non hanno detto dell'incidente di Elena per il timore che ripensasse e a trovare un'altra con quei denti ce ne sarebbe voluto. Domani la operano. Il dentista ha detto che inciderà la gengiva in più punti per strapparle vie quei mostri ma che non deve temere perchè lei nel frattempo dormirà.

 

 

 

 Sorelle

 

 

Tanto per dire, mia sorella è una cretina. Robertina la cretina, e quando leggerete questo foglio che lascerò appeso sul frigorifero sotto la mia calamita preferita a forma di Spongebob io sarò morta. Per colpa di Robertina io mi butterò giù dalla finestra della stanzetta e già da adesso, chiedo scusa alla signora Cenni del piano terra che si troverà il balcone sporco di sangue, ma lei capirà che non si poteva fare altrimenti con una sorella cretina come quella. Anzi visto che ci siamo, gentile signora Cenni del piano terra, si ricorda quando trovava nel suo balcone i noccioli delle olive sputati? Era Robertina che lo trovava divertente, si metteva fuori dal nostro balcone e sputava i noccioli nel suo balcone, e anche se adesso Robertina le dirà che io pure partecipavo non le creda, lei mente, è una bugiarda e non metterà in dubbio la parola di una bambina pura come me che si è suicidata per non stare più con quella serpe infame e cretina. Adesso avrete voglia di piangere mamma e papà e tutti quanti, ma quando io ve lo dicevo che Robertina era una cretina voi sapevate solo dirmi di farla finita di chiamarla a quella maniera e di smetterla, allora, adesso avete visto che non stavo scherzando? Quando leggerete questa lettera io sarò spiaccicata nel balcone della signora Cenni del piano terra, probabilmente la signora Cenni stessa mi avrà messo un lenzuolo bianco immacolato addosso e vi telefonerà chiedendovi di rimuovere il mio cadavere dal suo balcone. Nota per mamma: mi lancerò con il completino rosa della Benetton e sotto mi metto le Adidas azzurre che dici che mi stanno bene, vedi che io faccio sempre quello che dici. Adesso devo raccontarvi un paio di cose e vi chiedo da questo punto in poi di leggere ad alta voce, perché tutti, anche le cretine che vi stanno intorno e che non sono ancora capaci di leggere bene, sentano. Vi ricordate del gatto Pallina, di quel gatto cretino con le zecche e portatore di malattie mortali che Robertina la cretina aveva deciso di tenere a casa, nella nostra stanza? Bene, il gatto Pallina stava tutto il giorno nella scatola di cartone che Robertina gli aveva messo nell’angolo sotto alla televisione e grattava con le unghie come un pazzo. Stava sempre in quella scatola a grattare e a contaminare l’aria con le pulci. Faceva un rumore incredibile con il cartone e delle volte mi venivano anche i brividi dietro alla schiena. Poi un giorno, dopo una settimana di malattie che stava spargendo nella stanza e nella casa dei miei amati genitori, il gatto Pallina ha fatto pipì sotto al letto. Bisogna chiarire subito un punto fondamentale, il gatto, quando Robertina la cretina l’ha portato in casa non aveva un nome preciso, era solo un gatto. Io lo volevo chiamare Spongebob, un nome alla moda e divertente ma Robertina aveva detto che quel gatto si doveva chiamare Pallina. Io non ho mai sentito un nome più scemo per un gatto e alla fine anche il gatto è diventato scemo. Se il gatto Pallina si fosse chiamato Spongebob sarebbe stato sicuramente diverso, con un nome ironico e simpatico come quello avrebbe avuto un atteggiamento più ironico e simpatico verso il mondo e non sarebbe stato tutto il giorno a grattare dentro alla scatola di cartone. Che poi il gatto non era brutto in sé, anzi volendo era pure carino e tenero, ma il nome Pallina l’aveva reso scemo. Chi in fondo non impazzirebbe chiamandosi Pallina. Allora il gatto Pallina impazzì e fece la pipì sotto al letto. Mi dissi allora che ci voleva un atto coraggioso per liberarsi del gatto Pallina infetto e purulento e quando Robertina andò a lezione di danza classica io misi il gatto Pallina nello zaino e andai nel campo che sta dietro al palazzo. Spiegai al gatto Pallina quello che gli stava per succedere, ma lui cosa volete che capisse, con un nome quello. Gli dissi che se si fosse chiamato Spongebob sarebbe stato diverso per lui e che sicuramente non sarebbe finito in quel pozzo dove lo stavo andando a buttare. Un pozzo profondo dentro al quale poteva grattare e fare tutta la pipì che voleva. Quando sollevai la botola del pozzo un poco mi spiacque ma dopotutto era colpa di Robertina che aveva fatto impazzire il gatto con quel nome odioso. Poi sapete come è andata la storia. Robertina la cretina ha pianto per un paio di settimane, e io avevo voglia a spiegarle che un gatto con un nome stupido come quello era scappato alla prima stupida occasione, e che adesso era stato sicuramente investito da qualche macchina oppure caduto in chissà quale pozzo. Le dissi anche che presto avremmo preso in casa un altro gatto, privo di malattie e di cattive abitudini, come quella di fare la pipì sotto al letto o di grattare nella scatola di cartone e che si sarebbe chiamato Spongebob come è giusto che si chiami un gatto nel 2005, ma lei, la cretina non ha fatto altro che piangere per il gatto Pallina. Nota per mamma: prima di buttarmi di sotto ho preso le vitamine come mi avevi detto di fare. Non dovete interpretare il mio gesto come un suicidio, nel senso che non ho liberamente scelto di buttarmi di sotto nel balcone della signora Cenni del piano terreno, ma sono stata costretta dal comportamento di quella cretina di Robertina e vorrei che focalizzaste la colpa su di lei, raccontandole per bene quello che ha fatto e la colpa che per sempre si dovrà portare dietro. A tal fine vi suggerisco anche di metterla in un collegio oppure di farla adottare da qualche altra coppia e di liberarvene per sempre. Se comunque decideste di tenerla per il resto dei vostri giorni in casa, vi suggerisco di costruire nella nostra stanza un piccolo altarino con tutte le mie foto perennemente illuminato da una seria di lampadine colorate dell’albero di natale e di scriverci sotto chiaramente che sono stata uccisa dall’atteggiamento psicotico di una sorella cretina e invidiosa. Naturalmente Robertina dovrà dormire in quella stanza. Non compratele altri animali che lei li farebbe impazzire con quei nomi stupidi, solo se ripenso alla questione del gatto Pallina mi sembra di impazzire, incredibile, ma non era meglio Spongebob? La nostra sarebbe stata una famiglia felice con il gatto Spongebob che gironzolava per casa e invece guardate quella cretina che cosa ha combinato. E’ stata capace di uccidermi, spingendomi giù dalla finestra, a spiaccicarmi nel balcone della signora Cenni del piano terreno. Adesso sono le dodici e voi siete tutti al lavoro. Io tra una mezz’ora mi butto dalla finestra. Non piangete per me, piuttosto date un paio di schiaffi forti a quella cretina di Robertina.

 

 

 

 Il ragazzo

 

Ferro e lamiere, grasso e scintille di saldature. Dopo non si vedeva niente, avevi voglia a metterti la maschera per gli occhi. Scintille arancioni dentro alla retina. Polvere di ferro dovunque, nei polmoni e nei pori della pelle. Si diventava cibo per calamite a stare là dentro. Noi sudavamo forte. Sputavamo per terra la polvere di ferro che dal naso ti entrava in bocca. Era tutto pieno di sputi nell'officina. L'unica regola là dentro era che se c'avevi il catarro dovevi andare a sputare fuori perché gli sputi verdi a noi non ci piaceva mica di averceli sempre tra i piedi. Sette anni che ci stavo là dentro a sudare e sputare la polvere di ferro. Era importante dire le parolacce ad alta voce, come i cani che abbaiano da soli per darsi coraggio. Serviva a delimitare il territorio pure, che non si poteva mica pisciare sui muri. Sputare si andava bene, ma a pisciare non si poteva mica. I compagni miei erano tutti ex detenuti assunti con la legge 620 ed era un bell'ambientino là dentro, a sudare sotto ai forni e a respirare polvere di ferro. Tommaso da solo spostava una lamiera di sessanta chili. L’alzava e la sbatteva a terra e tutto il pavimento vibrava forte sotto ai piedi. Cristo, gli dicevano, e fai piano con quella roba, ma lui così lavorava, alzava la lamiera e la sbatteva sopra le altre, ferro contro ferro. Nessuna pietà per gli atomi gli elettroni le molecole e l’umanità tutta insieme. I panini che ci portavamo per mangiare li lasciavamo nelle macchine così almeno loro non sapevano di polvere di ferro, e proprio durante la pausa pranzo che Tommaso mi venne vicino per parlare.

 

- Ho da dirti una cosa.

- Mhh.

- Siamo amici no, posso contare su di te.

- Certo, siamo amici io e te, gli dissi.

- Vedi, tu sai che io ho un cane in casa. Viviamo da soli io e lui e quando sei da solo, a un cane, gli vuoi bene come un figlio, capisci?

Tommaso tirò fuori dal portafogli la fotografia di questo bastardino.

- Certo, vuoi bene al tuo cane come ad un figlio Tommaso.

- E tu per un figlio faresti qualunque cosa vero?

- Farei tutto, risposi.

- Bene, allora il mio cane stava male, continuava a torcersi per terra in questi giorni e se lui s'ammalava io pure mi sarei ammalato, quindi l'ho portato dal veterinario. Quanta bava dovevi vedere che faceva. L'ha visitato bene il mio ragazzo il veterinario, gli ha controllato la saliva con un tampone, l'ha guardato nelle orecchie e gli ha pure infilato un termometro nel culo, insomma ha fatto tutto quello che c'era da fare con il mio ragazzo.

- E allora, che t'ha detto, come sta il ragazzo.

- Sta bene nel complesso, però m'ha detto una cosa.

- Cosa t'ha detto, dai dimmelo.

- Hai detto che siamo amici.

- Certo!

- Non lo dirai a nessuno vero?

- Mi stai facendo impazzire, non dirò niente a nessuno.

- Va bene, allora il veterinario m'ha detto che il mio ragazzo c'ha una specie di blocco nei testicoli per via del fatto che non l'ho fatto mai accoppiare, pure i cani c'hanno bisogno di farsi una chiavata ogni tanto mica solo noi.

- Giusto.

- Solo che il mio ragazzo è troppo vecchio per procurarsela da solo, nel senso che se la cagna con la quale si accoppia sente che lui è vecchio, e lo sente, potrebbe aggredirlo mortalmente.

- Capisco.

- Allora…

- Allora cosa?

- Il veterinario ha detto che gli devo fare una sega a settimana per un paio di mesi al mio ragazzo.

- Non mi dire.

- Mi viene da piangere.

- E' per il tuo ragazzo non lo dimenticare.

- Certo che non lo me lo dimentico, ma non mi viene. Il veterinario ha detto che ci devo mettere un fazzoletto di carta sotto, allora io gli ho detto che lo so come si fa una sega, e lui m'ha spiegato che non gli devo far andare il brodo nei peli altrimenti s'impiastra tutto.

- Già i peli.

- Io non lo so se ce la faccio.

- E’ per il tuo ragazzo.

 

Ritornammo a battere il ferro sotto ai forni e quel posto sembrava l’inferno più che mai quel giorno. Io non lo so mica che cosa avevamo fatto noialtri là dentro per finire così a tirare le seghe ai cani. Avevi voglia a volergli bene al cane, ma a fargli  una sega era tutt’altro. E allora Tommaso sbatteva forte le lamiere sulle altre e gli atomi tutti saltavo e su riscaldavano nell’impatto e il rumore e la vibrazione smuoveva l’aria e nessuno più gli diceva Cristo stai attento, perché si vedeva che Tommaso non aveva voglia di parlare con nessuno e solo così poteva sfogare lui, lanciando le lamiere le une contro le altre. E la fine del mondo che s’avvicinava, anzi era già arrivata e c’aveva lasciato là, in quel posto disumano a fondere il ferro, per costruire bare oppure case, posti nei quali starci dentro più che altro.

 

 Bottoncino

 

La mia faccia a pezzi. Ho appena avuto un incidente. I punti di sutura risalgono il collo come la lingua di un animale velenoso stringe la rana. Ho una rana nel collo che allunga le gambe. Galvani che fa gli esperimenti dentro al mio collo. Ho sentito dire ad uno degli infermieri che mi vengono a cambiare la sacca piena di orina che parte della mia faccia non è stata ritrovata, che mi manca un occhio, che il mento lo hanno mangiati i cani, le orecchie sull’asfalto, che qualcuno ha rubato la mia lingua. CHE QUALCUNO HA RUBATO LA MIA LINGUA. Comunque non ne sono sicuro. Forse parlano di qualcun altro, forse di quello che sta in fondo alla corsia, senza le gambe. Così è nato a trent’anni, partorito dalle lamiere della sua macchina che l’ha restituito dall’inferno in cambio delle gambe. Chissà se glie l’hanno mai chiesto. Avresti preferito morire? In ospedale non le fanno queste domande. Io me lo chiedo spesso. Gli infermieri che mi cambiano la sacca piena di orina mi hanno fatto vedere un cilindretto con un bottoncino in cima. Pende da qualche parte sopra la mia testa. Aziona un piccolo congegno che aggiunge milligrammi di morfina al mio lavaggio. Gli infermieri hanno detto quando sento dolore devo premere il bottoncino. Ottantasette punti di sutura in totale sparsi su tutto il corpo potrebbero fare male. Nel primo giorno premevo il bottoncino ogni dieci minuti ed ho consumato tre fiale di morfina. Poi ho dormito per due giorni consecutivi e mi hanno tolto il bottoncino. Pensavo di essere morto. E invece. Adesso ho di nuovo il bottoncino con la morfina però non mi danno più di una fiala per giorno. Io con una fiala non ci faccio un cazzo. Vorrei dirglielo di darmene altre soltanto che non mi sento la mascella. Non dico che non ci sia, magari l’hanno montata da qualche altra parte e adesso se provo a parlare alzo un braccio oppure piego un ginocchio. L’unica cosa che mi interessa è il bottoncino.

Ieri è venuta a trovarmi mia madre. L’infermiere dell’orina l’ha portata vicino al mio letto. Mi ha indicato e le ha detto che dentro a quel corpo nascosto da qualche parte ci stavo io. Poi mia madre è svenuta. Io ho premuto il bottoncino forte. Lo sapevo dapprincipio che non sarebbe stata una buona idea venirmi a trovare. L’hanno messa su un lettino vicino al mio e le hanno dato delle cose per farla rinvenire. Le hanno spiegato che non ero proprio morto, che dovevano passare cinquanta ore prima che i medici dicessero la loro. Le dissero anche che doveva farsi forza e bisognava essere pronti a tutto. Forse non avrei più parlato. Qualcuno aveva rubato anche la parte del mio cervello che gestiva la parola. Un caso strano insomma. Non era neanche sicuro che quelli dell’assicurazione avrebbero pagato, temevano che li stessi imbrogliando. Io non parlavo per via della lingua che avevo lasciato sull’autostrada, ma questo non riuscivo a dirlo a nessuno. Poi mia madre l’hanno dovuta portare via a forza nonostante l’ora delle visite fosse passata da un’ora.

Io non penso mai che uscirò dall’ospedale. Spero che mi infilino in un polmone artificiale e mi chiudano in una stanza con dieci fiale di morfina al giorno. Solo in quelle condizioni potrei farcela. Con la dolcezza che mi scende nel cervello e che se solo avessi la mascella al posto giusto mi farebbe parlare oppure cantare into my arms ma più dolce.

Gli infermieri dell’orina se ne stanno fuori dalla corsia e parlano ad alta voce. Io non posso girare gli occhi ma li sento per bene tutti i loro discorseti sulle loro colleghe infermiere brutte che pure si farebbero. Guardano la televisione e la pubblicità la sentiamo per tutto il corridoio. Anche quello che sta in coma davvero nella mia stessa stanza la sente. Mica come me, che due settimane al massimo mi dimettono.

La mattina scorsa è venuto un medico nella mia stanza. Era strabico e non capivo quando mi guardava. E che cazzo. Ha chiesto all’infermiere dell’orina se avevo parlato, se avevo mosso le gambe, un piede, se guardavo la televisione e l’infermiere dell’orina diceva sempre no. Il dottore strabico non sembrava contento del mio comportamento. Ha provato allora a dirmi delle cose. Si è avvicinato tanto alla mia faccia e io lo vedevo deformato, con il viso ovalizzato, con la fronte enorme. Mi senti? ha chiesto. Mi capisci?

Penso di essere caduto in un pozzo senza essere preparato. Non me l’aspettavo.

Sono in un sarcofago, mi hanno legato, immobilizzato nel cemento, ingessato tutto, incatenato, incollato sopra al letto, forse ho solo il mal di schiena. Non posso muovermi. Cerco di spostare le gambe o alzare il collo ma non succede niente. Non capisco. Riesco soltanto a muovere le dita e girare gli occhi. Non posso parlare perché la lingua l’hanno mangiata i cani sull’autostrada dopo che ho fatto l’incidente. L’infermiere dell’orina non mi dice niente. Sostituisce la sacca piena con una vuota. Non ho neanche capito che cosa se ne fanno della sacca piena. Ho ancora una certa curiosità verso il mondo io, però la lingua l’hanno rubata gli gnomi dell’autogrill e io sono muto.

Oggi sono ritornati i medici a guardarmi. Ci stava di nuovo quello con gli occhi strabici e un altro senza i capelli. L’ospedale mi manda i suoi medici peggiori. Forse sono studenti che stanno facendo esperimenti. Mi hanno piantato una rana nella gola che allunga le gambe per questo non riesco a parlare. I due dottori si sono detti che la spina dorsale si è spezzata da qualche parte e che non mi potrò più muovere da quella posizione. Nel corposarcofago con la rana che non mi fa parlare. Bottoncino.

Bisogna modificare le mie prospettive di vita. Bisognerà anche dirlo all’infermiere dell’orina che dovrà continuare a cambiarmi la sacca tre volte al giorno per tutta la vita.

 

 

 Garden Bar
 

Si diceva che al Garden per venti euro ti facevi una chiavata. Si diceva pure che ci stavano alcune ragazze che ce l’avevano strettissima e di velluto e altre ancora che erano capaci a scrivere il loro nome e cognome con la lingua. E che cazzo, mi dissi, non sono mica quello più scemo io. Allora dissi a mia moglie che dovevo uscire.

Pioveva forte. Uno strato fitto di acqua mascherava le strade come il fondotinta sulla faccia di una puttana vecchia. Tutto era indefinibile sotto alla pioggia, i contorni smussati e i colori, attenuati nelle loro tonalità diventavano sfumature, frequenze che si mangiavano la coda tra loro. Da qualche parte dentro alla mia macchina pioveva e l’odore di acqua marcia penetrante e puzzolente ti risaliva il naso. Sotto ai sedili ci doveva stare uno stagno con le rane e nel bagagliaio i funghi. La meccanica della macchina di ribellava alle leggi della fisica. Ammortizzatori, freni, frecce, olio, frizione, tutto un cigolare, un lamentarsi di metalli e grida di atomi che si strusciavano gli uni contro gli altri. E state zitti bestie, continuavo a dirgli, che credete di farmi impressione. E spingevo forte sull’acceleratore, nella coltre di pioggia, coi finestrini chiusi invano per via delle guarnizioni fallose e traditrici.

Il Garden c’aveva un’insegna a neon verde che era tutto un ghirigori. Chi l’aveva scritta doveva averci il tremolio alla mano per le troppe sigarette. Comunque la scritta faceva la sua figura nel buio del parcheggio e se ne stava là buona, inchiodata sulla porta, senza neanche troppo illuminare a quelli che pisciavano dietro alle macchine. Parcheggiai la macchina in una pozza d’acqua profonda, sicuro che al ritorno sarebbe stata inghiottita in quella specie di sabbie mobili oppure nel ventre di un boa costrittore. Entrai al Garden, passando proprio sotto all’insegna. L’intenzione era quella di andare al bancone, sbottonarmi la patta, cacciarlo da fuori, appoggiarlo sul bancone e dire - barista porta una figa stretta di velluto per questo nuovo cliente -. Sarei diventato l’idolo del bar, lo so come vanno queste cose. Percorsi la distanza entrata - bancone in pochi secondi di indecisione sul farlo e non farlo e lasciai perdere proprio all’ultimo. Non mi andava alla fine di appoggiarlo sul bancone del bar, chissà quanta altra gente l’aveva già fatto e non mi andava di prendermi una malattia o le piattole. Dentro al bar le ragazze comunque non ci stavano. Ci stava gente che beveva e mangiava i pistacchi con la pellicina verde dentro alle ciotole, ma niente ragazze di velluto. Nonostante il suo avvilente maglione rosso a collo alto, il barista capii subito la situazione e mi disse che se volevo bere potevo restarmene seduto su quello sgabello, se volevo spassarmela potevo invece andarmene di sopra per una scaletta laterale, dietro a quella tendina, rasentando il muro, lasciando venti euro a quello che stava dietro alla tendina. Lo sgabello sul quale stavo seduto diventò bollente e ci saltai da sopra. Sopra la tendina ci stava la luce d’emergenza con un omino verde che apriva una porta. In caso d’incendio la tenda sarebbe stata la prima cosa ad incendiarsi. Mi piaceva l’idea suicida di dirigersi verso la tenda in caso d’incendio. Dietro alla tenda ci stava uno appoggiato alla parete su primi gradini della scaletta. Gli diedi i soldi e lui mi lasciò salire. Dal fondo della scala si udivano delle voci e degli schiamazzi e, a mano a mano che risalivo la scaletta, i suoni si faceva più distinti. Poi fu tutto un fuoco d’artificio di femmine mezze nude e uomini di mezz’età che le rincorrevano con il coso di fuori e con i pantaloni abbassati. Gente che si tirava seghe sui divanetti e schizzava sulla tappezzeria, oppure guardava soltanto altri farsi una sega. Io un posto così l’avevo sempre sognato. Niente a che vedere con quei bordelli che stavano alla ferrovia dove ci stava tutta una procedura e un’educazione da avere prima di farti una chiavata. Qui si aspettava che finiva uno, il tempo che lo toglieva e tu t’infilavi al posto suo. Così si gestiva un bordello. Diedi un’occhiata all’umanità che stava là intorno. Si trattava per lo più uomini anziani, calvi, coi denti troppo bianchi per essere i loro, con gli occhiali della presbiopia, con la lingua molle, con i soldi nel cassetto pronti per quando morivano, che era questione di poco per alcuni, di giorni, roba da sbrigarsi pure a farlo venire, che se moriva là dentro toccava abbandonarlo poi su una piazzola di sosta sull’autostrada o era un casino con la polizia. I familiari non avrebbero capito. Tutti gli anziani ritrovati morti nei parchi o sulle poltroncine di un cinema sono morti in mezzo alle cosce di una rumena o di una polacca. Alla rai dovrebbero fare una trasmissione con i consigli di un sessuologo per spiegare come fare a sopravvivere a un pompino a settan’anni. Io nel frattempo che riflettevo su ste’ cose, m’ero attrezzato a dovere e come dire, stavo a scegliermi l’orifizio in mezzo a tutti quelli disponibili ma senza fretta, che era tutta una questione d’ispirazione. Se mi doveva infilare nel primo anfratto di carne disponibile tanto valeva convincere quella vecchia pellecchia di mia moglie, neanche per i venti euro, ma per la pioggia, e a guidare sotto alla pioggia non sono mica buono. In genere metto sempre sotto un cane quando pioveva. Quelli bassi e neri sono impossibili da vedere sotto la pioggia.

Facevo il giro d’ispezione nel paese dei balocchi quando da una parte della stanza vedo una con mezzo culo di fuori che ride con uno senza denti e senza capelli e pure lei non era proprio di primo pelo. Non, no, no. I suoi quarantacinque anni pure lei ce li doveva avere. Hai voglia a coprirti le rughe del collo con il fazzoletto o ad usare lo sbiancante per i denti. E quando m’avvicinai così tanto da poterla mettere a fuoco senza inforcare i mezzi occhialini per la lettura il cuore quasi si fermò dentro al torace. Quel pezzo di carne vibrante e sanguinolento sapeva il fatto suo e c’aveva proprio poco da sbagliarsi lui. Mia cugina Mariangela se la vendeva al piano di sopra del Garden Bar. Lo dicevo io che quella c’aveva la faccia della puttana. Lo dicevo sempre a quella vecchia pellecchia di mia moglie e lei non ci credeva a ste’ cose. Ma quando uno frequenta bordelli da trent’anni, un poco di esperienza pure la fa? E Mariangela la faccia della puttana ce l’aveva. Allora m’avvicinai piano, come per non dare fastidio né a lei né al cliente che faticava a farselo venire duro. Sapevo che la mia presenza l’avrebbe smontato definitivamente al vecchio. Il tatto io non ce l’ho mai avuto. L’educazione quella si, ma le buone maniere quelle non sono mai stato capace a impararle. Comunque. Arrivai piano, di soppiatto, quasi strisciando i piedi sul pavimento, e dissi Mariangela! E lei si girò. Hai voglia a darti un nome nuovo, ma se senti quello vero, quello con il quale ti chiamavano a scuola, ti giri eccome, fosse solo per vedere com’è fatto uno che sa tante cose di te. E Mariangela subito mi riconobbe. Mollò il vecchiaccio e m’abbracciò dandomi due bacetti, uno su una guancia, uno sull’altra. Una riunione di famiglia su un bordello è una bella cosa, la famiglia è una cosa importante. Io non le ho chiesto cosa ci facesse al piano di sopra del Garden e lei neanche me l’ha chiesto, che certe cose non si chiedono in certe situazioni. Il vecchiaccio mi guardava in cagnesco. C’aveva ragione, lui aveva pagato e non era mica bello a togliergli la ragazza da sotto a quella maniera. Allora m’allontanai, le dissi che avrei aspettato, che ci saremmo visti dopo. Mariangela tornò a sedersi sulle ginocchia del vecchiaccio e io ritornai in giro a squadrarmi le altre pellecchie che stavano là dentro, ma il mio cuore oramai non aveva occhi che per lei. Anche io avevo pagato. Mi sedetti ad un tavolino da solo. Un tavolino rotondo come quelli che stavano fuori ai bar, con le macchie circolari di umido dei bicchieri appena appoggiati sopra. Una si venne a sedere vicino e mi disse che c’avevo una faccia conosciuta, che forse m’aveva visto in qualche altro posto. Le dissi che poteva essere e le misi una mano su una coscia per vedere come girava. Tenevo sempre d’occhio la coppia Mariangela vecchiaccio e prima li osservai ridere ancora sul divanetto e poi andarsene in un corridoio verso delle stanze, e Mariangela prima di sparire mi guardò e io pure la guardai. Strinsi forte la mano sulla coscia e parlammo del mio finto lavoro e del suo finto nome. Quella che stava con me c’aveva un alito di tabacco umido e aveva fretta a fare la sua marchetta e passare ad un altro. Le dissi di andarsene che io stavo aspettando un’altra. Lei se ne andò senza offendersi. Una professionista. Piazzai gli occhi sull’uscita del corridoio fino a che non vidi uscirci il vecchiaccio sconvolto ma vivo. Mariangela doveva averci tatto, una specie di infermiera. Mi lanciai subito nel corridoio alla ricerca di Mariangela e la trovai in una stanza con la porta semichiusa, illuminata male da una lampadina gialla che allungava le ombre delle cose. Entrai nella stanza e chiusi la porta. Non ci stava proprio molto da dire. Io avevo pagato. Non lo so quale inferno accoglierà la mia carcassa una volta morto. Bisogna pagare le cose che si fanno, e non bastano certo i venti euro che si danno a uno dietro ad una tendina. Lo tirai da fuori che era lucido. Appoggiai una mano sulla nuca piena di capelli di Mariangela e lei lo inghiottì.

In strada si sentivano le ambulanze che correvano a prendere i morti, i vigili del fuoco a spegnere i fuochi. L’umanità stava scomparendo fuori dalla stanza con le lampadine gialle.

 


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alcuni racconti in questa pagina sono presenti nel libro "Seppellitemi con l'accappatoio" Edizioni RGB