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home raccontini due centesimi il circo dei nani volanti la vita dopo i call center hotelmessico(no_spam)@yahoo.it |
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Codici a barre 2 capitoli |
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Polmoni | ||
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Il conteggio
Odessa |
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| I denti | |||
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Mia moglie è polacca e si chiama Uba, io invece sono egiziano e mi chiamo Hakaim. In bocca ho due molari d'oro mentre il resto sono neri, marciti dalla carie. Prima stavamo a Lambrate poi ci siamo trasferiti per alcuni guai riguardanti il lavoro di Uba. A Napoli mi trovo bene perché è simile all'Egitto e i napoletani un poco puzzano di sudore come noi. Non ci stanno cammelli da queste parti, ma in compenso è pieno di cani. E’ impossibile sapere quanti cani vagano per strada da soli e in branco. Hanno occupato tutti gli anfratti della città. Non c’è un buco in un muro, uno squarcio in un palazzo, una macchina abbandonata, una crepa nell’asfalto oppure una scatola dove non ci sia un cane dentro. Sono sempre pronti a ringhiare e a mostrarti i denti, e poi corrono dietro alle macchine di notte e li senti abbaiare con dei latrati che ti svegliano e non puoi abbassare neanche le persiane perché il caldo è insopportabile. I cani sono l’elemento che riempie le intercapedini della città. Uba ha quarantatre anni e ha un figlio che sta in Polonia. Il suo vero nome è Ubesowinya ma dice che la devo chiamare Uba. Non abbiamo il permesso di soggiorno e la carta d'identità è falsa. Non esistiamo da nessuna parte. A Lambrate facevo il saldatore in una fabbrica dove di producevano i motori dei frigoriferi. Nei capannoni c’era sempre la puzza del gas che si mette nei serbatoi e ogni tanto qualcuno diceva che saltavamo per aria. Nella fabbrica eravamo tutti egiziani quasi tutti imparentati. Noi abbiamo una certa difficoltà a recidere completamente il cordone ombelicale. La mattina sopra i muri del capannone trovavamo delle scritte che non capivamo perché l’italiano è difficile da capire all’inizio. Però il proprietario faceva in fretta a cancellarle. Il proprietario aveva i denti e i polpastrelli ingialliti dalle sigarette. Mi svegliavo tutti i giorni alle sei per andare a prendere l'autobus. Poi arrivavo alla stazione e prendevo due metropolitane, camminavo quindici minuti a piedi e arrivavo alla fabbrica. Stavo tutto il giorno a saldare e alla sera vedevo le scintille negli occhi. Tutti gli egiziani che stavano in quella fabbrica al buio vedevano le scintille. Una volta feci il turno di notte e all'uscita, mentre camminavo per raggiungere la stazione, vidi una che faceva la puttana. Era bianca bianca. Io non avevo avuto nessuna donna da quando ero partito dall'Egitto e allora mi avvicinai. Le mostrai i denti d'oro. Lei disse che per quindici euro mi faceva un bucchino e per venti euro potevo avere tutto il resto. Le diedi i venti euro e lei mi portò dietro ad un muretto. Allora io lo cacciai da fuori e lei quando si abbassò per prenderlo in bocca aprì tutti gli occhi e disse che non si poteva fare. Che era troppo grosso e lei dopo non voleva andare all'ospedale. Mi restituì quindici euro e per cinque euro mi faceva una sega. In effetti potevo anche farmela da solo senza spendere soldi, ma alla fine lo fece lei. Quando Uba seppe che avevo una stanza da solo mi chiese di venire a dormire con me quella notte perché lei stava in una casa con altre ragazze e non le andava di ritornarci. Quindi Uba si stabilì a casa mia. Con il tempo poi riuscimmo a fare l'amore. Per non farla male io mi muovevo piano e cercavo di non spingere mai fino in fondo. Delle volte usavo un tarallo per fare spessore. Quando mi stendo vicino a Uba vedo la mia pelle quasi gialla marrone sul bianco della sua schiena. Se lei dorme io l’accarezzo leggero con un dito lo spazio che sta in mezzo alle sue scapole e faccio una piccola pressione tanto per sentire gli anelli della sua spina dorsale.Lei ha gli occhi chiari e i capelli dorati. Anche i denti sono bianchi. Io invece ho i capelli un poco ricci e il naso curvo con le sopracciglia fitte e quasi unite tra loro. I miei denti sono grossi e stanno tutti fuori dalla gengiva, e sono stretti alla base e si ingrandiscono verso la fine, come i denti dei cammelli. Quando la Turchia entra in Europa io mi faccio una carta d'identità turca, così divento io pure cittadino d'Europa. A Napoli le cose vanno meglio di Lambrate. La mattina me ne vado dalle parti della ferrovia e allora mi sembra proprio di stare al Cairo. Però al Cairo le persone sono più ordinate e il traffico è più regolare. I negozi sono pieni di radio, di televisioni e di cellulari. Io e Uba ci siamo comprati il cellulare con la videochiamata. Uba mi dice ridi e io le faccio vedere i denti d'oro dal telefonino e lei si fa una risata e dice che sono troppo bello. Lavoro in un albergo dove mi danno ottanta euro al giorno. Il lavoro è abbastanza facile, io lo caccio da fuori e altri uomini me lo toccano oppure se lo mettono in bocca. Alcune volte sono così bravi che riesco pure a venire e quelli mi danno una mancia. Gli appuntamenti li fissa il portiere dell'albergo che è uno secco e con la faccia bianca e con un dente spezzato proprio davanti. Dopo che finisco di lavorare me ne vado in giro a vedere i negozi e compro delle cose per Uba. La settimana scorsa le ho comprato le scarpe adidas rosa con le strisce bianche. La settimana prima invece le avevo comprato gli occhiali da sole rayban perché Uba ha gli occhi chiari e quando esce di casa, mette sempre la mano davanti per proteggersi dal sole. A me della religione non me ne importa niente, e comunque a Napoli è proprio inutile essere musulmani. Io mi prendo le cose come vengono e sono contento di stare con Uba anche se prima faceva quello che faceva. Se guadagno altri soldi mi metto un altro dente d'oro.
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| Case | |||
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Monica se ne stava seduta dietro al tavolo e stringeva un bicchiere di cointreau. Addosso c’aveva una maglietta con una scritta azzurra su uno sfondo bianco. Da qualche parte poi ci stava un disegno di un gatto. Doveva essere il logo dell’azienda. Ad un certo punto si alzò dal tavolo e venne verso di me. Non la vidi mentre lo faceva, ma m’immaginai che avesse avuto un’andatura sbilenca, come quando hai appena avuto un incidente. Poi me la sono sentita dietro al collo che mi parlava nell’orecchio e mentre lo faceva mi toccava la cartilagine con la punta del nel naso. L’alito mi entrava direttamente nell’orecchio. Mi disse delle cose riguardo il sesso orale e noi due da svolgersi subito nel bagno. Io avevo del deodorante economico alla malva sotto le ascelle. L’azienda lo garantiva per dodici ore ma io avevo testato la durata in cinque ore. Considerando che l’avevo messo due ore prima dissi a Monica che si poteva fare. Mentre mi avviavo nel corridoio, in mezzo alla gente con i bicchieri, mi dissi che il cielo mi sopravvalutava e che l’alcol alle feste, provoca un livellamento verso il basso della ricerca di qualcuno che si occupasse del proprio apparato riproduttivo. Camminavo piazzando bene i piedi sulle piastrelle per ottenere la migliore presa possibile, con il passo sicuro e il quadricipite teso. Mentre tutti giocavano con l’olivetta del martini o con gli ombrellini dei tramezzini, io stavo andando a fare sesso. Sesso sporco per intenderci. Con ogni probabilità da lì a dieci minuti avrei stantuffanto contro un culo, non prima che la lingua di Monica avesse esplorato parti della mia pelle di cui io stesso ignoravo l’esistenza. Deejay abbassa la musica che non ce n'è più bisogno, voi camerieri con la divisa bianca tornate a casa dalle vostre mogli e date una carezza ai vostri bambini, voi parcheggiatori, terminatela di rigare le macchine degli invitati, adesso che tutto è compiuto finitela con questa commedia. Io ero l’uomo prescelto per continuare la specie umana. Su questo non c’erano dubbi. Prendiamo Monica per esempio. Vendeva case nella zona del Vomero ed aveva un’agenzia con gli specchi a posto delle pareti, perché la gente potesse guardarla che era là per lavorare, e non per farsi sbattere dal primo cliente nelle case in vendita di cui lei aveva le chiavi. Quelle cose me le aveva raccontate lei stessa. Una settimana prima aveva scopato con una coppia che era là per vedere una casa di settanta metri quadrati. Cucina e salone insieme, termoautonomo, no posto macchina. Monica non sapeva come farglielo capire a quei due, che sembravano proprio dei bravi ragazzi, una coppia di quelle che stanno insieme dal liceo e che a stento lei gli ha fatto una sega alla gita del quinto anno. Gente che non sa niente delle gang bang, della pioggia dorata, dei vibratori, delle lamette, gente che prende il sesso troppo drammaticamente e che non ne vede l’aspetto divertente. La casa gli piaceva e allora Monica si è inventata la storia che già c’era una coppia prima di loro che aveva una precedenza sull’acquisto e loro proprio non potevano rischiare di perderla. E allora Monica gli disse che forse qualcosa si poteva fare. Fece andare lui nella stanza da letto e fece restare la ragazza in cucina. Quelli dapprincipio non capirono ma la lasciarono fare. Settanta metri in città a quel prezzo era quello che cercavano. E poi la banca gli aveva già deliberato il mutuo di duecentosessantamila euro. Monica andò a parlare prima con il ragazzo, gli disse che aveva voglia di baciare la sua ragazza e che lui doveva guardare. Lui disse che ne doveva parlare con lei. Alla ragazza Monica disse che aveva voglia di fare un pompino al suo ragazzo e lei disse invece che ne doveva parlare con lui. Monica prese la ragazza per mano e se la portò nella stanza da letto. Arrivarono davanti al ragazzo e Monica baciò la ragazza sulla bocca. Dopo alcuni secondi, e sotto lo sguardo terrorizzato del ragazzo la ragazza aprì la bocca e lasciò entrarci la lingua di Monica. Monica baciò la ragazza lungo il collo e alla fine si trovarono stese sul letto con la mano di Monica in mezzo alle cosce della ragazza. Dopo lo spavento iniziale il ragazzo riprese coraggio e lo tirò da fuori. Mentre Monica leccava la sua ragazza lui le sbottonò i pantaloni e cominciò a scoparsela da dietro. Colpi regolari per pressione e tempo, lavorava di schiena e si aiutava con le braccia per tenerla ferma. Monica mi disse che l’agente immobiliare era un lavoro che le piaceva. La casa non la comprarono però fissarono un altro appuntamento per vedere una mansarda di novanta metri quadrati con il punto più basso a ottanta centimetri. Almeno questo è quello che Monica mi ha raccontato. Adesso toccava a me. Bravi bravi continuate a ciucciare attraverso le cannucce, parlate forte del vostro viaggio nella pianura della Mongolia a lamentarvi dell’umidità e delle zanzare. Ci penserò io a continuare la nostra magnifica specie.
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| Arancione catodico | |||
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Lavoro alla Plastick Pannett e controllo la produzione dei cestelli e dei barattoli. Sorteggio un pezzo da ogni lotto di produzione. Una volta lo prendo dall’inizio, una volta dalla fine e poi dal mezzo. Se il pezzo non rispetta le misure l’intero lotto viene rifuso in nome della qualità. La ditta serve clienti importanti e non possiamo permetterci di essere fuori delle misure standard. Nel reparto di fusione la temperatura dell’aria è di quarantadue gradi, nella stanza dove faccio il controllo invece ci sono dei grossi ventilatori che servono per raffreddare i pezzi appena prodotti, e la stanza è a sedici gradi. Io entro ed esco dalle due stanze molto velocemente. All’inizio tutti si ammalano poi fai gli anticorpi e ti abitui. Il mio sistema linfatico è tutto quello che posseggo. Lavoro di notte soprattutto e vado spesso alla macchinetta del caffè a prendere un cappuccino con latte a lunga conservazione che ricorda l’ovomaltina. Facciamo la visita medica spesso, quelli del sindacato dicono che per mezzo dell’aria che respiriamo dobbiamo tenere i polmoni sotto controllo se non vogliamo fare la fine di Porto Marghera. Quando alle due finisco il turno mi faccio la doccia e sento addosso la puzza di plastica fusa. Tutti i giorni vedo la mia alopecia progredire, lo vedo dagli specchi delle docce aziendali. Specchi quadrati che stanno sopra i lavandini. All’inizio i capelli si erano diradati solo un poco al centro, in mezzo alla testa, adesso invece si vede bene il rosa della pelle e penso che forse dovrei decidermi a fare qualcosa, andare da un medico o rasarmi tutti i capelli e fare finta di non averceli mai avuti. Quando sono da solo nelle docce oltre alla alopecia studio anche la mia pelle. Colore, resistenza, eventuale desquamazione, macchie, nei. Cerco di capire se ho il cancro. Potrei avercelo dentro che germoglia, che invade alveoli, vene, vasi sanguigni e accorgermene solo quando è tardi. Poi mi metto sotto il flusso bollente dell’acqua e me la faccio scendere sul collo. La lascio battere forte in maniere da stimolare la circolazione. Mi rivesto e anche i vestiti che stavano al coperto nell’armadietto un poco sanno di plastica. Sono in macchina. Di notte la città è più calma e senti bene il rumore delle ruote sull’asfalto. I lampioni illuminano di arancione le strade e si riflettono sulle carrozzerie delle altre macchine. Mi chiedo sempre che cosa fanno le persone di notte quando sono per strada e quali pensieri gli girano nel cervello. Poi ad un certo punto arrivo a casa. Quelli del condominio sanno tutto di me, i miei orari, il posto in cui parcheggio, dalle buste della spesa vedono cosa mangio. Con questo caldo, anche alle tre del mattino ci sta uno affacciato a fumare una sigaretta. Sequenza veloce: cancello palazzo, citofoni sulla destra, luci bianche a basso consumo, avvisi vari su pagamenti acqua-gas, porta dell’ascensore di metallo, tasto con numero sette. Stop. Quali conclusioni trarranno mai gli uomini del futuro quando, tra le macerie della nostra civiltà ritroveranno le cabine degli ascensori con tutte le loro scritte e i loro graffiti a forma di cazzo fatti con le chiavi. Poso la borsa dei vestiti. Bevo uno yogurt ai fermenti lattici attivi e mi faccio uno sciacquo con il tantum verde. Vado nel salotto e metto sui canali delle hotline. Tiro fuori dal cassetto il pacchetto di diana rosse e ne accendo una, poi prendo l’havana dal mobile. Nel bicchiere ci metto anche la coca cola e verso nel bicchiere coca cola e havana in parti uguali Giro con il telecomando fermandomi su hotline e softcore e intanto verso altro liquido nel bicchiere. Il bicchiere è quello della nutella con il commissario bassettoni che insegue la banda bassotti. Faccio play sul videoregistratore e allora si scatena il mio inferno, lento e distante nella televisione incubatrice di dolore catodico. Adesso ci sta una ragazza che entra in una casa e la porta è aperta. Il padrone di casa ha i baffi e sta seduto su un divano. L’inquadratura persiste troppo sull’uomo e lo riprende a mezzo busto. Dice delle cose che non capisco perché è un film tedesco pagato 12.900 lire all’edicola. Tanto cosa vuoi che si dicano mai: “hank muisken hungzt?” chiede lui “ruk funkger haiken” dice lei, ma lui insiste sempre sulla stessa cosa “hungzt zunkter?” e poi alla fine lei si convince e dice “kustzen ghunsz” e comincia a spogliarsi. I film tedeschi sono scontati sul piano della sceneggiatura. La ragazza ha la frangetta e due capezzoli tondi marroni. Si siede sul divano e comincia toccarsi in mezzo alle cosce. Lui fa lo stesso ma da sopra i pantaloni. Poi lui si alza e gliela lecca bene mentre lei si sbatte sopra il divanetto e con le mani gli spinge la testa. “Lukstaz! Lukstraz!” urla lei e lui non dice niente. Quello con i baffi ha una recitazione minimalista tipica dei porno anni ‘80. Io accendo un’altra diana e verso altro havana con la coca cola. Poi la ragazza si alza dal divanetto e glielo caccia da fuori. A questo punto io anche lo caccio da fuori. Quello con i baffi ce l’ha ancora moscio mentre io senza fare niente sono già a buon punto. Lei se lo lavora con la lingua e poi se lo infila tutto in bocca. La ragazza ci dà dentro veloce con la testa, io invece devo andare piano altrimenti vengo subito. A volte stacco completamente e mi verso altro havana tanto per guadagnare tempo. Con il telecomando premo ffwd e vado a qualche scena dopo, a quando lei sta a pecora e lui spinge forte da dietro. Io mi figuro di essere là con loro, aumento la velocità della mia mano e vengo. Vengo sulla televisione e un poco sul bracciolo del divano. “Kurtz whumberg toi umghert” gli dico. Mi appresto a pulire altrimenti ci resta la macchia, anche se a casa mia non ci viene mai nessuno. Stacco il videoregistratore e Ingrid e Wolfang spariscono. Finisco quello che c’era nel bicchiere e mi dico che devo curarmi la alopecia e comprarmi dei vestiti nuovi. Magari delle camice che così non si può andare avanti. In cucina ho lasciato il frigorifero aperto e la lucetta arancione illumina la cucina.
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| Appunti sugli zombie | |||
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I primi film di zombie li ho visti nel 1984 a casa di Vittorino, l’unico bambino del condominio a possedere un videoregistratore. Era un Philips vs23 a due testine, privo di moviola. Il meccanismo era così rumoroso che per contenerne il suono ci mettevamo una coperta sopra. Quando bisognava andare al bagno o andare a prendere un bicchiere d’acqua spingevamo pause sul video e ci andavamo insieme. Poi due anni dopo abbiamo scoperto i film pornografici grazie a Mariano che era l’unico bambino del condominio a possedere un fratello maggiore che ci iniziò precocemente all’autoerotismo. Da quel momento abbiamo mollato i film di zombie. Ogni tanto però mi capita di rivederne uno. Ad esempio ho visto 28 giorni che è stato molto bello con una colonna sonora e un taglio molto rock-mtv oppure resident evil che però contiene troppa figa per essere un film di zombie. Penso in generale che i film di figa e i film di zombie debbano stare in mondi differenti. Segue un breve saggio sugli zombie. Lo zombie è un mostro moderno, creato con il cinema e non ha nessuna tradizione alle spalle. Niente a che vedere con orchi, draghi e lupi mannari la cui storia si fonde con le leggende popolari. Sono numerosi i racconti contadini che narrano di draghi aldilà del bosco o inabissati sul fondo dei fiumi o dei laghi. E' un tipo di terrore antropologico, che risiede nel concetto stesso di confine fisico, limite territoriale oltre il quale non andare. Metafora del buio della conoscenza e altri concetti correlati al territorio. Poi sono venuti i vampiri. Il più terrificante tra tutti perché ha le sembianze di un uomo, arguto e malefico. Il vampiro è più intelligente di un uomo, ha più forza, una parziale immortalità e carisma da star del cinema. Viene spesso raffigurato ricco e inserito nell'alta società. Il vampiro inoltre è vittima di un maleficio da parte di un Dio, che lo condanna a vagare per l'eternità senza mai giungere alla serenità della morte. Un mostro che ha un legame con la religione cristiana e con il concetto di vita post morte molto evidente. Il primo mostro creato dalla modernità, è stato Frankenstain. Un mostro creato dall'ingegno dell'uomo, forte e stupido, goffo nei movimenti ed incapace di provare sentimenti, neppure come la cattiveria o l'odio. Frankenstain viene mosso dalla paura, attacca come un lupo che si vede braccato dalle torce dei contadini, ma è assolutamente incapace di odiare. Sicuramente il più tenero tra i mostri. Nessun nesso con la religione, se non il misero tentativo da parte degli uomini di sfuggire alla morte ricostruendo la vita in laboratorio. Poi sono venuti gli zombie. Il primo elemento che viene da analizzare è la presenza in gruppo. A dire la verità non si tratta di un gruppo vero e proprio in quanto i singoli zombie non interagiscono tra loro, non hanno nessuno schema per attaccare l'uomo e non elaborano strategie di caccia di gruppo. Quindi è un agglomerato non coeso e non legato da alcun tipo di vincolo. Uno zombie può tranquillamente passare da un gruppo all'altro. Tanto per dire, un vampiro nutrirebbe un legame molto più profondo con altri suoi simili. Come Frankenstain, gli zombie sono creati dall'uomo. Quasi tutte le versione cinematografiche ne attribuiscono la genesi ad un virus, ad una sperimentazione troppo audace da parte di multinazionali o di enti governativi senza scrupoli e che sfugge poi al controllo. Un cadavere viene contagiato da questo virus e dopo alcuni istanti si rianima. Si muove lento e goffo con le braccia protese in avanti, e avanza verso l'uomo con la caratteristica andatura dondolante incerto e feroce. Lo zombie è attirato dalla carne viva. Si tratta in realtà di un paradosso questo perché una volta che lo zombie riesce a piazzare un morso sulla preda, l'uomo si trasforma in uno zombie egli stesso, perdendo di ogni attrattiva agli occhi dello zombie cacciatore. I film di zombie hanno tra loro tanti punti in comune. La claustrofobia per esempio. Il gruppo di protagonisti per esempio è sempre circondato da un numero enorme di zombie. Dietro ogni porta, per ogni strada e in ogni palazzo, un gruppo di zombie è pronto ad attaccare. Il gruppo si difende come può, sparando precisi colpi al cervello che sembra essere l'unica maniera per ucciderli davvero. Ogni tanto gli zombie mettono a segno qualche colpo e uno dei protagonisti si trasforma in zombie che viene poi ucciso dai suoi stessi amici. In ogni film c'è l'immancabile battuta: "se dovessi trasformarmi in una di quelle cose che stanno là fuori, non esitare a spararmi". Dramma di un certo spessore. Un altro elemento che accomuna tutte le produzioni cinematografiche è la possibilità di avere tutta la città a disposizione. Infatti tutti sono diventati degli zombie e il piccolo gruppo di superstiti fa razzia nei supermercati vuoti, nei negozi di elettrodomestici, e si serve da solo ai distributori di benzina. C'è sempre una scena di un negro che esce da un vetrina di un negozio di elettrodomestici con un televisore in spalla, e questa è una strizzata d'occhio all'anarchia ed alla brama di possesso di ognuno di noi. Lo zombie è come dicevo prima un mostro moderno. Legato al cinema ed ai videogiochi. I film di zombie sono degli sparatutto per playstation e la trasformazione in zombie deumanizza, cioè fa perdere al mostro l'anima e non ti fa quindi sentire in colpa quando spari una pallottola in mezzo alla testa ad un bambino o a tua sorella. Altro elemento importante è l'autostima che ne proviene dal sentirsi ancora un umano. Quando ti rendi conto di essere circondato da un gruppo di zombie non disperi subito, per quanto possa essere spaventosa l'ipotesi. Il nemico è malvagio e numeroso, ma stupido e lento. Stupido e lento. Si muove a piccoli passi, avanzando di pochi centimetri e con l'equilibrio incerto. Non percorre mai la strada più breve per arrivare alla preda, ma solo quella che riesce a vedere. Quando uno zombie riesce a prenderti non è mai perché ha avuto un lampo di genio o perché abbia fatto una mossa astuta, ma solo per la tua inettitudine. Lo zombie è anche laico, non contaminato da elementi religiosi. Gli zombie non rifuggono al crocifisso o agli esorcismi, non ci sono magie e riti da praticare, loro negano il concetto stesso di anima. Sono solo corpi in mancanza di intelligenza alla ricerca di cibo. In questo senso, gli zombie non sarebbero mai potuti esistere negli anni addietro, quando tutto era una simbologia della religione o almeno la chiesa così lasciava credere. Essendo un prodotto moderno, lo zombie ha un'ambientazione urbana. Gira per le nostre piazze, invade i supermercati ed i centri commerciali. In tutti i film poi, gli zombi prendono l'ascensore. Anzi, escono dall'ascensore mentre i protagonisti tentano la fuga e stanno proprio aspettando l'ascensore.
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| Aria condizionata | |||
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All'inizio ci riprendevamo con la telecamera, poi facevamo le fotografie con il telefonino e le mandavamo agli amici (venivano sempre mosse perché mi trema la mano), poi lo facevamo nei bagni di McDonald’s sperando che entrasse qualcuno poi abbiamo fatto uno scambio di coppia. L'estate scorsa eravamo in un villaggio turistico a Sharm El Sheik. Un posto dove la popolazione locale si confonde con gli animatori dei villaggi. Brunella se ne stava tutto il giorno stesa su un lettino a bruciarsi la pelle sulla spiaggia. Riempiva parole crociate e ascoltava la musica da un lettore mp3 che aveva comprato qualche settimana prima. Abbiamo passato due giorni davanti al computer per capire come trasferire i brani dal computer al lettore. Alla fine abbiamo chiamato il fratello di Brunella, Roberto che ci ha detto come fare. Brunella sostiene di essere stressata, oscurata, maltrattata, incompresa e inascoltata a lavoro. Lo stress è il male a buon mercato degli impiegati. Tutto questo per via di una sua collega che ha avuto una promozione. Adesso fuma sigarette light su un lettino in Egitto. Io sono semplicemente seduto sotto il condizionatore del nostro bungalow. I posti caldi non mi sono mai piaciuti e se fosse stato per me questa vacanza l'avremmo fatta in Svezia. Avrei barattato tutti i cammelli dell'Egitto per un pinguino. Con il telecomando aumento la velocità dell'aria oppure ogni tanto lo seleziono come deumidificatore. Da quando ho letto sulla guida che il tasso di umidità raggiunge il trenta percento, per almeno un'ora al giorno sento il bisogno di deumidificare l'ambiente. Penso che il nostro bungalow quanto prima si trasformerà in una palude con sabbie mobili e rane. Nel bungalow ci sta anche la televisione satellitare e la mattina guardo maurizio costanzo oppure i programmi che danno sulla rai. Ho messo gli occhi su una ragazza che lavora nel villaggio. La mattina passa a mettere in ordine le camere ed ha un'uniforme azzurra con ricamato sopra il nome del tour operator che ci ha venduto il viaggio. L'ho raccontato a Brunella e lei mi ha chiesto di tenerla informata se ci fossero state delle novità. Mentre Brunella è in spiaggia io a volte passeggio per il villaggio o per le zone limitrofe. Faccio qualche passo tra gli alberghi della zona e infine mi allontano dalla zona turistica. Fino a quando sei in prossimità di alberghi, si avvicinano persone di tutte le età per venderti braccialetti o papiri con delle scritte incomprensibili, oppure collanine di perline e riproduzioni delle piramidi, a mano a mano che ti allontani da quella zona e ti dirigi verso la città cominciano a chiederti se cerchi droga, sesso, oppio, corse clandestine, bambine e se hai denti d'oro da vendere. Questa gente vive in povertà assoluta e non sentono neanche le mosche con i riflessi verdi che si appoggiano sulla pelle. Quando ti sono vicini il loro fiato ti stordisce. Sono alla stregua di cani stesi a prendere l'ombra sotto i muri. Faccio delle fotografie a muri fatiscenti cercando bellezza dove c'è disperazione. Compro dell'hashish da uno che mi camminava dietro mostrandomi la merce stretta nel pugno della mano. Ogni volta che apriva la bocca i denti d’oro che aveva in bocca riflettevano luce. Ritorno al villaggio e mi siedo sotto al condizionatore, fumo quello che ho comprato e me ne vado in spiaggia. Brunella è seduta vicino ad una coppia di italiani. Parla con loro. Gesticola vistosamente. Quando mi vede dice che sono suo marito e dice pure il mio nome. Io entro subito in acqua ferendomi sulla barriera di corallo che appesta le acque limitrofe. Un graffio poco profondo all’altezza della caviglia e un piccolo segno rosso compare dall’acqua. L'hashish attenua il dolore e resto in acqua a galleggiare come avevo imparato a fare da bambino a Licola. A tratti l'acqua è fredda e sulla pelle sbucano delle micro puntine e mi dico di stare tranquillo perché è solo una reazione al freddo. Risalgo sulla spiaggia e Brunella sta ancora parlando con la coppia di italiani. Lui è senza capelli, ha degli occhiali scuri curvi. Lei ha i capelli corti e si chiama Sara. Apprendo che sono di Viterbo e parlano come Martufello. Ridono spesso e ci mettono al corrente che non hanno figli perché Sara con i capelli corti è sterile. All'inizio volevano adottare un bambino ma per il momento hanno comprato un cane per riservare su di lui tutto il loro amore. Dicono che però un bambino è un'altra cosa. Il cruciverba di Brunella è solo cominciato, ha annerito giusto qualche casella. Questo significa che stanno da molto tempo a parlare. Nel frattempo il sole mi riscalda e il sangue comincia a circolare più velocemente attenuando l'effetto analgesico narcolettico dell'hashish. Dai graffi che mi sono fatto sulla caviglia comincia a fuoriuscire del sangue. Gli altri dicono che mi devo disinfettare e non farci andare la sabbia sopra. Brunella saluta e mi accompagna al bungalow. Nel sentiero del villaggio mi dice che Sara e il marito frequentano un club dove si pratica lo scambio di coppia. Mentre Brunella mi mette del mercurio cromo che stava nella cassetta del pronto soccorso del bagno, mi rollo un'altra sigaretta di hashish e le chiedo di farmi un pompino. Eiaculo sulle lenzuola e mi addormento. Al mio risveglio sono da solo. Il condizionatore è acceso al massimo ed ho quasi perso l'uso di un braccio. Brunella è nel bagno a farsi una doccia e la sento muoversi sotto il getto dell'acqua. Entro per fare pipi e lei mi dice che finalmente mi sono svegliato. Io alzo la tavoletta e comincio a urinare. Il flusso è giallo intenso per via delle tossine. Le dico che ho dormito a causa dell'hashish e le racconto anche i particolari dell'acquisto. Lei invece mi dice che la coppia di Viterbo è molto simpatica e che hanno detto se quella sera avremmo cenato insieme al ristorante del villaggio. Tiro lo sciacquone e ritorno nella stanza. Dalla valigia tiro fuori un taccuino che avevo portato appresso. Ci appunto sopra alcune differenze sulle economie occidentali e quelle dei paesi depressi. Verso le otto scendiamo al ristorante dell’albergo. In quanto occasione mondana, tutti sono vestiti con camice stirate e sandali di lusso. I camerieri corrono veloci tra i corridoi e nella sala. Spingono carrelli con piatti colorati e composizioni di frutta imitate dai manuali. Nella sala ci sono coppie anziane che non vedranno l’anno prossimo. Io ho quarantadue anni e conto di viverne altri venti almeno. Brunella ha tre anni in più di me e mi ha confessato che pensa di vivere fino a settantacinque anni. Le mie prospettive di vita sono legate ad un calcolo complesso e non sulle statistiche rilasciate dal ministero. Tra le variabili del calcolo ci sono lavoro, stipendio, tempo trascorso in auto, condizionatori d’aria, marca di sigarette, eiaculazioni, quantità della pubblicità, concentrazioni delle micropolveri nell’aria. Se avessi un incidente d’auto cambierebbe tutto naturalmente. Brunella è una bella donna e la sua pelle abbronzata le dona. Ha un vestito scollato e i camerieri quando la servono ci affondano gli occhi dentro. E’ lei stessa che lo desidera, altrimenti avrebbe messo qualcos’altro. Ha dei sandali color oro con dei lacci che le risalgono le caviglie. Il culto del suo corpo le impone di comprare capi armoniosi che le fasciano i fianchi, che le accarezzano le caviglie o che lievi si appoggiano alla curvatura del suo seno. Mangio velocemente quello che trovo sul tavolo per via della fame chimica che mi ha scatenato l’hashish. La cucina è orribile. La cifra che paghiamo per stare in questo albergo è ingiustificata. Dalle vetrate del ristorante, vedo passare la ragazza che pulisce le camere ai bordi della piscina. E’ insieme ad un’altra ragazza che lavora nell’albergo. Sono truccate e sicuramente andranno a divertirsi nei bar che ci sono di fuori. Brunella mi tocca con un braccio e mi indica la coppia di Viterbo. Lui ha la testa lucida e lavora nelle assicurazioni. Sul tavolo ha due cellulari di colore argentato. Ogni tanto ne prende uno e parla. Sara alza un bicchiere brindando verso di noi. Brunella fa lo stesso. Io bevo del vino bianco che mi fa venire mal di testa. Sento le tempie che si stringono ed esercitare una certa pressione sulle cavità oculari. Ho l’impressione che gli occhi potrebbero saltarmi fuori da un momento all’altro, rotolare sul pavimento e alla fine un cameriere me li avrebbe riportati su un vassoio. Mi alzo e vado in bagno. Il bagno è formato da un ambiente in comune per gli uomini e donne e poi ci sono le latrine. Tutto è fatto per facilitare gli incontri e il sesso occasionale. Mi lavo le mani affianco ad una tedesca. Potrebbe essere anche ungherese o polacca. Ha la pelle bianca e i capelli ramati. Veste con dei pantaloncini corti osceni che si fermano a metà gamba con una piega. Esco dal bagno chiedendomi come la razza bianca abbia conquistato economicamente il mondo. Quale è stato lo slogan che ha fatto vendere i nostri prodotti? Marketing genetico. Esco dal bagno e mi dirigo verso la sala dei tavoli. Brunella fissa un bicchiere vuoto. Ha l’aria annoiata. Donne così tentano il suicidio con l’enterogermina e poi si ritrovano con un’enorme, immensa diarrea. Finita la cena ci ritroviamo a camminare lungo viali del villaggio con quelli di Viterbo. Lui si chiama Sandro e tenta di vendermi un’assicurazione sulla vita. Io lo metto al corrente sulle miei ipotesi di longevità e lui lascia perdere. Ci troviamo dopo alcuni minuti nel loro bungalow. Hanno un bungalow più grande del nostro con un quadro appeso alla parete. Sandro apre una bottiglia di qualcosa e ce ne versa in bicchieri di plastica trasparenti. Le bollicine risalgono in superficie infrangendosi contro il muro d’aria. Parlano della temperatura, delle trasmissioni televisive, dicono che ci dobbiamo scambiare i numeri di telefono e nel frattempo servono altro liquido con bollicine nei bicchieri di plastica. Sara si sbottona un paio di bottoncini sulla camicetta mostrando parte del seno nudo. Io chiedo altra roba da bere. Sara si sbottona tutta la camicetta senza però togliersela. Di tanto in tanto, a seconda dei movimenti un capezzolo viene fuori. Poi Sandro le prende una tetta tra le mani e comincia a succhiarla. Io mi verso altra roba da bere e poi Brunella si inginocchia e me lo piglia in bocca. Gioca con la lingua sul glande e poi se lo infila tutto nella bocca. Fa queste cose ripetute volte. Sandro si alza e lo mette in mezzo alle tette di Sara. Lei lo comprime tra il seno ogni tanto apre la bocca e gli dà un colpo di lingua. Mentre Brunella lavora di testa io aumento la velocità del condizionatore, chiudo gli occhi e penso alla ragazza delle pulizie con l’uniforme blu. Resto un minuto in quella condizione e quando riapro gli occhi, guardo che a prendermelo in bocca è Sara mentre Brunella ha il cazzo di Sandro tra le labbra. Richiudo gli occhi e m’immagino il corpo giovane e la pelle tesa della ragazza. Sono quasi geloso dell’uomo che adesso la sta corteggiando sotto la musica potente di una discoteca. Avrà quindici anni in meno di me e i segni delle sue calvizie ancora lontani da venire. Sara si alza la gonna e sfila le mutandine. Mi sale addosso e la sua fica è tutta bagnata. Io entro in lei facilmente e lei fa dei movimenti veloci con il bacino e geme un poco e mi bacia in bocca. Riapro gli occhi e Brunella è a quattro zampe sul divanetto di fronte e Sandro la prende da dietro. I suoi addominali si contraggono e vengono fuori dei fasci muscolari definiti. Anche le vene dei suoi bicipiti si gonfiano solcando il muscolo per la sua intera lunghezza. Poi lui viene sulla schiena di Brunella. Sulla schiena di mia moglie. Io eiaculo nella vagina sterile di Sara, lei inarca la schiena e mi stringe la mani al collo e sulla faccia. Infine viene con uno spasmo. Dopo alcuni minuti ritorniamo nel nostro bungalow. Brunella va a lavarsi mentre io fumo altro hashish.
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| Collutorio | |||
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Mi risvegliai con la televisione ancora accesa. Era sintonizzata su un canale satellitare e davano un porno bulgaro con due donne che si leccavano su un divano. Andai in cucina e sputai nel lavandino dove ci stavano i piatti da lavare. Presi uno yogurt ai fermenti lattici attivi. Suonò il cellulare. Elena mi disse che la signora Mossori era già arrivata allo studio. Le dissi di toglierle la dentiera e di cominciarle a fare l'anestesia. Le dissi anche di andarci piano con l'anestetico altrimenti la vecchia sarebbe morta sulla mia sedia. Dodicimila euro. Quando uscii di casa lasciai la televisione accesa sul canale porno. Da lì a mezz'ora sarebbe arrivata la donna delle pulizie e mi piace lasciarla guardare i porno sulla mia televisione a cristalli liquidi. Prima di uscire lasciai la webcam accesa. In strada l'umanità si stava distruggendo. I segni di un imminente crollo catastrofe risucchio da buco nero esplosione nucleare da un milione di gigatoni erano inequivocabili. Tutti camminavano sotto i marciapiedi per paura dei frammenti di meteorite che continuavano a cadere sul corso Umberto. L’invasione di cavallette della settimana precedente era stata devastante. Dal portaoggetti della Smart presi una bustina di collutorio e lasciai che il liquido verde scivolasse tra le gengive e l'intercapedine tra un dente e un altro. Aprii il finestrino e sputai il liquido verde proprio mentre un marocchino polacco lavavetri zingaro si avvicinava alla portiera. Parcheggiai tra una bmw e una classe a. Risalii le scale che dal garage portavano all'ascensore e incontrai un mio paziente che aveva un appuntamento per quella mattina. Entrammo insieme nell'ascensore e lui cominciò a parlarmi dell'ascesso che aveva in bocca e del dolore persistente che non lo lasciava dormire. Io avevo ancora nel sangue milligrammi di anestetico che mi ero iniettato la notte prima e vedevo le parole del vecchio infrangersi contro le pareti dell'ascensore e trasformarsi in pipistrelli che gli mangiavano i capelli. Le zeta e le esse invece mutavano in serpenti e gli mordevano le gambe attorcigliandosi attorno alle caviglie. Gli dissi di stare tranquillo che l'avrei curato per benino. Elena aveva il camice bianco e i guanti di lattice. Quando entrai nello studio la signora Mossori stava ancora con gli occhi aperti sulla sedia. Aveva ancora dei molari suoi mentre tutto il resto dei denti facevano parte di una protesi. I suoi denti erano ancora forti ma decisi comunque di tirargliene uno. Andai nell'altro studio e mi stesi sulla sedia. Accesi la lampada direzionale e la puntai al massimo della forza sulla mia faccia. Abbronzatura odontoiatrica. Chiamai Elena dall'interfono e le dissi di preparare l'anestesia che ero pronto. Elena entrò nello studio. Preparò un'iniezione di due milligrammi di retanol e me la fece in vena. Sentii la botta, l'impatto, la collisione delle molecole degli atomi e il suono dei vermi sotto la terra che ci aspettavano a tutti. Schizzai in piedi e dissi a Elena di aprire le finestre e fare uscire i pipistrelli che stavano nello studio. Io ero pronto a operare la signora Mossori. Spiegai alla signora che era indispensabile tirare via anche quel molare che solo all'apparenza era sano ma che dentro era marcio malato cancerogeno traditore. Le dissi che c'era bisogno di altra anestesia perché sarebbe stato tutto molto doloroso. Ma che non doveva spaventarsi perchè il dolore è purificazione, un processo di evoluzione dello spirito che passa per l’impura strada della carne. Tutto ciò era inevitabile. Preparai altra anestesia e la iniettai nella gengiva della signora Mossori in più punti. Dopo alcuni istanti la vecchia perse quasi tutta la motilità facciale e ogni tanto chiudeva gli occhi. Poi prese a dormire. Allora io accesi il computer che avevo sulla scrivania e mi collegai alla webcam che stava nel salotto di casa mia. La signora che veniva a fare le pulizie si stava masturbando davanti al porno che le avevo lasciato. Se ne stava stesa sul divano con le cosce aperte e due dita infilate dentro. Che gran puttana che era. Sulla bocca della signora Mossori applicai un divaricatore anale comprato in un sexy shop a Berlino che si indossava per mezzo di alcune cinghie di pelle dietro alla testa. Accesi il trapano e tirai il cazzo da fuori. Presi la mano penzolante ed esanime della signora Mossori e la strinsi attorno al cazzo, e con la mia sopra lentamente cominciai a masturbarmi. Con il trapano nell'altra mano mi avvicinai alla bocca. Cominciai a lavorarmi per bene il dente dalla base. Affondavo il trapano con movimenti precisi e la mia mano sicura mossa dagli spiriti dei grandi dentisti si faceva spazio tra le gengive, e incidevo, modellavo, creavo arte. Accarezzavo il molare con il trapano e dalla bocca veniva fuori puzza di bruciato. Dal monitor quella delle pulizie apriva sempre di più le cosce e spingeva la schiena con forza nello schienale del divano di casa mia. Non appena avrei finito con la paziente avrei derattizzato lo studio. Aumentavo la velocità della mano della signora Mossori. Poi con la pinza estirpai dolcemente quello che restava del molare e me ne venni con uno spasmo sul vestito della signora Mossori. Mi sciacquai il glande sotto al lavandino piccolo attaccato alla sedia e chiamai Elena. Tolse il divaricatore dalla faccia della signora Mossori e la ripulì dal sangue. Spense il monitor sulla scrivania e fece riprendere i sensi alla paziente. Poi dissi a Elena di far uscire i due armadilli che si erano seduti sopra il mobiletto, di preparare altra anestesia per me e di far accomodare al tipo dell'ascensore.
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| Addominali | |||
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Entro nel parcheggio dell'autogrill. Costeggio un muretto e m’infilo a spina di pesce. Spengo la macchina. Penso a cose sparse tipo la qualità della mia pelle e il contatore nuovo dell'enel che mi hanno installato a casa. Controllo le chiavi in tasca e mi avvio verso la struttura di cemento. Ho la camicia bagnata di sudore sulla pancia. Arriva una che sembra una polacca ma che può anche essere anche albanese, rumena. Ha una gonna e le ciabatte. Mano a mano che si avvicina vedo che la sua pelle non è così bianca e forse è rom, bulgara, zingara. Mi metto una mano davanti agli occhi per proteggermi dal sole. La ragazza si avvicina. Mi tende la mano per chiedermi l'elemosina. Anche se ho avuto un'educazione cristiana e ho fatto la prima comunione, la scanso con la mano. Le dico che non ho niente. Quando le sono passato oltre lei mi afferra per la camicia e mi dice - chiavare io-. Mi fermo. La ragazza mi fa cenno si seguirla. Le cammino dietro alla distanza di pochi passi e lei trova un sentiero in mezzo alle macchine parcheggiate. Il calore delle lamiere metalliche si trasferisce al mio corpo quando mi avvicino troppo alle macchine. Sono grasso e peso quasi centodieci chili. Vado in palestra e faccio dodici serie di addominali per volta. Lavoro anche con i dorsali e i pettorali. Il mio allenatore mi ha fatto una scheda che prevede l'allenamento separato dei gruppi muscolari. Ad esempio il martedì e il giovedì faccio pettorali, deltoidi, e tricipidi, mentre il lunedì e il mercoledì lavoro su dorsali, bicipiti e spalle. Gli addominali li faccio sempre e poi corro sulla cyclette e sul tappeto. A volte il cuore mi sbatte forte e temo che esploda nella cassa toracica. Il Giovedì faccio il corso di aerobica al piano di sopra della palestra e sono l’unico uomo a farlo in mezzo a tutte donne. Poi a casa mangio. Ho bisogno di mangiare sempre. Nella macchina tengo sempre una confezione da cinque di tronky oppure le cose del mulino bianco. Se le mascelle non masticano qualcosa io fumo le sigarette. All'autogrill mi ero fermato per comprare un mars o un kinder cereali. La ragazza mi è sempre davanti e ogni tanto si gira per accertarsi che io sia sempre dietro di lei. Adesso sento che la schiena si bagna di sudore e la camicia madida ci si incolla sopra. Arriviamo dietro ad un muretto con dei buchi dai quali si vedono le macchine veloci sull'autostrada. La ragazza si alza la gonna e si mette a pecora inarcandosi e appoggiando le mani sul muretto. Sotto non ha le mutande e il suo sesso peloso si sporge verso di me. Io mi abbasso il pantalone e me lo cerco. Sono bagnato di sudore. Provo ad infilarlo in corpo alla ragazza ma non entra, è troppo moscio. Lei prova ad aggiustarselo in mezzo alle cosce con le mani ma è flaccido, un lembo di pelle di pochi centimetri. Lei dice qualcosa di incomprensibile. Forse dice che sono un ricchione, che sono impotente, che sono un obeso bastardo sudato. Allora tira fuori un coltellino con una lama piccola e me lo infila nella pancia. Adesso ho uno squarcio nella pancia. La lama sarà entrata si e no di un paio di centimetri nel mio strato di grasso. Cado per terra. Guardo verso l'alto e ho gli occhi aperti, vedo la ragazza frugarmi nella tasca del pantalone e prendersi il portafogli e il cellulare. Ho le mutande abbassate e l'uccello da fuori. Il mio microscopico uccello immerso nel grasso. Da cinque mesi non avevo erezioni e allora mi sono scritto in palestra per tonificarmi e perdere peso. La ragazza scappa. Mi metto una mano sulla ferita e l'affondo nel sangue. Devo alzarmi al più presto, non posso stare altro tempo in queste condizioni. Tolgo la mano dalla ferita e mi alzo le mutande e i pantaloni. I pantaloni li tengo con le mani senza abbottonarli. Mi rimetto in piedi. Il sudore scorre anche sulle gambe e sono troppo nascosto perché qualcuno mi veda e venga in mio soccorso. Ripercorro claudicante il sentiero che la ragazza mi aveva mostrato e affanno come quando sono sullo step. Perdo sangue da un fianco. Cammino appoggiandomi sulla gamba destra, tenendo la sinistra solo come appoggio volante per evitare di dilatare la ferita. Esco dalla parte opposta dalla quale sono entrato e piuttosto che il parcheggio vedo un'enorme distributore di benzina con la macchine piene di bagagli. Ci sono anche due camper con la targa gialla e le lettere in nero. Proseguo nella loro direzione. I pantaloni tenuti alla meglio con la mano ricadono sulle ginocchia durante gli ultimi disperati metri. Inciampo e cado. Giaccio con i pantaloni abbassati e una macchia di sangue che si allarga sull'asfalto bollente dell'autogrill sulla napoli salerno. Ho la pelle bianca e peso centodieci chili. Vado in palestra quattro giorni a settimana e mi ero fermato per comprare un mars. Mi vengono incontro delle persone poi perdo i sensi.
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| Scemo | |||
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Mia mamma mi ha partorito sul tavolo della cucina. Il tavolo aveva una gamba più corta e ballava sotto le spinte e le sgambate date nell'aria come risposta al dolore. Ad aiutare mia mamma ci stava Romana che abitava a fianco a noi e che pur non avendo figli sapeva quello che c'era da fare. La pentola dell'acqua calda, gli asciugamani, la recisione del cordone ombelicale con le forbici da cucina, le grida "spingi adesso", "respira", "più forte" e altre cose. Poi c'era la questione del ripulire il tutto dal sangue e gli umori che per sempre si sono impregnati nelle venature del tavolo di legno. Romana che pesava cento chili, mi avvolse in un asciugamano spesso e mi mise nel lavandino, incastrandomi sotto alla fontana per evitare che cadessi, prese mia mamma di peso e la trascinò fino alla camera da letto. Tornò a prendermi dal lavandino e mi piazzò sotto al seno morbido di mia mamma. Romana mi disse che avevo la faccia da scemo quando nacqui e che certe cose si capivano da subito. Per esempio quando vomitavo sempre in seconda elementare per via di una eccessiva ansia lei disse a mia mamma che c'era da aspettarselo da uno con la faccia da scemo come la mia. Oppure quando a nove anni mi pisciai sotto nel salotto senza accorgermene Romana disse che ero chiaramente un ritardato mentale e che se mia mamma voleva aiutarmi doveva portarmi da uno psicologo che forse potevano salvare il salvabile e non farmi venire uno scemo totale. E allora mia mamma mi portò dallo psicologo. Prendemmo l'autobus che da Ponticelli porta a Piazza Garibaldi e da là ci voleva un altro autobus che saliva fino all'ospedale Santobono. Insieme a noi ci stava anche Romana che si era messa un vestito buono con i fiori disegnati sulla gonna e le scarpe nere lucide. Io avevo i pantaloncini corti e camminavo appoggiando a terra solo la punta del piede destro e il tallone del sinistro. Contavo le insegne dei negozi per alcuni calcoli statistici e ogni volta che vedevo un lampione lo sfioravo con il dorso della mano e sbattevo forte la lingua sui denti. Arrivati all'ospedale un'infermiera ci fece sedere a tutti e tre in un corridoio. Ci restammo seduti per una mezz'ora durante la quale vidi il mio primo morto e la mia prima sedia a rotelle. In effetti passò prima la sedia a rotelle, ma adesso vi spiego tutto. Noi stavamo seduti sulle sedie di plastica nel corridoio e di fronte a noi ci stava una statua della madonna con tanti lumini elettrici accesi sotto. Il pavimento era fatto da mattonelle bianche con tante schegge colorate dentro. Alcune grosse finestre di metallo correvano lungo tutto il corridoio lasciando che il sole entrasse e si riflettesse nelle schegge colorate delle mattonelle. Di fronte a noi ci stava una porta di metallo a vetri opachi che si aprì e da dietro ci uscì un infermiere con un camice verde, che spingeva una vecchia sulla sedia a rotelle. Alle spalle della sedia ci stava montata un’asta di metallo con una flebo dalla quale scendeva una gocciolina che tramite una cannula stretta entrava nel braccio della vecchia. La sedia a rotelle aveva attorno alle ruote una specie di pneumatici per aderire bene al pavimento ed erano sudici, sporchi, forse infettati dai microbi. I raggi delle ruote giravano lenti e tutti e tre restammo ipnotizzati. La vecchia era senza dubbio tenuta in vita dalla gocciolina nella flebo. Romana pure non aveva mai visto una sedia a rotelle e quando la vecchia passò oltre, si alzò e andò a fare una preghiera vicino alla statua della madonna. Mia mamma si alzò e andò lei pure. Io allora seguii le due donne vicino alla statua e pregai la madonna come mi aveva insegnato padre Mauro al catechismo. Ave Maria, ecc.ecc., salvaci dal male ecc. ecc., ti voglio bene a te e Gesù ecc. ecc., la valle di lacrime ecc. ecc. Con il tempo avevo sviluppato una preghiera formidabile capace di fare avverare i desideri come una specie di magia. Bisognava farla il giorno prima del desiderio e l'unico fattore da tenere presente era che il soggetto del desiderio fosse qualcun altro. Funzionava solo per gli altri e non per se stessi. Era un concetto questo che ci aveva spiegato padre Mauro al catechismo e che non ci era troppo chiaro. Comunque bastava mettersi d'accordo con un altro e il gioco era fatto. Preghiere incrociate, magari su commissione e il mondo sarebbe stato nostro. La mia preghiera verteva sul fatto che volessi bene alla Madonna e a suo figlio Gesù, avendo anche un certo rispetto per gli altri santi, l'angelo custode, lo spirito santo e non trascurando il papa e i morti. Una preghiera globale, lunga ed efficace. Quel giorno pregai per la signora sulla sedia a rotelle. Chiesi o che riacquistasse la capacità di camminare o che morisse in quanto troppo vecchia per soffrire. Bisognava aspettare un giorno per conoscere l'esito della preghiera. Ritornammo tutti e tre a sederci dopo aver pregato. Quando fummo di nuovo in posizione la porta si aprì di nuovo e uscì una lettiga con un morto sopra. La lettiga era spinta da un infermiere e dietro di lui ci stavano due donne e un ragazzo che piangevano. Una donna in particolare teneva stretta a se la testa del ragazzo. La stringeva forte sul petto come se lasciandola fosse rotolata lungo il corridoio. Il morto era vecchio e stava con la bocca aperta. Aveva la pelle un poco gialla e le gengive erano senza denti. Attorno agli occhi un labirinto di rughe di cartapesta e tutto il collo sembrava di legno scuro come i mobili che avevamo nel soggiorno. Quando il morto passò vicino a noi sia Romana che mi mamma si fecero il segno della croce. Io le imitai subito, per timore dell'inferno e subito partì con la mia preghiera per i morti. L'avevo fatta una sola volta nella mia vita, nell'occasione della morte di una signora del secondo piano, la signora Dora Camillini. Non l'avevo vista morta ma tutti dicevano che aveva un'espressione serena. Da viva invece puzzava e passava tutto il giorno a lanciare le briciole di pane ai piccioni. Per i morti avevo confezionato una preghiera basata sull'accoglienza che le anime degli altri morti gli avrebbero fatto all'arrivo in paradiso. Una preghiera che somigliava quasi una festa di benvenuto nel paradiso che comunque in tutta franchezza, non riuscivo ancora a figurarmelo. La morte era una questione complicata. Poi la porta si aprì e noi tre avemmo un sussulto. Cosa altro poteva uscire? Niente, era solo l'infermiera che ci era venuti a chiamare perché era il nostro turno. Tirammo il fiato e percorremmo il corridoio. La porta che ci avevano indicato era socchiusa e ci aspettava. In poco avrei saputo se ero scemo come diceva Romana. Il dottore stava leggendo dei fogli e quando entrammo fece finta di non accorgersi di noi. Aveva i capelli che gli crescevano solo nei lati e al centro era lucido. Aveva gli occhiali con le stanghette tartarugate e un neo sulla guancia destra vicino alla bocca. Sopra il neo ci stavano dei peli schifosi. Romana disse al dottore che io non sembravo normale e che voleva che mi visitasse e che mi prescrivesse qualche sciroppo o delle fialette per l'intelligenza. Mia madre annuiva nel suo vestito giallo con i ghirigori neri disegnati sui lati. Il dottore mi fece sedere sul lettino con il lenzuolino verde, mi alzò la canottiera e mi tocco dietro la schiena con le sue mani fredde. Ascoltò il battito del mio cuore con un coso e poi controllò i riflessi. Poi prese a parlarmi. "Ti piace andare a scuola?" mi chiese. Se avessi risposto no sarei stato cattivo, se avessi detto si sarei stato buono ma falso. "Si" risposi. "Sicuro?" disse il dottore. Mi aveva scoperto. Dopotutto non si diventa dottore così. "Eh, no" confessai. "Perché" mi chiese. Raccontati tutto come non avevo mai fatto. "Per colpa di Gabriele Tanino che tutti i giorni prova a picchiarmi fuori la scuola. Tutto è cominciato da quando Gabriele stava allevando una colonia di ragni nel suo scantinato. Ha trovato delle schifosissime uova di ragno avvolte in una specie di ragnatela e apposta di buttare via tutto o di dargli fuoco, ha aspettato che si dischiudessero e sono nati milioni di piccoli ragni che lui ha messo in una scatola e li ha portati in classe. Ha aperto la scatola per farceli vedere e tutti quei ragnetti correvano veloci e schizzavano da una parte all'altra e allora io ho avuto paura e ho fatto cadere la scatola con i ragni e quelli se ne sono scappati da tutte le parti. Tutti hanno cominciato a gridare e a calpestare i ragni di Gabriele e allora sono intervenuti i bidelli a disinfettare tutto con il veleno e noi per due giorni abbiamo cambiato aula. Da allora tutti i giorni fuori dalla classe Gabriele Tanino mi picchia. Io scappo veloce e lui mi rincorre fino a prendermi. Poi quando arrivo…" "Va bene" disse il dottore con il neo con i peli sopra. Si rivolse a Romana e a mia mamma: "Il bambino è assolutamente normale" sentenziò. Quando un dottore è così deciso ci sono poche cose da fare. Il dottore mi prescrisse delle vitamine perché disse che mangiavo poca frutta e disse a mia mamma e a Romana di smetterla di dirmi che fossi scemo altrimenti finiva che poi me ne convincevo. Ripercorremmo il corridoio incontrando altri storpi e donna incinte e ciechi e gente senza le braccia. Fuori dalla fermata dell'autobus il sole era forte e io trovai una pietra bellissima perfettamente triangolare con la quale pensai di costruire una lancia in grado di uccidere Gabriele Tanino. L'avevo visto sul sussidiario, gli uomini primitivi lo facevano contro i dinosauri e gli orsi. Sempre sul sussidiario c'era pure la figura degli uomini delle caverne che accendevano il fuoco con i bastoncini di legno e pur imitandoli alla perfezione non ci ero riuscito ad appiccare il fuoco nella cucina. Ma la lancia sarebbe stata perfetta. Romana mi disse di non cantare vittoria perché il dottore si era sbagliato. Anche mia mamma disse lo stesso e tutte e due dissero che dovevamo andare in un altro ospedale dove ci stava un dottore bravo davvero che già aveva detto alla sorella di Romana che il figlio era scemo in soli dieci minuti di visita.
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| Un paio di cose | |||
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Stiamo tutti in fila ad aspettare i clienti all’ingresso della sala. Siamo rasati, abbiamo i capelli corti, i pantaloni grigi e le scarpe nere. La nostra camicia è bianca immacolata appena uscita dalla lavanderia di Dio. Non abbiamo deodorante né profumo. Io ho mal di pancia. Forse svengo. Forse. Quando i clienti arrivano noi li accompagniamo al tavolo. Gli spostiamo la sedia. Li accompagniamo al buffet e gli descriviamo quello che giace nei vassoi. Alcuni di loro guardano e non prendono nulla, altri invece riempiono il piatto. Le carote con l’aceto rischiano sempre di cadere per terra. I funghi tremano sempre nel piatto durante il tragitto fino al tavolo. Il cervello degli uomini è imprevedibile, specie se abbronzato. Noi dormiamo in delle camere che stanno in un caseggiato dalla parte opposta dell'albergo. Nelle stanze e nei corridoi c’è una puzza devastante di piedi. L’odore acido del sudore resta imprigionato nelle stanze a causa dello scarso ricambio dell’aria. Ogni volta che entri negli alloggi impatti contro questa coltre fitta di puzza e ti sembra di sbattere contro un muro. Alcuni ragazzi la sera si masturbano a vicenda e si schizzano nelle mani il veleno che gli esce dal corpo. Senti le molle dei materassi cigolare e dei gemiti soffocati nelle loro gole. Nessuno di noi sogna di essere al posto dei clienti dell'albergo, ma la puzza, quella non ce la meritiamo. Le latrine degli alloggi hanno delle strisciate marroni e le gocce di urina brillano come perle malate lungo il bordo di ceramica. La carta igienica scarseggia e per pulirci usiamo i tovaglioli dell'albergo. Quattro veli morbidi con il nome dell’albergo. Nel seguito della mia vita, non ho mai trattato meglio il mio culo. I miei vestiti comunque non puzzano meno di quelli degli altri. Le mie camicie sembrano raccolte dalla discarica di Calcutta e dall'odore è impossibile distinguerle dai calzini sudati. "Altro patè di fegato d'oca con funghi?" "No, grazie" Lavorare in queste strutture è massacrante. Termini di lavorare la notte verso le due, quando tutti sono usciti dal ristorante e tutti i bicchieri sono stati lavati e riposti nelle dispense e tutte le posate lavate e tutte le sedie alzate. Poi bisogna preparare la sala per il mattino seguente per la colazione, mettendo anche il cartellino sul tavolo corrispondente alla stanza. I nomi dei clienti sono dei numeri. Il quattordici la mattina vuole il succo d'arancia. Il diciotto tre cornetti, la moglie ne mangia due. Una volta andammo a prendere un paio di puttane per portarcele negli alloggi. Erano due nere e battevano in una strada laterale che costeggia l'albergo. Le caricammo in macchina e gli offrimmo cento euro a testa per venire con noi. Quando entrarono nei nostri alloggi non vollero entrare per via della puzza e ci restituirono i soldi. Ci chiesero solo di riaccompagnarle con la macchina al posto dove le avevamo trovate. "Questa mattina abbiamo anche la marmellata di pistacchio, ne vuole?" "No, grazie". Delle volte andiamo in un locale finto cubano che sta vicino all'albergo. Ci stavano sempre dei militari e pochissime donne. Uno di Messina che sta sempre con noi si addormenta sul tavolo e allora gli sfiliamo il portafogli dai pantaloni e Messina offre per tutti. Quando sto al bar sento la musica forte del festival bar che sorge dalla televisione e il crampo alla pancia s'infittisce chiudendo le maglie e stringendola morsa. Ogni tanto mi piego a terra e vomito. Poi per tre giorni poi non riesco ad andare in bagno. "Posso suggerirle l'orata questa sera?" "No, grazie" Quelli dell'albergo ci avevano detto che non potevamo andare nella spiaggia durante le ore di spacco. Non volevano che i clienti ci vedessero e che forse annusassero la nostra pelle. Eravamo tutti bianchi e i nostri capelli a stento restavano attaccati sulla testa. Eravamo il gruppo di camerieri più debilitato e agonizzante e fetido che avessi mai visto. Avevamo addosso la stanchezza di Dio che ha creato il mondo, ma senza aver fatto niente. Eravamo snervati dalla nostra stessa puzza. Se fossimo stati dei cani le pulci ci avrebbero abbandonato. "Questa sera c'è del pollo al barolo, posso portarglielo?" >"No grazie." Il tavolo quattordici me lo hanno affidato ad inizio settimana. In realtà non è l'unico che gestisco, ma fa parte di un gruppo più folto che va dal dodici al ventidue. Sono i dieci tavoli che stanno verso la veranda. Una buona posizione dove il sole non batte né troppo forte né tramonta troppo presto. Ci stanno tre famiglie e sette coppie. Con le famiglie è più semplice. Basta fare la voce da scemo con i bambini e assecondare la mamma che ti dice di portare più pasta o meno pasta, più coca cola e più gelato. I figli catalizzano l'attenzione dei genitori e l'importante è che stiamo bene loro. Per le coppie invece è diverso. L'uomo mette il profumo per marcare il territorio e permette alla donna movimenti solo all'interno di questo. Può muoversi fino a dove si sente il suo odore. Prendere un'ordinazione in queste avverse condizioni antropologiche non è cosa facile. Innanzitutto evitare di guardare la donna il più possibile, anche se ha i capezzoli marroni enormi che sbucano dalla camicetta. Anche se il perizoma sbuca dai pantaloni. Anche se ha un tatuaggio dietro la schiena che affonda nel culo e vorresti sapere proprio dove va a finire. Questo punto è fondamentale. Essere garbato, inespressivo, incapace di fare doppi sensi, impossibilitato ad essere frainteso. Al primo accenno di erezione scappare. Non mettere tovaglioli o fazzoletti nelle tasche dei pantaloni. Ogni rigonfiamento può essere frainteso. E non fa niente se sei sicuro che mentre glielo prende in bocca sta pensando a te. Devi cercare sempre di trattare con l'uomo, guardare solo lui, senza mai fissarlo negli occhi. Non creare competizione, assoggettarsi allo stato di subalterno e non rappresentare un pericolo per la sua virilità. Anche se vedi che la sua ragazza sta flirtando con quello del tavolo di fronte. La coppia del tavolo quattordici è di Trieste. Lui è alto con i capelli corti, lei pure. Sono diffidenti verso di me, non accettano nulla di quello che gli suggerisco anche se l’hanno già pagata. Si sarebbero fermati per dieci giorni e probabilmente avrebbero vagabondato tra la loro stanza e il posto assegnatogli in spiaggia. Si sarebbero ustionati il primo giorno e avrebbero fatto delle escursioni nelle zone circostanti fotografando chiese dimenticate dai santi e comprando peperoncini rossi incandescenti. Poi io gli ho sbriciolato della benzodiazepina nella colazione e lui in spiaggia dormiva, e non solo. Si è addormentato al bar, al bordo della piscina, sul campo di bocce e durante l’animazione con i balli di gruppo sudamericani. Dopo tre giorni di trattamento lambivano la crisi quei due. Lui aveva gli occhi viola per via di questo sonno pesante che non riusciva a scrollarsi di dosso, lei invece era chiusa in un mutismo isterico. Tanto per accentuare il contrasto, una sera oltre alla dose giornaliera di benzodiazepina nel piatto di lui, misi delle anfetamine in quello di lei. Le droghe se assunte per via gastrica hanno un tempo di assunzione notevolmente più lento, ma il loro effetto è più deciso. Quando portai il gelato al loro tavolo, lui dormiva con la testa in mezzo ai bicchieri mentre lei infilzava con la forchettina per la frutta le briciole di pane che lei stessa aveva modellato. Aveva fatto una piccola costruzione con gli stuzzicadenti che sembrava una casetta. Mi chiese un aiuto per portare il suo ragazzo in camera e io e Messina, l’aiutammo. Per tutti i giorni restanti ho continuato a mettere anfetamine nei cibi di lei. “Questa sera ho dei narcotici eccezionali, ne vuole?” “No grazie”. Messina ha un’armonica blues in sol e la sera gli va di suonarla negli alloggi. Basta prendere note a caso per fare un blues, soffiare in qualsiasi dei fori. Più volte è nata una rissa a causa dell’armonica di Messina. La musica ci fa schifo e quando finivamo di lavorare non chiediamo altro di annusare la nostra puzza e di starcene in silenzio. Terminata la stagione estiva torno in Albania oppure vado in Francia da mia sorella, che ha appena avuto un bambino e l’uomo con cui stava se n’ è andato. Trovare qualcuno che si prenda cura di te è difficile. Oggi mentre litigavamo per la distribuzione delle mance è arrivata l’autoambulanza nell’albergo. E’ arrivata con il lampeggiante spianato e noi siamo usciti tutti fuori a guardare. Anche Messina è uscito. Pensavamo si trattasse di qualche vecchio tedesco venuto a morire a Catanzaro Lido. Poi invece sulla barella ci stava il ragazzo del tavolo quattordici con il volto ricoperto di sangue e dietro di lui, accompagnata dalla polizia, la sua ragazza. Quelli alla reception dicono che la ragazza lo abbia accoltellato durante il sonno e che i vicini di stanza hanno sentito le urla e siano intervenuti, altrimenti lo avrebbe affettato per bene. Poi siamo rientrati e ci siamo accordati sulle mance. Adesso sto scrivendo una lettera a mia sorella. Le scrivo del clima mite e di questo lavoro che in fondo tanto male non è, eccetto per la puzza, ma questo evito di dirglielo. Voglio che lei sappia che io sto bene. In busta ci metto anche cento euro tra due fogli di carta, in modo tale che quelli delle poste non se ne accorgono. Le scrivo anche che forse arriverò da lei prima del previsto.
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| Fiuggi | |||
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Tutti erano fuori a giocare a pallone o a fare le fotografie. Il bus era azzurro metallizzato fuori e all’interno ci stavano zaini e walkman con le cassette di eros ramazzotti e vasco rossi. Brunella era rimasta dentro perché accusava un malore alla pancia e io ero con lei per farle compagnia. Anche i professori e l’autista erano andati via e se aguzzavi bene la vista potevi vederli al chiosco a bere l’acqua minerale. Io non vedevo l’ora di tornare a casa perché Fiuggi era un posto di merda e proprio non avevo capito che cosa ci fosse da imparare in un posto la cui esistenza era giustificata solo dall’acqua minerale. Eravamo là da due giorni e tutti, alunni, professori e autista compreso, avevamo attacchi di diarrea e vomito durante la notte a causa dell’acqua minerale che ci facevano bere come una cosa preziosa e introvabile fuori da Fiuggi. Alcuni ragazzi presero a pisciare nelle vasche dove i tedeschi che alloggiavano nel nostro albergo riempivano i bicchieri. Altri invece si dedicarono allo smontaggio dei mobili che stavano nelle stanze dove alloggiavamo. Avevano dei cacciaviti e smontavano i mobili, le mensole, le poltroncine, la doccia. Le parti smontate le calavano con delle corde dalle finestre e le andavano a nascondere nelle zone limitrofe all’albergo. Mentre camminavi trovavi un cassetto, una porta, un comodino. Quelli dell’albergo impazzivano, erano sicuri che in quella stanza i mobili ci fossero sempre stati. I ragazzi telefonavano alla reception nel cuore della notte chiedendo che qualcuno venisse a portargli un armadio o un letto perché non avevano intenzione di dormire a terra in quel cesso di albergo. Brunella aveva mal di pancia e ci teneva stretta la mano sopra. Sicuramente un’altra vittima dell’acqua minerale, solo che non avevo il coraggio di chiederle se aveva avuto la diarrea. Non era una bella cosa da chiedere in effetti. Brunella mi chiese di passarle la mano sopra la pancia, io mi sedetti sul posto di fianco a lei e cominciai a passarle la mano sul ventre. Avevo il cuore che poteva scapparmi dal petto in qualunque momento, non ero mai stato così vicino ad una ragazza e sentivo l’odore di neutro roberts salirmi dolce nelle narici e persino l’odore del baby shampoo johnson si sentiva proprio bene. La mia pancia cominciò a fare dei movimenti strani e sentivo le budella che si contorcevano. Acqua minerale di merda. Il giorno prima con la scusa di farci provare varie specialità ce ne avevano fatto bere almeno due litri di quell’acqua fetida di uovo marcio. Una purga di stato, ecco la scuola cosa voleva ottenere, quella gita in realtà era una punizione. Cos’altro dovevamo aspettarci, le camere a gas? Brunella sembrava rilassarsi a quel massaggio e ogni tanto chiudeva gli occhi come segno di benessere. Poi ad un certo punto ho iniziato a fare dei giri più ampi sulla pancia di Brunella e arrivavo così in alto da sfiorare una delle coppe del suo reggiseno. Incredibile quello che mi stava capitando. Nell’autobus proprio in mezzo al corridoio centrale ci stava un comodino dell’albergo perfettamente rimontato sul quale i professori non affetti da diarrea giocavano a carte. Poi Brunella con un’audacia insospettabile mi chiese di farmi lo stesso massaggio da sotto la maglietta. Io le alzai il maglione azzurro della benetton e per la prima volta in vita mia toccai la pelle di una ragazza. Eccetto chiaramente quella volta che avevo spalmato il lasonil sulla schiena a mia sorella che era stata punta da una zanzara, ma quello non contava. Adesso si parlava di sesso vero, roba da giornaletti pornografici che giravano nelle stanze dell’albergo di Fiuggi e sulle quali tutti ci tiravamo delle gran seghe. Alcuni ragazzi particolarmente annoiati lasciavano i giornaletti nel salottino dell’albergo in mezzo alle altre riviste. Capitava a volte di vedere dei gruppi di vecchiette che se lo stracciavano dalle mani oppure i tedeschi che pesavano centoventi chili andarsi a tirarsi una sega veloce nei bagni. La pelle di Brunella era morbida e calda al tatto e il palmo della mia mano scivolava veloce, privo di qualsiasi attrito su quella pianura sterminata e dolcissima. Con la mano lambivo l’orlo superiore dei jeans e sentivo sotto Brunella torcersi e degli spasmi si succedevano nel suo stomaco in preda all’eccitazione. L’avrei raccontato a tutti. Senza indugio, direttamente sulla strada del ritorno all’albergo da quell’escursione ad una fonte di acqua minerale. Il tempo che qualcuno si sarebbe seduto vicino, io gli avrei raccontato di quando lo avevo cacciato fuori e lei se l’era stretto tra le mani e poi aveva cominciato a baciarlo. La voce sarebbe subito girata per tutta la scolaresca in gita e lei quella sera non sarebbe uscita dalla sua stanza per la vergogna. Ma non me ne fregava niente. Io avrei fatto sesso e l’avrei raccontato a tutti. Anche se Brunella era considerata un cesso con la macchinetta e gli occhiali era sempre una donna. Femminile negli atteggiamenti e aveva i poster di brad pitt appesi nella stanza. Questo era quello che faceva di una ragazza una vera femmina. Certo non era Cinzia Moresi della terza f con i capelli lunghi e ricci oppure quella della seconda b alta che non mi ricordavo mai come si chiamava, e che era stata vista insieme con uno delle superiori che c’aveva la vespa. Quella era proprio inarrivabile. Improvvisamente Brunella ha cominciato ad emettere dei piccoli gemiti. Erano dei lamenti soffocati in gola e ha messo la sua mano sulla mia e se la premeva forte sulla sua pancia. C’eravamo, ero pronto. I film pornografici mi avevano preparato a questo genere di situazioni. Adesso lei si sarebbe prima spogliata e io l’avrei forse leccata in mezzo alle gambe, anche se in realtà mi faceva un poco schifo questa cosa, ma andava fatto. Poi sarebbe toccato a lei di leccare ed infine sarebbe cominciato il rapporto vero e proprio. Avevo un’erezione clamorosa nelle mutande e il mio coso pulsava come se dentro ci avesse un cuore proprio. Ad ogni spasmo che Brunella aveva, per reazione premeva forte la mia mano sulla sua pelle e io approfittavo di quel breve momento per spingermi fino al reggiseno e toccare un bordo di stoffa ruvido e pesante che faceva parte già dell’apparato sessuale di una ragazza a tutti gli effetti. Poi al culmine del suo piacere Brunella si alza dal suo sedile in preda ad una frenesia, si lancia nel corridoio dell’autobus, scarta il comodino, sposta una mensola dell’albergo rimontata ad arte nell’autobus sulla quale i professori ci appoggiavano i telefonini e si chiude nel bagno. E finalmente le era venuta la diarrea anche a lei. Io all’improvviso sento qualcosa muoversi, un calore inavvertito e inspiegabile nelle mutande e uno spasmo caldo mi raggiunge e me ne vengo nelle mutande. Che scopata che fu quella.
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| Valeria attaccata al termosifone | |||
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Quando mi risvegliai controllai che tutti i pezzi fossero apposto. Che le braccia stessero attaccate al busto e i pollici dove mi ricordavo e il collo sotto la testa. Durante la notte l’aria fredda s’intrufolava tra i fori della persiana e serpeggiava nella stanza. Tirai su un lenzuolino che stava tutto spiegazzato ai piedi del letto a me ne stetti a riposare per un’altra ora. C’era silenzio nella stanza e quello che era successo la notte prima sembrava lontano, distanziato milioni di chilometri da poche ore di sonno convulso. Come se il sonno fosse uno strato spesso tra un giorno e un altro. Avevamo litigato forte io e Valeria e quella mi aveva lanciato appresso tutto quello che c’era in casa. Anche una confezione di tonno, che ha poi scheggiato una mattonella e che in niente poteva tirarmi via un occhio o ferirmi mortalmente. All’inizio ha cominciato a dire che non dovevamo più stare insieme poi ha detto che sono un figlio di puttana ricchione e impotente e che con quello schifo che mi ritrovo in mezzo alle cosce non sarei riuscito nemmeno a mettere in cinta un cane. “E chi ha mai detto che voglio un figlio!” le ho detto. Fu allora che Valeria ha tirato fuori il coltello dal cassetto. In effetti all’inizio l’ho vista cercare qualcosa di pesante e di grosso da lanciarmi. I suoi occhi hanno percorso velocemente le pareti e il pavimento e il suo piccolo radar posto nelle tempie ha subito focalizzato l’aspirapolvere folletto. In pochissimi istanti lo ha afferrato e scagliato contro di me ad una velocità impensabile e anche il folletto si è frantumato in migliaia di pezzetti di plastica marrone, sbattendo contro le mattonelle che stavano alle mie spalle. Poi ha aperto il cassetto delle posate e ha tirato fuori un coltellaccio e mi è corsa contro. Ho preso una sedia e l’ho posta tra noi. Sembravo un domatore alle prese con una bestia idrofoba in una piscina per cani. Valeria ha fatto un piccolo balzo e me la sono trovata addosso. Le ho afferrato il polso, e la punta di quel cazzo di coltello lambiva la pelle del collo. Per fare più forza Valeria ci ha appoggiato sopra anche l’altra mano e quando ho capito che davvero mi voleva fare la pelle, le ho dato un pugno nello stomaco e quella ha lasciato cadere il coltello e si è piegata per terra senza fiato. Respirava a piccole boccate e si torceva. Non potevo certo permettermi di lasciarla così. Prima o poi avrebbe ripreso le forze e avrebbe di nuovo cercato il mio scalpo. Ho preso il nastro isolante nero, quello che lei stessa aveva comprato alcuni giorni prima per coprire il filo di rame del frigorifero, e le ho legato i polsi dietro la schiena e attaccato le caviglie. Poi l’ho portata di forza nel bagno e sempre con il nastro isolante l’ho attaccata al termosifone. Non sapevo bene come fare, se c’erano dei nodi particolari per evitare che si liberasse e allora mi sono limitato a dipanare tutto il nastro isolante tra un ferro del termosifone e i suoi polsi. Un bozzolo enorme di nastro isolante, nero e informe se ne stava sopra il termosifone come un grosso ragno africano e teneva legata Valeria che piano piano prendeva conoscenza. Mi piegai verso di lei, e i suoi occhi erano illuminati dalla lampadina arancione che stava sotto lo specchio. Le misi una mano in faccia per vedere se c’era. Lei mi diede uno strattone con il collo e me la spinse via. Mi sedetti sulla tazza del cesso ad aspettare. Come eravamo arrivati a questo? “Come siamo arrivati a questo?” chiesi a Valeria. Stette in silenzio per un minuto, raccolse tutta la saliva possibile per lubrificare il suo ingranaggio vocale e poi disse alcune cose. “Voglio un figlio. Ho trentanove anni. Non voglio morire senza un figlio”. “Hai provato a uccidermi! Altro che figlio”. “Stiamo insieme da sei anni e tu non mi sei mai venuto dentro, perché? Non lo vuoi tu un figlio? Tutte le volte che stiamo a letto sei sempre scappato da me al momento che stavi per venire, e anche quando ti dicevo che stavo prendendo la pillola e invece non era vero, tu non ti sei fidato. Ti ho bucato i preservativi con un spillo e tu niente, anche allora non ti sei fidato e sei sempre venuto fuori”. Valeria stava con la schiena appoggiata al termosifone. I polsi legati sopra la sua testa. Gesù Cristo crocifisso al termosifone. Perché non volevo un figlio io? Passai la mano tra i pochi capelli che la alopecia mi aveva risparmiato e guardai quelle piccole rughe, quell’accalcarsi della pelle diventata di una taglia in più sulle ossa delle mani. Mi stavo restringendo, i radicali liberi mi stavano mangiando dall’interno, prendevo le vitamine la mattina e urinavo giallo e acido. “Io non lo so”. “Cosa non sai!” urlo isterica Valeria. “Non lo so se ce la faccio a prendermi cura di un’altra persona”. “Farò tutto io” disse Valeria, “tu potrai stare fuori sempre, anche avere altre donne, non m’importa, devi solo mettermi incinta”. Ero un vigliacco e avevo paura della morte. Se hai paura della morte non puoi avere un figlio. Questo era quello che avrei dovuto dire a Valeria attaccata al termosifone, ma la vigliaccheria non concede terreno all’onestà. Allora le dissi che l’avrei messa in cinta, e che solo per lei avrei consumato qualche goccia dell’unguento pallido e velenoso che covavo nelle palle. Valeria attaccata al termosifone esplose in un pianto pietoso e divino come se il più misero degli dei avesse ascoltato la sua preghiera. Incurante dell’umiliazione Valeria attaccata al termosifone piangeva. “Andiamo a fare l’amore” disse lei. “Ho paura che poi mi uccidi” risposi. “Giuro di non provare più ad ammazzarti”. Tornai a sedermi sulla tazza. “Non mi fido”. “Come fai a non fidarti di me” disse Valeria. “Solo mezz’ora fa stavi provando a tagliarmi la gola con un coltello!” “Ero arrabbiata, ma adesso abbiamo detto che faremo un figlio e mi sono calmata, dai slegami adesso”. “Facciamo una cosa” le dissi, “io non mi sento tranquillo, lo faremo mentre tu sei ancora attaccata al termosifone”. “Va bene” disse lei. Mi avvicinai timidamente. “Non fare scherzi eh!” le dissi. “Stai tranquillo”. Avevo la voce che tremava e mi chiedevo solo se fossi stato capace di farmi venire un’erezione in quelle condizioni. Le slegai le caviglie dallo scotch e le sfilai le mutandine azzurre. Lei aveva ancora i polsi legati al termosifone ed era mezza immobilizzata, io lo tirai da fuori e mi feci spazio in lei. Quella sera feci quello per cui la natura mia aveva chiamato al mondo e con uno schizzetto diedi il mio personale contributo alla continuazione della razza umana. |
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| Persone speciali | |||
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La storia che mi accingo a raccontare è una storia di ormoni e di un futuro glorioso, probabilmente nel rock o come seconda ipotesi nel settore dell’investigazione privata. Una storia sporca, con molto sesso e poche donne. Una storia da raccontare perché questo è il destino delle storie. Cominciamo con una sega. Stavo seduto sulla tazza e faceva un caldo insopportabile. Le mosche si azzeccavano dietro la schiena e dietro al collo. Con la mano sinistra stringevo la copia di tv sorrisi e canzoni che da sempre stava sulla lavatrice sotto al barattolo verde del borotalco. La pagina era aperta sullo speciale delle “letterine”. Di ogni letterina ci stava un breve profilo psicologico ed una tabella che riportava i seguenti dati: segno zodiacale, città di provenienza, animale preferito e progetti per il futuro. La mia preferita era Simona; socievole e simpatica, amante della danza e del cinema, ariete, Padova, panda, lavorare nel cinema. Poi ci stava una fotografia grande dove Simona era mezza nuda e con le mani si copriva le tette anche se un pezzetto marrone del capezzolo, usciva da sotto le dita. Io lavoravo di brutto e mi davo da fare con il braccio destro. Una vena si era gonfiata tutta e ad ogni colpo che davo, la tavoletta di plastica bianca sulla quale sedevo cigolava. Un cigolio inequivocabile. La plastica si piegava e lentamente cedeva sotto i colpi del mio amore per la letterina Simona. La carta igienica, stesa sulla pancia era preparata a contenere l’imminente secrezione di dimensioni eccezionali. Mi figuravo mentre la portavo allo zoo e le facevo vedere il panda e poi dicevo che se ci mettevamo d’accordo un panda a casa glielo avrei fatto trovare con un fiocchetto rosso e lei diceva che avrebbe fatto tutto per avere un panda e allora io dicevo che una cosa la poteva fare e lei mi chiedeva cosa e io cominciavo a prenderle la mano e lei prima diceva no e poi mi lasciava fare. Comunque Simona era una zoccola e si faceva fare tutto e questa era una condizione indispensabile. Non mi andava di passare troppo tempo per convincerla. Alla fine uscii dal bagno con le occhiaie e andai al frigorifero a prendermi un succo di frutta ad albicocca nella bottiglietta di vetro che quasi mi veniva un collasso. Una volta sono svenuto sull’autobus ma non penso che ci fossero delle correlazioni evidenti tra la mia attività erotica e quell’episodio. Mia mamma comunque mi portò dal medico e il dottore disse che mi masturbavo troppo e mia mamma non mi ha parlato per un mese. Io mi sentivo in colpa, però poi, a casa mia hanno cominciato a comprare “Visto” e le cose sono andate di male in peggio. Il resto del pomeriggio lo passai con Germano, chiuso nella sua stanza a parlare del nostro successo nel gruppo che avremmo fondato da lì a poco. Germano aveva le idee chiare su quelli che erano i rapporti con la stampa, l’immagine del gruppo, la strumentazione specie per gli amplificatori, e aveva anche progettato un tour europeo con ultima tappa a Napoli nel parco di San Giovanni a Teduccio. Si trattava solo di imparare qualche scala con le chitarre e affidarci alla nostra creatività. C’era una luce che ci illuminava e noi lo sapevamo. Avevamo coscienza di questo prodigio che sotto i nostri occhi si compiva, sapevamo di essere speciali. Delle volte avevamo la sensazione che anche qualcun’altro se ne accorgesse e subito correvamo a confessarcelo l’un l’altro. Ad esempio un paio di settimane prima, la ragazza che abita di fronte casa di Germano e che ha sedici anni e due tette tonde e grosse, lo ha guardato con uno sguardo penetrante e fisso, diretto nei suoi occhi, anche se per pochi istanti. Io ho assistito alla scena e allora ci siamo resi conti che quella ragazza, aveva capito. Il nostro essere speciali cominciava ad essere avvertito anche dagli altri esseri umani. Certo non da tutti, ma solo da quelli muniti di una certa sensibilità che ti faceva vedere nel profondo le persone che ti stavano di fronte. Bisognava essere predisposti ecco tutto. Io suonavo la chitarra ed avevo una Squaire, che era l’imitazione della Fender Stratocaster americana, mentre Germano aveva il basso della Ibanez. Un giorno decidemmo di metterci alla ricerca degli altri due componenti del gruppo, un batterista ed un cantante. Decidemmo di cercarli uno per volta per impiegare tutte le nostre forze al meglio. Era un punto sul quale non si poteva sbagliare. Preparammo un pezzo di carta e cominciammo a scrivere delle bozze per l’annuncio che avremmo pubblicato sul giornale di annunci gratuiti Fieracittà. Volevamo da subito far capire che noi avevamo le idee chiare e che non avevamo voglia di perdere tempo. Eravamo due professionisti e stavamo offrendo un’ | |||