HOTEL MESSICO - due centesimi -  .

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Due centesimi indice

 

     1. Prima comunione

 2. Gli operai della metropolitana

 3. Panettoni

 4. Interinal sud side story

 5. Appunti dalla terra

 6. Denti storti

 7. Vacanza a Parigi

  8. La splendente snc

 9. Le puttane nella terra di don Carlo

10. Attentato all'Ikea

11. Zanzare

12. Il matrimonio di zia Ada

13. Disneyland

14. Un grande scrittore

15. Il progetto di ripopolamento

16. Ombra

17. Senegal, Senegal

18. Come diventare zoppo in pochi semplici passi

19. Nella bara

20. Naisa

21. Fino a Fuorigrotta

22. Shangay Baby

23. Due bambini

24. Ventiquattro

25. Diramazioni

26. Giuditta

27. Cinque ragni

28. Crash

29. Abbronzante

30. Mary per sempre

 


 

 

 

 

Prima comunione

La casa di Pietro era più piccola della mia e c'era sempre puzza di cipolla. La madre era greca e metteva la cipolla ovunque. Io ci andavo sempre, ma né per Pietro né per le cipolle, ma per vedere le tette di Marica. Marica era la sorella maggiore di Pietro aveva due anni in più di noi e come vi dicevo aveva queste due tette enormi. Quei due capezzoli grossi e duri che sbucavano dal reggiseno e si lasciavano vedere in tutte le loro forme sono stato il mio patrimonio visivo per anni di seghe. Me le facevo ovunque, nel letto, in bagno, qualche volta pure nei bagni di scuola. E pensavo sempre a Marica a io che le toccavo le tette e soprattutto a lei che se le lasciava toccare.
Venne poi il giorno della prima comunione. Proprio la sera prima mi ero confessato ed al parroco avevo raccontato tutto. Gli avevo detto che commettevo atti impuri, ma non gli avevo detto di Marica, pensai che agli occhi di Dio non avrebbe fatto nessuna differenza. E poi il parroco non mi chiese mica a chi pensavo durante le seghe. Uscii dal confessionale più leggero, puro e mi sentivo buono ma giusto il tempo di tornare a casa e di nuovo a darci dentro di brutto con il diavolo nelle mutande e Marica in testa. Il giorno seguente ero vestito di bianco insieme ad altri bambini. Eravamo tutti in fila con dei gigli infiocchettati in segno di candore, con le nostre scarpe nuove e solo io con le borse sotto gli occhi per le seghe. Mia madre diceva che per l'emozione non avevo dormito tutta la notte e adesso non me ne ricordavo. Tra gli altri bambini c'era anche Pietro e in chiesa tra le panchine della prime file c'era Marica. Quel giorno era bellissima.Aveva un jeans ed una camicetta bianca. Aveva quindici anni e io ne avevo tredici. Durante la processione in chiesa le diedi giusto qualche sbirciata ma per lo più ero impegnato a pronunciare le frasi rituali sull'agnello di Dio, la liberazione dei peccati e tutto quello che in due anni di catechismo ti dicono. Io ero felice perché dopo avremmo fatto una piccola festicciola in un giardino che la mia famiglia e quella di Pietro avevano affittato per l'occasione. Era un giardino piccolo con un grosso gazebo al centro ed una parte in muratura dove c'erano le cose da mangiare, sedie e tavolini. Io ricevetti molti regali da parenti che mi abbracciavano e Pietro anche. Solo per alcuni momenti mi sembrava di essere un bambino come lo ero sempre stato poi a un tratto mi capitava di vedere Marica e subito mi stringeva allo stomaco e l'uccello mi si rizzava che a volte mi diventava perfino viola. Io non ne parlavo con nessuno e anche a farmi le seghe non me lo aveva insegnato nessuno. Una volta avevo trovato nei bidoni dell'immondizia un giornaletto pornografico e l'immagine di alcuni uomini che eiaculavano sul viso di alcune donne nell'atto di masturbarsi e  mi fece capire come andavano le cose. In effetti devo molto a quel giornaletto. Avevo adesso bisogno di informazioni su come toccare le tette a Marica, bisognava sapere se esisteva un accordo che avremmo dovuto prendere, se c'erano documenti da firmare, se bastava che io avessi solo la comunione o dovevo aspettare anche la cresima. C'erano insomma un mucchio di faccende da chiarire su questa storia delle tette di Marica. Decisi quindi di chiedere l'aiuto di zio Luciano. La scelta non era per niente casuale. Zio Luciano era sposato con Zia Giulia ed era il fratello di mia madre. In famiglia tutti noi sapevamo che zio Luciano aveva l'amante. Un giorno avevo sentito mamma e zia Giulia che parlavano al telefono, avevo ascoltato zia Giulia piangere per aver visto zio Luciano che stava con un'altra donna e si lasciarono per un po' di tempo.In seguito ritornarono insieme ma per me zio Luciano restava un punto fermo per le storie di donne. Insomma era l'unico che io avessi conosciuto che aveva due donne, doveva saperne quindi almeno il doppio. Seguii zio Luciano per molto tempo durante la festa sempre a sua insaputa. Ero davvero bravo a non farmene accorgere e questo faceva parte del mio allenamento per diventare un ispettore privato nell'eventualità che non fossi diventato un calciatore. Finalmente vidi zio Luciano allontanarsi dagli altri invitati e recarsi verso la macchina parcheggiata sotto un sole micidiale. Era un bellissima alfa trentatre quadrifoglio oro. Aveva un display verde dove misurava il consumo per chilometri, la velocità, la temperatura, l'orario. Un vero gioiello di macchina, non come la Talbot Horizon di mio padre che io mi vergognavo sempre prima di salirci. Lo raggiunsi che lui era già in macchina ed ero proprio là per bussare alla macchina che lo vidi con il volto riverso all'indietro mentre si faceva una siringa nel braccio. Pensai che stava male e non ebbi il coraggio di bussare alla macchina. Ritornai nel giardino e neanche il tempo di cercare mia mamma per portargli aiuto che lo vidi rientrare senza alcun problema sulle sue gambe. Decisi di tacere. Ma era evidente che quel giorno Dio avesse in serbo qualcosa di davvero speciale per la mia prima comunione. Probabilmente Dio si stava ricordando dei magnifici calci di rigore che tiravo in quel periodo oppure del fatto che la sera aiutassi mia madre a sparecchiare la tavola e allora aveva deciso di premiarmi. Andai nel bagno del giardino e nella piccola anticamera c'erano Marica e sua cugina. Erano sedute su una panchina imbottita con sei gambe, era di ferro battuto e non ci azzeccava nulla con il resto dell'arredamento. Marica si lamentava stringeva le braccia intorno alla pancia e ogni tanto chiudeva gli occhi. Io rimasi sotto la porta senza farmi vedere, ed anche quello faceva parte della mia formazione di ispettore privato.Vedevo lo sguardo di Marica perdersi sempre di più, vidi la sua testa fare una piccola giravolta ed infine svenire. Marica era svenuta. La cugina cercò di farla rinvenire ma i suoi schiaffi e le sue urla no sortirono alcun effetto e Marica non si svegliava. La cugina disse allora "vado a chiamare qualcuno!" e lasciò Marica senza conoscenza sulla panchina. Lei sparì ed io entrai sulla scena. Compresi che quello era il regalo. Agii in maniera rapida e con determinazione. Mi avvicinai a Marica e le sbottonai la camicetta e la sola vista del merletto del reggiseno spinse la mia tachicardia a livelli pericolosissimi per un bambino della mia età, trattenni il fiato e mi dissi che dovevo andare oltre. Tirai fuori la tetta destra dal reggiseno e la palpai tutta. Ero come impazzito, Marica svenuta e io con la mia mano sulla tetta, il sangue era salito tutto alla testa e io con un gesto veloce lo cacciai da fuori, giusto un paio di menate che venni e quasi quasi mi sentivo di svenire pure io. Rimisi il mio pisello e la tetta a loro posto e mentre richiudevo la camicetta di Marica, mi accorsi che uno schizzetto di sperma aveva raggiunto il jeans di Marica. Sentivo i passi delle persone avvicinarsi e la paura mi stringeva il culo. Mi chiusi nel bagno e non uscii finchè Marica non ebbe ripreso i sensi e tutti erano fuori. Da quel giorno le cose cambiarono. I miei allenamenti per diventare calciatore s'intensificarono e le mie preghiere verso Dio pure. Ed erano tutte preghiere di ringraziamento.

Gli operai della metropolitana

Le probabilità che in quell'inverno le cose sarebbero migliorate erano davvero molto scarse. Molti sostenevano che fosse colpa del governo, parlavano di una politica fiscale esagerata altri sostenevano che fosse colpa della crisi petrolifera e che l'alto costo del carburante limitasse comunque la circolazione della gente e quindi dei clienti. Io le tasse per quello che potevo non le pagavo e la macchina non l'avevo. Per me le cose sarebbero potute durare così per molto tempo e se al ristorante non veniva nessuno non poteva proprio fregarmene. Io avevo un alloggio nelle stanze superiori del ristorante e sapevo dove rubare il vino. Uno dei peggiori vini che avessi mai bevuto, mi faceva vomitare e mi sconvolgeva tutti gli organi interni. Non avevo rapporti sociali oltre il mio lavoro. Me ne stavo sempre o nel ristorante o nella stanza e molti pensavano che forse stavo dando fuori di testa e forse avevano ragione. Poi però quelli della circoscrizione est decisero che bisognava fare i lavori alla stazione della metropolitana e presero accordi con il proprietario del ristorante per dare da mangiare a ventidue operai tutti i giorni per tre mesi. Quel porco di Alfredo era felicissimo e urlava continuamente a tutti noi di pelare, lavare, apparecchiare, bollire e noi bestemmiavamo a lui e a quei figli di puttana della circoscrizione est che non si potevano fare i cazzi loro. Fabio, un ragazzo di Catania continuava a sputare nei piatti degli operai della metropolitana e si dispiaceva di non avere malattie da regalargli. Una volta Alfredo, il proprietario lo vide e disse che se ci vedevano potevamo anche chiudere baracca. Gli disse che se proprio doveva sputare nei piatti, era meglio farlo nella pentola con l'acqua calda mentre bolliva la pasta in maniera che non si vedessero i fili della saliva. E cosi Fabio dosava sale e sputo nella pentola degli operai della metropolitana. Cosenza invece era un ragazzo di Cosenza e aveva un altro modo per omaggiare gli operai della metropolitana. Non che si chiamasse proprio Cosenza il ragazzo, ma il fatto è che il suo vero nome non l'ho mai saputo né io né gli altri e per noi lui si chiamava Cosenza. Dicevo, Cosenza invece si passava le posate sotto le palle prima di portarle a tavola. Fabio gli diceva che era una stronzata e che dava poca soddisfazione e allora Cosenza lo invitò a provare. Si passò il dito sotto la pelle azzeccata delle palle e lo lasciò annusare a Fabio che corse subito a vomitare qualcosa nella pentola degli operai della metropolitana. L'unico divertimento di quel ristorante, era al sabato sera. Ci veniva a lavorare una ragazza polacca che si chiamava Irina. Irina non era bella e forse non era neanche così giovane come diceva, aveva della pelle appesa sotto al collo e le mani diceva molto di più del suo falso permesso di soggiorno. Con Irina ci chiavavamo tutti. Compreso Alfredo, il proprietario. Per dieci euro Irina si faceva fare tutto e noi ci facevamo tutto. L'unica cosa sulla quale dovevamo metterci d'accordo era l'ordine con il quale avremmo dovuto scopare. A tutti noi ci faceva schifo infilarlo nello stesso buco dopo che qualcun altro di noi lo aveva infilato. A tutti meno che a Irina ovviamente. Allora prendevamo quattro spaghetti di misura diversa e chi prendeva il più lungo era il primo a scopare e si andava in senso orario. Gli spaghetti venivano poi conservati per gli operai della metropolitana. Chiarito l'ordine si cominciava. Dato che la cucina era fatta di un unico ambiente, si doveva scopare davanti a tutti. Irina si abbassava le mutande e si sedeva sulla lavastoviglie e a turno tutti noi si scopava. Lo facevamo tutti senza preservativo e venivamo tutti quanti nella stessa pezza di stoffa bianca che dopo un po' diventava gialla.Io quella pezza la passavo nei piatti degli operai della metropolitana prima di metterci il mangiare.

 

 

 

 

Panettoni

Nel '95 prestai servizio come obiettore di coscienza. Mi assegnarono ai servizi sociali. Facevo parte dei cento obiettori richiesti dall'assessorato alle politiche sociali da smistare nei vari uffici sul territorio per fare la spesa ai vecchi, aiutarli a ritirare la pensione e  pagargli le bollette alla posta. Trascorsi alcuni giorni alla centrale di Materdei a dormire su un divano accatastato con altri otto obiettori alternandoci al bagno a fumare un discreto marocchino che uno dei miei colleghi si occupava di procurare ad un prezzo equo, in seguito fui assegnato al distretto di San Giovanni a teduccio. Non era lontano da casa mia, giusto un paio di fermate del tram 4. Il mio primo incarico fu di accompagnare Agata nelle case di alcuni criminali a convincere i figli a smettere di drogarsi e andare a scuola. Agata era un assistente sociale sulla quarantina, era una bella donna e ogni volta che andava a casa dei criminali, qualcuno provava a scoparsela. Io anche un paio di botte gliele avrei date e in fondo quei criminali mi erano simpatici. Dopo due giorni fui rimosso da quell'incarico giudicato inadatto e trascorsi quasi due mesi a trasmettere fonogrammi a carceri minorili, a tribunali per i minori, a certificare esistenze in vita e fare fotocopie. Dopo poco feci amicizia con uno che si occupava del progetto "L'arte tra noi". Era un ufficio isolato del terzo piano della circoscrizione, il tale affermò che dal lunedì al mercoledì riusciva a dormire tutto il giorno senza mai essere disturbato. Per il resto passava tutto il giorno a studiare un programma che aveva installato sul pc per la schedina. Era uno studioso in quel senso. L'aspetto che riteneva fondamentale della schedina era quello storico-statistico, se ad esempio diceva, che L'Albino Leffe non aveva mai vinto in casa con il Montevarchi Siena e statisticamente gli ultimi quattro risultati della schedina non avevano mai quattro segni uno consecutivi, l'Albino Leffe avrebbe pareggiato o perso anche quella volta. Ma l'Albino Leffe lo sapeva tutto questo? Dovevo dirglielo? Trascorrevo sempre più tempo all'ufficio del terzo piano fino a quando non fui coinvolto in una manifestazione organizzata dall'ufficio L'arte tra noi. Finalmente lo stato aveva trovato il mio posto. Dovevo distribuire dei panettoni ai partecipanti alla fine di una recita. Dissi che si poteva fare, non sembrava difficile. Per questa ragione mi destinarono all’ufficio l’arte tra noi per un mese intero. Era la messa in scena della storia di Natale con la sacra famiglia nella mangiatoia, il bue e l'asinello, i re magi, i pastori e tutto il resto. La manifestazione aveva come obiettivo il recupero di uomini e donne con passati nella criminalità organizzata, nella droga, malati di aids ma soprattutto erano tutti ex detenuti. Erano tutti costretti a partecipare a quella recita da programmi di recupero in cambio di arresti domiciliari e sconti vari sulle loro pene. Il cast degli attori era formidabile. La lista era stata inviata direttamente dal carcere di Poggioreale e tutta la manifestazione era fortemente voluta da alcuni politici collusi in cerca di voti. Io avevo tra le mani un foglio speciale formato da quattro colonne, la prima diceva il ruolo interpretato, la seconda il nome e cognome, la terza il rapporto del carcere e la quarta una nota dello psicologo del carcere. Giuseppe era interpretato da Lucio Monturi, duplice omicidio di stampo mafioso, aveva tagliato la lingua a uno e infilata nel culo, adesso collaborava con la giustizia. Lo psicologo diceva che nonostante i miglioramenti ottenuti in carcere, doveva essere circondato da persone tranquille e che non era il caso di contraddirlo. Maria invece era interpretata da un ex puttana tossicodipendente. Si trattava di Lina Mione conosciuta da tutta Napoli est, e punto di riferimento per tutti i pervertiti di quella parte della città. La vera forza restavano i re magi. Erano tre appartenenti al clan dei Morella e si occupavano del traffico della prostituzione dall'est Europa. Tutti e tre avevano tatuato sul dorso delle mani i cinque punti della malavita. Avevano occhi di ghiaccio e si dice che si occupavano personalmente del controllo della merce prima dell'immissione sul mercato. Trattavano con le famiglie d'origine per accordarsi sul prezzo e raggiungevano sempre un accordo. Passiamo alla recita. Durante la prima scena Maria disse a Giuseppe che era in cinta ma non sapeva spiegare come. Un mormorio infame fece breccia tra il pubblico. Il regista si appoggiò alla stampella e cercò di riportare la calma in sala. Il regista era stato accoltellato da Giuseppe durante le prove perché inizialmente era ritenuto troppo basso per Maria. Poi in seguito fu schiaffeggiato perché non volle accordare delle piccole modifiche al copione proposte da Giuseppe. L'attore, in effetti, sosteneva che questa storia di essere in cinta di qualcun altro non gli andava a genio e che neanche in una recita poteva essere messo in discussione il suo onore. Lo indussero a ragionare. L'audio faceva schifo, i microfoni fischiavano continuamente e solo i poliziotti in sala sembravano apprezzare davvero l'opera. Venne poi la scena dove Maria e Giuseppe cercavano una stanza in una locanda di Betlemme e il locandiere li rifiutò. Il locandiere era interpretato da Gino Lobiti, un ex benzinaio, guru di un gruppo di pedofili che manifestava i propri interessi su internet. Quando il locandiere, come da copione, negò a Giuseppe l'alloggio alla locanda, Giuseppe lo prese il collo e gli disse che se non gli dava la stanza gli avrebbe sparato in bocca. Il locandiere allora gli accordò la stanza. Il regista era in panico. Giuseppe capì che se avesse accettato la stanza tutta la storia sarebbe andata a puttane. Disse quindi al locandiere che la sua locanda faceva schifo e che avrebbe preferito passare la notte in una stalla. Fantastico. Eravamo in pieno revisionismo storico. Gesù nacque in una stalla non per le avversità del destino ma per l’orgoglio del padre. La scena dell'ufficio anagrafe restò memorabile. L'interprete del ruolo dell'impiegato era Salvatore Nuttu, eroinomane con precedenti per rapina. Anestetizzato da troppo metadone del sert, durante la sua scena si addormentò. Il regista era completamente nel pallone e claudicante, con ancora evidenti i segni della ferita da accoltellamento, lanciò il suo cellulare contro l'attore addormentato sul palco. Il pubblico rideva e nessuno si alzava dalla sala neanche per andare al bagno. Il copione arrivò poi al punto dove entravano in scena i re magi. Dei tre però, solo due erano dietro le quinte, il terzo era scomparso. Il regista oramai era fuori di senno e continuava a dire che il giorno seguente avrebbe protestato con quelli dell’assessorato alla cultura e che quei caproni dovevano ritornare tutti con il culo in galera. Il terzo magio, venne trovato alcuni minuti dopo in un camerino mentre una figurante che interpretava il ruolo di una pastorella gli faceva un pompino. L’atto venne interrotto dal regista che non volle sapere nulla di far portare a termine il discorso che avevano cominciato i due. La pastorella, chiese di essere pagata comunque. Il magio sborsò le ventimila lire concordate e minacciò di vendetta trasversale il regista.

“So tua figlia dove va a scuola” intimò il magio al regista.

Il magio entrò in scena con ancora l’uccello gonfio e in molti giurarono di averlo visto appoggiarglielo con destrezza in mezzo alle chiappe dell’altro magio che sculettava velocemente per non lasciarsi inchiappettare. Nell’ultima scena, ci stava per scappare il morto. Tutti gli attori dovevano recarsi alla capanna dove il bambino era nato a gioire. Non appena furono tutti nella capanna, i  magi fecero partire il loro piano. Uno dei tre, precisamente, Melchiorre, tirò fuori un coltello dai pantaloni e prese in ostaggio una figurante. La figurante interpretava la contadina che portava l’acqua. Pesava cento chili ed era dentro per spaccio di droghe sintetiche a minorenni. Melchiorre disse che il primo che s’avvicinava avrebbe tagliato la gola alla contadina. Gli altri due magi si diedero da fare e si fecero consegnare le pistole dai poliziotti che erano in sala. Quelli zitti le consegnarono. Il regista era impazzito e disse che tutto quello non era nel copione, allora Baldassarre, esplose un colpo di pistola nella gamba destra del regista. La stessa gamba che Giuseppe aveva accoltellato qualche mese prima. I re magi si fecero spazio tra la gente in sala e riuscirono a scappare con in ostaggio la contadina di cento chili. Qualcuno con il cellulare chiamò l’ambulanza che venne a recuperare il regista che mezzo dissanguato vaneggiava.

Quel natale, io riuscii a vendere duecento panettoni a cinquemila lire l’uno.

 

 

 

 

Interinal sud side story

 

Alla Adecco mi dissero che mi avrebbero fatto sapere in tempi brevi. In giro si diceva che la Omnitel a Pozzuoli cercava gente per Natale, per una nuova offerta, le telefonate schizzavano alle stelle e c'era bisogno di gente. Tre mesi, cento giorni circa, una specie di grande fratello ma senza telecamere e con la nomination sicura. Lasciai il curriculum a una ragazza con il caschetto che aveva un cartellino con scritto Amanda. Mi disse che avevo i requisiti giusti per il call center. Avevo il raffreddore e le mie tasche erano piene di fazzoletti pietrificati verdi. Continuavo a chiedermi se il catarro potesse essere una malattia mortale. Una volta avevo sentito di una che era morta per una specie di polmonite e quando starnutiva gli usciva roba verde dalle narici. Seppi poi che si trattava di cancro ai polmoni e quella roba verde era la milza che si stava sciogliendo. Quelli della Adecco furono di parola, dopo quattro giorni mi telefonarono a casa, era un gruppo di selezione della Omnitel e mi dissero che se volevo potevo partecipare alla selezione per delle assunzioni a tempo determinato. Era la prima cosa che ti dicevano. Non volevano che ti creassi delle illusioni, che avessi delle prospettive o comunque che ti organizzassi la vita. Erano eticamente corretti. Se ti andava bene, avevi ossigeno giusto per tre mesi. Tre mesi per poter rimandare la decomposizione del tuo corpo. L'aula era affollata di ragazze. Alcune sembravano uscite da bordelli talmente che erano vestite da zoccole. Tutte con le tette da fuori sperando di beccare un esaminatore maschio per guardarlo fisso negli occhi e fargli tirare il cazzo fino a farglielo diventare viola nelle mutande. Alcune avrebbero preferito sostenere esami orali. Perdonatemi la metafora. La maggior parte dei quiz che ci vennero proposti, erano gli stessi che ti davano al militare. Sequenze numeriche, riconoscimento di figure geometriche, analisi logica e grammaticale del periodo, algoritmi elementari che nascondevano verità interpretate da quelle menti aberrate degli psicologi aziendali. L'evoluzione di questi quiz si manifestava nella discussione. Ti dividevano in piccoli gruppi di dieci persone e ti facevano esaminare una situazione di vita comune. A noi toccò l'ipotesi che un amico aveva trovato un buon lavoro e non l'aveva detto agli altri amici. Era un traditore? Lo faceva per la famiglia povera? Su queste ipotesi bisognava parlare e fare in modo che l'esaminatore si facesse un’idea sulla tua propensione a lavorare in gruppo. Chiaramente cercai di eliminare a priori le posizioni estreme. La verità era nel mezzo. Evitai di dire che era un figlio di puttana per come si era comportato con gli amici oppure che doveva essere riconoscente verso i genitori. Dovevo restare nel mezzo, anonimo fino a quanto si poteva. Alcuni litigarono pur di affermare le proprie posizioni e non vennero presi. Io e gli altri che davamo ragione sia all’amico tradito che alla famiglia venimmo assunti. Noi eravamo quello che la Omnitel cercava. Gente di mezzo. Democristiani che non prendeva mai una posizione. Gente che alla domanda :"preferisci un lavoro fisso per tutta la vita oppure cambiare lavoro secondo le tue capacità?" rispondesse la seconda. Ti chiedevano di prenderlo nel culo e di godere. Per farla breve il mio periodo di formazione alla Omnitel cominciò in Novembre. Lungo il viale che ci portava all'azienda, trovavi foglie morte di platani, preservativi e fazzoletti abbandonati. Probabilmente anche quelli erano test che facevano parte della selezione. La formazione consisteva nell'insegnarci a usare due software, uno che serviva per la gestione delle telefonate, e l'altro che serviva per la gestione dei propri turni. Tuttavia la cosa che risultava più difficile era spostare quel mouse con la pallina intasata di capelli e schifezze. Spostavi il mouse a destra e la freccetta andava a sinistra, ti faceva venire i dubbi sulla tua coordinazione motoria. Il nostro gruppo di formazione era assortito, molti erano laureati, molte erano ragazze, molte erano carine. Ricapitolando: ragazze carine laureate. Eccetto io chiaramente. I nostri formatori sorridevano sempre. Facevano sempre un gesto in particolare, si portavano la mano al petto e con grazia le aprivano nella nostra direzione come se ci volessero irradiare con la loro energia. Avevamo a disposizione dieci giorni di formazione, per entrare nei turni giusto un paio di giorni prima che la Omnitel cominciasse la sua nuova offerta per Natale. Si trattava di una card che acquistata ti dava accesso a trecento messaggi e cento mms, quelli con le fotografie, e tu dovevi configurare i telefonini agli incapaci che ti chiamavano. Non sembrava difficile. Io nel frattempo stavo creando delle solide relazioni interpersonali con un ragazzo che frequentava il mio stesso gruppo, avevo un braccio più corto dell'altro e si chiamava Maurizio. Io e Maurizio andavamo a mensa insieme. Ci davano dei ticket da esibire alla cassa e potevi mangiare il pollo, la cotoletta, il riso e prendere i succhi di frutti nel cartoncino. Maurizio mi disse di appartenere a un gruppo religioso che gli imponeva di non avere rapporti sessuali con le donne prima del matrimonio. Fu da quel momento che comincia a diffidare di lui. Diffidavo sempre di qualunque cosa che per qualunque motivo si privasse di rapporti sessuali prima del matrimonio. Comunque Maurizio che aveva un tasso di testosterone spaventoso, faceva commenti su tutte le donne che in mensa ci passavano davanti. Faceva allusioni sul modo di mangiare, sul modo di sporgersi per prendere il vassoio e sul modo di chinarsi per prendere il bicchierino di caffè dal distributore. Fu alla mensa che vidi Giulia per la prima volta. La vidi mentre metteva la coscetta di pollo con le patate nel vassoio. Maurizio disse che quella per sporgersi in quella maniera doveva sapere il fatto suo. Nell'aula di formazione le ragazze erano tutte pratiche del computer, adoperavano il mouse con una certa sicurezza e aprivano e chiudevano programmi a fottere. Maurizio non aveva mai visto un computer e mi confessò che nel curriculum che aveva inviato aveva mentito. "Ieri ho visto una che si è collegata a internet" mi disse un giorno, "ma sono tutte laureate in ingegneria qua dentro?". Maurizio comunque assimilò il funzionamento del mouse e venne iniziato ai piaceri del tasto destro e in pochi giorni si mise in carreggiata con il gruppo. Faceva progressi. Per conto mio imparavo tutto quello che gli istruttori mi dicevano. La tariffa x costa tanto e puoi chiamare da quest'ora a quest'ora, la tariffa y invece in quell'altra maniera. Non puoi mai dire ai clienti lo storico delle loro chiamate per ragioni di privacy, non puoi attivare delle promozioni a testa di cazzo, non puoi mai riagganciare il telefono prima del cliente qualunque cosa ti dica. Di tanto in tanto vedevo la ragazza della coscetta di pollo e le patate alle postazioni. Aveva la cuffia con il filo attorcigliato tipo filo del telefono degli anni ottanta e per tutta il casermone del call center risuonava l'eco della violenza del suo battere sui tasti. Dopo quella breve formazione entrai nei turni. Maurizio mi capitava di vederlo sempre meno spesso a causa dei turni diversi che ci vennero assegnati. Si lavorava dalle otto a mezzanotte e quando un turno finiva, entravano altre trecento persone a coprirlo. Nel capannone centrale, sulle nostre teste, pendeva un enorme cartellone luminoso che indicava le telefonate in coda. Quando quel numero sarebbe sceso sotto la soglia dei cinquanta, ci avrebbero sbattuto a calci fuori. Finche sarebbe rimasto sopra i centocinquanta ero in una botte di ferro. Queste furono le prime cose che mi insegnò Carlo, un interinale tra i più anziani alla Omnitel, era dentro da sei mesi ed era molto influente su alcune persone chiave alla Omnitel. Alla mensa, gli conservavano sempre il succo di frutta a pesca perché alla pera gli faceva schifo e una volta il guardiano gli aveva fatto parcheggiare nello spazio dei dipendenti Omnitel. Disse che non nutriva speranze. Poteva avere al massimo un altro contratto di sei mesi e poi fuori. Karma interinale. Mi disse di non fare amicizia con nessuno, di non parlare con nessuno. In quella stanza eravamo tutti malati terminali e la cuffia che avevamo alle orecchie era la nostra chemioterapia. Il tabellone con le telefonate in coda misurava l'ampiezza delle nostre metastasi. Cercai di parlare il meno possibile con Carlo per vie delle sue metafore cliniche che mi spaventavano e con lo sguardo cercavo Maurizio che puntava sempre le tette o il culo di qualcuna. Al lavoro andavo benone. Attivavo servizi a fottere, chiunque mi chiamasse gli piazzavo centinaia di messaggi gratis nella scheda e a volte mi appuntavo il numero di telefono delle clienti più carine che chiamavano. Carlo mi disse che era una cosa che facevano tutti all'inizio e che non avrei mai richiamato quei numeri. In effetti fu proprio così. Io cercavo di sorridere al telefono, proprio come mi avevano detto i miei insegnanti alla formazione, perché dicevano che il cliente lo percepisce. Con certe clienti mi mettevo la mano sull'uccello sperando che loro lo percepissero. Passò il primo mese. Il numero delle  al tabellone era alto a sufficienza per arrivare alla fine dei tre mesi e io, proprio come tutti gli interinali al loro primo mese, nutrivo speranza di restare fisso alla Omnitel. Carlo sosteneva che fosse un meccanismo naturale della mente, lo stesso che ti fa credere che quando sei giovane tu non debba mai morire. Poi però, alla fine muori sempre. A casa la mattina mi preparavo il caffè ed ero felice. Non avevo mai visto tanti soldi in un solo stipendio. Mille e duecento quaranta euro più un centinaio di euro in ticket per la spesa con i negozi affiliati. Mettevo il caffè nella macchinetta e pensavo ai mille e duecento euro, lo versavo nel bicchiere e ci mettevo lo zucchero e pensavo ai mille e duecento euro, lo bevevo e guardavo lo zucchero che era rimasto sul fondo e sapevo che sarebbe finita presto. Un giorno alla mensa mi feci coraggio e mi avvicinai alla brunetta della coscetta di pollo e patate che quel giorno però mangiava riso. Le chiesi se il posto era libero e lei mi disse si, le chiesi come si chiamava e lei mi disse Giulia. Ero gia innamorato di lei. Giuro. Le dissi che il mio contratto sarebbe scaduto dopo due mesi e le chiesi quando sarebbe scaduto il suo. Trattenne il respiro giusto per un secondo, per creare la giusta tensione drammatica e disse che lei era impiegata Omnitel a tempo indeterminato. Raccolse la sua vaschetta con il riso e andò via. Per capire che devi morire hai bisogno di conoscere un essere immortale. La notte mi ronzavano in testa i numeri del cartellone delle telefonate in coda, sognavo di arrivare in ufficio e vedere il numero quarantasette sul cartellone perché quelli della Tim avevano fatto una promozione che ci rompeva le ossa e tutti gli interinali andavano a casa. Il contratto poteva essere strappato in ogni momento. Mi svegliavo e accendevo una sigaretta. Ritornavo alla mia macchinetta del caffè e mentre la imbottivo con il caffè Kimbo, comprato con i ticket resturant pensavo a Giulia che era a tempo indeterminato. Non poteva funzionare tra noi. Moderni Giulietta e Romeo. Divisi da più di uno stupido cognome di famiglia. Io determinato, lei indeterminato. Amore a tempo determinato. I giorni seguenti furono giorni bui. Il tabellone delle telefonate in coda era sempre su valori alti, talvolta ci chiedevano di fare delle ore di straordinario e tutto sembrava andare per il meglio, ma quando sei al secondo mese dei tuoi tre mesi di contratto senti già la puzza di putrefazione che proviene dalle tue carni. Carlo mi disse che era normale. La chiamavano sindrome del secondo mese alla Omnitel, alcuni ci avevano fatto una tesi di laurea sopra. Mi diceva che avrei fatto degli incubi con animali di piccole dimensioni tipo pipistrelli, topi, lucertole, ragni che mi mangiavano il cervello. Mi disse di non spaventarmi e che era normale. Maurizio era stato trasferito alle attivazioni dei video messaggi era in un altro reparto e non mi ero mai sentito solo come allora. La clessidra del mio contratto aziendale stava ormai sparando i suoi ultimi granelli di sabbia nell'ampolla di sotto quando incontrai nuovamente Giulia alla mensa. Non avevo nulla da perdere e andai a sedermi sulla sedia libera alla sua destra. Mi salutò in maniera gioviale, sembrò sincera e mi parlò della difficoltà a configurare gli mms per il telefonino Nokia c54. Il software faceva schifo e la compatibilità con il nostro segnale era ridotta al minimo. Quelli del tecnico si davano da fare ma sembravano non trovare nessuna soluzione valida. Io cercavo di parlare della mia vita fuori dalla Omintel visto che presto mi sarebbe rimasta solo quella, Giulia invece non faceva altro che parlare di tariffe e problemi relativi alla Omnitel data la sua immortalità aziendale. In certi momenti sembrava che le spuntasse l'aureola dalla testa ed ero sicuro di sentire un odore di incenso che cospargeva la nostra area. Poi vennero al tavolo altre colleghe di Giulia. Erano tutte indeterminate. Una disse che doveva fare un cambio turno e che quelli alla direzione le avevano detto che le avrebbero trovato “un interinale qualunque” per il suo cambio turno. Giulia abbassò lo sguardo per l'imbarazzo. La ragazza diceva che aveva visto il nuovo gruppo degli interinali alla formazione e che più passava il tempo e più li assumevano stupidi. Diceva di aver visto un gruppo di ragazzi occhialuti che le sembravano tutti dei coglioni e che oramai le agenzie interinali raschiavano il fondo. Presi la mia vaschetta e andai via senza salutare. Giulia esitò qualche secondo poi mi venne dietro e mi afferrò per un braccio. Mi disse di non dare retta a quelle galline e che erano delle stupide. La ringrazia per quanto possibile delle belle parole e andai via alla mia postazione. Il giorno seguente cominciò lo stillicidio.Tutta la fila davanti a me era vuota. Erano almeno trenta posti. Erano trenta interinali che avevano cominciato qualche settimana prima del mio gruppo. Carlo mi disse che sarebbe successo e che era normale. La natura fa fuori gli animali più piccoli e quello che noi riteniamo un meccanismo feroce e crudele è in realtà il processo di continuità della specie. Non è il singolo individuo che conta, ma l’intera specie. Alcuni giorni dopo Carlo non venne. Non chiesi mai a nessuno della sua sorte. Si diceva che stavano girando le liste con quelli da fare fuori e Carlo doveva sicuramente essere in una di quelle. Durante gli ultimi giorni alla Omnitel andavo vestito in una maniera orrenda. Non mi lavavo i capelli e indossavo la stessa camicia per oltre una settimana. Carlo aveva previsto anche quello. Diceva che la chiamavano la consapevolezza della morte. Maurizio lo vidi di sfuggita alla mensa. Incrociammo lo sguardo da lontano senza dirci nulla. Eravamo silenziosamente contenti di essere ancora là. Anche lui aveva i capelli sporchi e la barba lunga. Aveva un maglione verde con un orso disegnato sopra. Anche lui era affetto dalla consapevolezza della morte. Poi venne il mio giorno. Alla fine del turno, un tizio dalla direzione ci venne a chiamare. Eravamo in otto. Lui camminava davanti e noi otto dietro. Tutti ci guardavano. Tutti avevano la testa abbassata in segno di rispetto per i condannati. Il miglio verde. Schindler list. Il pianista. Mi vennero in mente tutti questi film. Ci dissero di firmare una carta e di consegnare le cuffiette. Alcune ragazze cominciarono a piangere. Carlo aveva previsto anche questo. La chiamavano la sindrome del distacco dell'anima dal corpo. In alcuni minuti ero fuori. Ero rilassato. Il destino si era compiuto. Lungo il vialetto che mi portava al parcheggio incrociavo degli zombi al loro primo mese. Erano tutti vestiti per bene, gli uomini rasati e le donne truccate. Io avevo un poco voglia di bestemmiare e un poco voglia di starmene in silenzio.Questo Carlo non poteva averlo previsto. Arrivai alla macchina nel parcheggio degli interinali e trovai un bigliettino sotto le spazzole, “ciao disoccupato, chiamami presto, Giulia”. C’era il numero di un telefonino. Era un numero della Tim.

 

 

 

Appunti dalla terra

Quando parli con me significa che hai il cancro ai polmoni. Ma andiamo per gradi.

Mattina. Mi brucia lo stomaco, ho la pressione massima a trentaquattro e buchi di memoria. Prendo un Aulin. Mi trasporto fino al bagno ripetendomi in testa di non guardarmi allo specchio. Ho il braccio destro praticamente paralizzato e il sangue è tutto concentrato nei piedi. Ho i piedi pieni di sangue e tutto il resto a secco ma sono stato peggio. Apro un’aspirina. Le mani sono disarticolate. Cerco di fare forza con i polpastrelli sulle palpebre e invece m’infilo quasi le mani in gola e sono a momenti per soffocare. Prendo una pasticca di maalox plus, quelle nella confezione gialla con la striscia rossa. Comincia il processo digestivo dei medicinali e con un rutto sposto i mobili della cucina. Considero di mettere su una ditta di traslochi che di questi tempi mettersi in proprio non è male. Devo trovare gli operai e un furgone. Il mio futuro per oggi è stato pianificato. Mi appunto che il furgone non deve avere più di sessantamila chilometri e che sia diesel. Sbilenco e claudicante guadagno il letto e cerco argomentazioni per la depressione della mattina. Ne ho bisogno per la secrezione delle endorfine. Un tempo mi masturbavo adesso preferisco la depressione. Scelgo il programma classico, quello del punto della mia vita. Arrivo a trent’anni superando di gran lunga le aspettative di vita di medici, amici, fidanzate, datori di lavoro, familiari e altre categorie di umanità. Da piccolo mio padre mi regalò un pesciolino rosso e tutte le volte che lo guardava nuotare nella sua boccia di vetro urlava a mia madre: “questo pesciolino vivrà più di Luciano”. Comunque ci siamo ancora tutti, io, mio padre, mia madre e il pesciolino rosso anche se da sette anni si ostina a nuotare a pancia all’aria e non mangiare le mosche morte che mio padre caccia. Per vivere parlo al telefono con mitomani, squilibrati e pervertiti. Lavoro ad un centralino per le emergenze. Quando parli con me al telefono significa che hai il cancro ai polmoni. Io ho cominciato a fumare da quando lavoro in questo posto. Sono abituato a parlare con gente che dopo un paio di mesi che l’ho inserita nel mio database muore. Il software che abbiamo in ufficio per gestire l’anagrafica dei pazienti, ha il tasto per eliminare i pazienti deceduti. Su quel tasto c’è disegnato un cesso. Questo vi lascia capire la sensibilità dell’uomo che progettato il software. Io clicco sul tasto a forma di cesso e il mio ex paziente finisce a concimare sperduti cimiteri con vermi e secrezioni varie delle sue ossa e quel che resta della sua pelle di vecchio. Un giorno una mucca di allevamento mangerà le ceneri del vecchio, questa a sua volta verrà macellata e trasformata in hamburger da Mc Donald o Burgher King e tutte le volte che mangerete un panino starete mangiando il mio vecchio che ho eliminato dal programma dell’anagrafica pazienti con il tasto a forma di cesso. Pensare in questa maniera non è molto sociale e a pensarci troppo alle cose si sa che non va bene, ma non posso farci nulla, questo è il genere di cose che penso mentre lavoro. Parlo con uno di Milano al telefono e guardo la sua cartella clinica al computer. A occhio quantifico quanto gli resta da vivere e per rispetto delle sue ultime volontà gli chiedo se gli piace il ketchup e la maionese. Questo io lo chiamo rispetto per il prossimo. Però ai vecchi non glielo dico che è inutile accanirsi e che tanto ho già il dito puntato sul tasto per eliminarlo dal programma di gestione anagrafica perché altrimenti mi licenziano. Questo nella mia azienda si chiama customer care. In molti pensano che il mio sia un lavoro noioso e che con il tempo ti renda cinico, uno di quei lavori che puoi fare per pochi mesi prima di andare fuori testa e diventare testimone di Geova, mettere le bombe sotto alle agenzie Tecnocasa o appiccare incendi. Un mio collega una volta ha dato fuoco a un accampamento di zingari. Anche se le loro roulotte erano a venti chilometri da casa sua, sosteneva che nelle notti d’estate, quando il caldo insopportabile lo costringeva a dormire con le finestre aperte, lui sentiva gli zingari parlare ad alta voce nella loro lingua e non lo lasciavano dormire e arrivava al lavoro sempre più nervoso. Io non ho nulla contro gli zingari e contro tutti gli immigrati. Compro l’erba dai marocchini, il fumo dagli albanesi e quando vado a puttane preferisco le polacche. Il luogo di riposo del mio ufficio è l’angolo delle macchinette che distribuiscono il caffè e le cioccolate. Adesso hanno impiantato anche quelle degli snack e delle patatine e ogni confezione di qualunque cosa non pesa più di 25 grammi (cipster piccolini) e non costa meno di 55 centesimi. Vicino alle macchinette si accalcano tutti per sfuggire alle telefonate e per cercare di procurarsi un uomo o una donna. Spesso entrambe. Le tecniche di seduzione nel corso della storia si sono affinate, adattate al progresso raggiunto dall’umanità, ma sono rimaste invariate nella sostanza. Le ragazze in ufficio girano con i tanga fuori dai pantaloni e con le camicette aperte per farti guardare le tette, se però provi a cacciarlo da fuori e farti una sega o ad appoggiargli una mano sul culo ti danno del pervertito. La direzione della mia azienda è molto sensibile a questo genere di problemi, e per evitare legami promiscui e improduttivi sul lavoro, assume solo delle ragazze brutte. Prima di tentare l’approccio sessuale con un cesso, l’uomo, ci impiega almeno tre mesi di auto convincimento, training autogeno e altre cose orientali. In questa maniera l’azienda ci guadagna un paio di mesi buoni di produttività, insomma giusto il tempo del contratto interinale e fa fuori la ragazza brutta per sostituirla con un’altra più brutta ancora. Per lavorare al centralino ci sono un paio di cose che devi sapere. Tutti quelli che chiamano non stanno mai così male come ti dicono, tutti ci provano ad avere interventi urgenti nel pieno della notte, tutti tireranno in ballo la questione che potrebbero morire e tu ne saresti il responsabile. Ricordati solo che quelli che moriranno sarebbero morti lo stesso anche se tu, prima di organizzare l’intervento dovevi finire la partita a campo minato e mettere il record nella schermata piccola che per inciso è detenuto da Cinzia ed è di nove secondi. Cinzia stessa confessò che quel risultato straordinario scaturì da una concomitanza impressionante di fatti, e il premio per chi riesce a battere il record sono due euro nella chiave magnetica per i distributori di caffè.

La mia unica distrazione al lavoro è il mio gruppo rock. Io suono la chitarra, anche se sono capace di mettere gli accordi solo nei primi sette tasti del manico e gli accordi non devono richiedere più di tre dita. Non pensate che sia poco quello che si può fare con tre dita in sette tasti. Conosco a memoria il fa maggiore, il sol maggiore, il do minore e il re settimo. Praticamente con questi accordi puoi suonare tutte le canzoni italiane degli anni sessanta e diversi brani che hanno vinto Sanremo. Per venirmi incontro, il mio gruppo si è prefissato di rivedere in chiave rock molti pezzi italiani e abbiamo registrato un demo molto promettente. Nella cassetta ci sono tre pezzi The cat (la gatta), The window in a room (il cielo in una stanza), To travel (si, viaggiare). Le traduzioni dei titoli e dei testi sono state fatte dal bassista che dice di essere stato per due settimane a Londra e di avere imparato l’inglese ad un livello migliore del nostro che compriamo il corso De Agostani in edicola tutti i Mercoledì. Il gruppo per il momento non ha nessun nome. In realtà non ha neanche nessuna data in programma anche se ci ostiniamo a provare come dei dannati in un garage di proprietà del batterista. Il requisito fondamentale del nostro batterista è il garage, il posto in cui proviamo senza pagare. Elvio è capace di tenere un solo tipo di ritmo, ma quando gli prende bene quel maledetto riesce ad andare avanti per ore senza perdere una sola battuta, e cascasse il mondo per quel tipo di ritmo che conosce Elvio è il migliore. A causa di Elvio abbiamo preso tutti i pidocchi. Io pensavo che nel 2004 i pidocchi fossero stati debellati e che fossero una leggenda come la peste bubbonica o la tisi. Sembra invece che i pidocchi abbondassero nel garage di Elvio e in particolare nel divano che Elvio aveva recuperato in qualche discarica. Il divano non era male salvo per il posto di destra che poteva renderti paralitico se ci restavi seduto per più di due ore, i pidocchi però c’erano, solo che noi non lo sapevamo. Quella sera stavamo suonando la versione hard di The cat e avevamo fatto tanto di quel casino che sudati e a dorso nudo come consumate rock star ci siamo lanciati sul divano. Il giorno dopo eravamo tutti a provare con i capelli rasati e guardavamo in cagnesco Elvio che rideva e diceva che il gruppo si doveva chiamare “Elvio e i pidocchiosi”.

 

 

 

Denti storti

Quando i dentisti del provveditorato arrivarono in classe in molti tentammo la fuga. Purtroppo solo alcuni guadagnarono il bagno, i più deboli, quelli che non sarebbero passati al setaccio della selezione naturale, finirono preda delle mani che odoravano di detersivo a basso ph dei dentisti. Tra questi c’ero anch’io e accadde quello che avevo sempre temuto. I miei compagni di classe furono decimati uno a uno dai fili metallici delle macchinette per i denti e alcuni dalle stelline d’acciaio di quelle fisse. Sottrarsi a quella tortura era impossibile e se eri uno fortunato come me, che la famiglia non se ne fregava nulla, dovevi solo sperare di non cadere mai nelle grinfie di quei medici repressi che per giustificare il loro stipendio mettevano la macchinetta per i denti a tutti. Ricordo quando successe a Pietro Ripoli che era il bambino che abitava al terzo piano. Per due giorni di seguito non partecipò al torneo di subbuteo che si organizzava nel mio condominio e tutti pensammo subito al peggio.
“Quei bastardi lo hanno preso” dicevano alcuni.
“Non è riuscito a scappare ai controlli” insinuavano altri ancora.
Poi vedemmo Pietro a scuola con la macchinetta in bocca. Si era seduto al primo banco per cercare lo sguardo protettore delle maestre e sfuggire alle malelingue dei compagni, che assiepati nelle ultime file dei banchi l’avrebbero angariato con la cattiveria di cui solo i bambini sono capaci. Io stesso fui autore di diverse cattiverie alle spalle di Pietro e coniai “Pietro filo di ferro” e “Pietro ferro filato” che per anni sostituirono il nome vero dello sventurato.
Tuttavia comprendevo Pietro.
Il dentista non si fece nessuno scrupolo a scrivere con la sua calligrafia illeggibile il responso che avrei dovuto portare ai miei genitori. Mi alzava le labbra come fossi un cavallo in una fiera di paese e con gli specchietti frugava sotto il palato e chissà dove altro ancora. Proposi di mettermi il busto ortopedico in cambio della macchinetta ai denti e lui disse che non se ne parlava proprio. Proposi allora gli occhiali spessi da miope ma non volle barattare per niente altro la sua dannata macchinetta. “Luciano filo di ferro” mi avrebbero chiamato tutti. Mi sarei seduto in prima fila con Pietro e saremmo restati in silenzio tutte le volte che ci avrebbero chiamato “ferro filato” e insieme avremmo giocato al torneo di subbuteo condominiale e sicuramente saremmo diventato omosessuali e avremmo avuto dei figli insieme nati gia con la macchinetta ai denti, gli occhiali e il busto ortopedico.
Da quando consegnai a mia madre la sentenza sul quel foglio illeggibile, trascorsero circa tre settimane prima che m’infilassero in bocca la macchinetta che per sempre segnò la mia fanciullezza.
La sera dovevo toglierla e tenerla in un bicchiere d’acqua con una pasticca azzurra sciolta dentro per non farla arrugginire e dormivo con quella parte di me sul comodino. A mia madre era costata un milione e quindi eravamo in due a maledire la macchinetta per i denti. Fu in quel periodo che cominciai a desiderare di morire di morti atroci solo per far sentire in colpa gli altri. Il sogno che più di tutti mi gratificava era quello di morire soffocato dalla mia macchinetta e che in seguito all’autopsia, eseguita da un ottimo medico della scientifica che lavorava anche per l’uomo ragno, se ne accertava la morte per soffocamento ma soprattutto emergeva che non c’era nessun bisogno che io portassi la macchinetta perché i miei denti erano dritti come quelli di pochi e che solo l’incompetenza del dentista del provveditorato e la cattiveria di mia madre mi avevano ucciso. Immaginavo questi due che piangevano al mio funerale e io che dal cielo, con un sorriso dritto li guardavo, e nella mia infinità bontà li perdonavo. Sarei diventato il santo protettore di tutti i bambini con la macchinetta per i denti. I bambini sarebbero accorsi alla mia statua, presente nelle migliori chiese a portarmi le loro macchinette per grazia ricevuta e un noto architetto avrebbe costruito un santuario a forma di macchinetta per i denti dove tutti i bambini sarebbero venuti a pregarmi.
Purtroppo non morii. Dovetti sopportare l’umiliazione della macchinetta per diversi anni e la compagnia di Pietro che divenne il mio migliore amico. A volte, quando Pietro mangiava i salatini in classe, interi pezzi di salatino gli restavano incastrati tra i ferri della macchinetta e io gli sussurravo nell’orecchio che doveva andare in bagno a lavarsi i denti e sentivo allora la puzza di sudore del suo collo e immaginavo che anche il mio collo puzzasse in quella maniera. Perché mai mi capitava tutto questo? Ero forse il protagonista di un disegno divino che avrei compreso diversi anni dopo? Che cosa aveva in serbo il buon signore per me? Sarei diventato il più grande giocatore di subbuteo del mio condominio? Tutte le domande si accalcavano nella mia testa con i capelli lucidi di brillantina e con ancora nel naso la puzza del collo di Pietro.

 

 

 

Vacanza a Parigi

Ad Agosto vado in vacanza a Parigi. Ho provato a spiegare a Fina che i francesi parlano con la erre moscia, che il tasso di umidità è troppo alto per i miei globuli bianchi e che le macchine rosse francesi sono dipinte con una particolare tinta di rosso che potrebbe compromettere la mia capacità visiva per sempre. Fina vuole andare a Parigi. Ho provato allora con l'arte della retorica. 

"Bene" le ho detto, "vuoi andare a Parigi? E allora andiamo a Parigi". 

Speravo in un crollo psicologico di Fina, ma i nervi di quella donna sono d’acciaio. Ho un piano comunque. L'idea è quella di sfatare la diceria che i napoletani quando vanno all'estero si comportano da persone civili. La cosa è complessa e ho buttato giù sul quadernetto alcuni appunti. Sia chiaro non è un vero e proprio piano di guerra il mio e neanche un attacco personale ai francesi che non mi hanno fatto niente, piuttosto voglio solo rovinare le vacanze di Fina. Io non avevo proposto niente, nel senso che non volevo andare in vacanza da nessuna parte. Mi immaginavo a casa a guardare la televisione per il periodo delle mie ferie. Sudato a cacciare le mosche che si attaccano sulla schiena e ad alimentare colonie di zanzare che tutte le estati soggiornano a pensione completa nella mia stanza. Avrei visto i telegiornali che leggono il numero di vecchi che il caldo ha fatto fuori e mostrano le scene di gente seduta vicino alle fontane con un gelato in mano. "Il gelato fa bene e può sostituire un pasto completo per valori nutrizionali, basta solo non esagerare", avrebbero detto. Quella sarebbe stata la mia vacanza e arrivato a Settembre avrei gioito di essere ancora vivo alla faccia dei telegiornali che dicono sempre che quella è l'estate più calda degli ultimi cento anni. Il programma di guerriglia si articola attorno a pochi punti fondamentali. Alla reception dell'albergo mi presento come Don Vito Corleone. Ho gia il documento falso con tanto di fotografia con vestito gessato e neo disegnato sul viso. Nella valigia devo portare una piccola radio e cassetta di Mario Merola "Mammà" più colonna sonora del film "il padrino" fatta solo con mandolini, e spararla a tutto volume nell’albergo. Ogni volta poi che il personale maschile dell’albergo si avvicina gli do un piccolo schiaffetto affettuoso sulla faccia, mentre alle donne paternamente gli tocco il culo. Per quello che riguarda l’albergo, ho dei dubbi, sento che l'agenzia ci ha rifilato un pacco. L'albergo, hanno detto, che è un simpatico alberghetto a conduzione familiare al centro di Parigi. Ho fatto una piccola ricerca su internet, e invece è venuto fuori che l'albergo è frequentato da puttane dove sono tollerate anche forme lievi di pedofilia. Gli alberghi per puttane in genere mi piacciono, ma non in questa occasione. Gli alberghi per puttane si riconoscono subito. Hanno tutti il lenzuolo di carta, un pacchetto di preservativi nel cassetto e se scavi bene nell'armadio con l'anta sbilenca proprio di fronte al letto, sotto la coperta ci trovi un vibratore e qualche rivista porno umidiccia. Spesso alcune pagine della rivista porno risulteranno incollate tra loro. Ecco, non provate a scollarle. Nel nostro albergo oltre alle puttane algerine ci saranno i tedeschi. Sono sempre stato in alberghi pieni di tedeschi bianchi e alti che mangiano come cani la colazione del nostro albergo di puttane. Durante la colazione il mio sguardo sarà attirato da biscottini piccoli e rotondi, io li metterò nel latte, li mangerò e verrò a scoprire che erano i croccantini del gatto di quei figli di puttana dei tedeschi. Mi verranno allora i crampi allo stomaco e Fina dovrà accompagnarmi all'ospedale, racconterà ai medici quello che è successo e tutto il reparto mi prenderà per il culo e il giorno dopo la mia foto su Le Figaro titolata "Turista italiano a Parigi rischia la vita per indigestione di croccantini per gatti. I croccantini erano al gusto di anguilla e riso". Il nostro presidente del consiglio verrà intervistato e dirà che non sono ancora chiare le cause del mio malessere ma si suppone che si tratti di una intolleranza all'anguilla.
Il mio vocabolario di francese è imperniato sulla frase "Je suis Catherine Deneuve". Ho intenzione di usare questa frase per tutte le occasioni e di ridicolizzare Fina in qualunque momento. Saremo al ristorante, sudando per tradurre il menù, quando invece saremmo potuti restare a Napoli a scegliere la pizza marinara o la margherita e vedere il pizzaiolo che impasta e impreziosisce il tutto con alcune gocce del suo sudore, e la gente poi che gli chiede quale è il suo ingrediente segreto. Dicevo, il cameriere viene e pronuncia la seguente frase: "ljkllòklòl trjkhoije, 3r, wetwetwe?". Io lo so che quel figlio di puttana mi sta prendendo per il culo e magari mi ha detto: "signori volete un po' di cappella dello chef con ricottina verde di coglioni non lavati da quattro giorni oppure del brodo di piscio di cammello alla parigina?". Esito come farebbero tutti i grandi uomini quando il dubbio si insinua nel loro cuore e alla fine adotto la strategia tattile. Metto il dito sul menù e dico "questo" e magari il cameriere ride sinistramente perché ho proprio scelto una porzione di cappella dello chef. Prima di uscire dal ristorante pronuncerò la frase: "Je suis Catherine Deneuve" e vaffanculo a tutti quanti. Ci sarà poi la questione delle passeggiate romantiche. Fina mi chiederà di andare alla torre Eiffel e io le dirò che la torre Eiffel è un enorme catalizzatore di onde elettromagnetiche che mi surriscaldano la prostata. Mi chiederà di andare a fare il giro sul battello che naviga la Senna e io le dirò che non sono abituato agli scarichi di Parigi e che il sistema linfatico potrebbe risentirne e avrei una reazione allergica. Mi chiederà allora di comprare delle crepes ad un chiosco come nei cartoni animati e io le leggerò i risultati pubblicati sulla rivista scientifica  "Medicina&Crepes" e sul perché quelli che mangiano le crepes di Parigi sono soggetti a emorroidi. Fina allora stremata, si inumidirà gli occhi e sbatterà le palpebre da femmina che si ritrova piene di ciglia e tirandomi per le palle mi dirà di finire di fare lo stronzo e di accompagnarla a quella stracazzo di torre Eiffel.

 

 

La splendente snc

La camicia a maniche corte era l'unico indumento ancora in vita, il resto era in fase terminale sparso per la stanza. Quella camicia l'avevo rubata all'impresa di pulizie dove lavoravo e dietro c'era scritto "Impresa di pulizie - la splendente snc- di Giulio de Rosa". La mattina mi venivano a prendere sotto casa con un furgone che non aveva la terza. Lo guidava Giulio de Rosa in persona e quando dalla seconda passava alla quarta, il carburatore sembrava affogarsi, il furgone rantolava e con i mezzi linguistici di cui disponeva malediva Giulio de Rosa e tutte le buche che c'erano da piazza Garibaldi fino a Fuorigrotta. Io per la maggior parte del tempo stavo in silenzio e cercavo di non vomitare nel furgone che puzzava di candeggina e saponi mischiati tra loro. Avevo una specie di malattia funzionale allo stomaco che si chiamava ernia iatale e che mi faceva vomitare continuamente. Pensavo che mi avrebbe ammazzato, poi guarii da solo. Giulio de Rosa era il proprietario della Splendente, e come prima dicevo, l'aveva scritto sulla maglietta per non dimenticarselo. Sperava che un giorno presentandosi, la gente gli avrebbe detto: "Giulio de Rosa chi? Quello della Splendente? Ma non mi dire". Era una brava persona nel complesso, mi pagava giorno per giorno e comprava lui i panini per il pranzo. Aveva una mappa mentale di tutte le salumerie di Napoli e ovunque andassimo a lavorare sapeva dove c'era una salumeria disposta a farci un paio di panini con il prosciutto crudo per tremila lire. Il mio ruolo nell'azienda era definito a un paio di compiti e per quello che potevo cercavo di farli nella peggiore delle maniere, e se potevo cercavo di non fare affatto quello per cui venivo pagato. Mi spettava di lavare il pavimento e di raccogliere i sacchetti dell'immondizia. La tecnica era di nascondere il marcio. Gli uomini non sono fatti per lavare il pavimento. La posizione è scomoda e alla lunga i tricipiti e gli altri muscoli tendono a perdere l’elasticità fino a un progressivo irrigidimento che porta alla paralisi completa delle braccia. Cercavo di lavorare il meno possibile e quando Giulio de Rosa mi diceva: "hai fatto la seconda passata?", io dicevo sempre di si, mentre pensavo che la seconda e la terza passata l'avrei fatta alla sorella. Alla fine della giornata Giulio mi pagava e io i soldi li reinvestivo tutti in fumo, sigarette e macchinette per il videopoker. Non avevo grossi progetti per il futuro e mi andava bene così per il momento. Uno a ventinove anni ha tutto il diritto di godersi la propria libertà. A conti fatti un altro paio di anni e sarei entrato in una cassa da morto di abete o qualche cazzo di albero ad alimentare vermi e topi del sottosuolo di Napoli. Poi ero in attesa di una risposta di un colloquio che avevo fatto qualche mese prima. Si trattava di un lavoro al primo autogrill sulla Napoli-Salerno. Cercavano uno che si occupasse del deposito e io mi vedevo tagliato per qual lavoro. Avrei dovuto organizzare e gestire tutta la merce che ci veniva consegnata e fare in modo che quando dall'autogrill mi chiamavano un prodotto, io dovevo portarlo subito. Era il mio lavoro. Avrei visto e parlato con poca gente al giorno e poi sarei stato in un luogo chiuso quasi in isolamento. Avrei avuto tutto il tempo per rullarmi una canna e sarei andato a lavoro con i vestiti sporchi di una settimana senza che mai nessuno se ne accorgesse.

 Il lavoro alla splendente era organizzato per giorni, nel senso che ogni giorno ci spettava di andare in un posto diverso. Il mio preferito era un deposito di alimentari dalla parte di Bagnoli. Era uno stabilimento nel pressi dell'ex Italsider e da anni si parlava di contaminazione dell'amianto. Comunque non si andava troppo per il sottile. Io e Giulio passavamo la maggior parte del tempo divisi, lui si occupava di una zona e io di un'altra e dopo anche un cieco avrebbe saputo distinguere la parte che aveva pulito Giulio e quella fatta da me.

 Era un pomeriggio caldo di Luglio e il caldo di Napoli è capace di mangiarsi un uomo in poche ore. Giulio stava pulendo il lato della direzione e io invece giravo per il deposito sedendomi qua e la sulle pile delle pedane accatastate. Pesavo sessantaquattro chili ed ero alto un metro e settanta. Non potevo consumare troppe energie e poi dovevo tenermi in forma per quando sarei andato a fare il colloquio definitivo all'autogrill sulla Napoli-Salerno. Mentre me ne stavo steso sulle pedane vedo un topo enorme che attraversa l'intero deposito proprio davanti ai miei occhi. Giulio non mi aveva dato nessuna indicazione in merito ai topi per cui presi iniziativa e decisi di seguire il topo. Il topo era grigio e sporco e sembrava sapere il fatto suo tanto che si muoveva sicuro tra le pedane. Io avevo comunque la scopa ben stretta tra le mani nel caso che avesse voluto aggredirmi. Non era la prima volta che si sentiva dalle nostre parti che qualcuno era stato aggredito dai topi e per quello che mi riguardava gli stavo dando fin troppa fiducia. Il topo zigzagò tra pilastri e cartoni, salì su uno scalino di ferro e poi ridiscese, sembrava proprio che mi stesse indicando di seguirlo. Io, novello alice nel paese delle meraviglie, lo seguivo. Il topo tracciò un traiettoria strana e in più punti ritornò sui propri passi e infine lo seguii per un corridoio stretto e illuminato da un neon intermittente di quelli a risparmio energetico. Il topo entrò in una stanza dove la porta era semi aperta. Dapprima esitai. Temevo che potesse esserci qualcuno, oppure che Giulio non condividesse in pieno la mia idea di seguire il topo. In passato era gia emersa una certa divergenza di idee tra di noi alla quale dovetti piegarmi per la superiorità gerarchica che ci divideva. Oramai che c'ero decisi di aprire la porta e vedere perché il topo mi aveva portato fino a quel punto. Aprii la porta e benedii il roditore peloso. Pacchi di merendine, di tonno, riso, zucchero, succhi di frutta, casse d’acqua, prosciutto confezionato, mortadelle intere e altra roba con scritte in lingue che non conoscevo. Il topo sembrava rilassato, doveva gia avere assaporato la felicità di scoprire quel mondo meraviglioso, e cominciò a lavorarsi un pezzo di prosciutto confezionato. Ispirato dal topo, tirai fuori da un pacco una coscia di prosciutto crudo e comincia a prenderla a morsi. Il topo era avvantaggiato rispetto a me, aveva denti più aguzzi e inoltre poteva starsene comodamente sdraiato sopra la coscia di prosciutto e rosicchiarsi bene la parte che più gli garbava. Io invece provavo a strappare a morsi dei pezzi e per poco non ci rimettevo qualche dente. Prima di uscirmene dalla stanza, aprii la confezione della mortadella e la resi accessibile al topo in segno di riconoscenza e andai di nuovo ad appoggiarmi sulle pedane accatastate nel deposito. Giulio vene a chiamarmi e fortunatamente sentii l'eco dei suoi passi, ed ebbi giusto il tempo di alzarmi e mettermi la mano dietro alla schiena dolorante.

"Stai facendo la seconda passata?" mi chiese.

"Devo finire solo sotto la parete la in fondo e poi è tutto ok."

"Bene" mi disse, "dammi una voce quando hai finito."

Decisi di fare la seconda passata e andai di nuovo nella stanza per prendere qualcosa da bere dato che la conversazione con Giulio mi aveva seccato la gola. Quella fu l'ultima volta che lavorammo al deposito, quelli della direzione non diedero mai nessuna spiegazione a Giulio del perché non volevano farci venire più. Io cercavo di confortare Giulio e gli dissi che posti come quello, pieni di topi come sono, è sempre difficile farli venire bene come eravamo abituati.

"E poi cosa vuoi che capiscano questi quattro balordi che lavorano qua dentro di pulizia!"

"Gia" diceva Giulio.

Sulla strada del ritorno, io rullavo sempre una cannetta nel furgone e Giulio si faceva sempre qualche tiro e solo allora davvero ci rilassavamo. Solo il furgone si affogava sempre quando dalla seconda passavamo alle quarta.

 

 

 

Le puttane nella terra di don Carlo

 

Quando ero ragazzino ero secco che sembravo un’anguilla e sfruttavo questa mia caratteristica per entrare in una terra abbandonata che c'era dietro casa mia. La chiamavano la terra di Don Carlo, che era il vecchio che anni prima abitava in una baracca in quella terra. Poi il vecchio morì ma la terra dietro casa mia restò la terra di Don Carlo. Ero così secco che riuscivo a passare tra le sbarre di un cancello tutto arrugginito e avevo gli anticorpi così agguerriti che non mi prendevo neanche una malattia. Me ne stavo tutto il pomeriggio in quella terra abbandonata e quando tornavo a casa tutto sporco, mio padre mi urlava che ero scemo e qualche calcio nel culo ci scappava sempre. Mia madre diceva a mio padre di smettere, ma lo faceva per semplice abitudine, perché mentre cercava di togliermi da sotto alle mani di mio padre un paio di schiaffi li piazzava pure lei. Così tutti i pomeriggi, ero sporco e con la testa gonfia come un pallone. Tuttavia tornavo sempre nella terra di Don Carlo a giocare con le lumache, i gatti e a fare esperimenti con il mio super medicinale sulle lucertole. Poi un giorno arrivarono le puttane nella terra di Don Carlo. In principio non capii che fossero puttane. Ero un bambino complicato ma buono, strano ma puro e tutte le sere facevo le preghiere prima di andare a dormire. Pregavo per mia madre e per mio padre e chiedevo che avessero sempre la forza di picchiarmi la sera quando tornavo tutto sudicio. Io non sapevo che cosa fosse una puttana e quale fosse la sua funzione. Sapevo che il termine puttana non significava nulla di buono. Infatti, malgrado la mia stupidità, avevo notato che quando un bambino diceva ad un altro bambino: "quella puttana di tua mamma!", ci scappava la rissa subito e uno dei due finiva sempre con il naso pieno di sangue e con i vestiti tutti sporchi. Neanche osavo immaginare le botte che avrebbe poi preso dai suoi genitori a vederlo tornare così conciato. Quindi associavo la parola puttana alle botte, le botte alla sporcizia dei vestiti e la sporcizia alle botte dei genitori. Questo era un buon motivo per starmene alla larga delle puttane. Solo che furono loro a invadere il mio territorio. 

Un pomeriggio caldo, secco secco come mi ritrovavo, sgusciai tra le sbarre della terra di Don Carlo alla ricerca di lucertole a cui tagliare la coda e sottoporre ad esperimenti per un nuovo medicinale a base di Aspirina che stavo testando per salvare il mondo da tutte le malattie. Si trattava di un medicinale composto da Aspirina, Bactrim e sciroppo per la tosse. Miscelavo tutto in una bottiglia di plastica tagliata e poi applicavo la soluzione su un cerotto. Appuntavo poi su un foglio di quaderno i risultati degli esperimenti con rigore scientifico e tiravo fuori statistiche e risultati degli esperimenti. Quel pomeriggio cercavo animali per testare il medicinale portentoso quando sentii delle voci provenire dalla baracca di Don Carlo. Si trattava di un rudere fatto in legno e pietra con molti chiodi sporgenti che potevano cavarti un occhio in niente. In non ero mai stato capace di entrare in quel rudere perché le porte erano sbarrate con delle catene di ferro e dei catenacci molto grossi e non c'era neanche una fessura piccola nella quale infilarmi. Quel pomeriggio però, c'era qualcuno nella baracca di Don Carlo. Tirai fuori tutta la destrezza che avevo acquisito vedendo i cartoni animati dell'uomo ragno e di soppiatto, strisciando come un serpente arrivai alla baracca senza farmi sentire. Ficcai la testa in una finestrella che avevano lasciato le persone che stavano nella baracca e vidi che dentro c'erano due signore. Avevano tutte e due i capelli neri e potevano avere la stessa età di mia zia Gloria. Un numero di anni compreso tra i quaranta e i sessanta per l'esatezza. Zia Gloria era la sorella di mia mamma e una volta avevo visto mio padre che gli toccava il culo. Quando si accorse che li stavo guardando, mi disse che era normale e che tra parenti ci si può toccare il culo, mi raccomandò di non dirlo comunque a mia mamma e mi assestò un paio di calci con la punta delle scarpe. Le due signore stavano pulendo la baracca con degli stracci e avevano una scopa e un secchio. Pensai che si trattasse dei nuovi proprietari e scappai per non farmi vedere. Quel pomeriggio restai poco nella terra di Don Carlo e me ne tornai subito a casa. Quando aprii la porta di casa mio padre mi venne incontro per darmi la solita razione di botte. Mi ispezionò in cerca di una macchia sui miei vestiti che desse il via alle danze solo che non trovò nulla e restò perplesso. Il vecchio aveva bisogno di un motivo per darmele e guadagnò tempo girandomi intorno e ispezionandomi con gli occhi.

"Hai qualche cosa che non mi convince oggi. I vestiti troppo puliti, stai nascondendo qualcosa forse?"

"Dimmi", proseguì, "sei andato a scuola oggi ?"

"Si"

"Hai fatto i compiti?"

"Eh, non ancora"

Bang! E mi piazzo il solito calcio in culo prima di ritirarsi soddisfatto a vedersi il telegiornale della sera.

Il giorno dopo ritornai nella terra di Don Carlo a vedere se la baracca fosse ancora occupata da quelle due signore. Questa volta però, non c'erano solo le due signore, ma loro due all'interno della casa e una fila di signori maschi tutti fuori dalla porta. Io una fila così l'avevo vista solo alla posta o alla cassa del supermercato dove andavamo il sabato pomeriggio mentre mio padre parlava male dei santi e delle madonne perché lui diceva che aveva lavorato tutta la settimana, e il sabato voleva starsene a casa. Nella fila c'erano solo maschi ed erano di tutte le età, si andava tranquillamente dai sedici anni ai sessant'anni. Sembravano tutti contenti di entrare nella baracca e tutti aspettavano ordinatamente il proprio turno. Ero tentato di mettermi io anche nella fila ma senza sapere per fare cosa, e poi avevo paura che lo venisse a sapere mio padre, mi avrebbe spezzato le gambe a furia di calci nel culo. Pensai che quelle persone avessero a che fare con il mio super medicinale. Effettivamente era ipotizzabile che qualche medico cattivo avesse saputo dei miei esperimenti e si volesse impossessare della formula del mio super medicinale per avere la fama e la notorietà alla quale stavo lavorando da settimane. Alcune cose comunque non tornavano. Cosa ci facevano quelle donne nella baracca? Facevano esperimenti con il super medicinale su quegli uomini malati? Bisognava indagare e allora andai sul retro della baracca per vedere che cosa succedeva. Misi nuovamente in pratica le tecniche che l’uomo ragno mi aveva insegnato più alcuni trucchetti visti da Batman e arrivai nel silenzio più completo alla finestra sul retro della baracca. Ecco quello che vidi. Nella baracca c’erano due lettini dove stavano stese le due signore, ma a volte si mettevano anche in ginocchio o a quattro zampe proprio come i cani. I signori che stavano in fila entravano e si spogliavano e si stendevano sopra le signore. Si sbattevano per alcuni minuti, altri anche per pochi secondi e si rivestivano, lasciavano dei soldi sul tavolo e andavano via. Le mie ipotesi si erano rivelate esatte, quegli uomini erano ammalati e nella baracca si tentavano le prime sperimentazioni sugli esseri umani. Restai a guardare alla finestra per tutto il pomeriggio e credetemi se quelle erano le cose più strane che avessi mai visto. C’era uno che aveva parlato con tutte e due le signore, e queste si erano messe tutte e due sopra lo stesso letto e insieme curavano il signore! Quell’uomo doveva essere gravemente ammalato per ricevere una cura doppia, pensai. Poi alcuni signori invece restavano in piedi e una delle due signore si metteva in ginocchio e lo visitava da vicino e gli faceva uno strano massaggio, che forse doveva essere molto doloroso per il signore perché se ne stava tutto il tempo a lamentarsi e a un certo punto lanciava quasi un urlo e io pensavo che quello quasi morisse sotto a quel massaggio. Comunque le due dottoresse ci dovevano saper fare perché la fila diventava sempre più intensa nei giorni che seguirono. Io avevo ancora tutta l’altra parte del giardino per giocare e fare i miei esperimenti con il super medicinale, ma la presenza di quegli uomini e di quelle donne mi inquietava. E così in un certo senso non avevo più tanto piacere di andare nella terra di Don Carlo. Alcuni giorni dopo sentii delle cose strane da alcuni miei amici di scuola. Il fratello quindicenne di Mirco Peraci diceva che era andato con le puttane e che le puttane stavano nella baracca della terra di Don Carlo. Quelle cose me le disse Mirco Peraci in persona e io non potevo non crederci. Allora quelle donne non erano dottoresse ma puttane. Avevo per la prima volta visto una puttana da vicino senza neanche sapere quante altre ne avrei visto da molto più vicino negli anni a venire. Dovevo solo cercare di capire che cosa fosse una puttana e il gioco era fatto. Per quello che mi riguardava avevo l’impressione che le puttane fossero delle donne simili a tutte le altre e che si occupavano in un certo senso di curare degli uomini che stavano male in cambio di soldi. In effetti questa definizione comprendeva praticamente tutte le donne e non ne indicava una categoria specifica. Forse potevo chiederlo a mio padre ma quello mi avrebbe riempito di legnate e non avevo neanche mai sentito l’uomo ragno o Batman che diceva “Robin preparati che questa sera andiamo dalle puttane!”

Quindi c’era davvero poco da fare, bisognava chiederlo a Mirco Peraci. Attesi che Mirco fosse lontano dagli altri ragazzi per paura di essere deriso e dissi:

“Senti Mirco, ma tuo fratello che cosa ha fatto esattamente quando è andate da queste puttane?”

“Io non lo so mica che cosa si va a fare dalle puttane” disse Mirco, “però ha detto mio fratello che se lo dico a qualcuno o se ne parlo in giro, lui mi spezza le gambe.”

Io e Mirco eravamo nella stessa barca.

Seguitai a spiare il lavoro delle puttane nella baracca per diversi giorni senza mai capire che cosa facessero di preciso. La procedure era identica per ogni uomo che entrava, si abbassava i pantaloni e si stendeva sopra la puttana, dava un paio di colpi, un urletto, si rivestiva, lasciava i soldi sul tavolo usciva e un altro entrava. Quella storia mi stava facendo impazzire, e la cosa assurda è che per uno strano motivo non si parlava mai apertamente delle puttane né a scuola e né alla parrocchia. Poi un giorno stavo spiando la fila come al solito per capire di quale male soffrissero i signori che andavano alle puttane, quando tra quelli che stavano in piedi vidi mio padre. Mio padre era malato e andava dalle puttane per essere curato con il mio super medicinale e io dovevo far finta di niente. Che sensazione di impotenza la mia! Dallo sgomento scappai dal mio cespuglio e andai a casa a piangere. Mi chiusi nella mia stanza e me ne stetti per due ore a pensare al funerale di mio padre che prima o poi sarebbe morto e alle responsabilità che mi sarei assunto nel portare avanti da solo tutta la famiglia. Mia madre entrò nella stanza e mi vide piangere e allora spezzai il mio silenzio ed espressi tutti i miei dubbi a mia madre. Le dissi che avevo visto mio padre nella terra di Don Carlo che andava a farsi curare dalle puttane. Mia madre si scurì in faccia e si sedette silenziosa sul divano di fronte alla porta di casa. Mia madre doveva soffrire davvero molto per quella faccenda aveva la faccia viola e se stavo bene in silenzio la sentivo parlare da sola. Dopo qualche ora mio padre tornò dalla terra di Don Carlo con uno strano sorriso, e mi madre senza neanche controllare se aveva i vestiti sporchi lo riempì di botte.

           

 

Attentato all'Ikea

 

Questo è l’annuncio che ho pubblicato la settimana scorsa sul Mattino di Napoli:

  “Cercasi personale per effettuare attentato presso la struttura Ikea di Napoli. Si garantisce vitto e alloggio per il periodo di lavoro. Non sono determinanti ai fini del colloquio fede religiosa o politica. Non ci sono avanzamenti di carriera, no porta a porta, no strutture piramidali di vendita, no investimento iniziale.”

Allegai all’annuncio il mio numero di telefono e aspettai. L’annuncio aveva tra giorni di validità, dopodiché l’avrei dovuto rinnovare e  pagare di nuovo la pubblicazione. Il primo giorno non mi chiamò nessuno, così anche il secondo. Poi il terzo giorno chiamarono. Telefonò un ragazzo di nome Maurizio e parlava molto piano. Gli dissi che dovevamo incontrarci e che avrei dovuto guardarlo in faccia prima di acconsentire alla sua partecipazione all’attentato all’Ikea. Gli diedi appuntamento a casa mia e gli spiegai per bene come arrivarci. Arrivò con alcuni minuti di ritardo e quando suonò al citofono 38B mi disse “Sono Maurizio, quello dell’annuncio”. Maurizio arrivò al quarto piano sudato per aver fatto le scale a piedi, mi confessò una lieve claustrofobia e quindi un’intolleranza agli ascensori. La cosa mi rassicurò, i claustrofobi sono persone affidabili e rispettose delle gerarchie. Maurizio aveva una maglietta azzurrina sudata tutta azzeccata sopra la pancia. Pesava almeno cento venti chili e aveva due grosse sacche di grasso attorno alla vita e sulle cosce. I capelli erano pochi e gli crescevano uno schifo, gli occhiali di celluloide erano così stretti sulla sua faccia che i naselli gli aveva scavato dei solchi nell’osso del naso. Era sudato e gli puzzavano i piedi. La gente così era perfetta per fare un attentato. Maurizio aveva motivazioni da vendere per rovinare un intero schifoso centro commerciale svedese pieno di famiglie. Esitai prima di metterlo al corrente delle sua capacità. Maurizio era tranquillo anche se, a causa del caldo non riusciva a smettere di sudare. La fronte era lucida di sudore e le mani lasciavano un alone umidiccio su tutto quello che toccava, e poi quella sua insopportabile puzza di piedi. Gli allungai un bicchiere d’acqua e lui lo tracannò in un secondo e allora gliene passai un altro e pure questo sparì subito. Era chiaro da dove provenisse tutto quel sudore. Cercai allora di spiegargli la cosa. “Vedi Maurizio, sto lavorando a questo attentato da due mesi e penso finalmente di avere per le mani il più grosso attentato mai fatto da queste parti. Conosco praticamente tutto di quella struttura e sto parlando degli orari del personale, della sicurezza, dei parcheggiatori, dei clienti, la disposizione dei mobili nel magazzino, le strutture dei reparti e tutto quello che succede in quel posto. Tu non dovrai fare altro che obbedire. Da adesso in poi e per un mese dormirai in questa casa, sulla destra c’è una stanza piccola dove troverai il letto. Niente armadi, non avrai bisogno di cambiarti i vestiti, qui non lavoriamo come rappresentanti di cosmetici. Mi occuperò io stesso del pranzo e della cena. Tu dovrai limitarti ad ascoltare quello che io ti dirò. Potrai tirarti indietro fino all’ultimo momento. Io non proverò mai a trattenerti, tuttavia sappi che non lo farai. Adesso ci sono un paio di cose che devi sapere sul tuo futuro. Se sopravivi all’attentato molto probabilmente diventerai omosessuale. Certi livelli di adrenalina si raggiungono o con la tensione che provoca un attentato o con la dilatazione delle pareti dell’ano. All’inizio proverai a spingerti nel culo oggetti via via più grossi, in seguito che ti sarai abituato al diametro crescente vorrai sottometterti a qualcuno, vorrai essere posseduto. Il tuo rapporto con gli esseri umani migliorerà. Sarai felice anche se continuerai a girare con quaranta chili di grasso appeso. Non prendi farmaci per dormire per il momento e non li prenderai neanche in futuro. Sarai attirato dall’eroina, dagli incidenti stradali, dai prodotti dei discount, ripudierai le guerre come violenza inutile del genere umano, cercherai di ammazzare almeno un uomo famoso e proverai ad avvelenare il latte nei supermercati. Questo è quello che ho da dirti, adesso vai a riposare per un’ora. Mentre io preparavo la cena. Maurizio si diresse verso la stanzetta sul fondo della casa e io misi a bollire l’acqua nella pentola. La gente come Maurizio avrebbe cambiato per sempre il corso delle cose ne ero sicuro. Ogni goccia del suo viscido sudore era intrisa di quella rabbia silenziosa che gli era stata instillata atomo dopo atomo dal meccanismo selettivo dei comportamenti sociali. Ogni volta che da piccolo Maurizio aveva ricevuto un insulto per il suo aspetto un attentato. Dieci insulti dieci attentati. Mille insulti mille attentati. Diedi poi una scorsa all’orologio e vidi che si erano fatte le sette e mezzo in punto. Era l’ora di annaffiare le piante. Presi la mia bottiglia di plastica e ci versai dentro due flaconcini di Ritalin, un medicinale a base di anfetamine. Girai il tutto per bene finche il Ritalin quasi non scomparisse e si confondesse con la limpidezza dell’acqua. Andai fuori dal balconcino e feci scorrere la soluzione in un tubo che terminava nel vaso della pianta di basilico della mia sessantenne vicina di casa. Ritirai il tubo, avvitai il tappo sulla bottiglia e la riposi nel cassetto dei medicinali. Dopo mezz’ora che avevo messo la pentola, andai a chiamare Maurizio. Bussai alla sua porta e senza aprirla gli dissi che era pronto e che poteva venire a sedersi tavola. Provai a trasmettere a Maurizio una considerazione che il mondo intero non gli dava e volevo che percepisse nitidamente la differenza tra quello che era la sua vita e il lavoro che adesso avevo deciso che lui portasse a termine. Maurizio in alcuni secondi fu in cucina e si sedette. Malgrado fosse troppo presto per cenare, il suo stomaco era pronto a digerire qualsiasi cosa gli venisse messa all’interno e scindere poi vitamine da proteine e da carboidrati e andare poi a mettere in quelle due grosse sacche laterali altro spessore proprio come fanno le foche e le balene contro il freddo. Mangiò avidamente tutta la pasta emettendo un suono con le mascelle e respirando con il naso a causa della bocca piena di cibo. Masticava con la bocca aperta, e senza molta fatica si poteva vedere la pasta masticata che si accumulava nella bocca, la lingua che di tanto in tanto prendeva parte al processo della masticazione spostando cumuli di pasta da una parte all’altra di quella caverna sudicia. Chissà se aveva mai avuto una donna Maurizio. Grasso come era ce ne voleva a trovarsene una. Me lo immaginavo seduto sulla tazza del cesso a masturbarsi, e schizzare in un fazzoletto di carta e dopo precipitarsi su una confezione di merendine e lasciarsi infine cadere davanti a una televisione per vedere le trasmissioni del pomeriggio piene di vecchi e di storie di vita vera. Maurizio terminò di mangiare e decisi di illustrargli alcuni aspetti dell’attentato all’Ikea. 

“Allora Maurizio, sei mai andato all’Ikea?”

“Si” disse in maniera decisa.

“Quando ci sei andato?”

“Ieri, dopo che avevo letto l’annuncio sul giornale, non potevo presentarmi qui senza esserci prima andato a vedere.”

“Bene, adesso dimmi, quanto tempo ci hai passato dentro.”

“Due ore. Forse anche tre non mi ricordo bene.”

“Ti è piaciuto?”

“Si, mi è piaciuto.”

“Adesso sai che tra qualche settimana farai una complessa operazione di sabotaggio che provocherà molti feriti?”

“Si lo so.”

“Ti fa piacere?”

“Non lo so”

“Bene, non preoccuparti, non hai bisogno di motivazioni, non ci servono.”

Maurizio si limitava a rispondere alle mie domande senza farne delle altre e senza proporre argomenti di discussione.

“Adesso andiamo a letto, ma prima voglio che tu legga questo libro.”

Gli allungai una copia del libro “Coscienza omosessuale e percezione dell’ano” e lui lo prese tra le mani sudate, lesse il titolo velocemente e rialzò gli occhi verso i miei.

“Adesso vai, verrò a chiamarti domani mattina.”

Maurizio si alzò e si recò nella sua stanza con il libro. Il libro era molto interessante e proponeva un giusto approccio antropologico della sessualità e inoltre spiegava la fisiologia del piacere della dilatazione dell’ano. Io restai invece nella cucina e mi addormentai sopra una sedia con le gambe di metallo e il piano in truciolato.

Il mattino seguente verso le sei e trenta andai a svegliare Maurizio. Bussai alla sua porta e questa volta la aprii lentamente. Maurizio aveva sempre addosso i vestiti del giorno prima che oramai dovevano essere diventati una cosa unica con la sua pelle. Portai nella sua stanza un tavolino con una piccola televisione e un videoregistratore con all’interno una cassetta pronta a partire. La cassetta si chiamava “Omosex Anal” e proponeva due ore di penetrazioni anali. Dissi a Maurizio di guardarla con attenzione, era indispensabile per la sua formazione. Misi in funzione il videoregistratore e lo lasciai da solo. Io me ne ritornai in cucina e guardai l’orologio. Presi altri due flaconcini di Ritalin e li versai nella bottiglia di plastica con l’acqua. Girai tutto e infine versai tutto nel tubo che terminava nella pianta di basilico della mia vicina di casa. Facevo quel trattamento a quella pianta di basilico da due mesi, ma solo nelle ultime settimane avevo avuto dei risultati apprezzabili sulla mia vicina. La vecchia cucinava e usava il basilico che lei coltivava per impreziosire i suoi piatti. Il basilico conteneva una quantità tale di Ritalin che avrebbe trasformato un piccione in un falco capace di strapparti gli occhi. All’ultima riunione di condominio, per un disappunto con l’inquilina del terzo piano sul colore da dare alle porte dell’ascensore, la mia vicina di casa aveva provato a strangolarla urlandole “puttana succhiacazzi”.

Entrai in camera di Maurizio e lo vidi assorto, quasi assente o meglio ipnotizzato dalle immagini che scorrevano sullo schermo. Era passata un’ora e mezzo e decisi che poteva bastare. Quando premetti lo stop al videoregistratore Maurizio ebbe quasi un sussulto e forse solo allora dovette accorgersi della mia presenza nella stanza. Mi sedetti sul suo letto conquistando a malapena lo spazio sufficiente per sedermi. Chiesi a Maurizio se avesse voglia di parlare qualche minuto e lui mi fece cenno di si con la testa. Gli chiesi se ricordava l’ultima volta che aveva fatto una radiografia e se era riuscito a sentire i raggi che gli frugavano dentro, oppure se quando beveva il latte a lunga conservazione aveva anche lui l’impressione che quella roba gli sarebbe restata dentro allo stomaco per una settimana prima di essere digerita, oppure se quando prendeva l’autobus si sentiva addosso il sudore di tutte le persone che ci stavano dentro. Mi disse di si alla maggior parte delle mie domande. Barava però feci finta di niente, volevo solo renderlo sensibile ad aspetti che la maggior parte delle persone ignora. Volevo che percepisse la violenza del consumo di massa e l’indirizzo che le grosse aziende davano ai nostri gusti. Tutta la nostra libertà si risolveva nello scegliere liberamente tra la Nike e la Adidas, tra la Pepsi e la Coca Cola. Dissi anche questo a Maurizio. Gli dissi poi di andarsi a lavare i denti perché l’igiene orale era importante.

Nei giorni che seguirono ebbi modo di spiegare a Maurizio tutti i dubbi che mi assalivano la notte e le mie paure sui pipistrelli e i gatti, la mia resistenza ai luoghi troppo illuminati e a quelli troppo bui, l’intolleranza contemporanea alla folla e alla solitudine e il mio continuo dondolarmi per scandire i secondi con un movimento secco e preciso della schiena. Gli spiegai perché contavo sempre i lampioni sulla destra della strada e portavo poi il conto con le dita e il motivo perché prima di uscire di casa dovevo battere il pavimento una volta con la punta e due volte con il tacco della scarpa. Cercai di spiegagli quanto fosse fondamentale quel gesto e riuscii a trasmettergli la maggior parte dei piccoli rituali che da sempre costellavano la mia vita.

Il mercoledì seguente illustrai a Maurizio i dettagli del mio piano per l’attentato all’Ikea. Per questo motivo lo portai all’Ikea. Prendemmo l’autostrada a San Giovanni in direzione dello svincolo di Casoria, seguimmo le indicazioni per Afragola e arrivammo alla struttura tutta blu e gialla dell’enorme capannone. All’interno c’erano centinaia di persone accalcate attorno alle stanze da letto, le cucine e le librerie con i libri di autori svedesi. I ragazzi del personale avevano tutti le magliette gialle e giravano frenetici. Tutti gli chiedevano dettagli sulle cucine, se si poteva montare il mobile di quel modello con la cappa di quell’altro modello. Se il frigorifero fosse compreso nel prezzo e se era difficile montarsi da soli quelle cose. Chiedevano inoltre se un’intera cucina smontata poteva entrarci in una Fiat Punto. I ragazzi dicevano che ci voleva almeno una Fiat Punto e una Volkswagen Polo per trasportare un’intera cucina e allora tutti si mettevano alla ricerca di un parente o un amico che avesse una Polo. Feci notare a Maurizio che la posizione della maniglie dei mobili era più alta rispetto ai mobile che abitualmente avevamo in Italia perché quei mobili erano progettati per gli svedesi e neanche osavo immaginare quante donne di statura bassa si sarebbero lussate le spalle per aprire di continuo quei mobili e presto le ortopedie degli ospedali ne sarebbero state piene. Maurizio aveva aperto gli occhi sulla devastazione psicologica e morale di quella azienda e in un moto di ribellione disse: “Facciamola saltare per aria tutta quanta questa merda!”.

“Non ho mai parlato di farla saltare per aria”. Dissi.

“Come no! Io voglio vederla cadere a pezzi e accartocciarsi sui propri pilastri svedesi”.

“L’esplosione di cui parlo io, deve essere emotiva, anzi, emozionale”.

“Io voglio farla saltare tutta per aria!”. Continuò Maurizio.

“Invece no, dobbiamo colpire più a fondo e poi le esplosioni m’innervosiscono. Pensa che quando hanno buttato giù le Twin Towers ho dovuto prendere due Aulin insieme, e lo sai quanto tempo ci vuole prima che le tossine create dall’Aulin svaniscono dal sangue? Te lo dico io, tre giorni. Io per quelle teste di cazzo degli arabi ho dovuto tenere tre giorni quello schifo nel sangue per calmarmi. Quindi niente esplosioni. Il nostro attentato resterà nella storia del terrorismo mediatico. Metteremo in tutti i cassetti di ogni singolo mobile dei volantini con delle finte istruzione per il montaggio dei mobili. Ho inventato una manovra errata per avvitare le viti e tutti quelli che la praticheranno si cacceranno il cacciavite nelle mani e dovranno andare tutti al pronto soccorso. Immaginati lo spettacolo. Vuoi montarti i mobili da solo, bene e allora vai al pronto soccorso a farti bagnare la ferita con il mercurio cromo. Lo sai quanto tempo ti restano in corpo le tossine del mercurio cromo? Te lo dico io, due giorni.”

“Ma che stronzata di attentato è questo!” disse Maurizio.

“E’ il più sublime di tutti gli attentati finora progettati.”

“Neanche un pacchetto di dinamite? Una bustina di plastico? Un esplosivo collegato con le aperture delle ante dei mobili? Facciamo almeno esplodere una macchina nel parcheggio o almeno il serbatoio del gas di un frigorifero.”

“Ho detto che non voglio esplosioni di nessun genere. Il nostro sarà un attentato subliminale.”

“Il tuo di attentato forse, perché io questa stronzata non ho intenzione di portarla avanti!”

“E così pensi di andartene!”

“Certo” disse Maurizio, “che fai vuoi infilarmi qualche divanetto nel culo? Frocio di merda”

Ebbi un moto di rabbia e gli mollai un calcio in uno stinco. Maurizio aspettò un secondo prima che le terminazione nervose attraverso il grasso del suo corpo giungessero al cervello e gli trasmettessero il dolore e la conseguente rabbia. Lo vidi diventare viola e alzare il braccio per picchiarmi e allora cominciai a correre. Maurizio era impazzito e mi voleva gonfiare di botte. Io corsi e me ne scappai all’interno del ristorante svedese in mezzo a quelli che mangiavano uno schifo di baccalà fritto che non era proprio il caso di importare. Maurizio nel frattempo aveva smontato una gamba di un tavolo che costava sessanta euro e girava nel ristorante per spaccarmi la testa. Io me ne restai rintanato dietro una finta pianta grassa ad aspettare che Maurizio mi lasciasse andare.

   

 

 

Zanzare

La settimana scorsa me ne stavo buono a casa a leggere le istruzioni delle piastrine per le zanzare quando suonò il citofono. Era uno che mi disse di scendere in strada perché un ubriaco mi aveva distrutto la macchina che se ne stava parcheggiata tranquilla su un lato della strada. Ero vestito con un pantaloncino di cotone, una camicia a maniche corte e delle pantofole vecchie di dieci anni. Il pantaloncino era scucito da un lato e se alzavo troppo la gamba destra per camminare, usciva una palla da fuori e io avevo imparato un movimento veloce con la mano per rimetterla dentro.

"Bucchinaro bastardo che non sei capace neanche a ubriacarti" pensavo mentre scendevo le scale.

Per strada c'era un gruppetto di persone vicino alle macchine coinvolte nell’incidente e tutti avevano un cane al guinzaglio. Era tutta gente che aveva portato a pisciare il cane e si era trovata sul posto, e che adesso dava delle istruzioni alla polizia su come fossero andate le cose. C'era uno con il barboncino, diceva che gli dispiaceva che quello non fosse morto e che la nostra vita è in costante pericolo a causa di questi sciagurati. Gli dava man forte una signora con uno york shire che sosteneva che in effetti la colpa era anche del governo che non puniva come si doveva questa gente. Nel frattempo un collie si stava inculando un bassotto. Io ero l'unico senza il cane e quando mi videro capirono che avevo qualcosa a che fare con l'incidente. Uno che aveva un bastardino giallo legato al guinzaglio mi chiese se ero un parente di quello che guidava la macchina, gli dissi che dato che avevo voglia di incularmi la mamma in un certo senso sarei diventato il padre adottivo di quel figlio di puttana. La fiancata sinistra della mia macchina mancava completamente, e timidamente aprii lo sportello del lato guida. Venne giù tutto il vetro del finestrino frantumandosi in milioni di piccoli pezzi quadrati. Cercando di non tagliarmi le dita tolsi centinaia di quei piccoli cristalli che invadevano il posto giuda e che ricoprivano la tappezzeria a fantasia azzurra del sediolino. Alla fine ci entrai. Girai la chiave nel contatto e provai a mettere in moto. La macchina partì al primo colpo come non succedeva da anni. Ci feci cento metri sotto gli occhi degli uomini e dei cani e un po' sbilenca la macchina camminò, magari c'era solo da regolare l'equilibratura delle gomme, cambiare il finestrino laterale che era andato in frantumi e altri pezzi di plastica che perdevo lungo la strada. Sgattaiolai fuori dalla macchina, mi aggiustai la palla che nel frattempo sbucava dalla cucitura e me ne risalii a casa per finire di capire il funzionamento delle piastrine per le zanzare. Dopo alcuni minuti il citofono suonò di nuovo, io gli lanciai una ceneriera contro e quello suonò di nuovo. Era la polizia, mi disse se potevano salire per avere i documenti dell'assicurazione, e fui scaltro però a rispondere che era meglio se scendevo io perché in una casa come la mia la polizia era meglio che non ci entrava. Posai la confezione delle piastrine per le zanzare sul comodino accanto al letto, e lottando contro la palla destra che testarda scappava fuori feci di nuovo le scale del condominio. Il gruppetto di gente con i cani questa volta era diventato più folto, si erano aggiunti un siberian husky e un altro bastardino bianco con delle macchie marroni. Tutto intorno al posto dell'incidente c'erano merde di cani ovunque e tutti c’erano andati a finire almeno con un piede dentro, compreso il poliziotto che si avvicinò.

"Lei è il proprietario della Fiat Tipo?".

"No” gli dissi.

"La Skoda verde allora?".

"Neanche".

"La sua macchina è sta coinvolta nell'incidente di questa sera?".

Il poliziotto stava cominciando a irritarsi e se solo fossi stato un albanese o uno zingaro mi avrebbe già preso a calci e sparato alla schiena.

"Quale è la sua macchina?".

Finalmente una domanda aperta.

"Quella laggiù, la Citroen Ax blu".

Il poliziotto ci diede un’occhiata per verificare che non gli stessi mentendo.

"Perché la sua macchina si trova a trenta metri dall'incidente?"

"L'ho spostata io, qui per terra c'erano un sacco di vetro e pezzi di plastica volati via. L'ho solo messa in un posto più tranquillo."

Nel frattempo tutti i cani abbaiavano e provavano a incularsi a vicenda senza badare né alla taglia né alla razza e senza provare imbarazzo per i padroni. Il poliziotto riportava su un modulo le mie parole e le ripeteva a bassa voce "Citroen Ax blu", "trenta metri"...

"Dove era al momento dell'incidente"

"Ero in casa a mettere le piastrine per le zanzare".

"piastrine zanzare…" annotava a bassa voce il poliziotto.

"Come è venuto a conoscenza dell'incidente?".

Mi guardai attorno e indicai un signore con un pastore tedesco e lo indicai.

"Mi ha citofonato il signore con il pastore tedesco, io stavo in casa a mettere le piastrine per le zanzare."

La gente andava e veniva come se quell'incidente fosse la cosa più bella che gli fosse capitata negli ultimi due anni. E tra queste c'erano pure un paio di signore sopra i quaranta a cui una bella passata gliela avrei data.

"Lei conosceva il guidatore?".

Quella discussione mi stava ammazzando, e inoltre non avevo fatto neanche in tempo a mettere le piastrine delle zanzare e mi sarei trovato la casa piena di piccole sanguisughe volanti pronte a cibarsi del mio sangue.

"Non lo conoscevo." Gli dissi.

Il poliziotto segnò il numero della mia patente, e tra un coro ululante e inchiappettante di cani in calore, ripresi la via di casa mia con l'intenzione di staccare il citofono dal muro. Riuscii a piazzare per case le trappole per le zanzare senza però essere sicuro se la scritta Baygon andasse sopra o sotto, così nell’incertezza ogni cinque minuti giravo la piastrina nel forellino come fosse una frittata. In televisione davano Maurizio Costanzo e c’era uno di Sulmona che parlava con gli ufo. Sosteneva che ci fossero accordi per i quali gli ufo non si rivelavano agli umani e in combutta con il governo, questi facevano degli esperimenti su di noi. In realtà, diceva quello di Sulmona, gli ufo stanno cercando la maniera di riprodursi tramite la nostra biologia così da ottenere una specie nuova e colonizzare la nostra popolazione. Gli ufo comunicavano tramite un codice fatto da onde cerebrali evolute e avevano persino la capacità di spostare gli oggetti con il pensiero, dimostrando alcuni concetti fisici gia espressi dagli scienziati terrestri che non avevano mai potuto dimostrarli in pratica. La discussione si faceva interessante e proprio quando provavo a spostare il telecomando della televisione con il pensiero suonano alla porta. Era Marcello.

“Ma che è successo qua fuori, c’è la polizia e un mucchio di gente con i cani e la tua macchina è distrutta.”

“Uno è andato a finire sulle macchine parcheggiate qua di sotto e si voleva ammazzare proprio sulla mia di macchina. Ma tu guarda.”

Marcello nel frattempo era entrato in casa e si era diretto verso il frigorifero che presentava un paesaggio lunare, e verso il lavandino che invece presentava un paesaggio da discarica abusiva di Bombay.

“Vedo che ti stai dando da fare in casa.” Disse Marcello.

“Senti, se sei venuto per rompere le palle, ti garantisco che già tutto il vicinato ci sta provando. Mi hanno distrutto la macchina, mi hanno fatto riempire la casa di zanzare e adesso che stavo seguendo un’importante rubrica scientifica alla televisione ti sei presentato per criticare lo stato, non lussuoso lo ammetto, ma onesto dell’igiene della mia cucina”.

Marcello si alzò e diventò rigido che sembrava di marmo e mi fissò per alcuni secondi.

“Pezzo di merda di un barbone, io che ero venuto a trovarti e che mi ero premunito di un presente.”

Sulla parola presente, Marcello tirò fuori dalla tasca un pezzo di fumo di almeno venti grammi e me lo spiattellò sotto il naso. Quell’odore acre e dolce allo stesso tempo mi faceva venire in mente l’oriente e i mercati con le spezie  e manco il tempo di lasciarmi guidare dai miei pensieri, che gia cominciai a squagliare il pezzo di fumo e mettere insieme la canna più grossa che avessi visto in quella settimana. Marcello si preoccupò delle cartine, del filtro, quello che in genere definisco “infrastruttura”, mentre io lavoravo al fumo detto anche “software”. Tirai fuori dal frigorifero un limoncello imbottigliato a Husseldoff e ne misi alcune dita in due tazzine.

“Non ti preoccupare per la macchina”, disse Marcello.

“Conosco uno che lavora con le assicurazioni e magari ci tiriamo fuori una cosa di soldi da questa storia.”

Io feci il primo tiro dalla canna e fui felice di avere un amico come Marcello.

 

 

Il matrimonio di zia Ada

Il dio dei condizionatori mi aveva abbandonato. Quel giorno avevo le stesse possibilità di un pezzo di burro sul cofano di una Fiat Punto 1200 sotto il sole d’Agosto di Napoli del 2001. Aspettavo solo il momento che mi sarei sciolto al caldo e qualcuno avrebbe dovuto raccogliermi con una cannuccia e infilarmi in una bottiglia. La cerimonia in chiesa cominciava alla dieci e io avevo dormito giusto un paio d’ore tutta la notte per colpa di alcuni funghi che battagliavano stoici nello stomaco contro i succhi gastrici e tutte le altre schifezze che mi circolano in corpo. In alcuni tormentati momenti sembrava di sentire quei bastardi che si coalizzavano contro i ligi enzimi che a tutti i costi volevano ridurli in poltiglia digeribile e defecabile. Tutte le notti andavo a dormire alle due e la mattina avevo due occhiaie profonde e scure. Erano anni che dicevo che dovevo finirla di guardare Maurizio Costanzo show fino alla fine tutte le sere, ma io proprio non ce la facevo. Mettetemi a uno che parla con i morti o gli ufo, oppure a uno capace di riconoscere le razze dei cani a seconda dei campioni di merda e io resterò inchiodato con gli occhi aperti davanti alla televisione. Alle nove in punto avevo appuntamento con Simone e Luisella. Mi dissero che non dovevo tardare perché altrimenti mi avrebbero lasciato a piedi e io non volevo camminare vestito con gli abiti da cerimonia. Quando il citofono suonò io badai bene ad aver chiuso i rubinetti, il gas, e a mettere le piastrine per le zanzare. Mi grattai il culo in santa pace per l’ultima volta e mi lanciai nella tragedia travestita da commedia nera del matrimonio. Simone aveva lavato la macchina per l’occasione e Luisella aveva addosso un vestito con strass e luci e svolazzi che doveva aver pagato almeno trecento euro. Aveva uno spacco dal quale sbucava tutta la coscia e per quel giorno di festeggiamenti in onore di zia Ada, anche a Luisella un paio di botte non gliele avrei negate. Ma solo per quel giorno perché per il resto Luisella restava un cesso ed era la moglie di un mio amico. Ma soprattutto restava un cesso. Per salutarmi Luisella si avvicinò per darmi due baci sulle guance e io pensai bene di avvicinarmi con il corpo per farle sentire il pacco che ci avevo nei pantaloni, così, tanto per strofinarglielo un poco sulla pancia. Le feci una spennellata da maestro da sinistra verso destra e lei, la baldracca, fece finta di niente, proprio come fanno le baldracche. Prendemmo la tangenziale per arrivare all’uscita di via Cilea e io stavo seduto dietro. Ogni curva che la macchina accarezzava, i funghi guadagnavano terreno contro il processo digestivo del mio stomaco e io quasi stavo per vomitare nelle ceneriere laterali della macchina appena lavata di Simone. I due ci tennero subito a farmi sapere che pur non avendo bambini, avevano comprato la cameretta con i disegni dei puffi e il secchio dell’immondizia a forma di Topolino e che quindi avevano voglia di riprodursi. Io non mi ero mai riprodotto replicato fotocopiato fino a quel momento e non ero sicuro di volerlo fare un giorno. La cameretta con i puffi m’inquietava.

In chiesa c’erano tutti. Tutti parenti che non vedevo dal giorno del mio battesimo e che effettivamente erano cambiati da allora e nessuno poteva biasimarmi se non riuscivo a riconoscerne nemmeno uno. Io ero quello vestito peggio. In effetti il mio non era un vero e proprio vestito ma un collage di capi imprestati da gente di taglie diverse dalla mia. Il pantalone che mi andava largo e lungo, ma soprattutto largo veniva dritto dall’armadio di Carmine che in cambio di un tocchetto di fumo si era offerto di darmelo per una giornata. Il pantalone era grigio di lana. Non ideale per un matrimonio ad Agosto e questo spiegava il rivolo sudore che mi scendeva dal culo fino ai calzini che invece erano i miei. In chiesa io occupavo una panca con Luisella e Simone e un altro paio di vecchie che tra non molto ci avrebbero lasciato. Le vecchie avevano i capelli quasi blu e dovevano gia aver atterrato i loro mariti da un bel pezzo. Adesso se ne andavano in giro per l’Europa con quei bus pieni di vecchi che si dovevano fermare a ogni autogrill a causa dell’alto tasso di incontinenza della popolazione del bus. Molto probabilmente le due vecchiette dovevano avere qualche legame di parentela con me. Poi ad un tratto un odore tipico di bordello invase tutta la chiesa e allora capii che stava entrando la sposa. Zia Ada era la più spettacolare delle mignotte, sopravvissuta ai bordelli del dopoguerra e che accolse nel suo grembo molti alleati che sbarcarono a Salerno nel '43. La leggenda voleva che zia Ada avesse sfornato qualcosa come dodici figli, molti dei quali dati in adozione clandestina oppure sottratti dalle strutture sociali. Aveva un età indefinibile. Sopra i cinquanta ma sotto i settanta in alcuni giorni e sotto gli ottanta in altri. Tuttavia lei sembrava non farci troppo caso a quei dettagli anagrafici e si dava da fare con i perizomi per adescare garzoni di salumieri e fruttivendoli che con l’inganno faceva entrare in casa sua e poi si faceva trovare nuda. Una volta, date le cataratte che le consentivano di distinguere oggetti e persone solo alla distanza di un metro mi scambiò per il garzone del fruttivendolo e feci giusto in tempo a scappare. In chiesa oltre alle due vecchine nella mia panca c’era un vero museo delle cere. C’erano ex colleghe di zia Ada con vestiti dai colori improponibili che celebravano la memoria dei cazzi presi e sepolti nei loro vestiti di donne e puttane con una propensione alla seconda. Alcune di loro erano grasse e io grasse me le immaginavo mentre esercitavano nelle stanze impestate dalle pulci e dalle zecche dei cani nei quartieri di Forcella o del Vasto. Sudate, sudice, suppellettili di umanità restavano sospese tra le donne e i sogni porci e immondi dei maschi e per poche lire ti davano tutto. Zia Ada era tra loro, e anzi ne era la regina. Me lo diceva sempre il padre di un mio amico che zia Ada era la meglio puttana della ferrovia e che spesso proprio i ferrovieri si passavano la voce e molti ritardi erano dovuti al fatto che alcuni macchinisti arrivati a Napoli scendevano e andavano a dare una capatina a zia Ada, che mica si potevano portare il loro fardello fino alle cosce delle loro mogli a Torino oppure Genova. E così in mezzo alle cosce di zia Ada oltre agli alleati si erano fermati anche i ferrovieri, per non parlare poi dei disoccupati, ladri, preti, politici, studenti, barbieri e muratori.

Mentre il prete si dava da fare con agnelli e calici, io me ne stavo in silenzio imitando gli altri nei movimenti e nei tempi per stare seduto e in piedi. Aspettavo solo che qualche ospite anziana sarebbe stramazzata dal caldo e avremmo dovuto chiamare l’autoambulanza e solo qualche coraggioso tra i presenti si sarebbe cimentato in una respirazione bocca a bocca con relativo massaggio cardiaco e avrebbe poi chiesto a qualcun altro ancora di tenere le gambe alzate alla vecchia per favorire la circolazione del sangue e a quel punto si sarebbe alzata la gonna. Avevo gia adocchiato un paio di candidate. Si trattava di due vecchiette che occupavano rispettivamente la seconda e la quarta panca. Quella della quarta panca aveva anche una piccola bomboletta di ossigeno portatile sempre attaccata al naso e nei momenti di silenzio del prete la potevi sentire respirare affannosamente. Io guardavo con un occhio la vecchia con l’ossigeno e con un altro lo spacco di Luisella che si era seduta proprio alla mia sinistra e io, ogni volta che potevo, cercavo di toccarle la coscia con finti gesti involontari del braccio e della gamba. Alcune vecchiette che stavano nelle panche davanti alla mia si tolsero i cappelli e solo allora fui capace di vedere lo sposo. Lo sposo non era proprio di primo pelo, però doveva averci almeno vent’anni di meno di zia Ada e questo per zia Ada doveva essere un gran risultato. Era vestito di blu diplomatico e sembrava l’ambasciatore della repubblica degli zombi. Aveva occhiaie e ossa ricoperte da un sottile strato di pelle attraverso il quale ci potevi vedere tutte le vene e quel che restava di qualche organo vitale. Simone mi aveva detto che il vecchio non era ricco, però aveva la casa di proprietà e questo aveva spinto a zia Ada a sposarselo. Non doveva essere un matrimonio a lungo termine, dato che il decesso di uno dei sposi era praticamente imminente, anzi forse bisognava fare presto mangiare i confetti. Per quello che mi riguardava poteva essere questione di poche ore sia per lo sposo che per la vecchietta con l’ossigeno. Zia Ada sosteneva che lo sposo ci dava ancora dentro e che era il miglior amante che avesse mai incontrato. La migliore delle sue caratteristiche di amante era la pazienza e l’abnegazione alla causa, cosa non da poco di questi tempi. Il prete andò avanti nella noia e nell’oblio generale finche non disse che si poteva andare via. Il morale ritornò di nuovo alto per tutti che ordinati nella navata centrale guadagnammo l’uscita. Io ero in fila in mezzo a un migliaio di anni di vecchiette con profumi che avevano avuto tempi migliori, e lenti si usciva fuori al sole.

Ritornammo tutti nelle macchine in direzione del ristorante dove si sarebbe tenuto il rinfresco. Io ero l’unico della mia famiglia a esserci andato al matrimonio. A causa della sua vita avversa di mignotta, a casa mia, zia Ada non era ben voluta. Mia madre cercava di tenerci sempre alla larga da lei, soprattutto le mie sorelle. Come se essere puttana fosse una malattia infettiva che si potesse trasmettere alle figlie. A me invece zia Ada piaceva e vi posso giurare che le storie che era capace di raccontarmi lei, non le poteva raccontare nessuno. In tutte le storie c’era sempre come protagonista un uomo che veniva da lontano e che aveva visto solo per una volta e Dio solo sapeva se era vero. La storia che più di tutte mi aveva impressionato era quella di quella volta che aveva fatto l’amore con babbo natale. Lei diceva che se ne stava al suo bordello con tutte le sue amiche e che era il periodo di natale e tutti con i soldi pensavano a comprare il mangiare e non a scopare. Dato che non si batteva chiodo, nel bordello oltre alla maitresse c’erano solo lei e un altro paio di colleghe con le quali si parlava sempre di quando avrebbero smesso di fare quella vita. Zia Ada mi diceva sempre che i discorsi delle mignotte di bordello, erano uguali a quelli dei carcerati e che lei una volta in galera era andata per aver rubato dei soldi dal portafoglio di una guardia.

“Quello era andato al bagno per lavarsi, e aveva lasciato i pantaloni appesi sulla sedia. Io dal letto vedevo che la tasca di dietro era gonfia e pensai bene di prendermi i soldi. Ma non tutti, sfilai giusto un paio di mille lire dal portafogli così da non assottigliarlo in maniera visibile. Quello dopo un’ora che era uscito dalla mia stanza non torna con un altro paio di guardie ad arrestarmi! Due volte volte mi ha sfottuto, e tre notti ci passai in galera per quell’infame.”

Questa era la versione di zia Ada per la storia del carcere. Invece la storia di babbo natale era più romantica. Allora, era il periodo di natale e faceva freddo e zia Ada se ne stava rintanata nel salottino del bordello con altre sue colleghe a riscaldarsi quando bussarono alla porta, ed era babbo natale.

“Forse qualche nostro ammiratore ci manda dei regali?” disse una.

“Forse la maitresse ci fa un regalo?” disse un’altra.

“Forse babbo natale esiste davvero?” disse un’altra ancora.

Zia Ada che era la più navigata aveva notato per prima il pacco nelle mutande di babbo natale e disse:

“Ma non vedete che è un poveraccio che vuole solo farsi una chiavata!”

E così era. Il tizio vestito da babbo natale era un barbone che lavorava come babbo natale in un negozietto all’angolo della strada e che si era fatto dare un anticipo dal suo datore di lavoro e adesso era solo la per farsi una chiavata. Aveva poco tempo a disposizione perchè quella era la sua pausa per il pranzo e doveva sbrigarsi, così non ebbe neanche il tempo di svestirsi e zia Ada allora si scopò pure a babbo natale.

Il ristorante dove zia Ada aveva deciso si svolgesse il rinfresco era sinistramente vicino ad una clinica con tanto di pronto soccorso, e parecchi degli ospiti si grattavano le palle per scaramanzia. Tutti sapevamo che qualcuno di loro non sarebbe sopravvissuto a quel matrimonio con il caldo che faceva. In molti si precipitarono sul buffet che offriva bibite colorate che bene si intonavano con i vestiti delle megere che affollavano la festa e notai che in molte prendevano il cocktail che cromaticamente meglio si abbinava con il colore del vestito, così che sembrava che quasi se l’erano portato da casa il rinfresco. Simone, Luisella ed io, occupammo un tavolo piuttosto lontano dal centro dei festeggiamenti e io ne approfittai per sfilarmi un pochino le scarpe prestate da Alfonso che erano di un numero più piccole e mi stavano deformando le punte dei piedi. Il colore delle scarpe era un bluetto che non ci azzeccava niente sotto il pantalone grigio di Carmine che a sua volta no ci azzeccava niente sotto la giacca di un grigio più scuro che Gerardo mi aveva prestato. Ci lanciammo anche noi sui cocktail prima che i vecchi buttassero giù tutto.Alcuni di loro tracannavano a tutta forza e stargli dietro era un’impresa difficile. Alcuni camerieri pagati cinquanta euro al giorno se ne giravano per il giardino a portarti roba da mangiare tipo stuzzichini, pancarrè con tonno economico infilato in mezzo, tramezzini con maionese e prosciutto che mai mangeresti a casa tua, roba scaduta di qualche settimana ma ancora buona che tanto te la servivano senza la confezione e manco te ne accorgevi che era scaduta. Gli anziani ci davano dentro di brutto e io invece avevo ancora lo stomaco stravolto per i funghi del giorno prima e Luisella sembrava non darmi retta più di tanto e in giro sembrava l’unica donna nata dopo gli anni cinquanta. Il ristorante era confinante con una clinica per anziani tutta piena di fiori e di fresco, dove i vecchietti si facevano delle salutari passeggiate prima di lasciare definitivamente il pianeta. Adesso c’erano tre vecchietti che acciaccati e zoppicanti se ne andavano a fare quattro passi per il giardino parlando dei loro nipotini, e a bestemmiare contro un governo ladro che si fregava le loro pensioni. Questi camminavano e si sporgevano attraverso un’inferriata per guardare la gente che invece festeggiava nel giardino del ristorante. Uno dei tre che doveva ancora avere una memoria affidabile, riconobbe nell’allegra combriccola di vecchiette che affollavano la festa di zia Ada, il gruppetto di mignotte del bordello della ferrovia. Quante volte ci era andato da ragazzo e come dimenticarsi di quelle ragazze bellissime che così erano rimaste agli occhi del vispo e eccitato vecchietto. Gli altri due vecchietti, con l’ausilio di occhiali e sforzi di memoria ai limiti dell’umano, non tardarono a riconoscere le mignotte del bordello della ferrovia. Per stroncare sul nascere l’arresto cardiaco che nel giro di qualche minuto li avrebbe atterrati, i tre vecchietti si imbottirono di medicinali e corsero tutti e tre ad attaccarsi a dei respiratori artificiali che stavano nelle loro stanze. Quando si calmarono, scesero nuovamente nel giardino della clinica ma questa volta erano tutti vestiti per bene con la camicia e i pantaloni e le scarpe lucide. Uno di loro che aveva ancora qualche capello aveva anche messo della brillantina Linetti, un prodotto fuori produzione in Italia dal settantasei e che proveniva direttamente da una delle sue riserve speciali. I tre vecchietti strapparono dei fiori che adornavano l’inferriata che li divideva dal nostro giardino ed entrarono nel giardino del ristorante. In principio nessuno badò ai vecchietti, nel senso che quella era l’età media dei partecipanti al rinfresco ed erano vestiti male come tutti gli altri. Uno dei tre vecchietti, precisamente quello con la brillantina Linetti si avvicinò a zia Ada e gli porse i fiori. Zia Ada che aveva le cataratte non riconobbe il vecchietto come un suo ex cliente e solo dopo che il vecchietto le rammentò quanto erano belle le sue cosce e il suo seno zia Ada ritrovò la via della memoria. Zia Ada allora chiamò attorno a se le sue ex colleghe e il vecchietto fece cenno ai suoi due amici di avvicinarsi e tutto il gruppetto cominciò a darci sotto di brutto con l’alcol, fino a quando le prime coppie di non cominciarono ad appartarsi. I vecchietti rinvigoriti da quei cocktail si portavano le vecchiette nelle loro stanze nella clinica e ogni volta che una vecchietta tornava dal giardino della clinica aveva dei soldi tra le mani da contare e tutte le amiche le dicevano che era una inguaribile vecchia baldracca. Solo io non avevano nessuno con la quale accoppiarmi e di andare con una vecchietta non se ne parlava proprio. Sarà poi stato il caldo, ma io avevo l’impressione che dalla tasca di Luisella uscissero fuori delle banconote tutte stropicciate.

 

 

 

Disneyland

Per entrare a Disneyland ci vogliono 40 euro. Con quei soldi è naturale pretendere un rapporto sessuale con Qui, Quo e Qua contemporaneamente. Fina era in preda alla frenesia del morso della tarantola, e indiavolata com’era scartava paperi e topi a dimensione naturale per raggiungere castelli e case incantate nell’inferno di cartapesta. Alla fine si contano i cadaveri. La maggior parte dei genitori viene spedita a casa in sacchi di tela neri con un cartellino attaccato, gli altri, funestamente sopravvissuti, passeranno i loro giorni a litigare con direttori di banca a causa dello scoperto sulla carta di credito per comprare portachiavi a forma di ratto. Marci tutti il giorno, in senso motorio e di sudorazione, sotto una pioggia tagliente e sottile che somiglia di più all’eiaculazione di un cielo sifilitico. Il giorno prima avevamo mangiato delle crepes al quartiere latino per la cifra di nove euro. Con quei soldi in Brasile riesci a portarti a casa un polmone di un bambino di dieci anni da trapiantarti in petto come souvenir, e tossire a ritmo di samba.  La linea della metropolitana che ti porta a Disneyland è una linea della RER ed è la A4 che richiede un ritocco di quindici euro a persona andata e ritorno, oltre all’abbonamento che avevo gia fatto. Io me ne stavo accucciato nel mio sedile tappezzato rosso e blu e ancora non immaginavo quello a cui stavo andando incontro.

Se non vuoi crearti una famiglia vai a Disneyland.

Se non vuoi avere figli vai a Disneyland.

Se vuoi farti lasciare dalla tua donna vai a Disneyland.

Questo non lo scrivono sulla mappa che ti danno all’ingresso i porci, però lo sanno benissimo loro. La quantità di bambini che gira nel parco è fuori da ogni misura. Un milione di milioni di bambini che vomitano sulle panchine, che piangono quando vedono Pippo, e che chiedono “che cos’è” per ogni stronzata che vedono. In un altro posto del pianeta tutti quei bambini avrebbero cucito palloni della Nike per il mercato occidentale e io purtroppo ero nella parte sbagliata del pianeta. Cercavo di distrarmi il più possibile e mettevo gli occhi nelle scollature delle femmine che pure abbondavano e quando stavo nelle file interminabili per entrare in giochi ignominiosi a base di Cenerentola e Biancaneve, provavo sempre a toccare un culo o una tetta alle donne che mi stavano attorno. A un certo punto mentre stavamo in fila per entrare nel castello della bella addormentata, ho visto una signora con un culone bellissimo che si dirigeva nella caverna del drago e allora ho detto a Fina che volevo andare assolutamente nella caverna del drago.

“Vedi che ti stai divertendo anche tu! Te l’avevo detto che ti sarebbe piaciuto, sta venendo fuori il bambino che c’è in te”

L’unico bambino che stava venendo fuori, era quello che avevo nelle mutande per via della signora con il culone che stava andando nella caverna del drago. Mi precipitai in quella direzione. Era tutto buio e finalmente mi dissi che il fato non mi aveva del tutto abbandonato. Se proprio devi fare una mano morta niente di meglio della caverna del drago al buio si poteva presentare. Superammo un gruppo di giapponesi sulle sedie a rotelle e con un’agilità che non aveva confronti entrammo nella caverna del drago. Non si vedeva niente e allora mi concentrai, aguzzai la vista e tutti sensi utili e alla fine riconobbi la sagoma del culone. Mi feci spazio tra la folla con Fina che mi stava alle calcagne e mi piazzai proprio dietro al culone. Sentivo la signora parlare e non capivo niente, per quello che ne sapevo poteva essere scozzese, cecoslovacca, greca. Io sono uno che non ha pregiudizi razziali e proprio mentre si alzava il drago di cartapesta fatto uno schifo, che neanche un bambino rumeno che sniffa colla e vive in un sotterraneo si sarebbe divertito, appoggiai in maniera leggiadra e del tutto casuale la mano destra sul culone della signora. La signora gradì il tocco da professionista e proprio quando stavo per strofinarglielo come si deve sulla gamba, Fina mi tirò per un braccio che quasi non cadevo addosso ai giapponesi sulle sedie a rotelle che nel frattempo avevano guadagnato terreno. Uscimmo dalla caverna del drago e ci mettemmo di nuovo alla ricerca di un’altra fila da fare per entrare in una nuova attrazione. Per tutto il giorno una musichetta che si diffondeva a mezzo di un efficientissimo sistema di filo diffusione ti trapanava il cervello con note altissime. A volte le frequenze erano così alte che abbattevano in volo interi stormi di piccioni che migravano verso sud, i bambini si buttavano a terra con il sangue che gli usciva dalle orecchie e nelle migliaia di negozi che c’erano disseminati ovunque, ti vendevano l’amplifom di Topolino.

Come tutte le persone che stavano in quel posto, Fina era felice e io invece avevo una faccia scura e triste.

“Perché non ti diverti, riesci a rilassarti almeno per oggi?”

“Non sono uno mondano, Fina, lo sai mi piace stare steso sul letto a guardare la televisione.”

“Ma tutti si stanno divertendo guardati intorno!”

Mi guardai intorno e vidi uno alto e grosso con la pelle bianchissima che aveva il portafogli che gli sbucava dalla tasca posteriore, e che sarebbe bastato un niente per farglielo cadere. Aveva una di quelle macchine fotografiche con l’obiettivo grosso e il display a colori, una piccola telecamera e gli occhiali Rayban. Se vai in giro con quella roba appesa al collo e hai la pelle così bianca, nel tuo portafogli non ci possono essere meno di trecento euro e un bancomat con scritto il pin su di un pezzetto di carta piegato in un taschino. Dissi a Fina che ero solo un po’ stanco ma che avevo ripreso le forze e che adesso potevamo proseguire per un altro giro.

“Bene, dove andiamo?”

“Non lo so ancora, cominciamo a girare.”

Puntai gli occhi sul portafogli gonfio del tipo con la pelle bianchissima e lo seguii tra la folla. Non sapevo ancora in quale giostra si sarebbe diretto e cercavo di guadagnare tempo con Fina. Le dicevo che in fondo non era così male e che i nani nella casa di Cenerentola erano fatti bene e uno somigliava proprio uguale a un tossico delle mie parti che appunto lo chiamano il nano e che una volta si era rubato le ruote della mia macchina e me le aveva rivendute per trentamila lire.

“Biancaneve era quella dei nani, non Cenerentola” mi fece notare Fina.

“Pensa che io ho sempre detto Cenerentola e i sette nani. Io sono nato in quartiere povero e le nostre mamme cosa vuoi che ne sapessero di Biancaneve e Cenerentola, facevano quello che potevano.”

Andavo avanti a ruota libera per temporeggiare e seguire quel portafogli che mi chiamava. All’improvviso l’uomo vira tra la gente e si dirige nella casa di Pinocchio. Proprio io dovevo acchiappare quello che andava nella casa di Pinocchio. Cosa spingeva un uomo sui cinquanta alto un metro e novanta del peso di almeno centodieci chili a fare una fila di almeno un’ora per visitare la casa di Pinocchio? Che poi manco si trattava di quella originale, nel senso che non era mica una visita storica quella. Ti facevano sedere in una macchinina che stava in un binario, uno premeva un grosso bottone verde che aveva su un telecomando e tu entravi a vedere Geppetto che armeggiava con lo scalpello, il grillo parlante che appunto parlava in francese, la fatina, i nani, la bestia, la volpe, il coniglio, la puzzola, la lucertola e tutte le bestie strane che stavano nella storia di Pinocchio. Mi ero piazzato proprio dietro l’uomo alto e mentre facevamo la coda proprio sotto un cartello che diceva “da questo punto ci vogliono 90 minuti per entrare”, gli davo dei piccoli colpetti con la gamba mentre facevo finta di girarmi ma quel portafogli non voleva proprio saperne di cadere. Arrivammo sotto un altro cartello che diceva che da quel punto ci volevano sessanta minuti per entrare e cominciai a dare dei colpi sempre più forti al tizio nella speranza di fare cadere il portafogli e svoltare la settimana, quando vedo una cosa metallica luccicare e vedo sbucare una catenella che assicurava il portafogli alla cintura. Il bastardo camminava con l’antifurto attaccato e io adesso ero intrappolato in una fila che si sarebbe risolta in un’ora per entrare nella casa di Pinocchio. Volevo farla finita e lanciarmi sotto al trenino guidato da Paperoga che ti porta in giro per Disneyland quando ebbi l’idea che mi avrebbe salvato. Bisognava simulare un malore. Io ero esperto in quel campo, e proprio la mia esperienza mi disse che non dovevo esagerare. Non potevo simulare un infarto, un ictus, una trombosi e cose del genere. Avrei trovato qualcuno che avrebbe provato a rianimarmi e sicuramente mi avrebbero poi portato in un’infermeria con un dottore travestito da Pluto. Andai sul soft e mi piegai mettendomi le mani sulla pancia. Fina subito si allarmò.

“Cosa hai stai male?” mi disse.

“mmmhhh” feci.

“Non ti senti bene?”

“La Philadelphia che abbiamo mangiato ieri sera mi sta facendo venire i crampi.”

“Non era Philadelphia ma formaggio Camembert.”

“Va bene piccola, il formaggio Philambert come hai detto mi sta facendo male. Si sta mangiando lo stomaco.”

“Non ti preoccupare, ti porto fuori da qui.”

Fina si fece largo tra la folla e chiunque le si parava davanti lo spostava con un’energia che non avresti mai detto possedere in quelle braccia piccole e fatte di pelle morbida e che sapevano sempre di bagnoschiuma costoso che non comprava mai nei discount perché la roba economica le faceva schifo. Io amavo quella donna e mi sentivo un verme per tutte le volte che le mentivo. Una volta fuori dalla fila ci appoggiammo su una panchina nel sentiero di Alice nel paese della meraviglie e feci finta di riprendermi.Guadagnai nuovamente la posizione eretta che l’homo sapiens aveva conquistato dopo milioni di anni e poi l’uso della parola. La tranquillizzai sul mio stato di salute e le dissi che andava tutto bene. Poteva stare tranquilla e in breve potevamo tornare in giro per una nuova attrazione.

“Ma tu non puoi stare in piedi per un’ora” mi disse apprensiva Fina.

“Allora facciamo che tu vai da sola in una giostra e poi ci vediamo di nuovo a questa panchina. Io ti aspetterò, così avrò tempo di riprendermi.”

“Sei sicuro che vuoi restare da solo?”

“Certo, sto bene non preoccuparti. Se però me ne resto seduto un altro po’ sarò in forma per arrivare fino a tarda notte.”

“Va bene, allora ci vediamo tra un’ora in questo posto.”

Fina se ne andò chissà verso quale giostra mostruosa e a me invece venne voglia di fumarmi quel tocchetto di fumo che avevo nel taschino del pantalone. Una cannetta a quel punto della giornata ci sarebbe stata proprio bene, e mi toccava solo cercarmi un posto tranquillo dove mettermi ad armeggiare con le cartine. Raccolsi da terra una mappa del parco e cercai di capire in quale punto mi trovavo. Individuai un’area generica a nord del castello incantato e ad est della casa di Peter Pan. Bisognava seguire sempre la strada principale, sorpassare la casa dei tre porcellini, la tana di Cip e Ciop, la cucina di nonna papera per arrivare in una specie di boschetto dove la mappa diceva che era possibile riposarsi al fresco. Farsi una cannetta a Disneyland non era cosa da poco, dopotutto ero un professionista e non dovevo disperare. M’incamminai guardando bene che Fina non mi tenesse d’occhio, e risalii la strada piena di case di paperi, topi, cani e bestie deformi che invadevano il mondo. Io da bambino giocavo solo a pallone nel quartiere dove ero nato ed ero venuto su uno splendore, solo un mondo sofisticato come quello poteva far crescere bambini col mito del papero e del topo. Arrivai al boschetto segnalato dalla mappa come posto di riposo e ci trovai almeno un migliaio di persone che stavano stesi sul prato con i piedi all’aria. Tutti con i piedi rotti e le ginocchia scricchiolanti a maledire quel posto infernale. L’unica nota positiva da attribuire al boschetto è che non c’era la musichetta. Comunque io la cannetta là in mezzo non potevo farla e mi misi alla ricerca di un altro posto più tranquillo. Capii che non potevo affidarmi alla mappa e che a Disneyland non erano ancora previsti coffe shop per accogliere i turisti o aree franche dove consumare sostanze psicotrope leggere e allora mi affidai al mio istinto e cominciai a guardarmi attorno. Puntai un piccolo cancello dietro alla casa del cerbiatto Bambi e ci andai diretto. Aprii il cancello ed entrai in una specie di parcheggio per i dipendenti del parco. A quell’ora era deserto ed era il posto ideale per la mia cannetta. Tirai fuori le smoking piegate a tovagliolo nel portafogli, strappai un’aletta del pacchetto di Merit e iniziai a squagliare il tocchetto di fumo che tanti chilometri aveva fatto buono nel taschino del mio pantalone. Il fumo me lo aveva dato Gerry e io non gli avevo neanche dato i soldi. Aveva detto che in cambio voleva la miniatura della torre Eiffel ma io per risparmiare gli avrei detto che avevo cercato ovunque ma che non ero riuscito a trovarla in nessun posto. Con una buona interpretazione poteva funzionare. Mi sedetti su un muretto basso e iniziai a darmi da fare quando un’ombra si allunga sull’asfalto. Mi giro di scatto e mi ritrovo davanti Topolino. Topolino mi aveva visto mentre mi facevo una canna. Cosa mi sarebbe successo? Sarei andato all’inferno? Mi avrebbero denunciato? Restai paralizzato davanti a Topolino e lui mi faceva segno con le mani di restarmene calmo. Si portò le mani alla testa e si tolse la parte di sopra del costume. Ne venne fuori un uomo sui quaranta con pochissimi capelli e tutta la faccia rossa di sudore per il troppo caldo. Continuava a farmi cenno di stare calmo con le mani e diede un’occhiata curiosa a quello che avevo tra le mani. Da uomo di vita che ero avevo subito capito che Topolino si voleva fare un paio di tiri dalla canna e allora, confortato e rincuorato, mi sedetti di nuovo sul muretto per continuare a chiudere la mia canna. Topolino si sedette pure lui sul muretto e finalmente parlò.

“Ma che sei italiano?” disse.

“Si” risposi.

“Menomale, così almeno facciamo due chiacchiere. E’ tutto il giorno che me ne sto rinchiuso in questo costume. Con il caldo che fa rischiamo l’infarto tutti i giorni, pensa che Pippo ieri ha avuto un collasso. Dice che aveva il diabete ma per farsi assumere non l’aveva detto. E aveva fatto bene perché questi bastardi la gente che non sta tanto bene, non l’assumono mica sai! Metti che ti muore un Paperino oppure un Gastone, sai quanto gli costerebbe. Adesso ti faccio vedere che lo sbattono fuori a Pippo.”

“Trovati un altro lavoro, non è bello alla tua età fare Topolino.”

“E’ vero e pensa che fino a due mesi fa facevo Pluto e tutti mi tiravano le orecchie.”

“Come mai poi sei passato a fare Topolino?” gli chiesi mentre accendevo la canna.

“All’inizio che lavoravo qui, ognuno si sceglieva il proprio personaggio e tutti volevano fare Topolino, Paperino, Pippo e nessuno aveva mai voglia di fare personaggi minori come Cip e Ciop, oppure Qui, Quo e Qua. Una volta due si sono pure accoltellati negli spogliatoi per stabilire chi doveva fare Pippo.”

“Ma pensa un po’”

“Poi la nuova gestione ha capito cosa succedeva e adesso c’è una turnazione sui personaggi, una settimana sei Paperino e l’altra Cenerentola.”

Gli passai la canna.

“Ma io me ne vado via da questo posto. Non c’è la faccio più, è un periodo nero è tutto cominciato da quando ho conosciuto e sposato una francese.”

“Sapevo che le francesi non erano niente male.”

“Cosa vuoi che ti dica, con mia moglie non ci vado più a letto da mesi, dice che non si diverte perché arrivo troppo presto alla meta.”

Topolino si faceva le canne ed era un eiaculatore precoce. Avrei voluto mettergli una mano sulla spalla e dirgli che in fondo siamo tutti sulla stessa barca e asciugare un po’ della sua disperazione. Restai invece in silenzio chiedendomi quali altre verità si sarebbero presentate davanti ai miei occhi mortali quel giorno.

“Io mi faccio il mazzo tutto il giorno qua dentro e poi mi devo sentire un idiota quando arrivo a casa la sera. Adesso scusami devo andare che semi vedono fermo mi sbattono fuori a calci. Grazie.”

Prima di ripassarmi la canna fece un ultimo avido tiro che la rese il filtro bollente.

“Di niente” gli dissi.

Guardai l’orologio, l’ora era quasi trascorsa e mi diressi alla panchina dove avevo appuntamento con Fina, ma ci andai piano, giusto per non arrivare troppo presto all’appuntamento.

 

 

 

 

Un grande scrittore

10 Giugno

Domani comincio a scrivere il mio romanzo. Sarà breve, un centinaio di pagine che entrano nel cuore dei lettori e gli strappano le budella. Roba forte, piena di sesso e porcate che neanche s’immaginano quelli là fuori. Tremerà tutto. Adesso prendo le vitamine e comincio a scrivere. Ho un buon soggetto, devo concentrarmi, prendere le vitamine e riposare. Ho solo bisogno di riflettere su alcuni intrecci della trama. Sono sicuro che la notte mi verrà in aiuto.

 

11 Giugno

Questa notte non sono riuscito a dormire. Il gatto dei miei vicini di casa è in calore. Piscia continuamente fuori dalla mia porta ed ha un odore acido che mi fa girare la testa. Dovrebbero portarlo da un veterinario, o almeno farlo accoppiare. Durante la notte non ho fatto altro che pensare al soggetto del romanzo. Ho in testa una storia di un venditore di profumi dozzinali che riconosce le sue clienti dal loro odore, poi diventa cieco e in ospedale riconosce la donna che lo viene a trovare però non glielo dice mai e muore così. Grande storia. Adesso vado a fare la spesa al supermercato e subito comincio a scrivere. Titolo provvisorio: “Il tuo profumo a colazione.”

 

13 Giugno

Ci sono stati dei problemi che mi hanno trattenuto dallo scrivere. I ripensamenti maggiori sono sulla trama del romanzo. Due giorni fa ero al supermercato ed avevo fretta di ritornare a casa per cominciare a scrivere il mio romanzo. Avevo un incipit fortissimo che mi faceva prudere le mani e lo ripetevo in mente. –“La prima volta che ho sentito l’odore di ciclamino avevo tredici anni. Andavo sempre al negozio di mio padre dopo la scuola e mi rintanavo nel magazzino. Prendevo una piccola scala per accedere agli scaffali più alti e annusavo sempre dalle bottigline verdi di profumo al ciclamino.”- Un incipit da paura. Si sentivano tutte le influenze dei più grandi. Dopotutto ero uno di loro ed era naturale che in una qualche maniera ci somigliassimo. Anzi, era la prova che cercavo in un certo senso. Poi ad un certo punto giravo tra i banconi dei surgelati e vedo una donna che stava scegliendo delle confezioni di calamari. Subito la mia creatività si è messa in moto ed ha cominciato a lavorare ad una trama del tutto nuova che ha sostituito la precedente. Una storia triste di una donna sola, che voleva fare la giornalista e che si era laureata per questo, il marito non la capisce, poi i figli che non sono arrivati, il marito è uno rozzo e allora decide di andarsene via, ma poi ritorna. Titolo provvisorio: “Calamari a colazione”. Sono corso alla cassa veloce con un carrello quasi pieno e ho litigato con la commessa per farmi accettare. Le ho spiegato che dovevo fare una cosa importantissima, e quella cretina per dispetto non mi ha convalidato i punti sulla scheda magnetica per vincere il set di valigie.

 

14 Giugno

Oggi volevo scrivere, ma ho un dolore alla schiena. Con il caldo di questi giorni, apro tutte le finestre di casa e tira una corrente da paura. Prendo l’Aulin e anche altri analgesici per rafforzarne l’effetto. Anche la trama di “Calamari a colazione”, comincia a traballare. Non ho fatto altro che pensare a quella cretina della commessa che mi ha ispirato una nuova trama. La storia di una commessa che lavora ad una cassa veloce di un supermercato, e quando vede la spesa di un cliente lei s’immagina la vita del cliente stesso. Ad esempio se alla cassa arriva un uomo che compra roba surgelata, lei immagina che quello vive da solo, che la moglie lo ha lasciato e i figli non li vede mai. Lui ha paura di innamorarsi di nuovo e alla fine conosce la commessa di un supermercato e si innamorano. Però poi c’è il colpo di scena, perché questo è quello che la commessa immagina, mentre invece lui è un allevatore di cani felicemente sposato e tutta quella roba congelata la fa mangiare ai cani perché costa meno del Ciappi. La mia vena creativa sta per esplodere in questi giorni, ho sviluppato una sensibilità narrativa eccellente. Riesco a tirare fuori storie dal nulla. L’incipit è praticamente già scritto: “La prima volta che sono entrata in un supermercato avevo tredici anni. Mi portava sempre mia mamma al sabato quando facevamo la spesa per tutta la settimana e io mi andavo sempre a nascondere dietro allo scaffale dei funghi.” Questa storia della cassiera è fantastica. Titolo provvisorio: “Cassa veloce a colazione”. Titolo provvisorio due: “Bancomat a colazione” (più americano e congeniale all'adattamento cinematografico).

 

16 Giugno

In questi due giorni non ho scritto nulla perché mi hanno arrestato. E’ stato umiliante, ma un grande scrittore deve prendere tutto quello che la vita gli offre e metabolizzarlo, digerirlo e tirarne fuori una grande storia. Sono andato al supermercato tutti i giorni a spiare la commessa che mi aveva ispirato la storia di “Codice a barre a colazione”, (nel frattempo ho cambiato titolo, trovando questo riferimento alla tecnologia ed ai consumi di massa molto più attuale dei precedenti), e la spiavo da dietro gli scaffali. Cercavo di vederla durante il suo lavoro e mettevo gli occhi nei carrelli dei clienti alla cassa veloce. Studiavo la sua maniera di truccarsi le labbra e perché un giorno aveva il fondotinta di un colore e un giorno di un altro. La ripetitività dei suoi movimenti era una danza e io ero la per ballare, quando all’improvviso è scattato il blitz della polizia in borghese. Mi hanno preso per un attentatore, e hanno frainteso i miei appostamenti accademici per lo studio di un attentato. Dapprima mi hanno portato in questura a via Medina ed hanno cominciato a gonfiarmi la faccia di botte. Qualunque cosa dicessi mi mollavano un pugno o uno schiaffo con la mano tutta aperta che l’eco girava per tutte le stanze. Poi decisi di non rispondere più alle loro domande e allora hanno cominciato a prendermi a calci. Quando gli ho detto che ero un grande scrittore, mi hanno pestato a dovere per due ore, allora dalla disperazione ho detto che davvero volevo fare un attentato e che avevo imbottito di tritolo due sogliole al reparto surgelati. Loro hanno bloccato le vendite del reparto surgelati e quando hanno scoperto l’inganno, prima mi hanno di nuovo preso a calci, e poi mi hanno mandato a casa. Un grande scrittore ha la pelle dura. Le ferite del corpo le ho curate con il mercurio cromo ed i cerotti, quelle dell’anima le ho rimarginate con la mia incontenibile creatività. Tutto quello non era successo per caso. Il destino mi mandava dei segnali chiari sul mio romanzo. Una nuova trama si delineava chiara nella mia mente. La storia di un attentatore che alla fine si innamora di una delle donna tenute in ostaggio e scappano insieme. Sindrome di Stoccolma all’incontrario. Titolo provvisorio: “Tritolo a colazione”. L’incipit poteva essere qualcosa del genere: “La prima volta che ho sentito parlare di attentati, avevo tredici anni. Stavo guardando il telegiornale con mio padre, e per la paura andai a nascondermi dietro agli scaffali delle conserve di melanzane sott’olio, che mia madre faceva tutti gli anni.”

 

17 Giugno

Per tutta la notte il gatto dei vicini non ha fatto altro che lamentarsi. Sembra che si sia mangiato un citofono quel bastardo e i latrati talmente sono profondi che somigliano allo scorrere delle condotte dell’acqua. Scrivere e vivere in queste condizioni è impossibile, ho bisogno di un piano.

 

19 Giugno

Il piano è pronto e la decisione è stata presa. Ho raccolto tutte le notizie di cui ho bisogno e le ho appuntate su un taccuino. Allora, il gatto si chiama Molly ed un persiano di quattro anni. Peso stimato dal volume del pelo cinque chili. Colorazione del pelo rosso con sfumature di grigio. Il piano consiste in pochi fondamentali punti. Metto una scatola di cartone fuori dal pianerottolo, proprio sotto alla finestra dove Molly si mette a ululare e dentro ci metto una confezione di Simmenthal aperta. Il gatto s’infila nella scatola, io la chiudo e Molly si fa un bel giretto nelle campagne intorno al Vesuvio. Perfido e geniale come i grandi maestri del giallo.

 

19 Giugno Pomeriggio

Il piano è saltato perché mentre aprivo la scatoletta di Simmenthal, mi sono tagliato un dito e per poco non ci rimettevo una falange. Il mestiere dello scrittore è proprio duro. Ho deciso allora di passare per le vie diplomatiche. Un ragionevole incontro con i proprietari di Molly per decidere civilmente insieme le sorti del felino licantropo. Gli avrei spiegato che faccio lo scrittore professionista, in effetti non ho ancora scritto nulla, ma che importanza può mai avere! Io il romanzo “Tritolo a colazione” l’ho tutto nella testa, sarebbe stata una cronaca impietosa sui nostri anni e tutti ne avrebbero parlato. Tutti. Mi emoziono solo a pensarlo. Arrivo alla porta del gatto Molly e suono il campanello a forma di gatto. Attendo alcuni istanti e vedo affacciarsi una splendida ragazza con i capelli neri. Resto in silenzio per dei secondi e vedo affacciarsi Molly tra le gambe della ragazza. Abbozzo qualcosa in merito al gatto, le dico che è proprio una bella bestia e volevo sapere come si chiamasse e se potevo portargli qualcosa da mangiare in futuro. Le ho detto che da bambino avevo un gatto che si chiamava Margherita e che questo era sparito un giorno lasciandomi nello sgomento e che tanto assomigliavo a quella splendida bestia che avevo appena appreso si chiamava Molly. La ragazza ha accordato il fatto che posso dare da mangiare al gatto se questo mi fa stare bene, e che posso andarci quando voglio. Capirete da soli che a questo punto la trama di “Tritolo a colazione” è svanita a favore di una nuova avvincente storia sui casi della vita, dove tutto è possibile, basta avere solo il coraggio di bussare ad una porta e tutta la tua vita cambia. Titolo provvisorio: “Il destino a colazione”.

 

21 Giugno

Per i due giorni seguenti all’incontro con la ragazza del gatto Molly, non ho fatto altro che pensare a lei e sorridere ai casi sconcertanti della vita. Insomma basta mica una bussata di porta a far scattare la storia d’amore che per sempre verrà narrata nel romanzo - Il destino a colazione ?- . E lo scrittore cosa è in fondo, se non il mezzo, la radice di un braccio che sostiene una penna? L’incipit è straziante: “La prima volta che mi sono innamorato avevo tredici anni. Era un’amica di mia mamma ed era bellissima. Tutte le volte che veniva a trovarci io correvo a nascondermi dietro agli scaffali delle conserve di carciofini che mia madre faceva tutti gli anni”.

 

23 Giugno

Oggi ho rivisto la ragazza del gatto Molly. L’ho incontrata alla riunione di condominio. Io ero vestito bene, avevo un golfino di lana al cinquanta percento. Forse un capo un filino fuori stagione, ma che denota classe e buongusto. C’era da discutere sull’impianto di riscaldamento centralizzato, l’antenna centralizzata e i citofoni centralizzati. Ad un certo punto mi sono alzato ed ho detto che secondo me fuori dai pianerottoli bisogna mettere delle piante di erba gatta, per dare maggior sollievo alle splendide bestie che insieme ad alcune stupende ragazze abitano nel nostro condominio. Un gesto disinteressato verso il mondo dei felini che tanto mi appassiona. Un colpo da maestro dritto al cuore della ragazza che comincia a capire il legame profondo che ci lega.

 

25 Giugno

Ho il cuore a pezzi. Troppo sensibile la mia macchina cardiaca pulsatrice di sangue. Stavo ritornando a casa e per strada vedo la ragazza del gatto Molly camminare mano nella mano con un uomo che poteva essere il padre. Tutto ciò mi ha distrutto. Da oggi non mi lascerò più coinvolgere in una storia sentimentale di tale portata. Il sangue si è quasi solidificato nelle vene, lo stomaco è tutto contratto, l’anima si è accartocciata, ma resta intatta la volontà di riportare tutto sulla carta. Il mio romanzo cambia forma, direzione, si adatta al mio nuovo stato emotivo. I fatti di oggi mi trasportano verso una nuova storia di sofferenza e solitudine dal titolo che è tutto un programma: “Veleno a colazione”. La storia di un grande scrittore abbandonato dall’unica donna che ha sempre amato. Arriva poi il successo della stampa e la vita mondana piena di attricette di film equivoci, tradotto in tutte le lingue, in patria vende più di Herry Potter, una spina nel fianco per i costumi dell’epoca e ospite temuto e rispettato da Maurizio Costanzo. Poi lei che si getta ai suoi piedi per chiedergli di tornare insieme e ricostruire tutta la loro storia insieme al gatto Polly (perché deve essere un’allusione sottile) e lui che la rifiuta per una soubrette ungherese che in Italia conduce una televendita di videoregistratori di quelle che vicino ti regalano anche la cyclette e la coperta elettrica. Amara conclusione di una vicenda straziante, che solo il destino epico, oserei dire, di un grande scrittore poteva architettare.

 

Il progetto di ripopolamento

Da quando lo avevano operato di emorroidi, il nonno se ne stava tutto il giorno in piedi vicino alla sua poltrona a guardare in televisione i programmi del pomeriggio. Il suo preferito era “la vita in diretta”, diceva che gli piaceva una signora che stava sempre tra il pubblico e che gli ricordava una ragazza che aveva conosciuto a Roma nel’49. Si chiamava Enrica e per uscire insieme con lei dovevi prima sposartela altrimenti il padre e i fratelli ti spezzavano le gambe, e il nonno che era un libertino non ne voleva proprio sapere di sposarsi, fino a che non incontrò la nonna che lo incastrò per bene. I due si compromisero in un vagone di un treno abbandonato alla stazione centrale e da quell’incontro ne venne fuori mio padre. Poverino, metteva tristezza solo a guardarlo adesso. Le rughe gli mangiavano la faccia e parlava di donne sempre meno spesso, specie da quando mia madre gli faceva dei cazziatoni perché stava sempre a fare delle allusioni sessuali in presenza delle mie sorelle. Ad esempio se gli dicevi: “nonno domani potresti farci un servizio?”, lui ti rispondeva che a lui piaceva fare i servizi alle donne e che queste non si erano mai lamentate. Se gli dicevi: “nonno come ti senti oggi?”, lui ti diceva che da quella mattina ancora gli doveva venire duro nemmeno una volta e che forse aveva bisogno delle vitamine. Io mi ammazzavo dalle risate a sentirlo raccontare le storie sulle donne e sulle scorribande nei bordelli alla ferrovia. Dice che alcuni di questi gli dovevano fare un mezzobusto tanti dei soldi che ci aveva speso dentro e se non fosse stato per la nascita di mio padre adesso se ne stava ancora a curarsi di scolo preso in qualche bordello cubano. Mio padre odiava sentire questa storia del bordello cubano e faceva sempre il gesto di portarsi il dito alla tempia per sottolineare che il nonno si era ammattito.

L’estate del 1987 con tutta la famiglia nonno compreso partimmo in vacanza per un campeggio a Varcaturo, un posto non molto lontano da casa mia, dove sul mare galleggiavano assorbenti sporchi e sulla spiaggia i tossici attestavano il loro passaggio lasciando siringhe da insulina. La spiaggia era sempre affollatissima e per trovare un posto dove mettere l’ombrellone dovevi lottare tutti i giorni. Ogni volta che la nostra piccola tribù raggiungeva quello schifo di spiaggia, mio padre diceva che quel posto non era niente male e che respirare lo iodio avrebbe fatto bene a noi bambini e mentre ci diceva questo, si accendeva una sigaretta. Lui lo sapeva benissimo che quel posto faceva schifo, però era l’unico posto che potevamo permetterci e quindi per forza di cose dovevamo gioirne. Il nonno se ne andava sempre in giro e noi per delle ore non lo vedevamo. Aspettavamo solo che prima o poi qualche agente della polizia venisse sotto il nostro ombrellone dicendoci che forse dovevamo occuparci di recuperare il cadavere del nonno che si stava bruciando sotto il sole. Mia madre gli diceva sempre di starsene al fresco sotto l’ombrellone oppure di mettersi la crema per le ustioni, e il nonno rispondeva che l’unica crema della quale lui aveva fiducia era la vasellina e allusivo rideva. Un giorno, mentre io me stavo sotto l’ombrellone per evitare i sole e sull’asciugamano per avere il minimo di contatto con la sabbia perché mi faceva schifo, il nonno mi viene all’orecchio e mi dice: “vuoi venir a vedere due donne con due zizzone enormi che se ne stanno dall’altra parte della spiaggia?”. Io ragazzino che da poco avevo scoperto la pratica dell’autoerotismo non sapevo che cosa rispondergli, e se non mi avesse strattonato per un braccio probabilmente sarei rimasto in silenzio per molto altro tempo ancora.

“E cammina” mi disse.

Il nonno si mise alla mia sinistra così da avere i piedi in acqua e puntò dritto verso una spiaggia molto lontana, situata a nord rispetto al nostro punto di partenza. Lungo la strada che ci separava dalla nostra destinazione, lidi con centinaia di persone sotto ombrelloni rossi con le righe blu e poi gialli con le righe verdi si alternavano sotto i nostri occhi. Il nonno mi sparava continuamente gomitate nella pancia per indicarmi un culo, una tetta o un paio di cosce lunghe lunghe. Ad un certo punto, mentre continuavamo sempre ad andare a nord, le spiagge cominciavano sempre a essere meno affollate e si vedevano donne solitarie che prendevano il sole.

“Lo sai che cercano quelle?” mi diceva il nonno.

Cosa ne potevo sapere io a dodici anni cosa cercavano quelle signore! di abbronzarsi eh, cos’altro potevano volere?

Arrivammo poi a un certo punto che c’era una collinetta di sabbia e sopra la collinetta da lontano c’erano due signore.

“Eccole!” disse il nonno, indicandomele da lontano.

Ci avvicinammo e rallentammo il passo per goderci lo spettacolo di quelle quattro tette enormi stese al sole. Era la prima volta che vedevo una tetta,  eccetto alla televisione dove guardavo sempre i film di Edwige Fenech e Renzo Montagnani. Pensavo di avere una preparazione sufficiente in termini di tette dopo un inverno intero passato sulle televisioni locali a studiare anatomia femminile. Ma quella era tutt’altra cosa e in effetti non ero preparato. Il nonno invece sembrava sapere il fatto suo. Aveva gli occhi fissi sulle tette della bruna e con un sospiro malinconico mi disse che adesso dovevamo andare, non potevamo rischiare di farle insospettire e farle andare via.

“Fatti coraggio ragazzo, torneremo domani.” Mi disse.

Arrivati sotto l’ombrellone mia madre ci vide e chiese dove eravamo stati e il nonno disse che mi aveva portato a vedere delle supertette e che se era per loro sarei diventato ricchione con tutta l’educazione e le buone maniere che provavano a darmi e che lui ci doveva pensare alla mia educazione. Mia madre disse che se ci vedeva di nuovo insieme, mi avrebbero rispedito a casa e al nonno l’avrebbero rinchiuso in uno spizio.

“Cosa credi che non lo so che devo morire he! Non sono mica immortale io e morire in uno spizio o in mezzo a voi non ha nessuna importanza per me, tanto sempre sotto terra devo finire.”

Il nonno era un maestro dei sensi di colpa e quando doveva protestare contro mia madre, tirava sempre in mezzo discorsi farciti di bare, morte, sepolture e allora mia madre che era una brava donna si sentiva in colpa e per un po’ lasciava stare il vecchio finchè questo non diceva che voleva portarmi a puttane perché qualcuno doveva farlo e allora ricominciavano a litigare.

In quell’estate a Varcaturo io feci amicizia con un bambino che si chiamava Fabiolino che era siciliano. Stava pure lui a Varcaturo con la sua famiglia perché il padre era siciliano e la madre napoletana, e allora d’estate venivano a trovare i genitori della mamma e se ne stavano tutti in questo campeggio. Fabiolino e io diventammo subito molto amici e passavamo tutto il giorno a giocare a pallone sul campo di calcio del campeggio. Lui era un mediano e io un’ala destra e per questo giocare in coppia ci veniva naturale. I nostri polmoni di bambini pompavano aria nel nostro sangue che si sparava in tutti gli organi facendoci sentire come dei veri campioni. A dirla tutta io ero una frana e sapevo di non avere nessuna possibilità nel calcio professionistico, ma Fabiolino invece aveva del vero talento e alla tre quarti di campo se te lo trovavi davanti ti potevi pure scordare di passargli oltre, e se proprio eri così fortunato da riuscirci, lui ti metteva uno sgambetto che lui stesso definiva fallo tecnico. Secondo Fabiolino il fallo tecnico era un’eccezione prevista. Era punito dall’arbitro, ma non visto di cattivo occhio dal tuo allenatore e in fondo pure l’avversario che avevi appena atterrato un poco se lo aspettava. Difendere la tua porta prima di tutto anche con maniera irregolari faceva parte della deontologia di un trequartista, cosa che un’ala destra non avrebbe mai potuto comprendere. Mi chiedevo dove Fabiolino avesse preso quella maniera di pensare. Io ad esempio su certi aspetti non mi ci ero mai soffermato e proprio sulla lealtà avevo le idee confuse. Per esempio nei film di Renzo Montagnani, questo era sempre sposato e però cercava sempre di andare a letto con Edwige Fenech che era la sua insegnante di piano, la supplente in una scuola o la dottoressa in un campo militare. Lui era sposato eppure ci provava continuamente e forse tutto poteva rientrare nella definizione che Fagiolino dava di fallo tecnico. Il tradimento quindi come un imprevisto prevedibile. Oltre ad essere un bravo mediano, Fabiolino aveva un altro talento. Era in grado di acchiappare lucertole e rane che era una bellezza e nascosto dietro al suo bungalow aveva un secchiello pieno di lucertole che era un po’ il nostro bottino nell’inconsapevole guerra contro la natura che avevamo ingaggiato. Bisognava stare attenti solo a non farlo trovare dalla mamma di Fabiolino che come vedeva subito il secchio lo girava e faceva uscire tutte le lucertole che Fabiolino aveva catturato perché gli facevano schifo. Fabiolino aveva un piano preciso per l’utilizzo di tutte quelle lucertole che catturava. Faceva parte di un piano di ripopolamento della popolazione delle lucertole a Palermo. Fabiolino era convinto che sussistevano le condizioni ideali perché le lucertole vivessero tranquillamente a Palermo e nelle campagne limitrofe. Di caldo per la loro temperatura ce ne era e di mosce e zanzare da mangiare neanche a dirlo. Il piano prevedeva la cattura di almeno cento esemplari di lucertole adulte da liberare nel quartiere di Fabiolino, e di aspettare fiduciosi poi la stagione degli accoppiamenti e la nascita poi di migliaia di lucertoline che avrebbero scorazzato per Palermo, per essere poi acchiappate da tutti gli altri bambini. Il piano era visionario, ma fondava su una specie di comunismo assolutamente condivisibile. Lo slogan poteva essere “lucertole per tutti i bambini”. Fabiolino sosteneva inoltre che era capace di distinguere il sesso delle lucertole a seconda della colorazione della pelle. Diceva che quelle con la pelle più chiara erano donne e se ci facevo caso avevano i lineamenti della faccia meno marcati, gli occhi più dolci, mentre le lucertole maschio erano più scure e aveva la faccia che assomigliava di più a quella di un coccodrillo in miniatura. Ogni volta che vedevamo una lucertola Fabiolino, mi chiedeva sempre di dirgli in due secondi se fosse maschio o femmina e io non ci azzeccavo mai.

“Non vedi che ha proprio il portamento femminile, guarda come ondeggia la coda, ti sembra maschio quella lucertola?”

E ci aveva sempre ragione Fabiolino.

Verso la fine di Agosto, la famiglia di Fabiolino doveva rimettersi in viaggio per ritornarsene in Sicilia. Fu in quel periodo che io e Fabiolino cominciammo a fare dei brevi turni di guardia al secchio con le lucertole. Non potevamo mica rischiare di mandare a monte il piano di ripopolamento per la riluttanza della madre di Fabiolino verso le lucertole. I turni di guardia erano stati scritti su un foglio di carta da Fabiolino e ne avevamo democraticamente discusso. Il protocollo prevedeva che in caso di avvistamento della madre di Fabiolino, bisognava prendere il secchio con le lucertole e scappare via. Una volta mentre mi toccava il turno di guardia, passò il nonno che come al solito si lanciava in queste sue passeggiate dalla dubbia etica.

“Che fai ragazzo?” mi disse.

“Faccio la guardia alle lucertole.” Risposi.

“Capisco, e non vuoi venire con me?”

“Dove?” gli chiesi.

“Ho trovato un posto proprio di fronte a una roulotte di tedesche, dove se ti pieghi per bene riesci a vederle mentre si spogliano. E’ fantastico. Sbrigati perché le sto seguendo che stanno proprio andando alla roulotte, guarda che culi non vogliamo mica perderceli!”

“E le lucertole?”

“Ma vaffanculo alle lucertole, l’ho detto io che finirai col diventare ricchione! Molla le lucertole e andiamoci a vedere lo spettacolo.”

Con un senso di colpa che mi mangiava il cuore per aver lasciato incustodito il secchio con le lucertole, seguii il nonno che stava seguendo le tedesche. Eravamo una coppia insospettabile noi due. Lui quasi settant’anni, e io quasi tredici. A vederci sembravamo una normale coppia nonno bambino che andavano a mangiarsi un gelato oppure che andavano alle giostre. Arrivati in prossimità della roulotte il nonno mi fece cenno di seguirlo dietro ad un muretto, e mi disse di salire su due mattoni che facevano da scalini naturali. Effettivamente da quella posizione la visuale all’interno della roulotte delle tedesche era eccellente, solo che vuoi per il caldo, vuoi per una variabile non considerata dal nonno, le tedesche avevano chiuso le tende proprio sul più bello. Il nonno sbraitò.

“Possibile mai che con il caldo che fa queste due si devovo chiudere dentro! Queste sono le maledizioni che quella strega di tua madre mi lancia.”

Deluso, il nonno disse che eravamo in tempo per andare a vedere le signore al corso di acquagym che facevano alle cinque nella piscina. Mi disse che c’era tutto un movimento di carni che non era niente in confronto alla roulotte delle tedesche, ma che valeva assolutamente la pena di vedere. Ad un tratto ebbi la sensazione che il secchio con le lucertole fosse in pericolo e feci tutta una corsa verso il retro del bungalow di Fabiolino sotto gli occhi del nonno che scuoteva la testa in segno di disappunto e in mente sua doveva pensare che solo un ricchione potevo diventare e forse ci aveva pure ragione il vecchio. Corsi come un pazzo e presagivo il peggio. L’ira di Fabiolino sarebbe stata devastante e avrei perso uno degli amici più in gamba che avevo mai conosciuto. Bisognava correre con tutta la mia supervelocità di ala destra. Arrivato al bungalow riconobbi la figura della mamma che con l’aiuto di una mazza di legno stava cercando di rovesciare il secchio con le lucertole. Subito mi precipitai e bloccai il lavoro della mamma.

“Lasciami stare disgraziato tu e mio figlio, buttate via immediatamente tutte queste schifose lucertole che avete preso, ma che cosa avete in quella testa vuota!”

“Signora” dissi, “non si preoccupi adesso prendo il secchio e vado a buttare via tutte le lucertole.”

“Sicuro?”

“Lo giuro”

“Va bene allora e fai presto, mi raccomando”

Presi il secchio e scappai via. Il progetto di ripopolamento di Palermo era salvo.

 

 

Ombra

Camminavo sotto i pilastri di cemento del Bronx di San Giovanni toccandomi continuamente la tasca di dietro per tastare il portafogli e il pezzetto di fumo che avevo nel taschino piccolo del pantalone. In questi posti non sai mai chi puoi incontrare. Un secondo ci vuole che ti hanno rubato anche il colesterolo che c’hai nelle vene. Una volta proprio sotto i pilastri ci stavano accampati due barboni. Poi tutti i giorni gli rubavano i cartoni e i panni che raccoglievano dall’immondizia e alla fine se ne sono andati via. Troppo degradante anche per loro. Destinazione quartiere Vasto. Pochi chilometri nell’inferno di traffico e di smog con bestemmie che piovono da tutte le parti. Trovare il parcheggio. Ritrovare la macchina dopo il parcheggio. O comunque, l’autoradio, la ruota di scorta, gli specchietti laterali, le targhe, le tendine di Marilyn, i sediolini, i plattò delle ruote, il volante, i fari, i tergicristalli. La gente è pronta a tutto per mettere insieme venti euro. Ma pure dieci. Io stavo a casa di Marica da tre mesi e non volevo saperne niente di trovarmi un altro posto. Vivere con lei era difficile e ci volevano i nervi d’acciaio e la premeditazione di un killer professionista. Resistevo solo perché mi dava da dormire e da mangiare e quando lei non c’era le sfilavo delle banconote da dieci euro dal cassetto dove aveva i soldi e mi andavo a comprare il fumo. Dal posto dove abitavamo facevo trecento metri e c’era una base di fumo eccellente. Era in un portone brutto, sinistro, decadente, malfamato, infognato, merdoso e appestato, come tutti i portoni di questo quartiere e quindi insospettabile. C’era un citofono con scritto - Rag. Cesone -, tu bussavi e quelli ti aprivano il portone. Ti buttavi in una scala laterale e seguivi la pista fatta di cartine, sigarette spezzate, sputi e alla fine ti ritrovavi davanti a un cancello di ferro più piccolo con apertura automatica. Ti aprivano e entravi in un corridoio con le pareti gialle dove l’intonaco non era ancora caduto. Dall’altra parte del corridoio ci stava uno che mi conosceva benissimo, mi passava la stecchetta di fumo e io gli mettevo in mano i dieci euro del cassetto di Marica e ripetevo tutto il percorso al contrario. Nel portone vicino a quello dove entravo per comprare il fumo, si vendevano il culo un paio di ricchioni e in quell’altro di fianco ancora vendevano l’eroina mentre nella strada accanto potevi comprare autoradio rubate Pioneer, Kenwood, Sony, anche con gli mp3 che quelli mica dormivano e si tenevano aggiornati. Io compravo la mia stecchetta e me ne filavo dritto a casa di Marica a fumarmela e a riposarmi un pochettino perché andare a comprare il fumo tutti i giorni mi stancava. Marica tornava da lavoro alle cinque e mezza e mi restavano giusto cinque ore per fumare e farmi un riposino prima che arrivasse nervosa e appestata dall’aria del suo ufficio del Vomero.

Il vero problema della nostra convivenza era il sesso. Lei voleva sempre scopare e io invece volevo solo starmene in pace. Speravo che prima o poi si trovasse un amante, qualcuno che inondasse il suo apparato riproduttivo e che le desse pace e tutti e tre ce ne saremmo restati tranquilli a casa di Marica. Io costavo solo dieci euro al giorno e due pasti di modeste dimensioni e un posto piccolo per dormire che con il mio metro e settanta quasi, riuscivo a starmene pure in un letto per nani con le gambe amputate. In quel periodo ero bruttissimo. Marica stava con me perché aveva quasi cinquant’anni e io ne avevo trenta e pure come cinquantenne era brutta e io ero brutto anche come trentenne solo che riuscivo ancora ad avere un numero di erezioni sufficienti a farle venire voglia di tornare a casa tutte le sere, e lei in cambio mi teneva con se. Con tutti i disperati che c’erano da quelle parti dovevo stare attento a che qualcuno non mi soffiasse il lavoro e soprattutto avevo bisogno di riposare per essere prestante e continuare il mio lavoro ed essere fumato per mentire e dirle tutte le sere che era bella e che era una ragazzina. Perché era questo che voleva sentirsi dire. Invece aveva tutta la pelle del collo appesa e il culo le arrivava sulle ginocchia. Io spegnevo sempre la luce prima di cacciarlo da fuori, ma a volte quella non mi dava neanche il tempo di arrivare all’interruttore che mi saltava sulla patta e mi strappava le mutande. Si agguantava all’uccello come una scalatrice che stava per cadere da un precipizio e non aveva nessuna intenzione di mollarlo. Quando la mattina restavo solo in casa mi ispezionavo l’uccello perché mi faceva male e a volte me lo ritrovavo tutto rosso intorno alla cappella e se solo avevo il principio di un erezione mi tirava e mi faceva male.

Oltre a fumare nell’ultimo mese avevo anche sviluppato un altro hobby. Quello della fotografia. Marica aveva in casa una macchina fotografica digitale che neanche sapeva usare e io l’avevo trovata ancora nella confezione originale. L’aveva vinta con la raccolta punti della benzina e non aveva neanche capito da quale parte si doveva guardare per scattare la fotografia. Io avevo già avuto una macchina fotografica in passato, una Fuji stx200, sapevo quali erano i rudimenti essenziali della fotografia e quindi mi fu facile apprestarmi a fotografare con la macchina di Marica. All’inizio me ne restavo in casa e fotografavo di tutto. Avevo centinaia di foto del frigorifero, della radio, delle maniglie delle porte, di quello che si vedeva dalla finestra e delle scarpe. Poi stanco di fotografare sempre le stesse cose, cominciai a uscirmene di casa con la macchina fotografica in tasca e a fotografare le cose della strada. Cercavo sempre di non farmi vedere quando riprendevo le persone, perché da quelle parti stavano sempre facendo qualche cosa che non si poteva fare e bastava poco perché mi riempissero di botte e mi rompessero la macchina fotografica. Le prime foto in esterno che mi era venuto di fare, erano in una discarica a pochi metri da dove abitava Marica. Tutta quella munnezza aveva un suo fascino, accumulata in quella maniera che sembrava una piramide di plastica e di polimeri tossici ma belli. I piccoli focolai che si accendevano per strani processi di autocombustione rendevano l’atmosfera intorno insalubre ma mistica e tutto mi faceva sentir un artista post-urbano con la mi macchina fotografica. Cioè di Marica.

Me ne restavo spesso interi pomeriggi a fumare e fotografare nella discarica di plastica e fu proprio là che conobbi Ombra.  Ombra era un tossico storico della zona del Vasto e tutti lo conoscevano. Quando in zona spariva una macchina subito si andava da Ombra, se facevano uno scippo subito correvano da Ombra e pure quando fecero saltare le Twin Towers qualcuno gli andò a scassare il cazzo. Io stavo quasi sdraiato a terra mentre cercavo di fotografare tutta la decadenza di una lattina di olio abbandonata e ammaccata, mentre Ombra mi viene da dietro, mi da un calcio nello stomaco, io mi piego definitivamente a terra dal dolore e quello se ne scappa con la mia macchina fotografica. Cioè di Marica.

“Figl’e bucchin” riuscii solo a dire mentre l’aria piano piano cominciava a rientrare nei polmoni.

Dopo un paio di minuti Ombra ritorna indietro con la macchina fotografica tra le mani e me la restituisce.

“Scusami, ma con questa cosa non ci faccio neanche dieci euro. Ha una risoluzione di un mega e un processore vecchio che se non hai il driver giusto non puoi installarla su nessun pc, quindi riprenditela e finiamola qua. Anzi facciamo così, tu mi dai dieci euro e io te la restituisco.”

“Ma io con i dieci euro ci devo comprare il fumo!”

“Non preoccuparti, il fumo c’è l’ho io e un paio di tiri te li faccio fare, tu dammi i dieci euro che mi sta salendo la scimmia e mi servono i dieci euro per apparare.”

Diedi a Ombra i dieci euro e restai seduto per finire di riprendermi su un cumulo di merda che stava la a marcire sotto il sole. Ombra ritornò nella discarica e si diresse come un lampo dentro a una Fiat Bravo mezza bruciata e si sedette sullo scheletro senza imbottitura del sedile di sinistra e andò a farsi sotto a un sole impietoso. Stravolto da chissà quale visione o quale buio ritornò da me. Tirò fuori dal suo portafogli una cartina tutta accartocciata e mi passò una stecchetta di fumo tutto cromatina e chissà quale altre roba stagnata dentro.

“La tua canna”

Quando Marica ritornava a casa per prima cosa si toglieva le scarpe poi si faceva la doccia e quando ritornava dal bagno, con ancora l’accappatoio addosso voleva scopare. La storia era sempre la stessa, prima mi metteva una mano in mezzo alle cosce, il tempo che mi veniva duro e poi lo infilavo dentro. Quella si sbatteva e io facevo finta di godere. Ero un simulatore. Facevo finta di venire e proprio sul momento dell’eiaculazione lo tiravo fuori e ci mettevo una mano avanti. Un secondo dopo stavo nel bagno a fare finta di lavarmi e in dieci minuti era tutto finito. La mia unica fortuna in quella situazione era che Marica raggiungeva l’orgasmo precocemente, si trattava di stringere i denti per pochi minuti al giorno in cambio della casa e del mangiare. La gente che abitava nel palazzo di Marica sapeva che io stavo da lei e data la differenza d’età mi guardavano con disprezzo e si chiedevano perché proprio io visto che bello non ero, ero un morto di fame e dalle occhiaie che avevo si chiedevano se c’è l’avevo la forza per andarci a letto con lei.

Ombra abitava con una vecchia zia alla ferrovia. La loro casa era così vicina ai binari che quando passava il locale per Cosenza, tremava tutta la casa e se non facevi a tempo a fermare i bicchieri che ballavano sul tavolo cadevano e si rompevano tutti. Cacciato dai riformatori, dalle carceri, dai centri di recupero, dalle cliniche specializzate Ombra stava a dormire dalla zia che la sera, quando ritornava dal suo lavoro di tossico era l’unica che ancora gli apriva la porta. Procurarsi i soldi tutti i giorni non è cosa da poco. Procurarteli poi con una scimmia sulle spalle, con la gente che quando ti vede si mette la mano sul portafoglio è davvero impossibile. Però alla fine si apparava sempre. Ombra non aveva dio ma aveva una coscienza. Ed era quella l’unica cosa che neanche la roba ti poteva togliere. Anche un tossico di quarantadue anni come Ombra aveva la sua di coscienza. Si distingueva il bene dal male ma poi si faceva solo quello che si era capaciti fare. Proprio come si distingue la roba buona da quella tagliata con troppa Stricnina solo che hai i soldi solo per quella tagliata e che fai? non ti fai? vai con la Stricnina dritta nelle vene.

Ombra era uno simpatico, aveva la battuta pronta e una mente sveglia. Era bravo con i conti in matematica e riusciva a calcolare il risultato finale di una catena di eventi con una precisione tale che sembrava un medium. A volte ragionava a voce alta per schiarirsi meglio le idee.

“Se io mi rubo la macchina di Franco al vico Carità, quello va subito da Antonio faccia gialla per chiedergli una mano a ritrovarla. Antonio faccia gialla contatta tutti i ragazzi suoi che stanno nella zona, e contatta pure a Ciro. Ciro mi viene a trovare alla discarica e mi chiede se ne so qualcosa. Io dico che ci provo a interessarmi e nel giro di mezza giornata lo richiamo dicendogli che so chi ha la macchina ma che vuole trecento euro e visto che ci siamo se mi mette pure cinquanta euro per me non mi fa schifo. Alla fine tutti ci mettono qualche cosa sopra e la macchina a Franco del vico Carità gli viene a fare mille euro, che per una Fiat Uno del ’94 sono molti, ma quello un’altra macchina con mille euro se la può mica comprare?”

Questo era il prodotto cerebrale di Ombra che ogni giorno solcando vicoli e anfratti della casba creava per apparare. La mia vita era molto più semplice e piatta della sua, io ero uno che si accontentava. Mi piaceva di starmene da Marica e farmi scopare la sera quando tornava dall’ufficio e usciva dalla doccia con la pelle che sapeva ancora di bagnoschiuma agli olii essenziali che costava sei euro, senza sentirmi un uomo oggetto. Alla fine ero sempre io quello che ci guadagnava.

Una sera di Luglio la zia di Ombra morì per un arresto cardiaco e Ombra fatto com’era, se ne accorse due giorni dopo, quando l’aria in casa era appestata e purulenta. La situazione economica di Ombra precipitò. I soldi che usava per farsi provenivano in parte dalla pensione della zia e la sua morte complicò notevolmente le cose. Il doppio del tempo tra collette, piccoli furti, meccanismi a cascata, speso per procurarsi i soldi. Un girovagare estenuante tra il cemento grigio e caldo della città, sotto gli occhi diffidenti di chi ti conosce come tossico e si mette una mano sul portafogli per controllare che sia tutto a posto. Le trasformazioni in parcheggiatore abusivo, in venditore di fiori rubati dai cimiteri, rivenditore di metadone proveniente dai sert, trasformismo e mimetismo di un camaleonte metropolitano tutta ragione e zero istinto.

La sera che gli spararono aveva la camicia a quadroni di sempre. Non lo avevo mai visto senza, e solo allora la notai per bene, quando forse il contrasto con l’asfalto grigio del vico Fiorenzo metteva in risalto il colore marrone dei quadroni che si stagliavano in un bianco che non era bianco da mesi. Era steso riverso in una pozza di sangue e tutti badavano bene a non toccarne neanche una goccia che il sangue di un tossico è veleno buono solo agli occhi di una strega per farne una pozione mortale. Le cose erano andate così. Ombra aveva adocchiato un motorino nuovo fermo al vico Fiorenzo, una ferita tra il cemento di quel quartiere che saliva fino a Materdei e pensò che con un motorino bello come quello ci poteva fare almeno duecento euro. Bastava solo un cacciavite per forzare il bloccasterzo e qualche secondo per mettere fuori uso l’antifurto, giusto dieci secondi che lui sapeva dove mettere le mani. Il tempo di chinarsi lesto e veloce per armeggiare con i fili rossi e blu, un contatto che non si doveva fare, un ponte di un circuito e saltare in sella fare pochi metri e trovarsi a due su una motocicletta più grande che gli puntano una pistola e gli dicono di scendere dal motorino perché te lo stanno rapinando. Poca retorica e prova a raccontargli che il motorino l’ha rubato lui giusto dieci secondi prima e si mette le mani in tasca per mostrargli il cacciavite a testimonianza del suo lavoro e quelli sulla motocicletta più grande chissà cosa si credevano che stava cacciando dalla tasca e quello che stava seduto dietro gli ha sparato un colpo dritto nella pancia e sono scappati via. E chi ti aiuta in certi vicoli dove il sole non entra mai? E chi te la chiama l’ambulanza che tanto non ci entra nemmeno in certi vicoli stretti come sono? Ombra, stoico si alza per andare via, poi cade e muore, che tanto in fondo lo sapeva che andava a finire così.

 

 

Senegal, Senegal

Bathley arrivò a Napoli nell’inverno del 2003. All’anagrafe non si chiamava così a dirla tutta. La donna che lo mise al mondo scelse per lui un nome che Bathley non sentì mai pronunciare dalle sue labbra. E se tua madre muore prima che tu possa sentire il suono del tuo nome risalirle gli alveoli polmonari fino a stuzzicarle le corde vocali e poi riempire l’aria della stanza, allora questo nome ha qualcosa che non va, non funziona, e in Senegal l’anagrafe mica se ne fotte se tu un giorno cambi nome. Dico, che cosa se ne sbattono se un giorno un nero decide di cambiarsi il nome e di chiamarsi Bathley. Non c’era niente da mangiare neanche per gli avvoltoi in quel posto. Quando morivi e ti abbandonavano in un’area deserta ti divoravano le mosce, e nelle parti dure che non si riuscivano a mangiare ci facevano le larve. 

Senegal, Senegal.

Bathley non fece il viaggio da solo. In verità con lui c’erano altre cento persone, ma questo non significava viaggiare in compagnia. Bathley partì con Maurice, un ragazzo che viveva nel suo stesso villaggio e che per legami profondi e spirituali che solo un africano può capire, era a tutti gli effetti suo fratello. Così Bathley e Maurice partirono alla volta dell’occidente ricco e benestante dove tutti avevano le scarpe. Partirono senza bagagli, senza documenti, e senza Dio, dato che fuori del villaggio il loro Dio non aveva nessuna giurisdizione. Il bianco degli occhi di Bathley abbagliava come fari nelle notti di viaggio tra le dieci e più imbarcazioni cambiate. Nelle mani teneva stretto un foglietto con scritto un indirizzo – Napoli, Via Firenze, 12 -. Gli dissero di andare in quel posto che l’avrebbero aiutato. Gli dissero che c’era lavoro. Notti intere immersi in un mare nero e l’unico bianco era quello spazio attorno agli occhi di Bathley. Che schifo di colore il nero pensava Bathley. Il viaggio durò tre settimane, durante le quali il carico di neri fu gestito da marocchini, turchi, libici e italiani. Furono venduti e comprati diverse volte e il prezzo scendeva a mano a mano che si allontanavano dal Senegal, fino al punto che tutti e cento dovettero sborsare un altro euro ciascuno come mancia per aggregarsi ad un barcone che dalla Libia arrivava in Sicilia per poi viaggiare tutta la notte sulle statali. Arrivarono alla stazione di Napoli all’interno di un camion che li prese a bordo dalla costa. Erano le nove e mezzo quando il camion parcheggiò in un vicolo della ferrovia e a calci fecero scendere i neri dal rimorchio. I clacson scoppiarono tutti insieme nel cervello di Bathley, e la gente non gli lasciava aria per respirare e pavimento per i lunghi piedi neri senegalesi. Batheley e Maurice s’appartarono in un angolo all’ombra e riguardarono l’indirizzo che c’era sul foglietto bianco.  - Via Firenze 12 -. La strada che loro cercavano era esattamente alle loro spalle, ma che cosa ne potevano mai sapere i due neri appena sbarcati? Fecero così diversi giri e domandarono ai neri che gia stavano da quelle parti. Trovarono infine la giusta indicazione. Fermarono uno che vendeva braccialetti e cd appesi ad un pannello di legno che faceva da espositore e gli chiesero la strada per Via Firenze. Ecco, per chi non è di queste parti, non lasciatevi condizionare dal potenziale che la parola “Firenze” fa esplodere nei vostri ricordi. Fermate i neuroni e le cellule che l’associano al rinascimento e Dante, siete completamente fuori strada. Via Firenze fa parte di un’area più estesa che sta alle spalle della stazione centrale e che si chiama “Vasto”. Io non lo so quale sia l’origine della parola, però posso raccontarvi di questo posto. Una metastasi. Vicoli che sanno di piscio e scolo dove vecchie puttane sdentate sbocchinano per pochi euro. Sede generale della falsificazione da bancarella. Gucci, Armani, Prada, Cavalli, Valentino. Palazzi con mura marce e sottoscala abitati da nigeriani, cinesi, algerini, marocchini, polacchi, accatastati in brande e letti a castello. Si piscia all’aperto e non ci si lava, ma soprattutto si paga anticipato. Se volete sapere come sarà la puzza che le vostre carni avranno quando sarete sotto terra da una settimana, allora fatevi un giro in questi posti. Siete mai svenuti dalla puzza? Avete mai visto pidocchi così grandi che possono staccarvi un orecchio? Se andate in Via Firenze, ma anche in via Bologna o via Torino, non portatevi la macchina fotografica, che non c’è niente da fotografare. Bathley e Maurice chiesero a questo nero e lui riconobbe l’indirizzo come quello di casa sua. Si fa per dire naturalmente. Gli fece cenno di seguirlo che lui proprio là stava andando. Durante il percorso, i tre si scambiarono parole veloci in una lingua fatta di vocali lunghe e suoni incomprensibili accompagnati da gesti e veloci movimenti degli occhi che bianchi, su quelle facce nere sembravano diamanti. Che cosa si dissero io esattamente non lo so, ma dopotutto cosa volete che si siano detti! Da dove venite, da quanto tempo siete qui, dove si possono fare i documenti falsi, quanto si guadagna, quanto ci vuole per dormire, quanto per mangiare e cose del genere. Arrivati al numero 12 di Via Firenze, i tre neri imboccarono l’ingresso di un palazzo che faceva ben sperare. Presero poi un sottoscala laterale e più andavano giù più l’odore acre e acido di piscio si faceva forte. Ti strappava il naso dalla faccia e poteva farti cadere gli occhi bianchi incastonati nella faccia, e Bathley e Maurice compresero velocemente il loro destino. Ma dove siete capitati neri. Senegal, Senegal quanto sei lontano? Quanti giorni di mare ci separano? Quanta aria. Almeno quella c’era per tutti, qui se respiro più forte mi salta fuori lo stomaco. Senegal, Senegal, io ho ventidue anni. Ventidue.

Entrarono in una stanza con letti ovunque, e lungo le pareti c’erano appoggiate le tavolette di compensato che venivano usate come espositori di merce. Ancora pochi passi nell’inferno di compensato e i neri si trovarono di fronte Nicola Molajanni, un uomo piccolo di statura ma che riusciva a mangiarsi un nero di due metri con lo sguardo. Nicola Molajanni, un po’ maitresse, un po’ schiavista, un po’ camorrista, i neri li contava. Non poteva mica annotarsi i nomi su un quaderno. Poi come si scrivevano quei nomi pieni di H e di J e che senso aveva, non stiamo mica all’Hotel Excelsior, non facciamo mica parte dell’Holiday Inn, cosa importava. Lui contava. Quaranta neri facevano venti euro, e se i conti non tornavano nessuno dormiva finchè non saltava fuori il nero che provava ad imbrogliare Nicola Molajanni. Con cinque euro a notte ti offriva un posto all’inferno. Neanche il diavolo praticava prezzi così bassi. I due neri tirarono fuori i dieci euro necessari per dormire in quel posto e così si assicurarono un letto per la notte. Molajanni indicò con un cenno ai due neri le loro brande, e poi disse loro di seguirlo. Presero un corridoio che doveva stare almeno a dieci metri sotto il livello della strada, e il passaggio delle macchine che sopra circolavano faceva tremare le tubature dell’acqua che serpeggiavano lungo le pareti. Arrivarono ad una porticina di ferro chiusa con un catenaccio dorato. Molajanni tirò fuori dalla tasca un folto mazzo di chiavi e ne scelse una, l’infilò nel catenaccio e lo fece scattare. All’interno c’era un mucchio di merce accatastata in scatoloni. Molajanni prese due tavolette di legno che stavano alle pareti e cominciò a riempirle di merce, e a mano a mano che riempiva le tavolette di legno diceva ad alta voce:

“Occhiali cinque euro”

“CD per playstation tre euro” e faceva il segno del tre con le dita.

“Braccialetti due euro”

“Orecchini due euro”

I neri facevano di sì con la testa. A loro sarebbe spettato il dieci percento dell’incasso, tolti i cinque euro della branda. Poi Molajanni disse di cacciare l’uccello da fuori. Quelli, questa volta non capirono. Molajanni faceva il gesto di abbassarsi i pantaloni e si toccava sulla patta, ma i neri continuavano a non capire. Allora Molajanni acchiappò Maurice per i pantaloni e in un solo colpo gli tirò giù pantaloni e mutande. Prese l’uccello di Maurice in mano e se lo soppesò, infine fece un cenno negativo con la testa. Poi tirò fuori l’uccello di Bathley e se lo palpò per bene, ma anche per lui il segno fu negativo. Gli disse che se l’avevano abbastanza lungo, gli poteva procurare incontri con vecchi depravati che se lo facevano mettere nel culo e pagavano pure bene. Purtroppo per loro l’avevano lungo quanto ogni nero che girava da quelle parti.

I due neri uscirono dal deposito stonati e confusi. Cos’altro avrebbero potuto fare se non dire di sì a tutto quello Molajanni proponeva? Ma dove siete capitati neri, Senegal, Senegal. I due neri, bardati del loro oro di plastica e con la consapevolezza di avercelo piccolo, attraversano le strade, salirono le colline, solcarono le spiagge di quella città che vista così sembrava grande quanto tutto il Senegal. Quella città dove tutti avevano le scarpe sembrava non avere confini, non riuscivano a capire dove terminasse, e quali fossero i limiti di quel villaggio di cemento.

Qualcuno spiegò ai due neri che dovevano restare in certe zone per vendere le loro cose. Gli dissero inoltre che non dovevano sgarrare neanche di un metro. Bathley vendeva lungo il rettifilo. Lo percorreva quaranta o anche cinquanta volte al giorno. Aveva la sua tavoletta di compensato con appese le collanine, gli occhiali, ei braccialetti. Era tutta merce stupenda, e quegli zucconi dei bianchi davvero dovevano essere stupidi per non comprarli. Il nero si dava da fare ad offrire sorrisi e non appena poteva tirava fuori i denti bianchi e regolari dalla sua bocca. Li mostrava in ogni occasione, a tutti quelli che chiedevano - quanto costa? – ed ogni volta che incontrava un altro nero bardato di braccialetti lungo la strada. Ogni giorno, Bathley riusciva a mettere insieme i cinque euro da dare a Molajanni per dormire nella topaia di Via Firenze e qualche altro euro per comprarsi un panino. In pochi giorni Bathley comprese come funzionavano le cose, e il nero, non si lamentava mica. Si mangiava ed aveva una branda. Andava tutto per il meglio. Poi la sera, quando Molajanni, dopo aver contato tutti i neri se ne andava, tra di loro si parlavano pure, e una volta, un nero alto e secco disse che non molto lontano da dove stavano loro, ci stavano delle ragazze che per pochi euro ti facevano scopare. Quanti pensieri scoppiarono nella testa nera di Bathley che non aveva mai toccato una donna. Qualcuno chiese al nero secco e alto esattamente quanto ci voleva per andare da queste ragazze e lui gli disse che gli davi cinque euro e quelle ti portavano dietro ad un pilastro di cemento e per dieci minuti ci potevi fare tutto. Quelle parole infiammarono gli animi dei neri di Via Firenze e tenere il conto delle erezioni era difficile. I più irrequieti si misero in fila per il bagno, altri si misero su un fianco e cercarono di dormire, ma tutti avevano l’idea di andare quanto prima a fare tutto con le ragazze. Nei giorni seguenti Bathley lavorò alla grande. Si diede da fare, correndo avanti e indietro, e mostrava denti e mercanzie a tutti. Sudava e respirava smog e la sera, con i piedi lacerati dalle scarpe da tre euro, parlava con Maurice. Si dicevano quanto avevano incassato e quanto avevano speso per mangiare, si raccontavano le strade precise che avevano fatto, e in quali non andare perché era difficile vendere. Il momento peggiore della giornata per Bathley, era quando doveva andare al bagno. Il gabinetto di Via Firenze era impraticabile. C’era merda ovunque e piscio tutto intorno alla tazza, la carta igienica non esisteva e i fogli di giornale usati in sostituzione, spesso otturavano tutto. Sulle pareti attorno alla tazza c’erano macchie gialle di sperma secco. Bathley allora si tappava il naso e cercava di non guardare, di non toccare, di non muoversi troppo e soprattutto di fare in fretta. Come carta igienica usava dei tovagliolini che prendeva dai banconi dei bar e i volantini stampati su carta riciclata che erano più morbidi. Fortunatamente i denti erano bianchi avorio di natura e non c’era bisogno di lavarli troppo spesso. Quello sarebbe stato impossibile. Nel lavandino c’erano sputi con muchi verdi e sangue e i rubinetti erano tutti incrostati.

Bathley decise di andare trovare le ragazze di cui parlava il nero alto e secco. Lui aveva capito come arrivarci e per non sbagliarsi, nei giorni precedenti, c’era andato con il sole ancora alto e aveva visto i pilastri di cemento. Proprio come diceva il nero secco e alto, non era molto lontano dal posto in cui loro stavano. Bastava imboccare Via Brin fino a Gianturco e costeggiare la manifattura del tabacco. La strada era tutta cosparsa di preservativi, sigarette, e secchi nei quali, durante la notte ardeva del fuoco. I preservativi, Bathley sapeva usarli. Al villaggio dove viveva in Senegal, ogni tanto veniva una macchina con quelli della croce rossa che t’insegnavo a metterli e te ne lasciavano un paio, e allora tutti i ragazzi e le ragazze del villaggio avevano un mucchio di preservativi conservati e niente da mangiare. Bathley aspettò che Molajanni andasse via, e solo allora si rivestì e si mise le scarpe. Cercò di fare in silenzio per non svegliare tutti gli altri neri della camera, ma ad un tratto una mano lo afferrò per il pantalone e la voce di Maurice risuonò.

“Dove vai Bathley?”

“Dalle ragazze”

“Ce li hai i cinque euro?”

“Si, vuoi venire anche tu?”

“No, non ho soldi.”

Maurice allora si girò su un lato e riprese a dormire. Bathley s’incammino nella notte nera e viziosa con una festa nelle mutande. Percorse ad una velocità incredibile la strada che lo divideva dalla sua meta e una volta là, stentò a riconoscerne il posto che aveva visto di giorno. Le ragazze ne erano a decine, molto più di quanto lui s’immaginasse, e alcune stavano vicino a dei fuochi, altre nascoste dietro a dei muri che mettevano la testa fuori solo quando si avvicinava qualche macchina, e altre ancora che si davano da fare nelle macchine parcheggiate nell’oscurità, proprio in fondo a quelle strade. E come si sceglie una ragazza? Si chiese Bathley. Magari la più bella costava di più e lui in tasca c’aveva giusto i cinque euro accartocciati. Camminava in mezzo alle ragazze con il cuore che gli batteva forte nel petto, e sudava dall’imbarazzo e proprio quando stava per ritornarsene a casa, una ragazza si alzò da una pedana di legno che stava nell’oscurità e si avvicinò a Bathley.

“Hey nero, ce ne andiamo?”

Bathley non disse nulla.

“Che fai non parli, dove hai lasciato la lingua in Camerun?”

“Senegal, io vengo dal Senegal.” Solo questo riuscì a dire Bathley, con i riflessi sulla faccia di fuochi lontani.

“Dieci euro bocca figa, altri cinque pure il culo” disse la ragazza.

Bathley stava per dire che aveva solo cinque euro, e stava anche per dire che non ne aveva voglia di tutto quello e che gli faceva male la pancia perché erano due giorni che non riusciva ad usare quel bagno lercio di Via Firenze, ma non ne ebbe il coraggio. Allora si girò e se ne andò. Fece qualche metro e si ritrovò la ragazza alle spalle che nel frattempo l’aveva rincorso.

“Dai Senegal, dimmi quanto hai in tasca.”

“Cinque euro.”

“E ti pareva” disse la ragazza.

“Vieni con me.” Disse ancora, e se lo tirò dietro a dei legni accatastati.

Bathley aveva il cuore che impazziva e così vicino ad una ragazza lui non c’era mai stato. Sentiva il suo alito che sapeva di brutto cascargli addosso e sentiva l’odore dei suoi capelli pieni di gel economico, e il sudore mischiarsi in mezzo agli scarichi delle macchine. Lei glielo cacciò da fuori e gli mise il preservativo. Si abbassò e glielo prese in bocca. Un paio di colpi e Bathley se ne venne. Si appoggiò ad uno di quei legni come se un camion l’avesse investito e gli occhi non gli si aprivano più del tutto, ma solo a metà. La ragazza stese la mano per battere cassa e Bathley lesto gli mise i cinque euro sopra. Lei gli fece cenno di andare via e lui obbedì. Quando fu ad un paio di metri dalla ragazza lei gli urlò dietro:

“Io pure vengo dal Senegal.”

Senegal, Senegal.

Bathley si voltò e si chiese cosa potesse dire in quell’occasione e lui che non era pratico della vita avanzò il passo in direzione di Via Firenze, che cominciava a fare freddo. Una volta nella sua branda, non chiuse occhio. Ancora una volta il bianco degli occhi di Bathley abbagliava e fendeva il buio. Per la prima volta desiderò essere altrove.

Nei mesi seguenti Bathley lavorò duramente. Imparò nuove strade e nuove parole e ben presto si integrò nella comunità senegalese di Napoli. Delle volte riusciva persino a conservare due euro per andarsi a comprare un kebab giù alla ferrovia, ma il più delle volte con i pochi soldi che avanzavano, andava comprarsi per conto suo delle cose da vendere così da non dover dare tutto il suo guadagno a Molajanni. Malgrado quei sotterfugi, Bathley si rendeva conto che non avrebbe mai potuto lasciare la fogna di Via Firenze anche con i soldi che riusciva a guadagnare per conto suo. Un giorno freddo, con le macchine che quando passavano nelle pozzanghere ti bagnavano tutto, Bathley andò da Molajanni. Gli disse che lui voleva scoparsi i vecchi.

“Ma vattene, che tu non ti sei mai scopato neanche una femmina!” gli urlò Molajanni.

“Ma chi ti crede di essere Rodolfo Valentino, qua ci vogliono i cazzi di trenta centimetri, anzi sai che ti dico, cerca di lavorare di più che sei quello che incassa di meno e se ti pesco a vendere della merce per conto tuo, ti sparo nelle gambe. E mò vaffancul nir e sfaccim.”

Il cuore di Bathley si era indurito e neanche le parole di Molajanni lo ferirono. Si disse che doveva solo aspettare e che quanto prima avrebbe lasciato la stanza di Via Firenze e quel maiale di Molajanni. Una sera, al Kebab di Via Torino, proprio di fronte alla sede della CGIL, Bathley incontrò Serge, anche lui del Senegal. Serge gli disse che viveva da solo in un piccolo appartamento a Piazza Carlo III° e che lui non lavorava.

Gli disse che ogni tanto faceva qualche furto.

Gli disse che ogni tanto vendeva un po’ di roba.

Gli disse che ogni tanto se lo faceva succhiare da qualche frocio.

Gli disse inoltre, che se gli interessava, poteva far uscire qualche cosa pure per lui e che se ne aveva bisogno, la sera lo trovava al kebab di Via Torino. La sera seguente Bathley si recò al chiosco del kebab e aspettò Serge. Nel frattempo si era bevuto una lattina di birra e mangiato un panino pieno di cipolla. Serge arrivò e quando lo vide si avvicinò a Bathley.

“Allora nero” disse Serge, stasera sei con me?”

“Si” disse Bathley.

“Bene, andiamo via tra un’ora.”

“Che cosa debbo fare?”

“Li vuoi trenta euro?”

“Certo”

“Allora te lo dico dopo.”

Per tutta l’ora che mancava, Serge se ne stette a parlare ad un cellulare e ad urlare. Bathley invece se ne restò al tavolo del kebab senza fiatare una parola. Poi Serge fece cenno che dovevano andare e Bathley si alzò. Si misero in macchina e Serge prese l’autostrada in direzione di Caserta.

“Dove andiamo?” chiese Bathley.

“A Licola” disse Serge, “dobbiamo fare un lavoro semplice per dei fratelli senegalesi. Ci sono delle ragazze che lavorano per loro e che non gli danno tutti i soldi che gli spettano. Allora noi andiamo dove abitano loro, e adesso che sono tutte fuori a lavorare, noi gli incendiamo le baracche dove abitano.”

Bathley sbiancò come può sbiancare un nero e il sangue gli diventò denso nelle vene. I fari delle macchine che venivano nella direzione opposta gli illuminavano la faccia e ancora per una volta il bianco attorno agli occhi abbagliava nel buio dell’abitacolo della macchina di Serge. Trenta euro non erano male per un paio d’ore di lavoro e dopotutto non c’era da far male a nessuno. Un po’ di fuoco e scappare via, più veloci delle fiamme del fuoco stesso. La macchina uscì dall’autostrada e imboccò delle strade alberate e solitarie, per poi ritornare su altre illuminate e con la carreggiata più larga. Arrivarono infine in una specie di baraccopoli. C’erano delle lamiere di metallo e delle assi di legno incastrate le une sulle altre. Il tutto era tenuto insieme da chiodi, spago e pietre. All’ingresso della baraccopoli un mare di assorbenti sporchi e preservativi srotolati sparsi per terra. Non c’era nessuno dentro, le ragazze erano tutte fuori. Serge, tirò fuori dal cofano della macchina due taniche di benzina e ne diede una a Bathley. Gli disse di spruzzarla ovunque fuori e dentro le baracche, e di fare in fretta. Bathley ubbidì e cominciò a spargere benzina. Le mani screpolate dal freddo bruciavano al contatto con la benzina e dove la pelle era lesa, delle piccole bolle subito vi sorgevano sopra. Bathley si occupò della parte nord e coraggiosamente si lanciò nel labirinto di lamiere con la tanica di benzina. Non provava nessun rimorso per quello che stava facendo, forse solo paura e bruciore alle mani per la benzina. Poi da lontano la voce di Serge lo chiamò.

“Hai finito?”

“Si” gli disse Bathley.

“Allontanati allora!”

Le fiamme cominciarono a svilupparsi ad una velocità impressionante e raggiunsero il posto dove stava Bathley in pochi secondi. Il calore fece cedere i precari equilibri architettonici della costruzione e ad una ad una, le abitazioni ricavate dentro, vennero giù. Mentre Bathley stava per andare via, udì un lamento provenire alle sue spalle. Entrò in un’abitazione che ancora doveva essere avvolta dalle fiamme e sotto un cumulo di coperte c’era una ragazza. La ragazza piangeva, ma non scappava. Bathley si avvicinò di corsa alla ragazza e le disse di andare via in fretta. La ragazza alzò la coperta e mostrò sul suo ventre una ferita che partiva da sotto le scapole e copriva tutta la pancia. Il sangue era ovunque e Bathley la prese in braccio e la portò fuori da quel rogo.

“Cosa ti è successo?” disse Bathley.

La ragazza perdeva lucidità quanto sangue.

“Mi hanno accoltellato” disse.

Uscirono dalle fiamme e finalmente Serge vide Bathley con la ragazza tra le braccia.

“Ma che cazzo fai?”

“L’hanno accoltellata, dobbiamo portarla in ospedale” disse Bathley.

“Ma sei stronzo, io non porto nessuno in ospedale, lasciala là e andiamo via!”

Bathley indugiò all’ordine di Serge. Serge si mise in macchina e schizzò fuori da quel rogo. Bathley si diresse all’interno della boscaglia dove l’aria era più respirabile e diceva di stare calma alla ragazza.

“Di dove sei?” gli chiese Bathley.

“Senegal” disse la ragazza.

Senegal, Senegal.

Bathley cercò di orientarsi tra gli alberi per uscire da quel posto e quando poteva le accarezzava la fronte. Vide da lontano le luci delle macchine, forse stava seguendo la direzione giusta. Il passo diventò veloce e i muscoli delle braccia facevano male con il peso di quel corpo, ma Bathley andava. Gli disse di tenere duro per un altro poco che avrebbero trovato un passaggio per un ospedale, per un pronto soccorso e che tutto poi sarebbe andato bene, ma la ragazza era morta tra le sue braccia.

Da lontano divampavano le fiamme dell’incendio che lui stesso aveva sviluppato, e non erano niente rispetto al fuoco che aveva dentro Bathley. Appoggiò il corpo della ragazza sulla terra fredda e lui si sedette sotto a un albero come faceva quando era nel suo villaggio.

Senegal, Senegal.

 

 

 

Come diventare zoppo in pochi semplici passi

Certi giorni mi viene da zoppicare. Non posso farci niente. Andrea, che è il fidanzato di mia sorella, dice che io divento zoppo per saltare gli ostacoli della vita. Sostiene che in realtà, quando mi trascino la gamba, la predisposizione degli ostacoli ad ostruirmi la strada, cambia di prospettiva, nel senso che questi si scansano da soli. E' un ragionamento molto zen, tao, oroscopo e karma. L'unica soluzione, ha detto, è quella di cospargermi le gambe di un olio santo che lui stesso produce in casa, che poi è anche buono per metterci le melanzane a bagno, e vestirmi con una tunica rossa tipo Sandokan. Ho provato ad andare in giro vestito così e con le gambe unte, ma non ha funzionato. Dopo alcuni minuti, zoppicavo che era una bellezza.

I primi tentativi di zoppicare, risalgono a sei anni fa, al 1998, a quando Monica mi ha lasciato. In effetti, non siamo mai stati insieme nel senso stretto del termine, piuttosto si è trattato di un rapporto unilaterale. Una storia triste e amara, con duri risvolti psicologici durante la quale il mio mediocre corpo si è adattato ad un pessimo stato d’animo, prendendone le sembianze.

Ho incontrato Monica per la prima volta in un centro di riabilitazione psicomotoria. Io ero là per fare delle sedute di fisioterapia, con lo scopo di ripristinare la mobilità del braccio destro persa a causa di un'ingessatura che ho portato per mesi a seguito di un incidente. L'incidente non l'avevo fatto io, ma due auto sconosciute che dopo il tamponamento, mi sono franate addosso. Si trattava di una Volvo di colore grigio metallizzato e di una Fiat Tipo verde petrolio. La Punto aveva praticamente invaso tutto l’abitacolo della Volvo e questa, uscendo dalla carreggiata, mi ha investito. Il proprietario della Volvo stava provando ad ammazzare quello della Punto, mentre io me ne stavo a terra con le ossa rotte, fortuna che sono poi arrivati quelli dell’ambulanza che l’hanno trattenuto. All’ospedale mi fecero le radiografie e mi misero un lavaggio. Poi venne un dottore che mi fece firmare un foglio e mi disse di andarmene perché stavo bene, eccetto per il braccio destro che bisognava ingessarlo. Un ossicino della delicatissima articolazione del mio gomito, era stato leso durante la caduta, e bisognava tenerlo fermo per almeno quaranta giorni per consentire a qualche strano meccanismo riparatore di metterlo a posto. Quella mattina ritornai a casa con il braccio a forma di elle bloccato fino a sotto l’ascella. In quelle condizioni sarei impazzito subito se non fossi ricorso alla mia super lucidità, dovevo solo aspettare che qualche microscopico animaletto del cazzo che alloggiava in un anfratto dentro al mio braccio, cementasse le ossa fratturate. Prendevo vitamine e bevevo molto latte proprio come mi aveva detto il medico dell’ospedale, e a volte mi venivano da fare delle scorregge malate che appestavano l’aria della stanza. Quando mio padre entrava nella stanza mi chiedeva sempre se per caso quel braccio non me l’avessero cementato con la merda, vista la puzza che c’era.

L'ingessatura è stata una prova dura da superare. Insomma mi accorgevo di avere un braccio destro, solo quando non potevo più utilizzarlo. L'autoerotismo ne risentì molto, dato che tirarmi una sega con il braccio sinistro risultò un’operazione più difficile del previsto. Non riuscivo a tenere quel ritmo costante all'inizio e crescente nel finale necessario alla materializzazione delle mie fantasie. Andavo a scatti perché il braccio non era per niente abituato a quel genere di esercizio. Il gesso comunque, dava anche dei vantaggi. Per esempio ci scrivevo sopra la lista della spesa e con la forbice ci avevo praticato un piccolo forellino sul lato per metterci il fumo dentro. Ritorniamo a Monica ed a quando la vidi per la prima volta. Dopo avermi tolto il gesso con una piccola sega elettrica, il medico mi aveva prescritto dieci sedute riabilitative presso un centro di fisioterapia convenzionato, e nel frattempo per evitare che facessi dei movimenti bruschi con il braccio, ci mise sotto un'anima di ferro e me lo fasciò tutto. Il braccio quindi non era più ingessato, ma fasciato e con un ferro sotto, e restava sempre nella stessa posizione ad elle. Nella sala d'aspetto del centro di fisioterapia, c'era tutta un'umanità incartata, ingessata, stampellata, su sedia a rotelle, busti ortopedici, ginocchia con ferri che sbucavano da tutte le parti e braccia artificiali. Tutto questo prevedeva un gran senso dell'umorismo. Riparare un proprio arto come se fosse un elettrodomestico era divertente. Quando fu il mio turno, mi alzai dalla sedia rossa della sala d'aspetto e in una manovra piuttosto complicata, razzolai con il braccio destro un cappello di una ragazza grassa con il busto ortopedico e la stampella di uno magrissimo. Chiesi scusa ed entrai nel corridoio. Un infermiere mi disse di seguirlo lungo un corridoio con dei cartelli che inneggiavano alla donazione degli organi, a smettere di fumare ed a sorridere anche nel caso di malattia terminale. Entrai nella stanzetta della fisioterapia deciso a donare tutti i miei organi, non prima di aver smesso di fumare ovviamente, quando entrò Monica. In quel momento intesi che l'unico organo che veramente volevo donare a quell'infermiera era quello che palpitava dentro di me. A pensarci bene gli organi da donare erano due. Aveva i capelli biondi, gli occhi con le ciglia, le orecchie precise, alta quanto basta per non mettermi a disagio, ed il seno prosperoso nel quale riflettevo il complesso di Edipo, la sindrome di Stoccolma, e il gomito del tennista. L'infermiera, che fino al quel momento ignoravo si chiamasse Monica, mi disse di stendermi sulla lettiga. Ecco, tutte le volte che mi trovavo steso su una lettiga mi sentivo, come dire, uno stronzo. Ero inerme e chissà a quale sperimentazione il governo mi sottoponeva, raggi x e raggi gamma a fottere. La CIA ci selezionava negli ospedali e ci spediva in centri di riabilitazione di copertura che nascondevano i dati dei più crudeli esperimenti condotti sugli umani e sugli ufo. Le vitamine mi rendevano nervoso e stavo perdendo il controllo della realtà. Immaginavo di avere delle amiche immaginarie e una volta, stavo anche per convincerne una di queste a farmi una sega e solo allora mi resi conto che era immaginaria. Monica mi tolse le garze che avevo attorno al braccio destro e iniziò a stendermi una pomatina gelida che dopo un po' mi bruciava e si impiastrava tutta nei peli. Poi, molto dolcemente, cominciò a farmi una specie di massaggio. Io non sono mai stati in un salone per massaggi in Thailandia dove ti scegli la ragazza e quella si presta darti quel genere di piacere, ma ero convinto che si trattasse di una cosa del genere, e all'improvviso tutto l'odore di alcool che appestava l'aria e le macchie di mercurio cromo che c'erano in giro, diventarono aromi esotici e quadri di elefanti che abbellivano le pareti e Monica era la crocerossina che avevo sempre sognato, e proprio questo è stato il punto fondamentale dell'intera vicenda. Andrea sostiene che cercavo in Monica non solo la donna, ma la pietà intera del genere umano, insomma volevo che l'umanità si sentisse in colpa nei miei confronti e che questa una volta redenta e accortasi del proprio errore nel sottovalutarmi, mi avrebbe dato la giusta collocazione sociale facendomi almeno diventare ospite fisso dal Costanzo Show. Era tutto imperniato sul senso di colpa come tutta la cultura cristiana, e questo era il grande limite dell’occidente sosteneva sempre Andrea mentre disegnava sulla gamba un drago che mi avrebbe protetto dal malocchio. Ritornai a casa dopo la prima seduta di fisioterapia con il cuore che a stento restava nella cassa toracica, e per tutta la notte non feci altro che pensare a quella splendida infermiera. Aspettai impaziente il martedì seguente per sottopormi alle cure amorevoli della mia fisioterapista ed andai al centro elegantemente vestito e tutto profumato. Cercai di darmi un tono e di emergere tra quel branco di mutilati, che tutti i giorni si lamentavano con i loro busti ortopedici nella sala d’aspetto del centro. Quei bastardi mi facevano schifo tutti ad aspettare di essere guariti dalla mia infermiera, tutti con le ricette in mano dei loro medici stregoni. Amuleti e talismani, ecco di cosa avevano bisogno quei barboni pidocchiosi senza speranza, e non delle belle e morbide mani che sapevano di buono della mia infermiera. Avevo una giacca di velluto, molto più informale della classica giacca da impiegato parastatale da un milione e sette al mese e che dichiarava il mio essere estraneo all’umanità mediocre che stava là fuori. Barba rasata alla perfezione, capelli lavati, profumo economico ma misto a borotalco dava un effetto incredibile. Ero perfetto, lo ammetto. Entrai nel corridoio con stile e mi accomodai nella stanzetta che già conoscevo. Nel frattempo che la mia infermiera arrivasse, cercai una posizione piuttosto virile nella quale farmi trovare, e solo per poco non mi spezzai una gamba facendo acrobazie attorno ad una sedia. Quando Monica entrò nella stanza mi trovò con le gambe accavallate, il braccio fasciato che puntava ad est mentre fissavo il nulla fuori dalla finestra e con in mano un libro di poesie orientali. Sembravo un’antenna parabolica, ma era il meglio che sapevo fare. Monica notò subito il mio look più deciso e mi guardò con un’aria maliziosa e vogliosa. Non potevo cedere così facilmente, dovevo resistere almeno un pochino. Durante la seduta le raccontai del mio lavoro, della mia fidanzata, dei miei viaggi, del pedigree del mio cane e del libro che era in fase di approvazione per una nota casa editrice. Monica restò molto impressionata da tutto ciò, e prima che i rimorsi per tutte le palle che le avevo detto cominciassero a farsi sentire passarono diverse ore dalla fine della terapia. Quella notte piansi tanto e mai mi ero sentito tanto meschino in vita mia. Decisi di dirle allora tutta la verità e il giorno dopo, con il mio braccio destro fasciato con l’anima di ferro e un piccolo mazzo di fiori mi presentai al centro di fisioterapia. Elusi i severi controlli all’ingresso mostrando la mia tessera sanitaria e la prescrizione del medico che indicava quel genere di terapia. Entrai direttamente nella saletta dove lavorava Monica e feci irruzione proprio mentre Monica massaggiava la schiena ad una paziente che portava il busto ortopedico. Quando mi vide con i fiori ebbe un sussulto.

“Cosa ci fai qui, oggi non è il tuo giorno di terapia.”

“Lo so, sono venuto solo per chiederti scusa.”

“Scusa? E di cosa?”

“Delle bugie che ti ho raccontato ieri.”

“Quali bugie?”

“Io sono disoccupato e vivo con i miei genitori, la mattina faccio la spesa a mia mamma, non ho una fidanzata, non ho un cane e non c’è nessun libro in attesa di pubblicazione. Cercavo solo di fare colpo su di te.”

Monica restò in silenzio.

“Lo sapevo che eri disoccupato.”

“Davvero?”

“Certo, hai l’esenzione totale. E’ tutto scritto sulla tessera della asl.”

Tutto ciò servì solo ad irrobustire i miei sospetti sul governo che mi spiava.

Monica avvicinò pericolosamente il suo corpo al mio, e proprio quando sentii il profumo di lei avvolgermi ed entrarmi dentro da tutti i pori, prese tra le mani la mia testa e ci stampò forte un bacio sulla fronte.

“Stasera passo a prenderti e andiamo a bere qualcosa, dimmi dove abiti” mi disse.

Non l’avevo baciata io per primo, ma l’importante era portare a casa il risultato. Ritornai a casa a trotto e il mio braccio destro supportato dalla sbarra metallica e dalle garze emanava radiazioni positive. La mia infermiera mi aveva baciato e adesso ero pronto per farmi curare. La sera ero nervoso e tutte le mie paranoie mi assalirono. Erano ovunque e alcune di loro addirittura mi prendevano a morsi le ginocchia. Tutti i miei tic in un momento solo spuntarono dalle caverne della mia testa. Mi veniva da vomitare e i crampi mi attanagliavano lo stomaco. Mentre mi lavavo i denti con il dentifricio alla liquirizia, scelsi accuratamente lo sguardo con cui guardare Monica e con quale profilo puntarla. Misi la canottiera di flanella, perfetta per ogni situazione e con un tessuto traspirante che si adattava perfettamente ad ogni temperatura. Nel campo delle canottiere la tecnologia aveva fatto passi da gigante. Alle nove precise me ne stavo fuori dal portone di casa mia ad aspettare Monica. Faceva freddo ma confidavo nella canottiera. Monica arrivò puntuale con una Renault bianca con un faro solo.

“L’altro l’ho perso facendo manovra ieri sotto casa mia.”

Puntammo verso le vie del centro in un giovedì affollato come non mai. La Renault orba s’infilava agilmente tra le strade bucate e la completa assenza di ammortizzatori regalò alla mia spina dorsale un’esperienza indimenticabile. Monica era bellissima. Profuma più dell’arbre magique al cocco che aveva nella Renalut. Ad ogni curva io andavo sempre a sbattere nel finestrino destro con il mio braccio che era ancora fasciato con l’anima di ferro sotto, ed alla fine della serata, la parte interna dello sportello di destra era tutto da ridipingere. Monica mi portò in un posto dove alcuni suoi colleghi stavano festeggiando una promozione. Ecco, andare con un braccio fasciato a orma di elle ad una festa di fisioterapisti è quello che normalmente viene definito imbarazzante. Bisognava avere i nervi saldi e non lasciarsi prendere dal panico, ma soprattutto aspirare profondamente ed immaginare un puntino di luce che emanava energia positiva e tutto era a posto. Alcuni di loro mi fecero delle diagnosi al volo, altri si sentirono irritati dalla mia presenza. I fisioterapisti mi guardavano con gli occhi viola di rabbia perché un solo braccio rotto, un solo anello di una colonna vertebrale fuori posto, rappresentava per tutta la loro categoria una sconfitta. Monica mi prestò la giusta attenzione e non mi mise mai in disparte. Intervenne in mio aiuto in tutte le discussioni che prevedevano risposte lucide e veloci e rispettando la sua vocazione di salvatrice, mi tenne stretto sotto la sua ala protettrice. Non mi lasciò sbranare da quel branco di fisioterapisti con l’alopecia e diventare così l’agnello sacrificale. Era lei il mio puntino luminoso di energia positiva. Mi stava vicino prestando attenzione a non farsi male con il mio braccio d’acciaio e mi ballava attorno sinuosa e materna. Uscimmo da quella festa. A questo punto è giusto riportare i danni a cose e persone che ho provocato con le manovre maldestre del mio braccio. Ho rotto due bicchieri mentre cercavo di prendere delle noccioline da una vaschetta, ho rotto il distributore di sapone liquido nel bagno, ed ho provocato una piccola ferita, tra l’altro subito tamponata con del mercurio cromo, sotto lo zigomo di un fisioterapista che mi stava sempre alle spalle. A questo conteggio bisognerebbe includere i danni allo sportello della macchina di Monica ovviamente. Tutto sommato non era andata così male, ed in passato avevo fatto dei danni peggiori senza avere nessuna invalidità fisica rilevante. Una volta ad esempio, mentre ridipingevo la parete di un mio vicino di casa per trenta euro, ho fatto cadere della vernice verde addosso al cane. Il cane che già di per se era giallo era diventato di un colore orrendo. Io lo misi subito nella vasca da bagno per strofinarlo sotto all’acqua. Il mio timore peggiore era che il cane leccandosi, ingerisse la vernice e morisse. Allora volevo bloccargli il collo con qualcosa. Ci voleva uno di quei collari di plastica a imbuto, solo che il mio vicino di casa non aveva in casa quell’affare, allora presi due staffe di legno e con lo scotch bloccai il collo del cane. Quando il mio vicino di casa ritornò e vide il cane mezzo verde e bloccato dalle staffe di legno attorno al collo, non mi lasciò neanche il tempo di spiegare e mi buttò fuori. Facemmo un giro per alcune piazze e strade del centro storico e io, tanto per fare il buffone, appesi al mio braccio la borsetta di Monica come e fossi un attaccapanni. Questo genere di cose faceva sempre ridere le donne e ogni uomo dovrebbe averne nel suo repertorio. Monica mi disse che si stava divertendo con me e decisi quindi di continuare su quella strada per tutto il resto ella serata. Ogni occasione era buona per fare delle pessime imitazioni di animali o personaggi dello spettacolo. Maurizio Costanzo mi riusciva a perfezione e smisi di farlo solo quando un capannello di gente si era fatto attorno a noi e Monica era vistosamente in imbarazzo.

Le cose andavano bene tra di noi. Ci telefonavamo e quando facevo la spesa per mia mamma al supermercato, la faceva anche per lei. Sceglievo per lei le migliori uova e la busta di latte che aveva un aspetto migliore. Persino se le compravo le piastrine per le zanzare, controllavo che la confezione fosse integra e che nessuno ne avesse sfilato una fila da dentro. Poi andavo al centro di fisioterapia a portarle la buste e lei mi dava sempre un bacio sulla fronte. In un certo senso era la relazione che avevo sempre cercato. Si trattava di un prendersi cura a vicenda, un bene viscerale, istintivo, più assimilabile al legame tra animali dello stesso branco, piuttosto che il rapporto condizionato dall’evoluzione sociale della nostra razza. Nelle settimane seguenti continuai a seguire con profitto le sedute di fisioterapia. Naturalmente Monica si prese cura di tutta la situazione. Io, a sua insaputa, mi esercitavo anche a casa. Ogni volta che ritornavo da lei i progressi erano evidenti e lei si sentiva soddisfatta del suo lavoro e dei miei ottimi tempi di recupero. Volevo mostrarle che la mia fibra muscolare era ancora elastica e reattiva agli stimoli. Lei mi piegava il braccio fino a certi punti e prima di farlo mi diceva che mi avrebbe fatto male. Io mi ero già preparato a casa a quelle estensioni, e il dolore iniziale l’avevo già superato, quindi facevo finta di stringere i denti e di sentire dolore, e le lasciavo tirare i tendini fino alla posizione da lei cercata. A volte stringevo così tanto le mascelle che mi uscivano fuori delle venuzze sulla fronte. Lei restava sempre impressionata dalla mia tolleranza al dolore e per me tutto questo non rappresentava altro che una prova di virilità.

Poi, le sedute terminarono.

Avevo riacquistato tutta la mia capacità muscolare, anche se a dirla tutta, l’unico utilizzo proficuo fu la normalizzazione delle mie attività onanistiche. Infatti, i miei incontri con Monica divennero più rari. Monica si era presa cura di me come fisioterapista e la sua simpatia nei miei confronti, era solo un approccio moderno alla terapia. Diventate amanti dei vostri pazienti, guariranno prima. Curateli con amore. Questi erano gli slogan che si andavano professando su quel centro di fisioterapia dal volto umano. Lasciavo messaggi alla sua segreteria ai quali Monica rispondeva cortesemente, e altrettanto cortesemente rifiutava tutte le mie proposte di incontrarci. Io per lei ero solo un braccio rotto. Lei aveva interesse solo per gli ingranaggi del mio gomito e la capacità elastica dei miei tendini. Tutto ciò provocò al mio interno grande frustrazione, a da allora, ho cominciato non più ad identificarmi come entità metafisica pensante, ma come somma anatomica dei miei organi, delle mie articolazioni, ossa e umori. Il mio era un esistenzialismo anatomico in un certo senso. Io ero la mia rotula, il mio colesterolo, il mio ventricolo. Conoscevo a uno a uno i miei globuli bianchi e spesso parlavo con loro.

Prendo molte vitamine, specie il complesso b. Quando la mattina vado in bagno, l’acqua della tazza diventa tutta gialla di residui di vitamine che il mio fegato si è rifiutato di sintetizzare. Un ammutinamento a tutti gli effetti di fronte al quale ho poco da fare. Il dolore stesso per la mancanza di Monica è una sommossa di qualche neurone figlio di puttana esagitato. I miei tessuti che si rivoltano. Tuttavia le mie abitudini non hanno ricevuto grandi variazioni, eccetto che zoppico dalla gamba sinistra. Andrea dice che tutto questo è spiegabile con dei criteri statistici-esoterici. E’ tutto nel mio karma. Le mie articolazioni vanno bene e non c’è medicina, eccetto quell’infuso di denti di tigre che prepara lui. Vado a fare la spesa tutti i giorni al supermercato e mi accorgo della continua e inarrestabile perdita di potere della moneta. Alla cassa le signore si lamentano di tutto. Anche l’energia elettrica e il riscaldamento sono diventati un bene di lusso. Poi mi guardano e mi fanno passare davanti con il carrello, perché il rispetto per uno zoppo non ha nulla a che vedere con l’andamento dell’economia.

Ho cominciato a zoppicare un pomeriggio.

Dopo pranzo, mentre mi alzavo per lavare le stoviglie, la mia gamba sinistra si rifiutava di allinearsi alla destra. Sapevo che prima o poi qualche atto di ribellione da parte di ossa e muscoli si sarebbe presentato. Decisi allora di ignorarla. Se la gamba voleva esser trascinata, l’avrei trascinata fino a farla marcire. Alla lunga l’avrei vinta. Si trattava di una lotta intestina da combattere con i nervi e non con le armi. Ecco, è da quel pomeriggio che mi trascino la gamba. Negli ultimi anni diversi arti si sono rivoltati e smesso di funzionare temporaneamente. Ad esempio nello scorso febbraio, i muscoli che permettono la rotazione degli occhi all’interno del bulbo oculare si sono bloccati. E’ stato davvero fastidioso. Per guardare un punto dovevo ruotare la testa e allora me ne sono stato steso a letto per un mese intero, fino a che un giorno quei dannati muscoli hanno ripreso a funzionare. La primavera scorsa si era bloccata la mascella e per una settimana, prima che si rimettesse in funzione ho dovuto ingurgitare solo roba liquida attraverso una cannuccia. Poi per nove giorni non sono andato in bagno ed una volta non mi è vento duro per venti giorni di seguito. Andrea un giorno mi assicurò che la gamba alla fine avrebbe ripreso a funzionare, e che è stata la mia concezione del mio corpo come un assemblaggio di tante parti a dare vita ai singoli organi, e così è stato. Li avevo animati, dando loro la percezione della loro esistenza. Ogni giorno, non so mai se mi sveglio zoppo oppure cieco, o anche diabetico. Adesso la mia gamba funziona di tanto in tanto, e in combutta con quell’altra, mi portano sempre in posti dove non vorrei mai andarci.

 

 

Nella bara

La morte stava cominciando a battere cassa. Per il momento si stava prendendo i capelli che stavano al centro della testa, poi con il tempo si sarebbe presa qualche diottria del mio cristallino, alcuni gradi di apertura delle articolazioni, la capacità del respiro di far fronte alle situazione più faticose, le splendide erezioni mattutine, poi i denti, e infine sarei finito dritto nella cassa di mogano. Se solo le bare avessero avuto una luce dentro, tipo quella del frigorifero, non sarei stato angosciato dal pensiero della morte per tutta la vita. L'idea della sepoltura mi angariava, inoltre ero sicuro che mi avrebbero sepolto vivo, e che mi sarei svegliato sudato e con la tachicardia nel buio nero e pesto della cassa, ad un metro sotto terra. Avrei annusato l’odore acre della terra e avrei avuto aria per un altro paio di minuti, prima che l’anidride carbonica bruciasse tutto l'ossigeno ancora disponibile. “Seppellitemi con un cellulare, sotto ad un ripetitore buono” era quello che scherzando continuavo a dire. M’immaginavo la scena, mia madre che tornava dal mio funerale e io che la chiamavo al telefonino. “Ma dove mi avete messo? T’avevo detto che la cassa la volevo in ciliegio lo sai che sono allergico al mogano, dai adesso vieni a prendermi, che per la paura ho fatto una scorreggia e l’aria qua dentro è irrespirabile.”

La prima morte alla quale ho assistito, è stata quella di zio Eugenio. In realtà non era mio zio, ma un vicino di casa che stava sempre da noi e che chiamavo zio solo perché mi era stato chiesto di farlo. Poi un giorno, un cancro si mangiò i polmoni di zio Eugenio e di colpo, la finì di rompere il cazzo nel nostro salotto. Io ero un bambino ma sapevo esattamente cosa significasse morire. Tutti piangevano, specie i parenti più stretti, poi ti prendevano e ti mettevano in una cassa di legno e ti sotterravano. Il tempo che tutti sarebbero andati a casa e tu ti saresti svegliato nella cassa, che nel frattempo avevano pure avvitato con delle viti resistentissime, proprio per paura che tu potessi scappare. Ti saresti agitato e avresti scalciato per l’eternità, perché stare là dentro proprio non ti piaceva. Allora se eri stato buono, un angelo ti avrebbe liberato, se eri stato cattivo la morte in persona vestita di nero, avrebbe imballato con lo scotch la tua bara. Ecco che cosa succedeva quando le persone morivano.

La mia visione della morte, non era molto cambiata da allora. L’unica cosa che me la faceva accettare era la sua inevitabilità. Tutto ciò mi rendeva nervoso e per non pensare alla morte fumavo e bevevo. Che paradosso. Fu allora che m’iscrissi al corso di Yoga al centro storico. Ad un paio di chilometri da casa mia, tutti i martedì e i venerdì alle 21.00, si teneva un corso per tutti quelli che temevano di essere sotterrati vivi. Trovai un giorno un annuncio su un giornale gratuito che distribuivano nella metropolitana. L’annuncio diceva che se avevi paura degli spazi chiusi, della mancanza d’aria, di prendere l’ascensore, e di essere sotterrato vivo nella bara, dovevi seguire i loro corsi. C’era un numero di telefono di un cellulare. Strappai la pagina del giornale che m’interessava, la piegai bene e la misi nel portafogli, vicino agli altri fogli di giornale che contenevano annunci per me importantissimi. La sera seguente riflettei abbastanza su quelle parole, e coraggiosamente, tentati una simulazione. M’infilai sotto al letto e spensi la luce. Quello era il massimo che potevo fare, dato che in casa non avevo una bara vera. Cercai di farmi venire l’ansia. Pensai ad una situazione di costrizione fisica per la quale non potevo muovere né le braccia né le gambe. In breve fui assalito dal panico. Mi misi ad urlare ma nessuno venne in mio aiuto, e allora scalciai più forte. Mi voltai e vidi il gatto che mi osservava. Uscì da sotto il letto. Il gatto mi seguì e gli diedi dei croccantini per togliermelo di torno. Tagliai una Rizla e mi rullai una cannetta per calmarmi. Pensai che se avessi fatto quest’esercizio per dieci minuti al giorno tutti i giorni, avrei imparato a tollerare il grande momento. Accesi la televisione e dai programmi che trasmettevano, mi resi conto che la fine del mondo era imminente, non c’era tempo da perdere, bisognava iscriversi subito alla scuola di Yoga.

Tirai fuori dal portafogli la pagina piegata con l’annuncio e telefonai al numero di cellulare. Rispose una donna. “Bene” mi dissi, se proprio qualcuno doveva insegnarmi a morire meglio una donna, magari bella. Le dissi che volevo informazioni sul corso e allora mi disse che dovevo andare di persona. Mi spiegò la strada, mi disse dove parcheggiare, e disse che stavano in un portone al numero quindici di Via Benedetto Croce, proprio in mezzo tra Piazza del Gesù e piazza San Domenico Maggiore. Io che là ci andavo a prendere il fumo, la zona la conoscevo bene. L’appuntamento era per la sera successiva. Decisi quindi di sfruttare quella sera che avevo ancora a disposizione, per fare l’ennesima simulazione a casa mia, sotto al letto. Rinchiusi il gatto nel bagno, non prima di essere stato rifocillato, poi mi fermai a riflettere su come dovessi vestirmi per quella simulazione. La domanda era: come mi avrebbero seppellito? Con quale vestito? Ecco se proprio dovevo fare una simulazione vera, volevo anche vestire nella stessa maniera di un morto. Feci uno sforzo di memoria e cercai di farmi venire alla mente, le scene con dei morti in televisione. In genere quelli morivano come si trovavano e si vedevano solo un gran numero di morti, ma funerali mai. Cercai allora nel mio archivio personale, e mi venne in mente la morte di zio Eugenio. Il giorno del suo funerale aveva addosso il vestito delle feste, lo stesso che si metteva a Natale e a Pasqua per andare alla messa. Mio padre diceva che quel vestito zio Eugenio l’aveva pagato trentamila lire ai grandi magazzini, e che gli avevano fatto un pacco, perché lui un vestito del genere sapeva dove comprarlo con ventimila lire. Era un vestito marrone, con una cravatta nera e una camicia bianca, un gran completo per morire. Rovistai quindi nel mio armadio fino a trovare una giacca, un pantalone e una camicia. Nessuna legge della natura e dell’uomo, avrebbe consentito l’accostamento di quei colori, ma non potevo andare troppo per il sottile, avevo un vestito da morto con tanto di cravatta solo appoggiata perché non ero capace a fare il nodo. Mi piazzai sotto al letto. Questa volta il panico mi venne subito. Mi mancava l’aria e qualcosa mi provocava dolore. Cominciò subito a farmi male una gamba e non sentivo il sangue accedervi correttamente, qualcosa, sembrava penetrarla. Ci misi una mano sotto e toccai qualcosa. Mi ero steso sopra ad una molletta da bucato, che il gatto per misteriose ragioni, continuava a trascinare sotto al letto. Scagliai la molletta via e la sentii rompersi contro qualcosa e ritornai al mio panico. In poco tempo tutte le ansie ritornarono a farsi sentire alla grande. Avevo l’impressione che la rete del letto si fosse abbassata e che mi schiacciasse la faccia, ed effettivamente l’aria che avevo a disposizione diminuiva e i miei movimenti perdevano del vigore necessario per tirarmi fuori da sotto al letto, e poi svenni forse. Passai in quella posizione diverse ore, mi risvegliai alla fine in una pozza di sudore e con un rivolo di saliva che dalla bocca attraversava tutta la guancia sinistra fino al punto in cui s’incontra con l’orecchio. Mi faceva male la testa. Presi un antidolorifico e passai tutta la notte senza dormire. Le mie non erano vere e proprie crisi di claustrofobia. Stavo benissimo negli ascensori, e anche in luoghi piccoli e affollati. I miei timori erano dovuti al pensiero di essere chiuso vivo in una bara, l’idea che mi sarei dimenato contro le pareti forti e resistenti della bara e il vuoto d’aria e di luce. La disperazione mi avrebbe ucciso in pochi minuti per fortuna.

Il giorno successivo ero pronto per andare a parlare con quelli della scuola di Yoga. Feci la stessa strada che facevo per prendere il fumo e mi attenni strettamente alle indicazioni che quella donna mi aveva dato per telefono. Parcheggiai nel posto che mi aveva indicato e cercai il portone che mi aveva detto. Fu tutto piuttosto semplice. Suonai un citofono dove c’era scritto – centro il loto -. Non mi sarei mai aspettato che un giorno avrei suonato ad un campanello con scritto – centro il loto -, e proprio quest’imprevedibilità della vita mi destabilizzava. Una donna mi venne ad aprire. Mi disse di entrare. La stanza era bene illuminata e c’erano fogli A4 appesi alle pareti con scritte specie di poesie che riguardavano l’anima e la serenità. C’erano anche delle altre persone dentro. La donna mi chiese se non avessi mai praticato una disciplina come lo Yoga, se sapessi qualcosa della meditazione, se avessi conoscenza dell’energia del corpo umano, dell’aura, dei fiori di Bach, e della luce. Gli dissi che non sapevo niente e che avevo solo una gran paura di restare chiuso in una bara. La donna fece una smorfia e mi comunicò che ero nel posto giusto. Tra poco sarebbe cominciata una lezione e se volevo potevo seguire il corso da subito. Naturalmente accettai l’offerta, non c’era nessun motivo perché ritardassi l’iniziazione. Mi portò una stanza più grande dove alcune persone se ne stavano tutte sedute con le gambe incrociate sul parquet, che per come era sporco sembrava essere quello di una stalla. La donna richiamò l’attenzione degli altri su di sé.

“Ragazzi, abbiamo un nuovo compagno” lo disse indicandomi.

“Ciao” disse qualcuno, mentre i più restarono in silenzio, come se li avessi disturbati.

La donna mi fece cenno di sedere in mezzo a due persone. Erano un ragazzo ed una ragazza. Il ragazzo sembrò piuttosto infastidito, mentre la ragazza mostrò la più ascetica indifferenza nei miei confronti. Non sapevo cosa fare. Me ne restai seduto aspettando che qualcuno mi dicesse cosa fare e, in effetti, non tardò che succedesse. Entrò nella stanza un uomo con una specie di kimono e gli zoccoli. Passò vicino a tutti noi e con la mano ci toccò la testa. Doveva essere una specie di santone, uno di quelli che ti indicano la giusta strada. Disse qualcosa che io non capii e che invece gli altri sembrarono intendere perché si misero tutti sulle ginocchia. Io non tentai di imitarli, ancora una volta me ne restai ad aspettare. Il maestro mi fece cenno di andare da lui, mi avvicinai e mi condusse nella prima stanza.

“Io sono Sandro” mi disse.

“Ciao.”

“Laura mi ha detto che hai qualche problema con la claustrofobia.”

“Non proprio, piuttosto ho paura di restare chiuso in una bara.”

“Capisco. Segui le mie lezioni, ti insegnerò a gestire le energie del tuo corpo. Riuscirai a combattere questi pensieri negativi e indirizzare la tua mente verso fonti più luminose.”

Dopo queste parole, Sandro mi aveva quasi convinto ad andarmene. Se magari fossi andato da un medico mi avrebbe prescritto una pasticca da prendere quando quel pensiero mi assaliva e tutto sarebbe stato più facile. Queste cose di energie e di oroscopi non mi erano mai garbate e temevo che non sarebbe in ogni caso bastate a curare la mia forma di pazzia. Seguii lo stesso Sandro nella stanza dove tutti adesso stavano in un'altra posizione. Sembravano ignorarsi tutti là dentro. Io feci per rimettermi al posto che mi avevano assegnato e nel sedermi, andai a sbattere contro il ragazzo che stava alla mia sinistra. Questo aprì gli occhi e a bassa voce mi maledì. S’alzò e andò a sedersi più in là. Volevo alzarmi e spaccargli la faccia, ma la ragazza che stava alla mia destra mi afferrò per un braccio.

“Lascialo perdere, sta solo cercando la giusta concentrazione, sai non è facile raggiungerla e qualunque cosa può allontanarti, qualunque rumore. Io sono Jalia, tu sei nuovo vero?”

Decisi che avrei avuto dei rapporti carnali con quella donna e fortunatamente anche lei era della stessa opinione.

Passai tutto il tempo a guardarla mentre incrociava le gambe e mentre sospirava, mentre visualizzava una piccola sfera luminosa davanti ad i suoi occhi e mentre sintonizzava il suo respiro sul respiro cosmico. Io avevo dei dolori alle gambe e quella posizione mi faceva venire da scoreggiare. Impiegai quindi tutta la mia concentrazione per cercare di non scoreggiare nella stanza. Alla fine della lezione salutai Sandro e Laura, dicendo loro che ci saremmo rivisti la prossima lezione, lasciai loro un falso numero di cellulare e me ne andai. Jalia stava dietro di me e insieme uscimmo dal portone. Mi chiese se avessi fretta, e che se volevo potevamo restarcene là attorno che c’era un locale orientale molto carino che lei frequentava spesso, dove servivano un’insalata condita con olio di certi semi che stavano solo in Cina. Risalimmo Via San Sebastiano e costeggiammo la strada del conservatorio. Entrammo nel locale orientale. Le luci erano basse e a stento si riusciva a leggere il menù. Niente a che vedere con le pizzerie di periferia dove andavo. In quei posti c’erano neon dappertutto che a volte ne uscivi abbronzato. Ci sedemmo ad un tavolo basso, dove c’era una pianta con delle foglie aguzze che potevano farti perdere un occhio se solo ti sfioravano la faccia. Ad un certo punto Jalia mi prese le mani e sentenziò una cosa strana:

“Questa notte ho sognato di conoscerti.”

Restai in silenzio, poi dissi: “Io anche.”

Non lo so come mi venne da dire quella cosa.

“Davvero?” chiese lei.

“Davvero” la rassicurai.

“Era destino che c’incontrassimo, lo sai perché sei venuto al corso?” mi chiese.

“Ho trovato l’annuncio su un giornale” e feci per cacciare la pagina che avevo ancora piegata nel portafogli.

“No, sono stati i nostri flussi energetici ad attirarci. Tu non capisci, ma tu ed io siamo una cosa sola.”

Jalia mi spaventava. Le dissi che era meglio ordinare qualcosa. Dopo un po’ arrivò un cameriere con un occhio bendato. Ordinò lei per me. Prese due insalate con molto olio di quei semi che stavano solo in Cina e che a detta di lei purificavano l’anima e la milza. Il cameriere orbo s’allontanò e Jalia riprese a fissarmi insistentemente.

“Quando sei entrato ti ho riconosciuto subito sai, e tu?”

Non sapevo cosa dirle. Guardai gli aculei sull’estremità delle foglie appuntite della pianta, e dissi che io anche l’avevo riconosciuta subito. Stavo andando sempre più a fondo con quelle bugie e la situazione presto mi sarebbe sfuggita di mano. Poi ad un tratto Jalia mi prese nuovamente le mani.

“Andiamo a fare l’amore nel bagno, adesso che ti ho ritrovato non voglio perderti.”

Per quello che ne potevo sapere Jalia poteva anche essere una sciroccata, ma una ripassata gliel’avrei data senza pensarci due volte. Dissi che si poteva fare. Si alzò lei per prima e mi trascinò per il ristorante, sotto gli occhi dei camerieri e della gente che mangiava cose indicibili. Entrammo nel bagno delle donne, e fortunatamente dentro non c’era nessuno. Ci chiudemmo in un bagnetto piccolo e stretto che a stento conteneva i miei ormoni. Senza alcun imbarazzo Jalia si alzò la gonna e si sfilò le mutandine, restando nuda sotto i miei occhi. Stavo per aprirmi la patta quando lei disse: “Adesso voglio un figlio da te.”

In due minuti fui fuori dal ristorante.

Riuscire ad andare via senza dire una parola è un’arte che si perfeziona in una vita intera di fughe. La fuga rappresenta una soluzione concettuale, non è una risposta sbagliata ad una domanda, ma una non risposta. M’infilai in una traversina laterale e andai a trovare il mio pusher che nel frattempo stava smerciando del marocchino DOC. Mi restavano solo poche ore per distrarmi prima che le angosce mi fossero ripiombate tutte addosso.

 

 

 

Naisa

 

Conoscere una prostituta di lusso alla festa di tua sorella, lascia molti dubbi su tua sorella. Ci hai mai pensato? In molti avrebbero sicuramente tratto la conclusione sbagliata, mentre tu te ne sei stato in silenzio. Tutti si aspettavano che avresti detto qualcosa. Scherzo, naturalmente.

 

Quando tua moglie lava i piatti, pensa ad un nuovo messaggio. Quando tua moglie tira fuori dalla dispensa il Valium per dormire, tu ricordati a memoria il numero di telefono di Naisa. Quando vedi la pelle di tua moglie sporgere e deformarsi verso il basso, e le vene delle gambe tracciare mappe articolate di colore verde, allora pensa alla schiena liscia, al collo regolare, all'incavo delle orecchie e all'avorio dei denti di Naisa. Quando tua moglie si chiude nel cesso per cacare e le sue gambe si schiacciano sulla tavoletta ovale, allora pensa al profumo di Naisa. Quando senti lo sciacquone portarsi via tutto, tu pensa al gradiente di colore della pelle di Naisa. Una sfumatura indefinibile, tra il bianco e l'argento lucido. Quando tua moglie ti dice buonanotte, tu smetti di pensare a Naisa che poi non dormi e ti senti nervoso.

 

Ti capita spesso di svegliarti pochi istanti prima che la sveglia suoni. In genere lo interpreti come un segno, come il tentativo da parte di qualcosa di comunicare con te. Perché svegliarsi alle 06 e 59 quando la sveglia suona alle 7 precise? Gli esagoni stretti della sveglia si riflettono sul muro e guardi sempre lo stesso noioso gioco di luce sul muro del tuo comodino. Fotoni sprecati. Elettroni utilizzati nella più ignobile delle maniere. Contare il tuo tempo è una cosa che nessun orologio dovrebbe mai fare. Pensi che dovresti scrivere a quelli della Swatch, della Casio, della Sector e spiegare le tue ragioni. Argomentare una ragionevole assenza di tempo. Poi il beep della sveglia si propaga nell'aria velocissimo. Tu lo percepisci chiaramente avvicinarsi. Nasce da un minuscolo amplificatore posto sul lato della sveglia e si propaga per la stanza in maniera concentrica, fino ad impattare contro il tuo padiglione auricolare. Qualcosa dalle tue orecchie lo porta al cervello e un gruppo di neuroni si accordano, e lo decodificano come il suono della sveglia. Non riesci a pensare allo sforzo immane che l'umanità intera sta facendo per portare quel suono dalla sveglia al tuo orecchio. Pensi che sei il risultato di milioni di anni di lavoro da parte della natura. Quanto tempo sprecato. Poi sei in macchina che risali il Corso Vittorio Emanuele. Diciamo tutta la verità però. Tu non abiti mica in quel posto dove i filippini portano a pisciare i cani la mattina, ed i garzoni dei salumieri sono gentili. Tu abiti a Barra, infognato nella zona orientale. Tossici, ladri, baby gang, criminalità organizzata. Quello che ti aspettavi. Sei partito dalla stazione di Mergellina e stai risalendo il Corso Vittorio Emanuele. La gente ha la faccia più bella da queste parti, non come nel tuo quartiere. Questa è genetica. Anche questo fa parte della selezione naturale. La gente che ha la faccia bella ha più possibilità di te. Poi metti la freccia e giri a sinistra, e imbocchi il vialetto dell'albergo. Il senso di colpa è un retaggio di quando l'uomo aveva l'anima e le ali. Parcheggi nell'area riservata ai clienti e spegni il motore. Alcuni medicinali possono alleviare il senso di colpa, è scritto nel foglietto illustrativo. Movimenti meccanici e meccanica dei movimenti. Prendi la borsa di stoffa con le cerniere lampo dal portabagagli. Le tue articolazioni si piegano, si flettono, ti tengono insieme. T-i-t-e-n-g-o-n-o-i-n-s-i-e-m-e. Ti portano in blocco nella hall, dove lasci il documento e cento euro, ti fanno salire le scale fino al secondo piano, ti fanno attraversare l'intero corridoio e ti lasciano fuori dalla stanza 131. Poi ti abbandonano. Fine delle trasmissioni. Adesso devi bussare tu alla porta. Devi manifestare volontà. Intenzione. Premeditazione. Com'è dolce il senso di colpa, ci hai mai fatto caso? Apri la porta e senti la rotazione del polso. Metti il piede destro oltre la soglia e senti il menisco gestire lo stinco, la caviglia, le falangi dei piedi. Sei tutto vasodilatato. Naisa non dice niente. E' un gioco che avete già fatto. Un gioco? Poggi la borsa di stoffa sul tavolo e tiri fuori le corde. Naisa si stende a pancia sotto. Leghi i suoi polsi alla spalliera del letto e la spogli. Quando vedi la schiena liscia di Naisa e il collo e le orecchie, allora pensa alla pelle di tua moglie deformata verso il basso. Quando senti l'odore di Naisa, pensa a tua moglie chiusa nel cesso mentre sta cacando. Quando lo tiri fuori e lo affondi nel culo di Naisa non pensare a tua moglie.

 

Naisa ti costa 300 euro tutte le volte che la incontri e tu ne guadagni 1200 al mese. Ci pensi mentre sei sotto al neon bianco del tuo ufficio. Stai consumando un fondo pensionistico che stavi mettendo da parte per la vecchiaia, una di quelle pensioni integrative che il governo ti impone di portare avanti. Quello che trattengono dal tuo stipendio non basterà per curarti dalle malattie e non basterà per comprarti la cassa da morto. Ci devi mettere altri soldi per forza. A tua moglie non puoi mica dirglielo che ti mangi i soldi con una prostituta di lusso. I soldi per la vecchiaia. Se ti va bene diventi vecchio. Tamburelli con la penna sulla scrivania e ti guardi le mani alla ricerca di quelle macchie che si allargano sulla pelle. C'è ancora tempo tranquillo. Anche se la notte ti manca il fiato. Anche se ti vengono le crisi di panico quando sei in ascensore. Anche se due giorni fa hai lasciato la macchina ferma in mezzo al traffico e sei scappato. S-e-i-s-c-a-p-p-a-t-o. La sera sei andato a recuperarla al deposito comunale pagando una multa di 200 euro. Neanche questo hai potuto dire a tua moglie. Quante cose non le hai mai detto. Che da ragazzo avevi un piccolissimo problema con la depressione per esempio? Ti ricordi che in un giorno fumavi anche ottanta sigarette. Che prendevi il litio. Poi è passata. Non l'avresti mai detto che sarebbe passata. In vent'anni non l'hai mai raccontato a Roberta. Non le hai mai detto che riuscivi a stare anche otto giorni di fila senza parlare e che avevi sempre sonno e che eri convinto di avere qualche malattia che ti stesse mangiando il cervello. Non sei mai riuscito a parlarle del tuo silenzio. Un tentativo l'avresti anche potuto fare, specie quella sera quando tornaste dalla festa a casa di tua sorella e Roberta passò tutta la sera a bere vino bianco, e in macchina ti confessò di avere avuto una storia con una sua compagna di università. Ti ricordi che stavi quasi per schiantarti in un cartellone della pubblicità di un frigorifero che aveva la cella freezer di una capienza mai prodotta prima per il mercato italiano. C'era la foto di una donna che infilava un pezzo di carne nel freezer tenendone lo sportello aperto e il pavimento era lucido. Erano delle piastrelle bianche. Roberta ti disse che era passato molto tempo e che lei quella sua amica poi non l'aveva più rivista dopo quel pomeriggio. Non ha mai avuto dubbi sul suo orientamento sessuale, fu giusto una gita in un posto dove non c'era mai stata prima. Che bella metafora che usò Roberta. Lei materializzò il bosco e tu invece due donne che si leccavano la fica mentre facevano finta di studiare. Quella sera avresti anche potuto dirle che mentre lei tastava le sue amiche, tu te ne stavi nella tua stanza senza fare nulla e che per mettere insieme un paio di parole prendevi del litio. Neanche quella sera hai parlato. Ci hai fatto caso che neanche con Naisa parli? Lei non sarebbe così comprensiva come Roberta cosce chiatte slinguetta amiche. Allora tu, per non parlare, hai inventato il gioco. Il gioco dei messaggi al cellulare. Le mandi un messaggio e fissi l'appuntamento. Le mandi un altro messaggio e fissi le regole. Poi lei ti manda un altro messaggio e fissa il prezzo. Che cosa le hai scritto ieri pomeriggio dalla scrivania del tuo ufficio te lo ricordi? Apri bene le orecchie: primo messaggio “Hotel Inglesi ore 11.30, vestiti di nero”, secondo messaggio, “ti legherò al letto a pancia sotto e te lo metterò nel culo”. 160 caratteri per te sono pure troppi, te ne basterebbero una ventina per esprimere il tuo pensiero più articolato, per quello più prolisso. Ti hanno mai detto in vita tua di stare zitto? Che dovevi smettere di parlare per un minuto? No? Non ci hai mai fatto caso? Poi ti è arrivato il messaggio di Naisa: “ 400” . Il tuo schizzetto vale 400 euro. Uno schizzetto di palle mosce, secche, che se concepissero un figlio lo farebbero zoppo o scemo. Poi te ne sei rimasto a guardare il tuo neon dell'ufficio e volentieri ti saresti mutato in falena giusto per sbatterci dentro. Hai preso la macchina e ti sei diretto a casa, da Roberta film porno lesbo. Tua moglie. Hai svegliato la sveglia, hai fatto finta di andare a lavoro, sei entrato nel garage e hai dormito fino alle nove e mezzo. Poi la sveglia del cellulare ha squillato e ti sei diretto verso l'hotel Inglesi.

Un passo indietro. Di quattro anni. Siamo alla festa di tua sorella.

 

Tu te ne stavi dietro a Roberta che parlava di cucine componibili, trasmissioni televisive, lifting, maglioni a manica larga che quell'anno erano tanto di moda. Beveva vino bianco da quei bicchieri secchi e lunghi che si chiamano flute e più flute buttava giù, più la sua voce cominciava a biascicare. Le vocali si confondevano e solo un buon orecchio avrebbe riconosciuto le A in mezzo a tutte quelle E. Tua sorella girava tra gli ospiti con un vassoio pieno di tartine con ripieni colorati. Tu guardavi l'impianto di condizionamento. Guardavi i tubi metallici che attraversavano la stanza da un punto all'altro e si conficcavano nei muri. Un tipico comportamento da depresso. Poi capita che il fuoco si accenda anche nel più freddo dei ghiacciai. Una ragazza con un vestito bianco parlava e rideva con tua sorella. La notasti per il suo modo di fumare. Se ne stava dritta, con la mano sinistra reggeva il suo gomito destro, e tra le dita della destra, teneva la sigaretta. Notasti la sua schiena trafitta da un'apertura ovale del suo vestito. Una spina dorsale difficile da dimenticare, che sembrava un serpente durante un rituale di corteggiamento. Non le parlasti, anzi, tenesti sempre quei sette otto metri di distanza minima tra te e lei. Ti limitasti a fissare in memoria i tratti del suo viso, un identikit in due dimensioni sufficiente a fartela poi riconoscere tra mille altre donne uguali, sufficiente a fartela poi riconoscere in una stanza d'albergo dopo un appuntamento fissato al buio. Un annuncio su un giornale. Un martedì mattina. Ci hai mai fatto caso che le cose più interessanti succedono sempre il Martedì mattina? L'annuncio diceva di mandare un messaggio al numero di telefono indicato. L'annuncio diceva anche che ci volevano trecento euro. Tu eri sotto la luce bianca del tuo neon, con i gomiti appoggiati su una superficie di finta radica. Un equilibrio sulla tua finta vita.

Scrivesti: “Facciamo un gioco, mai una parola tra noi”.

Scrivesti: “Oggi sono triste, la pressione atmosferica è troppo pesante per le mie spalle. Ci incontriamo?”.

Scrivesti: “Ricordati, mai una parola tra noi”.

 

 

 

Fino a Fuorigrotta

Giulio tiene stretto lo sterzo della Peugeot 205. Sembra quasi che quel serpente di plastica voglia sfuggirgli dalle mani. Le ruote strusciano e scivolano sull’asfalto della periferia di Napoli. Maledetti politici che pensate solo ai cazzi vostri – pensa Giulio – qua è un miracolo se non mi ammazzo -. Il cielo è grigio con delle sfumature viola piene di presagi e Giulio, che i segni non è capace di interpretarli, tira dalla sigaretta, scala in quarta per far salire di giri il motore, e senza mettere la freccia si lancia sull’ingresso della tangenziale in direzione Fuorigrotta. L’ha chiamato al cellulare Marianna. Gli ha detto di sbrigarsi che forse si sono rotte le acque e che si sente male e che ha vomitato tutta la mattina. - Ma dove stai? – gli ha detto, - mica ti sei andato a fare proprio oggi che sta per nascere il bambino -, mica sei andato a comprare la roba a Secondigliano Giulio?

Giulio pensa che se non trova traffico da Secondigliano a Fuorigrotta ci vogliono venti minuti e non fa niente che si spendono 65 centesimi per la tangenziale. Li ha anche preparati nel portaoggetti della Peugeot per guadagnare tempo al casello. Supera una Regata grigio metallizzata, una Punto verde bottiglia e una Ford Ka arancione. Guarda nello specchietto retrovisore la sagoma della Ka arancione e sputa fuori dal finestrino pensando a chi cazzo ha disegnato una macchina così brutta. Nel taschino del pantalone c’ha la bustina con la roba. Una pallina compatta pagata venti euro. La pera. Dice che il tempo che porta Marianna all’ospedale e lui si va a fare nei bagni, oppure nel parcheggio. Quella stravolta come sta mica se ne accorge. E poi questa è l’ultima volta, adesso nasce il bambino, per quanto tempo ancora può fare questa vita. E per darsi ragione di questa verità pesta forte l’acceleratore e la cinghia del motore stride, con i suoi centocinquantamila chilometri sulle spalle. Marianna prova a chiamarlo ma la Wind non prende. - Ma che cazzo ce la siamo fatti a fare questa tariffa che è vero che ci possiamo chiamare senza pagare, ma questa merda di Wind non prende da nessuna parte – pensa Marianna. Pensa che adesso le cose cambieranno in peggio. Che dietro ad uno come Giulio non ci si può stare. Quante volte le ha promesso che avrebbe smesso con l’eroina. Ci stava lontano una settimana, dieci giorni al massimo e poi una sera, se ne ritornava a casa tutto contento e si addormentava a tavola mentre Marianna guardava Amadeus e rispondeva prima dei concorrenti. – Gli voglio bene, ma lo devo lasciare. Adesso nasce il bambino e chissà in quale guaio ci mette quello -. Giulio che una volta stava impazzendo perché non aveva i soldi per farsi e si è andato a vendere i vestiti, i mobili, la televisione, il frigorifero, la macchina, il telefono, il divano, il tappeto. Quanto tempo ci abbiamo messo per ricomprare tutto né Giulio? Posso tornare a casa la sera e rischiare di non trovare le porte, le finestre, le mattonelle, l’intonaco e il lavandino? Io ti voglio bene ma ti devo lasciare. Ti dobbiamo lasciare.

Giulio pensa che se si mette a suonare il clacson a tutta forza quei bastardi nelle Fiat Uno, e nelle Lancia Y si tolgono davanti. Lampeggia, bestemmia e sputa e dice che sta ancora lontano da Fuorigrotta. L’asfalto grigio lui se lo vorrebbe magiare con la Peugeot 205, pagata duemila euro l’anno prima. Al momento che l’ha comprata sul contachilometri segnava settantamila chilometri, ma lui non c’ha mai creduto. Qualcosa ci tolgono sempre quelli delle concessionarie di auto usate, altrimenti queste macchine che vengono tutte da Bologna e da Bergamo chi cazzo se le compra. La macchina andava bene, il motore tiene ancora e tanto qua a Napoli, lo spazio per correre non ci sta mai. Se ti va bene in certi giorni la velocità massima che riesci a raggiungere sulla tangenziale è di novanta chilometri all’ora. E poi dicono che siamo terroni e non rispettiamo i limiti di velocità. Giulio pensa che è nato quattro giorni dopo che è morto Jimi Hendrix. Si guarda nello specchietto adesso che sta per avere un bambino e cerca delle somiglianze con la sagoma del padre. - Come ti sentivi? – gli verrebbe da chiedergli. Giulio pensa che non ha gli occhi di sua madre e che non ha lo stesso collo e le stesse orecchie di sua madre, e che non suona la chitarra come Jimy Hendrix. Al massimo è stato capace di imparare il giro di Do sbagliando sistematicamente il re minore. Colpa delle corde che stavano troppo vicine tra loro. Ci volevano le dite aguzze per entrare in quegli interstizi. E poi le corde di metallo della chitarra acustica erano troppo tese per lui e gli segavano le dita. Giulio pensa che è nato in una casa che adesso non esiste più. E’ stata abbattuta un paio di anni dopo da un piano di riconversione dell’area est. Situazioni politiche che si sono mangiate la città. Adesso, dove c’era la casa in cui è nato, c’è un ponte della metropolitana. A interpretare i segni, forse il ponte, è un segno positivo, ma lui i segni non li capisce. L’ha sempre presa come un presagio nefasto il fatto che la casa nella quale è nato sia stata abbattuta, senza mai considerare minimamente il potenziale evocativo che un ponte porta con se. Poi si ricorda della seconda casa in cui ha abitato con la sua famiglia. Un appartamento con le piastrelle con fondo arancione e decorate a fiori bianchi fuori il balcone. E certi giorni che il cielo era particolarmente terso, si vedeva Capri da casa sua. Si ricorda di sua madre con gli occhiali grossi come ce li aveva Jodie Foster nel film taxi driver. Si ricorda la scena che De Niro sta al bar e cerca di convincerla a tornarsene a casa dai suoi e lei dice di no, che sta bene. E’ stato sempre il suo film preferito. E proprio adesso, mentre punta verso Fuorigrotta a tutta velocità, gli vengono in mente le facce di De Niro. Poi gli fa male un poco la schiena, e le ossa delle spalle. Fuori ci sono dieci gradi e lui un pochino suda perché da stamattina ancora si deve fare.

Nel frattempo Marianna prepara la valigia. Ha i crampi e ogni tanto deve correre in bagno per vomitare. Intanto all’ospedale non ci può mica andare con l’autobus che con questo freddo hai voglia ad aspettarlo sotto alla fermata. Chi lo dice che a Napoli non fa mai freddo. Qua a volte arriva un vento gelido dritto dal mare che s’insinua nelle strada e nei vicoli e l’unica cosa che puoi fare è di ripararti nei portoni dei palazzi finche il custode non ti dice che quello non è un ricovero per barboni e che te ne devi andare, sennò gli inquilini si lamentano di lui con l’amministratore e quello gli va a scassare il cazzo. Marianna prepara la valigia perché pensa che in ospedale ci dovrà restare almeno per tre o quattro giorni e che dovrà telefonare alla madre per dirle che forse è pronta per partorire. Però aspetta che arrivi Giulio, perché il coraggio di telefonarle e dire che è sola non ce l’ha. La madre subito insinuerebbe sull’assenza di Giulio, resterebbe in silenzio per pochi secondi e poi le direbbe che le manda un taxi, oppure che la viene a prendere lei, parlerebbe così tanto da coprire il silenzio dato dall’assenza di Giulio. Riaprirebbe vecchie ferite mai rimarginate, di Marianna che è andata via dal Vomero per stare con quel tossico di Giulio a Fuorigrotta. Marianna non deve pensare, deve respirare come le hanno fatto vedere al consultorio e rilassarsi perché il bambino s’innervosisce e non può nascere già nervoso. E che cazzo. Mette nella valigia di tela degli indumenti sistemandoli dal più grande al più piccolo creando alla fine una piccola costruzione Maya. Una specie di piramide a base quadrata, di quelle che stavano disegnate nei sussidiari delle scuole elementari del Vomero. Riprende il telefono e riprova a chiamare Giulio. Il Nokia resta in silenzio per alcuni secondi. Tutto già sentito. Alla fine una voce registrata le dice che l’utente non è raggiungibile. Wind di merda io qui ci muoio.

All’altezza dei Colli Aminei, Giulio è rimasto bloccato nel traffico. Un serpente fatto di Opel Astra, Smart, Mercedes classe A, Alfa 147, si muove lento. Lento abbastanza da far morire qualcuno che sta aspettando dall’altra parte. Giulio prende il telefono e con le mani che gli tremano cerca il numero di Marianna nella rubrica. Nella lettera M il nome ‘Marianna’ viene immediatamente dopo quello ‘Mamma’, che Giulio non cancella dal telefono anche se è morta da due anni. In fondo pensa che non ci sia nessun motivo per cancellarlo. Pensa di nuovo agli occhiali grossi della madre. Ferma la rubrica alla voce Marianna e preme il tasto di chiamata. Alcuni secondi di silenzio e una voce registrata gli dice che l’utente non è raggiungibile. Ti accendi una sigaretta. Fai mezzo metro e poi tiri il freno a mano. Riesci a vedere i lampeggianti della polizia in mezzo al cartoccio di lamiere che blocca tutto. Il traffico è un tappo nel flusso nella vita. - Mannaggia a me e che mi dovevo fare per forza oggi – pensa Giulio intrappolato nel sedile della Peugeot 205. Vorrebbe dire a Marianna che questa volta è davvero l’ultima volta, che in fondo si è stancato di questa vita sempre sudato, con le mani sempre sudate, e che se adesso lui non è con lei è solo per il traffico causato da quell’incidente ed è troppo lontano per la corsia d’emergenza e non riesce a dirtelo perché la Wind non prende. - Lasciami arrivare Marianna e metteremo tutto apposto -. Si dispiace Giulio in macchina, si sente mortificato, però nel frattempo ha tirato fuori la roba, un cucchiaio, mezzo limone quasi essiccato e una siringa. Marianna tieni duro, ricordati di quello che ti hanno detto al consultorio. Io non ti ho mai accompagnato, però me l’hai raccontato. Se ti rilassi nella giusta maniera riesci a tenere sotto controllo la prima fase delle contrazioni, poi arrivo io e con la 205 voliamo all’ospedale. Ti porto al San Paolo, non ci mettiamo niente, voliamo, devi solo stare tranquilla. Questo è quello che Giulio vorrebbe dirle mentre si stringe un panno di stoffa che aveva in macchina attorno al braccio come un laccio emostatico. Giusto il tempo di tirare una vena fuori e infilare l’ago. Pensa a quello che ti hanno detto al consultorio. L’ago entra morbido. Una ragazza guarda tutta la scena dal vetro di una Volvo 740 nera. Il tempo che passa l’ingorgo e sono subito da te, è l’ultima volta. E lo stantuffo dolce scende. Pensa agli occhiali della madre, proprio quelli di Jodie Foster nel film con Robert De Niro, alle mattonelle arancioni, al ponte, alla casa che non c’è più, di nuovo al ponte, all’ultima volta.

A Fuorigrotta sembra faccia più freddo, ma e solo una sensazione, perché a pochi chilometri di distanza la temperatura non può avere escursioni considerevoli. Eppure giurerei che quel giorno tra Fuorigrotta e un ingorgo a causa di un incidente sulla tangenziale, all’altezza dell’uscita Colli Aminei ci fossero molti gradi di differenza. Senza considerare le macchine di un’intera nazione che si anteponevano tra Giulio e Marianna. Da un appartamento di settanta metri quadri, cinquecento euro al mese di fitto, Marianna compone il numero di Giulio. Dice – Dio ti prego fa che ci sia campo -, e preme il tasto verde. Alcuni istanti e il telefono squilla. Il telefono di Giulio squilla. Marianna pensa che adesso andrà tutto bene, che è quasi sotto casa. Gli dirà che ha la valigia pronta per i tre o quattro giorni che sarà ricoverata. Il telefono di Giulio continua a squillare. Il battito del cuore di Marianna si allinea allo squillo del telefono. Giulio è accasciato sullo sterzo. Dalla bocca gli esce un filo di saliva. Con la faccia sta premendo il clacson. Tutti cominciano a suonare il clacson. In mezzo al traffico. Un’orchestra intera di clacson diretta dal grande maestro Giulio.

Marianna sente che le contrazioni aumentano di frequenza e che ha delle perdite di liquidi. Pensa che a Giulio lei gli vuole bene ma lo deve lasciare. Irrimediabilmente. Riprende il suo Nokia e compone il numero della mamma. Non la chiama mai però se lo ricorda a memoria il numero. Le chiederà di venirla a prendere e di accompagnarla all’ospedale. Le chiederà inoltre di preparare la sua vecchia camera a casa sua, che ci resterà per un po’.

 

 

 

Shangay Baby

All'interno della sala grande del terzo piano, il tasso di umidità era sufficiente a far crescere rigogliosamente una colonia di funghi. Delle lampade a basso consumo energetico erano posizionate negli angoli e sopra le nostre teste. La luce tendeva al blu, come i neon di certe insegne luminose dei bar e la parte più consistente dell'illuminazione era fornita dal riflesso che dei grafici con le barrette blu e rosse proiettavano sulla tela bianca. I grafici indicavano con una certa approssimazione, ma anche con una certa precisione l'andamento nell'area quattro, comprendente il Piemonte e la Lombardia del fatturato della Hodge. In particolare, ci venivano indicate le percentuali di vendita della Hodge, confrontate per prodotto con quella della concorrenza. Nei grafici la linea rossa indicava la Hodge, mentre la blu la concorrenza. Nella linea blu, in realtà c'erano raggruppate tre voci, la PSA, la UGH e un piccolo raggruppamento di altre quattro aziende minori, che dato l'importo esiguo delle loro vendite individuali, i loro fatturati venivano sommati per avere un certo spessore sul grafico. Fuori dal corridoio si sentiva chiaramente la porta dell'ascensore stridere nel momento della chiusura. Colpa delle fotocellule tarate male, sempre la stessa storia, una manciata di elettroni teste di cazzo che scorrevano troppo velocemente lungo i fili di rame del circuito. La linea blu superava in troppi punti quella rossa e in altre parole questo significava che presto avrei perso la mia Bmw, il telefono satellitare, le scarpe di Gucci, il mio appartamento di quattro vani con due bagni e terrazzo e due box macchina. Nella sala grande del terzo piano, quella mattina, c'era gente che probabilmente avrebbe perso più di me. Qualcuno avrebbe dovuto tagliare le spese per la barca ed i viaggi di lavoro in jet privati fittati dalla Hodge. Bene, la fine del mondo doveva cominciare da qualche parte. Mirco Iusi del consiglio di amministrazione, ci illustrava i motivi del sorpasso della concorrenza nell'area in cui sempre la Hodge teneva una quota dominante di mercato. I minori costi di produzione con la manodopera pakistana, e la pubblicità mirata ad un brand più plagiabile, cioè quello delle casalinghe over cinquanta, erodeva giorno dopo giorno le nostre Bmw nei nostri garage e la nostra biancheria intima Calvin Klein. Il gruppo PSA aveva affidato la loro ultima campagna pubblicitaria alla Reet Comunications di Losanna per girare lo spot che aveva messo in ginocchio la Hodge. I peggiori quaranta secondi perla vita di molti di noi. La fine del mondo in effetti poteva durare anche quaranta secondi. Mirco Iusi fece partire il filmato chiedendoci di guardarlo con attenzione e riflettere su diversi passaggi. Due casalinghe rugose e ben vestite si recano al supermercato. Gli interni del supermercato hanno dei dettagli sfumati di colore verde e blu, come potrebbero avere quelli appartenenti alla grossa distribuzione italiana come Esselunga, Md, Sisa. Le due casalinghe si fermano al bancone della verdure e mettono dei cetrioli, simbolo fallico e messaggio subliminale dedicato al mondo femminile, nei loro carrelli. Dall'altra parte del bancone due giovani commessi si sgomitano a vicenda per guardare le due casalinghe rugose. Sguardi vogliosi, ammiccamenti di sorta, musica in background ironica. Le due casalinghe sanno di avere in pugno i due giovani commessi con il loro sorriso e si danno di gomito tra loro. Arrivano al bancone dei dentifrici e nel carrello mettono la confezione doppia di FlipDent, un dentifricio al mentolo con proprietà sbiancante per lo smalto dei denti e vasodilatative per le gengive. Io non riuscivo a pensare ad altro che alla mie piastrelle di marmo sottile nella cucina ed al nuovo impianto di riscaldamento a riconoscimento vocale che avevo installato a casa. Bastava che mi avvicinassi alla centralina ed esprimessi il mio desiderio termico e in poco la casa era della temperatura desiderata. Poi ci fu il break per il caffè. Le decisioni migliori delle aziende venivano prese quasi tutte vicino al distributore del caffè. Io mi allontanai dal gruppo di manager e scesi le scale fino al piano garage, da li, risalii per la scala d'emergenza di metallo rosso che sbucava sul retro dell'edificio. Immaginavo la mia vita senza l'impianto di riscaldamento a riconoscimento vocale. Tirai fuori dalla giacca il cellulare e telefonai a Shangay Dolly. Le dissi che andava tutto bene, che i fatturati ci davano ragione e che se le cose continuavano così avremmo preso anche quel piccolo appartamento a Shangay vicino ai suoi genitori, così che lei potesse tornare a trovarli tutte le volte che desiderava. Shangay Dolly squittiva in una maniera che solo lei riusciva a fare e io attraverso il telefono m'immaginavo la sua pelle di ceramica madida e le sue unghie curate, avvolta in quella vestaglietta di Prada di seta rossa. Mi disse che era vestita solo di quella. Fuori c'erano tre gradi e Shangay Dolly era vestita solo con una vestaglietta di seta rossa Prada. L'impianto di riscaldamento a riconoscimento vocale faceva il suo dovere, e noi lo avevamo tarato anche sulla voce di Shangay Dolly. Avevamo registrato la sua voce all'interno del sistema e bastava che si avvicinasse alla centralina e dicesse "caldo", oppure "caldo caldo" e la casa si metteva ai suoi ordini. Lo facemmo una domenica mattina subito dopo che avevamo fatto l'amore avvolti nelle lenzuola Valentino. La centralina di registrazione era nel corridoio e il procedimento era davvero semplice. Bastava selezionare la temperatura sul display e mentre si teneva premuto un pulsante con un piccolo megafono disegnato sopra, registravi il messaggio vocale per il riconoscimento. Avevamo fatto un gioco noi due. Io per selezionare la temperatura di diciannove gradi mi avvicinavo alla centralina e pronunciavo la parola Shangay Dolly. Il sistema riconosceva la richiesta di portare la temperatura interna della casa a diciannove gradi. Salutai con un bacio Shangay Dolly e le dissi che dovevo ritornare alla riunione a visionare un nostro nuovo spot per un dentifricio che avrebbe messo al tappeto le aziende concorrenti. Uno spot con delle casalinghe rugose capaci di farlo tirare a dei commessi della grossa distribuzione. Non usai precisamente la parola “tirare” perchè per Shangay Dolly usavo tutta la delicatezza che avevo a disposizione. Chiusi lo sportellino del telefono e un crampo allo stomaco si propagò lentamente all'interno della mia pancia come una crepa su una lastra di vetro. Scesi per la scaletta d’emergenza rossa e ritornai nei garage. La mia crepa interna si estendeva ad una velocità superiore di quella che immaginassi. Tirai fuori le chiavi della Bmw e con una certa discrezione mi avvicinai ad una macchina parcheggiata. Si trattava di una Mercedes SLK nera con le Michelin, ruote che avrebbero retto qualunque velocità in qualsiasi curva. Feci un lavoro di incisione di discreto livello sulla fiancata lato guida. Il graffito riportava la scritta - Sono un porco maledetto -.

Ritornai al terzo piano ed in breve l’inclinazione dei raggi solari era cambiata. Adesso tra le tende filtrava della luce solare che rifletteva ombre sulla parete a nord della stanza. Il tasso di umidità si era sensibilmente ridotto e tutti manager semi calvi sedevano nelle loro posizioni gerarchicamente ordinate. Mirco Iusi mise una slide con il nuovo piano di tagli che l’azienda avrebbe effettuato per rientrare delle perdite riscontrate nell’ultimo semestre. Fortunatamente appresi che prima che io perdessi il mio impianto di riscaldamento a riconoscimento vocale, qualcuno ai piani bassi avrebbe perso il lavoro. Cose che capitano alle persone che non hanno studiato, che non si sono specializzate. In fondo era anche un po’ colpa loro. Il piano prevedeva nei prossimi quattro mesi la messa in cassa integrazione di centoventi dipendenti, ed il mancato rinnovo del contratto dello staff esterno con contratto annuale. Avevamo tutti gli strumenti giuridici per agire in quella maniera e se esistono delle leggi che ti tutelano significa che qualcuno reputa questi atteggiamenti legittimi e giusti. Mirco Iusi poggia la slide sul proiettore e sul grafico a torta ci indica la fetta di tagli ed i benefici apportati al bilancio. In quel preciso istante, a seduto a tre sedie alla mia destra, Iodice, responsabile della qualità si accascia sul tavolo ovale portandosi una mano al petto. La pelle della fronte diventa rossa con venature di viola e un rivolo di bava fuoriesce dalle labbra sottili. Gli occhi girano nelle orbite perdendo il loro naturale senso di coordinazione e la punta della lingua pende da un lato. La fine del mondo potrebbe cominciare anche con un infarto del sistema solare. Una specie di eclissi che raffreddi il pianeta e nessun sistema di riscaldamento sufficiente a tenere la temperatura sufficientemente calda. Mirco Iusi, in uno slancio di umanità lasciò perdere la slide a corse in soccorso di Iodice. Anche altri erano giunti sulla sagoma sempre più cianotica di Iodice a constatare che i suoi respiri erano sempre meno frequenti. Accumulava tutta l’anidride carbonica negli alveoli dei polmoni e solo quando questi erano strapieni li svuotava con una specie di colpo di tosse che faceva vibrare tutto il petto. Il suono era inquietante e più che un respiro sembrava un affanno di chi avesse corso troppo da solo. Stesero Iodice sul tavolo ovale e gli sbottonarono il colletto della camicia, gli tolsero la cravatta e gli slacciarono i pantaloni. Gesti fatti con l’intento di permettere una migliore circolazione di aria e sangue nel corpo. Chiamarono l’autoambulanza. Un ridicolo e misero panico si sparse per la sala grande del terzo piano mentre i raggi del sole cominciavano ad insinuarsi dalle vetrate con l’inclinazione tipica del mezzogiorno. Il rantolo di Iodice occupava tutta l’attenzione sonora della sala grande, e lo smarrimento degli altri manager si materializzava nei loro occhi. Assistere ad una morte potenziale non è mica un fatto di tutti i giorni. Quanto di divino c’è nella vita c’è pure nella morte. Si trattava pur sempre di un miracolo. Nel frattempo che arrivasse l’autoambulanza mi spostai verso la parete con le vetrate della sala grande. Accesi il telefonino a scrissi un messaggio a Shangay Dolly. Le scrissi – Io ti proteggerò dal tempo, veglierò sulla tua pelle di porcellana avvolgendola in stoffe pregiate -.

Iodice, steso sul tavolo cominciava a prendere anche la stessa consistenza del legno talmente rigido che diventava. Tutti i manager raggruppati attorno al corpo di Iodice ammettevano la loro incapacità in quella situazione. Tutto quello che non poteva essere analizzato con un grafico a torta o a barre era per loro un fatto oscuro della natura, la loro comprensione dei fatti umani si limitava al rapporto percentuale tra le variazioni di costi o di fatturato tra due periodi definiti di tempo. Nel frattempo, la crepa che silenziosamente si propagava nel mio stomaco aveva raggiunto il petto e inarrestabile e gelida si dirigeva verso i centri del dolori situati nel cervello. Riaccesi il cellulare e inviai a Shangay Dolly un altro messaggio con scritto – Proteggimi, sono debole. Promettimi che se una crepa dovesse ridurmi in mille pezzi, mi incollerai -.

Altri spettatori incapaci si erano aggiunti allo spettacolo di Iodice che rantolava sul tavolo di radica della sala grande. I minuti che ci dividevano dall’arrivo dell’autoambulanza erano interminabili e tutti noi cercavamo rifugio nelle analisi statistiche commissionate alle università oppure ad istituti di ricerca esterni. Eravamo stati allontanati per un istante dalla comprensione del nostro mondo e sembravamo delle scimmie con scarse capacità comunicative. Neanche i calzini di Giorgio Armani potevano fare nulla contro il freddo che era entrato nella sala grande. Mirco Iusi sbraitava nella sala e telefonava continuamente a quelli dell’ospedale per sapere dove diavolo fosse l’autoambulanza, e quanto altro tempo ci volesse o se doveva prima crepare quell’uomo. Nessuno di noi si sarebbe mai aspettato di soccorrere un uomo durante una riunione di lavoro. Sono cose che all’università non ti insegnano. Noi avevamo fatto un master sulla gestione strategica delle risorse aziendali, mai nessuno ci aveva detto che si poteva morire durante una riunione di lavoro. Approfittai della confusione e imboccai nuovamente la scala d’emergenza. Arrivai al piano garage. Tutti erano nella sala riunione, avevo tutto il tempo. Con la punta della chiave incisi su molti sportelli la frase – abbiamo creato un sistema fragile, siamo tutti dei porci maledetti -.

Entrai nella mia Bmw diretto da Shangay baby, volevo stare a diciannove gradi mentre Iodice moriva sul tavolo riunioni della sala grande, mentre l’apocalisse si muoveva veloce fuori dai  finestrini. 

 

 

 

 

 

Due bambini

Il mio tic risale a quando avevo dodici anni. Un giorno senza nessuna spiegazione cominciai a girare la testa verso destra ogni sette/otto secondi. Mia mamma mi mise un cappottino grigio di lana doppia e in un pomeriggio freddo mi portò all'ospedale. Al pronto soccorso ci dissero che loro non potevano farci niente e che bisognava prenotare una visita da un neurologo. La settimana seguente sempre di pomeriggio e sempre con lo stesso cappottino grigio di lana pesante, mia madre mi portò dal neurologo. Il dottore aveva pochi capelli e mi visitò accuratamente. Mi fece sedere sulla lettiga e con un martellino mi diede dei colpetti sulle ginocchia per vedere i miei riflessi. Nonostante il freddo pungente il dottore mi chiese di togliermi la maglietta di lana, mi toccò in alcuni punti dietro la schiena e sotto i piedi ma io continuavo a girare la testa verso destra. Il dottore mi fece anche delle domande, mi chiese se per esempio in quei giorni mi fosse successo qualcosa che mi avesse impressionato oppure se fossi caduto giocando a pallone o se mi fossi picchiato con qualche mio compagno. Mi fece altre domande del genere che non avevano nulla a che fare con il mio tic. Alla fine disse che il tic si sarebbe tolto da solo e che dovevo starmene tranquillo a casa. Tuttavia mentre ritornavamo a casa io continuavo a girare la testa verso destra. La mia fiducia nella medicina cadeva vertiginosamente. Mia madre mi trascinò per un braccio fino a casa e la sera parlò con mio padre.

"Il dottore dice che deve starsene un poco in pace, tra qualche tempo il tic si toglierà da solo".

Ogni volta che mia mamma diceva qualcosa riguardo al mio tic, si accendeva una sigaretta. Mia sorella Stefania si avvicinò all'orecchio e mi disse: "sei un puzzone con il tic" e se ne scappò. Io allora m'incazzai e le corsi dietro per riempirla di botte, ma mio padre mi bloccò e mi diede uno schiaffo sulla testa.

"E lascia stare tua sorella!".

In quel periodo io a Stefania volevo ammazzarla e avevo diversi piani per farlo. Potevo soffocarla di notte oppure metterle della plastichina nella pasta. Insomma per quello che mi riguardava Stefania aveva i giorni contati. Per il resto continuavo ad andare a scuola e mia madre venne a parlare con le maestre in merito al mio nuovo tic. Anche a loro disse che in breve se ne sarebbe andato da solo. A ogni modo la mia condizione a scuola si aggravò in maniera irreparabile. Da semplice scemo della classe mi ero ritrovato come storpio della classe. I miei compagni di classe cominciarono a sfottermi per via del mio tic e quando la maestra non c'era, tutti quanti si facevano venire il tic nel collo. Diciannove bambini che girano la testa verso destra tutti insieme. Ritornavo a casa affranto, deluso dall'umanità e le mie spalle sarebbero crollate ben presto sotto le sciabolate della vita. Anche dormire diventò difficile. Alle volte il tic mi prendeva così forte che davo delle craniate nel muro e mia madre per evitare che l'intonaco del muro si rompesse definitivamente ogni due settimane spostava il letto in un punto diverso della stanza. Diceva che lo faceva per non espormi alle correnti dei venti che giravano come la rosa dei venti durante i periodi dell'anno. Rosa dei venti un cazzo! Io stavo buttando giù la casa a colpi di testate. Poi un giorno nella scuola arrivò Renato. Quella fu la svolta. Renato era paraplegico e stava sulla sedia a rotelle. Lo misero nella nostra classe perché la nostra era l'unica quinta elementare a stare al piano terra e le scale che ci dividevano dal livello della strada erano giusto i sei gradini dell'ingresso della scuola, niente che un paio di bidelli non potessero sollevare insomma. Per la prima settimana restammo tutti a guardare la sedia a rotelle. Il metallo lucido delle ruote ed i riflessi dei tubi metallici della struttura attiravano la nostra attenzione come tante gazze. Renato aveva le braccia un poco piegate verso il petto, però quando voleva riusciva a stenderle completamente. Tutti gli altri bambini che normalmente mi pigliavano per il culo per via del mio tic, stavano in silenzio all'inizio, poi presero confidenza con la situazione e quando le maestre non c'erano in classe, tutti facevano l'imitazione di Renato. Uno si sedeva su una sedia, portava un poco le braccia al petto e un altro dietro spingeva la sedia. Tutti ridevano e io pure ridevo. Così diventai lo storpio numero due della classe e almeno per un poco di tempo gli altri mi lasciarono perdere. Renato mi aveva salvato. Per accentuare la situazione presi a sfotterlo più di tutti. Un giorno mi presentai in classe con due ruote di bicicletta e le misi vicino alla mia sediolina e feci l'imitazione di Renato sulla sedia a rotelle. Tutti ridevano e la mia fiducia nel futuro diventava sempre più forte. Compresi subito il significato della frase che mio padre diceva sempre a mia madre - morte tua vita mia - e l'applicai come un feroce nazista su quel bastardo in sedia a rotelle. L'arrivo di Renato in classe era un segno chiaro e inconfutabile dell'esistenza di una giustizia divina, la soluzione che si materializza sotto ai tuoi occhi per volontà degli dei. Cercavo di tenere sempre la tensione alta in classe e facevo di tutto per ridicolizzare Renato. A casa tenevo un foglio dove appuntavo le nuove tecniche che inventavo per sfotterlo. Non mi potevo permettere di sbagliare. Gli altri bambini in classe presero a nutrire per me un certo rispetto considerando la ferocia e l'acume dei miei sfottò e la mia posizione d'un tratto si trovò in ascesa nella piramide sociale con le rane sul fondo che la maestra ci aveva fatto vedere sul sussidiario proprio in quei giorni. Ci spiegò che è naturale che chi sta sopra mangi chi sta sul gradino inferiore.

Poi le cose si complicarono perché il destino si compie per vie oscure. Infatti per via delle continue rotture di scatole che Renato aveva in classe non riusciva a studiare e il suo rendimento stava diventando talmente scarso che le maestre stavano decidendo di metterlo in un'altra classe. Tutta la strada che avevo fatto rischiava di essere divorata dal mio stesso lavoro. Era la soluzione che si ritorceva contro se stessa. Se Renato fosse andato via dalla classe, sarei ritornato in breve lo storpio numero uno della classe, il cretino che ogni sette secondi gira la testa a destra. La maestra allora disse un giorno:

"Bambini se qualcuno di voi volesse aiutare a recuperare le lezioni a Renato sarebbe un gesto davvero bello, così potrebbe restare nella nostra classe".

Tutti gli altri bambini non vedevano l'ora di liberarsi di quello storpio sulla sedia a rotelle e come era prevedibile nessuno si offrì. Ritornammo tutti a casa. Io quel pomeriggio me ne stetti sdraiato sul letto che questa volta era stato spostato da mia madre sulla parete nord della stanza a riflettere. Se Renato andava via ero fottuto, se restava potevo almeno sopravvivere all'ombra della sua sedia a rotelle e al momento l'unica soluzione era quella di aiutarlo a recuperare la parte di studio persa. Il destino ancora una volta mi chiedeva uno sforzo superiore alle mie capacità di bambino. A quell'età dovevo starmene a rincorrere lucertole oppure a giocare a pallone nei vicoli, e invece dovevo fare delle scelte, mettere in atto strategie per la mia sopravvivenza. Ne parlai con mia madre e le spiegai la situazione, le dissi che nei pomeriggi futuri avrei prestato del volontariato a quel bastardo sulle ruote. Mia madre mi disse che non dovevo chiamarlo così, specie se ci stava mia sorella Stefania davanti.

"Sei un bastardo con il tic, sei un bastardo con il tic!" prese a dire Stefania per tutto il giorno, finchè non se ne dimenticò. Bisognava sbarazzarsi della bambina.

Il giorno seguente dissi alla maestra che mi sarei offerto di aiutare Renato. La classe restò ammutolita. La maestra elogiò il mio altruismo davanti a tutti e ogni bella parola che proferiva, era una pugnalata al mio orgoglio. La mia posizione nella piramide alimentare della mia classe precipitava verso il basso, tuttavia non occupavo l'ultimo gradino grazie a Renato. Il pomeriggio successivo, previo accordo telefonico tra mia madre e la madre di Renato, andai a studiare a casa di Renato. Casa sua era dall'altra parte del quartiere e fuori dal portone c'erano tutti i citofoni e le cassette della posta. Nel mio palazzo invece tutto era distrutto e sembrava cadere a pezzi. Nell'ascensore non c'erano né disegnati cazzi né sputi incollati lungo le pareti. Era un palazzo signorile e ci stavano pure le luci in mezzo ai corridoi. Bussai alla porta e mi venne ad aprire la mamma di Renato. Una signora bellissima che odorava di buono. Aveva i capelli lunghi e quando si sedeva vicino e sentivo il suo alito non c'era la puzza di sigarette. La mamma di Renato mi ringraziò per essermi offerto di aiutare il figlio e mi indicò la stanza di Renato. Seguii le istruzioni ed arrivai ad una porta tutta colorata di verde e giallo. Le porte di casa mia erano bianche con la pittura secca che se ne stava venendo via a scaglie come la pelle morta quando prendi il sole d'estate. Le maniglie erano di ferro sottile e lo smalto anche da là stava cadendo. La porta di Renato era di legno spesso e la maniglia era un grosso pomello dorato che stava benissimo sul colore verde. Quando Renato mi vide entrare nella stanza non ebbe nessuna reazione, si limitò a guardare fisso fuori dalla finestra. Cosa potevo aspettarmi da uno che lo chiamavo Renato malato in carrozzella? Oppure Renato cingolato? Mi andava bene se non provava a piantarmi un paletto in mezzo cuore come i vampiri.

"Puoi anche andartene, io non ho bisogno del tuo aiuto" mi disse.

La situazione si faceva pesante e io accelerai il mio tic. La mia testa si girava verso destra ogni cinque secondi.

"Ma se continui così ti bocceranno" gli dissi.

Non avevo nessun interesse per le sorti didattiche di Renato ma quella fu l'unica cosa sensata che mi venne da dire.

"Non m'importa di essere bocciato, tanto peggio di così non mi può andare!".

Non avrei mai pensato di trovarmi in quella situazione, dovevo prendere una posizione una volta per tutte essergli amico o nemico.

"Ma tu devi studiare!" gli dissi, "così almeno te ne andrai prima dalla scuola".

Toccai un tasto buono. Renato scambiò il mio aiuto, con l'intenzione di farlo andare via il prima possibile. Questo giustificò l'intera situazione. Insomma diventò un atteggiamento plausibile davanti ai suoi occhi, qualcosa che spiegasse la mia proposta di aiuto. Lui mi odia e vuole liberarsi il prima possibile di me, per questa ragione mi aiuta a studiare. Prendemmo allora il sussidiario e lo aprimmo a pagina 74. Bisognava studiare da pagina 74 a pagina 79. C'era tutta una storia enorme da imparare sugli etruschi con delle foto di vasi bruttissimi. Dopo alcune righe che avevamo cominciato a leggere, Renato si guardò attorno sospetto e si accertò che sua madre non fosse nei paraggi.

"Vuoi vedere una cosa?" mi chiese.

"Che cosa?" dissi.

"Dimmi solo se la vuoi vedere?"

"Certo che voglio vederla".

Allora Renato con la sedia a rotelle arrivò alla cassettiera che stava alle nostre spalle e aprì il penultimo cassetto. Scavò per un paio di secondi tra i vestiti e alla fine tirò fuori una rivista e se la mise sotto la maglietta. Richiuse il cassetto e ritornò alla nostra scrivania. Guardò nuovamente che la madre non fosse nei paraggi, alla fine tirò fuori la rivista da sotto la maglietta. Era un giornaletto pornografico. Non li avevo mai visti prima e ne avevo solo sentito parlare una volta da alcuni bambini della quinta E, quelli della classe affianco alla nostra. Dicevano di averne trovato uno una volta in un cassonetto dell'immondizia e che sopra c'erano fotografie allucinanti. Nessuno di noi ci aveva creduto all'esistenza di una cosa del genere, ma la prova che Renato mi forniva era inconfutabile. Signore spogliate e signori pure che facevano cose incredibili. In qual momento due cose successero; il mio coso diventò duro nelle mutande come mai mi era capitato e io e Renato diventammo complici di un segreto. Nei giorni seguenti che ritornavo a studiare a casa di Renato, prendevamo il giornaletto e guardavamo a una a una tutte le fotografie e degli etruschi non ce ne fregava più niente. Ci dicevamo che un giorno le femmine ci avrebbero costretto a fare anche a noi quelle cose e a noi ci veniva da vomitare.

"Io queste cose schifose non le farò mai" diceva Renato.

"Io neanche" dicevo.

Eravamo bambini e non sapevamo cosa dicevamo. Neanche immaginavamo che in futuro avremmo pagato per certe cose. Ogni tanto la mamma di Renato veniva a darci un'occhiata in camera per vedere se studiavamo e allora noi aprivamo il sussidiario sulla pagina degli etruschi e io dicevo la frase:

"gli etruschi facevano i vasi, infatti si dice proprio i famosi vasi etruschi" e Renato faceva di si con la testa. La signora entrava nella stanza e ci portava i tegolini del mulino del bianco, mentre a casa mia mamma comprava una merendina simile ma non così buona che si chiamavano i mattoncini del topino bianco. Non appena la signora andava via noi riprendevamo a vedere il giornaletto di Renato, e delle volte restava nell'aria il profumo della mamma appena andata via, e in quei momenti il giornaletto mi piaceva sempre di più. Il mio comportamento con Renato cominciò ad essere diviso. In classe lo sottoponevo a tutte le angherie per mantenere inalterata la distanza che ci divideva, mentre fuori dalla classe, quando ci vedevamo a casa sua, ci divertivamo e dovetti ammettere che in fondo Renato non era così male. Aveva un certo senso dell'umorismo e faceva un sacco di cose di nascosto da sua madre. Dopo un paio di settimane passate a consumarci gli occhi su quel giornaletto, avevamo bisogno di procurarcene uno nuovo. Conoscevamo quelle fotografie a memoria e per quanto ci disgustasse l'idea di fare quelle cose in futuro, avevamo l'esigenze di vederne delle altre. Nessuno dei due riusciva a spiegarsi questo fatto e sapevamo solo che bisognava agire. Renato mi disse che aveva un piano. Renato aveva un piano. Mi disse che quei giornaletti erano in vendita all'edicola che stava dall'altra parte della strada e lui li vedeva tutti i giorni quando ci passava per andare a scuola. Sulle copertine ci stavano delle signore nude con delle zizze enormi.

"Il giornalaio non ce li darà mai, siamo dei bambini" gli dissi.

"Ma noi non dobbiamo mica comprarli, li dobbiamo rubare!" rispose Renato.

"Rubare?" ma sei pazzo.

"Ma no, stai tranquillo. E' facile, tu entri dentro l'edicola e gli chiedi le figurine dei calciatori. Parli con il giornalaio e me lo distrai. Nel frattempo mi hai lasciato vicino alla pila di giornaletti e io me ne infilo uno sotto al culo".

Renato aveva avuto un piano geniale. Convincemmo la mamma di Renato a darci il permesso per uscire di casa e la rassicurai che era solo per farci un giro all'edicola a comprare le figurine dei calciatori e che si poteva fidare di me. La madre all’inizio rifiutò allora Renato si fece venire quasi una crisi di nervi e allora la madre accettò. Ci incamminammo per il quartiere. Io con il mio tic spingevo la carrozzina e Renato avvolto in una coperta guardava il mondo come non mai. Eravamo usciti di casa per rubare un giornaletto pornografico. Un ragazzo con un tic e uno sulla sedia a rotelle andavano in giro a rubare giornaletti pornografici, che storia. In strada davamo nell’occhio e Renato diceva che la gente ci guardava a causa mia, per il mio tic, mentre ero convinto che fosse per la sua sedia rotelle. Comunque fosse la gente ci guardava e andare a rubare una cosa qualunque in quelle condizioni era davvero un azzardo bello e buono. Ci avrebbero rinchiusi in un carcere speciale per storpi insieme a gente senza braccia, senza gambe, con un occhio solo e che durante la notte ci avrebbe tagliato la testa e mai nessuno avrebbe più ritrovato i nostri corpi neanche per seppellirli, e li avrebbero dati da mangiare ai cani che stavano fuori al carcere.

“Finiscila con questa storie” disse Renato che non ci succede niente, “poi non lo sai che i bambini non vanno in carcere. Ti mettono in una specie di carcere dove stanno solo bambini e si chiama riformatorio”.

Io volevo piangere e tornarmene a casa ma non potevo mostrarmi codardo agli occhi di Renato, così quando svoltammo l’angolo e vedemmo il chiosco dell’edicola, il cuore cominciò a battermi forte e le gambe mi tremavano. Dovevo restare tranquillo perché avevamo un piano perfetto e niente ci poteva succedere. Per il nervoso il mio tic andava fortissimo. L’edicola si avvicinava e Renato muoveva le mani nervosamente, io ero sicuro che ci avrebbero preso subito e lasciato marcire in galera. Poi ad un certo punto fummo troppo vicini per cambiare idea, era tutto cominciato ed io neanche me ne ero reso conto. Lasciai la sedia a rotelle con Renato fuori, proprio vicino alla pila dei giornaletti pornografici e io entrai all’interno. Il signore che ci stava dentro diede uno sguardo allo storpio fuori e poi si dedicò al mio tic. Gli chiese delle bustine di figurine, proprio come Renato aveva detto di dire e lui mi diede le migliori che aveva perché ero un bambino bravo, uno di quelli che accompagna i malati, e forse lui pensavo che stavo nell’associazione cattolica oppure nei boyscout e allora mi riempì di sorrisi e mi fece una carezza sulla testa. Pagai e uscii dall’edicola e fuori Renato era più alto di diversi centimetri.

“Sbrigati e cammina” disse Renato.

Quando svoltammo l’angolo Renato da sotto il culo tirò fuori quattro giornaletti. I titoli non me li ricordo tutti, ma uno mi restò impresso era: mogli tettone. Mogli tettone era una buona produzione e quello che le mogli tettone facevano in quei giornaletti erano cose incredibili. Passammo pomeriggi interi a guardare mogli tettone a lasciare che etruschi con i loro vasi diventassero più vecchi di quanto già non fossero. Un pomeriggio io andai a casa di Renato per studiare e la madre di Renato, la signora dei miei sogni mi accolse incazzatissima. Prima mi fece entrare, poi si voltò e cominciò a strattonarmi:

“Che cosa gli fai vedere a Renato, maiale che non sei altro! Adesso parlerò con tua madre e ti farò picchiare!”

Mentre la mamma di Renato mi strattonava mi successe una cosa strana, più mi toccava e più mi veniva duro. La parte davanti del pantalone della tuta si gonfiò e la signora vide il mio pistolino dritto nella tuta.

“Ti piacerebbe eh?” disse la mamma di Renato, e mi mollò il più grosso calcio in culo che mai avevo preso, che non aveva niente a che vedere neanche con quello che diversi mesi dopo mi diede Gianfranco Millone quando glielo feci vedere a sua sorella nei bagni della scuola.

Non andai più a casa di Renato a studiare gli etruschi, ma i giornaletti io e Renato cominciammo a portarli a scuola e in breve mettemmo su un florido commercio di giornaletti pornografici.

 

 

 

 

Ventiquattro

Sonia si vendeva nei bagni della stazione. A piazza Garibaldi la conoscevano tutti. Era sieropositiva ed i genitori non le avevano più permesso di stare a casa. All'inizio andò a vivere da un suo ex fidanzato poi le disse che doveva andarsene via perché aveva un’altra donna e andò a stare per strada.

Sonia dopotutto non stava male, i suoi anticorpi sembravano ancora in grado di reagire e il peggio doveva ancora venire. Contava i soldi che aveva in tasca e ordinava le banconote per taglio. Quelle da cinque all'interno della mazzetta e quelle da venti all'esterno. Sonia da piccola non aveva mai sognato di fare la ballerina da Maria De Filippi, lei lo sapeva che alla fine avrebbe fatto le marchette alla stazione. I suoi clienti erano per la maggior parte rumeni, albanesi, egiziani e polacchi. I marocchini erano quelli più dolci, nel loro paese le donne venivano trattate con gentilezza e quando finivano erano gli unici che ringraziavano.

Anche i ferrovieri si fermavano nei bagni con Sonia. Erano appena tornati da Milano oppure da Genova e avevano bestemmiato e sputato maledizioni a quelli del sindacato e sul governo e con le loro scarpe da venti euro passavano a vedere se fuori alla porta ci stava Sonia che si fumava una sigaretta. Le facevano un cenno con la testa e quella capiva. Nel portafogli avevano la fotografia della moglie con la quale non ci scopavano più da due anni.

Sonia aveva una ferita dietro la schiena perché era stata accoltellata da uno che voleva i soldi. Era uno che diceva che quella era la sua zona e per stare là bisognava passargli dei soldi, ma Sonia si rifiutò e allora le diede una coltellata. La trovarono piegata nella cabina di un bagno e chiamarono l'autoambulanza. Il suo giubbotto di jeans era intriso di sangue. Al pronto soccorso chiamarono la madre di Sonia ma lei non volle andare a trovarla. Sonia però non sperò di morire.

Quando uscì dall'ospedale Sonia andò a stare al binario 24, proprio in fondo dove finisce la stazione di Napoli centrale e comincia quella di Gianturco, c'è un sottopassaggio. Sonia aveva portato cartoni per la notte e sciarpe e ombrelli che la gente perdeva nella sala d'aspetto e carrelli per i bagagli sui quali ci appoggiava tutto. La cosa che più spesso perdeva la gente era il guanto destro.

Sonia non aveva un vero e proprio orario di lavoro. Quando voleva andava fuori al bagno e aspettava in poco si presentava qualcuno. Da qualcuno si prendeva dieci euro da altri cinque.

Sonia sapeva che non sarebbe mai andata via da quel posto e immaginava che dentro quei bagni ci sarebbe morta. Non ci poteva essere una soluzione a tutto, alcune cose restavano incompiute dal destino e consumate dal tempo.

Sonia andava a mangiare da Burghy alla stazione e si prendeva sempre il panino con l'hamburger e le patatine. Le piaceva di più McDonald’s, però una volta l'avevano trovata mentre si era portata un cliente nei bagni e da quel momento non l'avevano più lasciata entrare. Allora se ne andava a mangiare da Burghy il panino con l'hamburger e una volta glielo aveva pure detto a quelli di Burghy che lei andava in quel posto solo perché da McDonald’s non la lasciavano più entrare. Alla fine McDonald’s si è comprata Burghy.

Il problema principale di Sonia era il freddo. Certe notti non bastavano tutti i cartoni per darle calore. Nel buio vedeva le mani che diventano viola fluorescente e allora pensava che il passaggio dalla vita alla morte è solo la firma su un certificato di un medico della asl, un fascicolo della polizia. Allora Sonia si acciambellava su se stessa cercando di non disperdere gli atomi caldi del suo alito. Si sentiva come il bue nella grotta che si riscaldava da solo perché abbandonato dal suo signore.

Per un po’ di tempo una donna afghana andò a stare con lei nel sottopassaggio. Era riuscita ad arrivare in Italia dopo un viaggio di due mesi. Sonia le diceva che era arrivata a Napoli e se voleva andare in Italia doveva proseguire un altro poco verso il nord. La donna si chiamava Rachele o comunque Sonia era quello che aveva capito del suo nome. Rachele non parlava che arabo ma tra loro si comprendevano. Avevano solo bisogno di mangiare dormire e riscaldarsi. Rachele non faceva le marchette al bagno della stazione come Sonia, diceva che la sua religione era severa su certe cose. Rachele passava tutto il giorno fuori dai semafori a porgere la mano agli automobilisti e delle volte metteva insieme anche sei o sette euro. Sonia diceva che lei non voleva chiedere la carità a nessuno e preferiva lavorare e darsi da fare nei bagni. Quello che guadagnava era sufficiente a farla mangiare.

Un giorno andò suo padre alla stazione a dirle che sua madre era morta. Sonia per provocarlo disse che c'erano dei clienti e che se ne doveva andare. Un maghrebino giurò di averla vista piangere mentre glielo pigliava in bocca.

Sonia passava i pomeriggi nei bar attorno alla stazione a fumare sigarette e tutti gli ambulanti la salutavano. Quando c'era il sole verso le due del pomeriggio si metteva su uno dei paletti di cemento del parcheggio e prendeva il sole. Se solo avesse potuto quel calore dentro di sè per la notte.

Un giorno Rachele venne arrestata ad un semaforo e portata in questura. Sonia non la rivide mai più. Alcuni albanesi amici suoi erano riusciti a scappare dalla retata della polizia al semaforo di Piazza Guglielmo Pepe, ma Rachele non ce la fece a si lasciò prendere dai poliziotti con grande dignità.

I rumori della città accompagnavano Sonia ovunque. Il giorno era fatto di clacson e la notte di allarmi. Delle volte aiutava quelli della croce rossa a distribuire piatti caldi ai barboni che dormivano fuori. In cambio quelli della croce rossa le avevano lasciato delle coperte. Le dissero che poteva passare la notte nei loro ricoveri, ma lei diceva che un posto ce l'aveva.

I genitori di Sonia avevano una merceria a S. Erasmo non lontano dalla rampa dell'autostrada. Lei conosceva a memoria i posti di tutta la merce e quando un cliente chiedeva qualcosa lei subito correva a prendergliela. Il suo gioco preferito erano i rocchetti di cotone colorato. Tutti i colori le esplodevano negli occhi e lei si rintanava sotto il bancone di legno con gli angoli consumati.

Sonia una volta aveva un fidanzato che si chiamava Michele. Giocava a pallone nella squadra della Nocerina e gli davano seicento euro al mese Sonia andava a vedere tutte le sue partite e si sedeva sui gradini di cemento dello stadio a fumare sigarette una dopo l'altra. Lo sport non le piaceva e ci andava solo per Michele. Poi Michele andò a lavorare in un cantiere navale a Piombino. Faceva il saldatore e Sonia non volle seguirlo.

Tutti i martedì Sonia andava al reparto di immunologia del Cardarelli per prendere certi antibiotici e certe vitamine. Prendeva la metropolitana da Piazza Garibaldi fino a Montesanto, poi la funicolare e la linea gialla fino al rione alto. Una volta incontrò una sua amica di Sant’Erasmo e fece finta di non averla vista. Cambiò vagone e trovò posto vicino al finestrino. Appoggiò la testa sul vetro e le vibrazioni le facevano il solletico nelle orecchie.

A causa della malattia Sonia perse un dente davanti e fare le marchette era diventato sempre più difficile. Nessuno voleva più metterglielo in bocca e allora cominciò anche lei a fare le collette fuori dalla stazione. Quando faceva troppo caldo lei si appoggiava ad un muro del parcheggio proprio sotto la scritta “1,50 euro per ora o frazione”.

Sonia si mise in società con un rumeno. Vendevano le bottiglie d’acqua fuori dalla stazione. Le compravano in un supermercato a via Novara per 40 centesimi l’una e le rivendevano ai turisti a 1 euro e 50. Poi la polizia li cacciò.

Quelli della croce rossa le trovarono un lavoro presso una comunità. Toglieva le lenzuola dai letti e le metteva in un carrello di ferro che si tirava dietro e le portava alla lavanderia. Le davano 400 euro al mese e un posto per dormire. Lì conobbe Bernardo da cui ebbe una bambina che chiamò Sara.

 

 

 

 

Diramazioni

Orazio non era tranquillo per via di quello che gli aveva detto il medico. La chemioterapia aveva rallentato la crescita della massa del tumore e prima di decidere la data dell’intervento chirurgico, bisognava valutare la risposta alla radioterapia. Tuttavia Orazio non era tranquillo. Non era semplice starsene rilassati con quello schifo in corpo che si allargava. Il nucleo principale si era formato nella gamba e aveva letto che finchè le metastasi non fossero arrivate al cervello non sarebbe morto. Una sera prese il metro e misurò la distanza gamba-cervello. Con una matita scrisse su un foglio il numero 104. La distanza che lo teneva in vita era di 104 centimetri. Se solo fosse stato più alto, pensò, gli avrebbe dato filo da torcere a quel bastardo che se lo stava mangiando da dentro. Ma 104 centimetri erano davvero troppo pochi. Era diventato secco come un cane albanese e la pelle aveva un colore giallastro. Dove una volta c'erano i capelli adesso restava un ciuffo di peli sottile e malato. Passava tutto il giorno a guardare le televendite su Home Shopping Europe e ogni tanto comprava qualcosa giusto per noia. Aveva comprato il set di coltelli, l'elettrostimolatore, il cannocchiale e la macchinetta fotografica digitale. Quando arrivava quella merce a casa lui la tirava fuori dai pacchi e leggeva il libretto delle istruzioni. Se c'era il polistirolo lo grattava tutto con le unghie producendo un'infinità di micropalline che restavano sul tappeto della cucina per giorni prima che si decidesse a usare l'aspirapolvere. Tra gli oggetti che aveva comprato alle televendite, sicuramente il telescopio era quello che più gli piaceva. In principio guardava le stelle, le nuvole, poi subito passò a guardare nelle finestre delle case che gli erano di fronte. Si accendeva una sigaretta e se ne stava diverse ore con l’occhio incollato al telescopio. Orazio preferiva guardare le finestre dalle quali si vedevano intere famiglie a cena oppure davanti alla televisione a guardare i quiz. Le scene di sesso, anche quelle gli piacevano. Aveva sempre avuto del materiale pornografico in casa che visionava per masturbarsi, si trattava in maggior parte di film in dvd scaricati da internet. Con il passare del tempo gli era diventato difficile persino toccarsi, era passato così tanto tempo da quando non andava a letto con una donna che i suoi ricordi erano praticamente scomparsi e non riusciva a ricostruire una scena erotica per eccitarsi. Usava la pornografia come una protesi mnemonica e spesso mentre quel groviglio di carne umana si mostrava davanti allo schermo Orazio veniva colto da una tristezza che lo rendeva incapace di proseguire. Da quando aveva iniziato il ciclo di chemioterapia, non aveva più erezioni. Il suo corpo si era indebolito e la libido era scomparsa del tutto, e per questo motivo Orazio non provava nessun senso di colpa quando guardava delle coppie che facevano sesso dalla finestra. Quando il sole non era troppo forte, Orazio usciva di casa per comprare del cibo. Comprava scatolame, latte a lunga conservazione e altre cose che potessero essere consumate senza nessuna fretta. Si serviva sempre dello stesso supermercato sotto casa per fare meno strada e affaticarsi il meno possibile. Quando invece andava all'ospedale per la chemioterapia ritornava a casa a pezzi, aveva lo stomaco che gli esplodeva e faceva dei conati di vomito continuamente. Per questo nella metropolitana cercava sempre di starsene lontano dalla gente e quando camminava per strada sceglieva sempre il marciapiede meno affollato. Quel giorno il supermercato era troppo freddo a causa dell'aria condizionata troppo alta e Orazio voleva solo andare via il prima possibile. Comprò delle scatolette di funghi, delle confezioni di uova classe a e della pasta di soia per venire incontro alle sue ridotte capacità digestive. Conosceva i reparti a memoria e si destreggiava agilmente tra le scaffalature dei metallo. Quel giorno Orazio notò una donna che spingeva un carrello. Aveva visto quella donna fare sesso con un uomo con il telescopio qualche sera prima e quando la riconobbe, il cuore un poco fece un sussulto e giusto per gioco la seguì tra i reparti del supermercato. Addirittura in senso di sfida le si avvicinò così tanto da sfiorarle il braccio mentre prendeva il succo di frutta dal banco frigo e lei gli chiese addirittura scusa. Incredibile, pensò Orazio. Continuò a seguirla attraverso il reparto dei surgelati dove lei prese una pizza con la scatola tutta coperta di brina fino allo scaffale del pet food dove prese una confezione da un chilo di croccantini per il gatto. Alla cassa si mise in fila proprio dietro della donna e la vide mentre porgeva alla commessa i trentasette euro e quarantadue centesimi del totale. Orazio pagò in fretta il suo conto e malgrado le gambe non gli garantissero la tenuta sufficiente, cominciò a seguire la donna fuori dal supermercato. Era la prima volta che gli capitava di seguire qualcuno e proprio come aveva visto fare nei film, si teneva a distanza di sicurezza. Se la donna si fossa voltata, lui avrebbe fatto finta di guardare i negozi altrimenti le avrebbe camminato dietro fino a che lei non fosse entrata in qualche portone. In strada nessuno lo notava malgrado il suo aspetto riflesso dalle vetrine fosse spaventoso. Attorno agli occhi la sua pelle cominciava a squamarsi e le occhiaie erano sempre più profonde e con una sfumatura viola. Aveva un berretto per coprire la mancanza di capelli e gli unici peli che ancora sembravano crescere forti erano quelli della barba. Per compensare i capelli che non aveva in testa, Orazio aveva lasciato che la barba crescesse in un folto pizzetto. Non l'aveva mai portato in vita sua, e gli sembrò un contrappasso ragionevole. Secco come era diventato somigliava al ciclista Pantani tutto pelato e con il pizzetto, e la somiglianza gli sembrò più un presagio nefasto che una cosa graziosa da raccontare in giro. Camminava in maniera disinvolta e cercava di dare nell'occhio il meno possibile, purtroppo ogni tanto doveva sputare a terra perché un liquido dal sapore velenoso gli saliva alla gola e quando non ce la faceva a trattenerlo, si voltava e lo doveva sputare. Restava sempre straniato dal guardare il prodotto di quella secrezione con degli strani riflessi di colore blu. La donna, per quanto zavorrata dalla borsa piena di alimenti teneva una discreta velocità che Orazio a fatica reggeva e il fiato alle volte gli mancava. Poi la donna si infilò in un portone di legno e scomparve. Non aveva un piano preciso Orazio, anzi a dire la verità lui stesso si domandò cosa lo avesse spinto a seguire la donna. Il solo pensiero di poter morire in tempi brevi era un lasciapassare per molti comportamenti, le risposte di confondevano con le domande. Il sole era ancora alto e Orazio dovette fare un giro più lungo per trovare marciapiedi freschi, il passo era lento adesso che non aveva nessuno da seguire e l'unico sforzo a cui i suoi polmoni non potevano sottrarsi era una sigaretta che pendeva dalla bocca. Rientrato a casa Orazio bevve un bicchiere d'acqua dal suo rubinetto. Il medico gli aveva detto di bere solo acqua minerale, ma Orazio per abitudine non riusciva a fare a meno di bere l'acqua con percentuali elevate di ferro e sodio che usciva dal suo rubinetto. In certi giorni le sfumature marroni erano più evidenti, in altri, quando quelli dell'acquedotto napoletano ci mettevano più cloro, allora vedevi l'acqua formare un flusso compatto bianco dal sapore di varechina. Orazio si cucinò due uova e prese uno sciroppo e tre pillole diverse, oltre a degli integratori vitaminici. Si disse che se fosse sopravvissuto avrebbe comprato un gatto per rompere la solitudine di quella casa. Di quel periodo il sole calava velocemente e in niente il buio si stendeva per le strade, le finestre si illuminavano di luci elettriche e il tunghsteno si dava da fare nelle lampadine. Orazio spalancò la finestra e avvicinò il cannocchiale. Prese una sedia per stare più comodo e orientò le lenti verso la finestra della donna che aveva seguito. La poteva osservare mentre passava veloce dalle finestre della sua casa, intenta a preparare la cena, oppure camminare con un telefono senza fili incastrato tra il mento e il collo. Parlava e agitava le mani disegnando strane figure nell'aria. Orazio ogni tanto tossiva e quando faceva a tempo a mettere un fazzoletto davanti, alcuni schizzi di sangue e muchi ci restavano incollati sopra. Orazio si rendeva conto di essere messo male e che sarebbe bastato davvero poco in quelle condizioni per crepare. Poteva essere un colpo di tosse, uno starnuto o addirittura una scorreggia. Non potè fare a meno di sorridere all’idea di morire per una scorreggia. Qualunque funzione elementare del suo organismo era diventata pericolosa e per la paura Orazio faceva attenzione anche a quando sbatteva le palpebre. La donna nel frattempo seguiva a saltare da un punto all'altro della casa e solo grazie alla confidenza che aveva acquisito con il telescopio nelle sue osservazioni, Orazio era in grado di starle dietro. Dopo alcuni minuti la donna scomparve dalla visuale di Orazio e ricomparve alcuni istanti dopo con un uomo e in prossimità della finestra della cucina cominciarono a svestirsi e poi a toccarsi fino a che si ritrovarono nella stanza da letto completamente nudi. Quei due erano pasto e commensali l’uno dell’altro e i loro ormoni vivi brillavano nella penombra della stanza. La carne bianca di quella donna era splendeva e impressionava la retina malata di Orazio. La danza durò un poco, poi i due andarono a cena ed infine spensero la luce per andare a dormire. Orazio era troppo stanco per seguirli anche durante il sonno e se ne ritornò a letto.

Il mattino seguente Orazio ebbe un’idea geniale, collegare la macchina fotografica digitale con il mirino del telescopio. I problemi di tipo meccanico lo avevano da sempre appassionato e anche se aveva una scarsa manualità, Orazio si cimentava volenteroso in quel genere di lavori. Spesso finiva col cascare da una scala oppure conficcarsi un giravite nelle mani, ma quella volta ci lavorò sodo. Usò dei riduttori di plastica da idraulico e dello scotch per saldare il tutto. Il risultato non era ottimale, ma funzionava. Non restava che aspettare che il buio calasse. Le aspettative di Orazio non furono deluse e i due ripeterono la stessa scena del giorno precedente, si avvinghiarono sbranandosi a vicenda e si penetrarono e si contennero e si riempirono di carezze e di umori. Orazio seguiva la scena dal display della macchina fotografica e scattava una foto ogni dieci secondi. I due andarono a dormire e malgrado fosse stanco e il braccio destro un poco gli tremava, Orazio trasferì tutte le foto sul computer, quelle più meritevoli, furono stampate. Per tutta la notte il suono della stampante risuonò e ogni paio di minuti una fotografia nuova usciva dalla bocca di plastica. Orazio le toccava con la punta delle dita per non macchiarsi d’inchiostro fresco e quando la zampata della vernice forte risaliva dalla fotografia, Orazio tossiva convulso con gli occhi che volevano saltargli fuori e l’aria che a poco a poco gli rientrava nei polmoni. Il mattino seguente Orazio si ritrovò incastrato nelle lenzuola umide del suo letto, la finestra lasciata aperta la notte precedente per far uscire la puzza di vernice adesso lasciava entrare un sole forte. Orazio si disse che forse era morto. Poi vide le foto accatastate sul tavolo e si destò definitivamente. Le immagini erano approssimative e la luce era scarsa, la stampa inoltre non era sufficientemente dettagliata. Fellatio sgranate, penetrazioni grossolane, seni poco definiti, tutte immagini figlie della produzione industriale dozzinale, sensori insensibili alla luce e obiettivi di plastica, voyeurismo a basso costo. Orazio appese tutte le fotografie lungo le pareti e provò a masturbarsi. Tirò fuori il suo sesso. Si era ridotto ad un pezzetto di carne di forma vagamente cilindrica. La pelle ricopriva completamente il glande e due dita erano sufficienti a tenerlo. Niente a che vedere con l’uccello dell’uomo ritratto nelle sue foto. Orazio ebbe un inaspettato conato di vomito e non fece in tempo ad alzarsi dal letto. Si piegò su un lato e ricoprì il letto di un liquido nero. Ebbe degli spasmi e un urlo muto si alzò da terra. Troppo debole per arrivare al cielo. Orazio barcollò in direzione del bagno, ma la stanza stava ballando sotto ai suoi piedi e inciampò nel telescopio facendolo cadere e frantumando le lenti. Orazio cadde e perse i sensi. In realtà morì senza accorgersene. Morire è una questione delicata e Orazio proprio non se l’aspettava di morire quella mattina. In effetti non morì proprio subito, ma soprattutto non morì a causa della caduta. Il liquido nero che gli era risalito alla gola era la sua milza indebolita e liquefatta che se ne usciva. Uno dei suoi organi aveva abbandonato la nave qualche tempo prima che affondasse ed aveva costretto tutti gli altri a seguirlo. Aveva vomitato e per quanto dolorosa fu quella secrezione, non immaginava fosse l’ultima, poi le ultime forze raccolte per arrivare in bagno e accasciarsi dignitosamente nella tazza. La morte gli diede poca corda, lo lasciò camminare giusto qualche metro. Orazio restò in vita poco in posizione fetale, steso sul pavimento, sdraiato sui resti di una lente di plastica. Venne ritrovato quattro giorni dopo in decomposizione e la carne sul torace e sulle braccia si era quasi tutta consumata, la mascella si era appiattita sull’osso e il collo non esisteva più. Venne ritrovato con i pantaloni abbassati e sulle pareti della stanza i carabinieri trovarono numerose fotografie di una coppia che aveva rapporti sessuali. In casa era stato ritrovato del materiale pornografico su supporto multimediale, materiale contrabbandato su internet. All’ospedale avevano un fascicolo aperto a suo nome. C’era scritto che aveva un melanoma la cui massa aumenteva lentamente, anche se le metastasi erano diramate lungo tutto il corpo.

 

 

 

 

 

Giuditta

Giuditta era figlia d'arte. Per modo di dire. Aveva imparato l'arte della marchetta da Patrizia Roy, il più grande travestito che avesse mai battuto i marciapiedi di Gianturco. Leggendari i suoi abiti Cavalli, Armani, Ferrè, e Valentino. Accendeva un copertone a terra e dava fuoco ai ribaltabili delle macchine di Napoli. Tutti, almeno una volta al mese passavano da Patrizia Roy a farselo succhiare o per una botta veloce. Una volta al mese dico, perché Patrizia Roy per una prestazione chiedeva anche duecentomila lire, quando il prezzo medio era di ventimila lire. Patrizia prese sotto la sua cura Giuditta una notte d’inferno. Di quelle notti fredde, dove potrebbero tagliarti la testa in un vicolo, in un anfratto di cemento e nessuno lo saprebbe mai. Notti che non basta tutto il fondotinta che hai, a coprirti la barba che punge sulle palle dei clienti mentre glielo succhi oppure che potresti essere sbranata dai lupi mannari. Proprio quello che successe a Giuditta. Un branco di lupi le si era avventato addosso e lo stomaco e la pancia non erano altro che un sacco di sabbia da prendere a calci e la testa un pallone tutto rosso come i Supersantos che da piccoli si usavano per giocare nei vicoli. Patrizia corse in soccorso della ragazza che urlava e si sbatteva e tirò fuori dalla borsa un coltello e lo puntò alla gola di uno di quelli.

Gli disse che gli avrebbe tagliato la gola da orecchio a orecchio.

Gli disse che gli avrebbe tagliato la lingua e gliel'avrebbe infilata nel culo.

Gli disse che gli avrebbe cavato gli occhi.

Quelli se ne scapparono.

Quella sera Patrizia Roy aveva addosso il suo Armani preferito, quello con gli strass rossi che riflettevano la luce del fuoco che zampillava da un secchio di ferro bucato e un copertone bruciato che sapeva di incenso e spezie di mercati di Baghdad. La distanza Napoli-Baghdad era più breve del solito quella sera. E in quella sera di copertoni e di secchi di ferro, Patrizia prese in cura quell'angelo di rimmel e fondotinta economico sbranato dai lupi. Si caricò Giuditta sul sedile di dietro di una Ritmo Abarth arancione con la cappotta abbassata.

"Povera piccola" le sussurrò.

"Stai tranquilla" le disse ancora.

La faccia di Giuditta era ridotta male, il naso era sfondato e il sangue pure dalle orecchie le usciva. In ospedale non si poteva andare, perché quelli avrebbero fatto troppe domande. Al pronto soccorso i carabinieri avrebbero creato solo più problemi e allora non ti preoccupare Giuditta, che Patrizia Roy ti porta a casa sua. Un poco di mercurio ci sta e qualche garza pure. E poi cosa ti credi che sei la prima ragazza mezza distrutta che Patrizia si porta a casa per curarla. Cosa ti credi eh? L'hai mai vista una crocerossina con tacchi a spillo, in Armani con strass e venti centimetri di lama fredda nascosta nella borsetta YSL, che lo sai come vanno le cose da queste parti. L'eventualità di fare un tatuaggio sulla faccia di qualcuno ci può sempre stare.

Patrizia arrivò alla sua casa di Posilippo in via Petrarca, proprio nell'angolo dove riesci a guardare con un occhio il castello dell'Ovo illuminato e con l'altro le coppie che sborrano nei fazzolettini di carta sui sedili delle loro macchine. Patrizia con una mano apre lo sportello e con l'altro tira fuori Giuditta che nel frattempo si era rovinata tutto il trucco a causa del sangue che si era aggrumato sulla faccia. "Non preoccuparti piccola che t'insegno io a truccarti. Userai solo l'Oreal e non più pittura da mercato che poi ti rovina pure la faccia, cosa credi che il risparmio sia sempre convenienza?" Giuditta cercava di mettere insieme il tempo, lo spazio, il cielo e la terra che si erano scambiati di posto in una danza allegra.

Patrizia svestì Giuditta e l'avvolse nel lenzuolo con i bordi ricamati a fiori del suo letto. Disinfettò ovunque e avvolse l'avvolgibile in garze. In breve Giuditta si trasformò in una piccola mummia di Mercurio.

"Starai meglio presto" le disse Patrizia, "poi così non sono capace a vederti, queste garze sono orrende. Bisognerebbe chiedere a Valentino di fare delle garze firmate. Perché in fondo un ferito non deve mica essere per forza uno straccione".

Il mattino seguente Giuditta riprese conoscenza. La faccia era gonfia e per lo più tumefatta, i movimenti che poteva permettersi erano ridotti e i dolori alle ossa si mischiavano con quelli dell'anima. Riconobbe Patrizia, ma proprio non sapeva perché si trovasse nel suo letto. Lei che era abituata a dormire a casa sua a Materdei, al secondo piano di una casa mangiata dal tempo, che cosa ci faceva in quella casa lussuosa?

"Per poco non ti ammazzavano quelli, ieri sera".

Nella testa bendata di Giuditta subito le scene del pestaggio si ripresentarono con toni accesi e dolore fresco, in quella via crucis di pneumatici dati al fuoco e preservativi abbandonati. Pianse a singhiozzi Giuditta.

"Stai calma, presto tornerai bellissima".

Il giorno successivo a casa di Patrizia Roy, il più celebre travestito di Napoli, si presentarono quelle due vecchie puttane di Rag Doll e Monica Cartier. Rag Doll, aveva cinquant'anni ed era brutta come un cancro che ti mangia gli occhi. La barba gli cresceva fino a sotto gli occhi e riusciva a fare qualche marchetta solo con i vecchi che altrimenti sarebbero stati rifiutati dalle altre. Monica Cartier detta così perché un giorno s'innamorò di un ragazzo stupendo e gli regalò un orologio Cartier tutto d'oro e questo da quel momento non si fece più vedere.

Gli aprì la porta Patrizia Roy.

"Ma dove cazzo andate vestite così a mezzogiorno, sembrate il balletto del Rocky Horror".

"Rag Doll l'avevo detto che non dovevi metterti i tacchi, mica ti portavo a fare le marchette allo spizio!" disse Monica Cartier.

"Stai zitta zoccola, lo sai cosa ha fatto questa mignotta, si mette ad adescare i ragazzi nel quartiere e l'altro giorno ci siamo trovati fuori dalla porta le mogli di quelli che per poco non ci sfondavano la casa e pure la polizia è venuta per toglierci da sotto le unghie di quelle zoccole".

"E tutta invidia la tua, lo sai che le mogli dei tuoi clienti sono tutte morte di vecchiaia e quindi tu puoi stare tranquilla. Io mi porto ancora a casa cazzi lunghi e freschi".

"Non urlate. La ragazza sta ancora riposando, è messa male".

"Faccela vedere" disse Rag Doll.

"Fate piano però".

Patrizia Roy bussò alla porta e introdusse gli ospiti nella stanza. Giuditta aveva gli occhi aperti e fissava la parete che aveva di fronte tanto per fare qualcosa. Quando furono dentro, Rag Doll che era più sensibile, si portò una mano alla bocca come per trattenere un urlo di disperazione. Si avvicinò alla ragazza come per vederla meglio.

"Ma io ti conosco, tu sei Giuditta" disse Rag Doll.

"Giuditta" disse Monica Cartier.

"Come ti hanno ridotto, hai la faccia tutta rotta".

"E non dire così che la spaventi, povera piccola, non preoccuparti che è solo questione di qualche giorno, poi tornerà tutto a posto".

Alcuni giorni dopo le prime forze riaffiorarono nelle gambe di Giuditta. E' strano come i muscoli vibrino di per sè, come i tendini chiedono di essere contratti, tesi, come se da soli conoscessero il loro lavoro nel corpo. Come se avessero la percezione della loro esistenza. Giuditta non fece altro che obbedire ai tendini di un travestito di ventisette anni. Si alzò e andò diretta verso lo specchio. Pochi passi. Poca luce. Arrivò allo specchio e ci affondò gli occhi dentro. La faccia era sfigurata, mutilata. Gli occhi non stavano più allineati, una cicatrice si stagliava sulla guancia sinistra e solcava tutta la faccia dall'orecchio al mento. I denti davanti ridotti a cristalli bianchi, il naso inclinato e spezzato, le sopracciglia bruciate, la fronte frastagliata di bozzoli. Quanto puoi guardarti in profondità in uno specchio si chiese Giuditta, stupefatta per il fatto di avere la forza di farsi una domanda. Dove era la sua faccia, chi l’aveva rubata? L’aveva forse lasciata nei secchi con il fuoco? Quale aereo gli era precipitato sulla faccia, quale lupo gliel’aveva divorata? Sai che adesso sarà tutto diverso. Percepisci il momento in cui le cose cambiano. Una svolta decisa in mezzo al lento divenire delle cose. Si rimette a letto e si dice che non è possibile. Si dice che la sua faccia è rimasta incastrata nelle garze che le avvolgevano il viso. Che si sia addormentata oppure che sia svenuta oppure che sia morta resta solo un dettaglio nella storia.

Il giorno seguente Giuditta l’alternò tra il sonno e gli incubi. Sognava che una donna glielo succhiava mentre era seduta su una poltrona marrone. Non aveva addosso i vestiti da donna né era truccata, ma vestita da uomo. Era abbastanza per terrorizzarla. Tentò di svegliarsi spostando la testa velocemente da un parte all’altra del cuscino e ci riuscì infine. Al suo risvegliò se lo trovò duro e vigile tra le cosce.

Nei giorni seguenti gli stati di veglia, impercettibilmente si confondevano agli incubi. Bastava poco perché la fantasia di Giuditta disegnasse sulle pareti figure di uomini che volessero ammazzarla e bestie feroci con i denti da fuori. Un suono o un riflesso che entravano dalla finestra avevano potenza a sufficienza per farla morire. Patrizia Roy continuò ad accudirla come se fosse una figlia.

La scena di quella donna avvinghiata in mezzo alle sue cosce e di quella nuca nera piena di capelli che saliva e scendeva turbò Giuditta, che ancora scioccata per la sua faccia stentava a riconoscere la realtà dall’immaginazione. Intanto, il cazzo gli tirava come non mai per il pensiero di una donna.

Nei giorni che seguirono, Patrizia Roy, entrava silenziosa nella stanza di Giuditta e se la scorgeva dormire, faceva di tutto per non svegliarla ed era sempre attenta a non fare rumore ed a tenere le tende abbassate perché la luce non desse fastidio. Le uniche visite che quella casa permetteva erano quelle di Monica Cartier e Rag doll.

Quella mattina Patrizia Roy, con un filo di barba che usciva fuori da sotto lo strato di cerone, e un paio di stivali Roberto Cavalli da seicentomila lire, ritornò esausta dopo una notte di passione passata a sedare tutti i demoni del mondo. In tasca aveva tremilioni e mezzo in carte da cento e cinquantamila tutte maltrattate. Soldi di operai dell’Atan, della Napoletana gas, dell’Italsider, della Cirio, tutta gente sposata a cui Patrizia Roy ci soffiava dentro una goccia di anima per via di quella cannuccia che tutti hanno in mezzo alle cosce. Nata per il marciapiede, per il palcoscenico, per le passerelle, quello era il segreto di Patrizia. I clienti si fermavano con le macchine lungo il marciapiedi che costeggiava la manifattura dei tabacchi a Gianturco e lei ci infilava la testa dentro. Li guardava fissi negli occhi e la maggior parte di questi scappava. Cazzo duro e niente palle. Patrizia rientrò e trovò Giuditta senza le garze che le coprivano il volto, seduta su un bordo del letto. Piangeva lacrime calde che le accarezzavano la faccia e bruciavano come sale sulle parti accese delle ferite.

“Che cosa mi hanno fatto?”

Patrizia non riuscì a fare altro che stringersela in mezzo al suo seno di silicone. Quarta taglia, sei milioni.

“Andremo da un chirurgo estetico, ti rimetterà la faccia apposto vedrai”.

“E’ impossibile, guarda gli occhi, uno è più in alto dell’alto e il naso non sta più dov’era”.

Intanto le lacrime entravano nella scollatura di Patrizia.

“Stai calma piccola, vedrai che passerà”.

Ma nessuna delle due ci credeva.

Giuditta allora indossò i vestiti che aveva il giorno dell’incidente e uscì. Uscì dalla stanza nella quale riposava da quasi una settimana e uscì dall’appartamento di Patrizia. Nell’ascensore, lo specchio impietoso fece quello per cui lo pagavano, e con una certa oggettività, spiegò a Giuditta come stavano le cose. Faccia distrutta, vestiti di cartapesta da puttana. Tanti auguri Giuditta. Non appena uscì dal condominio, Giuditta venne investita da una quantità tale di luce che i suoi occhi a stento non si creparono e solo grazie alla protezione della mani, riuscì a immettersi nel flusso di gente che a quell’ora affollava la strada. Tutti si voltavano a guardarla. Lei c’era abituata e non ci faceva poi tanto caso. Provate a vivere in un quartiere popolare ed essere ricchioni. Da ragazzino tutti lo chiamavano O’Ricchion, però in mezzo alle scale dei palazzi vecchi del quartiere facevano a turno per farselo prendere in bocca. Allora Giuditta si avviò verso casa, che distava almeno venti chilometri da quel posto e Giuditta non conosceva neanche la strada, perché quel quartiere non l’aveva mai visto. La faccia tumefatta. Il naso stava per cadere. Gli occhi non stava più al loro posto. Giuditta aveva voglia di farsi una ragazza. Forse quei calci in testa le avevano messo a posto qualcosa. Il suo cervello aveva forse ripreso a girare nella direzione esatta. Giuditta o’ricchion.

Patrizia Roy tornò a casa un pomeriggio di pioggia. La luce era attenuata dalle nuvole e tutto sapeva di un grigio malato di cemento. Patrizia entrò in casa e non ci trovò Giuditta. Controllò bene tutte le stanze e urlò forte il suo nome per la casa. Chiamò allora le due amiche Rag Doll e Monica Cartier, disse loro di correre subito a casa sua. Patrizia Roy si fece trovare sotto casa sua e subito s’infilò nella loro macchina.

“Corriamo subito dobbiamo trovarla” disse Patrizia.

“Con quella faccia rotta?” disse Rag Doll.

“Povera stellina” disse Monica Cartier.

La Renault 5 bianca si mise in moto.

Giuditta si avvicinò a due ragazze. Queste la guardarono terrorizzate. Giuditta disse loro che erano carine e quelle urlarono. Giuditta era Frankenstain con il rimmel sceso. Allora Frankenstain alzò la mano e diede una schiaffo proprio in mezzo alla faccia ad una delle due ragazze. La ragazza si alzò di pochi centimetri da terra e andò a sbattere contro un manifesto della pubblicità delle calze. Golden Lady I am lost without you. Lo slogan e la musica erano gli stessi anche prima che Nek facesse il testimonial. Allora Giuditta prese a calci la ragazza che stava a terra e l’altra urlava e si teneva a due metri dall’amica.

La Renault 5 bianca di Rag doll attraversò veloce la discesa di Posillipo, e le ipotesi che le tre facevano nella macchina erano le più svariate. Dovevano trovare velocemente Giuditta prima che le succedesse qualcosa. Poi videro un capannello di gente e subito Rag Doll tirò il freno a mano. Schizzarono tutte fuori e in mezzo alla gente, ci stava Giuditta che prendeva a calci la faccia della ragazza che non respirava più da diversi secondi.

 

 

 

 

 

Cinque ragni

 

Le mestruazioni mi vengono una volta ogni tre mesi, come i delfini oppure come i rinoceronti, adesso non mi ricordo. Peso 42 chili e ho la pelle olivastra per via del fegato che non sintetizza più come si deve. Anche i capelli hanno perso la lucentezza dei vent'anni e i denti se li tocco un poco mi ballano nella bocca. Passo tutto il pomeriggio a guardare i telefilm oppure i quiz. Ogni tanto mi infilo uno spillo nel palmo della mano. Mi faccio un sacco di domande sui meccanismi della trasmissione del dolore. Sembra che proprio a pochi millimetri sotto la pelle ci stanno dei sensori nervosi reattivi al dolore. Quando ricevono uno stimolo, questi trasmettono una piccola scarica elettrica che risale tutto il sistema nervoso fino al cervello, che lo riconosce come dolore e provoca quella sensazione di dolore. Il dolore è una cosa artificiale. Una reazione che riconosciamo come dolore, ma non è detto che possa far male. Penso che riconoscere il dolore come sensazione negativa sia una sovrastruttura culturale del mondo occidentale. In oriente hanno una percezione diversa della sensazione del dolore. Quando mi vengono le mestruazioni tutti i nervi si irrigidiscono e i sensi si acutizzano. Riconosco il battere delle ali delle mosche, conto i fotoni compresi in un raggio di sole, sento la sensazione di dolore dei miei vicini di appartamento oltre un fitto muro di cemento e conosco prima tutte le risposte al gioco di Passaparola su canale 5. Sono sadobulimica. Niente di pornografico, per amor del cielo, io non sono mai stata con un uomo. Anche se ho trentadue anni. Ogni tanto mi ferisco, mi brucio con una sigaretta, mi infilo le unghie nella carne, mi chiudo le dita nella porta, tocco la pentola bollente, mi lancio contro lo spigolo del tavolo, mi incollo un dito con l’attack sul tavolo. L’anno scorso sono rimasta attaccata al tavolo per due giorni. Le dita si erano cristallizzate sul tavolo e mi sembrava di essere diventata un pezzo di legno. Alla fine è venuto via lo strato superficiale del tavolo e l’ho tolto dalle dita con l’acetone e con una pinzetta. Una volta ho aperto le porte dell’ascensore e ci sono rimasta bloccata dentro per quattro ore finchè non sono arrivati quelli del pronto intervento a liberarmi. Quando vado a lavoro la mattina, passo davanti al laboratorio di un fabbro. Mi fermo sempre a domandare quanto costano le persiane oppure dico che si è bloccata la serratura. Invece mi eccito a vedere le seghe elettriche, i cacciaviti, i martelli e il saldatore. Ho dei pensieri allucinanti la notte. Vorrei un saldatore per fondere le mie mani sulla porta del frigorifero oppure sulla porta d’ingresso. Ho voglia di saldarmi la scheda madre del mio computer su un seno, di fondermi con un elettrodomestico, con un qualsiasi circuito elettrico, ho bisogno di vedere una luce accendersi quando apro la bocca. Come quella del frigorifero. Quando sogno queste cose, vado al frigorifero e mangio. Butto giù cibo a manetta. Delle volte non faccio nemmeno in tempo a toglierlo dalle confezioni. Poi vado a vomitare. Il tempo che intercorre tra il mangiare e il vomitare è così breve che il cibo lo vomito intero. Le fette di salame sono ancora rotonde, le philadelfia piccole sono ancora dei parallelepipedi di formaggio. Delle volte rimetto tutto nel frigorifero. In ufficio, Giordano mi ha confessato che verrebbe a letto con me. Dice che dovrei solo mettere qualche chilo e sarei carina. Dice che gli ricordo Nicole Kidman. Ma io non gli credo, non siamo lo stesso fenotipo. Con Nicole Kidman ci uscirei e forse da lei mi farei toccare ma da Giordano no. L’idea del membro mi terrorizza. Per i miei trentacinque anni ho intenzione di regalarmi l’amputazione dell’alluce, ma non introdurrò mai niente nella mia vagina. Eccetto le dita bianche e morbide di Nicole Kidman. Nella borsetta ho una piccola cassetta degli attrezzi. E’ un mini beautycase dell’Oreal. Quando l’ho comprato dentro ci stava fondotinta, rossetto, smalto e rimmel. Adesso dentro c’è una pinza, un elettrostimolatore, un punteruolo e un tubetto di attack. Quando esco di casa per andare a fare la spesa sotto i vestiti metto l’elettrostimolatore . Lo metto alla frequenza più alta, altrimenti mi addormento mentre aspetto il mio turno per pagare alla cassa. Il mese scorso, stavo in ufficio, ed era pomeriggio. Sono andata in bagno e mi sono infilata una punessa in una gamba. Ho fatto un poco di pressione con il palmo della mano per spingerla più in profondità. Poi sono andata al distributore automatico. Sorridevo. Ho comprato un mars e l’ho buttato giù. L’ho sentito attraversare la trachea e dirigersi verso lo stomaco. Ho sentito la muscolatura della gola flettersi e spingere verso il basso quel pezzo di cioccolata. Maledetti muscoli che vi ha detto di fare questo? Sono andata in bagno e ho vomitato. Quando ho alzato la testa dalla tazza ho visto che Giordano mi stava guardando. Quella notte non ho sognato ibridi uomo-macchina, fusioni con metalli, ma di essere guardata mentre vomitavo. Il giorno seguente comprai un giornale e consultai la pagina degli annunci personali. Con la penna rossa sottolineai quelli che cercavano amiche scopo amicizia, con la penna nera i feticisti dei piedi, delle mani, delle orecchie, con la matita gli annunci omosessuali lui cerca lui o lei cerca lei. Mi piace fare le cose con ordine. Non c’era niente che facesse al mio caso. Il giorno seguente aspettai che nel bagno entrasse Rita e corsi subito a vomitare. Rita pure vomitò a vedermi. Quando Rita andò via dal bagno per la prima volta in vita mia mi masturbai. Tornai alla scrivania sconvolta. Ero così felice che il pomeriggio stesso mi regalai un trapano elettrico, di quelli con la batteria ricaricabile. Era un modello piccolo e leggero che potesse agilmente entrare nel mio beautycase da viaggio. Potevo tranquillamente perforarmi una tibia, il ginocchio, il gomito oppure il cranio.

Fu allora che decisi di pubblicare delle foto su Lattice, un giornale di annunci personali. Si mettevano degli annunci con le fotografie. Comprai una macchina fotografica, un cavalletto regolabile e delle luci direzionali. Scattai delle foto con l’autoscatto mentre vomitavo. Per avere lo scatto buono, mi toccò vomitare anche sei volte di seguito. Poi spedii il materiale alla redazione del giornale ed il mese seguente ero sulla rivista.

Dopo le prime settimane, alcune persone cominciarono a scrivermi e a mandarmi delle loro foto. C’erano uomini che si masturbavano, donne che piangevano. Una signora di Pavia mi ha denunciato. Una ragazza di Lecce mi ha mandato una fotografia mentre si faceva leccare in mezzo alle cosce dal proprio cane. Io quelle fotografie le buttavo subito. La maggior parte delle fotografie che mi arrivavano ritraevano donne nude, gente schizzata, allucinata, depravata. Come me. Ogni mese rinnovavo l’annuncio sulla rivista e inviavo una nuova fotografia di me che vomitavo. Ad ogni nuova fotografia, le lettere erano sempre più numerose. Certi mi avevano dedicato persino delle poesie. Una parlava di ragni. Poi un sabato mattina qualcuno suonò alla mia porta. Non ricevevo mai visite, nessuno sapeva dove abitassi. Fuori dalla porta ci stava una ragazza piccola, magra, con gli occhiali scuri e il rossetto viola. Disse che voleva parlarmi, che aveva visto le mie foto sulla rivista e che aveva viaggiato molto per incontrarmi. La lasciai entrare. Mi disse che si occupava di fotografa e che stava allestendo una mostra di cose sperimentali, mi accennò al fatto che non fossi l’unica persona a farsi foto del genere. In Francia ci stava uno che si fotografa mentre defecava, poi c’era un altro che faceva fotografie ai cani schiacciati sull’autostrada, o un altro che pubblicava solo fotografie di cadaveri. Parlò molto di arte moderna, e gesticolava disegnando nell’aria le figure di cui parlava. Mi mostrò le sue foto. Erano foto che la ritraevano nuda, con la pelle bianca mentre si toccava, mentre fumava a cosce aperte sul divano oppure mentre cucinava. Nella borsa aveva pasticche e scatolette di medicinali, due pacchetti di sigarette e diversi accendini. Ad ogni sigaretta usava un accendino diverso. Poi mi tappò la bocca con un fazzoletto imbevuto di qualcosa e svenni.

 

il primo ragno ti accarezza

il secondo ragno tesse la tela

il terzo ragno ti imprigiona

il quarto ragno danza davanti

il quinto ragno mette la sabbia nella clessidra

 

Mi sveglia nella penombra della mia stanza da letto. Davanti a me, pendeva dal gancio del lampadario, il corpo impiccato della ragazza. Era nuda e la pelle era tutta blu. La lingua emergeva dalle labbra ancora con il rossetto viola. Si muoveva lentamente, una danza macabra, oscillando e toccando punti che non esistevano. Io ero legata con il nastro adesivo alla spalliera del letto e una striscia di nastro adesivo mi serrava la bocca. Sono rimasta in quella posizione per quattro giorni. Al secondo giorno ho cominciato a sentire la puzza di putrefazione proveniente dal corpo. Vedevo il corpo appeso diventare sempre più magro e le mie gambe e le mie braccia diventare magre uguale. Quella psicopatica mi stava solo anticipando l’immagine che tra non molto avrei avuto di me. Poi il quarto giorno il nastro isolante cominciò a perdere presa e i miei polsi erano sempre più sottili. Riuscii ad estrarre il polso sinistro dal nodo e per la seconda volta recisi il cordone ombelicale.

 

 

 

Crash

Non era un vero e proprio dolore. Piuttosto una fitta, un pulsare di sangue iniettato nelle fibre. Da quella posizione si percepiva bene il freddo dell'asfalto. Anche la ruvidezza, certo anche quella. La striscia bianca che taglia la corsia, non gli era mi stata così vicina agli occhi. Per effetto della vicinanza, la prima parte sembrava bombata, vista come attraverso un obiettivo fish-eye da 28 mm. Poi la gente che correva, il sapore salato del sangue nella bocca, e le vibrazioni sorde dei passi che si trasmettevano da molecola a molecola con un passaparola invisibile fino a fargli vibrare le ossa. Il vetro in frammenti ricordava l'impatto imprimendo nelle schegge energia potenziale. Poi quella sensazione di galleggiamento dolce, rallentamento delle funzioni cerebrali, percezione compromessa e il coma di primo livello. Benvenuto nel mondo vegetale. Lo metteranno in un vaso e gli daranno acqua e luce del sole. Qualche medico dirà che se gli cantano le canzoni di quando era bambino potrebbe svegliarsi. Qualcun altro gli farà dei massaggi per le piaghe da decubito. I parenti lo andranno a trovare nella sua stanza al quarto piano di un ospedale, confondendolo con il tronchetto della felicità che sta nell'angolo sotto la finestra. Gli taglieranno i capelli e gli succhieranno a forza gli umori che produrrà direttamente dalle viscere. I parenti più religiosi pregheranno per lui, specie la madre. L'andranno a trovare le ex fidanzate, gli ex compagni di scuola, gli ex colleghi di lavoro e gli metteranno vicino le fotografie della sua ex vita incastrate in cornici di plexyglass prodotte in Pakistan. I parenti chiederanno ai dottori quanto tempo si può passare in quelle condizioni. I medici risponderanno anche tutta la vita. La vita dei parenti ovviamente. Poi però mi sono svegliato, perché è di me che stiamo parlando. Il primo che mi ha visto muovere gli occhi e le mani è stato uno delle pulizie. La mia rinascita annunciata da uno che per lavoro lava i cessi.

 

Roberta guadagnava settecento euro al mese. Lavorava come ricercatrice all'università impiegata ad un progetto per tenere sotto controllo il numero di foche nella parte meridionale dell'Islanda. Tracciava via satellite il percorso fatto da quattordici individui adulti ai quali avevano installato una trasmittente a livello cutaneo. Durante l'istallazione le foche venivano anestetizzate localmente. In seguito gli individui venivano schedati e immatricolati. A tutte le foche veniva dato un nome. Quando una foca ha un nome, smette di essere una foca e diventa un essere umano. La foca che seguiva Roberta si chiamava Ombretta. La foca Ombretta era una foca vivace. Pesava quarantatre chili ed aveva una macchia marrone sul dorso. Malgrado la sua specie si stesse estinguendo, Ombretta aveva lunghe prospettive di vita. Passava tutto il giorno a non fare un cazzo sugli scogli. Stava un poco sdraiata sulla pancia e un poco sulla schiena, un poco nuotava e un poco prendeva il sole, un poco dormiva e un poco no. Roberta invece lavorava duro su Ombretta. Annotava i seguenti parametri su un modulo: pressione, temperatura, densità del grasso su peso. Lo faceva per otto volte al giorno. A volte se ne dimenticava e allora si limitava a copiare i valori precedenti, tanto quelli non cambiavano mai. Roberta era la mia fidanzata anche se non facevamo più l'amore da un anno. Quando andai in coma mia madre la chiamò al telefono, quando mi risvegliai dal coma le telefonò invece mia sorella che da due giorni aveva attivato una tariffa autoricaricabile al telefonino con la tim..

 

Luciano stava steso sull'asfalto con la faccia verso il basso. L'impatto con la Ford Focus era stato deflagrante. In pochi lucidi istanti la lamiera della Clio sulla quale Luciano viaggiava, si era accartocciata. Dove ci stavano bombature della carrozzeria adesso c'era metallo spigoloso, lamiera viva e parti taglienti. Adesso c'è da chiarire la questione della film con tutta la vita di Luciano prima che andasse in coma. In effetti così accadde. Dalla sala regia schiacciarono il play sul videoregistratore e la videocassetta con venti minuti di filmato montato con audio partì. Filmato rudimentale e confuso. Più un album fotografico piuttosto che un filmato, ecco. L'immagine che più nitidamente apparve fu quella di Roberta con il cappello azzurro. Poi il nastro dovette incastrarsi tra le bobine perché il video si bloccò su quel fotogramma. Si trattava comunque di un fotogramma multisensoriale, una tecnologia capace di farti rivivere le stesse sensazioni e sentire gli odori e la concentrazione di umidità dell'aria di quel momento. Dopotutto la regia sapeva il fatto suo. Mentre Luciano stava steso sull'asfalto a vedersi il suo filmino, le persone che si trovavano da quelle parti si avvicinarono per guardare quello steso che sembrava morto. E chiamarono l'autoambulanza.

 

Quando stai per fare l'amore con la tua ragazza sai già quello che sta per succedere. Sequenza esatta e durata di ogni singola posizione, riesci anche a quantificare la durata precisa dell'intera prestazione. Lei dopo ti dirà che è stato bello ma in realtà faceva schifo. Prima le tocco i capelli, poi le sfioro il viso e lei allora capisce. Lei fa finta di eccitarsi perché mi vuole bene, poi si lascia spogliare e apre le gambe verso di me. Io fingo di essere macho e faccio lo sguardo arrabbiato e virile. Spingo forte e colpisco il bersaglio con impeto. Gioco di schiena e con gli addominali e anche le gambe non stanno a guardare. Roberta geme perché mi vuole bene e nel frattempo pensa alla foca Ombretta sullo scoglio. Di nascosto di Roberta compro grasso di foca da una ditta eschimese che lo vende su internet, sperando che prima o poi riesco a pulirmi le scarpe con la nostra Ombretta. Non è vero. Non l'ho mai fatto, però trovo più simpatiche le scene che fanno vedere in televisione degli eschimesi che ammazzano le foche sui ghiacciai, oppure i documentari dove le orche stanno a riva ad aspettare un passo falso delle foche. Io e la foca Ombretta ci contendiamo l'amore di Roberta e questo è un fatto. Intanto io mi guadagno la mia eiaculazione, che tanto per dire, non tarda a presentarsi. Eiaculatore precoce vs la foca Ombretta.

 

Luciano stava steso sull'asfalto. A guardarlo dall'alto sembrava che si stesse riposando. Quando la Clio si è scontrata contro la Focus, Luciano ha sfondato il parabrezza ed è volato fuori dall'abitacolo. Dietro si è portato una scia di cristallo. Perché Roberta non voleva più fare l'amore con lui? Perché non voleva che andassero a vivere insieme? L'unico segno dell'esistenza di Luciano tra le mura della casa di Roberta era lo spazzolino nel bicchiere del bagno. Che poi lo spazzolino era uscito in omaggio con la confezione doppia di dentifricio. Era uno spazzolino con le setole dure e ogni volta che Luciano si lavava i denti da Roberta le gengive sanguinavano e con il tempo in bocca si erano formate delle stigmate. E adesso che stava steso sull’asfalto in coma, con il sangue nella bocca, si ricordava proprio di quando si lavava i denti a casa di Roberta.

 

Roberta stava con le gambe incrociate dietro al computer che riceveva i dati dal satellite. Ombretta stava insieme agli altri esemplari ed i valori erano giusti considerando le dure condizioni climatiche. Sul monitor i dati erano colorati di verde, che indicava stabilità, cioè che i valori erano nel range di normalità. Il verde tranquillizzava Roberta in un certo senso. Bastava anche non leggere i valori precisi, ma vedere che tutto fosse verde sul monitor.

 

All’incrocio di via Giordano, il primo semaforo era verde. Luciano ascoltava della bossanova e guardava fuori dai finestrini tanto per fare qualcosa. Cercava di posizionare il proprio battito cardiaco sul battuta in levare della chitarra. Guidare è un processo automatico. Scansi macchine e pedoni per istinto mentre canti “corcovado”. Un solo errore e quella signora che adesso ti sta attraversando davanti diventerebbe parte integrante dell’asfalto. Però in genere non succede mai.

 

Sul monitor qualcosa cambiò. Alcuni valori non erano più verdi ma gialli. Quando il numero diventava giallo significava che era uscito fuori dal range della normalità, ma che tuttavia non esistevano ancora i motivi per dichiarare l’allarme. Da giallo il valore poteva tornare verde oppure diventare rosso. La quantità di grasso sul corpo di Ombretta stava diminuendo. Roberta appuntò sul modulo il valore e si avvicinò con la sedia al monitor, e accese una sigaretta bianca e sottile, di quelle light. Precisamente una Capri.

 

La signora che stava davanti alla mia macchina camminava lentamente. Si trascinava dietro un carrello con la spesa dentro. Poteva avere cinquant’anni o più e aveva la pelle abbronzata. Il semaforo che avevo di fronte diventò giallo e accarezzai la frizione per poi rallentare la macchina. Non riuscivo a pensare ad altro che alla questione Roberta. Era davvero finita? Quante volte avevo pensato di lasciarla grazie a tutta la sicurezza che mi aveva dato. E adesso che lei solo cigolava, le mie fondamenta si crepavano e io mi afflosciavo come un palazzo di carta sotto la pioggia. Il semaforo divenne rosso.

 

Il valore che indicava la concentrazione di grasso di Ombretta divenne rosso. Una foca non sopravvive molto a venti gradi sotto lo zero, con uno strato di grassi mediamente inferiore ai due centimetri. Roberta chiamò al direttore del dipartimento dicendogli che qualcosa non andava per il verso giusto.

 

Il semaforo all’incrocio di via Giordano indugiò un poco sul rosso e poi divenne verde. Luciano accompagnò la prima con un tocco leggero della frizione e si avviò. Il pavè dissestato faceva ballare tutto nella Clio, specie la penna che stava nel cassettino e le monetine nel portaoggetti. Luciano era tormentato dall’idea che Roberta avesse un altro uomo. Magari non una relazione vera e propria, ma degli incontri clandestini in camere d’albergo. Roba da perderci il sonno. Da tempo progettava di seguirla.

 

Il display del telefonino di Roberta si illuminò e comparve l’icona del messaggio. “Passo a prenderti al dipartimento alle sette. Marco”.

 

Dall’altra parte di via Giordano, i colori non erano tutti uguali. Che senso ha rispettare i semafori se poi uno che pensa ai fatti suoi imbocca lo stesso incrocio squarciandoti la macchina e facendoti sfondare il parabrezza?

 

Ombretta stava bene. Era rimasta solo per qualche minuto in più stesa al sole sul suo scoglio. I valori ritornarono nella norma.

 

Restai steso a terra. A prima vista sembrava che stessi steso a prendere il sole. Solo i cristalli del parabrezza e la faccia piena di sangue suggerivano qualcosa di diverso. Da qual momento sono andato in coma.

 

Roberta stava fuori al cancello di ferro del dipartimento di scienze biologiche. Aspettava Marco. Prima o poi avrebbe dovuto parlarne con Luciano, anche se lui qualcosa cominciava a sospettare. Poi le telefonò Monica, la mamma di Luciano. Le disse che Luciano aveva avuto un incidente all’incrocio di via Giordano e che un autoambulanza l’aveva prelevato quasi morto da terra. Roberta chiamò Marco e gli disse che dovevano rimandare tutto.

 

Sono Lorenzo e lavoro dal 1997 in una ditta di pulizie. Il martedì sono di turno al policlinico nuovo. Io mi occupo solo di lavare il pavimento con un detersivo particolare, antibatterico. A tutto il resto ci pensano le infermiere. Noi ad esempio non siamo autorizzati a toccare i macchinari, le boccette, i fili e i letti. Ho fatto un corso e mi hanno dato l’abilitazione a lavorare nelle strutture ospedaliere. In effetti si tratta sempre di lavare il pavimento alla stessa maniera, solo che per questioni burocratiche ci hanno fatto fare un corso. Ci hanno spiegato che non dobbiamo mai mischiare gli acidi e a quale distanza dobbiamo tenere il naso dalla candeggina. Io faccio parte di un gruppo di assunti con la legge 758, una normativa che riguarda l’assunzione obbligatoria di disabili, da parte di aziende che lavorano con appalti pubblici. Se mi vedete zoppicare, oppure se avete notato il mio passo incerto, ed anche movimenti un po’ a scatto, è perché la mia anca è in fibra di carbonio. A seguito di un incidente con la motocicletta la mia vera anca si è distrutta. Prima di poterla sostituire con questa protesi sono stato tre mesi immobilizzato sul letto ed i medici hanno faticato per riuscire ad estrarre tutte le schegge di ossa che se ne stavano conficcate nella carne. Adesso cammino male e non posso avere più erezioni. Un nervo della spina dorsale è stato tranciato e una parte di me non reagisce più agli stimoli nervosi. Anche se non ho mai capito esattamente che cosa c’entri la spina dorsale con l’erezione. Comunque non mi lamento, a quest’ora dovevo essere già morto. La settimana scorsa mi è successa una cosa. Io stavo pulendo i vetri di una camera del quarto piano all’ospedale nel reparto di terapia intensiva. Stavo nella stanza di uno in coma da due mesi. Non era la prima volta che andavo in quella stanza ed oramai avevo imparato certe cose sulla vita di quel ragazzo grazie alle fotografie che stavano sui comodini. Lui stava sempre abbracciato ad una ragazza con i capelli corti e la stessa ragazza l’avevo vista venirgli a fare visita. Aveva gli stessi capelli corti delle fotografie e gli portava dei fiori anche se lui non poteva vederli. Io pulivo i vetri con uno speciale disinfettante a prova di germi e mi muovevo lentamente lungo la vetrata a causa dell’anca. Girarmi con il busto era la cosa più difficile. Riuscivo a fare bene tutti i movimenti che non richiedessero nessuna torsione del busto. Il ragazzo era pieno di fili e diodi che terminavano in una macchina piena di lampadine e spie alle sue spalle. All’improvviso ho sentito dei bip e visto la macchina lampeggiare. Ho premuto allora il pulsante che sta dietro al letto, quello di emergenza per chiamare l’infermiera di turno. Subito ne è corsa una e dopo un paio di secondi è andata a chiamare un medico. Quando il medico è venuto mi hanno fatto uscire, ma io sono rimasto a guardare attraverso i vetri della finestra che dava sul corridoio. Il ragazzo che stava in coma si è svegliato. Ha mosso un poco il braccio e le labbra anche se non ho sentito che cosa diceva. Poi altri medici e altre infermiere sono entrati nella stanza. Da allora vado in chiesa e faccio assistenza ai malati terminali di cancro. Se avessi assistito prima a quella scena non avrei mai provato ad ammazzarmi con la motocicletta.

 

 

 

Abbronzante

Prima di uccidermi mi sono messa l'abbronzante. Dodici euro. Carotene, vitamina B, E, protezione livello 12. Nella confezione c'era come omaggio o il telo da mare oppure il pareo. Io ho scelto il pareo. Adesso sono avvolta nel pareo azzurro con le strisce gialle. Tra poco galleggerò. Da bambina non riuscivo a fare il morto in acqua perché mi entrava l'acqua nel naso. Ma il problema non era l'acqua ma il sale che mi bruciava nelle narici.

Ritorniamo a quando stavo nella stanza. La luce blu del monitor, la luce gialla tunghesteno della lampadina. Portalampada etnico. Ci sono troppe cose etniche in questa stanza. Ci manca solo un Indios con un teschio di coccodrillo in testa e trenta centimetri di cazzo dondolante in mezzo alle cosce. Sono diventata bravissima a tagliare e incollare le parti del corpo. Sposto un braccio. Sposto una gamba. Questa non va bene, il colore della pelle è troppo chiaro, io ho la pelle più scura di questa svedese. Il collo è troppo lungo. Schiarisco la pelle. Ecco adesso potrebbe essere la mia questa pelle. Adesso lavoro sulla mia faccia. Ho sempre avuto gli occhi troppo vicini. Il mio naso mi sembra quello di un cane. La bocca sembra quella di un coniglio. Taglio la testa dalla mia fotografia e la incollo sul corpo di questa svedese che se lo fa mettere nel culo da questo biondino.

Durante l'inverno accumulo grasso attorno alle gambe. La mia biologia non sa niente della televisione, delle veline, della moda, di Armani. I miei geni sono quelli primordiali. Si occupano di ricoprirmi di peli e di grasso per proteggermi dal freddo. Mangio settanta grammi di riso scondito al giorno. Forse dovrei trasferirmi in Cina.

Non ho un piano preciso adesso. L'acqua mi arriva alle ginocchia ed è fredda. In un certo senso è meglio perché dovrebbe fermare prima il cuore. A vedermi da dietro non sembra che sto andando ad annegarmi. Sono avvolta nel pareo azzurro e sulla pelle ho l'abbronzante. Voglio che quando troveranno il mio corpo galleggiare, non lo trovino bruciato dal sole. Voglio che mi ritrovino con questo pareo che stacca bene sul giallo di questo costume. Voglio essere un cadavere elegante.

Adesso andiamo a quando stavo rincasando dalla festa di Marcella. La macchina si fermò ad un paio di chilometri da casa mia. La cinghia si era spezzata e il motore girava a vuoto. Il meccanico l'aveva detto che non ci avrei fatto molti altri chilometri con quella cinghia. Bastava sentire come fischiava. Ma io non volli dargli retta, pensavo che volesse imbrogliarmi. Ho sempre avuto scarsa fiducia nell'umanità. M'incamminai rasentando il marciapiedi, sfiorando con il corpo gli angoli dei palazzi, i lampioni, i cassonetti dell'immondizia. Toccavo con i piedi le ombre che si disegnavano. I fari delle macchine andavano veloce, non facevo in tempo a vedere quelli bianchi davanti che subito quelli rossi posteriori si materializzavano. Dalle vetrine dei negozi di abbigliamento i manichini mi guardavano. Con i loro occhi di plastica. Con il loro cuore di pvc. Con il loro fegato made in Taiwan. Manichini asessuati costretti ad indossare per sempre l'ultima camicetta di Roberto Cavalli o le borsette di Prada. Poi si avvicinò una macchina. Il finestrino si abbassò e uno mi chiese quanto prendessi. Impossibile calcolare quanti microsecondi, quanti istanti luce impiegai. Un paio di immagini mi vennero in mente. Quando Lupo, il mio cane venne investito e travolto da una macchina e quando trovai l'appartamento svuotato dai ladri. Uno si era fatto una sega lasciando un graffito cristallizzato di sperma sullo specchio. Quello stesso dolore nella pancia, quella stessa voglia di sigaretta si propose. Per questo accettai.

In genere collassano prima i polmoni. A causa del sale dico. I cristalli di sale otturano gli alveoli polmonari non permettendo più all'aria di entrare. Poi l'acqua invade tutto. Si fa strada velocemente nel corpo e ti riempie. Se la corrente non mi spingesse a riva, una volta a largo, sarei colonizzata da qualche animaletto marino. Qualche conchiglia o dei coralli svilupperebbero una colonia attorno al mio costato, ma dall'interno. Lo farebbero per proteggersi dalla luce del sole e per molte altre ragioni che loro stessi ignorano. Si dice che la morte per annegamento sia particolarmente angosciante. Il problema principale sta nel non lottare per salvarsi. In teoria potrei annegarmi anche a dieci metri dalla riva. Adesso, che l'acqua mi arriva poco sopra le ginocchia, mi stenderei sulla sabbia e aprirei la bocca. Cercherei di resistere sott'acqua per un minuto e poi niente. Non ci vorrà molto. Sono alta un metro e sessantasette. La mia circonferenza toracica è di settantadue centimetri. La mia capacità polmonare è di sette litri. Adesso mi stendo. Chino la testa all'indietro e apro la bocca. Ho solo paura che qualcuno mi veda. Che loro mi vedano.

Torniamo a quando avevo undici anni e caddi dal muretto. Caddi a terra con il petto e sentii un rumore cupo. Buuh. E poi nient'altro. Quando riaprii gli occhi era buio. Sono rimasta stesa a terra per delle ore alla mercee dei cani che potevano odorarmi tranquillamente senza che io scappassi e dei gatti, che potevano graffiarmi le gambe. Per non parlare di scarafaggi, ragni, vermi e millepiedi. E' da allora che ho questa strana idea di ammazzarmi. Una volta volevo lanciarmi sotto la metropolitana a piazza Dante. Un'altra volta volevo lanciarmi da un grattacielo del centro direzionale.

Torniamo a quando trovarono un tumore a mio fratello. Era la sera di Natale e stavamo seduti tutti attorno alla tavola. Mentre mangiavamo mio fratello disse che gli avevano trovato un tumore. Lo disse durante la cena. Ancora dovevamo aprire i regali. Forse se lo meritava. Non si può dire che hai il cancro durante la cena di natale. Mio padre si mise a piangere e mia madre scappò nella stanza da letto. Io gli dissi che gli avevo regalato un cappellino di lana e che gli sarebbe stato utile dopo la chemioterapia.

Torniamo a quando lavoravo al ristorante. La proprietaria, Elena, era amica di mia madre e accettò di assumermi. Come tutti, mi considerava mezza scema e mia madre dovette essere davvero persuasiva con lei. Stava alla cassa. Sotto al trespolo sul quale sedeva ci stava una bottiglia verde con l'etichetta dell'acqua minerale. Dentro, nella sua immacolata trasparenza, ci stava del cognac. Dalle undici in poi, tutte le sere Elena, da proprietaria del ristorante si trasformava in maitresse, zoccola e sorella dei peggiori clienti che venivano a mangiare. Raccontami tutto diceva, e cominciava a passarsi la mano in mezzo alle cosce. Conosceva praticamente tutti quelli che venivano a mangiare al ristorante e tutti quelli che venivano a mangiare la conoscevano. Una volta si fece infilare una bottiglina di orangina nel culo. Il lavoro era duro e io tornavo a casa con le gambe disarticolate, capaci di torsioni incredibile senza provare il minimo dolore. La sala era collegata alla cucina tramite una scala a chiocciola. Settanta scalini che giravano su se stessi in un movimento sinuisodale, ipnotico, psichedelico. Due spaghetti al ventiquattro. Centoquaranta scalini per dimenticarti di Elena con la puzza di cognac dalle viscere. Quattro zuppe di pesce al trentadue. Centoquaranta scalini per ricordarti che quando andavo alle scuole medie la mia insegnante disse a mia madre che ci voleva l'insegnate di sostegno per me. Fortunatamente che a Napoli non ci stanno neanche i soldi per le insegnanti regolari. Se fossi vissuta a Como oppure a Brescia sarei stata una handicappata dichiarata. Un'orata al quattro. Centoquaranta scalini e il ginocchio destro che mi lascia per le scale. Mi molla come quando crolla una casa e io mi ripiego su me stessa, con l'orata sulle scale e sulla mia divisa e con la faccia di Elena - bottiglia di orangina nel culo - che mi urla che sono una scema e i clienti che dicono che può succedere e Elena - cognac nella bottiglia verde dell'acqua minerale - che urla che lavoro in quel posto solo perché sono figlia della sua amica e che lei ha avuto pietà di me e che adesso me ne devo andare. Io mi tolgo l'orata da dosso e me ne vado.

Sotto la pelle dei piedi sento i cocci delle conchiglie frantumate. La sabbia sul fondale forma delle piccole dune, dovute al movimento perpetuo della marea. Uccidersi è imbarazzante, specie in queste circostanze. Un luogo isolato sarebbe meglio indicato. Mi volto continuamente per scorgere le loro sagome sull’asciugamano e se da questa distanza distinguo le loro facce, significa che sono ancora troppo vicina alla riva. Annegare non è una questione di distanza dalla riva, ma di profondità delle acque. Tuttavia devo proseguire. 

Ritorniamo a quando Lupo è stato investito. Quella sera avevo le scarpe di Dolce e Gabbana pagate centosettanta euro. Le avevo comprate apposta il giorno prima. Essere un cadavere elegante è una questione sulla quale non voglio ritrattare. In genere ti mandano l’ambulanza anche se sei già inopinabilmente morta. Anche se la testa si stacca dal collo, anche se il cuore ti scappa via dal torace, qualcuno ti manda l’ambulanza. E’ una questione di procedura credo, io anche forse mi comporterei così. Ti stendono sulla lettiga e ti mettono un lenzuolino bianco, sottile e crespo al tatto che sembra di carta e l’unica cosa che sbuca fuori sono le scarpe. Poi all’obitorio ti spogliano e ti infilano in una piccola cella di un frigorifero a muro. Ti congelano come un bastoncino di pesce. La faccia poi diventa blu. Poi loro vengono a riconoscere il corpo che una volta era tuo, cioè mio. Avevo le scarpe di Dolce e Gabbana, un tacco che mi slanciava la caviglia e fino all’ultimo istante ero indecisa su quale maglietta mettere. In realtà mi solleticava l’idea di mettermi il vestito rosso con gli strass. Immagina che faccia quelli dell’ambulanza quando sarebbero venuti a prendermi. Lupo è un pastore tedesco di ventidue chili. E’ sordo dalla nascita, quindi se lo chiami non viene, ma ha la vista così sensibile che registra ogni piccolo e impercettibile movimento che avviene nel suo campo visivo. Io camminavo dietro il gard rail della tangenziale, con le scarpe di Dolce e Gabbana e Lupo al guinzaglio. Quando provi ad ucciderti sulla tangenziale, c’è un problema. Devi scegliere l’auto sotto la quale lanciarti. La vedi avvicinarsi e ne distingui il colore ed il modello. Se hai la vista acuta, riesci persino a vedere il contorno della faccia del guidatore. Scavalco il gard rail e cammino nella corsia di emergenza. E’ buio ed i fari della macchine disegnano coni di luce sull’asfalto. Quasi tutte le macchine suonano il clacson forte quando si accorgono di me. Molti mi indicano e fanno gesti con le mani come per dirmi che è pericoloso quello che sto facendo. Pensano che potrei farmi male. Lupo mi segue ad un metro. Ho lasciato il guinzaglio ma lui continua a seguirmi sempre alla stessa distanza. Gli urlo qualcosa ma lui non mi sente, ha il dono della sordità. Alzo le mani nell’intento di allontanarlo, nell’intento di essere aggressiva ai suoi occhi neri. Lui resta interdetto, ma non capisce. Gli mollo un calcio. Lui guaisce e si allontana un poco. I tacchi nuovi cominciano a farmi male, inoltre una fibbia di ferro comincia a produrre un livido all’attaccatura della caviglia. Decido che andare avanti è inutile. Non voglio scegliere la macchina, che il destino scelga per me. Di spalle, mi metto in mezzo alla corsia e tengo le mani aperte a croce. Le macchine lampeggiano, suonano e mi sfiorano. Sento il vento intrufolarsi sotto i vestiti e sfiorarmi la pelle. Quanto altro tempo ci vuole, mi chiedo. Poi sento una botta. Mi volto. Tre, quattro macchine divenute di cartapesta si avvinghiano in un’orgia di metalli sulla corsia. Ai miei piedi Lupo, sventrato e fumante. Nell’aria pulsa odore di carne arrostita.

L’acqua mi arriva al seno. Mi giro e loro mi salutano. Mio marito e mia figlia mi salutano dalla riva. Sono stesi sull’asciugamano. Hanno detto che mi aspettavano per mangiare. Mia figlia mi saluta con tutte e due le braccia per il timore che non riuscissi a scorgerla. Adesso non voglio più farlo, ho solo voglia di una capsula di litio e distendermi. Ho i nervi in frantumi. Quando il medico mi ha detto che andare al mare mi avrebbe fatto bene, sicuramente non intendeva questo.

 

 

 

 

Mary per sempre

Faccio il pedicurista perché mia madre faceva la pedicurista. L’ho imparato guardando, seguendo mia madre dalle sue clienti. Eseguo alla perfezione cerette, manicure, pedicure e mi tengo aggiornato sui prodotti cosmetici e sulle tendenze della moda. Quest’inverno ad esempio, c’è stata la moda di disegnare sulle unghie dei fiorellini o delle stelle. Lo scorso anno invece le unghie dei piedi si tagliavano quadrate, senza riportare la curvatura naturale. Mia madre non avrebbe voluto questo per me. Diceva che avrei dovuto fare il dentista oppure il perito meccanico. Me lo diceva mentre fumava dalle sue clienti. Me lo diceva mentre tossiva e a me toccava capire le parole tra tutta quella tosse. Poi le sigarette se la sono portata via. Non ho fatto altro che riprendere la sua borsa con tutti i ferri, come li chiamava lei. Ho chiamato le clienti al telefono e quasi tutte hanno detto che erano dispiaciute quello che era successo, molte mi hanno chiesto cosa potevano fare per me. Ho detto loro che avrei tenuto il giro regolare di mia madre. Molte restarono interdette alla mia affermazione. Dissi a tutte che anche adesso, che mia madre era stesa al fresco un metro sotto terra, i loro peli sarebbero continuati a crescere, che le loro unghie avrebbero presto perso la forma desiderata. Insinuai in loro il dubbio che il corpo si sarebbe ribellato alle leggi dell’estetica, alla religione della bellezza. Alcune di loro dissero che sarei potuto andare, altre invece preferirono di no. Quelle che mi dissero di andare poi mi fecero fare delle cose che non avevo mai visto fare a mia madre. La vita senza mia madre era abbastanza triste. Lei si occupava di tutto, faceva la spesa, preparava da mangiare a lavava i vestiti, che adesso si accumulavano in piramidi di cotone e leacryl sul pavimento del bagno. Mi accompagnava a scuola la mattina nella sua opel kadett station wagon che adesso resta ferma nel garage perché io non posso ancora guidarla. Dietro si portava sempre una borsa di tela marrone con la chiusura lampo che s’inceppava sempre a metà, e l’agendina con gli appuntamenti che tanto non dimenticava mai. Le sigarette le avevano intasato i polmoni e ogni tanto, mentre guidava, abbassava il finestrino e sputava. Piazzava sull’asfalto degli sputi verdastri che brillavano quasi sul nero della strada. Certi giorni sputava così tante volte che se volevo trovarla bastava che seguissi tutti gli sputi verdi disseminati per la strada. Comunque mia mamma diceva che non stava mica bene sputare, solo che lei non riusciva a trattenersi e che se non sputava quei muchi avrebbero finito con il soffocarla. All’inizio provavo ribrezzo quando lo faceva. Facevo una smorfia strana con il naso e mi infossavo il più possibile nel mio sedile. Poi cominciai ad abituarmi alla situazione e alla fine ci scherzavamo pure. Dopo che mia mamma sputava io le chiedevo come le sembrava il prodotto e lei rispondeva:

“Ho fatto di meglio”, oppure “non ho più lo smalto di un tempo, comincio ad invecchiare”.

E con questa cosa avevamo archiviato anche la faccenda degli sputi.

La prima cliente che andai a trovare fu la signora Sofia. Non appena mi vide scoppiò in lacrime e mi tenne stretto forte tra le sue braccia chiatte, mi fece entrare e mi disse che era dispiaciuta per quello che era successo a mia madre, e da allora non aveva fatto altro che pensare a me e a come me la sarei cavata adesso che ero rimasto da solo. Mi offrì dei biscotti e poi mi piazzò in grembo i suoi piedi chiatti. Io imitai quello che mia madre faceva. Glieli tenni prima alcuni minuti in una bacinella di acqua calda cosicché si ammollassero un pochino e poi cominciai a lavorare con la pietra pomice. Prima gliela strofinai dietro al tallone, dove uno strato spesso di pelle si era indurito fino all’inverosimile e sembrava plastica al tatto. Alla fine, tutta quella pelle morta era andata via ed il rosa della carne lentamente cominciò a riaffiorare in superficie. Tagliai le unghie con la forbicina convessa, movendomi lentamente lungo il bordo dell’unghia cercando il ritmo necessario per ottenere una forma completamente rotondeggiante. Stesi poi uno strato sottile di smalto rosso dall’odore penetrante di vernice che mi bruciava forte nella narici. Lasciai infine che tutto si asciugasse ed andai via. La signora Sofia mi disse di ripassare dopo due settimane, proprio come faceva mia madre. Sull’agendina c’era scritto che quel pomeriggio mia madre sarebbe passata dalla signora Luzi che abitava in via Garibaldi al numero 18. In quella strada c’erano i palazzi più belli del quartiere, con le piante lungo il vialetto che portava all’ingresso, e il portiere che quando entravi ti chiedeva chi cercavi. Dissi che avevo un appuntamento con la signora Luzi. Stessa scena, stesse lacrime, stessi biscotti, uguali parole di conforto. In quel periodo la piccola fiammiferaia mi faceva una pippa in quanto a compassione. Dopo alcuni minuti di conversazione inutile mi ritrovai con i piedi della signora Luzi sulle gambe. Quei piedi erano più morbidi di quelli della signora Sofia e la pietra pomice non serviva a nulla in quel caso anche se la usai comunque, per una questione di deontologia. La signora Luzi mise a sciogliere nella bacinella dell’acqua calda dei sali minerali che diedero un gusto di latte di mandorla ai suoi piedi. Mentre le toccavo i piedi la signora Luzi, al contrario della signora Sofia, spesso chiudeva gli occhi e buttava la testa dietro. Muoveva la testa con movimenti fluidi del collo e spesso con le mani si massaggiava da sola il collo. La signora Luzi era vestita con una vestaglia da casa a fiori con dei bottoni bianchi che arrivavano fino alle ginocchia e ogni tanto si muoveva sulla sedia lasciando scoprire di volta in volta porzioni di pelle sempre più consistenti. Dalla mia posizione per esempio si vedeva la sua biancheria intima e nei pantaloni mi scoppiò un’erezione di quelle che mi venivano quando in televisione guardavo gli spot dei servizi erotici. Poi però passava mia madre e spegneva la televisione dicendomi che non dovevo guardare quelle cose che poi chissà dove si andava a finire. La signora Luzi dovette vedere il rigonfiamento nei miei pantaloni e ogni tanto spingeva il piede proprio sul mio coso, e io avevo delle vampate di sangue che raggiungevano dritto il cervello. Quando terminai con le unghie la signora Luzi mi disse di andare via. A scuola si era sparsa la voce che facevo il lavoro di mia madre e in molti cominciarono a pigliarmi per il culo. Alcuni dicevano che ero omosessuale e che quello era un lavoro che poteva fare o una donna oppure un omosessuale, appunto. Anche le ragazze della mia classe presero a sfottermi, chiedendomi informazioni sugli ultimi tipi di smalto oppure sulle creme antirughe, sul contorno occhi, rimmel e altro ancora. Cominciarono a chiamarmi Mary per sempre, come quello del film. Nel frattempo, durante i pomeriggi continuavo il giro delle clienti che avevano accettato. Con il passare dei giorni miglioravo le mie tecniche e sapevo quando mi dovevo fermare con la pietra pomice, prima che le clienti sentissero dolore oppure fin dove spingermi nel tagliare le unghie. Imparavo in fretta e anche le clienti, superato l’imbarazzo iniziale, sembravano cominciassero a rilassarsi con le mie mani sui loro piedi. Dai primi appuntamenti, il loro abbigliamento cambiava. Sparivano i pantaloni e apparivano gonne che durante le sedute si alzano sempre più. Alcune signore mi chiedevano se avessi la ragazza, altre invece parlando, dicevano che a essere gay oggi non c’era proprio niente di male. L’importante era vivere bene con se stessi. Certo, bastava però che uno non si portasse a casa i bambini o che non li molestasse nel parco, perché quello era tutto un altro paio di maniche e quella era davvero una cosa schifosa. Una cosa per cui dovrebbero dare la pena di morte. La mia omosessualità presunta era fonte di discussione e argomento principale di conversazioni unilaterali durante il mio lavoro. Ero convinto che alcune clienti si telefonassero tra loro comunicandosi indiscrezioni sul mio conto e raccontandosi nuovi sviluppi sulla mia posizione nel contesto sessuale italiano. Poi venne l’estate e con la richiesta di ceretta le cose si complicarono. Ecco, presero un verso che mai avrei sospettato. Ad esempio un pomeriggio andai a casa della signora Novelli che mi chiese di farle la ceretta alle gambe. Io misi a riscaldare la cera nel pentolino e preparai le strisce da strappo sul tavolo. Ci mettemmo tutti e due a terra, proprio come avevo visto di fare a mia madre e quando la cera si sciolse la spalmai sulle strisce e la signora Novelli si sfilò la gonna. Rimase con una maglietta e sotto aveva soltanto delle mutandine azzurre. Si stese sulla coperta che avevamo steso sul pavimento e mi offrì la gamba sinistra. Quanti segreti hanno le donne, pensai. Ingoiai un groppo di saliva che si era fermato in gola e mi diedi da fare. Con il pennellino spalmavo la cera calda sui peli della signora Novelli e poi ci lasciavo asciugare sopra le strisce di carta. Da quella posizione avevo una visione incredibilmente vicina delle mutandine azzurra della signora Novelli e dei peli ricci cha dai bordi sbucavano. Quando la striscetta di carta aderiva bene alla gamba e la cera un poco si era solidificata io la strappavo. Al primo strappo che diedi, la signora Novelli sussultò tutta ed emise un piccolo strillo acuto. Le chiesi scusa e lei, accarezzandomi i capelli, mi disse di continuare che andava bene così. Presi coraggio e seguitai a strappare le strisce una dopo l’altra e ad ogni strappo seguiva uno strillo e dopo alcuni strappi consecutivi sentivo un lieve affannare, un respiro appena accennato, e le pupille della signora Novelli si dilatavano fino a che il nero riempiva tutta la parte visibile dell’occhio. Poi passai alla gamba destra. La signora Novelli mi chiese di effettuare due strappi contemporaneamente e di non preoccuparmi perché a lei il dolore non dava fastidio. Disse che aveva una certa tolleranza naturale. Seguitai a strappare le strisce così forte che sembrava dovesse venire via la carne oltre che ai peli. Aspettavo prima o poi di trovarci un osso attaccato sotto. Quando terminai con la gamba destra la signora Novelli era esausta, se ne stava con la schiena stesa sul pavimento a fissare il soffitto. Poi mi chiese di lavorare sull’inguine. Tirai fuori dalla borsa dei ferri altre strisce più sottili e controllai quanta cera ci fosse ancora nel pentolino. Quando mi voltai la signora Novelli si era tolte le mutande. L’unico indumento che le rimaneva addosso era la maglietta bianca con i bordi rovinati. Mi fece cenno di avvicinarmi e io sentivo il sangue sbattermi nella vene e vorticare nella pancia così forte fino a farmi perdere l’equilibrio. Prese la mia mano e se la passò in mezzo alle cosce. La sua mano stringeva forte sopra la mia e nella stanza un odore acre si sparse. Strusciava la mia mano sempre più veloce e alla fine s’inarcò convulsamente con la schiena e spalanco la bocca dalla quale sbucavano le otturazioni fatte male da un dentista a buon mercato. Nel suo istante di immobilità un tremito mi colse, e mentre la mia mano se ne stava in mezzo all’umido alle sue cosce, mi bagnai nelle mutande. Il mattino seguente, quando entrai in classe, sulla lavagna ci trovai disegnato un cazzo enorme e sotto ci stava la scritta - Mery per sempre -. Feci finta di ignorarla per alcuni istanti. Poi, prima che l’insegnante entrasse in classe, me ne andai dalla scuola. Attraversai il quartiere velocemente, zigzagando le vecchie con i carrelli della spesa e le giovani con i carrozzini. Scansai cani, macchine, lavori in corso, banchi della frutta, bidoni della spazzatura e tutte le persone e le cose che venivano nella direzione opposta alla mia. Entrai in casa dove tutto, da un mese, era ghiacciato. Dopo il funerale niente era stato mosso e tutte le cose immobili aspettavano il nuovo fluire del tempo. Accesi la televisione e mi stesi sul letto. L’idea di lasciare la scuola a tredici anni non era male e poi un lavoro ce l’avevo.

 


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Alcuni racconti presenti in questa pagina sono stati pubblicati nella raccolta "Seppellitemi con l'accappatoio" Ed. Unwiredmedia.