HOTEL MESSICO - due centesimi -  .

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Due centesimi indice

 

     1. Prima comunione

 2. Gli operai della metropolitana

 3. Panettoni

 4. Interinal sud side story

 5. Appunti dalla terra

 6. Denti storti

 7. Vacanza a Parigi

  8. La splendente snc

 9. Le puttane nella terra di don Carlo

10. Attentato all'Ikea

11. Zanzare

12. Il matrimonio di zia Ada

13. Disneyland

14. Un grande scrittore

15. Il progetto di ripopolamento

16. Ombra

17. Senegal, Senegal

18. Come diventare zoppo in pochi semplici passi

19. Nella bara

20. Naisa

21. Fino a Fuorigrotta

22. Shangay Baby

23. Due bambini

24. Ventiquattro

25. Diramazioni

26. Giuditta

27. Cinque ragni

28. Crash

29. Abbronzante

30. Mary per sempre

 


 

 

 

 

Prima comunione

La casa di Pietro era più piccola della mia e c'era sempre puzza di cipolla. La madre era greca e metteva la cipolla ovunque. Io ci andavo sempre, ma né per Pietro né per le cipolle, ma per vedere le tette di Marica. Marica era la sorella maggiore di Pietro aveva due anni in più di noi e come vi dicevo aveva queste due tette enormi. Quei due capezzoli grossi e duri che sbucavano dal reggiseno e si lasciavano vedere in tutte le loro forme sono stato il mio patrimonio visivo per anni di seghe. Me le facevo ovunque, nel letto, in bagno, qualche volta pure nei bagni di scuola. E pensavo sempre a Marica a io che le toccavo le tette e soprattutto a lei che se le lasciava toccare.
Venne poi il giorno della prima comunione. Proprio la sera prima mi ero confessato ed al parroco avevo raccontato tutto. Gli avevo detto che commettevo atti impuri, ma non gli avevo detto di Marica, pensai che agli occhi di Dio non avrebbe fatto nessuna differenza. E poi il parroco non mi chiese mica a chi pensavo durante le seghe. Uscii dal confessionale più leggero, puro e mi sentivo buono ma giusto il tempo di tornare a casa e di nuovo a darci dentro di brutto con il diavolo nelle mutande e Marica in testa. Il giorno seguente ero vestito di bianco insieme ad altri bambini. Eravamo tutti in fila con dei gigli infiocchettati in segno di candore, con le nostre scarpe nuove e solo io con le borse sotto gli occhi per le seghe. Mia madre diceva che per l'emozione non avevo dormito tutta la notte e adesso non me ne ricordavo. Tra gli altri bambini c'era anche Pietro e in chiesa tra le panchine della prime file c'era Marica. Quel giorno era bellissima.Aveva un jeans ed una camicetta bianca. Aveva quindici anni e io ne avevo tredici. Durante la processione in chiesa le diedi giusto qualche sbirciata ma per lo più ero impegnato a pronunciare le frasi rituali sull'agnello di Dio, la liberazione dei peccati e tutto quello che in due anni di catechismo ti dicono. Io ero felice perché dopo avremmo fatto una piccola festicciola in un giardino che la mia famiglia e quella di Pietro avevano affittato per l'occasione. Era un giardino piccolo con un grosso gazebo al centro ed una parte in muratura dove c'erano le cose da mangiare, sedie e tavolini. Io ricevetti molti regali da parenti che mi abbracciavano e Pietro anche. Solo per alcuni momenti mi sembrava di essere un bambino come lo ero sempre stato poi a un tratto mi capitava di vedere Marica e subito mi stringeva allo stomaco e l'uccello mi si rizzava che a volte mi diventava perfino viola. Io non ne parlavo con nessuno e anche a farmi le seghe non me lo aveva insegnato nessuno. Una volta avevo trovato nei bidoni dell'immondizia un giornaletto pornografico e l'immagine di alcuni uomini che eiaculavano sul viso di alcune donne nell'atto di masturbarsi e  mi fece capire come andavano le cose. In effetti devo molto a quel giornaletto. Avevo adesso bisogno di informazioni su come toccare le tette a Marica, bisognava sapere se esisteva un accordo che avremmo dovuto prendere, se c'erano documenti da firmare, se bastava che io avessi solo la comunione o dovevo aspettare anche la cresima. C'erano insomma un mucchio di faccende da chiarire su questa storia delle tette di Marica. Decisi quindi di chiedere l'aiuto di zio Luciano. La scelta non era per niente casuale. Zio Luciano era sposato con Zia Giulia ed era il fratello di mia madre. In famiglia tutti noi sapevamo che zio Luciano aveva l'amante. Un giorno avevo sentito mamma e zia Giulia che parlavano al telefono, avevo ascoltato zia Giulia piangere per aver visto zio Luciano che stava con un'altra donna e si lasciarono per un po' di tempo.In seguito ritornarono insieme ma per me zio Luciano restava un punto fermo per le storie di donne. Insomma era l'unico che io avessi conosciuto che aveva due donne, doveva saperne quindi almeno il doppio. Seguii zio Luciano per molto tempo durante la festa sempre a sua insaputa. Ero davvero bravo a non farmene accorgere e questo faceva parte del mio allenamento per diventare un ispettore privato nell'eventualità che non fossi diventato un calciatore. Finalmente vidi zio Luciano allontanarsi dagli altri invitati e recarsi verso la macchina parcheggiata sotto un sole micidiale. Era un bellissima alfa trentatre quadrifoglio oro. Aveva un display verde dove misurava il consumo per chilometri, la velocità, la temperatura, l'orario. Un vero gioiello di macchina, non come la Talbot Horizon di mio padre che io mi vergognavo sempre prima di salirci. Lo raggiunsi che lui era già in macchina ed ero proprio là per bussare alla macchina che lo vidi con il volto riverso all'indietro mentre si faceva una siringa nel braccio. Pensai che stava male e non ebbi il coraggio di bussare alla macchina. Ritornai nel giardino e neanche il tempo di cercare mia mamma per portargli aiuto che lo vidi rientrare senza alcun problema sulle sue gambe. Decisi di tacere. Ma era evidente che quel giorno Dio avesse in serbo qualcosa di davvero speciale per la mia prima comunione. Probabilmente Dio si stava ricordando dei magnifici calci di rigore che tiravo in quel periodo oppure del fatto che la sera aiutassi mia madre a sparecchiare la tavola e allora aveva deciso di premiarmi. Andai nel bagno del giardino e nella piccola anticamera c'erano Marica e sua cugina. Erano sedute su una panchina imbottita con sei gambe, era di ferro battuto e non ci azzeccava nulla con il resto dell'arredamento. Marica si lamentava stringeva le braccia intorno alla pancia e ogni tanto chiudeva gli occhi. Io rimasi sotto la porta senza farmi vedere, ed anche quello faceva parte della mia formazione di ispettore privato.Vedevo lo sguardo di Marica perdersi sempre di più, vidi la sua testa fare una piccola giravolta ed infine svenire. Marica era svenuta. La cugina cercò di farla rinvenire ma i suoi schiaffi e le sue urla no sortirono alcun effetto e Marica non si svegliava. La cugina disse allora "vado a chiamare qualcuno!" e lasciò Marica senza conoscenza sulla panchina. Lei sparì ed io entrai sulla scena. Compresi che quello era il regalo. Agii in maniera rapida e con determinazione. Mi avvicinai a Marica e le sbottonai la camicetta e la sola vista del merletto del reggiseno spinse la mia tachicardia a livelli pericolosissimi per un bambino della mia età, trattenni il fiato e mi dissi che dovevo andare oltre. Tirai fuori la tetta destra dal reggiseno e la palpai tutta. Ero come impazzito, Marica svenuta e io con la mia mano sulla tetta, il sangue era salito tutto alla testa e io con un gesto veloce lo cacciai da fuori, giusto un paio di menate che venni e quasi quasi mi sentivo di svenire pure io. Rimisi il mio pisello e la tetta a loro posto e mentre richiudevo la camicetta di Marica, mi accorsi che uno schizzetto di sperma aveva raggiunto il jeans di Marica. Sentivo i passi delle persone avvicinarsi e la paura mi stringeva il culo. Mi chiusi nel bagno e non uscii finchè Marica non ebbe ripreso i sensi e tutti erano fuori. Da quel giorno le cose cambiarono. I miei allenamenti per diventare calciatore s'intensificarono e le mie preghiere verso Dio pure. Ed erano tutte preghiere di ringraziamento.

Gli operai della metropolitana

Le probabilità che in quell'inverno le cose sarebbero migliorate erano davvero molto scarse. Molti sostenevano che fosse colpa del governo, parlavano di una politica fiscale esagerata altri sostenevano che fosse colpa della crisi petrolifera e che l'alto costo del carburante limitasse comunque la circolazione della gente e quindi dei clienti. Io le tasse per quello che potevo non le pagavo e la macchina non l'avevo. Per me le cose sarebbero potute durare così per molto tempo e se al ristorante non veniva nessuno non poteva proprio fregarmene. Io avevo un alloggio nelle stanze superiori del ristorante e sapevo dove rubare il vino. Uno dei peggiori vini che avessi mai bevuto, mi faceva vomitare e mi sconvolgeva tutti gli organi interni. Non avevo rapporti sociali oltre il mio lavoro. Me ne stavo sempre o nel ristorante o nella stanza e molti pensavano che forse stavo dando fuori di testa e forse avevano ragione. Poi però quelli della circoscrizione est decisero che bisognava fare i lavori alla stazione della metropolitana e presero accordi con il proprietario del ristorante per dare da mangiare a ventidue operai tutti i giorni per tre mesi. Quel porco di Alfredo era felicissimo e urlava continuamente a tutti noi di pelare, lavare, apparecchiare, bollire e noi bestemmiavamo a lui e a quei figli di puttana della circoscrizione est che non si potevano fare i cazzi loro. Fabio, un ragazzo di Catania continuava a sputare nei piatti degli operai della metropolitana e si dispiaceva di non avere malattie da regalargli. Una volta Alfredo, il proprietario lo vide e disse che se ci vedevano potevamo anche chiudere baracca. Gli disse che se proprio doveva sputare nei piatti, era meglio farlo nella pentola con l'acqua calda mentre bolliva la pasta in maniera che non si vedessero i fili della saliva. E cosi Fabio dosava sale e sputo nella pentola degli operai della metropolitana. Cosenza invece era un ragazzo di Cosenza e aveva un altro modo per omaggiare gli operai della metropolitana. Non che si chiamasse proprio Cosenza il ragazzo, ma il fatto è che il suo vero nome non l'ho mai saputo né io né gli altri e per noi lui si chiamava Cosenza. Dicevo, Cosenza invece si passava le posate sotto le palle prima di portarle a tavola. Fabio gli diceva che era una stronzata e che dava poca soddisfazione e allora Cosenza lo invitò a provare. Si passò il dito sotto la pelle azzeccata delle palle e lo lasciò annusare a Fabio che corse subito a vomitare qualcosa nella pentola degli operai della metropolitana. L'unico divertimento di quel ristorante, era al sabato sera. Ci veniva a lavorare una ragazza polacca che si chiamava Irina. Irina non era bella e forse non era neanche così giovane come diceva, aveva della pelle appesa sotto al collo e le mani diceva molto di più del suo falso permesso di soggiorno. Con Irina ci chiavavamo tutti. Compreso Alfredo, il proprietario. Per dieci euro Irina si faceva fare tutto e noi ci facevamo tutto. L'unica cosa sulla quale dovevamo metterci d'accordo era l'ordine con il quale avremmo dovuto scopare. A tutti noi ci faceva schifo infilarlo nello stesso buco dopo che qualcun altro di noi lo aveva infilato. A tutti meno che a Irina ovviamente. Allora prendevamo quattro spaghetti di misura diversa e chi prendeva il più lungo era il primo a scopare e si andava in senso orario. Gli spaghetti venivano poi conservati per gli operai della metropolitana. Chiarito l'ordine si cominciava. Dato che la cucina era fatta di un unico ambiente, si doveva scopare davanti a tutti. Irina si abbassava le mutande e si sedeva sulla lavastoviglie e a turno tutti noi si scopava. Lo facevamo tutti senza preservativo e venivamo tutti quanti nella stessa pezza di stoffa bianca che dopo un po' diventava gialla.Io quella pezza la passavo nei piatti degli operai della metropolitana prima di metterci il mangiare.

 

 

 

 

Panettoni

Nel '95 prestai servizio come obiettore di coscienza. Mi assegnarono ai servizi sociali. Facevo parte dei cento obiettori richiesti dall'assessorato alle politiche sociali da smistare nei vari uffici sul territorio per fare la spesa ai vecchi, aiutarli a ritirare la pensione e  pagargli le bollette alla posta. Trascorsi alcuni giorni alla centrale di Materdei a dormire su un divano accatastato con altri otto obiettori alternandoci al bagno a fumare un discreto marocchino che uno dei miei colleghi si occupava di procurare ad un prezzo equo, in seguito fui assegnato al distretto di San Giovanni a teduccio. Non era lontano da casa mia, giusto un paio di fermate del tram 4. Il mio primo incarico fu di accompagnare Agata nelle case di alcuni criminali a convincere i figli a smettere di drogarsi e andare a scuola. Agata era un assistente sociale sulla quarantina, era una bella donna e ogni volta che andava a casa dei criminali, qualcuno provava a scoparsela. Io anche un paio di botte gliele avrei date e in fondo quei criminali mi erano simpatici. Dopo due giorni fui rimosso da quell'incarico giudicato inadatto e trascorsi quasi due mesi a trasmettere fonogrammi a carceri minorili, a tribunali per i minori, a certificare esistenze in vita e fare fotocopie. Dopo poco feci amicizia con uno che si occupava del progetto "L'arte tra noi". Era un ufficio isolato del terzo piano della circoscrizione, il tale affermò che dal lunedì al mercoledì riusciva a dormire tutto il giorno senza mai essere disturbato. Per il resto passava tutto il giorno a studiare un programma che aveva installato sul pc per la schedina. Era uno studioso in quel senso. L'aspetto che riteneva fondamentale della schedina era quello storico-statistico, se ad esempio diceva, che L'Albino Leffe non aveva mai vinto in casa con il Montevarchi Siena e statisticamente gli ultimi quattro risultati della schedina non avevano mai quattro segni uno consecutivi, l'Albino Leffe avrebbe pareggiato o perso anche quella volta. Ma l'Albino Leffe lo sapeva tutto questo? Dovevo dirglielo? Trascorrevo sempre più tempo all'ufficio del terzo piano fino a quando non fui coinvolto in una manifestazione organizzata dall'ufficio L'arte tra noi. Finalmente lo stato aveva trovato il mio posto. Dovevo distribuire dei panettoni ai partecipanti alla fine di una recita. Dissi che si poteva fare, non sembrava difficile. Per questa ragione mi destinarono all’ufficio l’arte tra noi per un mese intero. Era la messa in scena della storia di Natale con la sacra famiglia nella mangiatoia, il bue e l'asinello, i re magi, i pastori e tutto il resto. La manifestazione aveva come obiettivo il recupero di uomini e donne con passati nella criminalità organizzata, nella droga, malati di aids ma soprattutto erano tutti ex detenuti. Erano tutti costretti a partecipare a quella recita da programmi di recupero in cambio di arresti domiciliari e sconti vari sulle loro pene. Il cast degli attori era formidabile. La lista era stata inviata direttamente dal carcere di Poggioreale e tutta la manifestazione era fortemente voluta da alcuni politici collusi in cerca di voti. Io avevo tra le mani un foglio speciale formato da quattro colonne, la prima diceva il ruolo interpretato, la seconda il nome e cognome, la terza il rapporto del carcere e la quarta una nota dello psicologo del carcere. Giuseppe era interpretato da Lucio Monturi, duplice omicidio di stampo mafioso, aveva tagliato la lingua a uno e infilata nel culo, adesso collaborava con la giustizia. Lo psicologo diceva che nonostante i miglioramenti ottenuti in carcere, doveva essere circondato da persone tranquille e che non era il caso di contraddirlo. Maria invece era interpretata da un ex puttana tossicodipendente. Si trattava di Lina Mione conosciuta da tutta Napoli est, e punto di riferimento per tutti i pervertiti di quella parte della città. La vera forza restavano i re magi. Erano tre appartenenti al clan dei Morella e si occupavano del traffico della prostituzione dall'est Europa. Tutti e tre avevano tatuato sul dorso delle mani i cinque punti della malavita. Avevano occhi di ghiaccio e si dice che si occupavano personalmente del controllo della merce prima dell'immissione sul mercato. Trattavano con le famiglie d'origine per accordarsi sul prezzo e raggiungevano sempre un accordo. Passiamo alla recita. Durante la prima scena Maria disse a Giuseppe che era in cinta ma non sapeva spiegare come. Un mormorio infame fece breccia tra il pubblico. Il regista si appoggiò alla stampella e cercò di riportare la calma in sala. Il regista era stato accoltellato da Giuseppe durante le prove perché inizialmente era ritenuto troppo basso per Maria. Poi in seguito fu schiaffeggiato perché non volle accordare delle piccole modifiche al copione proposte da Giuseppe. L'attore, in effetti, sosteneva che questa storia di essere in cinta di qualcun altro non gli andava a genio e che neanche in una recita poteva essere messo in discussione il suo onore. Lo indussero a ragionare. L'audio faceva schifo, i microfoni fischiavano continuamente e solo i poliziotti in sala sembravano apprezzare davvero l'opera. Venne poi la scena dove Maria e Giuseppe cercavano una stanza in una locanda di Betlemme e il locandiere li rifiutò. Il locandiere era interpretato da Gino Lobiti, un ex benzinaio, guru di un gruppo di pedofili che manifestava i propri interessi su internet. Quando il locandiere, come da copione, negò a Giuseppe l'alloggio alla locanda, Giuseppe lo prese il collo e gli disse che se non gli dava la stanza gli avrebbe sparato in bocca. Il locandiere allora gli accordò la stanza. Il regista era in panico. Giuseppe capì che se avesse accettato la stanza tutta la storia sarebbe andata a puttane. Disse quindi al locandiere che la sua locanda faceva schifo e che avrebbe preferito passare la notte in una stalla. Fantastico. Eravamo in pieno revisionismo storico. Gesù nacque in una stalla non per le avversità del destino ma per l’orgoglio del padre. La scena dell'ufficio anagrafe restò memorabile. L'interprete del ruolo dell'impiegato era Salvatore Nuttu, eroinomane con precedenti per rapina. Anestetizzato da troppo metadone del sert, durante la sua scena si addormentò. Il regista era completamente nel pallone e claudicante, con ancora evidenti i segni della ferita da accoltellamento, lanciò il suo cellulare contro l'attore addormentato sul palco. Il pubblico rideva e nessuno si alzava dalla sala neanche per andare al bagno. Il copione arrivò poi al punto dove entravano in scena i re magi. Dei tre però, solo due erano dietro le quinte, il terzo era scomparso. Il regista oramai era fuori di senno e continuava a dire che il giorno seguente avrebbe protestato con quelli dell’assessorato alla cultura e che quei caproni dovevano ritornare tutti con il culo in galera. Il terzo magio, venne trovato alcuni minuti dopo in un camerino mentre una figurante che interpretava il ruolo di una pastorella gli faceva un pompino. L’atto venne interrotto dal regista che non volle sapere nulla di far portare a termine il discorso che avevano cominciato i due. La pastorella, chiese di essere pagata comunque. Il magio sborsò le ventimila lire concordate e minacciò di vendetta trasversale il regista.

“So tua figlia dove va a scuola” intimò il magio al regista.

Il magio entrò in scena con ancora l’uccello gonfio e in molti giurarono di averlo visto appoggiarglielo con destrezza in mezzo alle chiappe dell’altro magio che sculettava velocemente per non lasciarsi inchiappettare. Nell’ultima scena, ci stava per scappare il morto. Tutti gli attori dovevano recarsi alla capanna dove il bambino era nato a gioire. Non appena furono tutti nella capanna, i  magi fecero partire il loro piano. Uno dei tre, precisamente, Melchiorre, tirò fuori un coltello dai pantaloni e prese in ostaggio una figurante. La figurante interpretava la contadina che portava l’acqua. Pesava cento chili ed era dentro per spaccio di droghe sintetiche a minorenni. Melchiorre disse che il primo che s’avvicinava avrebbe tagliato la gola alla contadina. Gli altri due magi si diedero da fare e si fecero consegnare le pistole dai poliziotti che erano in sala. Quelli zitti le consegnarono. Il regista era impazzito e disse che tutto quello non era nel copione, allora Baldassarre, esplose un colpo di pistola nella gamba destra del regista. La stessa gamba che Giuseppe aveva accoltellato qualche mese prima. I re magi si fecero spazio tra la gente in sala e riuscirono a scappare con in ostaggio la contadina di cento chili. Qualcuno con il cellulare chiamò l’ambulanza che venne a recuperare il regista che mezzo dissanguato vaneggiava.

Quel natale, io riuscii a vendere duecento panettoni a cinquemila lire l’uno.

 

 

 

 

Interinal sud side story

 

Alla Adecco mi dissero che mi avrebbero fatto sapere in tempi brevi. In giro si diceva che la Omnitel a Pozzuoli cercava gente per Natale, per una nuova offerta, le telefonate schizzavano alle stelle e c'era bisogno di gente. Tre mesi, cento giorni circa, una specie di grande fratello ma senza telecamere e con la nomination sicura. Lasciai il curriculum a una ragazza con il caschetto che aveva un cartellino con scritto Amanda. Mi disse che avevo i requisiti giusti per il call center. Avevo il raffreddore e le mie tasche erano piene di fazzoletti pietrificati verdi. Continuavo a chiedermi se il catarro potesse essere una malattia mortale. Una volta avevo sentito di una che era morta per una specie di polmonite e quando starnutiva gli usciva roba verde dalle narici. Seppi poi che si trattava di cancro ai polmoni e quella roba verde era la milza che si stava sciogliendo. Quelli della Adecco furono di parola, dopo quattro giorni mi telefonarono a casa, era un gruppo di selezione della Omnitel e mi dissero che se volevo potevo partecipare alla selezione per delle assunzioni a tempo determinato. Era la prima cosa che ti dicevano. Non volevano che ti creassi delle illusioni, che avessi delle prospettive o comunque che ti organizzassi la vita. Erano eticamente corretti. Se ti andava bene, avevi ossigeno giusto per tre mesi. Tre mesi per poter rimandare la decomposizione del tuo corpo. L'aula era affollata di ragazze. Alcune sembravano uscite da bordelli talmente che erano vestite da zoccole. Tutte con le tette da fuori sperando di beccare un esaminatore maschio per guardarlo fisso negli occhi e fargli tirare il cazzo fino a farglielo diventare viola nelle mutande. Alcune avrebbero preferito sostenere esami orali. Perdonatemi la metafora. La maggior parte dei quiz che ci vennero proposti, erano gli stessi che ti davano al militare. Sequenze numeriche, riconoscimento di figure geometriche, analisi logica e grammaticale del periodo, algoritmi elementari che nascondevano verità interpretate da quelle menti aberrate degli psicologi aziendali. L'evoluzione di questi quiz si manifestava nella discussione. Ti dividevano in piccoli gruppi di dieci persone e ti facevano esaminare una situazione di vita comune. A noi toccò l'ipotesi che un amico aveva trovato un buon lavoro e non l'aveva detto agli altri amici. Era un traditore? Lo faceva per la famiglia povera? Su queste ipotesi bisognava parlare e fare in modo che l'esaminatore si facesse un’idea sulla tua propensione a lavorare in gruppo. Chiaramente cercai di eliminare a priori le posizioni estreme. La verità era nel mezzo. Evitai di dire che era un figlio di puttana per come si era comportato con gli amici oppure che doveva essere riconoscente verso i genitori. Dovevo restare nel mezzo, anonimo fino a quanto si poteva. Alcuni litigarono pur di affermare le proprie posizioni e non vennero presi. Io e gli altri che davamo ragione sia all’amico tradito che alla famiglia venimmo assunti. Noi eravamo quello che la Omnitel cercava. Gente di mezzo. Democristiani che non prendeva mai una posizione. Gente che alla domanda :"preferisci un lavoro fisso per tutta la vita oppure cambiare lavoro secondo le tue capacità?" rispondesse la seconda. Ti chiedevano di prenderlo nel culo e di godere. Per farla breve il mio periodo di formazione alla Omnitel cominciò in Novembre. Lungo il viale che ci portava all'azienda, trovavi foglie morte di platani, preservativi e fazzoletti abbandonati. Probabilmente anche quelli erano test che facevano parte della selezione. La formazione consisteva nell'insegnarci a usare due software, uno che serviva per la gestione delle telefonate, e l'altro che serviva per la gestione dei propri turni. Tuttavia la cosa che risultava più difficile era spostare quel mouse con la pallina intasata di capelli e schifezze. Spostavi il mouse a destra e la freccetta andava a sinistra, ti faceva venire i dubbi sulla tua coordinazione motoria. Il nostro gruppo di formazione era assortito, molti erano laureati, molte erano ragazze, molte erano carine. Ricapitolando: ragazze carine laureate. Eccetto io chiaramente. I nostri formatori sorridevano sempre. Facevano sempre un gesto in particolare, si portavano la mano al petto e con grazia le aprivano nella nostra direzione come se ci volessero irradiare con la loro energia. Avevamo a disposizione dieci giorni di formazione, per entrare nei turni giusto un paio di giorni prima che la Omnitel cominciasse la sua nuova offerta per Natale. Si trattava di una card che acquistata ti dava accesso a trecento messaggi e cento mms, quelli con le fotografie, e tu dovevi configurare i telefonini agli incapaci che ti chiamavano. Non sembrava difficile. Io nel frattempo stavo creando delle solide relazioni interpersonali con un ragazzo che frequentava il mio stesso gruppo, avevo un braccio più corto dell'altro e si chiamava Maurizio. Io e Maurizio andavamo a mensa insieme. Ci davano dei ticket da esibire alla cassa e potevi mangiare il pollo, la cotoletta, il riso e prendere i succhi di frutti nel cartoncino. Maurizio mi disse di appartenere a un gruppo religioso che gli imponeva di non avere rapporti sessuali con le donne prima del matrimonio. Fu da quel momento che comincia a diffidare di lui. Diffidavo sempre di qualunque cosa che per qualunque motivo si privasse di rapporti sessuali prima del matrimonio. Comunque Maurizio che aveva un tasso di testosterone spaventoso, faceva commenti su tutte le donne che in mensa ci passavano davanti. Faceva allusioni sul modo di mangiare, sul modo di sporgersi per prendere il vassoio e sul modo di chinarsi per prendere il bicchierino di caffè dal distributore. Fu alla mensa che vidi Giulia per la prima volta. La vidi mentre metteva la coscetta di pollo con le patate nel vassoio. Maurizio disse che quella per sporgersi in quella maniera doveva sapere il fatto suo. Nell'aula di formazione le ragazze erano tutte pratiche del computer, adoperavano il mouse con una certa sicurezza e aprivano e chiudevano programmi a fottere. Maurizio non aveva mai visto un computer e mi confessò che nel curriculum che aveva inviato aveva mentito. "Ieri ho visto una che si è collegata a internet" mi disse un giorno, "ma sono tutte laureate in ingegneria qua dentro?". Maurizio comunque assimilò il funzionamento del mouse e venne iniziato ai piaceri del tasto destro e in pochi giorni si mise in carreggiata con il gruppo. Faceva progressi. Per conto mio imparavo tutto quello che gli istruttori mi dicevano. La tariffa x costa tanto e puoi chiamare da quest'ora a quest'ora, la tariffa y invece in quell'altra maniera. Non puoi mai dire ai clienti lo storico delle loro chiamate per ragioni di privacy, non puoi attivare delle promozioni a testa di cazzo, non puoi mai riagganciare il telefono prima del cliente qualunque cosa ti dica. Di tanto in tanto vedevo la ragazza della coscetta di pollo e le patate alle postazioni. Aveva la cuffia con il filo attorcigliato tipo filo del telefono degli anni ottanta e per tutta il casermone del call center risuonava l'eco della violenza del suo battere sui tasti. Dopo quella breve formazione entrai nei turni. Maurizio mi capitava di vederlo sempre meno spesso a causa dei turni diversi che ci vennero assegnati. Si lavorava dalle otto a mezzanotte e quando un turno finiva, entravano altre trecento persone a coprirlo. Nel capannone centrale, sulle nostre teste, pendeva un enorme cartellone luminoso che indicava le telefonate in coda. Quando quel numero sarebbe sceso sotto la soglia dei cinquanta, ci avrebbero sbattuto a calci fuori. Finche sarebbe rimasto sopra i centocinquanta ero in una botte di ferro. Queste furono le prime cose che mi insegnò Carlo, un interinale tra i più anziani alla Omnitel, era dentro da sei mesi ed era molto influente su alcune persone chiave alla Omnitel. Alla mensa, gli conservavano sempre il succo di frutta a pesca perché alla pera gli faceva schifo e una volta il guardiano gli aveva fatto parcheggiare nello spazio dei dipendenti Omnitel. Disse che non nutriva speranze. Poteva avere al massimo un altro contratto di sei mesi e poi fuori. Karma interinale. Mi disse di non fare amicizia con nessuno, di non parlare con nessuno. In quella stanza eravamo tutti malati terminali e la cuffia che avevamo alle orecchie era la nostra chemioterapia. Il tabellone con le telefonate in coda misurava l'ampiezza delle nostre metastasi. Cercai di parlare il meno possibile con Carlo per vie delle sue metafore cliniche che mi spaventavano e con lo sguardo cercavo Maurizio che puntava sempre le tette o il culo di qualcuna. Al lavoro andavo benone. Attivavo servizi a fottere, chiunque mi chiamasse gli piazzavo centinaia di messaggi gratis nella scheda e a volte mi appuntavo il numero di telefono delle clienti più carine che chiamavano. Carlo mi disse che era una cosa che facevano tutti all'inizio e che non avrei mai richiamato quei numeri. In effetti fu proprio così. Io cercavo di sorridere al telefono, proprio come mi avevano detto i miei insegnanti alla formazione, perché dicevano che il cliente lo percepisce. Con certe clienti mi mettevo la mano sull'uccello sperando che loro lo percepissero. Passò il primo mese. Il numero delle  al tabellone era alto a sufficienza per arrivare alla fine dei tre mesi e io, proprio come tutti gli interinali al loro primo mese, nutrivo speranza di restare fisso alla Omnitel. Carlo sosteneva che fosse un meccanismo naturale della mente, lo stesso che ti fa credere che quando sei giovane tu non debba mai morire. Poi però, alla fine muori sempre. A casa la mattina mi preparavo il caffè ed ero felice. Non avevo mai visto tanti soldi in un solo stipendio. Mille e duecento quaranta euro più un centinaio di euro in ticket per la spesa con i negozi affiliati. Mettevo il caffè nella macchinetta e pensavo ai mille e duecento euro, lo versavo nel bicchiere e ci mettevo lo zucchero e pensavo ai mille e duecento euro, lo bevevo e guardavo lo zucchero che era rimasto sul fondo e sapevo che sarebbe finita presto. Un giorno alla mensa mi feci coraggio e mi avvicinai alla brunetta della coscetta di pollo e patate che quel giorno però mangiava riso. Le chiesi se il posto era libero e lei mi disse si, le chiesi come si chiamava e lei mi disse Giulia. Ero gia innamorato di lei. Giuro. Le dissi che il mio contratto sarebbe scaduto dopo due mesi e le chiesi quando sarebbe scaduto il suo. Trattenne il respiro giusto per un secondo, per creare la giusta tensione drammatica e disse che lei era impiegata Omnitel a tempo indeterminato. Raccolse la sua vaschetta con il riso e andò via. Per capire che devi morire hai bisogno di conoscere un essere immortale. La notte mi ronzavano in testa i numeri del cartellone delle telefonate in coda, sognavo di arrivare in ufficio e vedere il numero quarantasette sul cartellone perché quelli della Tim avevano fatto una promozione che ci rompeva le ossa e tutti gli interinali andavano a casa. Il contratto poteva essere strappato in ogni momento. Mi svegliavo e accendevo una sigaretta. Ritornavo alla mia macchinetta del caffè e mentre la imbottivo con il caffè Kimbo, comprato con i ticket resturant pensavo a Giulia che era a tempo indeterminato. Non poteva funzionare tra noi. Moderni Giulietta e Romeo. Divisi da più di uno stupido cognome di famiglia. Io determinato, lei indeterminato. Amore a tempo determinato. I giorni seguenti furono giorni bui. Il tabellone delle telefonate in coda era sempre su valori alti, talvolta ci chiedevano di fare delle ore di straordinario e tutto sembrava andare per il meglio, ma quando sei al secondo mese dei tuoi tre mesi di contratto senti già la puzza di putrefazione che proviene dalle tue carni. Carlo mi disse che era normale. La chiamavano sindrome del secondo mese alla Omnitel, alcuni ci avevano fatto una tesi di laurea sopra. Mi diceva che avrei fatto degli incubi con animali di piccole dimensioni tipo pipistrelli, topi, lucertole, ragni che mi mangiavano il cervello. Mi disse di non spaventarmi e che era normale. Maurizio era stato trasferito alle attivazioni dei video messaggi era in un altro reparto e non mi ero mai sentito solo come allora. La clessidra del mio contratto aziendale stava ormai sparando i suoi ultimi granelli di sabbia nell'ampolla di sotto quando incontrai nuovamente Giulia alla mensa. Non avevo nulla da perdere e andai a sedermi sulla sedia libera alla sua destra. Mi salutò in maniera gioviale, sembrò sincera e mi parlò della difficoltà a configurare gli mms per il telefonino Nokia c54. Il software faceva schifo e la compatibilità con il nostro segnale era ridotta al minimo. Quelli del tecnico si davano da fare ma sembravano non trovare nessuna soluzione valida. Io cercavo di parlare della mia vita fuori dalla Omintel visto che presto mi sarebbe rimasta solo quella, Giulia invece non faceva altro che parlare di tariffe e problemi relativi alla Omnitel data la sua immortalità aziendale. In certi momenti sembrava che le spuntasse l'aureola dalla testa ed ero sicuro di sentire un odore di incenso che cospargeva la nostra area. Poi vennero al tavolo altre colleghe di Giulia. Erano tutte indeterminate. Una disse che doveva fare un cambio turno e che quelli alla direzione le avevano detto che le avrebbero trovato “un interinale qualunque” per il suo cambio turno. Giulia abbassò lo sguardo per l'imbarazzo. La ragazza diceva che aveva visto il nuovo gruppo degli interinali alla formazione e che più passava il tempo e più li assumevano stupidi. Diceva di aver visto un gruppo di ragazzi occhialuti che le sembravano tutti dei coglioni e che oramai le agenzie interinali raschiavano il fondo. Presi la mia vaschetta e andai via senza salutare. Giulia esitò qualche secondo poi mi venne dietro e mi afferrò per un braccio. Mi disse di non dare retta a quelle galline e che erano delle stupide. La ringrazia per quanto possibile delle belle parole e andai via alla mia postazione. Il giorno seguente cominciò lo stillicidio.Tutta la fila davanti a me era vuota. Erano almeno trenta posti. Erano trenta interinali che avevano cominciato qualche settimana prima del mio gruppo. Carlo mi disse che sarebbe successo e che era normale. La natura fa fuori gli animali più piccoli e quello che noi riteniamo un meccanismo feroce e crudele è in realtà il processo di continuità della specie. Non è il singolo individuo che conta, ma l’intera specie. Alcuni giorni dopo Carlo non venne. Non chiesi mai a nessuno della sua sorte. Si diceva che stavano girando le liste con quelli da fare fuori e Carlo doveva sicuramente essere in una di quelle. Durante gli ultimi giorni alla Omnitel andavo vestito in una maniera orrenda. Non mi lavavo i capelli e indossavo la stessa camicia per oltre una settimana. Carlo aveva previsto anche quello. Diceva che la chiamavano la consapevolezza della morte. Maurizio lo vidi di sfuggita alla mensa. Incrociammo lo sguardo da lontano senza dirci nulla. Eravamo silenziosamente contenti di essere ancora là. Anche lui aveva i capelli sporchi e la barba lunga. Aveva un maglione verde con un orso disegnato sopra. Anche lui era affetto dalla consapevolezza della morte. Poi venne il mio giorno. Alla fine del turno, un tizio dalla direzione ci venne a chiamare. Eravamo in otto. Lui camminava davanti e noi otto dietro. Tutti ci guardavano. Tutti avevano la testa abbassata in segno di rispetto per i condannati. Il miglio verde. Schindler list. Il pianista. Mi vennero in mente tutti questi film. Ci dissero di firmare una carta e di consegnare le cuffiette. Alcune ragazze cominciarono a piangere. Carlo aveva previsto anche questo. La chiamavano la sindrome del distacco dell'anima dal corpo. In alcuni minuti ero fuori. Ero rilassato. Il destino si era compiuto. Lungo il vialetto che mi portava al parcheggio incrociavo degli zombi al loro primo mese. Erano tutti vestiti per bene, gli uomini rasati e le donne truccate. Io avevo un poco voglia di bestemmiare e un poco voglia di starmene in silenzio.Questo Carlo non poteva averlo previsto. Arrivai alla macchina nel parcheggio degli interinali e trovai un bigliettino sotto le spazzole, “ciao disoccupato, chiamami presto, Giulia”. C’era il numero di un telefonino. Era un numero della Tim.

 

 

 

Appunti dalla terra

Quando parli con me significa che hai il cancro ai polmoni. Ma andiamo per gradi.

Mattina. Mi brucia lo stomaco, ho la pressione massima a trentaquattro e buchi di memoria. Prendo un Aulin. Mi trasporto fino al bagno ripetendomi in testa di non guardarmi allo specchio. Ho il braccio destro praticamente paralizzato e il sangue è tutto concentrato nei piedi. Ho i piedi pieni di sangue e tutto il resto a secco ma sono stato peggio. Apro un’aspirina. Le mani sono disarticolate. Cerco di fare forza con i polpastrelli sulle palpebre e invece m’infilo quasi le mani in gola e sono a momenti per soffocare. Prendo una pasticca di maalox plus, quelle nella confezione gialla con la striscia rossa. Comincia il processo digestivo dei medicinali e con un rutto sposto i mobili della cucina. Considero di mettere su una ditta di traslochi che di questi tempi mettersi in proprio non è male. Devo trovare gli operai e un furgone. Il mio futuro per oggi è stato pianificato. Mi appunto che il furgone non deve avere più di sessantamila chilometri e che sia diesel. Sbilenco e claudicante guadagno il letto e cerco argomentazioni per la depressione della mattina. Ne ho bisogno per la secrezione delle endorfine. Un tempo mi masturbavo adesso preferisco la depressione. Scelgo il programma classico, quello del punto della mia vita. Arrivo a trent’anni superando di gran lunga le aspettative di vita di medici, amici, fidanzate, datori di lavoro, familiari e altre categorie di umanità. Da piccolo mio padre mi regalò un pesciolino rosso e tutte le volte che lo guardava nuotare nella sua boccia di vetro urlava a mia madre: “questo pesciolino vivrà più di Luciano”. Comunque ci siamo ancora tutti, io, mio padre, mia madre e il pesciolino rosso anche se da sette anni si ostina a nuotare a pancia all’aria e non mangiare le mosche morte che mio padre caccia. Per vivere parlo al telefono con mitomani, squilibrati e pervertiti. Lavoro ad un centralino per le emergenze. Quando parli con me al telefono significa che hai il cancro ai polmoni. Io ho cominciato a fumare da quando lavoro in questo posto. Sono abituato a parlare con gente che dopo un paio di mesi che l’ho inserita nel mio database muore. Il software che abbiamo in ufficio per gestire l’anagrafica dei pazienti, ha il tasto per eliminare i pazienti deceduti. Su quel tasto c’è disegnato un cesso. Questo vi lascia capire la sensibilità dell’uomo che progettato il software. Io clicco sul tasto a forma di cesso e il mio ex paziente finisce a concimare sperduti cimiteri con vermi e secrezioni varie delle sue ossa e quel che resta della sua pelle di vecchio. Un giorno una mucca di allevamento mangerà le ceneri del vecchio, questa a sua volta verrà macellata e trasformata in hamburger da Mc Donald o Burgher King e tutte le volte che mangerete un panino starete mangiando il mio vecchio che ho eliminato dal programma dell’anagrafica pazienti con il tasto a forma di cesso. Pensare in questa maniera non è molto sociale e a pensarci troppo alle cose si sa che non va bene, ma non posso farci nulla, questo è il genere di cose che penso mentre lavoro. Parlo con uno di Milano al telefono e guardo la sua cartella clinica al computer. A occhio quantifico quanto gli resta da vivere e per rispetto delle sue ultime volontà gli chiedo se gli piace il ketchup e la maionese. Questo io lo chiamo rispetto per il prossimo. Però ai vecchi non glielo dico che è inutile accanirsi e che tanto ho già il dito puntato sul tasto per eliminarlo dal programma di gestione anagrafica perché altrimenti mi licenziano. Questo nella mia azienda si chiama customer care. In molti pensano che il mio sia un lavoro noioso e che con il tempo ti renda cinico, uno di quei lavori che puoi fare per pochi mesi prima di andare fuori testa e diventare testimone di Geova, mettere le bombe sotto alle agenzie Tecnocasa o appiccare incendi. Un mio collega una volta ha dato fuoco a un accampamento di zingari. Anche se le loro roulotte erano a venti chilometri da casa sua, sosteneva che nelle notti d’estate, quando il caldo insopportabile lo costringeva a dormire con le finestre aperte, lui sentiva gli zingari parlare ad alta voce nella loro lingua e non lo lasciavano dormire e arrivava al lavoro sempre più nervoso. Io non ho nulla contro gli zingari e contro tutti gli immigrati. Compro l’erba dai marocchini, il fumo dagli albanesi e quando vado a puttane preferisco le polacche. Il luogo di riposo del mio ufficio è l’angolo delle macchinette che distribuiscono il caffè e le cioccolate. Adesso hanno impiantato anche quelle degli snack e delle patatine e ogni confezione di qualunque cosa non pesa più di 25 grammi (cipster piccolini) e non costa meno di 55 centesimi. Vicino alle macchinette si accalcano tutti per sfuggire alle telefonate e per cercare di procurarsi un uomo o una donna. Spesso entrambe. Le tecniche di seduzione nel corso della storia si sono affinate, adattate al progresso raggiunto dall’umanità, ma sono rimaste invariate nella sostanza. Le ragazze in ufficio girano con i tanga fuori dai pantaloni e con le camicette aperte per farti guardare le tette, se però provi a cacciarlo da fuori e farti una sega o ad appoggiargli una mano sul culo ti danno del pervertito. La direzione della mia azienda è molto sensibile a questo genere di problemi, e per evitare legami promiscui e improduttivi sul lavoro, assume solo delle ragazze brutte. Prima di tentare l’approccio sessuale con un cesso, l’uomo, ci impiega almeno tre mesi di auto convincimento, training autogeno e altre cose orientali. In questa maniera l’azienda ci guadagna un paio di mesi buoni di produttività, insomma giusto il tempo del contratto interinale e fa fuori la ragazza brutta per sostituirla con un’altra più brutta ancora. Per lavorare al centralino ci sono un paio di cose che devi sapere. Tutti quelli che chiamano non stanno mai così male come ti dicono, tutti ci provano ad avere interventi urgenti nel pieno della notte, tutti tireranno in ballo la questione che potrebbero morire e tu ne saresti il responsabile. Ricordati solo che quelli che moriranno sarebbero morti lo stesso anche se tu, prima di organizzare l’intervento dovevi finire la partita a campo minato e mettere il record nella schermata piccola che per inciso è detenuto da Cinzia ed è di nove secondi. Cinzia stessa confessò che quel risultato straordinario scaturì da una concomitanza impressionante di fatti, e il premio per chi riesce a battere il record sono due euro nella chiave magnetica per i distributori di caffè.

La mia unica distrazione al lavoro è il mio gruppo rock. Io suono la chitarra, anche se sono capace di mettere gli accordi solo nei primi sette tasti del manico e gli accordi non devono richiedere più di tre dita. Non pensate che sia poco quello che si può fare con tre dita in sette tasti. Conosco a memoria il fa maggiore, il sol maggiore, il do minore e il re settimo. Praticamente con questi accordi puoi suonare tutte le canzoni italiane degli anni sessanta e diversi brani che hanno vinto Sanremo. Per venirmi incontro, il mio gruppo si è prefissato di rivedere in chiave rock molti pezzi italiani e abbiamo registrato un demo molto promettente. Nella cassetta ci sono tre pezzi The cat (la gatta), The window in a room (il cielo in una stanza), To travel (si, viaggiare). Le traduzioni dei titoli e dei testi sono state fatte dal bassista che dice di essere stato per due settimane a Londra e di avere imparato l’inglese ad un livello migliore del nostro che compriamo il corso De Agostani in edicola tutti i Mercoledì. Il gruppo per il momento non ha nessun nome. In realtà non ha neanche nessuna data in programma anche se ci ostiniamo a provare come dei dannati in un garage di proprietà del batterista. Il requisito fondamentale del nostro batterista è il garage, il posto in cui proviamo senza pagare. Elvio è capace di tenere un solo tipo di ritmo, ma quando gli prende bene quel maledetto riesce ad andare avanti per ore senza perdere una sola battuta, e cascasse il mondo per quel tipo di ritmo che conosce Elvio è il migliore. A causa di Elvio abbiamo preso tutti i pidocchi. Io pensavo che nel 2004 i pidocchi fossero stati debellati e che fossero una leggenda come la peste bubbonica o la tisi. Sembra invece che i pidocchi abbondassero nel garage di Elvio e in particolare nel divano che Elvio aveva recuperato in qualche discarica. Il divano non era male salvo per il posto di destra che poteva renderti paralitico se ci restavi seduto per più di due ore, i pidocchi però c’erano, solo che noi non lo sapevamo. Quella sera stavamo suonando la versione hard di The cat e avevamo fatto tanto di quel casino che sudati e a dorso nudo come consumate rock star ci siamo lanciati sul divano. Il giorno dopo eravamo tutti a provare con i capelli rasati e guardavamo in cagnesco Elvio che rideva e diceva che il gruppo si doveva chiamare “Elvio e i pidocchiosi”.

 

 

 

Denti storti

Quando i dentisti del provveditorato arrivarono in classe in molti tentammo la fuga. Purtroppo solo alcuni guadagnarono il bagno, i più deboli, quelli che non sarebbero passati al setaccio della selezione naturale, finirono preda delle mani che odoravano di detersivo a basso ph dei dentisti. Tra questi c’ero anch’io e accadde quello che avevo sempre temuto. I miei compagni di classe furono decimati uno a uno dai fili metallici delle macchinette per i denti e alcuni dalle stelline d’acciaio di quelle fisse. Sottrarsi a quella tortura era impossibile e se eri uno fortunato come me, che la famiglia non se ne fregava nulla, dovevi solo sperare di non cadere mai nelle grinfie di quei medici repressi che per giustificare il loro stipendio mettevano la macchinetta per i denti a tutti. Ricordo quando successe a Pietro Ripoli che era il bambino che abitava al terzo piano. Per due giorni di seguito non partecipò al torneo di subbuteo che si organizzava nel mio condominio e tutti pensammo subito al peggio.
“Quei bastardi lo hanno preso” dicevano alcuni.
“Non è riuscito a scappare ai controlli” insinuavano altri ancora.
Poi vedemmo Pietro a scuola con la macchinetta in bocca. Si era seduto al primo banco per cercare lo sguardo protettore delle maestre e sfuggire alle malelingue dei compagni, che assiepati nelle ultime file dei banchi l’avrebbero angariato con la cattiveria di cui solo i bambini sono capaci. Io stesso fui autore di diverse cattiverie alle spalle di Pietro e coniai “Pietro filo di ferro” e “Pietro ferro filato” che per anni sostituirono il nome vero dello sventurato.
Tuttavia comprendevo Pietro.
Il dentista non si fece nessuno scrupolo a scrivere con la sua calligrafia illeggibile il responso che avrei dovuto portare ai miei genitori. Mi alzava le labbra come fossi un cavallo in una fiera di paese e con gli specchietti frugava sotto il palato e chissà dove altro ancora. Proposi di mettermi il busto ortopedico in cambio della macchinetta ai denti e lui disse che non se ne parlava proprio. Proposi allora gli occhiali spessi da miope ma non volle barattare per niente altro la sua dannata macchinetta. “Luciano filo di ferro” mi avrebbero chiamato tutti. Mi sarei seduto in prima fila con Pietro e saremmo restati in silenzio tutte le volte che ci avrebbero chiamato “ferro filato” e insieme avremmo giocato al torneo di subbuteo condominiale e sicuramente saremmo diventato omosessuali e avremmo avuto dei figli insieme nati gia con la macchinetta ai denti, gli occhiali e il busto ortopedico.
Da quando consegnai a mia madre la sentenza sul quel foglio illeggibile, trascorsero circa tre settimane prima che m’infilassero in bocca la macchinetta che per sempre segnò la mia fanciullezza.
La sera dovevo toglierla e tenerla in un bicchiere d’acqua con una pasticca azzurra sciolta dentro per non farla arrugginire e dormivo con quella parte di me sul comodino. A mia madre era costata un milione e quindi eravamo in due a maledire la macchinetta per i denti. Fu in quel periodo che cominciai a desiderare di morire di morti atroci solo per far sentire in colpa gli altri. Il sogno che più di tutti mi gratificava era quello di morire soffocato dalla mia macchinetta e che in seguito all’autopsia, eseguita da un ottimo medico della scientifica che lavorava anche per l’uomo ragno, se ne accertava la morte per soffocamento ma soprattutto emergeva che non c’era nessun bisogno che io portassi la macchinetta perché i miei denti erano dritti come quelli di pochi e che solo l’incompetenza del dentista del provveditorato e la cattiveria di mia madre mi avevano ucciso. Immaginavo questi due che piangevano al mio funerale e io che dal cielo, con un sorriso dritto li guardavo, e nella mia infinità bontà li perdonavo. Sarei diventato il santo protettore di tutti i bambini con la macchinetta per i denti. I bambini sarebbero accorsi alla mia statua, presente nelle migliori chiese a portarmi le loro macchinette per grazia ricevuta e un noto architetto avrebbe costruito un santuario a forma di macchinetta per i denti dove tutti i bambini sarebbero venuti a pregarmi.
Purtroppo non morii. Dovetti sopportare l’umiliazione della macchinetta per diversi anni e la compagnia di Pietro che divenne il mio migliore amico. A volte, quando Pietro mangiava i salatini in classe, interi pezzi di salatino gli restavano incastrati tra i ferri della macchinetta e io gli sussurravo nell’orecchio che doveva andare in bagno a lavarsi i denti e sentivo allora la puzza di sudore del suo collo e immaginavo che anche il mio collo puzzasse in quella maniera. Perché mai mi capitava tutto questo? Ero forse il protagonista di un disegno divino che avrei compreso diversi anni dopo? Che cosa aveva in serbo il buon signore per me? Sarei diventato il più grande giocatore di subbuteo del mio condominio? Tutte le domande si accalcavano nella mia testa con i capelli lucidi di brillantina e con ancora nel naso la puzza del collo di Pietro.

 

 

 

Vacanza a Parigi

Ad Agosto vado in vacanza a Parigi. Ho provato a spiegare a Fina che i francesi parlano con la erre moscia, che il tasso di umidità è troppo alto per i miei globuli bianchi e che le macchine rosse francesi sono dipinte con una particolare tinta di rosso che potrebbe compromettere la mia capacità visiva per sempre. Fina vuole andare a Parigi. Ho provato allora con l'arte della retorica. 

"Bene" le ho detto, "vuoi andare a Parigi? E allora andiamo a Parigi". 

Speravo in un crollo psicologico di Fina, ma i nervi di quella donna sono d’acciaio. Ho un piano comunque. L'idea è quella di sfatare la diceria che i napoletani quando vanno all'estero si comportano da persone civili. La cosa è complessa e ho buttato giù sul quadernetto alcuni appunti. Sia chiaro non è un vero e proprio piano di guerra il mio e neanche un attacco personale ai francesi che non mi hanno fatto niente, piuttosto voglio solo rovinare le vacanze di Fina. Io non avevo proposto niente, nel senso che non volevo andare in vacanza da nessuna parte. Mi immaginavo a casa a guardare la televisione per il periodo delle mie ferie. Sudato a cacciare le mosche che si attaccano sulla schiena e ad alimentare colonie di zanzare che tutte le estati soggiornano a pensione completa nella mia stanza. Avrei visto i telegiornali che leggono il numero di vecchi che il caldo ha fatto fuori e mostrano le scene di gente seduta vicino alle fontane con un gelato in mano. "Il gelato fa bene e può sostituire un pasto completo per valori nutrizionali, basta solo non esagerare", avrebbero detto. Quella sarebbe stata la mia vacanza e arrivato a Settembre avrei gioito di essere ancora vivo alla faccia dei telegiornali che dicono sempre che quella è l'estate più calda degli ultimi cento anni. Il programma di guerriglia si articola attorno a pochi punti fondamentali. Alla reception dell'albergo mi presento come Don Vito Corleone. Ho gia il documento falso con tanto di fotografia con vestito gessato e neo disegnato sul viso. Nella valigia devo portare una piccola radio e cassetta di Mario Merola "Mammà" più colonna sonora del film "il padrino" fatta solo con mandolini, e spararla a tutto volume nell’albergo. Ogni volta poi che il personale maschile dell’albergo si avvicina gli do un piccolo schiaffetto affettuoso sulla faccia, mentre alle donne paternamente gli tocco il culo. Per quello che riguarda l’albergo, ho dei dubbi, sento che l'agenzia ci ha rifilato un pacco. L'albergo, hanno detto, che è un simpatico alberghetto a conduzione familiare al centro di Parigi. Ho fatto una piccola ricerca su internet, e invece è venuto fuori che l'albergo è frequentato da puttane dove sono tollerate anche forme lievi di pedofilia. Gli alberghi per puttane in genere mi piacciono, ma non in questa occasione. Gli alberghi per puttane si riconoscono subito. Hanno tutti il lenzuolo di carta, un pacchetto di preservativi nel cassetto e se scavi bene nell'armadio con l'anta sbilenca proprio di fronte al letto, sotto la coperta ci trovi un vibratore e qualche rivista porno umidiccia. Spesso alcune pagine della rivista porno risulteranno incollate tra loro. Ecco, non provate a scollarle. Nel nostro albergo oltre alle puttane algerine ci saranno i tedeschi. Sono sempre stato in alberghi pieni di tedeschi bianchi e alti che mangiano come cani la colazione del nostro albergo di puttane. Durante la colazione il mio sguardo sarà attirato da biscottini piccoli e rotondi, io li metterò nel latte, li mangerò e verrò a scoprire che erano i croccantini del gatto di quei figli di puttana dei tedeschi. Mi verranno allora i crampi allo stomaco e Fina dovrà accompagnarmi all'ospedale, racconterà ai medici quello che è successo e tutto il reparto mi prenderà per il culo e il giorno dopo la mia foto su Le Figaro titolata "Turista italiano a Parigi rischia la vita per indigestione di croccantini per gatti. I croccantini erano al gusto di anguilla e riso". Il nostro presidente del consiglio verrà intervistato e dirà che non sono ancora chiare le cause del mio malessere ma si suppone che si tratti di una intolleranza all'anguilla.
Il mio vocabolario di francese è imperniato sulla frase "Je suis Catherine Deneuve". Ho intenzione di usare questa frase per tutte le occasioni e di ridicolizzare Fina in qualunque momento. Saremo al ristorante, sudando per tradurre il menù, quando invece saremmo potuti restare a Napoli a scegliere la pizza marinara o la margherita e vedere il pizzaiolo che impasta e impreziosisce il tutto con alcune gocce del suo sudore, e la gente poi che gli chiede quale è il suo ingrediente segreto. Dicevo, il cameriere viene e pronuncia la seguente frase: "ljkllòklòl trjkhoije, 3r, wetwetwe?". Io lo so che quel figlio di puttana mi sta prendendo per il culo e magari mi ha detto: "signori volete un po' di cappella dello chef con ricottina verde di coglioni non lavati da quattro giorni oppure del brodo di piscio di cammello alla parigina?". Esito come farebbero tutti i grandi uomini quando il dubbio si insinua nel loro cuore e alla fine adotto la strategia tattile. Metto il dito sul menù e dico "questo" e magari il cameriere ride sinistramente perché ho proprio scelto una porzione di cappella dello chef. Prima di uscire dal ristorante pronuncerò la frase: "Je suis Catherine Deneuve" e vaffanculo a tutti quanti. Ci sarà poi la questione delle passeggiate romantiche. Fina mi chiederà di andare alla torre Eiffel e io le dirò che la torre Eiffel è un enorme catalizzatore di onde elettromagnetiche che mi surriscaldano la prostata. Mi chiederà di andare a fare il giro sul battello che naviga la Senna e io le dirò che non sono abituato agli scarichi di Parigi e che il sistema linfatico potrebbe risentirne e avrei una reazione allergica. Mi chiederà allora di comprare delle crepes ad un chiosco come nei cartoni animati e io le leggerò i risultati pubblicati sulla rivista scientifica  "Medicina&Crepes" e sul perché quelli che mangiano le crepes di Parigi sono soggetti a emorroidi. Fina allora stremata, si inumidirà gli occhi e sbatterà le palpebre da femmina che si ritrova piene di ciglia e tirandomi per le palle mi dirà di finire di fare lo stronzo e di accompagnarla a quella stracazzo di torre Eiffel.

 

 

La splendente snc

La camicia a maniche corte era l'unico indumento ancora in vita, il resto era in fase terminale sparso per la stanza. Quella camicia l'avevo rubata all'impresa di pulizie dove lavoravo e dietro c'era scritto "Impresa di pulizie - la splendente snc- di Giulio de Rosa". La mattina mi venivano a prendere sotto casa con un furgone che non aveva la terza. Lo guidava Giulio de Rosa in persona e quando dalla seconda passava alla quarta, il carburatore sembrava affogarsi, il furgone rantolava e con i mezzi linguistici di cui disponeva malediva Giulio de Rosa e tutte le buche che c'erano da piazza Garibaldi fino a Fuorigrotta. Io per la maggior parte del tempo stavo in silenzio e cercavo di non vomitare nel furgone che puzzava di candeggina e saponi mischiati tra loro. Avevo una specie di malattia funzionale allo stomaco che si chiamava ernia iatale e che mi faceva vomitare continuamente. Pensavo che mi avrebbe ammazzato, poi guarii da solo. Giulio de Rosa era il proprietario della Splendente, e come prima dicevo, l'aveva scritto sulla maglietta per non dimenticarselo. Sperava che un giorno presentandosi, la gente gli avrebbe detto: "Giulio de Rosa chi? Quello della Splendente? Ma non mi dire". Era una brava persona nel complesso, mi pagava giorno per giorno e comprava lui i panini per il pranzo. Aveva una mappa mentale di tutte le salumerie di Napoli e ovunque andassimo a lavorare sapeva dove c'era una salumeria disposta a farci un paio di panini con il prosciutto crudo per tremila lire. Il mio ruolo nell'azienda era definito a un paio di compiti e per quello che potevo cercavo di farli nella peggiore delle maniere, e se potevo cercavo di non fare affatto quello per cui venivo pagato. Mi spettava di lavare il pavimento e di raccogliere i sacchetti dell'immondizia. La tecnica era di nascondere il marcio. Gli uomini non sono fatti per lavare il pavimento. La posizione è scomoda e alla lunga i tricipiti e gli altri muscoli tendono a perdere l’elasticità fino a un progressivo irrigidimento che porta alla paralisi completa delle braccia. Cercavo di lavorare il meno possibile e quando Giulio de Rosa mi diceva: "hai fatto la seconda passata?", io dicevo sempre di si, mentre pensavo che la seconda e la terza passata l'avrei fatta alla sorella. Alla fine della giornata Giulio mi pagava e io i soldi li reinvestivo tutti in fumo, sigarette e macchinette per il videopoker. Non avevo grossi progetti per il futuro e mi andava bene così per il momento. Uno a ventinove anni ha tutto il diritto di godersi la propria libertà. A conti fatti un altro paio di anni e sarei entrato in una cassa da morto di abete o qualche cazzo di albero ad alimentare vermi e topi del sottosuolo di Napoli. Poi ero in attesa di una risposta di un colloquio che avevo fatto qualche mese prima. Si trattava di un lavoro al primo autogrill sulla Napoli-Salerno. Cercavano uno che si occupasse del deposito e io mi vedevo tagliato per qual lavoro. Avrei dovuto organizzare e gestire tutta la merce che ci veniva consegnata e fare in modo che quando dall'autogrill mi chiamavano un prodotto, io dovevo portarlo subito. Era il mio lavoro. Avrei visto e parlato con poca gente al giorno e poi sarei stato in un luogo chiuso quasi in isolamento. Avrei avuto tutto il tempo per rullarmi una canna e sarei andato a lavoro con i vestiti sporchi di una settimana senza che mai nessuno se ne accorgesse.

 Il lavoro alla splendente era organizzato per giorni, nel senso che ogni giorno ci spettava di andare in un posto diverso. Il mio preferito era un deposito di alimentari dalla parte di Bagnoli. Era uno stabilimento nel pressi dell'ex Italsider e da anni si parlava di contaminazione dell'amianto. Comunque non si andava troppo per il sottile. Io e Giulio passavamo la maggior parte del tempo divisi, lui si occupava di una zona e io di un'altra e dopo anche un cieco avrebbe saputo distinguere la parte che aveva pulito Giulio e quella fatta da me.

 Era un pomeriggio caldo di Luglio e il caldo di Napoli è capace di mangiarsi un uomo in poche ore. Giulio stava pulendo il lato della direzione e io invece giravo per il deposito sedendomi qua e la sulle pile delle pedane accatastate. Pesavo sessantaquattro chili ed ero alto un metro e settanta. Non potevo consumare troppe energie e poi dovevo tenermi in forma per quando sarei andato a fare il colloquio definitivo all'autogrill sulla Napoli-Salerno. Mentre me ne stavo steso sulle pedane vedo un topo enorme che attraversa l'intero deposito proprio davanti ai miei occhi. Giulio non mi aveva dato nessuna indicazione in merito ai topi per cui presi iniziativa e decisi di seguire il topo. Il topo era grigio e sporco e sembrava sapere il fatto suo tanto che si muoveva sicuro tra le pedane. Io avevo comunque la scopa ben stretta tra le mani nel caso che avesse voluto aggredirmi. Non era la prima volta che si sentiva dalle nostre parti che qualcuno era stato aggredito dai topi e per quello che mi riguardava gli stavo dando fin troppa fiducia. Il topo zigzagò tra pilastri e cartoni, salì su uno scalino di ferro e poi ridiscese, sembrava proprio che mi stesse indicando di seguirlo. Io, novello alice nel paese delle meraviglie, lo seguivo. Il topo tracciò un traiettoria strana e in più punti ritornò sui propri passi e infine lo seguii per un corridoio stretto e illuminato da un neon intermittente di quelli a risparmio energetico. Il topo entrò in una stanza dove la porta era semi aperta. Dapprima esitai. Temevo che potesse esserci qualcuno, oppure che Giulio non condividesse in pieno la mia idea di seguire il topo. In passato era gia emersa una certa divergenza di idee tra di noi alla quale dovetti piegarmi per la superiorità gerarchica che ci divideva. Oramai che c'ero decisi di aprire la porta e vedere perché il topo mi aveva portato fino a quel punto. Aprii la porta e benedii il roditore peloso. Pacchi di merendine, di tonno, riso, zucchero, succhi di frutta, casse d’acqua, prosciutto confezionato, mortadelle intere e altra roba con scritte in lingue che non conoscevo. Il topo sembrava rilassato, doveva gia avere assaporato la felicità di scoprire quel mondo meraviglioso, e cominciò a lavorarsi un pezzo di prosciutto confezionato. Ispirato dal topo, tirai fuori da un pacco una coscia di prosciutto crudo e comincia a prenderla a morsi. Il topo era avvantaggiato rispetto a me, aveva denti più aguzzi e inoltre poteva starsene comodamente sdraiato sopra la coscia di prosciutto e rosicchiarsi bene la parte che più gli garbava. Io invece provavo a strappare a morsi dei pezzi e per poco non ci rimettevo qualche dente. Prima di uscirmene dalla stanza, aprii la confezione della mortadella e la resi accessibile al topo in segno di riconoscenza e andai di nuovo ad appoggiarmi sulle pedane accatastate nel deposito. Giulio vene a chiamarmi e fortunatamente sentii l'eco dei suoi passi, ed ebbi giusto il tempo di alzarmi e mettermi la mano dietro alla schiena dolorante.

"Stai facendo la seconda passata?" mi chiese.

"Devo finire solo sotto la parete la in fondo e poi è tutto ok."

"Bene" mi disse, "dammi una voce quando hai finito."

Decisi di fare la seconda passata e andai di nuovo nella stanza per prendere qualcosa da bere dato che la conversazione con Giulio mi aveva seccato la gola. Quella fu l'ultima volta che lavorammo al deposito, quelli della direzione non diedero mai nessuna spiegazione a Giulio del perché non volevano farci venire più. Io cercavo di confortare Giulio e gli dissi che posti come quello, pieni di topi come sono, è sempre difficile farli venire bene come eravamo abituati.

"E poi cosa vuoi che capiscano questi quattro balordi che lavorano qua dentro di pulizia!"

"Gia" diceva Giulio.

Sulla strada del ritorno, io rullavo sempre una cannetta nel furgone e Giulio si faceva sempre qualche tiro e solo allora davvero ci rilassavamo. Solo il furgone si affogava sempre quando dalla seconda passavamo alle quarta.

 

 

 

Le puttane nella terra di don Carlo

 

Quando ero ragazzino ero secco che sembravo un’anguilla e sfruttavo questa mia caratteristica per entrare in una terra abbandonata che c'era dietro casa mia. La chiamavano la terra di Don Carlo, che era il vecchio che anni prima abitava in una baracca in quella terra. Poi il vecchio morì ma la terra dietro casa mia restò la terra di Don Carlo. Ero così secco che riuscivo a passare tra le sbarre di un cancello tutto arrugginito e avevo gli anticorpi così agguerriti che non mi prendevo neanche una malattia. Me ne stavo tutto il pomeriggio in quella terra abbandonata e quando tornavo a casa tutto sporco, mio padre mi urlava che ero scemo e qualche calcio nel culo ci scappava sempre. Mia madre diceva a mio padre di smettere, ma lo faceva per semplice abitudine, perché mentre cercava di togliermi da sotto alle mani di mio padre un paio di schiaffi li piazzava pure lei. Così tutti i pomeriggi, ero sporco e con la testa gonfia come un pallone. Tuttavia tornavo sempre nella terra di Don Carlo a giocare con le lumache, i gatti e a fare esperimenti con il mio super medicinale sulle lucertole. Poi un giorno arrivarono le puttane nella terra di Don Carlo. In principio non capii che fossero puttane. Ero un bambino complicato ma buono, strano ma puro e tutte le sere facevo le preghiere prima di andare a dormire. Pregavo per mia madre e per mio padre e chiedevo che avessero sempre la forza di picchiarmi la sera quando tornavo tutto sudicio. Io non sapevo che cosa fosse una puttana e quale fosse la sua funzione. Sapevo che il termine puttana non significava nulla di buono. Infatti, malgrado la mia stupidità, avevo notato che quando un bambino diceva ad un altro bambino: "quella puttana di tua mamma!", ci scappava la rissa subito e uno dei due finiva sempre con il naso pieno di sangue e con i vestiti tutti sporchi. Neanche osavo immaginare le botte che avrebbe poi preso dai suoi genitori a vederlo tornare così conciato. Quindi associavo la parola puttana alle botte, le botte alla sporcizia dei vestiti e la sporcizia alle botte dei genitori. Questo era un buon motivo per starmene alla larga delle puttane. Solo che furono loro a invadere il mio territorio. 

Un pomeriggio caldo, secco secco come mi ritrovavo, sgusciai tra le sbarre della terra di Don Carlo alla ricerca di lucertole a cui tagliare la coda e sottoporre ad esperimenti per un nuovo medicinale a base di Aspirina che stavo testando per salvare il mondo da tutte le malattie. Si trattava di un medicinale composto da Aspirina, Bactrim e sciroppo per la tosse. Miscelavo tutto in una bottiglia di plastica tagliata e poi applicavo la soluzione su un cerotto. Appuntavo poi su un foglio di quaderno i risultati degli esperimenti con rigore scientifico e tiravo fuori statistiche e risultati degli esperimenti. Quel pomeriggio cercavo animali per testare il medicinale portentoso quando sentii delle voci provenire dalla baracca di Don Carlo. Si trattava di un rudere fatto in legno e pietra con molti chiodi sporgenti che potevano cavarti un occhio in niente. In non ero mai stato capace di entrare in quel rudere perché le porte erano sbarrate con delle catene di ferro e dei catenacci molto grossi e non c'era neanche una fessura piccola nella quale infilarmi. Quel pomeriggio però, c'era qualcuno nella baracca di Don Carlo. Tirai fuori tutta la destrezza che avevo acquisito vedendo i cartoni animati dell'uomo ragno e di soppiatto, strisciando come un serpente arrivai alla baracca senza farmi sentire. Ficcai la testa in una finestrella che avevano lasciato le persone che stavano nella baracca e vidi che dentro c'erano due signore. Avevano tutte e due i capelli neri e potevano avere la stessa età di mia zia Gloria. Un numero di anni compreso tra i quaranta e i sessanta per l'esatezza. Zia Gloria era la sorella di mia mamma e una volta avevo visto mio padre che gli toccava il culo. Quando si accorse che li stavo guardando, mi disse che era normale e che tra parenti ci si può toccare il culo, mi raccomandò di non dirlo comunque a mia mamma e mi assestò un paio di calci con la punta delle scarpe. Le due signore stavano pulendo la baracca con degli stracci e avevano una scopa e un secchio. Pensai che si trattasse dei nuovi proprietari e scappai per non farmi vedere. Quel pomeriggio restai poco nella terra di Don Carlo e me ne tornai subito a casa. Quando aprii la porta di casa mio padre mi venne incontro per darmi la solita razione di botte. Mi ispezionò in cerca di una macchia sui miei vestiti che desse il via alle danze solo che non trovò nulla e restò perplesso. Il vecchio aveva bisogno di un motivo per darmele e guadagnò tempo girandomi intorno e ispezionandomi con gli occhi.

"Hai qualche cosa che non mi convince oggi. I vestiti troppo puliti, stai nascondendo qualcosa forse?"

"Dimmi", proseguì, "sei andato a scuola oggi ?"

"Si"

"Hai fatto i compiti?"

"Eh, non ancora"

Bang! E mi piazzo il solito calcio in culo prima di ritirarsi soddisfatto a vedersi il telegiornale della sera.

Il giorno dopo ritornai nella terra di Don Carlo a vedere se la baracca fosse ancora occupata da quelle due signore. Questa volta però, non c'erano solo le due signore, ma loro due all'interno della casa e una fila di signori maschi tutti fuori dalla porta. Io una fila così l'avevo vista solo alla posta o alla cassa del supermercato dove andavamo il sabato pomeriggio mentre mio padre parlava male dei santi e delle madonne perché lui diceva che aveva lavorato tutta la settimana, e il sabato voleva starsene a casa. Nella fila c'erano solo maschi ed erano di tutte le età, si andava tranquillamente dai sedici anni ai sessant'anni. Sembravano tutti contenti di entrare nella baracca e tutti aspettavano ordinatamente il proprio turno. Ero tentato di mettermi io anche nella fila ma senza sapere per fare cosa, e poi avevo paura che lo venisse a sapere mio padre, mi avrebbe spezzato le gambe a furia di calci nel culo. Pensai che quelle persone avessero a che fare con il mio super medicinale. Effettivamente era ipotizzabile che qualche medico cattivo avesse saputo dei miei esperimenti e si volesse impossessare della formula del mio super medicinale per avere la fama e la notorietà alla quale stavo lavorando da settimane. Alcune cose comunque non tornavano. Cosa ci facevano quelle donne nella baracca? Facevano esperimenti con il super medicinale su quegli uomini malati? Bisognava indagare e allora andai sul retro della baracca per vedere che cosa succedeva. Misi nuovamente in pratica le tecniche che l’uomo ragno mi aveva insegnato più alcuni trucchetti visti da Batman e arrivai nel silenzio più completo alla finestra sul retro della baracca. Ecco quello che vidi. Nella baracca c’erano due lettini dove stavano stese le due signore, ma a volte si mettevano anche in ginocchio o a quattro zampe proprio come i cani. I signori che stavano in fila entravano e si spogliavano e si stendevano sopra le signore. Si sbattevano per alcuni minuti, altri anche per pochi secondi e si rivestivano, lasciavano dei soldi sul tavolo e andavano via. Le mie ipotesi si erano rivelate esatte, quegli uomini erano ammalati e nella baracca si tentavano le prime sperimentazioni sugli esseri umani. Restai a guardare alla finestra per tutto il pomeriggio e credetemi se quelle erano le cose più strane che avessi mai visto. C’era uno che aveva parlato con tutte e due le signore, e queste si erano messe tutte e due sopra lo stesso letto e insieme curavano il signore! Quell’uomo doveva essere gravemente ammalato per ricevere una cura doppia, pensai. Poi alcuni signori invece restavano in piedi e una delle due signore si metteva in ginocchio e lo visitava da vicino e gli faceva uno strano massaggio, che forse doveva essere molto doloroso per il signore perché se ne stava tutto il tempo a lamentarsi e a un certo punto lanciava quasi un urlo e io pensavo che quello quasi morisse sotto a quel massaggio. Comunque le due dottoresse ci dovevano saper fare perché la fila diventava sempre più intensa nei giorni che seguirono. Io avevo ancora tutta l’altra parte del giardino per giocare e fare i miei esperimenti con il super medicinale, ma la presenza di quegli uomini e di quelle donne mi inquietava. E così in un certo senso non avevo più tanto piacere di andare nella terra di Don Carlo. Alcuni giorni dopo sentii delle cose strane da alcuni miei amici di scuola. Il fratello quindicenne di Mirco Peraci diceva che era andato con le puttane e che le puttane stavano nella baracca della terra di Don Carlo. Quelle cose me le disse Mirco Peraci in persona e io non potevo non crederci. Allora quelle donne non erano dottoresse ma puttane. Avevo per la prima volta visto una puttana da vicino senza neanche sapere quante altre ne avrei visto da molto più vicino negli anni a venire. Dovevo solo cercare di capire che cosa fosse una puttana e il gioco era fatto. Per quello che mi riguardava avevo l’impressione che le puttane fossero delle donne simili a tutte le altre e che si occupavano in un certo senso di curare degli uomini che stavano male in cambio di soldi. In effetti questa definizione comprendeva praticamente tutte le donne e non ne indicava una categoria specifica. Forse potevo chiederlo a mio padre ma quello mi avrebbe riempito di legnate e non avevo neanche mai sentito l’uomo ragno o Batman che diceva “Robin preparati che questa sera andiamo dalle puttane!”

Quindi c’era davvero poco da fare, bisognava chiederlo a Mirco Peraci. Attesi che Mirco fosse lontano dagli altri ragazzi per paura di essere deriso e dissi:

“Senti Mirco, ma tuo fratello che cosa ha fatto esattamente quando è andate da queste puttane?”

“Io non lo so mica che cosa si va a fare dalle puttane” disse Mirco, “però ha detto mio fratello che se lo dico a qualcuno o se ne parlo in giro, lui mi spezza le gambe.”

Io e Mirco eravamo nella stessa barca.

Seguitai a spiare il lavoro delle puttane nella baracca per diversi giorni senza mai capire che cosa facessero di preciso. La procedure era identica per ogni uomo che entrava, si abbassava i pantaloni e si stendeva sopra la puttana, dava un paio di colpi, un urletto, si rivestiva, lasciava i soldi sul tavolo usciva e un altro entrava. Quella storia mi stava facendo impazzire, e la cosa assurda è che per uno strano motivo non si parlava mai apertamente delle puttane né a scuola e né alla parrocchia. Poi un giorno stavo spiando la fila come al solito per capire di quale male soffrissero i signori che andavano alle puttane, quando tra quelli che stavano in piedi vidi mio padre. Mio padre era malato e andava dalle puttane per essere curato con il mio super medicinale e io dovevo far finta di niente. Che sensazione di impotenza la mia! Dallo sgomento scappai dal mio cespuglio e andai a casa a piangere. Mi chiusi nella mia stanza e me ne stetti per due ore a pensare al funerale di mio padre che prima o poi sarebbe morto e alle responsabilità che mi sarei assunto nel portare avanti da solo tutta la famiglia. Mia madre entrò nella stanza e mi vide piangere e allora spezzai il mio silenzio ed espressi tutti i miei dubbi a mia madre. Le dissi che avevo visto mio padre nella terra di Don Carlo che andava a farsi curare dalle puttane. Mia madre si scurì in faccia e si sedette silenziosa sul divano di fronte alla porta di casa. Mia madre doveva soffrire davvero molto per quella faccenda aveva la faccia viola e se stavo bene in silenzio la sentivo parlare da sola. Dopo qualche ora mio padre tornò dalla terra di Don Carlo con uno strano sorriso, e mi madre senza neanche controllare se aveva i vestiti sporchi lo riempì di botte.

           

 

Attentato all'Ikea

 

Questo è l’annuncio che ho pubblicato la settimana scorsa sul Mattino di Napoli:

  “Cercasi personale per effettuare attentato presso la struttura Ikea di Napoli. Si garantisce vitto e alloggio per il periodo di lavoro. Non sono determinanti ai fini del colloquio fede religiosa o politica. Non ci sono avanzamenti di carriera, no porta a porta, no strutture piramidali di vendita, no investimento iniziale.”

Allegai all’annuncio il mio numero di telefono e aspettai. L’annuncio aveva tra giorni di validità, dopodiché l’avrei dovuto rinnovare e  pagare di nuovo la pubblicazione. Il primo giorno non mi chiamò nessuno, così anche il secondo. Poi il terzo giorno chiamarono. Telefonò un ragazzo di nome Maurizio e parlava molto piano. Gli dissi che dovevamo incontrarci e che avrei dovuto guardarlo in faccia prima di acconsentire alla sua partecipazione all’attentato all’Ikea. Gli diedi appuntamento a casa mia e gli spiegai per bene come arrivarci. Arrivò con alcuni minuti di ritardo e quando suonò al citofono 38B mi disse “Sono Maurizio, quello dell’annuncio”. Maurizio arrivò al quarto piano sudato per aver fatto le scale a piedi, mi confessò una lieve claustrofobia e quindi un’intolleranza agli ascensori. La cosa mi rassicurò, i claustrofobi sono persone affidabili e rispettose delle gerarchie. Maurizio aveva una maglietta azzurrina sudata tutta azzeccata sopra la pancia. Pesava almeno cento venti chili e aveva due grosse sacche di grasso attorno alla vita e sulle cosce. I capelli erano pochi e gli crescevano uno schifo, gli occhiali di celluloide erano così stretti sulla sua faccia che i naselli gli aveva scavato dei solchi nell’osso del naso. Era sudato e gli puzzavano i piedi. La gente così era perfetta per fare un attentato. Maurizio aveva motivazioni da vendere per rovinare un intero schifoso centro commerciale svedese pieno di famiglie. Esitai prima di metterlo al corrente delle sua capacità. Maurizio era tranquillo anche se, a causa del caldo non riusciva a smettere di sudare. La fronte era lucida di sudore e le mani lasciavano un alone umidiccio su tutto quello che toccava, e poi quella sua insopportabile puzza di piedi. Gli allungai un bicchiere d’acqua e lui lo tracannò in un secondo e allora gliene passai un altro e pure questo sparì subito. Era chiaro da dove provenisse tutto quel sudore. Cercai allora di spiegargli la cosa. “Vedi Maurizio, sto lavorando a questo attentato da due mesi e penso finalmente di avere per le mani il più grosso attentato mai fatto da queste parti. Conosco praticamente tutto di quella struttura e sto parlando degli orari del personale, della sicurezza, dei parcheggiatori, dei clienti, la disposizione dei mobili nel magazzino, le strutture dei reparti e tutto quello che succede in quel posto. Tu non dovrai fare altro che obbedire. Da adesso in poi e per un mese dormirai in questa casa, sulla destra c’è una stanza piccola dove troverai il letto. Niente armadi, non avrai bisogno di cambiarti i vestiti, qui non lavoriamo come rappresentanti di cosmetici. Mi occuperò io stesso del pranzo e della cena. Tu dovrai limitarti ad ascoltare quello che io ti dirò. Potrai tirarti indietro fino all’ultimo momento. Io non proverò mai a trattenerti, tuttavia sappi che non lo farai. Adesso ci sono un paio di cose che devi sapere sul tuo futuro. Se sopravivi all’attentato molto probabilmente diventerai omosessuale. Certi livelli di adrenalina si raggiungono o con la tensione che provoca un attentato o con la dilatazione delle pareti dell’ano. All’inizio proverai a spingerti nel culo oggetti via via più grossi, in seguito che ti sarai abituato al diametro crescente vorrai sottometterti a qualcuno, vorrai essere posseduto. Il tuo rapporto con gli esseri umani migliorerà. Sarai felice anche se continuerai a girare con quaranta chili di grasso appeso. Non prendi farmaci per dormire per il momento e non li prenderai neanche in futuro. Sarai attirato dall’eroina, dagli incidenti stradali, dai prodotti dei discount, ripudierai le guerre come violenza inutile del genere umano, cercherai di ammazzare almeno un uomo famoso e proverai ad avvelenare il latte nei supermercati. Questo è quello che ho da dirti, adesso vai a riposare per un’ora. Mentre io preparavo la cena. Maurizio si diresse verso la stanzetta sul fondo della casa e io misi a bollire l’acqua nella pentola. La gente come Maurizio avrebbe cambiato per sempre il corso delle cose ne ero sicuro. Ogni goccia del suo viscido sudore era intrisa di quella rabbia silenziosa che gli era stata instillata atomo dopo atomo dal meccanismo selettivo dei comportamenti sociali. Ogni volta che da piccolo Maurizio aveva ricevuto un insulto per il suo aspetto un attentato. Dieci insulti dieci attentati. Mille insulti mille attentati. Diedi poi una scorsa all’orologio e vidi che si erano fatte le sette e mezzo in punto. Era l’ora di annaffiare le piante. Presi la mia bottiglia di plastica e ci versai dentro due flaconcini di Ritalin, un medicinale a base di anfetamine. Girai il tutto per bene finche il Ritalin quasi non scomparisse e si confondesse con la limpidezza dell’acqua. Andai fuori dal balconcino e feci scorrere la soluzione in un tubo che terminava nel vaso della pianta di basilico della mia sessantenne vicina di casa. Ritirai il tubo, avvitai il tappo sulla bottiglia e la riposi nel cassetto dei medicinali. Dopo mezz’ora che avevo messo la pentola, andai a chiamare Maurizio. Bussai alla sua porta e senza aprirla gli dissi che era pronto e che poteva venire a sedersi tavola. Provai a trasmettere a Maurizio una considerazione che il mondo intero non gli dava e volevo che percepisse nitidamente la differenza tra quello che era la sua vita e il lavoro che adesso avevo deciso che lui portasse a termine. Maurizio in alcuni secondi fu in cucina e si sedette. Malgrado fosse troppo presto per cenare, il suo stomaco era pronto a digerire qualsiasi cosa gli venisse messa all’interno e scindere poi vitamine da proteine e da carboidrati e andare poi a mettere in quelle due grosse sacche laterali altro spessore proprio come fanno le foche e le balene contro il freddo. Mangiò avidamente tutta la pasta emettendo un suono con le mascelle e respirando con il naso a causa della bocca piena di cibo. Masticava con la bocca aperta, e senza molta fatica si poteva vedere la pasta masticata che si accumulava nella bocca, la lingua che di tanto in tanto prendeva parte al processo della masticazione spostando cumuli di pasta da una parte all’altra di quella caverna sudicia. Chissà se aveva mai avuto una donna Maurizio. Grasso come era ce ne voleva a trovarsene una. Me lo immaginavo seduto sulla tazza del cesso a masturbarsi, e schizzare in un fazzoletto di carta e dopo precipitarsi su una confezione di merendine e lasciarsi infine cadere davanti a una televisione per vedere le trasmissioni del pomeriggio piene di vecchi e di storie di vita vera. Maurizio terminò di mangiare e decisi di illustrargli alcuni aspetti dell’attentato all’Ikea. 

“Allora Maurizio, sei mai andato all’Ikea?”

“Si” disse in maniera decisa.

“Quando ci sei andato?”

“Ieri, dopo che avevo letto l’annuncio sul giornale, non potevo presentarmi qui senza esserci prima andato a vedere.”

“Bene, adesso dimmi, quanto tempo ci hai passato dentro.”

“Due ore. Forse anche tre non mi ricordo bene.”

“Ti è piaciuto?”

“Si, mi è piaciuto.”

“Adesso sai che tra qualche settimana farai una complessa operazione di sabotaggio che provocherà molti feriti?”

“Si lo so.”

“Ti fa piacere?”

“Non lo so”

“Bene, non preoccuparti, non hai bisogno di motivazioni, non ci servono.”

Maurizio si limitava a rispondere alle mie domande senza farne delle altre e senza proporre argomenti di discussione.

“Adesso andiamo a letto, ma prima voglio che tu legga questo libro.”

Gli allungai una copia del libro “Coscienza omosessuale e percezione dell’ano” e lui lo prese tra le mani sudate, lesse il titolo velocemente e rialzò gli occhi verso i miei.

“Adesso vai, verrò a chiamarti domani mattina.”

Maurizio si alzò e si recò nella sua stanza con il libro. Il libro era molto interessante e proponeva un giusto approccio antropologico della sessualità e inoltre spiegava la fisiologia del piacere della dilatazione dell’ano. Io restai invece nella cucina e mi addormentai sopra una sedia con le gambe di metallo e il piano in truciolato.

Il mattino seguente verso le sei e trenta andai a svegliare Maurizio. Bussai alla sua porta e questa volta la aprii lentamente. Maurizio aveva sempre addosso i vestiti del giorno prima che oramai dovevano essere diventati una cosa unica con la sua pelle. Portai nella sua stanza un tavolino con una piccola televisione e un videoregistratore con all’interno una cassetta pronta a partire. La cassetta si chiamava “Omosex Anal” e proponeva due ore di penetrazioni anali. Dissi a Maurizio di guardarla con attenzione, era indispensabile per la sua formazione. Misi in funzione il videoregistratore e lo lasciai da solo. Io me ne ritornai in cucina e guardai l’orologio. Presi altri due flaconcini di Ritalin e li versai nella bottiglia di plastica con l’acqua. Girai tutto e infine versai tutto nel tubo che terminava nella pianta di basilico della mia vicina di casa. Facevo quel trattamento a quella pianta di basilico da due mesi, ma solo nelle ultime settimane avevo avuto dei risultati apprezzabili sulla mia vicina. La vecchia cucinava e usava il basilico che lei coltivava per impreziosire i suoi piatti. Il basilico conteneva una quantità tale di Ritalin che avrebbe trasformato un piccione in un falco capace di strapparti gli occhi. All’ultima riunione di condominio, per un disappunto con l’inquilina del terzo piano sul colore da dare alle porte dell’ascensore, la mia vicina di casa aveva provato a strangolarla urlandole “puttana succhiacazzi”.

Entrai in camera di Maurizio e lo vidi assorto, quasi assente o meglio ipnotizzato dalle immagini che scorrevano sullo schermo. Era passata un’ora e mezzo e decisi che poteva bastare. Quando premetti lo stop al videoregistratore Maurizio ebbe quasi un sussulto e forse solo allora dovette accorgersi della mia presenza nella stanza. Mi sedetti sul suo letto conquistando a malapena lo spazio sufficiente per sedermi. Chiesi a Maurizio se avesse voglia di parlare qualche minuto e lui mi fece cenno di si con la testa. Gli chiesi se ricordava l’ultima volta che aveva fatto una radiografia e se era riuscito a sentire i raggi che gli frugavano dentro, oppure se quando beveva il latte a lunga conservazione aveva anche lui l’impressione che quella roba gli sarebbe restata dentro allo stomaco per una settimana prima di essere digerita, oppure se quando prendeva l’autobus si sentiva addosso il sudore di tutte le persone che ci stavano dentro. Mi disse di si alla maggior parte delle mie domande. Barava però feci finta di niente, volevo solo renderlo sensibile ad aspetti che la maggior parte delle persone ignora. Volevo che percepisse la violenza del consumo di massa e l’indirizzo che le grosse aziende davano ai nostri gusti. Tutta la nostra libertà si risolveva nello scegliere liberamente tra la Nike e la Adidas, tra la Pepsi e la Coca Cola. Dissi anche questo a Maurizio. Gli dissi poi di andarsi a lavare i denti perché l’igiene orale era importante.

Nei giorni che seguirono ebbi modo di spiegare a Maurizio tutti i dubbi che mi assalivano la notte e le mie paure sui pipistrelli e i gatti, la mia resistenza ai luoghi troppo illuminati e a quelli troppo bui, l’intolleranza contemporanea alla folla e alla solitudine e il mio continuo dondolarmi per scandire i secondi con un movimento secco e preciso della schiena. Gli spiegai perché contavo sempre i lampioni sulla destra della strada e portavo poi il conto con le dita e il motivo perché prima di uscire di casa dovevo battere il pavimento una volta con la punta e due volte con il tacco della scarpa. Cercai di spiegagli quanto fosse fondamentale quel gesto e riuscii a trasmettergli la maggior parte dei piccoli rituali che da sempre costellavano la mia vita.

Il mercoledì seguente illustrai a Maurizio i dettagli del mio piano per l’attentato all’Ikea. Per questo motivo lo portai all’Ikea. Prendemmo l’autostrada a San Giovanni in direzione dello svincolo di Casoria, seguimmo le indicazioni per Afragola e arrivammo alla struttura tutta blu e gialla dell’enorme capannone. All’interno c’erano centinaia di persone accalcate attorno alle stanze da letto, le cucine e le librerie con i libri di autori svedesi. I ragazzi del personale avevano tutti le magliette gialle e giravano frenetici. Tutti gli chiedevano dettagli sulle cucine, se si poteva montare il mobile di quel modello con la cappa di quell’altro modello. Se il frigorifero fosse compreso nel prezzo e se era difficile montarsi da soli quelle cose. Chiedevano inoltre se un’intera cucina smontata poteva entrarci in una Fiat Punto. I ragazzi dicevano che ci voleva almeno una Fiat Punto e una Volkswagen Polo per trasportare un’intera cucina e allora tutti si mettevano alla ricerca di un parente o un amico che avesse una Polo. Feci notare a Maurizio che la posizione della maniglie dei mobili era più alta rispetto ai mobile che abitualmente avevamo in Italia perché quei mobili erano progettati per gli svedesi e neanche osavo immaginare quante donne di statura bassa si sarebbero lussate le spalle per aprire di continuo quei mobili e presto le ortopedie degli ospedali ne sarebbero state piene. Maurizio aveva aperto gli occhi sulla devastazione psicologica e morale di quella azienda e in un moto di ribellione disse: “Facciamola saltare per aria tutta quanta questa merda!”.

“Non ho mai parlato di farla saltare per aria”. Dissi.

“Come no! Io voglio vederla cadere a pezzi e accartocciarsi sui propri pilastri svedesi”.

“L’esplosione di cui parlo io, deve essere emotiva, anzi, emozionale”.

“Io voglio farla saltare tutta per aria!”. Continuò Maurizio.

“Invece no, dobbiamo colpire più a fondo e poi le esplosioni m’innervosiscono. Pensa che quando hanno buttato giù le Twin Towers ho dovuto prendere due Aulin insieme, e lo sai quanto tempo ci vuole prima che le tossine create dall’Aulin svaniscono dal sangue? Te lo dico io, tre giorni. Io per quelle teste di cazzo degli arabi ho dovuto tenere tre giorni quello schifo nel sangue per calmarmi. Quindi niente esplosioni. Il nostro attentato resterà nella storia del terrorismo mediatico. Metteremo in tutti i cassetti di ogni singolo mobile dei volantini con delle finte istruzione per il montaggio dei mobili. Ho inventato una manovra errata per avvitare le viti e tutti quelli che la praticheranno si cacceranno il cacciavite nelle mani e dovranno andare tutti al pronto soccorso. Immaginati lo spettacolo. Vuoi montarti i mobili da solo, bene e allora vai al pronto soccorso a farti bagnare la ferita con il mercurio cromo. Lo sai quanto tempo ti restano in corpo le tossine del mercurio cromo? Te lo dico io, due giorni.”

“Ma che stronzata di attentato è questo!” disse Maurizio.

“E’ il più sublime di tutti gli attentati finora progettati.”

“Neanche un pacchetto di dinamite? Una bustina di plastico? Un esplosivo collegato con le aperture delle ante dei mobili? Facciamo almeno esplodere una macchina nel parcheggio o almeno il serbatoio del gas di un frigorifero.”

“Ho detto che non voglio esplosioni di nessun genere. Il nostro sarà un attentato subliminale.”

“Il tuo di attentato forse, perché io questa stronzata non ho intenzione di portarla avanti!”

“E così pensi di andartene!”

“Certo” disse Maurizio, “che fai vuoi infilarmi qualche divanetto nel culo? Frocio di merda”

Ebbi un moto di rabbia e gli mollai un calcio in uno stinco. Maurizio aspettò un secondo prima che le terminazione nervose attraverso il grasso del suo corpo giungessero al cervello e gli trasmettessero il dolore e la conseguente rabbia. Lo vidi diventare viola e alzare il braccio per picchiarmi e allora cominciai a correre. Maurizio era impazzito e mi voleva gonfiare di botte. Io corsi e me ne scappai all’interno del ristorante svedese in mezzo a quelli che mangiavano uno schifo di baccalà fritto che non era proprio il caso di importare. Maurizio nel frattempo aveva smontato una gamba di un tavolo che costava sessanta euro e girava nel ristorante per spaccarmi la testa. Io me ne restai rintanato dietro una finta pianta grassa ad aspettare che Maurizio mi lasciasse andare.

   

 

 

Zanzare

La settimana scorsa me ne stavo buono a casa a leggere le istruzioni delle piastrine per le zanzare quando suonò il citofono. Era uno che mi disse di scendere in strada perché un ubriaco mi aveva distrutto la macchina che se ne stava parcheggiata tranquilla su un lato della strada. Ero vestito con un pantaloncino di cotone, una camicia a maniche corte e delle pantofole vecchie di dieci anni. Il pantaloncino era scucito da un lato e se alzavo troppo la gamba destra per camminare, usciva una palla da fuori e io avevo imparato un movimento veloce con la mano per rimetterla dentro.

"Bucchinaro bastardo che non sei capace neanche a ubriacarti" pensavo mentre scendevo le scale.

Per strada c'era un gruppetto di persone vicino alle macchine coinvolte nell’incidente e tutti avevano un cane al guinzaglio. Era tutta gente che aveva portato a pisciare il cane e si era trovata sul posto, e che adesso dava delle istruzioni alla polizia su come fossero andate le cose. C'era uno con il barboncino, diceva che gli dispiaceva che quello non fosse morto e che la nostra vita è in costante pericolo a causa di questi sciagurati. Gli dava man forte una signora con uno york shire che sosteneva che in effetti la colpa era anche del governo che non puniva come si doveva questa gente. Nel frattempo un collie si stava inculando un bassotto. Io ero l'unico senza il cane e quando mi videro capirono che avevo qualcosa a che fare con l'incidente. Uno che aveva un bastardino giallo legato al guinzaglio mi chiese se ero un parente di quello che guidava la macchina, gli dissi che dato che avevo voglia di incularmi la mamma in un certo senso sarei diventato il padre adottivo di quel figlio di puttana. La fiancata sinistra della mia macchina mancava completamente, e timidamente aprii lo sportello del lato guida. Venne giù tutto il vetro del finestrino frantumandosi in milioni di piccoli pezzi quadrati. Cercando di non tagliarmi le dita tolsi centinaia di quei piccoli cristalli che invadevano il posto giuda e che ricoprivano la tappezzeria a fantasia azzurra del sediolino. Alla fine ci entrai. Girai la chiave nel contatto e provai a mettere in moto. La macchina partì al primo colpo come non succedeva da anni. Ci feci cento metri sotto gli occhi degli uomini e dei cani e un po' sbilenca la macchina camminò, magari c'era solo da regolare l'equilibratura delle gomme, cambiare il finestrino laterale che era andato in frantumi e altri pezzi di plastica che perdevo lungo la strada. Sgattaiolai fuori dalla macchina, mi aggiustai la palla che nel frattempo sbucava dalla cucitura e me ne risalii a casa per finire di capire il funzionamento delle piastrine per le zanzare. Dopo alcuni minuti il citofono suonò di nuovo, io gli lanciai una ceneriera contro e quello suonò di nuovo. Era la polizia, mi disse se potevano salire per avere i documenti dell'assicurazione, e fui scaltro però a rispondere che era meglio se scendevo io perché in una casa come la mia la polizia era meglio che non ci entrava. Posai la confezione delle piastrine per le zanzare sul comodino accanto al letto, e lottando contro la palla destra che testarda scappava fuori feci di nuovo le scale del condominio. Il gruppetto di gente con i cani questa volta era diventato più folto, si erano aggiunti un siberian husky e un altro bastardino bianco con delle macchie marroni. Tutto intorno al posto dell'incidente c'erano merde di cani ovunque e tutti c’erano andati a finire almeno con un piede dentro, compreso il poliziotto che si avvicinò.

"Lei è il proprietario della Fiat Tipo?".

"No” gli dissi.

"La Skoda verde allora?".

"Neanche".

"La sua macchina è sta coinvolta nell'incidente di questa sera?".

Il poliziotto stava cominciando a irritarsi e se solo fossi stato un albanese o uno zingaro mi avrebbe già preso a calci e sparato alla schiena.

"Quale è la sua macchina?".

Finalmente una domanda aperta.

"Quella laggiù, la Citroen Ax blu".