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Soffia un vento fortissimo
[mentre tu fai finta di dormire]


All’inizio il padre gli prese le chiavi di casa. Alfredo sfilò la collanina della madre dal cassetto, in tasca aveva un grammo di roba e un flacone di metadone molteni di uno che doveva scalare e che gliel’ha venduto per due euro. A Secondigliano faceva freddo, il vento gli tagliava la faccia, ma la roba andava presa.
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Andò a farsi dietro la stazione di Montesanto. Strinse il pugno, le vene uscirono fuori, gli occhi si girarono all’indietro. Girò tutto il pomeriggio per il centro storico andando a sbattere contro i cani e le macchine. Certi lo spinsero, cadde un paio di volte, restò a dormire sotto l’entrata di santa chiara, si fermò davanti la vetrina di una pizzetteria a via san sebastiano e per liberarsi di lui gli diedero una pizzetta, la fece cadere, la raccolse, ne mangiò una parte, un cane gli abbaiò contro spingendogli addosso pipistrelli di alito nero.
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Sotto il ponte dell’autostrada di via argine a ponticelli i rom erano stati cacciati ed erano rimaste tre baracche di lamiere e legno e una roulotte. Alfredo aprì la porta della roulotte e ci entrò. Era inclinata da una parte e dentro faceva lo stesso freddo di secondigliano. Chiuse gli oblò e controllò che la porta si chiudesse. Preparò la roba sul cucchiaio e si addormentò sul pavimento.
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Uscì dalla roulotte il mattino dopo, vestito uguale al giorno prima e alla settimana prima. Prese la circumvesuviana a ponticelli. Entrò in un vagone affollato, mise le mani nella borsa di una ragazza coi capelli che sapevano di baby shampoo johnson e le sfilò il borsellino. Arrivato a piazza Garibaldi vide la ragazza prendere il tapirulan, lui invece andò al bagno. Le mattonelle erano tappezzate di numeri di telefono e di disegni di cazzi. Alfredo si chiuse in una cabina e aprì il borsellino. Settanta euro, patente, carta di identità e una figurina di un santo.
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Comprò un mars dal giornalaio. Camminò fino al palazzo della standa dove sapeva come sfilare borsellini o togliere i codice a barre dai braccialetti. Si avvicinò alla porta piena di luci di natale e la fotocellula scattò. Sentì l’aria calda dell’impianto di riscaldamento sbattergli sulla faccia. Una guardia giurata gli disse di andarsene, lo tenne per un braccio e gli indicò le telecamere del circuito chiuso, poi gli disse che forse poteva aiutarlo, che stavano cercando uno per vestirlo come babbo natale per fare le foto al reparto giocattoli. Alfredo pensò che andava bene e la guardia lo accompagnò in una stanza con un neon e delle sedie di plastica. Seduti c’erano già altri due babbo natale, erano altri due tossici che aveva visto qualche volta a secondigliano, uno era praticamente nano. La guardia gli consegnò la divisa e la barba finta da indossare sopra i suoi abiti, poi disse a tutti e tre di seguirlo.
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La guardia disse loro che ognuno avrebbe lavorato in un reparto e che non si sarebbero mai incrociati perché i babbo natale devono stare sempre uno per volta. Alfredo doveva stare ai giocattoli, un altro all’ingresso con una campanella, il nano invece doveva consegnare dei calendari alla cassa principale.
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Il lavoro di babbo natale non era difficile, bisognava stare su una sedia di legno salutare i bambini quando le mamme lo indicavano e farsi fare le fotografia con il nokia. Alle undici cominciò a sudare per la rota, andò nel bagno del reparto giocattoli, cucinò la roba nel cucchiaio, arrotolò la manica rossa con il pellicciotto bianco in punta e si fece. Si appoggiò con la schiena sulle mattonelle bianche e scivolò fino al pavimento. Ritornò alla sedia di babbo natale un’ora più tardi stravolto, abbassò il cappello rosso fino agli occhi per coprirli, si addormentò di nuovo, cadde dalla sedia, certi pensarono fosse svenuto, invece la guardia lo trascinò fuori il negozio e lo abbandonò sul marciapiede.
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Alfredo si svegliò due ore più tardi sul marciapiede di via Toledo vestito da babbo natale e con venti euro di roba in corpo. Camminò fino al rettifilo, vomitò il mars in una pianta e aspettò il 183 per andare a secondigliano. L’autobus era pieno di tossici e lui era l’unico vestito da babbo natale.
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A secondigliano faceva freddo, ma la roba andava presa non si poteva andare per il sottile. Entrò nella vela azzurra e si mise in fila con gli altri tossici. Arrivarono due da dietro, gli misero una pistola dietro la testa, lo spinsero con la faccia per terra, adesso sparano, pensò Alfredo, muoio vestito da babbo natale, chi maronn sì? mo te spar n’faccia, uno gli tolse la barba di babbo natale, la pistola era un pezzo di metallo freddo, la faccia era tutta sul pavimento del corridoio, infine lo riconobbero, cliente abituale, strunz, disse uno, n’at minuto e te sparavo. Alfredo si alzò, prese tre dosi e gli consegnò trentanove euro. Mentre scendeva le scale, quello con la pistola lo chiamò e gli disse di seguirlo. Salirono due rampe di scale. Il ragazzo aprì un cancello di ferro, entrarono in un corridoio con una telecamera appesa al soffitto, arrivarono in un appartamento, dentro c’era la televisione accesa e due bambini alla playstation, babbo natale dissero, lo guardarono per un po’, una donna strafatta era collassata sul divano, all’interno faceva caldo, infine uscì.
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Chiese mezzo limone in un bar a ponticelli e andò a farsi in un parcheggio dietro una citroen con il lunotto sfondato. Ritornò al campo rom, il vestito da babbo natale gli faceva da cappotto, alcune lamiere delle baracche erano crollate, si chiuse nella roulotte, si fece, la botta fu forte, il cervello faceva pressione sulle tempie, trovò della pittura rossa, prese un pezzo di legno e ci scrisse "il paese di babbo natale" e lo appese all’ingresso del campo rom.
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Gli zingari arrivarono di notte con una golf nera e un’alfa settantacinque rossa. Avevano latte di benzina e masticavano palline di coca. Parcheggiarono fuori il campo, fecero l’ultimo tiro di benzedrina sul cruscotto della golf e presero le taniche. L’oscillazione fece cadere microscopiche gocce di benzina che evaporarono all’impatto con il suolo. Sparsero la benzina attorno quello che restava del loro campo, bagnarono le pareti della roulotte, napoletani gente di merda vi maledico, dissero, poi la fiamma dell’accendino lambì la superficie del tracciato di benzina.
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Il campo si trasformò in una camera di combustione in pochi minuti. Crollarono una parte del tetto e una parete della roulotte, solo allora Alfredo respirò fumo, prese il cucchiaio e il mezzo limone, diede un calcio alla porta della roulotte e uscì. Il campo era completamente in fiamme, camminò in mezzo ai roghi, si ricordò della stanza di casa sua con l’aria condizionata prima che il padre lo cacciasse, trovò l’uscita, quando lo gente che era accorsa lo vide uscire con il vestito di babbo natale mezzo bruciato, con gli occhi della rota più maledetta di Napoli, si scostarono, nessuno si offrì di aiutarlo. Alfredo attraversò il ponte, superò il cimitero di via argine, poteva essere pure gesù cristo pensò la gente, Alfredo trovò lo scheletro di una regata, i sedili erano stati bruciati, restava solo la canna dello sterzo, il vetro era coperto da cenere e polvere e detriti. Alfredo preparò un pera di roba, si fece e prima di girare gli occhi verso il cervello scrisse tra la polvere del vetro della regata, la macchina di babbo natale.
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