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Il progetto "Fa minore"



L’unico cinema che c’era a San Giovanni a Teduccio era il Supercinema. Prima ci stava un supermercato, poi al posto del bancone della carne ci hanno messo il telone e le sedie, però sullo sfondo si vedevano ancora dei pannelli di alluminio sporchi di sangue. Da lunedì al venerdì davano american pie, maial college, the ring, il film di eminem e certi altri film per disgraziati adeguati al livello del quartiere. La domenica invece solo porno. Lo stesso porno rumeno per due mesi consecutivi: Dracula l’impalatore, ma noi ci andavamo lo stesso. Era questione di settimane e avremmo parlato il rumeno meglio di Dracula. Poi misero Gomorra e per otto mesi lo proiettarono tutta la settimana, domenica compreso. Noi la domenica ci passavamo davanti mentre andavamo alla sede dell’Arci e aspettavamo di vedere il cartellone con le foto con gli occhi coperti dalla fascetta nera e il titolo scritto in rosso e invece ci toccava di vedere a questi due coi mitra in mano che sparavano. C’era sgomento tra noi, ma il cinema era pieno di gente per bene, di ragazzi con le fidanzate con il profumo, eravamo vittime del sistema. Nel nostro stato bastava un niente per imbracciare un Uzi e mettere le cose a posto. A noi dei casalesi e delle discariche non ce ne fregava nulla, erano cose lontane a noi ci garbava Dracula l’impalatore. Allora decidemmo di usare il proiettore che ci avevano mandato dalla sede centrale dell’arci.
Roberto disse che avrebbe scaricato il film Dracula l’impalatore da emule e che poi sapeva come collegare il portatile al proiettore. Il download andava lento, ci stavano da configurare le porte, da impostare le priorità, cose che noi dell’arci di San Giovanni a teduccio non sapevamo fare, forse quelli di Piazza Garibaldi, ma noi no. Ci impiegammo nove giorni, lo stesso tempo per coprire Napoli Bucharest andata e ritorno a cavallo. Ci incontrammo tutti una domenica pomeriggio. Germano per scherzare disse che ci eravamo messi in proprio e che l’idea di aprire un cinema porno per film rumeni non era male. Addirittura diceva che si poteva richiedere un sovvenzionamento statale. Roberto fece partire il play e al posto di Dracula l’impalatore, partì il film di Dracula, quello vero. Gente che veniva mangiata viva e sangue a fiumi.
"Adesso vedi che se le scopa", disse Roberto.
"Le sta uccidendo vedi, c’è sangue dappertutto", gli dissi.
"Dovete stare zitti e avere fiducia, in Romania fanno così, prima succhiano il sangue, poi se le chiavano" e nel frattempo lo tirò di fuori. Menarselo in mezzo a tutto quel sangue era uno schifo, staccammo il proiettore e facemmo il bagno a Roberto con la Fanta. Gomorra ci aveva distrutto.

Fu in quel periodo che mettemmo insieme il gruppo. La sede centrale dell’arci ci aveva mandato due chitarre, una elettrica e una classica, una pianola, un flauto e alcuni pezzi di una batteria, una cassa, un charleston e un piatto. Erano destinati a un campo rom che certi zingari avevano messo su dalle parti del palazzo dell’Arin di via Argine, ma noi per il momento ce li tenemmo per ammazzare il tempo. In quanto strumento poco virile nessuno accettò di suonare il flauto. Se solo una delle nostre labbra lo avesse sfiorato, saremmo stati tacciati di omosessualità e decidemmo che per rispetto ai valori solidali dell’arci, il flauto lo avremmo donato al campo rom e che sui gusti sessuali dei rom, noi non avremmo mai preso una posizione precisa. La mozione passò all’unanimità. Io mi presi la pianola. Mi piaceva il colore arancione della plastica esterna e poi mi sembrava facile rispetto agli altri strumenti. Con un pennarello segnavo i tasti che dovevo premere per gli accordi. Dietro la pianola mi sentivo al sicuro, se fosse successa una rissa avrei usato la pianola come scudo. Il repertorio era il peggiore che si potesse mettere insieme. Erano tutte canzoni che si suonavano con il giro di Do, bastava spostare un solo dito, al massimo due per accordo. Non ero molto coordinato ma andavo a tempo. Le canzoni suonavano tutte uguali, un unico suono, ognuno cambiava il La minore con il Re minore quando riteneva opportuno e sembravamo malati in stato confusionale più che musicisti. Come nome scegliemmo Dracula e gli impalatori. Effettivamente non eravamo i tipi virili che il nome della nostra band propagandava, però lo saremmo diventati e se poi se nella nostra band ci fosse stato un flautista maschio ci potevamo chiamare Dracula e i raddrizzabanane.

La band Dracula e gli impalatori trovò un ingaggio. Doveva essere un segno dell’apocalisse quello. Gli altri erano entusiasti, io invece mi guardavo intorno, scrutavo nel cielo strane figure oppure aspettavo che il sole diventasse viola. In cambio di trenta euro complessivi bisognava suonare nella parrocchia di padre Gaetano che stava vicino la vesuviana di San Giovanni a teduccio. Eravamo tragicamente vestiti male, Renato aveva messo la gelatina e la maglietta dei Sepultura, Roberto camicia viola e cravatta stretta nera, io maglioncino. Il pubblico comunque era all’altezza della situazione. Era un gruppo di disabili. C’erano ragazze con tagli di capelli a caschetto come fanno ai down che pesavano cento chili e avrebbero ballato su qualunque cosa producesse un suono. Non ci aspettavamo il Royal Albert Hall comunque. Gli strumenti fischiavano, c’era ritorno ovunque, ma i nostri spettatori il fischio ce l’avevano già fisso in testa. Bisognava solo emettere un suono di volume superiore a tutti i fischi che c’avevano in testa quelli per risolvere la serata. Attaccammo subito con il nostro pezzo forte. Prima di cominciare Roberto autoeletto leader del gruppo disse: "spacchiamogli il culo a questi disabili di merda". Il primo brano allora fu La gatta. Eravamo padroni dell’armonia, sapevamo tutto quello che c’era da sapere sul giro di Do, i disabili danzavano, io guardavo l’orario nella speranza che quella cosa finisse presto. Il brano successivo fu Il cielo in una stanza, poi Roberta. Suonavamo musica per morti. Roberto aveva detto che se avessimo studiato l’accordo di Fa minore avremmo potuto raddoppiare il nostro repertorio in niente, anzi, disse che coi trenta euro avremmo ingaggiato un insegnante di musica che ci avrebbe mostrato il Fa minore. Il pomeriggio nel retro della parrocchia proseguì bene, un’idiota sulla carrozzina si pisciò sotto e dovettero buttarci sopra della segatura e certi altri idioti camminando nella segatura bagnata combinarono quel posto uno schifo.

Il maestro di musica venne la domenica pomeriggio seguente. Non se la passava bene, Roberto disse che per i trenta euro che gli davamo avrebbe ridipinto tutta la sede dell’Arci, ma c’era da fidarsi, lui stesso l’aveva visto fare il Fa minore da Dio. Il maestro di musica non aveva i capelli al centro della testa e si presentò con una bottiglia di vino. Si sedette. Renato aveva un blocco per gli appunti, eravamo pronti per la lezione. Il maestro ci guardò uno per uno, posò la bottiglia di vino per terra e parlò.
"Voi dovete scopare. Lasciate perdere la musica".
Il maestro aveva colto nel segno. Ci guardammo tutti negli occhi.
"L’avevo detto io che era un grande", disse Roberto, e partì l’applauso al maestro.
"Grazie", disse il maestro, "allora, quanti soldi avete in tasca".
Nessuno parlò, non capivamo. "Avanti", e fece il gesto di rivoltarsi le tasche, "quanti soldi avete in tasca. Se mettete insieme cinquanta euro vi porto una signora che conosco, qui, adesso. Una puttana vera". "Ho il bancomat", disse Renato.
"Bene", disse il maestro, "allora aspettate qua. Dammi il bancomat e scrivimi il codice, voi aspettatemi".
"Urra per Dracula e gli impalatori!", urlò qualcuno. Il maestro sparì. Noi ci organizzammo in turni. Io avevo una paura cane, le budella si attorcigliavano, tutti l’avevano, ma una defezione sarebbe stata segno di omosessualità. Non si poteva rischiare, bisognava andare fino in fondo a ogni costo. Maledetto maestro. A mozione unanime, Renato, in quanto finanziatore del progetto denominato "Fa minore" doveva essere il primo.
"No", fece lui sbiancando, "se volevo essere il primo, potevo andarci anche da solo ed essere l’unico. Io invece voglio che vi divertiate prima voi, voglio essere l’ultimo". Il maledetto si era preso il turni migliore. Comunque tirammo a sorte e il mio turno era il terzo. Avevo paura, ero preparato su il film Dracula l’impalatore e le nozioni di base ci stavano, ma non sapevo se le cose sarebbero andate proprio come nel film. Finalmente la tensione terminò tre ore dopo circa, quando ci rendemmo conto che il maestro era scappato con il bancomat di Renato e che nel circolo Arci non sarebbe mai arrivata nessuna signora.
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