Luglio

L'arci di San Giovanni era un’associazione per depressi e pugnettari. Alcuni di noi
avevano tanto di quel ferro stampato sui denti capace di attirare tutte le calamite fino a Piazza Garibaldi. Eravamo uno zoo. Parlavamo di sesso per tutta la durata dei nostri incontri, la sede centrale ci aveva mandato della diapositive di educazione sessuale da proiettare sulla parete. Era materiale per un progetto destinato ai ragazzini del quartiere. C’era disegnata l’anatomia degli organi maschili e femminili. Erano dei disegni orribili su come era fatta l’attrezzatura delle ragazze. C’era questo triangolo enorme con un canale al centro e nei due angoli alti c’erano due rotolini di prosciutto che erano le ovaie. Quei disegni erano uno schifo, nessuno dovrebbe mai sapere cosa c’è sotto la pelle. Per alcuni anni la visione di quelle tavole anatomiche fu l’evento più vicino a una scopata. Ogni volta che venivano proiettate le diapositive del monte di venere, Antonio, andava a darsi una lisciatina nel bagno della sede. Poi ci andavano Roberto, Ruggiero e infine io. Tornavamo a casa con le occhiaie, stanchi. I nostri discorsi avevano preso un’inclinazione anatomica, eravamo diventati dei tecnici. Non si parlava più di fica, ma di collo uterino.
Il mese di Luglio arrivò una circolare dalla sede centrale con scritto che ci saremmo uniti all’associazione Libertà&Celluloide per gestire il cineforum al parco di San Giovanni. Libertà&Celluloide era un gruppo che si riuniva nella sede del PC del quartiere, di fronte al deposito dello Sperone. Quando passava il tram andava via la corrente, bisognava aprire una finestra e fare entrare la luce della strada. Proiettavano dei film su un lenzuolo e poi ne discutevano. Una volta partecipammo anche noi dell’arci. Mi ricordo che sul lenzuolo c’era una macchia a forma di cane, allora certi si misero a pigliare per il culo a quello che l’aveva portato. Noi dell’arci non sapevamo se metterci pure noi a pigliare per il culo, restammo zitti, ci guardavamo più che altro, speravamo solo che poi noi toccasse a noi. Quello del lenzuolo non se la prendeva, ci scherzava perché aveva autoironia. Erano maturi, noi dell’arci ci saremmo accoltellati per questa cosa. A parte questo episodio, quelli di Libertà&Celluloide erano inarrivabili per noi perché nel gruppo avevano delle ragazze. Colli uterini, piccole labbra, monti di venere veri. Quando si riunivano c’era odore di shampoo e di bagnoschiuma felce azzurra delle ragazze.
Al cineforum era pieno di zanzare. C’era uno stagno artificiale pieno di tartarughe abbandonate dalla gente del quartiere e le zanzare ti mangiavano vivo. Nonostante questo la gente veniva lo stesso a guardare i film. Erano vecchi per lo più, mi mostravano tutte le tessere che avevano in tasca per avere uno sconto all’ingresso. Certe volte non li facevo pagare, non c’era un conteggio preciso. Provavo ad applicare il comunismo così come avevo sentito i discorsi al circolo del PC dopo i film. La seconda sera quelli di Libertà&Celluloide misero oltre me un’altra persona al banchetto dei biglietti all’ingresso. Si chiamava Michele, aveva i capelli ricci e lunghi e indossava una giacca verde militare. Io ero ricoperto di Autan che mia mamma mi aveva dato per via delle zanzare. Ero unto, le zanzare mi scivolavano sulle braccia per questo non mi pungevano. Michele aveva tre anni più di me e venivano molte ragazze a salutarlo al banchetto dei biglietti. Ero fiero di farmi vedere dai ragazzi dell’arci con Michele. Fumava le sigarette e le ragazze gli dicevano le cose nell’orecchio.
Il giorno seguente andai al Rettifilo a comprare una giacca uguale a quella di Michele in un negozio di abbigliamento militare. Mi scendeva lunga e parte del palmo della mano restava coperto. Pensai che fosse proprio così che dovesse andare. Ma diventare figo con diciannove euro era troppo a buon mercato.
Sapevo che non sarebbe stato facile fare accettare la mia giacca nuova a casa e già nell'ascensore mi prese una certa tremarella. Mi aspettavano prese per il culo e umiliazioni. Pensai che dopotutto era stata sdoganata la permanente di mia sorella e il nuovo colore dei capelli di mia madre e forse c’era una speranza per la mia giacca. Decisi comunque di giocare nelle retrovie. Fuori la porta sfilai la giacca e la tenni appoggiata sul braccio, era bella piegata che sembrava un asciugamano e la lasciai attaccata all’attaccapanni. Sarebbe stato il destino a scegliere, qualcuno l’avrebbe notata appesa da là si sarebbe decisa la mia sorte. Fortunatamente quel giorno mia sorella Isabella era passata alle lenti a contatto e tutta l’attenzione della serata venne concentrata sulle sue cornee arrossate. Indossai la giacca, dopo cena faceva già un altro effetto. Fuori discussione che si trattava di una giacca maledetta da indossare col buio, illuminazione adatta per quelli tenebrosi come me e Michele. La giacca mi stava bene, la lunghezza sui polsi era perfetta, ma presi le strade più buie, era meglio andarci piano coi cambiamenti, la gente aveva bisogno di tempo per abituarsi. Certi cani bucchinari mi abbaiarono da un cancello di ferro, me la feci addosso e mentre organizzavano la vendetta per il giorno seguente arrivai al banchetto del cineforum. Era già pieno di vecchi, potevano essere il doppio della sera precedente. Non appena mi vide Ruggiero mi corse incontro. Disse che dalla sede centrale avevano mandato delle tavole anatomiche aggiornate con degli organi che prima non c’erano. Bisognava subito indire una riunione per mettere al corrente tutto il gruppo dei cambiamenti anatomici negli organi femminili. Stupido segaiolo, neanche comprendeva le opportunità che la mia nuova giacca mi offriva. Presto avrei toccato un vero canale uterino. Di Michele non c’era traccia, staccavo biglietti, faceva caldo, sulla schiena avevo una mistura di sudore e Autan che avrebbe tenuto lontano anche le sanguisughe, ma di togliermi la giacca non se ne parlava. Era fatta, avevo una giacca militare e stavo sotto un riflettore che attirava tutte le falene e le zanzare del quartiere. Arrivò una ragazza, aveva una gonna lunga e colorata e degli orecchini che le pendevano dai lobi, una specie di ragnatela fatta di ferro filato. "Questa sera sono io con te, Michele l’hanno messo al proiettore, mi chiamo Mariella". Cristo santo, avevo la giacca da venti minuti e già ero al punto di lavorare con una ragazza vera. Mi era venuto un crampo alla pancia, mi veniva da vomitare. Passavano i miei compagni dell’arci, venivano sempre in due, facevano finta di niente, si sgomitavano e provavano invidia. Alcuni mi alzavano il pollice in segno di vittoria. Avevo l’approvazione del gruppo. Da quel momento la mia vita doveva virare verso un look aggressivo, solo così potevo esaltare le mie potenzialità. Presi in considerazione l’idea di farmi un tatuaggio, di mettermi l’orecchino e di suonare la chitarra. Di sicuro avrei guardato tutti i film che davano alle riunioni di Libertà&Celluloide insieme ai miei nuovi amici e alla mia nuova amica Mariella.
Staccavo biglietti e organizzavo la mia nuova vita quando tra i vecchi in fila qualcuno mi chiamò per nome. Era una vecchia che abitava nel mio condominio.
"Sei andato militare?".
Stronza.
"No", feci. Avevo capito la vecchia dove voleva parare, ma bisognava simulare sicurezza. Impostai un sorriso niente male.
"Perché sei vestito così allora?".
Mariella rise togliendomi dall’impaccio. La vecchia puttana insisteva.
"Voi giovani siete incredibili. Fate le manifestazioni contro la guerra e poi vi vestite come i militari", si frugò nella borsetta e tirò fuori una fetta di torta, "tieni, mangiala, l’ho fatta io".
Avrei fatto di tutto purché la vecchia andasse via.
"Grazie signora", disse Mariella, "ne prendo anch’io un pezzo".
La vecchia mollò il pezzo di torta e andò via. Non era male, era una torta di mele. Quelli di Libertà&Celluloide parlavano anche di cibi biologici e non bevevano la coca cola. Pensai che mangiare la torta della vecchia sarebbe stato un gesto per sintonizzarmi sulla stessa frequenza di Mariella. Magari mi avrebbe invitato a casa sua ad assaggiare dei buoni cibi biologici che lei stessa avrebbe preparato. Buttai giù tutta la torta della vecchia, alla fine c’erano briciole ovunque. Aspettai che Mariella si alzasse per spingerle fuori dal tavolo perché non ero sicuro che quella fossa la cosa giusta da fare. Arrivarono altri vecchi, facevo battute, Mariella un poco rideva un poco scriveva i messaggi sul nokia, andava meglio del previsto. Dopo alcuni minuti la torta della vecchia fermentò nello stomaco. Le viscere mi si tirarono, sbiancai, mi sentivo le lamette nella pancia. Mi alzai dalla sedia, volevo allontanarmi.
"Stai bene?", chiese Mirella.
La vidi cambiare forma, sentii distorcere il suono della sua voce e svenni.
Mi risvegliai alcuni minuti dopo steso sul sedile posteriore di una macchina in direzione dell’ospedale Loreto mare. Guidava Michele, seduta accanto a lui che gli teneva la mano c’era Mirella. I crampi alla pancia erano sempre più forti, ma erano niente rispetto al danno in immagine che quella situazione mi stava creando. Volevo dire di andare con calma che non era niente, una cosa che poteva capitare, invece quanto era vera iddio lo stomaco si stava aprendo due parti. Avevo delle contrazioni fortissime all’addome e pensai che forse era quella la morte. Steso sul sedile di dietro, sentivo l’odore di stoffa nuova della mia giacca. Michele mi scaricò davanti al pronto soccorso e in poco mi ritrovai steso su una barella. Ero pallido, la poca pelle che usciva da sotto la giacca era bianca. Mentre l’infermiere coi baffi mi spingeva verso la sala del pronto soccorso, lungo il corridoio pieno di neon bianchi, trovai appollaiati su una panchina mia madre e mio padre. Quando mi videro sbiancarono.
"Cosa è successo?".
"Un malore", disse Michele.
"Chi è questo?", gli urlò contro mio padre.
Perché erano là, chi li aveva chiamati?
Poi arrivò anche mia sorella Isabella. Aveva un occhio bendato.
"L’infezione guarirà in una settimana ha detto il medico", poi mi vide con il suo unico occhio buono, "ma cosa ci fai qui? E cos’è questa giacca?".
Michele e Mirella andarono via, li vidi di spalle, Michele già stringeva tra le dita una sigaretta che avrebbe acceso fuori.
"Ti spacco la testa", disse mio padre.
"E lascialo", rispose mia madre.
La giacca era sempre là, niente era perduto, un minuto dopo mi infilarono un clistere da lavanda gastrica.
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