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#5 Ti aspetto qui,
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Poesia del citofono |
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6 |
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Doppie punte |
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Il cuore dei cani |
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Divanismi Telecomando stretto in mano, son gran maestro del divano, tale padre tale figlio, non ascolto alcun consiglio, le televendite dei tappeti, per il maestro non hanno segreti e i telefilm della mattina, sanno di scuola e di ovomaltina, ma adesso smetto, altrimenti lo ammetto, mi stanco, mi affanno mi ammalo, rigetto. Spegnete la luce e spostate quel nano, che voglio morire su questo divano. |
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7 Adesso sono seduto in un autogrill, ho guidato per centonovanta chilometri con un rumore nello sterzo, e le ruote lisce. In questo posto ci sono mosche dappertutto, e da una televisione, si sentono delle risate registrate e musiche fuori moda. Ho preso le patatine, il mars, due bottiglie, cambio i soldi e anacronisticamente ti chiamo da un telefono a gettoni. Si sente il suono delle monetine che cadono nello stomaco, mentre mi dici di tornare e mi rassicuri che non sono pazzo, io continuo a infilare, gioco con il filo, e tengo il conto di quanto costa ogni tua parola e ogni mio silenzio. |
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marzo Femmina, ti festeggio il giorno otto c.m. consegnandoti le mimose da protocollo e comprando la cassetta d’acqua come da accordi intercorsi in fase di fidanzamento. Alla casa ci penso io, dicesti, avevi il pigiama dell’orso yoghi, ma tu compri la cassetta d’acqua, aggiungesti, e il secondo giorno eravamo a secco. Ma adesso in questo giorno di festa della tua specie io ti porto la mimosa per ristabilire l’ordine, tu fai tutto, come da accordi, e io porterò due cassette d’acqua a settimana. Seccherò la calabria e la valle d’aosta, sul citofono scriveranno - in periodo di siccità suonare qui -. Femmina che effettivamente bevi troppa acqua, non ti preoccupare, riempi tutti i bicchieri che vuoi e fai pure il rumore con la bocca, io sul divano verde con l’accappatoio arancio sarò rubinetto. |
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01/12/2009 Mi chiamo Solange Magnano e sono morta oggi, primo dicembre duemilanove durante un’operazione di chirurgia estetica. Non pensate che la mia sia stata una morte evitabile, non ho mai avuto scelta. Le vostre facce deformi, i vostri nasi gobbi, la mancanza di simmetria delle vostre arcate sopraccigliari non mi interessano. La geometria disarmonica della vostra faccia è un’anomalia, la bruttezza è una malattia. Rifiuto la vostra miserabile compassione. Ho avuto tutto, ma volevo di più. Sono stata miss Argentina e quando ho sentito la morte sopravvenire nel letto della mia clinica ho chiuso gli occhi e ho pensato che la bellezza stesse riprendendosi tutto quello che mi avevo dato. Ho ringraziato per il debito che avevo con lei e ho pagato il conto. |
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Poesia sessuale Signorina blowjob, scrivo questa poesia sessuale, mentre ti guardo in questo filmino, per la trentesima volta. Ho già preparato il fazzoletto, la porta della camera è chiusa, e adesso siamo soli io e te, oltre a quell’altro dico, che pure mi sembra un professionista, e allora mentre facciamo questa cosa a tre, io chiudo gli occhi, e nel momento più bello, mi sembra di sentirti quando mi chiedi se mi è piaciuto, se voglio che tu mi faccia un caffé e poi mi chiedi a che ora vado a lavoro. Guardo il mio osso perdere consistenza, e il fazzoletto inzupparmi i peli sulla pancia, mentre tu fai l’amore con la bocca al tuo socio. Amore elettrico mio, spengo il portatile e la ventola si ferma, sei da qualche parte nei fili del modem, e ti tengo, per soli trenta euro a bimestre.
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Poesia dell'abbandono
Sono sempre stato bravo a trovare i soprannomi alle persone. A quella grandissima puttana, che adesso m’ha lasciato, per esempio, io avevo trovato proprio quello preciso. Ora guardo le televendite e gioco a Football Manager,
sto portando e sbaglio apposta i numeri di telefono. Ho conosciuto una di Grosseto, siamo diventati amici, dice che c’è una cometa che il 22 maggio duemilaventuno colpirà la terra, e tutto sarà finito. Da tre settimane dormo in macchina, sotto il portone della troia, ogni tanto viene la polizia e mi portano in questura. Mi hanno preso i pollici. Agli sbirri gli ho raccontato tutta la storia, uno di loro m’ha detto, anche se questa cosa non deve saperla nessuno, che lui l’avrebbe ammazzata al posto mio. Dice che può procurarmi una pistola. Poi mi dicono di andare a casa e io vado di nuovo a dormire in macchina, a contare i giorni fino al duemilaventuno.
092010 Mentre il congresso di denti e di ossa, e di ciglia [residui di bellezza sul bordo del lavandino], del sottoscritto, e di matite per gli occhi l’oreal [di lei], di oggi uno settembre, smaltisce coll’aulin il fumo tagliatissimo, il chimicone di san giovanni, certi operai del comune [vestiti malissimo] scavano un fosso, spropositato, immorale, sotto la sua finestra, e il sottoscritto lancia monetine e mollette, nascosto dietro le inferriate, per ferire la classe operaia, incosciente del buco, che coi loro martelli ad aria compressa, gli scavano nel cervello.
Poesia dell’operatore della wind
“Buongiorno sono Ivano chiamo dalla Wind, abbiamo una nuova offerta, ha un minuto per me?”. “No, mi dispiace”. “Va bene” Sono le 15.00, ci sono esattamente 288 operatori, disposti in 12 file da 24, il condizionatore tiene l’aria a 25 gradi, il soffitto è pieno di tubi lucenti, ma alle 15 e 15 finisce tutto, cara Marianna della fila 9 postazione 7. “Buongiorno sono Ivano chiamo dalla Wind, abbiamo una nuova offerta per lei, ha un minuto?”. “È un brutto momento”. Le lancette stanno per toccarsi, il timer attacca tra due minuti, c’è un orologio enorme appeso sulla parete a nord, sentiremo solo una grossa esplosione, forse sarà il rumore a ucciderci tutti, o forse il calore, la prima fila a scomparire sarà la fila 8, quella più vicina agli armadietti, il mio zaino con dentro un chilo di roba pronta a saltare è là dentro, e poi, cara Marianna della fila 9 postazione 7, nella prossima vita, sta' attenta a non lasciare in giro il tuo cellulare, perché non voglio di nuovo provare il dolore, [io sono morto esattamente tre giorni fa, dilaniato da un sms di un certo Simone che parlava del gusto della tua bocca e della tua fica, {forse gli piacerai anche da morta}], quindi la morte, adesso che sono di casa all’inferno, spedito in low cost da te, tre giorni fa, senza resuscitare come il tuo super eroe preferito, non mi fa paura. Mancano pochi secondi, pensavo a una cosa più epica per la mia, la nostra, la loro morte, a questo punto il film della mia vita dovrebbe essere già partito, e se non vedo niente, forse è perché è stato niente, ecco l’ultima telefonata, altri dieci secondi, all’inferno venderò tariffe telefoniche a hitler, non mi perdonate, perché io non vi perdono, “Buongiorno sono Ivano chiamo dalla Wind, abbiamo una nuova offerta, ha un minuto per me?”. “Tutta l’eternità”.
Poesia del fantasma del centro Buffetti
Solo io lo vedo,
adesso sta vicino la fotocopiatrice,
mi saluta,
ha i capelli bianchi,
delle volte mi viene vicino,
io dico l’angelo custode,
lui mi dice che non devo avere paura.
Ho chiesto in giro,
l’hanno trovato morto in questo negozio,
che dieci anni prima era una sartoria,
e la gente del quartiere dice che questo signore,
si è fatto trovare appeso,
la lingua era viola,
il giorno prima che si impiccasse i capelli erano neri,
perché lui,
il sarto,
aveva fatto il patto col diavolo per disegnare il vestito più bello di ogni tempo,
ma il diavolo non è persona affidabile.
Sono Dio, mi chiamate così, ma la pronuncia esatta del mio nome, i tre milioni e otto di lettere che lo compongono, basterebbe da sola a spazzare le vostre misere vite fino alla fine dei tempi. Ma sono anche il diavolo, o almeno mi conoscete con questo nome, perché è questione di equilibrio, e per quanto mi riguarda, il male è un bene irrinunciabile, e solo una cosa sarà esclusa dalla dannazione, il vestito del sarto, perché il male l’ha cucito, e il bene l’ha lavato.
Ho la camicia viola, e dodici euro, e il dolore di denti, [non sarò capace di mangiarti la clavicola come scritto su appunto appeso sotto calamita California], il cellulare non prende, due, massimo tre tacche, sono fermo in macchina, a due chilometri dalla porta a vetri elettrificata del tuo negozio, e ascolto la voce della signorina nel tomtom che dice, vai avanti, cristo, vai avanti, ma sono sempre stato un pisciasotto, la signorina del tomtom non ne è al corrente, [richiesto aggiornamento mappe interiori] e in caso di terremoto, e in caso di asteroide, e in caso di incendio, io non ti dirò che va tutto bene, al limite guarderemo il telegiornale e capiremo se davvero moriremo di un accadimento climatico, o con un ridicolo fatto di cronaca, e anche oggi non entrerò nel tuo centro Tim per chiederti di dormire a casa mia e di guardare i simpson e mangiare i pan di stelle e parlare di zombie e di egon schiele e dei baustelle e dei miei patetici tentativi di fare le cose e poi ti riaccompagno a casa e tu giochi con il finestrino elettrico, e mentre un cane attraversa la strada io per la prima volta ti dico il mio nome.
caro batman, caro gesù, caro papa ratzinger, caro giovanni rana, vi scrivo perché fuori da questa cucina, seduta al tavolo 32 vicino la finestra, c’è daniela, e io sono vestito da cameriere, e lei è con il suo nuovo fidanzato, e sono seduti dalla mia parte della sala, e hanno ordinato spaghetti a vongole e spigola all’acqua pazza, e nella cucina del ristorante Il Pappagallo, mi sembra di essere caduto in un pozzo mentre un cane mi mangia la faccia, il cuoco barese mi dice che non c’è un cazzo da aspettare, ho i loro piatti [di ceramica bollente] appoggiati sugli avambracci, e mentre spingo le porte della cucina, [e non capisco perché gli editori non mi contattano], mi ricordo di quando eravamo a copenaghen, e avevamo finito i soldi, e lei sentiva freddo, anche se era agosto, però era bello, e poi solo quattro mesi dopo lei che chiama i carabinieri, e io che non posso più aspettarla fuori al suo ufficio, fuori la palestra, fuori la chiesa, fuori dal supermercato, fuori dal corso di ceramica, non esiste nemmeno più il fuori della sua vita, e loro adesso sono dentro il ristorante, e io mi vergogno e tremo, e allora ritorno indietro, il cuoco barese mi guarda, appoggio i piatti da qualche parte, esco dal retro, ho preso un coltello, e con la punta scrivo puttana sul cofano della bmw del suo fidanzato, torno in cucina, poi ci ripenso, torno alla macchina, e mentre il cuoco ride e fuma camel light, sotto puttana, scrivo ti amo, ‘sta bene’, dice il cuoco, ‘mo però purt u piatt e muvt, strunz'.
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