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Volevo scriverti un messaggio col
telefono dell’ipercoop che mi dicesti di comprare caso mai ti sentivi
male di notte e dovevi
chiamarmi d’urgenza, d’emergenza, d’emorragia di lacrime e di sigarette
e di filo interdentale e di kebab
(tre
euro e cinquanta, senza cipolla, molto tzatziki).
E adesso io che
ho superato piazza Bellini,
sulla salita ho
lasciato dietro una vecchia trainante un carrello della spesa
ipertropico di buste di latte metaforico di cibazione
priva di canini e molari, tutta lingua e palato,
e ho visto un paio di ricchioni seduti che parlavano di fenomeni atmosferici del
nord, lontani galassie piovose che tanto noi a Napoli ce ne passa per il
cazzo e certe femmine con le tute e le suole legnose sul pavimento
sconnesso disconnesso si spostano nervose con il fiato di marlboro
rosse,
e vini
economici,
e adesso che sto
provando a usare le parole in forma comprensibile per un software
telefonico, per farmi apprezzare come mi era riuscito con certi
giornali,
mi viene in
mente che non ho mai avuto un telefilm preferito nè una marca preferita
di cereali, ma solo incroci, curve, semafori, cartelloni della
pubblicità in una mia personale geometria euclidea di delimitati
contorni, angoli di vie, buche, paletti
e la paura che
non si alza il cazzo e la morte che comincia proprio in mezzo alle mie
cosce, la morte precisa geografica satellitare che si annida nel mio
canaletto urinario e che comincia da là a mangiarsi il mondo, mantide
sdentata, sposa fedele ipocondriaca bipolare narcolessica liquirizia
affondo la faccia nei lavori per una metropolitana che collega debiti e
suicidi di una città piena degli uni ma poco degli altri, e decido di
penetrarti con le parole, di ingravidarti con soluzioni grammaticali
piene di sperma e fare il giochetto del filo molle che resta teso in
mezzo alle due falangi.
Conto i cani e i
piccioni di proprietà del comune come loro contano noi di proprietà
dell’azienda della metropolitana che non vede l’ora di sganciarci nel
retto caldo di terreno di scale mobili e corrimano, ascensori, nelle
fondamenta umide della fica suburbana. Mi siedo da una parte e ti scrivo.
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