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1 - 2 - 3 - 4 - 5 - tavola degli elementi 2007-2008 - poesia del citofono - 6 - doppie punte - divanismi - il cuore dei cani - 7 marzo - 01/12/2009 - poesia sessuale - poesia dell'abbandono - 092010 - poesia del centro Buffetti - poesia dell'operatore della wind - poesia di Dio - poesia della sedia nuova - poesia del pisciasotto - poesia del quattordici dicembre - di denti e d'amore 239 - 745 - Cuore di cane di cancello - Poesia pagata da Petrella € 1,50 (anche poesia della tangenziale)

 

 

 

Cuore di cane di cancello

 

Sono un cane di cancello,

quando abbaio faccio gli occhi rossi,

si alzano le vene del collo,

per il cortile si sente solo il mio cuore nella cassa toracica,

e se avessi denti più forti,

mangerei il ferro delle sbarre che proteggo.

 

La sera mi fa male la gola,

e quando dormo sogno di mangiarvi gli occhi,

di leccarvi la spina dorsale,

di strapparvi il naso dalla faccia,

ma la notte non devo abbaiare,

mi chiudono nel garage,

dormo sul tappeto,

sento le macchine,

vorrei corrergli dietro,

e abbaiare alla luna.

 

Ci sta uno che lo schifo,

passa dall’altra parte della strada,

quant’è ver a maronn se si fa più vicino lo uccido,

voglio scavare nella sua pancia coi denti,

io vi schifo a tutti,

ma a questo di più,

è secco, non ci posso pensare,

mi fa uscire pazzo,

deve stare lontano dal cancello,

se passa più vicino sfondo tutto,

me lo mangio mentre piange,

cerco di tenerlo vivo il più possibile,

lo devo uccidere lentamente,

non fa niente che sono un ciwawa alto venti centimetri,

ho un cuore tenebroso e nero per uccidervi tutti quanti.

 

 

 

 

 

 

Poesia pagata da Petrella € 1,50

Mi sono fatto un pesce in mano nell’autogrill sulla tangenziale perché mi hai mandato un messaggio,  

sbagliando destinatario,

dove parlavi di labbra, di spine dorsali, di denti dentro la carne,

di una sera prima che dovevi essere da tua sorella,

vomito e continuo a farmi il pesce in mano,

mentre con la sinistra tengo la porta chiusa,

non vengo mai,

leggo il numero di telefono di uno che ce l’ha lungo,

di un altro ricchione che mi dà venti euro se lo chiamo e gli racconto la storia della mia vita,

e quanti soldi dovresti darmi tu adesso?

e come tutte le puttane, scrivo il numero di telefono tuo dietro la porta di questa cabina,

e dico che lavori in società con gli altri due, il ricchione e quello che ce l’ha lungo,

siete un circo di cannibali,

e per venti euro mandate messaggi alla spina dorsale sbagliata.

 

 

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745

le istruzione del tuo corpo in mezzo al polistirolo,

i tuoi denti per sempre avvolti nel cellophane,

appuntamenti in ritardo di dieci anni,

alle fermate del tram giuste,

non mi telefonerai mai di notte per dirmi che c’è un allarme che non ti fa dormire,

non ti accompagnerò mai a comprare le scarpe.

il peccato mortale di averlo sprecato?

il peccato mortale di averti toccato?

 

 

239

Mentre spingo il mio osso estensibile nella tua corteccia tra l’ombelico e il ginocchio,

guardo l’abat-jour su questo comodino,

[li sento solo io questi cani abbaiare?]

e studio le righe del parato nella camera duecentotrentasette dell’albergo Arcobaleno di Licola.

Prima, mentre ti lavavi i denti nel lavandino marrone,

mi hai ripetuto che esiste una relazione tra cazzo e poesia,

il primo penetra e l’altra ingravida,

una stronzata così,

e io che sono poeta di poesie sceme,

e ho la testa piena di lucertole,

e la pancia piena di cani,

vorrei polmoni di nuovo rosa,

 e denti senza lesioni,

capelli, diottrie e decibel,

e due centimetri di cazzo in più per ricominciare tutto daccapo.

 

 

Di denti e d'amore

Amore mio ti spengo le sigarette sul collo,

ti taglio i piedi e li metto nella carta argentata,

le labbra nel cellophane,

ti conservo nel frigorifero vicino la philadelphia,

oppure ti congelo.

Una volta dissi che ti avrei mangiato la bocca,

e tu ridesti,

e quello che resta della nostra relazione,

adesso è sul lavandino,

in un sacchetto di plastica.

Oggi ti ho invitato a cena,

ho una dieta iperproteica,

e ti mastico,

e rimugino.

Nel letto comandavi tu,

amore mio,

nel frigorifero io

 

 

 

Poesia dei sintomi influenzali. [Presidio medico]

 

Mezza tachipirina,

e una tacca di aspirina,

sedia sedia sediolina.

 

Altra botta di sciroppo,

mentre soffia lo scirocco,

se fiorello vende scai,

io non compro capirai,

il termometro m’illude,

il mio corpo è una palude,

mentre il bactrim lavora,

io scatarro verde e viola,

il piumone mi comprende,

e rai tre che non si prende,

pulsa forte anche il mio dente,

bastardo nano presidente,

e mi stordisco assai da solo,

se scorreggio nel lenzuolo.














Poesia del quattordici dicembre

A diciassette anni vivevo di erezioni pulsanti,

interminabili,

ma ero attrezzato con una faccia che non sarebbe stata all’altezza,

le cose non si mettevano bene,

e tu che eri di quattro livelli più bella,

[nella piramide alimentare della bellezza saresti stata squalo],

(io lucertola),

ne avevi almeno ventisette,

[*di*anni*di*denti*bianchi*e*nasi*perfetti*e*zigomi*morbidi*e*capelli*lisci*di*baby*shampoo* johnsons*],

@il mio disordine geometrico mi dava per spacciato@,

io mi pettinavo con la gelatina,

[Studio L’Orèal Paris]

e ti aspettavo tutte le notti,

con la miocon il mio fremente e ridicolo e patetico turgore,

[i racconti dei miei amici parlavano di gente che si scopava fette di carne infilate nei termosifoni],

e nemmeno immaginavo quanto le necessità da macelleria sarebbero state vicine alla realtà,

ma tra te e me era diverso,

lasciavo la porta aperta,

e nel sogno tu ti infilavi nelle mie coperte,

gesù com’eri leggera,

pesavi meno delle lenzuola,

e ricostruivo l’odore del tuo collo,

e del tuo dentifricio,

e ti immaginavo nelle pose dei miei Le ore nascosti sotto il videoregistratore,

io e te su divani di pelle troppo costosi per lo stipendio di guidatore di tram di mio padre,

immobili,

come in un madame tussauds di uomini ritratti prima del momento della morte,

e la mattina c’erano i resti della mia passione che incollavano lenzuola e pigiama,

mi bastava chiudere gli occhi e vedermi attraversare il corso san giovanni,

e suonare al tuo campanello,

e leggere tutte quelle enne nelle targhetta del tuo cognome,

e io e te che ci sedevamo al pianoforte,

le tue dita che mostravano,

la maniera di suonare orrende musiche di gente morta da mille anni,

e io con le occhiaie,

il tuo maglione bianco Benetton,

il metronomo che scandiva il tempo che mi restava,

[lo stesso desiderio lo avrei provato solo dieci anni dopo per le camel light, i baustelle e una puttana di catanzaro]

io che memorizzavo dettagli olfattivi per il nostro imminente incontro notturno,

e l’altro allievo che già aspettava nell’ingresso,

anche lui con le occhiaie,

si sarebbe detto lo studio di un oculista,

quanto era reale il sogno,

amore mio di pentagrammi e bellezza.




#1

Cuore mio
scrivo questi pochi appunti prima di farmi una sega
adesso che sono tornato a casa
nel caldo di placenta di San Giovanni a Teduccio
all’interno 23 della scala c
respirando a polmoni divaricati
lungo la strada che sa di piscio di cane e di fiato di poveri.

Guido su questo schifo di strada
lasciandomi superare dalle api piaggio e da un furgone rosso pieno di terreno
e certi tossici vestiti per bene
col cappello della nike
camminano a ridosso della linea bianca laterale sulla tangenziale
scansando i cani che invece la linea bianca non l’hanno tenuta presente.

Il programma radiofonico a diffusione nazionale
che adesso ascolto
spiega certe cose di oroscopi e congiunzioni astrali da non sottovalutare
e forse è proprio per questo
che adesso io
guido alle sette e venti del mattino
tornando a casa
nella direzione contraria al resto della gente.

In questo appartamento vuoto
arredato solo di un ventilatore di media grandezza
mi conto le dita dei piedi
e sogno un condizionatore d’aria
e uno spazzolino nuovo
e di nuovo la casa piena di assorbenti interni
come appena due settimane fa
che aspettavo seduto vicino al citofono
la scarica degli elettroni lungo il filo
e io che dicevo chi è e tu che dicevi io.

Prenderò un aulin per dimenticarmi di questa merda di mattina
di capelli che cadono nel lavandino e di occhiaie
di dentifricio solidificato nel tubetto
e di magliette sudate e di piedi incompleti
di soli cinque dita
cadauno
che non garantiscono più equilibrio.

 

 

 

 

#2

Volevo scriverti un messaggio col telefono dell’ipercoop che mi dicesti di comprare caso mai ti sentivi male di notte    e dovevi chiamarmi d’urgenza, d’emergenza, d’emorragia di lacrime e di sigarette e di filo interdentale e di kebab

(tre euro e cinquanta, senza cipolla, molto tzatziki).

E adesso io che ho superato piazza Bellini,

sulla salita ho lasciato dietro una vecchia trainante un carrello della spesa ipertropico di buste di latte metaforico  di cibazione priva di canini e molari, tutta lingua e palato,

e ho visto un paio di ricchioni seduti che parlavano di fenomeni atmosferici del nord, lontani galassie piovose che tanto noi a Napoli ce ne passa per il cazzo e certe femmine con le tute e le suole legnose sul pavimento sconnesso disconnesso si spostano nervose con il fiato di marlboro rosse, 

e vini economici, 

e adesso che sto provando a usare le parole in forma comprensibile per un software telefonico, per farmi apprezzare come mi era riuscito con certi giornali,

mi viene in mente che non ho mai avuto un telefilm preferito nè una marca preferita di cereali, ma solo incroci, curve, semafori, cartelloni della pubblicità in una mia personale geometria euclidea di delimitati contorni, angoli di vie, buche, paletti

e la paura che non si alza il cazzo e la morte che comincia proprio in mezzo alle mie cosce, la morte precisa geografica satellitare che si annida nel mio canaletto urinario e che comincia da là a mangiarsi il mondo, mantide sdentata,    sposa fedele ipocondriaca bipolare narcolessica liquirizia

affondo la faccia nei lavori per una metropolitana che collega debiti e suicidi di una città piena degli uni ma poco degli altri, e decido di penetrarti con le parole, di ingravidarti con soluzioni grammaticali piene di sperma e fare il giochetto del filo molle che resta teso in mezzo alle due falangi.

Conto i cani e i piccioni di proprietà del comune come loro contano noi di proprietà dell’azienda della metropolitana che non vede l’ora di sganciarci nel retto caldo di terreno di scale mobili e corrimano, ascensori, nelle fondamenta umide della fica suburbana. Mi siedo da una parte e ti scrivo.

 

 

 


 

#3

Femmina siderurgica con il cuore di ferro,
t’attacco e m’attacco a te,
come calamita a porta di frigorifero.
 

 

 

 

 

#4

Le 4 e 52 fuori il centro direzionale,
ho i capelli legati male, l’odore di epidermide della mia fica di 28 anni acido di adipe residui di colluttorio e immagini intraretina di denti approssimativi e imperfezioni dermiche del mento e aliti di cazzo e di fica umori incastrati sotto le gengive da rimuovere con chirurgica accondiscendenza. Sono in un bar con gli adesivi delle marche di birra e i ventilatori che preparo un euro e ottanta (tre monete da cinquanta e ne cerco una da trenta) per il cappuccino e il cornetto da mischiare agli umori gengivali, per avere un cornetto gusto fica e non ho ingoiato da quando ho preso la tangenziale di linee bianche e di catarifrangenti per masticarti e digerirti e metabolizzarti e pisciarti. Nel bar ci sono due puttane con gli occhi troppo bianchi, di pupille scomparse e guidatori appesantiti di mezzi pesanti di dopobarba e lamette e di thermos pieni di caffè di mogli giù in sicilia. Le torri di cemento e specchi brillano di luci arancioni comunali uguale alle luci del bar che si riflettono nella cornea da obitorio di una delle due puttane, quella più giovane, meglio truccata, col trucco, che fuma asmatica e ricorda e conta i soldi nella borsetta e ha smesso di guardare l’orario da tre anni. Metto due euro in una chiazza d’acqua del bancone, in due monete gemelle, studiando la prossima mossa del mio intestino azzannato da un cane luminoso.

 

 

 

#5

Ti aspetto qui,
al distributore della Shell proprio all’ingresso dell’autostrada di luci arancioni e di fari rossi
una cosa di una mezz’ora
sotto le unghie i segni della colluttazione con l’aspiratore di banconote
per via di quella dieci che proprio non era idonea,
c’ho il telefono scarico
per dirti che faccio tardi
a decidermi
che tardo
che è meglio se ti avvii
magari a passo lento
che poi faccio lo scatto di lingua
come la rana e la libellula
e ti avvolgo tra le piaghe della lingua
ma non adesso
che sono bloccato al distributore
spaventato dal prezzo della benzina
mentre sento il flusso scorrere e l’odore della benzina depiombizzata,
al costo di 1.339
e penso che tra poco non potrò più permettermi la benzina
e mi toccherà di camminare a piedi,
con le cose nelle buste di plastica e le tasche piene di sigarette e di accendini arancioni.

 

 

 

Tavola degli elementi per il periodo 2007-2008
[Cellophane]

endemol
kellogs
preparazione h
eroina
discount
samsung
colonie di insetti
ceres
airbag
iraq
megapixel
camorra
jimi hendrix
dalì
silicone
smart
luciano bianciardi
big mac menù
l'oreal
sweeper catturapolvere
raccolta punti
coca-zero
silicon-valley
tavolino lack
oust
dentifricio
ipod nano
microsoft
cerotti alla nicotina
condizionatore classe a
paris hilton
tom tom
afterhours
apple
shreek
godfellas
cane lupo
zoo
cnn
martini
lele mora
erg
diossina
sms
cani a pelo corto
sacchetti per il vomito
alcover
mattel
anoressia
autogrill
dual core
nike
denti del giudizio
a4
contenitori per organi
body building
terrone
stock option
colonie di insetti
dvx
lacrime artificiali
blu tooth
nokia
multicentrum
4 sperone-vittoria
silicio
mms
cristo
kamikaze
lattex
colgate
playstation
diversamente abili
canadair
ernia iatale
scatola nera
omar ed erika
viaggi low-cost
wi-fi
racket
piastrine per le zanzare
msn
sadomaso
dvd-rw
napoli
google earth
villaggi all inclusive
disturbi del sonno
mp3
regole d'ingaggio
insulina
batterie ricaricabili
assemblea di condominio
lucida labbra
peep show
ipocalorico
autovelox
gemelle cappa
lista di attesa trapianti
d&g
red bull
neomelodici
desflurane
bitlord
second life
freepress
sangue di san gennaro
conto arancio
esercizi per perdere la memoria
cartucce ricaribalili
ahmadinejad
polonio 210
codice a barre
bondage
starbucks
grazie per l'add
godot
platone
 

 

 

Poesia del citofono

 

Ieri ho letto una poesia d’amore
leggendo i cognomi sui citofoni del tuo condominio
per esempio il signor Desiderio e la famiglia Incatenato
la signora d’Amore
e poi quel tale che si chiama Passionale
e dico
ma questa è la nostra storia
e tu l’hai scritta per me
sui citofoni del condominio
retroilluminati di notte

poi sull’ultima riga dei citofoni
si legge di quell’infame che si chiama Scannapiecoro
e di quel Toro
e quando ti ho detto scendi stronza
tu hai fatto finta di non saperne nulla
mentre io diventavo lo zimbello di tutto il tuo condominio.

 

6



Accarezzo l’idea artificiale di non accarezzarti con la lingua, almeno stasera,
diciamo fino a giovedì prossimo
perché ho letto sul sorrisi e canzoni che in televisione danno certi telefilm
americani
con sanguisughe giganti e zombi orbi orbitanti abitanti a Casoria
e io ho due zie di Casoria, sai com’è
allora scongelo i sofficini, uno coi funghi l’altro con il pomodoro,
per la cena domotica
e nella catodica domestica resto con il gatto a parlare di te, più che a parlarti,
per non distrarti dall’idea di me

 

 

Doppie punte


Colleghe doppiepuntiche elettrodomestiche di shampoo ai frutti di bosco
rappresentanti avon
streghe coi folletti
bimby e kirby
che fanno tutto loro
costano tanto
però fanno tutto loro,
giurate con la mano al cuore,
costano però
allora mandeteli a lavoro al posto vostro
doppie punte con il resto attaccato sotto
se fanno tutto loro
i bimby e i kirby
che sono più simpatici
meno meccanici.

 

 

Il cuore dei cani


Il cuore dei cani,
in-scatolato toracico
in-termittenze termiche
di resti
di bue
esterni di macellerie
abbagliato abbaia di bagliori.
 

Divanismi

Telecomando stretto in mano,
son gran maestro del divano,
tale padre tale figlio,
non ascolto alcun consiglio,
le televendite dei tappeti,
per il maestro non hanno segreti
e i telefilm della mattina,
sanno di scuola e di ovomaltina,
ma adesso smetto,
altrimenti lo ammetto,
mi stanco, mi affanno
mi ammalo, rigetto.
Spegnete la luce e spostate quel nano,
che voglio morire su questo divano.



7

Adesso sono seduto in un autogrill,
ho guidato per centonovanta chilometri con un rumore nello sterzo,
e le ruote lisce.
In questo posto ci sono mosche dappertutto,
e da una televisione,
si sentono delle risate registrate e musiche fuori moda.
Ho preso le patatine, il mars, due bottiglie,
cambio i soldi
e anacronisticamente ti chiamo da un telefono a gettoni.
Si sente il suono delle monetine che cadono nello stomaco,
mentre mi dici di tornare
e mi rassicuri che non sono pazzo,
io continuo a infilare,
gioco con il filo,
e tengo il conto di quanto costa ogni tua parola e ogni mio silenzio.

marzo

Femmina, ti festeggio il giorno otto c.m.
consegnandoti le mimose da protocollo
e comprando la cassetta d’acqua come da accordi intercorsi in fase di fidanzamento.
Alla casa ci penso io, dicesti,
avevi il pigiama dell’orso yoghi,
ma tu compri la cassetta d’acqua, aggiungesti,
e il secondo giorno eravamo a secco.
Ma adesso in questo giorno di festa della tua specie
io ti porto la mimosa per ristabilire l’ordine,
tu fai tutto, come da accordi,
e io porterò due cassette d’acqua a settimana.
Seccherò la calabria e la valle d’aosta,
sul citofono scriveranno - in periodo di siccità suonare qui -.
Femmina che effettivamente bevi troppa acqua,
non ti preoccupare,
riempi tutti i bicchieri che vuoi e fai pure il rumore con la bocca,
io sul divano verde con l’accappatoio arancio sarò rubinetto.



01/12/2009

Mi chiamo Solange Magnano e sono morta oggi, primo dicembre duemilanove durante un’operazione di chirurgia estetica. Non pensate che la mia sia stata una morte evitabile, non ho mai avuto scelta. Le vostre facce deformi, i vostri nasi gobbi, la mancanza di simmetria delle vostre arcate sopraccigliari non mi interessano. La geometria disarmonica della vostra faccia è un’anomalia, la bruttezza è una malattia. Rifiuto la vostra miserabile compassione. Ho avuto tutto, ma volevo di più. Sono stata miss Argentina e quando ho sentito la morte sopravvenire nel letto della mia clinica ho chiuso gli occhi e ho pensato che la bellezza stesse riprendendosi tutto quello che mi avevo dato. Ho ringraziato per il debito che avevo con lei e ho pagato il conto.
Poesia sessuale

 

Signorina blowjob, scrivo questa poesia sessuale,

mentre ti guardo in questo filmino,

per la trentesima volta.

Ho già preparato il fazzoletto,

la porta della camera è chiusa,

e adesso siamo soli io e te,

oltre a quell’altro dico,

che pure mi sembra un professionista,

e allora mentre facciamo questa cosa a tre,

io chiudo gli occhi,

e nel momento più bello,

mi sembra di sentirti quando mi chiedi se mi è piaciuto, se voglio che tu mi faccia

un caffé e poi mi chiedi a che ora vado a lavoro.

Guardo il mio osso perdere consistenza,

e il fazzoletto inzupparmi i peli sulla pancia,

mentre tu fai l’amore con la bocca al tuo socio.

Amore elettrico mio,

spengo il portatile e la ventola si ferma,

sei da qualche parte nei fili del modem,

e ti tengo,

per soli trenta euro a bimestre.

 

 

Poesia dell'abbandono

 

Sono sempre stato bravo a trovare i soprannomi alle persone.

A quella grandissima puttana, che adesso m’ha lasciato,

per esempio,

io avevo trovato proprio quello preciso.

Ora guardo le televendite e gioco a Football Manager,

sto portando la Stabiese in Champion,

e sbaglio apposta i numeri di telefono.

Ho conosciuto una di Grosseto,

siamo diventati amici,

dice che c’è una cometa che il 22 maggio duemilaventuno colpirà la terra,

e tutto sarà finito.

Da tre settimane dormo in macchina,

sotto il portone della troia,

ogni tanto viene la polizia e mi portano in questura.

Mi hanno preso i pollici.

Agli sbirri gli ho raccontato tutta la storia,

uno di loro m’ha detto,

anche se questa cosa non deve saperla nessuno,

che lui l’avrebbe ammazzata al posto mio.

Dice che può procurarmi una pistola.

Poi mi dicono di andare a casa

e io vado di nuovo a dormire in macchina,

a contare i giorni fino al duemilaventuno.

 

 

 

 

 

092010

Mentre il congresso di denti e di ossa,

e di ciglia [residui di bellezza sul bordo del lavandino],

del sottoscritto,

e di matite per gli occhi l’oreal [di lei],

di oggi uno settembre,

smaltisce coll’aulin il fumo tagliatissimo,

il chimicone di san giovanni,

certi operai del comune [vestiti malissimo] scavano un fosso,

spropositato, immorale,

sotto la sua finestra,

e il sottoscritto lancia monetine e mollette,

nascosto dietro le inferriate,

per ferire la classe operaia,

incosciente del buco,

che coi loro martelli ad aria compressa,

gli scavano nel cervello.

 

 

Poesia dell’operatore della wind

 

“Buongiorno sono Ivano chiamo dalla Wind, abbiamo una nuova offerta, ha un minuto per me?”.

“No, mi dispiace”.

“Va bene”

Sono le 15.00, ci sono esattamente 288 operatori,

disposti in 12 file da 24,

il condizionatore tiene l’aria a 25 gradi,

il soffitto è pieno di tubi lucenti,

ma alle 15 e 15 finisce tutto,

cara Marianna della fila 9 postazione 7.

“Buongiorno sono Ivano chiamo dalla Wind, abbiamo una nuova offerta per lei, ha un minuto?”.

“È un brutto momento”.

Le lancette stanno per toccarsi,

il timer attacca tra due minuti,

c’è un orologio enorme appeso sulla parete a nord,

sentiremo solo una grossa esplosione,

forse sarà il rumore a ucciderci tutti,

o forse il calore,

la prima fila a scomparire sarà la fila 8,

quella più vicina agli armadietti,

il mio zaino con dentro un chilo di roba pronta a saltare è là dentro,

e poi,

cara Marianna della fila 9 postazione 7,

nella prossima vita,

sta' attenta a non lasciare in giro il tuo cellulare,

perché non voglio di nuovo provare il dolore,

[io sono morto esattamente tre giorni fa, dilaniato da un sms di un certo Simone che parlava del gusto della tua bocca e della tua fica, {forse gli piacerai anche da morta}],

quindi la morte,

adesso che sono di casa all’inferno,

spedito in low cost da te,

tre giorni fa,

senza resuscitare come il tuo super eroe preferito,

non mi fa paura.

Mancano pochi secondi,

pensavo a una cosa più epica per la mia, la nostra, la loro morte,

a questo punto il film della mia vita dovrebbe essere già partito,

e se non vedo niente,

forse è perché è stato niente,

ecco l’ultima telefonata,

altri dieci secondi,

all’inferno venderò tariffe telefoniche a hitler,

non mi perdonate, perché io non vi perdono,

“Buongiorno sono Ivano chiamo dalla Wind, abbiamo una nuova offerta, ha un minuto per me?”.

“Tutta l’eternità”.

 

 

 

Poesia del fantasma del centro Buffetti

 

Solo io lo vedo,

 

adesso sta vicino la fotocopiatrice,

 

mi saluta,

 

ha i capelli bianchi,

 

delle volte mi viene vicino,

 

io dico l’angelo custode,

 

lui mi dice che non devo avere paura.

 

Ho chiesto in giro,

 

l’hanno trovato morto in questo negozio,

 

che dieci anni prima era una sartoria,

 

e la gente del quartiere dice che questo signore,

 

si è fatto trovare appeso,

 

la lingua era viola,

 

il giorno prima che si impiccasse i capelli erano neri,

 

perché lui,

 

il sarto,

 

aveva fatto il patto col diavolo per disegnare il vestito più bello di ogni tempo,

 

ma il diavolo non è persona affidabile.

 

 

Poesia di Dio

 

Sono Dio,

mi chiamate così,

ma la pronuncia esatta del mio nome,

i tre milioni e otto di lettere che lo compongono,

basterebbe da sola a spazzare le vostre misere vite fino alla fine dei tempi.

Ma sono anche il diavolo,

o almeno mi conoscete con questo nome,

perché è questione di equilibrio,

e per quanto mi riguarda,

il male è un bene irrinunciabile,

e solo una cosa sarà esclusa dalla dannazione,

il vestito del sarto,

perché il male l’ha cucito,

e il bene l’ha lavato.

 

 

Poesia del pisciasotto

 

Ho la camicia viola,

e dodici euro,

e il dolore di denti,

[non sarò capace di mangiarti la clavicola come scritto su appunto appeso sotto calamita California],

il cellulare non prende,

due, massimo tre tacche,

sono fermo in macchina,

a due chilometri dalla porta a vetri elettrificata del tuo negozio,

e ascolto la voce della signorina nel tomtom che dice,

vai avanti, cristo, vai avanti,

ma sono sempre stato un pisciasotto,

la signorina del tomtom non ne è al corrente,

[richiesto aggiornamento mappe interiori]

e in caso di terremoto,

e in caso di asteroide,

e in caso di incendio,

io non ti dirò che va tutto bene,

al limite guarderemo il telegiornale e capiremo se davvero moriremo di un accadimento climatico,

o con un ridicolo fatto di cronaca,

e anche oggi non entrerò nel tuo centro Tim per chiederti di dormire a casa mia e di guardare i simpson e mangiare i pan di stelle e parlare di zombie e di egon schiele e dei baustelle e dei miei patetici tentativi di fare le cose e poi ti riaccompagno a casa e tu giochi con il finestrino elettrico, e mentre un cane attraversa la strada io per la prima volta ti dico il mio nome.

 

 

Poesia della sedia nuova

 

caro batman,

caro gesù,

caro papa ratzinger,

caro giovanni rana,

vi scrivo perché fuori da questa cucina,

seduta al tavolo 32 vicino la finestra,

c’è daniela,

e io sono vestito da cameriere,

e lei è con il suo nuovo fidanzato,

e sono seduti dalla mia parte della sala,

e hanno ordinato spaghetti a vongole e spigola all’acqua pazza,

e nella cucina del ristorante Il Pappagallo,

mi sembra di essere caduto in un pozzo mentre un cane mi mangia la faccia,

il cuoco barese mi dice che non c’è un cazzo da aspettare,

ho i loro piatti [di ceramica bollente] appoggiati sugli avambracci,

e mentre spingo le porte della cucina,

[e non capisco perché gli editori non mi contattano],

mi ricordo di quando eravamo a copenaghen,

e avevamo finito i soldi,

e lei sentiva freddo,

anche se era agosto,

però era bello,

e poi solo quattro mesi dopo lei che chiama i carabinieri,

e io che non posso più aspettarla fuori al suo ufficio,

fuori la palestra,

fuori la chiesa,

fuori dal supermercato,

fuori dal corso di ceramica,

non esiste nemmeno più il fuori della sua vita,

e loro adesso sono dentro il ristorante,

e io mi vergogno e tremo,

e allora ritorno indietro,

il cuoco barese mi guarda,

appoggio i piatti da qualche parte,

esco dal retro,

ho preso un  coltello,

e con la punta scrivo puttana sul cofano della bmw del suo fidanzato,

torno in cucina,

poi ci ripenso,

torno alla macchina,

e mentre il cuoco ride e fuma camel light,

sotto puttana, scrivo ti amo,

‘sta bene’, dice il cuoco,

‘mo però purt u piatt e muvt, strunz'.

 

 

 

 

[gianni solla]        mail: hotelmessico@yahoo.it                 pagina principale