sei nell'archivio, se vuoi, vai alla pagina principalecon tutte le storie
termo-sifone
Termo-sifone
In quella specie di campo di battaglia camuffato da letto,
mi tendesti un'imboscata.
Ci furono delle vittime,
lo scontro fu mortale.
Ed è per celebrare quel momento,
che hai istituito il rito,
dov'io,
religiosamente mi spoglio,
e tu,
ferocemente m'inviti.
sei nell'archivio, se vuoi, vai alla pagina principalecon tutte le storie
Sessanta
Sessanta
Mia mamma mi ha partorito senza dolore sul sedile di dietro di una Fiat 127. Quando ha sentito le contrazioni ha parcheggiato nella piazzola di sosta della tangenziale, si è seduta dietro e ha acceso una camel light. Era buio e non c'era nessuna maniera di chiamare qualcuno. Mise sotto la lingua sessanta gocce di Novalgina che teneva sempre nella borsetta e ingoiò. Ogni camion che passava la 127 tremava e c'era il rischio che la forma a incudine della macchina di per sé non fosse abbastanza aerodinamica a sopportare tutto quel vento. C’era il rischio di ribaltarsi e finire prima di cominciare. Mia mamma strappò il rosario che c’aveva appeso sotto lo specchietto e guardando la croce disse a Cristo che stava tirando troppo la corda e che sessanta gocce di Novalgina non sarebbero bastate per molto, quindi almeno, bisognava darsi una mossa. Quando venni fuori mia mamma mi appoggiò sul sedile davanti, bruciò il cordone ombelicale con l’accendino della 127 e mi avvolse nelle pagine di un Tuttocittà del millenovecentosettantaquattro che teneva nel portaoggetti perché lei le strade non riusciva a impararle. Nell’ottanta poi sarebbe venuto il terremoto e molte tavole del Tuttocittà bisognò ridisegnarle. Quando tutto fu finito, io ero avvolto in uno strato di pagine con le pubblicità di aziende di traslochi e numeri di radiotaxi, mia mamma mise la freccia a sinistra e guidò verso l’ospedale Loreto mare macchiando di sangue il volante e il cambio. Il casellante della tangenziale di Corso Malta quando la vide inzuppata e madida le chiese se avesse bisogno di qualcosa.
"Li sai mettere i punti?".
"No?".
"E allora alza questa cosa, muoviti".
Parcheggiò sulla rampa del pronto soccorso. Un infermiere le disse che non si poteva stare là. Lei allora gli lasciò le chiavi e gli disse di metterla dove gli pareva e uscì con un cartoccio umido di carta da giornale.
"Dove l'ha trovato?", disse il primo medico che la vide e "non si può fumare qua dentro", le disse un altro. E' a quel punto che ci presero a tutti. A lei la stesero su una lettiga ricoperta da un lenzuolo con scritto il nome dell’azienda ospedaliera e le infilarono una flebo nel braccio. Io invece venni portato in una sala più piccola dove mi misurarono la temperatura, mi contarono le dita dei piedi, mi pesarono e cercarono di capire quanto fosse conforme alla legge un figlio nato da una femmina che mentre continuava a perdere sangue fumava le camel light.
Quando mio padre arrivò all’ospedale la prima cosa che mia mamma gli disse fu: "avevo paura di incontrare tua moglie. Si sarebbe messa a urlare come la volta scorsa al supermercato. Tua moglie mi odia".
"Dove l’hanno messo?", disse lui, che adesso poteva parlare di me come unità fisica indipendente.
Mia mamma fece un cenno con la testa per fargli capire dove mi avevano portato. Mio padre allora si fece spiegare da un’infermiera io chi fossi in mezzo a decine di altri ragazzini nelle mie stesse condizioni e restò a guardarmi attraverso un vetro. Appoggiò le mani e cominciò a contare muovendo la testa. Quando mi vide dovette pensare che io e lui non ci assomigliavamo e che adesso a quella ragazza che aveva partorito da sola sulla tangenziale qualcosa bisognava dirle, ma pure alla moglie, che già una volta colla forbice da cucina aveva provato a infilzarlo. L’avevo rovinato. E lui che era un vigliacco, si chiedeva cosa gli sarebbe successo adesso e se c’aveva le stesse palle che c’avevano tutti gli altri uomini, o almeno le stesse di quell’altro che poi era mio nonno. Allora si disse che da qualche parte bisognava cominciare, andò al telefono a gettoni dell’ospedale e con due gettoni, e senza respirare, spiegò alla moglie che da quel momento le cose erano cambiate. Non aveva casa, non aveva lavoro, era così povero da sentirsi libero, la moglie non gli poteva togliere niente. Quando il secondo gettone cadde nella pancia del telefono lui le chiese scusa e lei gli disse che era un pezzo di merda, lui le chiese nuovamente scusa e lei di nuovo che era un pezzo di merda, fallito, pezzente, miserabile e mio padre che aveva appena trovato il coraggio si domandò quanto cristo durassero due gettoni.
Quando ritornò nel corsia mia mamma stava ascoltando la storia di una vecchia aggredita da un cane. Ma sul cane non era tanto sicura, mia mamma poi mi disse che erano stati i figli a dirle così, per tenerle nascosto il male che un uomo può fare a un altro. La vecchia era stesa sulla barella e mia mamma le accarezzava i capelli mentre la flebo le spingeva un liquido trasparente nelle vene. Lui le fu vicino e senza interrompere il racconto della vecchia le fece capire che era tutto a posto, che non si doveva preoccupare, ma in cuor suo non era troppo sicuro di quello che stava dicendo. Lasciò le due donne, pensò che forse mia mamma aveva qualcosa da chiedere alla vecchia su come si crescessero i bambini, i pannolini, i dentini, la varicella. Andò al bar, disse all’uomo dietro al bancone che aveva bisogno di un caffé con la grappa, ma non aveva soldi, e in cambio gli raccontò la storia della moglie vera e della moglie finta.
sei nell'archivio, se vuoi, vai alla pagina principalecon tutte le storie
01/12/2009
01/12/2009
Mi chiamo Solange Magnano e sono morta oggi, primo dicembre duemilanove durante un’operazione di chirurgia estetica. Non pensate che la mia sia stata una morte evitabile, non ho mai avuto scelta. Le vostre facce deformi, i vostri nasi gobbi, la mancanza di simmetria delle vostre arcate sopraccigliari non mi interessano. La geometria disarmonica della vostra faccia è un’anomalia, la bruttezza è una malattia. Rifiuto la vostra miserabile compassione. Ho avuto tutto, ma volevo di più. Sono stata miss Argentina e quando ho sentito la morte sopravvenire nel letto della mia clinica ho chiuso gli occhi e ho pensato che la bellezza stesse riprendendosi tutto quello che mi avevo dato. Ho ringraziato per il debito che avevo con lei e ho pagato il conto.
vai al cellophane
sei nell'archivio, se vuoi, vai alla pagina principalecon tutte le storie
Volume
Volume
Monica era stata battezzata dal guardiano dell'Esselunga di Viale Ripamonti. L'aveva vista nei monitor del circuito chiuso mentre rubava un fermacapelli. Lo teneva in testa come una corona. Quando l'uomo le chiese come si chiamasse lei rispose: Monica. Le venne in mente il nome della ragazza che fuori la scuola le lanciò un uovo e le urlò cinese di merda. Il guardiano la portò nella control room. Passarono per un corridoio stretto con i tubi dell'aria condizionata appesi sotto il soffitto. Chiuse la porta, la fece inginocchiare e le disse di aprire la bocca. Fu in quel momento che Monica decise che quello sarebbe stato il suo vero nome, non quei segni impronunciabili che i genitori le avevano scelto. Se gli altri non sanno leggere il tuo nome allora non esisti. Mentre l'uomo le teneva la mano sulla nuca per dettare il ritmo, Monica pensò che l'unico peccato mortale che veramente aveva da farsi perdonare era di non essere italiana e succhiando, chiese l'assoluzione.
In giro però continuavano a chiamarla la cinese. La madre una mattina le chiese dove avesse preso quel giubbino nuovo. L'aveva aspettata tutta la notte nel kebab all'angolo e Ramis le diede una sedia vicino la vetrina. La città era piena di cani che si muovevano come comete impazzite. Quelli del kebab non avevano il coraggio di dirle che alle due avrebbero chiuso, ma lei capì quando cominciarono a lavare e tornò a casa. Monica arrivò che il sole era alto, andò a sciacquarsi la bocca col colluttorio e sputando nel lavandino disse alla mamma che era una cinese di merda e che non doveva più chiedere niente.
Potevi fartela per poco, per molto meno di un giubbino. Una Ceres, una pasticca, una striscia e la cinese si faceva perdonare quegli occhi deformi e quella pelle troppo chiara nel bagno di Feltrinelli, nel bagno dell'Hollywood, nel parcheggio del Garden. Scoprì che Milano era fatta di interstizi nei quali infilarsi e di un milione di bagni pronti ad ospitare le tue ginocchia. Il peccato si poteva espiare in ogni punto della città. L'unica cosa che davvero importava alla cinese era ascoltare la musica quadrata, precisa, geometrica delle discoteche. Un miliardo di watt le rimbombavano nella pancia, ogni pasticca che si guadagnava nei bagni era un metro più vicino alle casse. Ci voleva coraggio per farsi sotto. L'urto sonoro ti faceva vibrare le viscere. Più volume, più pasticche, più strisce da spararsi nel naso.
continua a leggere la storia
Con gli occhi pieni di mdma Milano era stupenda. Le luci delle macchine si confondevano veloci sulla retina mentre infilava il collo esile nel giaccone. Mangiò in un macdonald’s. Si sedette a un minuscolo tavolino al piano di sopra. I neon bianchi erano stelle di venti watt, costellazioni made in china. Fece segno a uno dei ragazzi dietro al bancone che alla fine capì. Si chiusero nel bagno, lui le passò dieci euro rubati dalla cassa e lei si inginocchiò. Padre nostro che sei nei cieli aiutami a pronunciare bene la erre. Non appena le ginocchia toccarono le mattonelle di nuovo una musica forte prese a batterle nel cervello. Poco dopo era a casa del ragazzo. Un appartamento con il parato e un divano. Era china su un tavolino a tirare un striscia di speed e a ballare la stessa musica che non usciva più dal cervello. Ancora in giro.
La conoscevano tutti la cinese, era la star dei posti che non chiudevano mai. Lei arrivava al bancone, le pupille erano strette, qualcuno la salutava, poi cominciavano ad arrivare. Si avvicinavano con cautela perché vista l’ora tarda, la cinese era l’ultima possibilità che Milano aveva di svuotarsi nel bagno di un lounge bar o sul sedile di dietro di una bmw. Era l’ultima possibilità che Milano aveva di perdonare e di purificarsi. Alle quattro di notte la cinese era la sedicenne più preziosa della città.
sei nell'archivio, se vuoi, vai alla pagina principalecon tutte le storie
presentazione
Venerdì 16 ottobre piccola presentazione del mio libretto Airbag a San Sebastiano al Vesuvio presso l'Equobar. Ne legge qualche pagina Giuseppe Gaudino, uno che ha fatto Gomorra in teatro, non so se mi spiego. Il locale è consigliato agli appassionati di mojito.
sei nell'archivio, se vuoi, vai alla pagina principalecon tutte le storie
Storia corta
Storia corta
[Samurai]
Mio nonno smise di lavarsi i denti il 4 novembre 1979. Lo annunciò a tavola quando terminò di cenare. Mia madre spense la sigaretta nel piatto e disse che per lei andava bene. Il nonno respirò forte e annunciò che da quel giorno avrebbe parlato pochissimo e che le sue poche parole avrebbero ucciso.
I primi giorni pensavamo che fosse per via del dolore alla spalla che non ce la faceva a lavarsi i denti, poi il suo spazzolino diventò secco e l'estate seguente il caldo lo fece spezzare. Se faceva un colpo di tosse a Piazza Garibaldi noi lo sentivamo.
La puzza è cresciuta lentamente per i primi due mesi, poi si è stabilizzata raggiungendo il massimo della potenza verso la nona settimana. Io però ero piccolo, avevo sei anni e certi ingranaggi della mente non li capivo. Per me quello era l'odore del nonno e neanche me lo ricordavo che un tempo il suo fiato avesse un odore diverso. Quando morì, i becchini che dal letto lo infilarono nella bara non ci potevano credere. Dissero che secondo loro il vecchio doveva essere morto da almeno dieci mesi per come puzzava.
"Avvitate bene il coperchio", disse mia mamma.
C'era parecchia gente a casa a salutarlo e sotto il palazzo avevano messo una ghirlanda con dei nomi scritti su una stoffa viola. Bisognava girare la testa per seguire il verso delle parole e io comunque conoscevo le lettere solo fino alla m, il nonno non aveva fatto in tempo a parlarmi delle altre lettere. Però il concetto di morte me lo aveva spiegato per bene.
"Lascialo stare", gli urlava mia mamma quando lo sentiva raccontarmi della morte.
"Lo deve sapere adesso", gli urlava lui.
"Ha solo otto anni", diceva lei.
"E' tardi, cristiddio è tardissimo".
E poi attaccava a raccontarmi la storia di Elvira, la puttana che l'aveva nascosto in casa quando aveva sparato nel ginocchio a quello che gli aveva rubato la macchina.
L’aveva tenuto in una casa di piazza Nazionale per quattro mesi ed Elvira era innamorata e divideva con lui i soldi. Poi Elvira era morta di una malattia e perciò quando mi parlava della morte si partiva sempre parlando del chiavare, perché lui diceva che morire e chiavare sono la stessa cosa, sono cose che si devono fare per forza.
Prima di morire il nonno mi lasciò la fotografia di Elvira. C’erano scritte delle cose dietro, una poesia che il nonno le aveva scritto, e che mi aveva letto così tante volte che la conoscevo a memoria, senza sapere se effettivamente quelle parole corrispondessero a quei tratti di inchiostro dietro la fotografia. Perciò ero ansioso di imparare a leggere oltre la lettera m, perché il nonno mi diceva che il bello veniva proprio dopo la m. Non era bella come mi raccontava, la faccia era troppo lunga e dalla fotografia non si poteva né sentire l’odore del suo collo né provare come faceva il caffè e secondo il nonno, io mi perdevo il meglio di lei.
Al funerale io avevo una magliettina gialla e mia madre mi diceva continuamente di non allontanarmi. Aveva riempito la stanza di fiori e di piccola candele profumate, ma il fiato del nonno usciva prepotente dalla sua bocca chiusa e le finestre aperte non potevano niente. Non si sapeva mai come vestirsi ai funerali, zia Sofia aveva detto a mia mamma che non andava bene che io avessi la maglietta gialla, non sta bene vestirsi colorati, per i vicini più che altro. Il nonno mi aveva spiegato per bene come funzionava la procedura della morte, mille volte. Un giorno smetti di respirare,ti mettono in una bara, ti infilano sottoterra e statti bene al cazzo. Questo era tutto quello che c’era da sapere sulla morte e non dovevo credere a nessun’altra storia. Perciò presi la fotografia di Elvira e facendo finta di leggere cominciai a recitare a voce alta in mezzo a tutti quelli che erano là: "grandissima e amatissima puttana mia, il culo tuo è una caverna calda dove m’infilo e muoio", e poi arrivò mia mamma e mi diede uno schiaffo dietro il collo.
continua a leggere nalla pagina Samurai
sei nell'archivio, se vuoi, vai alla pagina principalecon tutte le storie
# 74
# 74
[cellophane]
Femmina cassiera del supermercato pensi che io sono uno stronzo dalle cose che ho messo sul nastro,
cose cinesi,
che scadono il giorno appresso,
solo polifosfati aggiunti,
hai capito che sono uno che si fa condizionare dalla confezione e dal codice a barre,
arrivo alla cassa e mi sbaglio coi soldi,
mi chiedi la tessera,
che tessera? chiedo,
mi fai segno colla mano di stare zitto,
mi dai la busta senza nemmeno chiedermelo,
e ignori che seguo il tuo pantacollant da nove giorni,
e anche il tuo mascara,
ti ho spedito i girasoli,
ma ti ho anche rotto il finestrino della macchina,
perché è meglio che capisci subito che aria tira.
Stasera ti aspetto nel garage,
ho un anello,
ma anche un coltello,
un bracciale da regalarti,
ma anche una calza da mettere sulla faccia,
ti aspetto seduto in macchina,
devo chiederti una cosa,
rispondi bene.
La
direzione declina eventuali responsabilità sulla trasmissione di forme di
sifilide poco conosciute contratte durante copule consumate, anche se
onestamente pagate, nell' hotel Messico.
***
Mi
chiamo
Gianni Solla, 31 anni. Zoppico per finta quando attraverso la
strada bloccando il traffico. Lo faccio solo per provocare il senso di
colpa cosmico nelle persone. Raccolgo i punti del latte e i punti della
benzina. Spero di vincere il borsone entro Ottobre. Ho studiato la
chitarra elettrica per dieci anni ma ho sempre avuto problemi con il mi
bemolle. Per suonare una canzone devo accertarmi che dentro non ci sia il
mi bemolle. Anche il fa minore mi ha sempre dato problemi. Abito a Napoli
in un quartiere più pericoloso della striscia di Gaza. Da piccolo le
maestre dicevano che ero un bambino precoce mentre mio padre diceva che
ero mezzo scemo. La partita è ancora aperta.
* Non lo so se
il sito si vede bene a 800x600 o ad altre risoluzioni perchè non capisco
niente di grafica, però vi dico che a casa mia e anche da Gerry si vede
bene, quindi se non vedete bene il sito avete un problema. Se ci tenete a
sapere cosa c'è scritto comunque potete sempre chiamarmi al cellulare e vi
leggo tutto che tanto ho l'autoricarica. Tutto quello che trovate scritto è
mio quindi non fate i figli di di
puttana perchè vi rigo la macchina. La cornice attorno al titolo l'ho presa
da Rolling Stone ma tanto quelli sono rock&roll e non s'incazzano.