Hotel Messico il sito con i denti gialli
 

                           

                               [ Tutto questo non era necessario ]

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Volume

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Monica era stata battezzata dal guardiano dell'Esselunga di Viale Ripamonti. L'aveva vista nei monitor del circuito chiuso mentre rubava un fermacapelli. Lo teneva in testa come una corona. Quando l'uomo le chiese come si chiamasse lei rispose: Monica. Le venne in mente il nome della ragazza che fuori la scuola le lanciò un uovo e le urlò cinese di merda. Il guardiano la portò nella control room. Passarono per un corridoio stretto con i tubi dell'aria condizionata appesi sotto il soffitto. Chiuse la porta, la fece inginocchiare e le disse di aprire la bocca. Fu in quel momento che Monica decise che quello sarebbe stato il suo vero nome, non quei segni impronunciabili che i genitori le avevano scelto. Se gli altri non sanno leggere il tuo nome allora non esisti. Mentre l'uomo le teneva la mano sulla nuca per dettare il ritmo, Monica pensò che l'unico peccato mortale che veramente aveva da farsi perdonare era di non essere italiana e succhiando, chiese l'assoluzione.

In giro però continuavano a chiamarla la cinese. La madre una mattina le chiese dove avesse preso quel giubbino nuovo. L'aveva aspettata tutta la notte nel kebab all'angolo e Ramis le diede una sedia vicino la vetrina. La città era piena di cani che si muovevano come comete impazzite. Quelli del kebab non avevano il coraggio di dirle che alle due avrebbero chiuso, ma lei capì quando cominciarono a lavare e tornò a casa. Monica arrivò che il sole era alto, andò a sciacquarsi la bocca col colluttorio e sputando nel lavandino disse alla mamma che era una cinese di merda e che non doveva più chiedere niente.

Potevi fartela per poco, per molto meno di un giubbino. Una Ceres, una pasticca, una striscia e la cinese si faceva perdonare quegli occhi deformi e quella pelle troppo chiara nel bagno di Feltrinelli, nel bagno dell'Hollywood, nel parcheggio del Garden. Scoprì che Milano era fatta di interstizi nei quali infilarsi e di un milione di bagni pronti ad ospitare le tue ginocchia. Il peccato si poteva espiare in ogni punto della città. L'unica cosa che davvero importava alla cinese era ascoltare la musica quadrata, precisa, geometrica delle discoteche. Un miliardo di watt le rimbombavano nella pancia, ogni pasticca che si guadagnava nei bagni era un metro più vicino alle casse. Ci voleva coraggio per farsi sotto. L'urto sonoro ti faceva vibrare le viscere. Più volume, più pasticche, più strisce da spararsi nel naso.

continua a leggere la storia Con gli occhi pieni di mdma Milano era stupenda. Le luci delle macchine si confondevano veloci sulla retina mentre infilava il collo esile nel giaccone. Mangiò in un macdonald’s. Si sedette a un minuscolo tavolino al piano di sopra. I neon bianchi erano stelle di venti watt, costellazioni made in china. Fece segno a uno dei ragazzi dietro al bancone che alla fine capì. Si chiusero nel bagno, lui le passò dieci euro rubati dalla cassa e lei si inginocchiò. Padre nostro che sei nei cieli aiutami a pronunciare bene la erre. Non appena le ginocchia toccarono le mattonelle di nuovo una musica forte prese a batterle nel cervello. Poco dopo era a casa del ragazzo. Un appartamento con il parato e un divano. Era china su un tavolino a tirare un striscia di speed e a ballare la stessa musica che non usciva più dal cervello. Ancora in giro.

La conoscevano tutti la cinese, era la star dei posti che non chiudevano mai. Lei arrivava al bancone, le pupille erano strette, qualcuno la salutava, poi cominciavano ad arrivare. Si avvicinavano con cautela perché vista l’ora tarda, la cinese era l’ultima possibilità che Milano aveva di svuotarsi nel bagno di un lounge bar o sul sedile di dietro di una bmw. Era l’ultima possibilità che Milano aveva di perdonare e di purificarsi. Alle quattro di notte la cinese era la sedicenne più preziosa della città.

  ^   - lunedì 16/11/2009 ore 15.16.01
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cani

Cani

  ^   - martedì 27/10/2009 ore 14.03.28
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presentazione



Venerdì 16 ottobre piccola presentazione del mio libretto Airbag a San Sebastiano al Vesuvio presso l'Equobar. Ne legge qualche pagina Giuseppe Gaudino, uno che ha fatto Gomorra in teatro, non so se mi spiego. Il locale è consigliato agli appassionati di mojito.

  ^   - lunedì 12/10/2009 ore 10.48.06
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Storia corta

Storia corta

[Samurai]

Mio nonno smise di lavarsi i denti il 4 novembre 1979. Lo annunciò a tavola quando terminò di cenare. Mia madre spense la sigaretta nel piatto e disse che per lei andava bene. Il nonno respirò forte e annunciò che da quel giorno avrebbe parlato pochissimo e che le sue poche parole avrebbero ucciso.
I primi giorni pensavamo che fosse per via del dolore alla spalla che non ce la faceva a lavarsi i denti, poi il suo spazzolino diventò secco e l'estate seguente il caldo lo fece spezzare. Se faceva un colpo di tosse a Piazza Garibaldi noi lo sentivamo.

La puzza è cresciuta lentamente per i primi due mesi, poi si è stabilizzata raggiungendo il massimo della potenza verso la nona settimana. Io però ero piccolo, avevo sei anni e certi ingranaggi della mente non li capivo. Per me quello era l'odore del nonno e neanche me lo ricordavo che un tempo il suo fiato avesse un odore diverso. Quando morì, i becchini che dal letto lo infilarono nella bara non ci potevano credere. Dissero che secondo loro il vecchio doveva essere morto da almeno dieci mesi per come puzzava.

"Avvitate bene il coperchio", disse mia mamma.

C'era parecchia gente a casa a salutarlo e sotto il palazzo avevano messo una ghirlanda con dei nomi scritti su una stoffa viola. Bisognava girare la testa per seguire il verso delle parole e io comunque conoscevo le lettere solo fino alla m, il nonno non aveva fatto in tempo a parlarmi delle altre lettere. Però il concetto di morte me lo aveva spiegato per bene.

"Lascialo stare", gli urlava mia mamma quando lo sentiva raccontarmi della morte.
"Lo deve sapere adesso", gli urlava lui.
"Ha solo otto anni", diceva lei.
"E' tardi, cristiddio è tardissimo".
E poi attaccava a raccontarmi la storia di Elvira, la puttana che l'aveva nascosto in casa quando aveva sparato nel ginocchio a quello che gli aveva rubato la macchina.

L’aveva tenuto in una casa di piazza Nazionale per quattro mesi ed Elvira era innamorata e divideva con lui i soldi. Poi Elvira era morta di una malattia e perciò quando mi parlava della morte si partiva sempre parlando del chiavare, perché lui diceva che morire e chiavare sono la stessa cosa, sono cose che si devono fare per forza.

Prima di morire il nonno mi lasciò la fotografia di Elvira. C’erano scritte delle cose dietro, una poesia che il nonno le aveva scritto, e che mi aveva letto così tante volte che la conoscevo a memoria, senza sapere se effettivamente quelle parole corrispondessero a quei tratti di inchiostro dietro la fotografia. Perciò ero ansioso di imparare a leggere oltre la lettera m, perché il nonno mi diceva che il bello veniva proprio dopo la m. Non era bella come mi raccontava, la faccia era troppo lunga e dalla fotografia non si poteva né sentire l’odore del suo collo né provare come faceva il caffè e secondo il nonno, io mi perdevo il meglio di lei.
Al funerale io avevo una magliettina gialla e mia madre mi diceva continuamente di non allontanarmi. Aveva riempito la stanza di fiori e di piccola candele profumate, ma il fiato del nonno usciva prepotente dalla sua bocca chiusa e le finestre aperte non potevano niente. Non si sapeva mai come vestirsi ai funerali, zia Sofia aveva detto a mia mamma che non andava bene che io avessi la maglietta gialla, non sta bene vestirsi colorati, per i vicini più che altro. Il nonno mi aveva spiegato per bene come funzionava la procedura della morte, mille volte. Un giorno smetti di respirare,ti mettono in una bara, ti infilano sottoterra e statti bene al cazzo. Questo era tutto quello che c’era da sapere sulla morte e non dovevo credere a nessun’altra storia. Perciò presi la fotografia di Elvira e facendo finta di leggere cominciai a recitare a voce alta in mezzo a tutti quelli che erano là: "grandissima e amatissima puttana mia, il culo tuo è una caverna calda dove m’infilo e muoio", e poi arrivò mia mamma e mi diede uno schiaffo dietro il collo.
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  ^   - giovedì 17/09/2009 ore 18.00.42
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# 74

# 74
[cellophane]


Femmina cassiera del supermercato pensi che io sono uno stronzo dalle cose che ho messo sul nastro,
cose cinesi,
che scadono il giorno appresso,
solo polifosfati aggiunti,
hai capito che sono uno che si fa condizionare dalla confezione e dal codice a barre,
arrivo alla cassa e mi sbaglio coi soldi,
mi chiedi la tessera,
che tessera? chiedo,
mi fai segno colla mano di stare zitto,
mi dai la busta senza nemmeno chiedermelo,
e ignori che seguo il tuo pantacollant da nove giorni,
e anche il tuo mascara,
ti ho spedito i girasoli,
ma ti ho anche rotto il finestrino della macchina,
perché è meglio che capisci subito che aria tira.
Stasera ti aspetto nel garage,
ho un anello,
ma anche un coltello,
un bracciale da regalarti,
ma anche una calza da mettere sulla faccia,
ti aspetto seduto in macchina,
devo chiederti una cosa,
rispondi bene.

  ^   - mercoledì 09/09/2009 ore 19.41.44
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Nuova recensione su Repubblica del mio libretto

Nuova recensione su Repubblica Napoli del mio libretto. Leggila qui.

  ^   - sabato 29/08/2009 ore 15.23.07
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Divanismo secondo

Divanismo secondo
[cellophane]


Passo la scopa elettrificata nella cucina,
sposto le sedie e accendo il ventilatore,
ha detto che devo fare un lavoro per bene,
i capelli, le briciole, già ci stanno le formiche,
mentr’io penso a scrivere una storia piena di femmine,
per un pubblico femminile,
densa di camere d’albergo e signore equivoche colle scarpe lucide rosse,
perché ho avuto successo,
la gente pella strada mi dice che ha letto l’ultimo libretto,
e intanto continuo a spostare sedie,
ogni sedia una femmina,
penso a un parato viola di una camera d’albergo e un portiere col dopobarba pesante,
cristiddio quante sedie ci stanno,
e il rumore che sento adesso sono le formiche,
che dall’interno del sacchetto dell’aspirapolvere,
cominciano a mangiare i fili, gli ingranaggi,
il mio braccio, la mia faccia.

  ^   - venerdì 21/08/2009 ore 10.25.46
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Solo gli scemi corrono

Solo gli scemi corrono
[samurai]



Nonostante mio padre fosse ancora vivo mia madre mise al collo un medaglina con la sua foto incisa su uno sfondo dorato.
"Lo faccio per abituarmi al dolore della perdita", disse mentre si incollava un cerotto alla nicotina dietro il collo.
Pensava di dare un anticipo al dolore, di scontarlo a rate. Mio padre si grattava le palle ogni volta che la incrociava nel corridoio e una volta la minacciò con la forbice.
"Togliti questa cosa!", le urlò.
"Tu non capisci", disse lei con un fremito delle labbra.
Mio padre allora le fece sentire la punta della forbice sulla pancia.
"Infilamela fino alla schiena, non ti voglio sopravvivere", e cominciò a spingere la pancia in avanti.
"Tu sei pazza", le disse portandosi un dito nella tempia nel gesto universale della pazzia.
Abituatosi all'idea della sua morte, mio padre stesso cominciò a vivere i restanti giorni della sua vita da defunto con una leggerezza sovrannaturale considerando oramai l'episodio più nefasto della sua vita accaduto. Insomma mia madre gli aveva dato la seconda possibilità e fece quello che avrebbe sempre voluto fare della sua vita, il teatro.
In linea di massima se una persona non ha mai recitato fino a trentanove anni non dovrebbe mai iscriversi a un corso di teatro trovato su un volantino. Ricordo con una certa precisione quando a casa aprì quel foglio di carta piegato in tanti quadrati simmetrici e ne uscì un volantino con un orario, un posto e un numero di telefono. Mia madre stava friggendo l'hamburger con la sottiletta sciolta sopra sulla piastra e quando mio padre lesse ad alta voce, "corso di teatro per principianti", si fece il segno della croce, incollò sul suo avambraccio un cerotto alla nicotina e raccolse la sottiletta fusa che colava sulla piastra. Mio padre alzò la forchetta al cielo come avrebbe fatto un prete e la piantò nel legno del tavolo infilzando il volantino e facendo tremare le mattonelle sbilenche della nostra cucina.
Il vecchio mi portava con sé alle prove nell'intento di salvarmi dalla superstizione di mia madre. Mi piaceva come usava quella parola, perché faceva in modo che il significato fosse più ampio e che comprendesse ogni cosa stupida fatta da mia madre. Il teatro era uno scantinato umido con dei tubi che colavano acqua dal soffitto. Prima che la compagnia del ragno, così c'era scritto sul volantino, allestisse quello spazio a teatro, c'era una sartoria e tre manichini mutilati stavano stesi nel corridoio e mi piaceva pensare che la notte si animassero e che recitassero sulla pedana che usavano da palcoscenico. Allora mio padre mi vedeva assorto, arrivava da dietro e mi dava uno schiaffo, "smettila, diventerai scemo come tua madre".
Era un cane, uguale agli altri che stavano là sul palco con lui, però le sue battute erano piene di parole affilate e luminose come la carta argentata che la cassa armonica del suo petto faceva risuonare ed esplodere e anche i manichini sembravano girarsi quando toccava a lui parlare.
Proprio in quel periodo a casa nostra venne a stare Annabella, una cugina di mia madre che aveva perso il lavoro a Torino. Faceva le pulizie in un'impresa che aveva in gestione scuole e uffici e dava la colpa alle polacche che erano arrivate a migliaia con gli autobus. Diceva che erano tutte bellissime e che lavoravano per la metà dei soldi e ogni volta che la sentivamo dire "quelle zoccole", sapevamo già di chi stava parlando.
Annabella aveva i capelli lunghi e ricci, una tartaruga tatuata sul braccio e pensai che le polacche dovessero essere magnifiche perché né io né mio padre una femmina come Annabella l'avevamo mai vista. La sua pelle odorava di miele e i suoi denti bianchi come le vigorsol.

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  ^   - mercoledì 15/07/2009 ore 9.03.06
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Catatonic viagra simphony ballet

Catatonic viagra simphony ballet, sono in trasferta sulla brigata.

  ^   - martedì 07/07/2009 ore 14.44.35
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Miss cadeau

Miss cadeau
[samurai]


Come tutte le mignotte mia sorella aveva senso dell'umorismo e raccontava bene le barzellette. Quando le dissi che ero omosessuale mi raccontò la storiella di quella checca che al banco della frutta ordinava due banane così almeno una la mangiava.
"Chiquita boy", mi disse, "da adesso ti chiamo così".
"Non farlo di nuovo", le urlai.
Mi diede una botta in piena fronte con il palmo della mano, "stai calma sorellina", disse masticandomi la gomma in faccia per impressionarmi, "il mondo là fuori sarà molto più feroce, non ti lasceranno fare come vuoi. Adesso stammi a sentire, tu questa cosa non la devi dire a nessuno", l'odore di vernice del suo smalto mi bruciava in gola, "a casa non devono saperlo, e' un problema tuo".

Aveva tre anni più di me e ogni sera veniva a prenderla un ragazzo diverso. Nel quartiere si dicevano cose di lei, tutte infami, tutte vere, ma lei sapeva vivere solo in quella maniera oscena, aprendo le cosce ogni sera su un sedile diverso. A un certo punto nostra madre smise di guardare l'orologio e non aspettò più che rientrasse la notte, io invece ero felice quando sentivo sbattere la porta dell'ascensore e il suono dei tacchi sul ballatoio si faceva sempre più vicino. Avevo installato un software per rubare le password sul suo pc e la sua posta elettronica era un inferno di cazzi e di appuntamenti. La mattina andava in un albergo alla ferrovia con le lenzuola di carta e i bicchieri monouso e per una mezz'ora lei chiedeva un cadeau. Usava quella parola ridicola in ogni email. Lei miss cadeau io chiquita boy.

Miss cadeau era tutto quello che volevo essere, unghie dipinte e niente senso di appartenenza. Lei era di tutti quelli che se la volevano fare, una specie di bene pubblico, ed era anche di mia mamma, quando piangeva perché avevano scritto con lo smalto nero nell'ascensore che la figlia era una troia e io non avevo fatto in tempo a cancellarlo. La vita di miss cadeau era una svendita di carne permanente.

Quando restò incinta mia mamma abbassò gli occhiali per metterla bene a fuoco e disse che se ne doveva andare. Mettemmo le cose nelle buste e l'accompagnai in una stanza a Ponticelli. C'era un fornello, un materasso per terra e la tenda di plastica attorno la doccia. Miss cadeau contò i soldi di ferro nel borsellino a forma di farfallina, scrisse un numero di telefono su un pezzo di carta e io le accarezzai i capelli che sapevano di baby shampoo johnson's.

Trovò lavoro in un videonoleggio a Portici. La pancia non si vedeva ancora e miss cadeau adesso vestiva con una salopette di jeans e i capelli legati. Quando il proprietario non c'era andavo al videonoleggio, mi sedevo su una sedia di ferro e sfogliavo i cataloghi. Parlavamo della bambina, e leggevamo i nomi delle attrici sulle locandine dei film per sceglierne uno bello, pieno di significato. Miss cadeau voleva per la figlia uno stracazzo di nome magico.

Decidemmo di chiamarla "Il favoloso mondo di Amelie".

Il favoloso mondo di Amelie nacque con un dito in meno alla mano sinistra e quello doveva essere il segno del suo potere magico. Cercammo su internet il costo di una protesi di un dito robotico che sembrasse vero ma non trovammo niente, bisognava andare in ospedale e spiegare la situazione ai medici. Miss cadeau disse che una volta grande, le avrebbe fatto trapiantare il suo dito.

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  ^   - lunedì 15/06/2009 ore 0.58.44
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viss
webgol
zoro
 

La direzione declina eventuali responsabilità sulla trasmissione di forme di sifilide poco conosciute contratte durante copule consumate, anche se onestamente pagate, nell' hotel Messico.

***

Mi chiamo Gianni Solla, 31 anni. Zoppico per finta quando attraverso la strada bloccando il traffico. Lo faccio solo per provocare il senso di colpa cosmico nelle persone. Raccolgo i punti del latte e i punti della benzina. Spero di vincere il borsone entro Ottobre. Ho studiato la chitarra elettrica per dieci anni ma ho sempre avuto problemi con il mi bemolle. Per suonare una canzone devo accertarmi che dentro non ci sia il mi bemolle. Anche il fa minore mi ha sempre dato problemi. Abito a Napoli in un quartiere più pericoloso della striscia di Gaza. Da piccolo le maestre dicevano che ero un bambino precoce mentre mio padre diceva che ero mezzo scemo. La partita è ancora aperta.

* Non lo so se il sito si vede bene a 800x600 o ad altre risoluzioni perchè non capisco niente di grafica, però vi dico che a casa mia e anche da Gerry si vede bene, quindi se non vedete bene il sito avete un problema. Se ci tenete a sapere cosa c'è scritto comunque potete sempre chiamarmi al cellulare e vi leggo tutto che tanto ho l'autoricarica. Tutto quello che trovate scritto è mio quindi non fate i figli di di puttana perchè vi rigo la macchina. La cornice attorno al titolo l'ho presa da Rolling Stone ma tanto quelli sono rock&roll e non s'incazzano.