sei nell'archivio, se vuoi, vai alla pagina principale
con tutte le storie
|
|
|
Nuova recensione su Repubblica del mio libretto
|
|
|
Nuova recensione su Repubblica Napoli del mio libretto. Leggila qui. |
^
-
sabato 29/08/2009 ore 15.23.07
 |
ci sono
0 commenti
sei nell'archivio, se vuoi, vai alla pagina principale
con tutte le storie
|
|
|
Divanismo secondo
|
|
|
Divanismo secondo
[cellophane]
Passo la scopa elettrificata nella cucina,
sposto le sedie e accendo il ventilatore,
ha detto che devo fare un lavoro per bene,
i capelli, le briciole, già ci stanno le formiche,
mentr’io penso a scrivere una storia piena di femmine,
per un pubblico femminile,
densa di camere d’albergo e signore equivoche colle scarpe lucide rosse,
perché ho avuto successo,
la gente pella strada mi dice che ha letto l’ultimo libretto,
e intanto continuo a spostare sedie,
ogni sedia una femmina,
penso a un parato viola di una camera d’albergo e un portiere col dopobarba pesante,
cristiddio quante sedie ci stanno,
e il rumore che sento adesso sono le formiche,
che dall’interno del sacchetto dell’aspirapolvere,
cominciano a mangiare i fili, gli ingranaggi,
il mio braccio, la mia faccia.
|
^
-
venerdì 21/08/2009 ore 10.25.46
 |
ci sono
3 commenti
sei nell'archivio, se vuoi, vai alla pagina principale
con tutte le storie
|
|
|
Solo gli scemi corrono
|
|
|
Solo gli scemi corrono
[samurai]
Nonostante mio padre fosse ancora vivo mia madre mise al collo un medaglina con la sua foto incisa su uno sfondo dorato.
"Lo faccio per abituarmi al dolore della perdita", disse mentre si incollava un cerotto alla nicotina dietro il collo.
Pensava di dare un anticipo al dolore, di scontarlo a rate. Mio padre si grattava le palle ogni volta che la incrociava nel corridoio e una volta la minacciò con la forbice.
"Togliti questa cosa!", le urlò.
"Tu non capisci", disse lei con un fremito delle labbra.
Mio padre allora le fece sentire la punta della forbice sulla pancia.
"Infilamela fino alla schiena, non ti voglio sopravvivere", e cominciò a spingere la pancia in avanti.
"Tu sei pazza", le disse portandosi un dito nella tempia nel gesto universale della pazzia.
Abituatosi all'idea della sua morte, mio padre stesso cominciò a vivere i restanti giorni della sua vita da defunto con una leggerezza sovrannaturale considerando oramai l'episodio più nefasto della sua vita accaduto. Insomma mia madre gli aveva dato la seconda possibilità e fece quello che avrebbe sempre voluto fare della sua vita, il teatro.
In linea di massima se una persona non ha mai recitato fino a trentanove anni non dovrebbe mai iscriversi a un corso di teatro trovato su un volantino. Ricordo con una certa precisione quando a casa aprì quel foglio di carta piegato in tanti quadrati simmetrici e ne uscì un volantino con un orario, un posto e un numero di telefono. Mia madre stava friggendo l'hamburger con la sottiletta sciolta sopra sulla piastra e quando mio padre lesse ad alta voce, "corso di teatro per principianti", si fece il segno della croce, incollò sul suo avambraccio un cerotto alla nicotina e raccolse la sottiletta fusa che colava sulla piastra. Mio padre alzò la forchetta al cielo come avrebbe fatto un prete e la piantò nel legno del tavolo infilzando il volantino e facendo tremare le mattonelle sbilenche della nostra cucina.
Il vecchio mi portava con sé alle prove nell'intento di salvarmi dalla superstizione di mia madre. Mi piaceva come usava quella parola, perché faceva in modo che il significato fosse più ampio e che comprendesse ogni cosa stupida fatta da mia madre. Il teatro era uno scantinato umido con dei tubi che colavano acqua dal soffitto. Prima che la compagnia del ragno, così c'era scritto sul volantino, allestisse quello spazio a teatro, c'era una sartoria e tre manichini mutilati stavano stesi nel corridoio e mi piaceva pensare che la notte si animassero e che recitassero sulla pedana che usavano da palcoscenico. Allora mio padre mi vedeva assorto, arrivava da dietro e mi dava uno schiaffo, "smettila, diventerai scemo come tua madre".
Era un cane, uguale agli altri che stavano là sul palco con lui, però le sue battute erano piene di parole affilate e luminose come la carta argentata che la cassa armonica del suo petto faceva risuonare ed esplodere e anche i manichini sembravano girarsi quando toccava a lui parlare.
Proprio in quel periodo a casa nostra venne a stare Annabella, una cugina di mia madre che aveva perso il lavoro a Torino. Faceva le pulizie in un'impresa che aveva in gestione scuole e uffici e dava la colpa alle polacche che erano arrivate a migliaia con gli autobus. Diceva che erano tutte bellissime e che lavoravano per la metà dei soldi e ogni volta che la sentivamo dire "quelle zoccole", sapevamo già di chi stava parlando.
Annabella aveva i capelli lunghi e ricci, una tartaruga tatuata sul braccio e pensai che le polacche dovessero essere magnifiche perché né io né mio padre una femmina come Annabella l'avevamo mai vista. La sua pelle odorava di miele e i suoi denti bianchi come le vigorsol.
continua a leggere nella pagina samurai
|
^
-
mercoledì 15/07/2009 ore 9.03.06
 |
ci sono
4 commenti
ci sono
0 commenti
sei nell'archivio, se vuoi, vai alla pagina principale
con tutte le storie
|
|
|
Miss cadeau
|
|
|
Miss cadeau
[samurai]

Come tutte le mignotte mia sorella aveva senso dell'umorismo e raccontava bene le barzellette. Quando le dissi che ero omosessuale mi raccontò la storiella di quella checca che al banco della frutta ordinava due banane così almeno una la mangiava.
"Chiquita boy", mi disse, "da adesso ti chiamo così".
"Non farlo di nuovo", le urlai.
Mi diede una botta in piena fronte con il palmo della mano, "stai calma sorellina", disse masticandomi la gomma in faccia per impressionarmi, "il mondo là fuori sarà molto più feroce, non ti lasceranno fare come vuoi. Adesso stammi a sentire, tu questa cosa non la devi dire a nessuno", l'odore di vernice del suo smalto mi bruciava in gola, "a casa non devono saperlo, e' un problema tuo".
Aveva tre anni più di me e ogni sera veniva a prenderla un ragazzo diverso. Nel quartiere si dicevano cose di lei, tutte infami, tutte vere, ma lei sapeva vivere solo in quella maniera oscena, aprendo le cosce ogni sera su un sedile diverso. A un certo punto nostra madre smise di guardare l'orologio e non aspettò più che rientrasse la notte, io invece ero felice quando sentivo sbattere la porta dell'ascensore e il suono dei tacchi sul ballatoio si faceva sempre più vicino. Avevo installato un software per rubare le password sul suo pc e la sua posta elettronica era un inferno di cazzi e di appuntamenti. La mattina andava in un albergo alla ferrovia con le lenzuola di carta e i bicchieri monouso e per una mezz'ora lei chiedeva un cadeau. Usava quella parola ridicola in ogni email. Lei miss cadeau io chiquita boy.
Miss cadeau era tutto quello che volevo essere, unghie dipinte e niente senso di appartenenza. Lei era di tutti quelli che se la volevano fare, una specie di bene pubblico, ed era anche di mia mamma, quando piangeva perché avevano scritto con lo smalto nero nell'ascensore che la figlia era una troia e io non avevo fatto in tempo a cancellarlo. La vita di miss cadeau era una svendita di carne permanente.
Quando restò incinta mia mamma abbassò gli occhiali per metterla bene a fuoco e disse che se ne doveva andare. Mettemmo le cose nelle buste e l'accompagnai in una stanza a Ponticelli. C'era un fornello, un materasso per terra e la tenda di plastica attorno la doccia. Miss cadeau contò i soldi di ferro nel borsellino a forma di farfallina, scrisse un numero di telefono su un pezzo di carta e io le accarezzai i capelli che sapevano di baby shampoo johnson's.
Trovò lavoro in un videonoleggio a Portici. La pancia non si vedeva ancora e miss cadeau adesso vestiva con una salopette di jeans e i capelli legati. Quando il proprietario non c'era andavo al videonoleggio, mi sedevo su una sedia di ferro e sfogliavo i cataloghi. Parlavamo della bambina, e leggevamo i nomi delle attrici sulle locandine dei film per sceglierne uno bello, pieno di significato. Miss cadeau voleva per la figlia uno stracazzo di nome magico.
Decidemmo di chiamarla "Il favoloso mondo di Amelie".
Il favoloso mondo di Amelie nacque con un dito in meno alla mano sinistra e quello doveva essere il segno del suo potere magico. Cercammo su internet il costo di una protesi di un dito robotico che sembrasse vero ma non trovammo niente, bisognava andare in ospedale e spiegare la situazione ai medici. Miss cadeau disse che una volta grande, le avrebbe fatto trapiantare il suo dito.
continua a leggere nella pagina Samurai
|
^
-
lunedì 15/06/2009 ore 0.58.44
 |
ci sono
4 commenti
sei nell'archivio, se vuoi, vai alla pagina principale
con tutte le storie
|
|
|
Toilet
|
|
|
Toilet

Il nuovo Toilet in libreria, con una storia mia dentro. |
^
-
giovedì 04/06/2009 ore 10.21.49
 |
ci sono
0 commenti
sei nell'archivio, se vuoi, vai alla pagina principale
con tutte le storie
|
|
|
Divanismi
|
|
|
Divanismi
[cellophane]

Telecomando stretto in mano,
son gran maestro del divano,
tale padre tale figlio,
non ascolto alcun consiglio,
le televendite dei tappeti,
per il maestro non hanno segreti
e i telefilm della mattina,
sanno di scuola e di ovomaltina,
ma adesso smetto,
altrimenti lo ammetto,
mi stanco, mi affanno
mi ammalo, rigetto.
Spegnete la luce e spostate quel nano,
che voglio morire su questo divano.
|
^
-
domenica 19/04/2009 ore 10.51.40
 |
ci sono
0 commenti
sei nell'archivio, se vuoi, vai alla pagina principale
con tutte le storie
|
|
|
Valerio e' un angelo
|
|
|
Valerio e' un angelo

Stavo sul divano e cercavo la maniera di abbuscarmi una chiavata. Faceva caldo, certe mosche con il dorso verde si appoggiavano sulle gambe. Avevo spulciato gli annunci erotici su tutti i siti di Napoli alla ricerca di qualche tardona e invece tutte chiedevano soldi. A leggere gli annunci erano massaggiatrici, pedicuriste, estetiste. Fai che uno aveva proprio bisogno di un pedicure o il dottore ti diceva che bisognava farsi dei massaggi. Comunque ci stava un annuncio che mi piaceva, diceva che lei era una donna sola e che aveva bisogno di amici. Feci partire il word e scrissi una cosa, Gentile signora, ho letto il suo annuncio, io sto sul divano, a casa mia ci sono delle mosche con un dorso verde che non ho mai visto, forse sono troppo vecchio e queste sono mosche moderne, io non ho capito che lavoro fa, però se è come penso, sarebbe tanto gentile da inviarmi un tariffario come quello che sta appeso dai barbieri? Mi stia bene.
Andai in cucina, misi l'acqua nelle piante, mangiai una crostatina del mulino e ritornai al computer. La signora mi aveva già risposto.
Gentile signore ho letto la sua email e sono addolorata, lei mi ha preso per una baldracca. Io cercavo solo compagnia, ho un figlio malato, sono una donna sola.
Attaccai subito, avevo ancora mezza crostatina tra i denti, Gentile signora se è così mi mandi una fotografia dello spastico, io non ci casco in queste cose. Nella foto ci deve essere il mongolo e lei con un libro. Su internet ci sono molte immagini di storpi, non vorrei che lei mi fregasse. A presto.
Dopo poco mi arriva una email con una foto, la apro. Nella foto c'è un ragazzino su una sedia a rotelle, a fianco una donna chiavabilissima con un tv sorrisi e canzoni. Il testo diceva, In casa non ho libri, accudire Valerio è un lavoro che mi tiene occupata tutto il giorno. La prego non usi più quei termini, Valerio è una specie di angelo. Allargai la foto e mi squadrai bene la signora. Era pomeriggio, fuori faceva caldo, mi restavano i capelli solo ai lati della testa e più di questo non si poteva desiderare.
continua a leggere in Samurai
|
^
-
mercoledì 25/03/2009 ore 18.01.03
 |
ci sono
0 commenti
sei nell'archivio, se vuoi, vai alla pagina principale
con tutte le storie
|
|
|
#7
|
|
|
#7
[cellophane]

Adesso sono seduto in un autogrill,
ho guidato per centonovanta chilometri con un rumore nello sterzo,
e le ruote lisce.
In questo posto ci sono mosche dappertutto,
e da una televisione,
si sentono delle risate registrate e musiche fuori moda.
Ho preso le patatine, il mars, due bottiglie,
cambio i soldi
e anacronisticamente ti chiamo da un telefono a gettoni.
Si sente il suono delle monetine che cadono nello stomaco,
mentre mi dici di tornare
e mi rassicuri che non sono pazzo,
io continuo a infilare,
gioco con il filo,
e tengo il conto di quanto costa ogni tua parola e ogni mio silenzio.
|
^
-
lunedì 23/03/2009 ore 10.34.50
 |
ci sono
2 commenti
sei nell'archivio, se vuoi, vai alla pagina principale
con tutte le storie
|
|
|
marzo
|
|
|
Marzo
[cellophane]

Femmina, ti festeggio il giorno otto c.m.
consegnandoti le mimose da protocollo
e comprando la cassetta d’acqua come da accordi intercorsi in fase di fidanzamento.
Alla casa ci penso io, dicesti,
avevi il pigiama dell’orso yoghi,
ma tu compri la cassetta d’acqua, aggiungesti,
e il secondo giorno eravamo a secco.
Ma adesso in questo giorno di festa della tua specie
io ti porto la mimosa per ristabilire l’ordine,
tu fai tutto, come da accordi,
e io porterò due cassette d’acqua a settimana.
Seccherò la calabria e la valle d’aosta,
sul citofono scriveranno - in periodo di siccità suonare qui -.
Femmina che effettivamente bevi troppa acqua,
non ti preoccupare,
riempi tutti i bicchieri che vuoi e fai pure il rumore con la bocca,
io sul divano verde con l’accappatoio arancio sarò rubinetto.
|
^
-
lunedì 16/03/2009 ore 17.55.34
 |
ci sono
0 commenti
|