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Soffia un vento fortissimo
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Soffia un vento fortissimo
[mentre tu fai finta di dormire]

All’inizio il padre gli prese le chiavi di casa. Alfredo sfilò la collanina della madre dal cassetto, in tasca aveva un grammo di roba e un flacone di metadone molteni di uno che doveva scalare e che gliel’ha venduto per due euro. A Secondigliano faceva freddo, il vento gli tagliava la faccia, ma la roba andava presa.
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Andò a farsi dietro la stazione di Montesanto. Strinse il pugno, le vene uscirono fuori, gli occhi si girarono all’indietro. Girò tutto il pomeriggio per il centro storico andando a sbattere contro i cani e le macchine. Certi lo spinsero, cadde un paio di volte, restò a dormire sotto l’entrata di santa chiara, si fermò davanti la vetrina di una pizzetteria a via san sebastiano e per liberarsi di lui gli diedero una pizzetta, la fece cadere, la raccolse, ne mangiò una parte, un cane gli abbaiò contro spingendogli addosso pipistrelli di alito nero.
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Sotto il ponte dell’autostrada di via argine a ponticelli i rom erano stati cacciati ed erano rimaste tre baracche di lamiere e legno e una roulotte. Alfredo aprì la porta della roulotte e ci entrò. Era inclinata da una parte e dentro faceva lo stesso freddo di secondigliano. Chiuse gli oblò e controllò che la porta si chiudesse. Preparò la roba sul cucchiaio e si addormentò sul pavimento.
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Uscì dalla roulotte il mattino dopo, vestito uguale al giorno prima e alla settimana prima. Prese la circumvesuviana a ponticelli. Entrò in un vagone affollato, mise le mani nella borsa di una ragazza coi capelli che sapevano di baby shampoo johnson e le sfilò il borsellino. Arrivato a piazza Garibaldi vide la ragazza prendere il tapirulan, lui invece andò al bagno. Le mattonelle erano tappezzate di numeri di telefono e di disegni di cazzi. Alfredo si chiuse in una cabina e aprì il borsellino. Settanta euro, patente, carta di identità e una figurina di un santo.
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Comprò un mars dal giornalaio. Camminò fino al palazzo della standa dove sapeva come sfilare borsellini o togliere i codice a barre dai braccialetti. Si avvicinò alla porta piena di luci di natale e la fotocellula scattò. Sentì l’aria calda dell’impianto di riscaldamento sbattergli sulla faccia. Una guardia giurata gli disse di andarsene, lo tenne per un braccio e gli indicò le telecamere del circuito chiuso, poi gli disse che forse poteva aiutarlo, che stavano cercando uno per vestirlo come babbo natale per fare le foto al reparto giocattoli. Alfredo pensò che andava bene e la guardia lo accompagnò in una stanza con un neon e delle sedie di plastica. Seduti c’erano già altri due babbo natale, erano altri due tossici che aveva visto qualche volta a secondigliano, uno era praticamente nano. La guardia gli consegnò la divisa e la barba finta da indossare sopra i suoi abiti, poi disse a tutti e tre di seguirlo.
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La guardia disse loro che ognuno avrebbe lavorato in un reparto e che non si sarebbero mai incrociati perché i babbo natale devono stare sempre uno per volta. Alfredo doveva stare ai giocattoli, un altro all’ingresso con una campanella, il nano invece doveva consegnare dei calendari alla cassa principale.
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Il lavoro di babbo natale non era difficile, bisognava stare su una sedia di legno salutare i bambini quando le mamme lo indicavano e farsi fare le fotografia con il nokia. Alle undici cominciò a sudare per la rota, andò nel bagno del reparto giocattoli, cucinò la roba nel cucchiaio, arrotolò la manica rossa con il pellicciotto bianco in punta e si fece. Si appoggiò con la schiena sulle mattonelle bianche e scivolò fino al pavimento. Ritornò alla sedia di babbo natale un’ora più tardi stravolto, abbassò il cappello rosso fino agli occhi per coprirli, si addormentò di nuovo, cadde dalla sedia, certi pensarono fosse svenuto, invece la guardia lo trascinò fuori il negozio e lo abbandonò sul marciapiede.
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Alfredo si svegliò due ore più tardi sul marciapiede di via Toledo vestito da babbo natale e con venti euro di roba in corpo. Camminò fino al rettifilo, vomitò il mars in una pianta e aspettò il 183 per andare a secondigliano. L’autobus era pieno di tossici e lui era l’unico vestito da babbo natale.
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A secondigliano faceva freddo, ma la roba andava presa non si poteva andare per il sottile. Entrò nella vela azzurra e si mise in fila con gli altri tossici. Arrivarono due da dietro, gli misero una pistola dietro la testa, lo spinsero con la faccia per terra, adesso sparano, pensò Alfredo, muoio vestito da babbo natale, chi maronn sì? mo te spar n’faccia, uno gli tolse la barba di babbo natale, la pistola era un pezzo di metallo freddo, la faccia era tutta sul pavimento del corridoio, infine lo riconobbero, cliente abituale, strunz, disse uno, n’at minuto e te sparavo. Alfredo si alzò, prese tre dosi e gli consegnò trentanove euro. Mentre scendeva le scale, quello con la pistola lo chiamò e gli disse di seguirlo. Salirono due rampe di scale. Il ragazzo aprì un cancello di ferro, entrarono in un corridoio con una telecamera appesa al soffitto, arrivarono in un appartamento, dentro c’era la televisione accesa e due bambini alla playstation, babbo natale dissero, lo guardarono per un po’, una donna strafatta era collassata sul divano, all’interno faceva caldo, infine uscì.
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Chiese mezzo limone in un bar a ponticelli e andò a farsi in un parcheggio dietro una citroen con il lunotto sfondato. Ritornò al campo rom, il vestito da babbo natale gli faceva da cappotto, alcune lamiere delle baracche erano crollate, si chiuse nella roulotte, si fece, la botta fu forte, il cervello faceva pressione sulle tempie, trovò della pittura rossa, prese un pezzo di legno e ci scrisse "il paese di babbo natale" e lo appese all’ingresso del campo rom.
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Gli zingari arrivarono di notte con una golf nera e un’alfa settantacinque rossa. Avevano latte di benzina e masticavano palline di coca. Parcheggiarono fuori il campo, fecero l’ultimo tiro di benzedrina sul cruscotto della golf e presero le taniche. L’oscillazione fece cadere microscopiche gocce di benzina che evaporarono all’impatto con il suolo. Sparsero la benzina attorno quello che restava del loro campo, bagnarono le pareti della roulotte, napoletani gente di merda vi maledico, dissero, poi la fiamma dell’accendino lambì la superficie del tracciato di benzina.
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Il campo si trasformò in una camera di combustione in pochi minuti. Crollarono una parte del tetto e una parete della roulotte, solo allora Alfredo respirò fumo, prese il cucchiaio e il mezzo limone, diede un calcio alla porta della roulotte e uscì. Il campo era completamente in fiamme, camminò in mezzo ai roghi, si ricordò della stanza di casa sua con l’aria condizionata prima che il padre lo cacciasse, trovò l’uscita, quando lo gente che era accorsa lo vide uscire con il vestito di babbo natale mezzo bruciato, con gli occhi della rota più maledetta di Napoli, si scostarono, nessuno si offrì di aiutarlo. Alfredo attraversò il ponte, superò il cimitero di via argine, poteva essere pure gesù cristo pensò la gente, Alfredo trovò lo scheletro di una regata, i sedili erano stati bruciati, restava solo la canna dello sterzo, il vetro era coperto da cenere e polvere e detriti. Alfredo preparò un pera di roba, si fece e prima di girare gli occhi verso il cervello scrisse tra la polvere del vetro della regata, la macchina di babbo natale.
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giovedì 08/01/2009 ore 0.34.56
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e morirono tutti felici e contenti
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E' finito il tempo di raccontarsi le favole, esce per neo edizioni l'antologia, "e morirono tutti felici e contenti", raccolta di fiabe capovolte. Dentro anche il mio racconto [aladino].
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giovedì 18/12/2008 ore 0.13.02
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[Hello Kitty] La soluzione finale
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[Hello Kitty]
La soluzione finale

Al corso di formazione hanno detto che Hello Kitty è una specie di angelo oppure se non crediamo negli angeli una specie di fatina. Né gli angeli né le fatine fanno sesso, non hanno le mestruazioni e non si truccano. Quindi se hai le tette grandi o le labbra carnose, non ti prendono. Dobbiamo essere lontane dall’idea del sesso, Hello Kitty non farebbe mai una gang bang.
Indossiamo un camice con una fantasia a fiori e dei pantaloncini azzurri, sull’orecchio sinistro abbiamo un fiocco rosso e offriamo tè ai clienti. L’Hello Kitty Shop è aperto dodici ore al giorno, siamo in tre ragazze per turno e oggi Luisa non parla. Continua a muovere la mascella come se stesse masticando l’aria. Ieri notte ha preso una mezza pasticca e adesso mastica.
Oggi è entrata una ragazza vestita come Hello Kitty. Anche io, Loredana e Luisa lo siamo, ma ci pagano per farlo. Luisa ha detto di lasciare fare a lei con questa cliente, le ha offerte del tè e dentro ci ha squagliato l’altra mezza pasticca.
Lavoro in questo posto da due anni, prima vendevo aminoacidi porta a porta, prima ancora vendevo materassi per telefono. Certe sere passava a prendermi Stefano, andavamo a prendere il fumo a san giovanni con l’opel corsa. Lui mi aspettava in macchina mentre io salivo al terzo piano di un palazzo enorme a comprare il fumo vestita da Hello Kitty. Dalle finestre in mezzo alle scale si vedevano i binari della vesuviana. Una sera Stefano mi ha detto che vedeva un’altra, eravamo bloccati nel traffico di gianturco, gli ho chiesto una sigaretta, ho aperto lo sportello e sono andata via. Gli ho lasciato la stecca di fumo sul cruscotto come un ricordo nero.
Adesso quando torno a casa la sera resto sul divano, guardo italia uno e mi addormento vestita da Hello Kitty. Cerco di ricordare come ero prima di Stefano, prima dell’aborto, prima di Hello Kitty. La tappezzeria del divano è ruvida, ho la schiena spellata e per terra c’è un tappeto di mozziconi.
Stamattina mi sono masturbata con lo spazzolino elettrico di Hello Kitty. E' composto da un cilindro spesso di plastica nel quale è contenuta la batteria e da una testina che vibra. Bisogna tenerlo per la testina e usare la parte della batteria.
Oggi mi ha chiamato mia madre, affannava, sentivo l'alito sbattere sulla cornetta. Mi ha chiesto di andare da lei in serata. Ha incontrato la madre di Stefano e le ha detto quello che era successo. "Non mi dici più niente", ha detto, le ho risposto che non avevo tempo perché dovevo lavarmi i denti.
Stefano pubblica su internet le foto della sua nuova ragazza. Un mal di stomaco profondo che viaggia sulla linea adsl di casa mia. Ho appreso in questa maniera il nome e il taglio di capelli della nuova me. Adesso ho un viso deforme, i miei occhi sono troppo distanti, il mio nuovo naso troppo largo alla base e ho delle macchie sulla pelle del collo. Ho usato la loro foto come sfondo del mio portatile.
Il Punk Drammatico è una discoteca costruita sulle macerie di uno dei primi centri commerciali dell’area est di Napoli. Ci vado con Loredana. Prendiamo le pasticche, siamo vestite da Hello Kitty, alla porta non ci fanno pagare perché pensano che siamo delle animatrici, le pasticche le prendiamo da uno, costano dodici euro e si chiamano Ghandi, io ne prendo mezza perché non mi fido, sono convinta di sentirmi male, do a Loredana le istruzioni per soccorrermi, le invio un messaggio con il numero di mia madre e quello di Stefano, le scrivo il mio indirizzo e le dico che preferirei essere ricoverata all’ospedale policlinico nuovo, alle tre invece prendo l’altra metà della pasticca, forse sono sudata, il mio collo si muove a scatti, uno mi balla troppo vicino, mi mette una mano in mezzo alle cosce, gli dico di smetterla, gli indico quello che vende le pasticche, gli dico che è il mio ragazzo e che si chiama Stefano, poi arriva un altro e mi chiede perché sono vestita da super gatto e io gli dico che si dice hello kitty.
Loredana è andata via, sono da sola, dalla discoteca viene ancora musica, mi dirigo verso il negozio aspetterò l’apertura sul muretto di fronte, sono le sei, in strada ci sono delle persone che vanno a lavoro, io sono vestita troppo leggera per questo posto. Entro in un bar, prendo un cappuccino, dimentico il resto, per strada ho dei conati di vomito, mi fa male la pancia, forse lo spazzolino di Hello Kitty mi ha messa incinta.
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giovedì 11/12/2008 ore 5.44.17
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subbart
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disegno di Arp per Subbart.
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giovedì 04/12/2008 ore 11.01.20
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Catlaya
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Catlaya
[La vita dopo i call center]
Uso il collutorio e il dentifricio coi microgranuli. Tutte le sere lavo le mani con la candeggina, solo il giovedì con la benzina. La pulizia del proprio corpo è importante. Ho comprato il Dermorel T crema setificante per il collo e la mattina stendo sotto gli occhi un velo di gel rivatilizzante con il q10. Ho una borsa con il fondo rigido di quelle che usano i rappresentanti per il campionario. Vado in ufficio con quella e dentro ci tengo tutti i prodotti. I miei colleghi si spediscono tra loro i messaggi sul sistema di messaggeria interno dell'azienda. Mi chiamano Psyco, Mastro Lindo, il Signor Boccasana. Ho un programma per intercettare i loro messaggi. Sono delle persone deboli totalmente influenzate dalla pubblicita', non sono capaci di creare un soprannome dalla loro fantasia. Tengono l'aria condizionata al minimo, lo fanno per farmi sentire freddo e il filtro del condizionatore non è stato mai pulito.
+*+
Non vado a mensa con loro, ne' prendo con loro il caffe' al distributore. Posso mangiare e bere soltanto se sono da solo. Davanti agli altri non posso starnutire, sbadigliare e tossire. L'idea che qualcuno mi guardi in bocca durante una funzione intima mi paralizza. Vado a mangiare in un parcheggio sotterraneo di fronte all'ospedale Pascale. Scendo due livelli sottoterra e guido fino a un corridoio dove dalle condotte cade isterica una goccia d'acqua nel tentativo di scavare l’asfalto. Spengo il motore e i fari, appoggio la vaschetta di alluminio sulle gambe e mangio il pollo.
+++
Mi chiamo Federico Massati, ho trentasette anni e sono una persona molto pulita.
+
La detersione continuata ha provocato un rossore alle mani. In alcuni punti la pelle è diventata come le scaglie di un pesce rosso, degli esagoni di pelle rossa lucente traslucida rialzata. Ho utilizzato il Finesterin, i cortisonici ma il rossore non è andato via. Ho fiducia nella medicina, mi autoprescrivo i farmaci. Ho messo delle garze attorno le mani. Ho avvolto le dita, il polso fino a metà dell'avambraccio fino a che tutto è diventato un blocco compatto. L'isolamento tattile prodotto dalle garze mi rassicura. E' una sensazione confortevole sapere di non entrare in contatto con gli oggetti. Ma devo respingerla, potrebbe essere il punto di non ritorno con la realtà.
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*Questa notte ho sognato di essere bloccato in un bozzolo di garze disinfettate.
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Il dermatologo della asl dice che si tratta di un abbassamento delle difese immunitarie della pelle nelle zone che uso strofinare. Gesù Cristo, ha anche detto quando ha visto come avevo avvolto le mani nelle garze. Poi ha ripetuto la parola benzina sottovoce e ha scritto un numero di telefono su un foglietto strappato da un block-notes di pubblicità di un antibiotico. Sotto il numero ha scritto un nome: Carol.
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Carol è il direttore di un centro per i disturbi psicosomatici, ha i capelli lunghi ed è stempiato ai lati della fronte. Il naso è innestato senza alcuna grazia sul volto. I pezzi della sua faccia sono forme primordiali, triangoli e sezioni di cono non rifinite. La pelle conserva i segni di un'acne devastante e adesso si presenta come un campo pieno di buche. L'aumentata sensibilità della pelle delle mani aumenta la mia capacità di cogliere i particolari. Carol dice che se voglio può aiutarmi con questa storia della pulizia.
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1. Comprare il Fastum gel
2. Chiamare la Tre per cambiare piano tariffario
3. Cercare su Google
"guanti di lattice trasparenti invisibili sottili da usare in ufficio-colleghi"
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Dormo undici ore a notte e quando non dormo mi lavo le mani.
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Tecnicamente parlando, Carol e il dermatologo sono le uniche persone con le quali ho parlato negli ultimi mesi. Escluso quel tale di Genova con il quale ho scambiato alcune parole mentre in webcam mi lasciavo guardare mentre mi masturbavo.
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Carol ha detto che è importante trovarsi qualcosa da fare. Anche se non voglio cominciare un percorso insieme a lui, è bene trovarsi qualcosa da fare. Ha utilizzato la parola "percorso" in un'accezione che non condivido. L’uso eccessivo delle metafore impoverisce il pensiero.
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Ho molto tempo libero oltre al lavoro, ma non riesco a fare niente altro che lavare il pavimento. O spostare i mobili per la pulizia settimanale.
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Il ragazzo di Genova si chiama Lorenzo e lavora da un commercialista. Non ho mai incontrato nessuno conosciuto in una chat. Lorenzo mi ha scritto in maniera ordinata e anatomicamente corretta tutto quella che ha intenzione di farmi. Questo dovrebbe eccitarmi, ma non lo sono. Carol ha detto che la pulsione sessuale verso un corpo è una leva che bisogna sfruttare, ha detto di lasciarmi andare.
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Ho intercettato un nuovo soprannome nel sistema di comunicazione interno. Rocky, penso per via delle mani fasciate.
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In treno ho tolto le garze, ma ho continuato ad aprire le porte tra i vagoni con i gomiti. L'oscurità nella quale ho tenuto le mani in queste settimane, ha reso la pelle bianchissima e molto morbida. Tra due ore sarò a Genova.
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Lorenzo ha una parrucca, è vestito da donna, siamo in un albergo alla stazione di Brignole, mi sta penetrando con violenza, mi sta picchiando, c’è sangue dappertutto nella stanza, dice che sono una puttana schizofrenica.+++ Ho la faccia tumefatta.+++ Se mi passo una mano sulla guancia non so dove finisce lo zigomo e dove l’arcata sopraccigliare.+++ E' andato via da venti minuti, ma sono ancora nella stessa posizione, a pancia sotto. Pensavo di essere legato.++Ho trascinato una sedia nella doccia, sotto il getto di acqua, la goccia nel parcheggio, non posso toccare la ceramica coi piedi++c'è sangue sul piatto della doccia.
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Ho deciso di trattenermi a Genova per il resto della mia vacanza comunque. Non ho intenzione di rivolgermi all’ospedale né alla polizia. Penso di avere l'articolazione del gomito compromessa.
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L'acquario di Genova è un posto schifoso, i vicoli del centro storico sanno di piscio, è pieno di ricchioni ovunque. Ho ripreso a fasciarmi le mani con le garze.
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La notte mi collego alle videochat dal mio portatile. La stanza dell'albergo ha un collegamento. Wi-fi. Mi mostro con la faccia tumefatta e ho cambiato il mio nickname da Signor Boccasana a Puttana schizofrenica. Tutti mi vogliono pagare adesso. Ho chiamato Carol al cellulare, gli ho raccontato quello che è successo con Lorenzo. Mi ha detto di ritornare a casa e che si sente in colpa per quello che è successo, pensa che io in questo momento sia molto fragile.
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martedì 28/10/2008 ore 19.06.33
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Il progetto
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Il progetto "Fa minore"

L’unico cinema che c’era a San Giovanni a Teduccio era il Supercinema. Prima ci stava un supermercato, poi al posto del bancone della carne ci hanno messo il telone e le sedie, però sullo sfondo si vedevano ancora dei pannelli di alluminio sporchi di sangue. Da lunedì al venerdì davano american pie, maial college, the ring, il film di eminem e certi altri film per disgraziati adeguati al livello del quartiere. La domenica invece solo porno. Lo stesso porno rumeno per due mesi consecutivi: Dracula l’impalatore, ma noi ci andavamo lo stesso. Era questione di settimane e avremmo parlato il rumeno meglio di Dracula. Poi misero Gomorra e per otto mesi lo proiettarono tutta la settimana, domenica compreso. Noi la domenica ci passavamo davanti mentre andavamo alla sede dell’Arci e aspettavamo di vedere il cartellone con le foto con gli occhi coperti dalla fascetta nera e il titolo scritto in rosso e invece ci toccava di vedere a questi due coi mitra in mano che sparavano. C’era sgomento tra noi, ma il cinema era pieno di gente per bene, di ragazzi con le fidanzate con il profumo, eravamo vittime del sistema. Nel nostro stato bastava un niente per imbracciare un Uzi e mettere le cose a posto. A noi dei casalesi e delle discariche non ce ne fregava nulla, erano cose lontane a noi ci garbava Dracula l’impalatore. Allora decidemmo di usare il proiettore che ci avevano mandato dalla sede centrale dell’arci.
Roberto disse che avrebbe scaricato il film Dracula l’impalatore da emule e che poi sapeva come collegare il portatile al proiettore. Il download andava lento, ci stavano da configurare le porte, da impostare le priorità, cose che noi dell’arci di San Giovanni a teduccio non sapevamo fare, forse quelli di Piazza Garibaldi, ma noi no. Ci impiegammo nove giorni, lo stesso tempo per coprire Napoli Bucharest andata e ritorno a cavallo. Ci incontrammo tutti una domenica pomeriggio. Germano per scherzare disse che ci eravamo messi in proprio e che l’idea di aprire un cinema porno per film rumeni non era male. Addirittura diceva che si poteva richiedere un sovvenzionamento statale. Roberto fece partire il play e al posto di Dracula l’impalatore, partì il film di Dracula, quello vero. Gente che veniva mangiata viva e sangue a fiumi.
"Adesso vedi che se le scopa", disse Roberto.
"Le sta uccidendo vedi, c’è sangue dappertutto", gli dissi.
"Dovete stare zitti e avere fiducia, in Romania fanno così, prima succhiano il sangue, poi se le chiavano" e nel frattempo lo tirò di fuori. Menarselo in mezzo a tutto quel sangue era uno schifo, staccammo il proiettore e facemmo il bagno a Roberto con la Fanta. Gomorra ci aveva distrutto.
Fu in quel periodo che mettemmo insieme il gruppo. La sede centrale dell’arci ci aveva mandato due chitarre, una elettrica e una classica, una pianola, un flauto e alcuni pezzi di una batteria, una cassa, un charleston e un piatto. Erano destinati a un campo rom che certi zingari avevano messo su dalle parti del palazzo dell’Arin di via Argine, ma noi per il momento ce li tenemmo per ammazzare il tempo. In quanto strumento poco virile nessuno accettò di suonare il flauto. Se solo una delle nostre labbra lo avesse sfiorato, saremmo stati tacciati di omosessualità e decidemmo che per rispetto ai valori solidali dell’arci, il flauto lo avremmo donato al campo rom e che sui gusti sessuali dei rom, noi non avremmo mai preso una posizione precisa. La mozione passò all’unanimità. Io mi presi la pianola. Mi piaceva il colore arancione della plastica esterna e poi mi sembrava facile rispetto agli altri strumenti. Con un pennarello segnavo i tasti che dovevo premere per gli accordi. Dietro la pianola mi sentivo al sicuro, se fosse successa una rissa avrei usato la pianola come scudo. Il repertorio era il peggiore che si potesse mettere insieme. Erano tutte canzoni che si suonavano con il giro di Do, bastava spostare un solo dito, al massimo due per accordo. Non ero molto coordinato ma andavo a tempo. Le canzoni suonavano tutte uguali, un unico suono, ognuno cambiava il La minore con il Re minore quando riteneva opportuno e sembravamo malati in stato confusionale più che musicisti. Come nome scegliemmo Dracula e gli impalatori. Effettivamente non eravamo i tipi virili che il nome della nostra band propagandava, però lo saremmo diventati e se poi se nella nostra band ci fosse stato un flautista maschio ci potevamo chiamare Dracula e i raddrizzabanane.
La band Dracula e gli impalatori trovò un ingaggio. Doveva essere un segno dell’apocalisse quello. Gli altri erano entusiasti, io invece mi guardavo intorno, scrutavo nel cielo strane figure oppure aspettavo che il sole diventasse viola. In cambio di trenta euro complessivi bisognava suonare nella parrocchia di padre Gaetano che stava vicino la vesuviana di San Giovanni a teduccio. Eravamo tragicamente vestiti male, Renato aveva messo la gelatina e la maglietta dei Sepultura, Roberto camicia viola e cravatta stretta nera, io maglioncino. Il pubblico comunque era all’altezza della situazione. Era un gruppo di disabili. C’erano ragazze con tagli di capelli a caschetto come fanno ai down che pesavano cento chili e avrebbero ballato su qualunque cosa producesse un suono. Non ci aspettavamo il Royal Albert Hall comunque. Gli strumenti fischiavano, c’era ritorno ovunque, ma i nostri spettatori il fischio ce l’avevano già fisso in testa. Bisognava solo emettere un suono di volume superiore a tutti i fischi che c’avevano in testa quelli per risolvere la serata. Attaccammo subito con il nostro pezzo forte. Prima di cominciare Roberto autoeletto leader del gruppo disse: "spacchiamogli il culo a questi disabili di merda". Il primo brano allora fu La gatta. Eravamo padroni dell’armonia, sapevamo tutto quello che c’era da sapere sul giro di Do, i disabili danzavano, io guardavo l’orario nella speranza che quella cosa finisse presto. Il brano successivo fu Il cielo in una stanza, poi Roberta. Suonavamo musica per morti. Roberto aveva detto che se avessimo studiato l’accordo di Fa minore avremmo potuto raddoppiare il nostro repertorio in niente, anzi, disse che coi trenta euro avremmo ingaggiato un insegnante di musica che ci avrebbe mostrato il Fa minore. Il pomeriggio nel retro della parrocchia proseguì bene, un’idiota sulla carrozzina si pisciò sotto e dovettero buttarci sopra della segatura e certi altri idioti camminando nella segatura bagnata combinarono quel posto uno schifo.
Il maestro di musica venne la domenica pomeriggio seguente. Non se la passava bene, Roberto disse che per i trenta euro che gli davamo avrebbe ridipinto tutta la sede dell’Arci, ma c’era da fidarsi, lui stesso l’aveva visto fare il Fa minore da Dio. Il maestro di musica non aveva i capelli al centro della testa e si presentò con una bottiglia di vino. Si sedette. Renato aveva un blocco per gli appunti, eravamo pronti per la lezione. Il maestro ci guardò uno per uno, posò la bottiglia di vino per terra e parlò.
"Voi dovete scopare. Lasciate perdere la musica".
Il maestro aveva colto nel segno. Ci guardammo tutti negli occhi.
"L’avevo detto io che era un grande", disse Roberto, e partì l’applauso al maestro.
"Grazie", disse il maestro, "allora, quanti soldi avete in tasca".
Nessuno parlò, non capivamo.
"Avanti", e fece il gesto di rivoltarsi le tasche, "quanti soldi avete in tasca. Se mettete insieme cinquanta euro vi porto una signora che conosco, qui, adesso. Una puttana vera".
"Ho il bancomat", disse Renato.
"Bene", disse il maestro, "allora aspettate qua. Dammi il bancomat e scrivimi il codice, voi aspettatemi".
"Urra per Dracula e gli impalatori!", urlò qualcuno.
Il maestro sparì. Noi ci organizzammo in turni. Io avevo una paura cane, le budella si attorcigliavano, tutti l’avevano, ma una defezione sarebbe stata segno di omosessualità. Non si poteva rischiare, bisognava andare fino in fondo a ogni costo. Maledetto maestro. A mozione unanime, Renato, in quanto finanziatore del progetto denominato "Fa minore" doveva essere il primo.
"No", fece lui sbiancando, "se volevo essere il primo, potevo andarci anche da solo ed essere l’unico. Io invece voglio che vi divertiate prima voi, voglio essere l’ultimo". Il maledetto si era preso il turni migliore. Comunque tirammo a sorte e il mio turno era il terzo. Avevo paura, ero preparato su il film Dracula l’impalatore e le nozioni di base ci stavano, ma non sapevo se le cose sarebbero andate proprio come nel film. Finalmente la tensione terminò tre ore dopo circa, quando ci rendemmo conto che il maestro era scappato con il bancomat di Renato e che nel circolo Arci non sarebbe mai arrivata nessuna signora. |
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mercoledì 08/10/2008 ore 16.43.49
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Luglio
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Luglio

L'arci di San Giovanni era un’associazione per depressi e pugnettari. Alcuni di noi
avevano tanto di quel ferro stampato sui denti capace di attirare tutte le calamite fino a Piazza Garibaldi. Eravamo uno zoo. Parlavamo di sesso per tutta la durata dei nostri incontri, la sede centrale ci aveva mandato della diapositive di educazione sessuale da proiettare sulla parete. Era materiale per un progetto destinato ai ragazzini del quartiere. C’era disegnata l’anatomia degli organi maschili e femminili. Erano dei disegni orribili su come era fatta l’attrezzatura delle ragazze. C’era questo triangolo enorme con un canale al centro e nei due angoli alti c’erano due rotolini di prosciutto che erano le ovaie. Quei disegni erano uno schifo, nessuno dovrebbe mai sapere cosa c’è sotto la pelle. Per alcuni anni la visione di quelle tavole anatomiche fu l’evento più vicino a una scopata. Ogni volta che venivano proiettate le diapositive del monte di venere, Antonio, andava a darsi una lisciatina nel bagno della sede. Poi ci andavano Roberto, Ruggiero e infine io. Tornavamo a casa con le occhiaie, stanchi. I nostri discorsi avevano preso un’inclinazione anatomica, eravamo diventati dei tecnici. Non si parlava più di fica, ma di collo uterino.
Il mese di Luglio arrivò una circolare dalla sede centrale con scritto che ci saremmo uniti all’associazione Libertà&Celluloide per gestire il cineforum al parco di San Giovanni. Libertà&Celluloide era un gruppo che si riuniva nella sede del PC del quartiere, di fronte al deposito dello Sperone. Quando passava il tram andava via la corrente, bisognava aprire una finestra e fare entrare la luce della strada. Proiettavano dei film su un lenzuolo e poi ne discutevano. Una volta partecipammo anche noi dell’arci. Mi ricordo che sul lenzuolo c’era una macchia a forma di cane, allora certi si misero a pigliare per il culo a quello che l’aveva portato. Noi dell’arci non sapevamo se metterci pure noi a pigliare per il culo, restammo zitti, ci guardavamo più che altro, speravamo solo che poi noi toccasse a noi. Quello del lenzuolo non se la prendeva, ci scherzava perché aveva autoironia. Erano maturi, noi dell’arci ci saremmo accoltellati per questa cosa. A parte questo episodio, quelli di Libertà&Celluloide erano inarrivabili per noi perché nel gruppo avevano delle ragazze. Colli uterini, piccole labbra, monti di venere veri. Quando si riunivano c’era odore di shampoo e di bagnoschiuma felce azzurra delle ragazze.
Al cineforum era pieno di zanzare. C’era uno stagno artificiale pieno di tartarughe abbandonate dalla gente del quartiere e le zanzare ti mangiavano vivo. Nonostante questo la gente veniva lo stesso a guardare i film. Erano vecchi per lo più, mi mostravano tutte le tessere che avevano in tasca per avere uno sconto all’ingresso. Certe volte non li facevo pagare, non c’era un conteggio preciso. Provavo ad applicare il comunismo così come avevo sentito i discorsi al circolo del PC dopo i film. La seconda sera quelli di Libertà&Celluloide misero oltre me un’altra persona al banchetto dei biglietti all’ingresso. Si chiamava Michele, aveva i capelli ricci e lunghi e indossava una giacca verde militare. Io ero ricoperto di Autan che mia mamma mi aveva dato per via delle zanzare. Ero unto, le zanzare mi scivolavano sulle braccia per questo non mi pungevano. Michele aveva tre anni più di me e venivano molte ragazze a salutarlo al banchetto dei biglietti. Ero fiero di farmi vedere dai ragazzi dell’arci con Michele. Fumava le sigarette e le ragazze gli dicevano le cose nell’orecchio.
Il giorno seguente andai al Rettifilo a comprare una giacca uguale a quella di Michele in un negozio di abbigliamento militare. Mi scendeva lunga e parte del palmo della mano restava coperto. Pensai che fosse proprio così che dovesse andare. Ma diventare figo con diciannove euro era troppo a buon mercato.
Sapevo che non sarebbe stato facile fare accettare la mia giacca nuova a casa e già nell'ascensore mi prese una certa tremarella. Mi aspettavano prese per il culo e umiliazioni. Pensai che dopotutto era stata sdoganata la permanente di mia sorella e il nuovo colore dei capelli di mia madre e forse c’era una speranza per la mia giacca. Decisi comunque di giocare nelle retrovie. Fuori la porta sfilai la giacca e la tenni appoggiata sul braccio, era bella piegata che sembrava un asciugamano e la lasciai attaccata all’attaccapanni. Sarebbe stato il destino a scegliere, qualcuno l’avrebbe notata appesa da là si sarebbe decisa la mia sorte. Fortunatamente quel giorno mia sorella Isabella era passata alle lenti a contatto e tutta l’attenzione della serata venne concentrata sulle sue cornee arrossate. Indossai la giacca, dopo cena faceva già un altro effetto. Fuori discussione che si trattava di una giacca maledetta da indossare col buio, illuminazione adatta per quelli tenebrosi come me e Michele. La giacca mi stava bene, la lunghezza sui polsi era perfetta, ma presi le strade più buie, era meglio andarci piano coi cambiamenti, la gente aveva bisogno di tempo per abituarsi. Certi cani bucchinari mi abbaiarono da un cancello di ferro, me la feci addosso e mentre organizzavano la vendetta per il giorno seguente arrivai al banchetto del cineforum. Era già pieno di vecchi, potevano essere il doppio della sera precedente. Non appena mi vide Ruggiero mi corse incontro. Disse che dalla sede centrale avevano mandato delle tavole anatomiche aggiornate con degli organi che prima non c’erano. Bisognava subito indire una riunione per mettere al corrente tutto il gruppo dei cambiamenti anatomici negli organi femminili. Stupido segaiolo, neanche comprendeva le opportunità che la mia nuova giacca mi offriva. Presto avrei toccato un vero canale uterino. Di Michele non c’era traccia, staccavo biglietti, faceva caldo, sulla schiena avevo una mistura di sudore e Autan che avrebbe tenuto lontano anche le sanguisughe, ma di togliermi la giacca non se ne parlava. Era fatta, avevo una giacca militare e stavo sotto un riflettore che attirava tutte le falene e le zanzare del quartiere. Arrivò una ragazza, aveva una gonna lunga e colorata e degli orecchini che le pendevano dai lobi, una specie di ragnatela fatta di ferro filato. "Questa sera sono io con te, Michele l’hanno messo al proiettore, mi chiamo Mariella". Cristo santo, avevo la giacca da venti minuti e già ero al punto di lavorare con una ragazza vera. Mi era venuto un crampo alla pancia, mi veniva da vomitare. Passavano i miei compagni dell’arci, venivano sempre in due, facevano finta di niente, si sgomitavano e provavano invidia. Alcuni mi alzavano il pollice in segno di vittoria. Avevo l’approvazione del gruppo. Da quel momento la mia vita doveva virare verso un look aggressivo, solo così potevo esaltare le mie potenzialità. Presi in considerazione l’idea di farmi un tatuaggio, di mettermi l’orecchino e di suonare la chitarra. Di sicuro avrei guardato tutti i film che davano alle riunioni di Libertà&Celluloide insieme ai miei nuovi amici e alla mia nuova amica Mariella.
Staccavo biglietti e organizzavo la mia nuova vita quando tra i vecchi in fila qualcuno mi chiamò per nome. Era una vecchia che abitava nel mio condominio.
"Sei andato militare?".
Stronza.
"No", feci. Avevo capito la vecchia dove voleva parare, ma bisognava simulare sicurezza. Impostai un sorriso niente male.
"Perché sei vestito così allora?".
Mariella rise togliendomi dall’impaccio. La vecchia puttana insisteva.
"Voi giovani siete incredibili. Fate le manifestazioni contro la guerra e poi vi vestite come i militari", si frugò nella borsetta e tirò fuori una fetta di torta, "tieni, mangiala, l’ho fatta io".
Avrei fatto di tutto purché la vecchia andasse via.
"Grazie signora", disse Mariella, "ne prendo anch’io un pezzo".
La vecchia mollò il pezzo di torta e andò via. Non era male, era una torta di mele. Quelli di Libertà&Celluloide parlavano anche di cibi biologici e non bevevano la coca cola. Pensai che mangiare la torta della vecchia sarebbe stato un gesto per sintonizzarmi sulla stessa frequenza di Mariella. Magari mi avrebbe invitato a casa sua ad assaggiare dei buoni cibi biologici che lei stessa avrebbe preparato. Buttai giù tutta la torta della vecchia, alla fine c’erano briciole ovunque. Aspettai che Mariella si alzasse per spingerle fuori dal tavolo perché non ero sicuro che quella fossa la cosa giusta da fare. Arrivarono altri vecchi, facevo battute, Mariella un poco rideva un poco scriveva i messaggi sul nokia, andava meglio del previsto. Dopo alcuni minuti la torta della vecchia fermentò nello stomaco. Le viscere mi si tirarono, sbiancai, mi sentivo le lamette nella pancia. Mi alzai dalla sedia, volevo allontanarmi.
"Stai bene?", chiese Mirella.
La vidi cambiare forma, sentii distorcere il suono della sua voce e svenni.
Mi risvegliai alcuni minuti dopo steso sul sedile posteriore di una macchina in direzione dell’ospedale Loreto mare. Guidava Michele, seduta accanto a lui che gli teneva la mano c’era Mirella. I crampi alla pancia erano sempre più forti, ma erano niente rispetto al danno in immagine che quella situazione mi stava creando. Volevo dire di andare con calma che non era niente, una cosa che poteva capitare, invece quanto era vera iddio lo stomaco si stava aprendo due parti. Avevo delle contrazioni fortissime all’addome e pensai che forse era quella la morte. Steso sul sedile di dietro, sentivo l’odore di stoffa nuova della mia giacca. Michele mi scaricò davanti al pronto soccorso e in poco mi ritrovai steso su una barella. Ero pallido, la poca pelle che usciva da sotto la giacca era bianca. Mentre l’infermiere coi baffi mi spingeva verso la sala del pronto soccorso, lungo il corridoio pieno di neon bianchi, trovai appollaiati su una panchina mia madre e mio padre. Quando mi videro sbiancarono.
"Cosa è successo?".
"Un malore", disse Michele.
"Chi è questo?", gli urlò contro mio padre.
Perché erano là, chi li aveva chiamati?
Poi arrivò anche mia sorella Isabella. Aveva un occhio bendato.
"L’infezione guarirà in una settimana ha detto il medico", poi mi vide con il suo unico occhio buono, "ma cosa ci fai qui? E cos’è questa giacca?".
Michele e Mirella andarono via, li vidi di spalle, Michele già stringeva tra le dita una sigaretta che avrebbe acceso fuori.
"Ti spacco la testa", disse mio padre.
"E lascialo", rispose mia madre.
La giacca era sempre là, niente era perduto, un minuto dopo mi infilarono un clistere da lavanda gastrica.
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martedì 26/08/2008 ore 5.55.17
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Nuova recensione del libretto Airbag su Il Mattino. |
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domenica 24/08/2008 ore 17.30.16
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Aggiornamento Airbag
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Aggiornamento Airbag
Il libretto è adesso disponibile in diversi punti vendita Feltrinelli (verifica disponibilità), mentre online si può ordinare qui, senza spese di spedizione.
Aggiornamento 2: Airbag al quinto posto nella classifica dei libri più venduti nell'ultimo mese dalla distribuzione NDA. |
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venerdì 20/06/2008 ore 12.06.58
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Airbag
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Airbag

E' in uscita un mio libretto, si chiama Airbag. Online lo trovate sul sito delle librerie Feltrinelli.
"Maurizio vive in una casa completamente vuota, lavora come programmatore in una software house, mangia solo cibi industriali, soffre di attacchi d'ira ed e' vittima di una sessualità paranoide. Un guasto di un ripetitore della Telecom permette al suo televisore di ricevere l'audio delle conversazioni telefoniche degli abitanti del suo quartiere. Maurizio registra e cataloga i dialoghi, ne impara a memoria intere frasi e le usa per riconfigurare una propria nuova mappa emotiva. Viviana e' obesa, e tutte le sere chiama il numero anti-violenza, sussurrando perché suo marito non la senta. Dal telefono al televisore di Maurizio: quelle telefonate diventano un'ossessione. Viviana diventa il suo Cristo con le bruciature di sigaretta sulle braccia, l'unica capace di redimerlo. La segue, ne traccia un profilo psicologico e, infine, si decide a incontrarla. Poi la morte del fratello di Maurizio, paralizzato a seguito di un incidente automobilistico, l'incontro con una squillo di lusso, il tango, i naziskin, una spirale di incastri narrativi".
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giovedì 15/05/2008 ore 15.49.32
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