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subbart
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disegno di Arp per Subbart.
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giovedì 04/12/2008 ore 11.01.20
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Catlaya
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Catlaya
[La vita dopo i call center]
Uso il collutorio e il dentifricio coi microgranuli. Tutte le sere lavo le mani con la candeggina, solo il giovedì con la benzina. La pulizia del proprio corpo è importante. Ho comprato il Dermorel T crema setificante per il collo e la mattina stendo sotto gli occhi un velo di gel rivatilizzante con il q10. Ho una borsa con il fondo rigido di quelle che usano i rappresentanti per il campionario. Vado in ufficio con quella e dentro ci tengo tutti i prodotti. I miei colleghi si spediscono tra loro i messaggi sul sistema di messaggeria interno dell'azienda. Mi chiamano Psyco, Mastro Lindo, il Signor Boccasana. Ho un programma per intercettare i loro messaggi. Sono delle persone deboli totalmente influenzate dalla pubblicita', non sono capaci di creare un soprannome dalla loro fantasia. Tengono l'aria condizionata al minimo, lo fanno per farmi sentire freddo e il filtro del condizionatore non è stato mai pulito.
+*+
Non vado a mensa con loro, ne' prendo con loro il caffe' al distributore. Posso mangiare e bere soltanto se sono da solo. Davanti agli altri non posso starnutire, sbadigliare e tossire. L'idea che qualcuno mi guardi in bocca durante una funzione intima mi paralizza. Vado a mangiare in un parcheggio sotterraneo di fronte all'ospedale Pascale. Scendo due livelli sottoterra e guido fino a un corridoio dove dalle condotte cade isterica una goccia d'acqua nel tentativo di scavare l’asfalto. Spengo il motore e i fari, appoggio la vaschetta di alluminio sulle gambe e mangio il pollo.
+++
Mi chiamo Federico Massati, ho trentasette anni e sono una persona molto pulita.
+
La detersione continuata ha provocato un rossore alle mani. In alcuni punti la pelle è diventata come le scaglie di un pesce rosso, degli esagoni di pelle rossa lucente traslucida rialzata. Ho utilizzato il Finesterin, i cortisonici ma il rossore non è andato via. Ho fiducia nella medicina, mi autoprescrivo i farmaci. Ho messo delle garze attorno le mani. Ho avvolto le dita, il polso fino a metà dell'avambraccio fino a che tutto è diventato un blocco compatto. L'isolamento tattile prodotto dalle garze mi rassicura. E' una sensazione confortevole sapere di non entrare in contatto con gli oggetti. Ma devo respingerla, potrebbe essere il punto di non ritorno con la realtà.
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*Questa notte ho sognato di essere bloccato in un bozzolo di garze disinfettate.
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++
Il dermatologo della asl dice che si tratta di un abbassamento delle difese immunitarie della pelle nelle zone che uso strofinare. Gesù Cristo, ha anche detto quando ha visto come avevo avvolto le mani nelle garze. Poi ha ripetuto la parola benzina sottovoce e ha scritto un numero di telefono su un foglietto strappato da un block-notes di pubblicità di un antibiotico. Sotto il numero ha scritto un nome: Carol.
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Carol è il direttore di un centro per i disturbi psicosomatici, ha i capelli lunghi ed è stempiato ai lati della fronte. Il naso è innestato senza alcuna grazia sul volto. I pezzi della sua faccia sono forme primordiali, triangoli e sezioni di cono non rifinite. La pelle conserva i segni di un'acne devastante e adesso si presenta come un campo pieno di buche. L'aumentata sensibilità della pelle delle mani aumenta la mia capacità di cogliere i particolari. Carol dice che se voglio può aiutarmi con questa storia della pulizia.
+++
1. Comprare il Fastum gel
2. Chiamare la Tre per cambiare piano tariffario
3. Cercare su Google
"guanti di lattice trasparenti invisibili sottili da usare in ufficio-colleghi"
***
Dormo undici ore a notte e quando non dormo mi lavo le mani.
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Tecnicamente parlando, Carol e il dermatologo sono le uniche persone con le quali ho parlato negli ultimi mesi. Escluso quel tale di Genova con il quale ho scambiato alcune parole mentre in webcam mi lasciavo guardare mentre mi masturbavo.
++
Carol ha detto che è importante trovarsi qualcosa da fare. Anche se non voglio cominciare un percorso insieme a lui, è bene trovarsi qualcosa da fare. Ha utilizzato la parola "percorso" in un'accezione che non condivido. L’uso eccessivo delle metafore impoverisce il pensiero.
+
Ho molto tempo libero oltre al lavoro, ma non riesco a fare niente altro che lavare il pavimento. O spostare i mobili per la pulizia settimanale.
***
Il ragazzo di Genova si chiama Lorenzo e lavora da un commercialista. Non ho mai incontrato nessuno conosciuto in una chat. Lorenzo mi ha scritto in maniera ordinata e anatomicamente corretta tutto quella che ha intenzione di farmi. Questo dovrebbe eccitarmi, ma non lo sono. Carol ha detto che la pulsione sessuale verso un corpo è una leva che bisogna sfruttare, ha detto di lasciarmi andare.
***
Ho intercettato un nuovo soprannome nel sistema di comunicazione interno. Rocky, penso per via delle mani fasciate.
++
In treno ho tolto le garze, ma ho continuato ad aprire le porte tra i vagoni con i gomiti. L'oscurità nella quale ho tenuto le mani in queste settimane, ha reso la pelle bianchissima e molto morbida. Tra due ore sarò a Genova.
+++
Lorenzo ha una parrucca, è vestito da donna, siamo in un albergo alla stazione di Brignole, mi sta penetrando con violenza, mi sta picchiando, c’è sangue dappertutto nella stanza, dice che sono una puttana schizofrenica.+++ Ho la faccia tumefatta.+++ Se mi passo una mano sulla guancia non so dove finisce lo zigomo e dove l’arcata sopraccigliare.+++ E' andato via da venti minuti, ma sono ancora nella stessa posizione, a pancia sotto. Pensavo di essere legato.++Ho trascinato una sedia nella doccia, sotto il getto di acqua, la goccia nel parcheggio, non posso toccare la ceramica coi piedi++c'è sangue sul piatto della doccia.
+++
Ho deciso di trattenermi a Genova per il resto della mia vacanza comunque. Non ho intenzione di rivolgermi all’ospedale né alla polizia. Penso di avere l'articolazione del gomito compromessa.
***
L'acquario di Genova è un posto schifoso, i vicoli del centro storico sanno di piscio, è pieno di ricchioni ovunque. Ho ripreso a fasciarmi le mani con le garze.
***
La notte mi collego alle videochat dal mio portatile. La stanza dell'albergo ha un collegamento. Wi-fi. Mi mostro con la faccia tumefatta e ho cambiato il mio nickname da Signor Boccasana a Puttana schizofrenica. Tutti mi vogliono pagare adesso. Ho chiamato Carol al cellulare, gli ho raccontato quello che è successo con Lorenzo. Mi ha detto di ritornare a casa e che si sente in colpa per quello che è successo, pensa che io in questo momento sia molto fragile.
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martedì 28/10/2008 ore 19.06.33
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Il progetto
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Il progetto "Fa minore"

L’unico cinema che c’era a San Giovanni a Teduccio era il Supercinema. Prima ci stava un supermercato, poi al posto del bancone della carne ci hanno messo il telone e le sedie, però sullo sfondo si vedevano ancora dei pannelli di alluminio sporchi di sangue. Da lunedì al venerdì davano american pie, maial college, the ring, il film di eminem e certi altri film per disgraziati adeguati al livello del quartiere. La domenica invece solo porno. Lo stesso porno rumeno per due mesi consecutivi: Dracula l’impalatore, ma noi ci andavamo lo stesso. Era questione di settimane e avremmo parlato il rumeno meglio di Dracula. Poi misero Gomorra e per otto mesi lo proiettarono tutta la settimana, domenica compreso. Noi la domenica ci passavamo davanti mentre andavamo alla sede dell’Arci e aspettavamo di vedere il cartellone con le foto con gli occhi coperti dalla fascetta nera e il titolo scritto in rosso e invece ci toccava di vedere a questi due coi mitra in mano che sparavano. C’era sgomento tra noi, ma il cinema era pieno di gente per bene, di ragazzi con le fidanzate con il profumo, eravamo vittime del sistema. Nel nostro stato bastava un niente per imbracciare un Uzi e mettere le cose a posto. A noi dei casalesi e delle discariche non ce ne fregava nulla, erano cose lontane a noi ci garbava Dracula l’impalatore. Allora decidemmo di usare il proiettore che ci avevano mandato dalla sede centrale dell’arci.
Roberto disse che avrebbe scaricato il film Dracula l’impalatore da emule e che poi sapeva come collegare il portatile al proiettore. Il download andava lento, ci stavano da configurare le porte, da impostare le priorità, cose che noi dell’arci di San Giovanni a teduccio non sapevamo fare, forse quelli di Piazza Garibaldi, ma noi no. Ci impiegammo nove giorni, lo stesso tempo per coprire Napoli Bucharest andata e ritorno a cavallo. Ci incontrammo tutti una domenica pomeriggio. Germano per scherzare disse che ci eravamo messi in proprio e che l’idea di aprire un cinema porno per film rumeni non era male. Addirittura diceva che si poteva richiedere un sovvenzionamento statale. Roberto fece partire il play e al posto di Dracula l’impalatore, partì il film di Dracula, quello vero. Gente che veniva mangiata viva e sangue a fiumi.
"Adesso vedi che se le scopa", disse Roberto.
"Le sta uccidendo vedi, c’è sangue dappertutto", gli dissi.
"Dovete stare zitti e avere fiducia, in Romania fanno così, prima succhiano il sangue, poi se le chiavano" e nel frattempo lo tirò di fuori. Menarselo in mezzo a tutto quel sangue era uno schifo, staccammo il proiettore e facemmo il bagno a Roberto con la Fanta. Gomorra ci aveva distrutto.
Fu in quel periodo che mettemmo insieme il gruppo. La sede centrale dell’arci ci aveva mandato due chitarre, una elettrica e una classica, una pianola, un flauto e alcuni pezzi di una batteria, una cassa, un charleston e un piatto. Erano destinati a un campo rom che certi zingari avevano messo su dalle parti del palazzo dell’Arin di via Argine, ma noi per il momento ce li tenemmo per ammazzare il tempo. In quanto strumento poco virile nessuno accettò di suonare il flauto. Se solo una delle nostre labbra lo avesse sfiorato, saremmo stati tacciati di omosessualità e decidemmo che per rispetto ai valori solidali dell’arci, il flauto lo avremmo donato al campo rom e che sui gusti sessuali dei rom, noi non avremmo mai preso una posizione precisa. La mozione passò all’unanimità. Io mi presi la pianola. Mi piaceva il colore arancione della plastica esterna e poi mi sembrava facile rispetto agli altri strumenti. Con un pennarello segnavo i tasti che dovevo premere per gli accordi. Dietro la pianola mi sentivo al sicuro, se fosse successa una rissa avrei usato la pianola come scudo. Il repertorio era il peggiore che si potesse mettere insieme. Erano tutte canzoni che si suonavano con il giro di Do, bastava spostare un solo dito, al massimo due per accordo. Non ero molto coordinato ma andavo a tempo. Le canzoni suonavano tutte uguali, un unico suono, ognuno cambiava il La minore con il Re minore quando riteneva opportuno e sembravamo malati in stato confusionale più che musicisti. Come nome scegliemmo Dracula e gli impalatori. Effettivamente non eravamo i tipi virili che il nome della nostra band propagandava, però lo saremmo diventati e se poi se nella nostra band ci fosse stato un flautista maschio ci potevamo chiamare Dracula e i raddrizzabanane.
La band Dracula e gli impalatori trovò un ingaggio. Doveva essere un segno dell’apocalisse quello. Gli altri erano entusiasti, io invece mi guardavo intorno, scrutavo nel cielo strane figure oppure aspettavo che il sole diventasse viola. In cambio di trenta euro complessivi bisognava suonare nella parrocchia di padre Gaetano che stava vicino la vesuviana di San Giovanni a teduccio. Eravamo tragicamente vestiti male, Renato aveva messo la gelatina e la maglietta dei Sepultura, Roberto camicia viola e cravatta stretta nera, io maglioncino. Il pubblico comunque era all’altezza della situazione. Era un gruppo di disabili. C’erano ragazze con tagli di capelli a caschetto come fanno ai down che pesavano cento chili e avrebbero ballato su qualunque cosa producesse un suono. Non ci aspettavamo il Royal Albert Hall comunque. Gli strumenti fischiavano, c’era ritorno ovunque, ma i nostri spettatori il fischio ce l’avevano già fisso in testa. Bisognava solo emettere un suono di volume superiore a tutti i fischi che c’avevano in testa quelli per risolvere la serata. Attaccammo subito con il nostro pezzo forte. Prima di cominciare Roberto autoeletto leader del gruppo disse: "spacchiamogli il culo a questi disabili di merda". Il primo brano allora fu La gatta. Eravamo padroni dell’armonia, sapevamo tutto quello che c’era da sapere sul giro di Do, i disabili danzavano, io guardavo l’orario nella speranza che quella cosa finisse presto. Il brano successivo fu Il cielo in una stanza, poi Roberta. Suonavamo musica per morti. Roberto aveva detto che se avessimo studiato l’accordo di Fa minore avremmo potuto raddoppiare il nostro repertorio in niente, anzi, disse che coi trenta euro avremmo ingaggiato un insegnante di musica che ci avrebbe mostrato il Fa minore. Il pomeriggio nel retro della parrocchia proseguì bene, un’idiota sulla carrozzina si pisciò sotto e dovettero buttarci sopra della segatura e certi altri idioti camminando nella segatura bagnata combinarono quel posto uno schifo.
Il maestro di musica venne la domenica pomeriggio seguente. Non se la passava bene, Roberto disse che per i trenta euro che gli davamo avrebbe ridipinto tutta la sede dell’Arci, ma c’era da fidarsi, lui stesso l’aveva visto fare il Fa minore da Dio. Il maestro di musica non aveva i capelli al centro della testa e si presentò con una bottiglia di vino. Si sedette. Renato aveva un blocco per gli appunti, eravamo pronti per la lezione. Il maestro ci guardò uno per uno, posò la bottiglia di vino per terra e parlò.
"Voi dovete scopare. Lasciate perdere la musica".
Il maestro aveva colto nel segno. Ci guardammo tutti negli occhi.
"L’avevo detto io che era un grande", disse Roberto, e partì l’applauso al maestro.
"Grazie", disse il maestro, "allora, quanti soldi avete in tasca".
Nessuno parlò, non capivamo.
"Avanti", e fece il gesto di rivoltarsi le tasche, "quanti soldi avete in tasca. Se mettete insieme cinquanta euro vi porto una signora che conosco, qui, adesso. Una puttana vera".
"Ho il bancomat", disse Renato.
"Bene", disse il maestro, "allora aspettate qua. Dammi il bancomat e scrivimi il codice, voi aspettatemi".
"Urra per Dracula e gli impalatori!", urlò qualcuno.
Il maestro sparì. Noi ci organizzammo in turni. Io avevo una paura cane, le budella si attorcigliavano, tutti l’avevano, ma una defezione sarebbe stata segno di omosessualità. Non si poteva rischiare, bisognava andare fino in fondo a ogni costo. Maledetto maestro. A mozione unanime, Renato, in quanto finanziatore del progetto denominato "Fa minore" doveva essere il primo.
"No", fece lui sbiancando, "se volevo essere il primo, potevo andarci anche da solo ed essere l’unico. Io invece voglio che vi divertiate prima voi, voglio essere l’ultimo". Il maledetto si era preso il turni migliore. Comunque tirammo a sorte e il mio turno era il terzo. Avevo paura, ero preparato su il film Dracula l’impalatore e le nozioni di base ci stavano, ma non sapevo se le cose sarebbero andate proprio come nel film. Finalmente la tensione terminò tre ore dopo circa, quando ci rendemmo conto che il maestro era scappato con il bancomat di Renato e che nel circolo Arci non sarebbe mai arrivata nessuna signora. |
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mercoledì 08/10/2008 ore 16.43.49
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Luglio
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Luglio

L'arci di San Giovanni era un’associazione per depressi e pugnettari. Alcuni di noi
avevano tanto di quel ferro stampato sui denti capace di attirare tutte le calamite fino a Piazza Garibaldi. Eravamo uno zoo. Parlavamo di sesso per tutta la durata dei nostri incontri, la sede centrale ci aveva mandato della diapositive di educazione sessuale da proiettare sulla parete. Era materiale per un progetto destinato ai ragazzini del quartiere. C’era disegnata l’anatomia degli organi maschili e femminili. Erano dei disegni orribili su come era fatta l’attrezzatura delle ragazze. C’era questo triangolo enorme con un canale al centro e nei due angoli alti c’erano due rotolini di prosciutto che erano le ovaie. Quei disegni erano uno schifo, nessuno dovrebbe mai sapere cosa c’è sotto la pelle. Per alcuni anni la visione di quelle tavole anatomiche fu l’evento più vicino a una scopata. Ogni volta che venivano proiettate le diapositive del monte di venere, Antonio, andava a darsi una lisciatina nel bagno della sede. Poi ci andavano Roberto, Ruggiero e infine io. Tornavamo a casa con le occhiaie, stanchi. I nostri discorsi avevano preso un’inclinazione anatomica, eravamo diventati dei tecnici. Non si parlava più di fica, ma di collo uterino.
Il mese di Luglio arrivò una circolare dalla sede centrale con scritto che ci saremmo uniti all’associazione Libertà&Celluloide per gestire il cineforum al parco di San Giovanni. Libertà&Celluloide era un gruppo che si riuniva nella sede del PC del quartiere, di fronte al deposito dello Sperone. Quando passava il tram andava via la corrente, bisognava aprire una finestra e fare entrare la luce della strada. Proiettavano dei film su un lenzuolo e poi ne discutevano. Una volta partecipammo anche noi dell’arci. Mi ricordo che sul lenzuolo c’era una macchia a forma di cane, allora certi si misero a pigliare per il culo a quello che l’aveva portato. Noi dell’arci non sapevamo se metterci pure noi a pigliare per il culo, restammo zitti, ci guardavamo più che altro, speravamo solo che poi noi toccasse a noi. Quello del lenzuolo non se la prendeva, ci scherzava perché aveva autoironia. Erano maturi, noi dell’arci ci saremmo accoltellati per questa cosa. A parte questo episodio, quelli di Libertà&Celluloide erano inarrivabili per noi perché nel gruppo avevano delle ragazze. Colli uterini, piccole labbra, monti di venere veri. Quando si riunivano c’era odore di shampoo e di bagnoschiuma felce azzurra delle ragazze.
Al cineforum era pieno di zanzare. C’era uno stagno artificiale pieno di tartarughe abbandonate dalla gente del quartiere e le zanzare ti mangiavano vivo. Nonostante questo la gente veniva lo stesso a guardare i film. Erano vecchi per lo più, mi mostravano tutte le tessere che avevano in tasca per avere uno sconto all’ingresso. Certe volte non li facevo pagare, non c’era un conteggio preciso. Provavo ad applicare il comunismo così come avevo sentito i discorsi al circolo del PC dopo i film. La seconda sera quelli di Libertà&Celluloide misero oltre me un’altra persona al banchetto dei biglietti all’ingresso. Si chiamava Michele, aveva i capelli ricci e lunghi e indossava una giacca verde militare. Io ero ricoperto di Autan che mia mamma mi aveva dato per via delle zanzare. Ero unto, le zanzare mi scivolavano sulle braccia per questo non mi pungevano. Michele aveva tre anni più di me e venivano molte ragazze a salutarlo al banchetto dei biglietti. Ero fiero di farmi vedere dai ragazzi dell’arci con Michele. Fumava le sigarette e le ragazze gli dicevano le cose nell’orecchio.
Il giorno seguente andai al Rettifilo a comprare una giacca uguale a quella di Michele in un negozio di abbigliamento militare. Mi scendeva lunga e parte del palmo della mano restava coperto. Pensai che fosse proprio così che dovesse andare. Ma diventare figo con diciannove euro era troppo a buon mercato.
Sapevo che non sarebbe stato facile fare accettare la mia giacca nuova a casa e già nell'ascensore mi prese una certa tremarella. Mi aspettavano prese per il culo e umiliazioni. Pensai che dopotutto era stata sdoganata la permanente di mia sorella e il nuovo colore dei capelli di mia madre e forse c’era una speranza per la mia giacca. Decisi comunque di giocare nelle retrovie. Fuori la porta sfilai la giacca e la tenni appoggiata sul braccio, era bella piegata che sembrava un asciugamano e la lasciai attaccata all’attaccapanni. Sarebbe stato il destino a scegliere, qualcuno l’avrebbe notata appesa da là si sarebbe decisa la mia sorte. Fortunatamente quel giorno mia sorella Isabella era passata alle lenti a contatto e tutta l’attenzione della serata venne concentrata sulle sue cornee arrossate. Indossai la giacca, dopo cena faceva già un altro effetto. Fuori discussione che si trattava di una giacca maledetta da indossare col buio, illuminazione adatta per quelli tenebrosi come me e Michele. La giacca mi stava bene, la lunghezza sui polsi era perfetta, ma presi le strade più buie, era meglio andarci piano coi cambiamenti, la gente aveva bisogno di tempo per abituarsi. Certi cani bucchinari mi abbaiarono da un cancello di ferro, me la feci addosso e mentre organizzavano la vendetta per il giorno seguente arrivai al banchetto del cineforum. Era già pieno di vecchi, potevano essere il doppio della sera precedente. Non appena mi vide Ruggiero mi corse incontro. Disse che dalla sede centrale avevano mandato delle tavole anatomiche aggiornate con degli organi che prima non c’erano. Bisognava subito indire una riunione per mettere al corrente tutto il gruppo dei cambiamenti anatomici negli organi femminili. Stupido segaiolo, neanche comprendeva le opportunità che la mia nuova giacca mi offriva. Presto avrei toccato un vero canale uterino. Di Michele non c’era traccia, staccavo biglietti, faceva caldo, sulla schiena avevo una mistura di sudore e Autan che avrebbe tenuto lontano anche le sanguisughe, ma di togliermi la giacca non se ne parlava. Era fatta, avevo una giacca militare e stavo sotto un riflettore che attirava tutte le falene e le zanzare del quartiere. Arrivò una ragazza, aveva una gonna lunga e colorata e degli orecchini che le pendevano dai lobi, una specie di ragnatela fatta di ferro filato. "Questa sera sono io con te, Michele l’hanno messo al proiettore, mi chiamo Mariella". Cristo santo, avevo la giacca da venti minuti e già ero al punto di lavorare con una ragazza vera. Mi era venuto un crampo alla pancia, mi veniva da vomitare. Passavano i miei compagni dell’arci, venivano sempre in due, facevano finta di niente, si sgomitavano e provavano invidia. Alcuni mi alzavano il pollice in segno di vittoria. Avevo l’approvazione del gruppo. Da quel momento la mia vita doveva virare verso un look aggressivo, solo così potevo esaltare le mie potenzialità. Presi in considerazione l’idea di farmi un tatuaggio, di mettermi l’orecchino e di suonare la chitarra. Di sicuro avrei guardato tutti i film che davano alle riunioni di Libertà&Celluloide insieme ai miei nuovi amici e alla mia nuova amica Mariella.
Staccavo biglietti e organizzavo la mia nuova vita quando tra i vecchi in fila qualcuno mi chiamò per nome. Era una vecchia che abitava nel mio condominio.
"Sei andato militare?".
Stronza.
"No", feci. Avevo capito la vecchia dove voleva parare, ma bisognava simulare sicurezza. Impostai un sorriso niente male.
"Perché sei vestito così allora?".
Mariella rise togliendomi dall’impaccio. La vecchia puttana insisteva.
"Voi giovani siete incredibili. Fate le manifestazioni contro la guerra e poi vi vestite come i militari", si frugò nella borsetta e tirò fuori una fetta di torta, "tieni, mangiala, l’ho fatta io".
Avrei fatto di tutto purché la vecchia andasse via.
"Grazie signora", disse Mariella, "ne prendo anch’io un pezzo".
La vecchia mollò il pezzo di torta e andò via. Non era male, era una torta di mele. Quelli di Libertà&Celluloide parlavano anche di cibi biologici e non bevevano la coca cola. Pensai che mangiare la torta della vecchia sarebbe stato un gesto per sintonizzarmi sulla stessa frequenza di Mariella. Magari mi avrebbe invitato a casa sua ad assaggiare dei buoni cibi biologici che lei stessa avrebbe preparato. Buttai giù tutta la torta della vecchia, alla fine c’erano briciole ovunque. Aspettai che Mariella si alzasse per spingerle fuori dal tavolo perché non ero sicuro che quella fossa la cosa giusta da fare. Arrivarono altri vecchi, facevo battute, Mariella un poco rideva un poco scriveva i messaggi sul nokia, andava meglio del previsto. Dopo alcuni minuti la torta della vecchia fermentò nello stomaco. Le viscere mi si tirarono, sbiancai, mi sentivo le lamette nella pancia. Mi alzai dalla sedia, volevo allontanarmi.
"Stai bene?", chiese Mirella.
La vidi cambiare forma, sentii distorcere il suono della sua voce e svenni.
Mi risvegliai alcuni minuti dopo steso sul sedile posteriore di una macchina in direzione dell’ospedale Loreto mare. Guidava Michele, seduta accanto a lui che gli teneva la mano c’era Mirella. I crampi alla pancia erano sempre più forti, ma erano niente rispetto al danno in immagine che quella situazione mi stava creando. Volevo dire di andare con calma che non era niente, una cosa che poteva capitare, invece quanto era vera iddio lo stomaco si stava aprendo due parti. Avevo delle contrazioni fortissime all’addome e pensai che forse era quella la morte. Steso sul sedile di dietro, sentivo l’odore di stoffa nuova della mia giacca. Michele mi scaricò davanti al pronto soccorso e in poco mi ritrovai steso su una barella. Ero pallido, la poca pelle che usciva da sotto la giacca era bianca. Mentre l’infermiere coi baffi mi spingeva verso la sala del pronto soccorso, lungo il corridoio pieno di neon bianchi, trovai appollaiati su una panchina mia madre e mio padre. Quando mi videro sbiancarono.
"Cosa è successo?".
"Un malore", disse Michele.
"Chi è questo?", gli urlò contro mio padre.
Perché erano là, chi li aveva chiamati?
Poi arrivò anche mia sorella Isabella. Aveva un occhio bendato.
"L’infezione guarirà in una settimana ha detto il medico", poi mi vide con il suo unico occhio buono, "ma cosa ci fai qui? E cos’è questa giacca?".
Michele e Mirella andarono via, li vidi di spalle, Michele già stringeva tra le dita una sigaretta che avrebbe acceso fuori.
"Ti spacco la testa", disse mio padre.
"E lascialo", rispose mia madre.
La giacca era sempre là, niente era perduto, un minuto dopo mi infilarono un clistere da lavanda gastrica.
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martedì 26/08/2008 ore 5.55.17
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Nuova recensione del libretto Airbag su Il Mattino. |
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domenica 24/08/2008 ore 17.30.16
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Aggiornamento Airbag
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Aggiornamento Airbag
Il libretto è adesso disponibile in diversi punti vendita Feltrinelli (verifica disponibilità), mentre online si può ordinare qui, senza spese di spedizione.
Aggiornamento 2: Airbag al quinto posto nella classifica dei libri più venduti nell'ultimo mese dalla distribuzione NDA. |
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venerdì 20/06/2008 ore 12.06.58
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Airbag
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Airbag

E' in uscita un mio libretto, si chiama Airbag. Online lo trovate sul sito delle librerie Feltrinelli.
"Maurizio vive in una casa completamente vuota, lavora come programmatore in una software house, mangia solo cibi industriali, soffre di attacchi d'ira ed e' vittima di una sessualità paranoide. Un guasto di un ripetitore della Telecom permette al suo televisore di ricevere l'audio delle conversazioni telefoniche degli abitanti del suo quartiere. Maurizio registra e cataloga i dialoghi, ne impara a memoria intere frasi e le usa per riconfigurare una propria nuova mappa emotiva. Viviana e' obesa, e tutte le sere chiama il numero anti-violenza, sussurrando perché suo marito non la senta. Dal telefono al televisore di Maurizio: quelle telefonate diventano un'ossessione. Viviana diventa il suo Cristo con le bruciature di sigaretta sulle braccia, l'unica capace di redimerlo. La segue, ne traccia un profilo psicologico e, infine, si decide a incontrarla. Poi la morte del fratello di Maurizio, paralizzato a seguito di un incidente automobilistico, l'incontro con una squillo di lusso, il tango, i naziskin, una spirale di incastri narrativi".
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giovedì 15/05/2008 ore 15.49.32
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La bellezza perduta
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La bellezza perduta
[La vita dopo i call center]

Rosa Russo Iervolino è seduta sul sedile posteriore. Indossa un giaccone scuro e nella tasca destra tiene un rosario. Stringe i grani di corallo sotto le dita e dice all'autista di andare più veloce. L'alfa 156 senza scorta viaggia veloce sulla tangenziale verso l’uscita Fuorigrotta, poi via Cinthia, direzione Pianura, le luci arancione dell'illuminazione pubblica si riflettono sui finestrini scuri.
Ai primi capannelli di gente, Rosetta si stende sul sedile, si copre con una coperta per non suscitare reazioni. Sono per la maggior parte donne, alcune di loro hanno una candela tra le mani e pregano. Le loro voci si fondono in un coro unico, era inevitabile che lo venissero a sapere. L'Alfa 156 arriva fuori l'ingresso della discarica di contrada Pisani a Pianura. Là, bisogna fermarsi, i pneumatici non sarebbero in grado di proseguire su un terreno tanto sconnesso. Rosetta Jervolino apre la porta, il fetore è insopportabile. Si porta un fazzoletto imbevuto di profumo sulla bocca e accompagnata da un carabiniere prosegue all’interno della discarica. Il punto preciso è interamente presidiato dai carabinieri e dall'esercito. Tra poco nessuno più potrà avvicinarsi, neanche lei stessa. I militari sono disposti in cerchio a formare una barriera dalle maglie strette. Il commissario straordinario De Gennaro è stato informato dell'arrivo di Rosetta e sotto scorta dei militari esce dalla prima barriera umana e le va incontro. E' sconvolto da quello che ha appena visto.
"Come lo hanno saputo la gente là fuori?", chiede Rosetta.
De Gennaro scuote la testa. Ha la faccia pallida, le pupille dilatate dal pianto, scuote le spalle, non sa come l’abbiano saputo.
"Andiamo", fa Rosetta Russo Jervolino. Il rosario che stringe tra le mani glielo ha regalato la nonna, la vecchia che parlava coi morti. Nel quartiere quando la vedevano si facevano il segno della croce. I militari rompono la barriera solo per il tempo necessario per far passare Rosetta e De Gennaro, oramai ci siamo, pensa Rosetta. Stringe il rosario di corallo nella mano destra forte abbastanza da procurarsi il calco dei grani nella carne morbida del palmo. Più avanti c'è un altro presidio di militari in tuta mimetica, anche le loro maglie si aprono per farli passare. Al centro, ai piedi del punto esatto, inginocchiato, c'è il Cardinale Sepe che prega.
"Stanno arrivando anche dal Vaticano", dice De Gennaro, "è questione di pochi minuti".
Rosetta compie gli ultimi passi, De Gennaro resta indietro, è straziato.
Rosetta allora lo vede. Le manca il fiato, lascia cadere il fazzoletto.
La posa è quella di un uomo in posizione fetale, steso su un lato, ma è lungo almeno tre metri. Il volto si direbbe di donna, ma la sua nudità mostra un pene piccolissimo e flaccido. La cassa toracica è sproporzionata rispetto al resto del corpo e sulla schiena, ci sono due grosse ali a forma di goccia lunghe dalla nuca fino alle ginocchia. Il colore del piumaggio è bianco. Rosetta ha un mancamento, il cardinale Sepe non si muove, prega, è in estasi, De Gennaro è a pochi metri da lei, la regge.
"Mio Dio!" esclama Rosetta, cade in ginocchio, ha la voce rotta dal pianto, affonda le mani fino ai polsi nello strato di rifiuti che le è sotto i piedi. Quello che sta guardando è troppo grande per essere compreso. Sulle ali c'è del sangue ancora non coagulato, di colore rosso scuro, sotto le luci di emergenza montate per illuminare il posto. Il corpo non mostra segni di decomposizione. La carne è ancora intatta e ricopre con uniformità e proporzione l'intero corpo. Le unghie dei piedi sono fatte ad artiglio, così come quelle delle mani. Rosetta Jervolino comincia a tremare, la nonna gliel’aveva detto che certe cose esistevano. Il cardinale Sepe prega in latino.
"Chi lo ha trovato?" chiede Rosetta.
"Uno degli operai. Lavora in questo posto da trent’anni" dice De Gennaro.
"Da quanto tempo pensate sia qui?", dice Rosetta.
"Nessuno lo può sapere con precisione, ma i fogli di giornale che sono nel suo stesso strato di rifiuti sono datati Marzo 1988".
"Venti anni sepolto sotto i rifiuti, cosa diremo adesso alla gente?"
"Non lo diremo", dice il Cardinale Sepe.
Rosetta e De Gennaro si voltano verso la voce del Cardinale che non rivolge loro lo sguardo, parla fissando ancora quell’essere spaventoso e bellissimo allo stesso tempo.
"Non è il primo ritrovamento di angeli che avviene, il Vaticano però non vuole che si sappia. Questo è il terzo. Gli altri due corpi li tengono custoditi in una cripta. Hanno fatto gli esami al carbonio quattordici: i loro corpi hanno oltre diecimila anni. Ne hanno trovato uno in Palestina, l'altro in Germania, questo è il terzo".
"Cosa ne faranno adesso?".
"Lo prenderanno. Lo porteranno nella cripta insieme agli altri e non ci sarà più nessuna possibilità di rivederlo".
"Cardinale cosa significa tutto questo?" chiede Rosetta con un labbro preda di un tremore isterico.
"Non lo so, l’idea che mi sono fatto, è che gli angeli siano il simbolo della bellezza perduta, la bellezza, è un dono del signore".
Proprio in quel momento, si sentono le eliche degli elicotteri del vaticano che sorvolano il cielo sopra la discarica di Pianura.
"Tutti via" ordinano i militari.
Chi può, dà un ultimo sguardo all’angelo sepolto sotto i rifiuti, tra assorbenti, biciclette, lattine, bottiglie. Rosetta si allontana, tirata per un braccio da un militare, la bellezza perduta di Napoli, pensa, mentre torna verso la 156.
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venerdì 09/05/2008 ore 10.19.32
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Sono stato concepito in una dark room
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Sono stato concepito in una dark room
[La vita dopo i call center]

Sei in autostrada. Rispetti i limiti di velocità, hai le cinture di sicurezza allacciate. Nel cassetto portaoggetti hai dello Zantac, del Maalox, Aulin, Vasellina, Dildo dual vibro, cerotti alla nicotina, due stecche di Camel light, Lisomucil tosse sedativo, collutorio, lamette Credo, utensili con lame arrugginite, una fiala di antitetanica, garze, paracetamolo, mercurio cromo, antibiotici per il cavo orale, morsette per capezzoli, metanfetamine, passaporto, tessera sanitaria, un coltello con lama retrattile, guanti in lattice, preparazione H, fazzoletti imbevuti di etere dietilico per anestesia. Seduta sul lato passeggero c'è la tua ex moglie. State andando in vacanza. L'odore del suo shampoo alle mimose si confonde con l'arbre magic al mentolo. Sei sull'autostrada in direzione Catanzaro, ma ti sembra di stare in Danimarca. Cristo. Ti fa male lo stomaco, sei in tachicardia. Hai troppo piombo in bocca per la tua età. Dovresti fare spinning, usare il caffè decaffeinato, comprare un elettrostimolatore, abbonarti a Sky premium. Invece non guardi nemmeno la scadenza dei medicinali. State andando al mare. Seduto sui sedili posteriori c'è tuo figlio di tredici anni. Il tuo ex figlio. Bisognerà affrontare certi argomenti, adesso che il dolore del distacco è passato. Ci sono degli aspetti pratici di cui tenere conto. La casa, i soldi per il mantenimento, la macchina. Il cane. Il tuo ex cane è morto da cinque giorni sul tuo tappeto per fame ma non glielo hai ancora detto. Per questo hai quelle cose nel portaoggetti, proprio a trenta centimetri dalle sue ginocchia. Hai messo il cadavere del cane sulla bilancia e l'hai pesato. Otto chili precisi. Hai chiamato alla DHL e ti ha risposto una centralinista di nome Veronica. Le hai chiesto quanto costa spedire un pacco dal peso di otto chili nella stessa città. E' stata di Laura l'idea della vacanza. Ha detto "siamo civili, pensiamo al bene di Davide, tracciamo una road map per definire tutto". Nel portaoggetti c'è anche una piccola sega manuale. Ha utilizzato il termine road map perché sa di trovarsi in una zona di guerra. La stronza però non sa quali siano le regole d'ingaggio. Abbassi ancora l'aria condizionata. Adesso siamo a sedici gradi. Lei è cortese, non dice niente ma sai che sta gelando. Quando ti fermerai sull'autogrill e lei aprirà lo sportello avrà un collasso. Forse anche tu, sei più vecchio di lei, e hai troppo piombo in bocca. Ma non importa, ci sono delle eventualità a cui non ci si può sottrarre. Le chiedi se sente freddo. Ti dice di no. Fantastico. Tuo figlio ascolta i blink 182 nella cuffie nel tuo ex lettore mp3 samsung. Ti ferma la stradale. Dici all'agente di stare calmo, di non avvicinarsi troppo. L'agente ti fa segno di scendere dalla macchina. La tua ex moglie e il tuo ex figlio sono ancora nella tua ex auto mentre tu sei fermo in una piazzola di sosta. Ci saranno quaranta gradi. L'agente ti chiede se c'è qualcosa che non va? Non c'è niente che non va. Niente. E gli sottrai la pistola dalla fondina. Gliela punti alla faccia. Il suo collega adesso tira fuori la pistola e la punta alla tua faccia. - Non sparare -. Tutti e tre dite non sparare. Laura esce dalla macchina, urla sviene. Vai a capire per cosa. Le auto rallentano. Una si ferma a pochi metri e riprende la scena con un cellulare. Adesso sei alla stazione della polizia di un paese. Ti tengono in una stanza chiusa a chiave. Non hai pratica con la legge però pensi che ti sfonderanno il culo per questa cosa. Ti chiedi come hai potuto fare una stronzata del genere. Arriva un magistrato con due poliziotti. Ti dice che hai fatto una stronzata, che ci sarà un processo ma che per il momento puoi ritornartene a casa. Non ci sono precedenti penali. La tua ex famiglia è fuori ad aspettarti. Ti ripeti che devi stare calmo, però al primo dei due che parla gli sfondi la testa contro il parabrezza. La tua ex moglie resta in silenzio. Ha sulle ginocchia un foglio bianco con delle voci scritte a penna. Sembra una lista. Sarà la road map. La conosci, lei aspetta che tu le chieda cos'è. Ti mastichi la lingua, la tieni bloccata coi denti, ma non glielo chiedi. Mentre il navigatore satellitare ti dice di girare a destra cominci a piangere. L'hai fatto altre volte a casa tua. Il navigatore ti dice di girare a destra. Girare adesso a destra. Ma tu stai già puntando il centro esatto dello spartitraffico. Questa è una deviazione alla tua road map. Pensavi di risolvere le cose diversamente con qualcuna di quelle cose nel portaoggetti. Anche il tuo navigatore satellitare non la pensa come te. Laura si raddrizza sullo schienale. Davide si sporge dal sedile di dietro. Il tuo navigatore satellitare ti dice di girare adesso a destra. Lo spartitraffico è troppo vicino, chiudi gli occhi, aspetti l'impatto, l'esplosione del parabrezza in un milione di pezzi. Laura ti strappa il volante dalle mani, rientra nella corsia, tira il freno a mano. Stacca lo specchietto retrovisore dal soffitto dell'abitacolo e comincia a colpirti alla faccia. |
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mercoledì 20/02/2008 ore 11.50.27
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[cellophane]
Amore mio ti spengo le sigarette addosso,
ti amo, ti mangio,
ti conservo nel frigorifero vicino alla philadelphia.
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martedì 19/02/2008 ore 0.17.48
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