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Il cuore e il polistirolo
Il cuore e il polistirolo
[La vita dopo i call center]
In bocca ho ancora il sapore del collutorio Colgate che non mi fa sentire l'havana. Ho le gengive foderate di velluto. Sono seduta su una poltroncina di vimini del tavolo sette dell'Intra Moenia a Piazza Bellini. Sono qui con uno che mi parla. Continuo a fissargli le piombature sui molari, brillano come i microgranuli di zinco citrato del dentifricio Mentadent. Devo trovare Luciano, sono al centro storico solo per questo, ho letto sul suo blog di msn che era da queste parti. Ho gli anfibi, ho ventun'anni, ho quaranta euro di speed nella carta argentata, ho le camel light nella borsetta. Vado nel bagno. C'è un aspiratore con una ventola al posto della finestra, sulla porta c'è l'adesivo di una ditta delle pulizie. Abbasso la tavoletta e ci stendo una riga di speed sopra. Dal soffitto pende una lampadina gialla, la ventola si mette in moto automaticamente quando l’accendi. Tiro lo speed. Cristo, Madonna, Gesù, sento i granelli nelle narici. Ripiego la carta argentata. Ho gli occhi trasparenti e le pupille strette. Esco dal bagno, il pavimento era bagnato e sto lasciando delle impronte, dico al tipo che vado a cercare Luciano. "Stronza" mi sta dicendo adesso. La gente seduta ai tavolini si gira, un cameriere ci fa il gesto di restare calmi, quello mi lancia contro un salatino a forma di cuore.
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Giallo
Giallo
[cellophane]
Parcheggio la Citroen sempre allo stesso posto
e dallo spiazzo di cemento di fronte alla finanza fino a casa
è l'unica strada che faccio a piedi.
E' vicino, si arriva con un mezzo polmone d'aria
si passa davanti alla scuola guida
al discount, a quello del latte.
Il cane giallo sta là dietro
un cane infame coll’anima nera
abbaia, ringhia, gengive e denti e occhi tutti bianchi.
Un vecchio con la busta di plastica gli porta la scatoletta
ma quello gli abbaia contro il cappotto, contro i lacci
si sente fine a dentro i citofoni.
Per quello che posso cammino veloce
col passo dei ladri, dei traditori, degli innamorati
e per via di una forma di pazzia sono costretto a camminare sempre sullo stesso lato della strada.
Ci sta una che mi chiede le sigarette
io una volta gliel'ho data
e lei adesso me la chiede sempre.
Mi sta bene
la gente è debole
poco basta per trovare qualcuno d'affezionarsi.
Una volta m'ha detto che il cane giallo attraversava la strada ed è successo un incidente
è stato travolto
si è spezzato la zampa
un pezzo di coda sul marciapiedi
nessuno l'ha curato, lo volevano ammazzare
però ha campato
l'altro no, quello che stava nell'Alfa Romeo
gli è entrato lo sterzo nella pancia.
Allora io passo apposta per quella strada dove sta il cane giallo
per sentirlo abbaiare contro il vecchio col cappotto e i lacci sfilacciati
che da quando gli è morto il figlio in quell’incidente si trascura
e tutti a dire che prima o poi ci mette il veleno al cane
il veleno dei topi
altri dicono che l'ha perdonato, che il cane non c'entrava niente
si sa come attraversano.
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La notte dei call center viventi
La notte dei call center viventi
[La vita dopo i call center]
Il tenente Enrico Scognamiglio viaggia lungo la tangenziale nella sua Opel Kadett. Accende una sigaretta, impugna la manovella e abbassa il finestrino. Sente l'aria sbattergli sulla faccia e in mezzo a quelle molecole sente anche l'odore di Irene. Odore di crostatina del mulino bianco e di borotalco. Pensa al collo di lei e alla schiena. Allora preme forte sull'acceleratore. La macchina è del novantuno e nel tratto in salita da Capodimonte all’Arenella arranca e il cruscotto freme mettendo a dura prova l'assemblaggio degli interni.
Dall'altra parte della città al quartiere Barra, in Piazza Nocelle, la madre del tenente Scognamiglio entra in tachicardia. Sa già quello che gli sta succedendo. Si buca il dito con il punzone e mette una goccia di sangue su una placchetta di metallo. Sul display compare il numero 185. La signora Scognamiglio prende il foglio dove il figlio le avevo scritto il valore minimo e massimo che doveva comparire nella finestrella. Cristo santo dice. Deve arrivare al telefono prima che il panico le piombi addosso. Sono le tre e venti del mattino, sa che c'è qualcuno che può aiutarla. Il numero è scritto con un pennarello rosso in caratteri grossi. E' il numero del pronto soccorso diabetico. La signora Scognamiglio lo digita lentamente attenta a non sbagliare le cifre. Vent'anni fa insegnava alle elementari. La generazione attuale di commercialisti e medici deve a lei la capacità di leggere e scrivere. Saranno passati anche vent'anni, ma saprò ancora digitare un numero di telefono dice tra sé per confortarsi.
Uno, due, tre squilli.
Una voce all'altra parte del telefono, sembra che stia masticando aria, la mascella è di gesso, la voce è scoordinata, lenta.
"Centro diabetico sono Luciano come posso aiutarla".
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Da Rozzano al futuro
Da Rozzano al futuro
Il treno per Torino Porta Nuova partiva alle sette e cinquantacinque.
Eravamo io e Titty, l'avevo convinta a seguirmi, e la sua natura di costola aveva fatto il resto. Trovammo posto in uno scompartimento e lei si mise al mio fianco, attaccata allo sterno. Avevamo cibo a sufficienza per arrivare in Egitto col monopattino. Costola aveva procurato certi panini avvolti nella carta argentata, erano palline compatte con tranci di animali morti in mezzo. Io provavo a spiegarle la cosa del rodeo, ma io neanche avevo le idee chiare. Strel aveva detto che non bisognava fare niente, allora gli dissi che si poteva fare, e quindi si risaliva l'Italia, stretta e lunga, per andare a fare niente. Bisognava andare a Rozzano, posto inaugurato col blog rodeo e smontato immediatamente dopo dagli stessi che l'avevano organizzato. Ogni tanto uscivo fuori dallo scompartimento, attraversavo il corridoio fino al punto dove le grosse membrane di gomma uniscono i due vagoni. Arrivato là scorreggiavo, aspettavo quel tanto per farla staccare dalle mutande e poi di corsa nello scompartimento nostro.
"Dove sei stato?" mi diceva costola.
"A prendere aria, qua c'è puzza".
Il resto della storia e di altre le trovate su Chi eravamo, per uno sforzo di memoria collettivo concepito da Herzog.
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Safari nucleare post atomic kiss
Safari nucleare post atomic kiss
[La vita dopo i call center]
Lasciate stare le strisce pedonali, i semafori, la raccolta differenziata, i vicini silenziosi, se vi sparano nessuno dirà che non eravate un bravo ragazzo. Se la polizia viene ad arrestarvi le donne del vostro condominio scenderanno in strada e sputeranno in faccia ai poliziotti. Lasciate stare le canzoni di Tiziano Ferro e Biagio Antonacci e cominciate a imparare nomi come Raffaello e Ida Rendano. Lasciate stare le televisioni di stato, la Mediaset, Sanremo e cominciare a memorizzare sui vostri televisori Napolipiù e Televolla. Abituatevi a quelli che vendono eroina sul vostro ballatoio, fuori il vostro ascensore, all’ingresso del vostro garage. Prima o poi ne comprerete anche voi. Prendete posizione, con o contro gli scissionisti di Secondigliano. Andate a vedere i gigli a Barra e fatevi crescere il pataniello sulla spalla. Occupate una casa nel lotto zero a Ponticelli e parlate male dei Rom. Compratevi la felpa Baci & Abbracci, il Nokia N70, le Nike Silver e i Rayban a goccia. La cerimonia del vostro matrimonio non può finire prima delle cinque del mattino dopo l’intervento di dieci cantanti. Fate un video con il cellulare facendo finta di sparare un vostro amico, metteteci la colonna sonore de Il camorrista e mettetelo su Youtube. Vostra sorella lavora in una fabbrica di borse a San Giuseppe vesuviano e prende duecento euro. Al mese. Vostra sorella fa la sciampista in un parrucchiere al rettifilo e guadagna duecento euro. Al mese. Vostra sorella lavora in un’impresa di pulizia al Cardarelli e prende due cento euro. Al mese. Parlate male dei metallari di piazza San Domenico e dei punk di Piazza del Gesù. Fatevi due lampade a settimana, fatevi di cobrette a dieci euro. Comprate il fumo al terzo mondo, a Pazzigno, nella Duchessa, nella Sanità, a Resina, al rione Traiano. Comprate il cinquanta pollici lcd all’ipercoop di Afragola, il navigatore satellitare per la Smart, il dolby 5.1 ed alzate il volume su Il capo dei capi. Decidete di fare una rapina a Via Luca Giordano, decidete di farvi una macchina a via Cilea, decidete di farvi un SH da sotto una ragazza a Piazza Arenella. Abitate a San Giovanni a Teduccio, a Via Stadera, a Materdei, al Rione De Gasperi, alla Gescal, all’Inacasa, alla centosessantasette. Andate in pellegrinaggio alla Madonna dell’arco, camminate con uno stendardo con le banconote appese, pregate Padre Pio prima di fare un omicidio. Chi sono questi ai semafori con la faccia marrone, perché non se ne tornano a casa. Voi non andate da loro a lavargli i vetri. Chiedete i soldi ai commercianti del vostro quartiere per le luminarie, i tappeti, le stelle di natale, per le famiglie dei carcerati, per quelli del sistema, per la Madonna, per i tossici, dite che vi manda Antonio o’Russ, Gennar o’Criminal, Pasquale Bum Bum. Fatevi i cazzi vostri, non guardate la gente per strada, non fermatevi se vedete uno per terra, guardatevi da chi vi cammina dietro, guardatevi l’orologio, il cellulare, la borsa, la macchina, gli occhiali, vi fate fare uno squillo quando le vostre ragazze rientrano in casa perché state in pensiero. Comprate un orologio rubato, un cellulare rubato, una borsa rubata, un portatile rubato. Si sono fatti un camion di Nike, un camion di macchine fotografiche, un camion di occhiali da sole. Per strada ci sono i rifiuti di tre settimane. Ci sono più topi che mosche. Da stamattina l’elicottero della polizia sta sopra il bronx di San Giovanni che cazzo vogliono questi. Finti invalidi, finti impiegati del gas, finti carabinieri al posto di blocco, borse finte, film pezzotti, sigarette di contrabbando, Barbie pezzotte. Ti aspetto fuori dalla discoteca, fuori dalla scuola, fuori dallo stadio. Andate a molestare i ricchioni a Gianturco, le nere sotto il ponte dello scasso, le polacche fuori la Mercedes. Vostro padre se ne’è andato con una polacca che stava alla ferrovia se la incontrate la uccidete.
Non faccio in tempo a chiudermi dentro che il proprietario del bar viene a bussare alla porta.
"Se ti fai là dentro chiamo a uno dei Santamaria e ti faccio scassare la faccia sul lavandino".
"No no" faccio io, "un minuto ed esco, non mi sento bene, tutto apposto".
Sento i passi di quello che si allontana. Figl'e bucchin, secondo lui la roba chi me l'ha venduta. Comunque non ci voglio entrare in queste cose, a me interessa solo di farmi. Veloce, devo fare veloce, soprattutto quando esco. Prendo la carta argentata e la apro, odore di vernice intenso, sì sì, tutto perfetto, stendo la roba sul portarotolo di plastica. Ci stanno disegnati cazzi e numeri di telefono di ricchioni. Una volta un ricchione ha detto che se mi facevo fare un bucchino mi comprava una pallina, io gli ho detto di no. Poi l'ho cercato il giorno dopo che stavo male. Stava sempre nei cessi della stazione di Chiaiano. Mi ha detto che mi ero sbagliato, che avevo capito male e poi mi ha fatto vedere un coltello. Una riga, un'altra me la tengo per dopo, per quando torno a casa per mettermi a dormire senza gli incubi, faccio il pippotto con un volantino dei testimoni di geova, ad avercelo un cinque, ne metterei insieme un altro e prenderei un’altra pallina, ma mettere insieme un dieci in questo posto è impossibile, se i Santamaria mi vedono fare colletta o farmi una borsetta mi sparano, l'hanno detto, qua dentro no vogliono stronzate, devono vendere, una volta però mi sono fatto un rolex, quello se ne stava col braccio di fuori che tamburellava sullo sportello, stretto l'orologio e gli ho dato uno strattone, forse gli ho rotto il polso e ho cominciato a correre, e non mi ricordo se quello mi correva dietro, se è uscito dalla macchina, la gente si toglieva davanti, io c'avevo gli occhi bianchi e facevano sette gradi, ma sentivo caldo, la felpa sudata, lo stesso sudore da due settimane, che corsa cristo santo madonna benedetta in mezzo alle palazzine quadrate, nei corridoi pieni di gente che sta sempre in mezzo alle scale fino alla palazzina dove quello dei Santamaria vende e quando arrivo nel corridoio del terzo piano della palazzina gialla, si sente il fiato mio.
Quello ha guardato il rolex.
"Strunz, se ti sei fatto a uno qua attorno ti scass a facc".
"No no, stava sul corso Secondigliano, o saccio come funziona".
Quello mi guarda fisso. Sta strafatto di crack, c'ha una pistola che si vede da sotto alla maglietta. Mi dà dieci palline da undici euro. Un colpo di fortuna, non lo so, forse sono i morti miei che mi vogliono bene, gli volevo baciare le mani, a lui e tutti i Santamaria, che tengo l'ordine dentro al quartiere e che ci vendono la roba. Mi trema la mano, non riesco a tenere fermo il pippotto, devo muovermi, quello del bar poi non mi fa entrare più, ecco adesso lo tengo fermo, mi abbasso sul portarotolo, tiro tutta la striscia, sento l'odore della medicina con cui è tagliata, ributto giù il vomito che mi risale la trachea. L'acqua dal rubinetto esce marrone. Io me ne sbatto un poco sulla faccia ed esco dal bagno. Il proprietario mi vede, fa la mossa di uscire da dietro il bancone per prendermi, e io scappo, corro, quando ti fai il cuore non ti fa male se corri, il problema è solo quando la roba non ci sta, e corro veloce perché mi piace sentirmi il vento sulla faccia, per non farmi prendere dalla polizia, per non farmi prendere dai Santamaria e dal proprietario del bar.
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#8
8#
[cellophane]
Mi addormento la mattina di certi mercoledì
con la pelle sottile sotto agli occhi a palla
a uovo sodo, a gufo,
quelli in dotazione da dna, da modello base che sono
mi producono in Polonia, in Brasile
e mi sforzo di averci pelle abbastanza per ricoprire interamente i bulbi
nelle lenzuola gelate
tatuate con gli umori tuoi e miei
con peli arricciati
balistica erotica
e fazzoletti di carta abbandonati incollati al pavimento
comprimo il ventre per tirare fuori una scorreggia per prendere un po’ di caldo
e vorrei che tu fossi qui
per farmi il latte
senza fare la pellicina sopra
che io non ne sono capace
delle volte
la pellicina mi esce già dalla busta.
La
direzione declina eventuali responsabilità sulla trasmissione di forme di
sifilide poco conosciute contratte durante copule consumate, anche se
onestamente pagate, nell' hotel Messico.
***
Mi
chiamo
Gianni Solla, 31 anni. Zoppico per finta quando attraverso la
strada bloccando il traffico. Lo faccio solo per provocare il senso di
colpa cosmico nelle persone. Raccolgo i punti del latte e i punti della
benzina. Spero di vincere il borsone entro Ottobre. Ho studiato la
chitarra elettrica per dieci anni ma ho sempre avuto problemi con il mi
bemolle. Per suonare una canzone devo accertarmi che dentro non ci sia il
mi bemolle. Anche il fa minore mi ha sempre dato problemi. Abito a Napoli
in un quartiere più pericoloso della striscia di Gaza. Da piccolo le
maestre dicevano che ero un bambino precoce mentre mio padre diceva che
ero mezzo scemo. La partita è ancora aperta.
* Non lo so se
il sito si vede bene a 800x600 o ad altre risoluzioni perchè non capisco
niente di grafica, però vi dico che a casa mia e anche da Gerry si vede
bene, quindi se non vedete bene il sito avete un problema. Se ci tenete a
sapere cosa c'è scritto comunque potete sempre chiamarmi al cellulare e vi
leggo tutto che tanto ho l'autoricarica. Tutto quello che trovate scritto è
mio quindi non fate i figli di di
puttana perchè vi rigo la macchina. La cornice attorno al titolo l'ho presa
da Rolling Stone ma tanto quelli sono rock&roll e non s'incazzano.