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La storia del cane pazzo
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La storia del cane pazzo
San Giovanni a Teduccio, 9 Aprile 2007 cap 80146
[La vita dopo i call center]
La signora Ranieri del secondo piano ha un cane che è pazzo. Lo senti abbaiare e grattare da dietro alla porta. Merda merdissima. Si vede poco in giro. Lo porta fuori di notte quando ci sono poche persone per strada. Biagio dice che il cane pazzo ha gia' sbranato tre persone e che la Signora Ranieri li ha sotterrati nei giardinetti di fronte alla chiesa. Mi ha anche fatto vedere il luogo della sepoltura. Si vede bene che il terreno è ammassato male ed è stato scavato di fresco. Chi sono queste tre persone? – ho chiesto a Biagio. Lui ha detto che non lo sa di preciso ma che ci stava un bambino nella classe di sua sorella Maddalena che a un certo punto non è più venuto a scuola. Per non farci prendere dal panico la maestra di Maddalena ha detto che la famiglia di questo bambino si è trasferita a Lambrate dove il padre è stato assunto come guardia giurata. Ma noi non ci crediamo. Innanzitutto è impossibile che esiste un posto che c'ha un nome di merda come Lambrate. Ma che significa? Lambrate è un nome inventato dal preside della scuola e dalla maestra di Maddalena per tenere segreta la storia del cane pazzo.
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lunedì 02/04/2007 ore 9.57.04
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Certi appunti
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Certi appunti
San Giovanni a Teduccio, 6 Aprile 2007 cap 80146
[La vita dopo i call center]
Mia madre dice che se le fossi uscito per il culo avrebbe sofferto di meno. Il travaglio durò quattordici ore, quanto quello di un dinosauro. Si agitava, era nervosa e io capivo che le cose là fuori non si stavano mettendo per il meglio. Cristo santo, non si può nascere che già ti stanno aspettando per farti il culo. Le contrazioni erano forti, la macchinetta emetteva bip a raffica. Io non ero in posizione, avevo allargato le braccia e mi tenevo alle pareti dell'utero. Era chiaro che non mi andava di nascere, che nell'umido della placenta stavo bene, ma il tunnel nel quale mi ero ficcato era a direzione unica. Quando mi tirarono fuori, sporco di sangue e con la pelle viola non piangevo. Ero preoccupato più che altro, per come si sarebbero messe le cose nei decenni successivi a quella cosa del parto. E non mi sbagliavo. Uscito dalla gabbia del box Fischer-Price mi sparano dritto all'asilo. C’erano altri bambini che piangevano e le sedie erano la metà di quelle che avevamo nella cucina. Metabolizzai tutta la negatività, ed un martedì mattina, mentre mi veniva chiesto di inserire dei pezzi quadrati in degli spazi quadrati, tentai la via del suicidio ingerendo della plastichina. Mi dissi che il martedì era proprio un bel giorno per farla finita. I due vecchi a casa si sarebbero ripresi al massimo per il venerdi e così non gli avrei neanche rovinato il fine settimana. Corsa al Loreto mare nella macchina della maestra. Smadonnamenti potenti. O comunque di un certo livello. La preside dell'asilo sul sedile di destra era quella che smadonnava di più. Disse che se fosse andato tutto bene mi avrebbe sfondato il culo coi Lego. Ci avrebbe fatto una specie di vibratore. Mi infilarono un tubo per la gola e mi fecero vomitare. Quando rividi la plastichina era ancora a forma di barchetta. Mia madre arrivò a prelevarmi con quella merda di maglioncino verde spelacchiato. Le fecero molte domande. Quelli dell’ospedale se la lavorarono per bene la vecchia, insomma cercarono di riversare la colpa su di lei. Dovette perfino parlare con uno psicologo. Alla fine compresero che lei non c’entrava niente con quella storia. Arrivati a casa, tra le mura domestiche, mi sfasciò il culo. I toni sono stati questi per molti anni. Se avevo la febbre prendevo il Bactrim, poi le fialette perché non crescevo, la macchinetta per i denti storti, la ginnastica per la scoliosi e tutto l'accanimento della medicina ufficiale perché il sottoscritto avesse un corpo che gli consentisse di riprodursi e di continuare la specie. E di non far vergognare come cani quei due vecchi che stavano a casa. Il fallimento era comunque alle porte. L’ingresso alla scuola elementare “Sarria” di San Giovanni a Teduccio segnò il mio debutto nella società. La scuola era adiacente al deposito dei tram, e io all’inizio, non avevo mica capito bene cosa fossero quei bestioni di ferro arancione che entravano ed uscivano da quel cancello. Il primo giorno di scuola quella troia della maestra mi fece il terzo grado. Come ti chiami, tuo padre che fa, tua madre, sai fare le asticelle, i cerchietti e un mucchio di altre cose. Mia madre mi aveva già fatto fare le pagine con le asticelle. Bisognava tracciare una linea perpendicolare ai righi del foglio. Non era male come attività e come dire, all’inizio mi divertivo pure, poi la cosa cominciò a farsi noiosa, avevo bisogno di stimoli nuovi. Cominciai ad apportare delle piccole varianti alla noia simmetrica delle asticelle. Praticai una piccola curva sulla parte bassa, quanto bastava per farla assomigliare al manico di un ombrello. Mia madre restò stupita dalla mia intraprendenza grafica e già si parlava con mio padre di liceo artistico, accademia delle belle arti, una personale alla biennale di Venezia e stronzate così. Mostrai allora alla maestra il quaderno che mia mamma mi aveva fatto portare. Era pieno di asticelle, manici di ombrelli, serpenti, cerchi. La maestra si guardò per bene il quaderno e poi disse che poteva andare, che era bello che mi fossi portato avanti con il lavoro. Neanche immaginavo quanto mi sarebbe costata cara quella cosa. Non appena fummo fuori dalla classe, un paio di ragazzini mi presero a calci e mi sputarono sul grembiule. In pratica ero diventato un crumiro, un traditore del popolo. Magari avevo anche compromesso l’intero programma scolastico, con quel mio inutile e saccente ‘portarmi avanti’. Se lo avessero saputo al ministero dell’istruzione mi avrebbero sfondato il culo, sicuro. Da quel giorno cominciai a temere per la mia vita. Qualcuno poteva tranquillamente farmi fuori mentre andavo al catechismo oppure dal dentista a regolare l’apparecchio per i denti. Cominciai a guardarmi alle spalle e temevo di essere seguito, specie quando la domenica pomeriggio andavamo a trovare mia zia al Vomero. Non ci voleva niente che un motorino si affiancasse alla macchina e qualcuno mi piazzasse mezzo chilo di piombo dentro le cervella. Centinaia di bambini morivano in quelle circostanze senza che i giornali ne parlassero. Compresi subito che i secchioni e tutti quelli che nutrivano un insano piacere per il lavoro o lo studio venivano sistematicamente messi al bando. Diedi allora una sterzata alla mia vita. Il secondo giorno di scuola elementare, davanti alla maestra, pisciai in un angolo della classe. Avevo addosso certi pantaloni di velluto che si imbrattarono di piscio caldo e subito fecero presa sulle gambe. Chiamarono la preside, due bidelle, la maestra della classe a fianco. Un macello. Sembrava che un atto di anarchia del genere non fosse mai stato praticato in quella scuola. Chiamarono mia madre al telefono, le dissero che forse era meglio se veniva a prendermi. Si offrì di pulire il pavimento, ma le bidelle le dissero di andare che avevano già messo la segatura per terra. Strada facendo spiegai a mia madre la situazione e la mia strategia per reinserirmi nel gruppo di classe. Mia madre mi sfondò il culo di calci non appena entrammo nell’ascensore. La sera stessa sentì parlare mia madre e mio padre di insegnanti di sostegno, cottolenghi, collegi e stronzate così. Allora ho cominciato a prendere certi appunti.
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martedì 27/03/2007 ore 11.59.50
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La storia sul tovagliolo
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La storia sul tovagliolo
[La vita dopo i call center]
La mattina mi sveglio sfondato. A lavoro mi dimentico quello che devo fare. Mi dimentico di parlare. Una mi chiede se ho fatto il fax, se ho fatto il report. Ma che cazzo me ne fotte del report. Mi sono messo in malattia. Gioco a playstation, fumo, siti porno amatoriali, bevo il succo di frutta con la vitamina C. Compro la confezione da uno e ottanta. Mi vengono certi crampi e davanti alla Playstation e mi caco addosso. A guardare i siti porno guardo sempre la sezione oral perché forse mi piacerebbe farlo io un bucchino. Sulla mia scrivania ci sono troppe cose. Perdo i capelli nel centro della testa. Controllo se ho il gas aperto. Mi chiamano a casa da lavoro, ma che hai combinato con quello di Torino che sta ancora bestemmiando tutto e io dico che mi dispiace che non è detto che la situazione non si ripeta che sono sotto pressione. Ritorno a lavorare tra quattro giorni. Mi dimentico di mangiare. Telefono a lavoro e dico che non sono più in malattia ma vado in ferie. Quello mi dice che così non va. Che cazzo mi sono messo in testa. Organizzo un viaggio. Sono la mi agenzia di viaggi preferita. Compro un biglietto per la romania. Lo compro su internet con la carta di credito ricaricabile. Mi arriva l’email di conferma. Arrivo in romania. E’ un posto di merda. Sono un turista di merda. L’aeroporto è fuori città. Prendo un autobus per arrivare all’albergo. L’albergo fa parte di una grossa catena. Tulip Inn. Mi chiedono i documenti. Quello alla reception capisce che sono andato là per chiavare. Mi consegna la chiave. Il portachiavi pesa un chilo. Salgo in stanza. In televisione c’è un porno. L’albergo affaccia su un cortile. Scendo. Non ho disfatto la valigia. Non lo so cosa ci sia dentro. Niente vestiti comunque. Mi ricordo solo di aver messo la Playstation e succo di frutta. Cammino. Dopo dodici minuti sono stanco. Ho ancora il mal di testa di san giovanni a teduccio. Uno si avvicina e mi dice se voglio l’erba. Dico di si. Mi chiede se voglio la coca e dico di si. Mi dice se voglio chiavare e dico di si. Allora il tipo mi dice di andare direttamente con lui. Attraversiamo certe strade. Quello dice italiani chiavare tutti coca mariuana io dico si. La romania è una merda come napoli. Le case sono bombardate. Le strade sono bombardate. I cani sono secchi. Ci sono un milione di cani con solo la pelle addosso. Andiamo in un altro albergo. In venti minuti sono stato in due alberghi. Questo è peggio del mio albergo. Non sono sicuro che sia un albergo comunque. Saliamo le scale. Nessuno si ferma a guardarci. Entriamo in una stanza. Non mi hanno consegnato la chiave. Quello caccia la coca. La stendo sul tavolo e la tiro. Mi consegna l’erba. Gli chiedo altra coca. Sono in tachicardia ma lo so che è la coca. Mi porta una ragazza. Ha gli occhi chiusi perché è fatta a eroina. Quello la stende sul letto le toglie i jeans le sfila le mutande. Sulle mutande ha un assorbente. Mi dice di andare. Io vado. Ci salgo sopra.
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giovedì 15/03/2007 ore 0.28.30
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La ricerca elettronica sulla Telefunken
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La ricerca elettronica sulla Telefunken
San Giovanni a Teduccio, 2 Aprile 2007 cap 80146
[La vita dopo i call center]
La televisione in cucina era una Telefunken da quattordici pollici senza telecomando. Sulla parte esterna di plastica c’erano due bottoni per cambiare programma e altri due per alzare la voce. Ce ne stava anche un altro con un simbolo strano, due triangolini attaccati in un rettangolo. Era la ricerca elettronica, e in famiglia solo mio padre era autorizzato ad usarla. Se usata in maniera impropria poteva mettere a rischio la vita stessa della Telefunken. Delle volte rai tre non si vedeva bene, allora mia madre muoveva il filo dell’antenna mentre io e Lisa, davanti allo schermo, valutavamo le variazioni. Se non otteneva risultati convincenti, annunciava che al ritorno dal negozio mio padre l’avrebbe messa a posto con la ricerca elettronica. Mi veniva lo spazio nella pancia quando la sera si doveva usare la ricerca elettronica e correvo al bagno a vomitare con la supervelocità. Mia mamma urlava che ero scemo e non si ricordava quale male avesse fatto per meritarsi un figlio scemo come me. Durante la cena mia madre spiegò a mio padre quello che era successo a rai tre. Parlava con gli occhi bassi come se un poco si sentisse responsabile di quella cosa. Mio padre acquisiva delle informazioni prima di muovesi, prima di muovere qualunque cosa sulla Telefunken. Si sapeva che quella televisione era stata prodotta per il mercato tedesco, e a Napoli era logico che non funzionasse.
- Ne dovevamo comprare una fatta in Italia, per le frequenze italiane – disse amereggiato - maledetti tedeschi -.
Noi la guardavamo quasi di nascosto perchè se quelli della Telefunken lo venivano a sapere eravamo fregati. Forse bastava questo a escludere la garanzia. Caso mai si portava in assistenza si doveva dire che la televisione era stata usata a Stoccarda. Come se poi a Stoccarda si prendeva rai tre. Mio padre accese la televisione e la sintonizzò su rai tre. Tre colpi secchi sul pulsante a destra. I canali sulla Telefunken erano sintonizzati a questa maniera: programma uno rai uno, due rai due, tre rai tre, quattro rete quattro, cinque canale cinque, sei Telelibera 63 che in seguito divenne Italia uno, sette canale 21, otto tele Capri. Constatai che l’abbinamento numero di programma canale era uguale anche nelle case dei miei amici, tranne che per la signora che abitava sopra che diceva che a lei Telelibera 63 gli stava sul cazzo e l’aveva tolta di mezzo. Però la signora che abitava sopra era strana. Parlava sempre con la sigaretta i bocca, non si faceva mai i colpi di sole e da casa sua veniva sempre una puzza strana. Biagio del terzo piano diceva che faceva la puttana. “Sicuro al biscotto” disse Biagio. E quando si giurava sul biscotto ci stava poco da fare. Su rai tre c’era il formicolio. Mio padre controllò velocemente anche su canale 21. Di nuovo rai tre e ancora veloce fino a canale 21. Niente da fare.
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giovedì 01/03/2007 ore 12.28.02
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Il cuore avvolto nella carta argentata
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Il cuore avvolto nella carta argentata
[La vita dopo i call center]
Batterie di cellulari, preservativi, lattine, riviste porno. Moderna archeologia, resti di una civiltà che lascia le tracce che merita. Tutto era accatastato negli spazi di cemento delle piazzole di sosta dell'asse mediano, la lingua di cemento che lambiva l’interno malato della città. Una tangenziale minore, una corona di spine che squarciava il costato di Napoli. Veronica attraversò la corsia. La luce fioca di un sole ancora scuro che sbucava da dietro il Vesuvio illuminò la sua sagoma nascondendone i dettagli. Alcuni automobilisti la mandarono affanculo, "troia" le urlarono, "che cazzo fai", poi sfrecciarono via. Non andare oltre la linea bianca, si ripeteva in testa Veronica, deve restare sempre a sinistra. Le macchine più grosse e i camion provocavano un mulinello d'aria che provava a risucchiarla verso il centro della corsia. Lei si teneva alla grata metallica quando c'era, oppure piantava bene i pedi per terra. L'insegna di metallo con la scritta Uscita Arzano era stata presa a pallettoni. C'erano dei buchi grandi abbastanza per infilarci un dito. Quello era il benvenuto dei clan della zona. Veronica imboccò la discesa e senza oltrepassare la striscia bianca uscì dall'autostrada. Erano le sei e trenta del mattino quando aprì la porta di casa sua. I tendini delle gambe vibrarono e il quadricipite sinistro si contrasse isterico nelle calze quattro den. Aprì la porta a soffietto del bagno e vomitò. Ebbe giusto il tempo di appoggiare le ginocchia sulle mattonelle bianche. Attraverso la trachea transitarono pezzi di cibo ancora interi. Su alcuni pezzi erano evidenti le tracce dei denti.
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mercoledì 21/02/2007 ore 10.37.11
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Pagina 22
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A pagina 22 di questo file pdf, c'è l'articolo comparso Domenica su "Il Napoli" del gruppo Epolis. |
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lunedì 19/02/2007 ore 0.07.33
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Sublinguale
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Sublinguale
[La vita dopo i call center]
Zidane avanza di cinque metri, si volta e aspetta. Contrae i tendini del collo, serra la mascella. Aspetta. Ha il controllo totale di ogni singola fibra muscolare. Non sbatte le palpebre. Promette di non sbattere le palpebre mai più. E’ Il lupo alfa. Si ricorda il sapore della terra che si alzava dal campo di Marsiglia. Sotto la lingua ha il meccanismo della memoria. Tutto perfetto tranne per la alopecia che gli ha portato via i capelli dal centro della testa. Ha avuto tutto in cambio dei suoi capelli. Tutto perfetto: sono il lupo alfa. Materazzi gli viene incontro.
Zidane si curva, flettendo le prime vertebre della spina dorsale e allargando millimetricamente i gomiti per appoggiarsi all’aria e dare propulsione al colpo. Protende la testa in avanti. E’ la cosa più preziosa che possiede e tuttavia può essere sacrificata correndo il rischio di un trauma. Usa il suo cranio, il suo cervello, vuole colpire un uomo con il suo cervello, non con il gomito o con un piede. Vuole usare i neurotrasmettitori, le sinapsi. Raccoglie la maggiore quantità di energia possibile, tutta quella che la contrazione simultanea della spina dorsale e degli addominali possono produrre. Pianta bene i piedi nelle zolle dell’Olympiastadion, ha bisogno di aggrapparsi interamente a tutto il pianeta. Sente i tacchetti affondare nel terreno dello stadio. Un impercettibile spostamento dell’asse terrestre che il prossimo terremoto compenserà. Scarica una quantità di energia pari a ottanta chili nel petto di Materazzi. Ha puntato al cuore. Per uccidere. Perché gli ha dato una testata? Perché non aveva un coltello.
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lunedì 12/02/2007 ore 16.49.08
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Appunti dal quarto livello
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Appunti dal quarto livello
[La vita dopo i call center]
Attraverso lo strato di cemento e ferro della parete, filtrano dei suoni che fanno pensare ad una catena di ferro alla cui estremità c’è attaccato un uomo. E’ incessante. Un aggregato indistinto di onde sonore proviene dalla stanza accanto alla mia. La camera è occupata da una donna. Ha il volto magro, le ossa degli zigomi sporgono oltre la normale geometria di un cranio. Indossa abiti sconci, e forse si prostituisce. La sento camminare fuori dal corridoio e affondare i tacchi nei pochi millimetri di spessore di un tappeto a quadroni rossi e blu con delle frange ai lati. In realtà non sono sicuro che sia lei, la donna che immagino camminare fuori dal corridoio, e neanche che i suoni provengano dalla stanza accanto. L’ho vista solo una volta da quando sono in questo posto. Nelle mie poche uscite dalla stanza, ho incrociato diverse donne che camminano da sole per i corridoi, per cui è ragionevole pensare che può essere chiunque a camminare qui fuori. Probabilmente tutte le donne che abitano in questo albergo si prostituiscono. Forse non sarei in grado di riconoscere il suo corpo in caso di autopsia. I pensieri che faccio su questa donna non hanno nulla di osceno, io non penso mai al sesso. Non mi masturbo, non guardo pornografia, non ho erezioni. Forse la mia prostata ha terminato di funzionare, oppure mangio troppe proteine. I miei amici si masturbano e si riprendono con il Nokia, poi mettono il filmato sui siti.
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lunedì 05/02/2007 ore 18.21.33
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Il quaranta per cento del dolore
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Il quaranta per cento del dolore
[Secondapelle]
Se il tuo fegato continua a sintetizzare aminoacidi non significa che sei viva. Appoggiai le mani sulla gomma delle ruote e protesi il busto in avanti. Flettere il busto dava uno slancio maggiore alla sedia, i primi centimetri venivano percorsi solo con la forza prodotta dall'oscillazione, e solo dopo pochi istanti le ruote iniettavano la pressione che avevano memorizzato. Lungo il corridoio c’erano appesi quattro quadri che rappresentavano delle nature morte. Una striscia di luce entrava attraverso la finestra e segnava per terra una linea simile a quella delle autostrade. Il meccanismo della sedia era stato oleato il pomeriggio prima da Alessandro e l’attrito era ridotto a zero. L’olio aveva lubrificato l’ingranaggio alla perfezione, e l’effetto della forza di gravità adesso sembrava una mano gentile che tentava di trattenerti. Con una sola spinta potevo percorrere l’intero corridoio, e partendo dalla porta del salone, riuscivo ad arrivare fino all’ingresso del bagno. In un punto preciso del corridoio, proprio in corrispondenza con la seconda natura morta, avvertivo sotto le ruote un dislivello, dovuto probabilmente ad una imperfezione del parquet. L’avrei definita una bolla d’aria, oppure un rigonfiamento di alcuni listelli dovuto al tempo. Un embolo del pavimento.
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mercoledì 31/01/2007 ore 17.06.44
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Nagasaki 97
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Nagasaki 97
[La vita dopo i call center]
Le mestruazioni di Biancaneve. Oggi sono svenuta per finta in ufficio. Ho irrigidito le ginocchia e sono precipitata verso il pavimento. Sono andata giù come sarebbe caduto un palo della luce dopo un bombardamento da mezzo gigatone. Ho appoggiato la faccia sulle mattonelle e tenuto le labbra aperte. Due colleghi sono subito corsi. Poveri stronzi, hanno fatto quello che vedono fare nei telefilm. Cristo santo è incredibile, le fiction sui medici li confondono, pensano che tutto quello che passi attraverso un tubo catodico sia vero. Bisognerebbe dare delle istruzioni precise, in programmi di informazione sul primo soccorso, metti che una sviene davvero. Ti mettono la mano sul polso oppure sulla giugulare come se per uno svenimento una muore. Ti alzano il collo perché pensano che ti sei spezzata la spina dorsale, certi addirittura ti tirano fuori la lingua per paura che la possa ingoiare. Altri ancora dicono che non ti devono toccare la testa, che non sono autorizzati. Questi due mi hanno dato degli schiaffetti sulle guance e mi hanno chiamato per nome. Gli schiaffi te li danno sempre. Se avessero un bisturi a portata di mano non esiterebbero ad aprirti la cassa toracica. Una volta durante uno svenimento in metropolitana due albanesi mi hanno toccata in mezzo alle gambe. Ho esitato prima di riaprire gli occhi, quel tanto che bastava per fargli stringere il culo, poi qualcuno ha detto che mi volevano portare all’ospedale ed io ho fatto di si con la testa. Mi hanno caricata in una Citroen del ‘95. Essere salvata da questi poveracci è uno schifo. Va sempre a finire che ti caricano in certe macchine piccole, che non sarebbero capaci ad ammazzare uno yorkshire nella notte. Nella macchina c’era puzza di umidità. Le guarnizioni dei finestrini di dietro facevano passare dell’acqua che ristagnava sui tappetini. Mi hanno messa sul sedile posteriore. Per me sarebbe impossibile guidare con una puzza simile all’urina di gatto. Ho steso le gambe su quel sedile schifoso. Ho sentito per un istante che quella era la cosa migliore da fare e che era una punizione generale che andava impartita a quegli stronzi del mio ufficio. Ho pianto un pochino a causa della puzza di urina di gatto e per le scarse condizioni igieniche che c’erano in quella macchina.
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lunedì 22/01/2007 ore 0.56.58
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