Hotel Messico il sito con i denti gialli - Gianni Solla
 

                           

                               [ A questo punto ci sono un paio di cose che dovete sapere. La prima è che siete tutti in pericolo. L'altra è chi sono io. In ogni caso, stiamo parlando della stessa cosa.> ]

[ mail:   hotelmessico@gmail.com ][ due centesimi ][ elettroni ][ il circo dei nani volanti ][ la vita dopo i call center ] [ samurai ] [cellophane]

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Naples Power è il nuovo disco degli ‘A67. Il progetto (prodotto da Free-d Music e distribuito da Universal) è articolato in un disco e un libro ed è l’omaggio a quel movimento musicale e culturale che alla fine degli anni ’60 cambiò la scena musicale italiana. Ho avuto l’onore di poter scrivere assieme ai grandi scrittori della mia città. Ecco l’elenco degli autori: Alessandra Amitrano, Pino Aprile, Maurizio Braucci, Riccardo Brun, Massimo Cacciapuoti, Peppe Lanzetta, Rossella Milone, Davide Morganti, Valeria Parrella, Roberto Saviano e Gianni Solla. Prefazione di Carlo Lucarelli, e postfazione del giornalista Sandro Ruotolo.

sito ‘A67

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Cuore di cane di cancello

Sono un cane di cancello,
quando abbaio faccio gli occhi rossi,
si alzano le vene del collo,
per il cortile si sente solo il mio cuore nella cassa toracica,
e se avessi denti più forti,
mangerei il ferro delle sbarre che proteggo.


La sera mi fa male la gola,
e quando dormo sogno di mangiarvi gli occhi,
di leccarvi la spina dorsale,
di strapparvi il naso dalla faccia,
ma la notte non devo abbaiare,
mi chiudono nel garage,
dormo sul tappeto,
sento le macchine,
vorrei corrergli dietro,
e abbaiare alla luna.


Ci sta uno che lo schifo,
passa dall’altra parte della strada,
quant’è ver a maronn se si fa più vicino lo uccido,
voglio scavare nella sua pancia coi denti,
io vi schifo a tutti,
ma a questo di più,
è secco, non ci posso pensare,
mi fa uscire pazzo,
deve stare lontano dal cancello,
se passa più vicino sfondo tutto,
me lo mangio mentre piange,
cerco di tenerlo vivo il più possibile,
lo devo uccidere lentamente,
non fa niente che sono un ciwawa alto venti centimetri,
ho un cuore tenebroso e nero per uccidervi tutti quanti.

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Il romanzo è finito, uscirà per Marsilio a marzo, se ne dice qualcosa qui.

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La ragazza che chiude gli occhi

Ingrandisco la foto con il tasto destro, ci sono migliaia di meduse arenate sulla spiaggia, due bambini le toccano con un bastone, chiudo la finestra di firefox, regolo il flap del condizionatore, scrivo su twitter “voi non esistete”, ritorno su youporn, ci sono un nero e due bianche, il volume del portatile è a quattro, vado in cucina, mi fa male la pancia, sulla tavola ci sono due bustine di wurstel aperte, vado a vomitare, resto inginocchiata, dallo stomaco non esce più niente, riapro il frigo, prendo una bustina di wurstel, ne sfilo uno, comincio a masticare, ritorno in camera, il nero è seduto sul divano, una gli è salita a cavalcioni, ha la schiena piena di nei, non mi ricordo come rivedere le meduse, mi arriva un messaggio sul blackberry, mastico un altro wurstel, vado a vomitare, è finita la carta, uso la canottiera, esce solo saliva, ritorno in camera, ho due nuove notifiche su facebook, vado su twitter e scrivo “ho vomitato quarantasette volte”, ritorno al video del nero, prendo due aulin, le giro nel bicchiere, bevo, ritorno a letto, il dolore alla pancia è più forte, vado a vomitare, caccio il wurstel e l’aulin, prendo una multicrentum, la faccio sciogliere sotto la lingua, mastico un altro wurstel, il nero sta venendo in faccia a una, la ragazza chiude gli occhi, ritorno indietro di due secondi, rivedo il momento esatto in cui li chiude, mi arriva un sms della tre, vomito il wurstel prima di arrivare in bagno, sporco la scrivania, il cuscino della sedia, pulisco con un fazzoletto di carta, è solo acqua calda, prendo un wurstel dalla bustina, comincio a masticare, forse oggi pomeriggio mi uccido, lo scrivo su facebook, “forse oggi pomeriggio mi uccido”, mi arrivano dodici mi piace, qualcuno mi ha iscritta a un gruppo sugli scrittori emergenti, prendo un wurstel, mastico, spengo il condizionatore, mi arriva un sms di mio padre, prendo una vivin c, la sciolgo nel succo di frutta, tengo la bocca chiusa, sento le bollicine nella gola, conto fino a dieci, a undici vado in bagno, vomito, sento wurstel, vivin c, bactrim, aulin, rio mare, fetta biscottata, oro saiwa, mi pulisco con il pantaloncino di intimissimi, suonano il citofono, Roberta mi sta aspettando, mi metto la maglietta con la scritta di pagliette, mastico un wurstel, infilo le scarpe, esco senza chiudere a chiave, vomito nell’ascensore, resto accovacciata fino al piano zero, entro in macchina, accendo l’aria condizionata, faccio fermare Roberta fuori da un supermercato, compro quattro confezioni di wurstel, un pacco da dodici di fazzoletti, mastico un wurstel, Roberta ha gli occhiali da sole enormi, mi racconta quello che è successo ieri sera a casa della madre, dice “puttana”, non capisco se ce l’ha con me o con la madre, siamo in un posto dove il blackberry non prende, “muoviamoci”, dico, poi dice nove volte la parola “paura”, vomito fuori dal finestrino, poi memorizzo le parole “trecento euro” e “fotocopiatrice”, mastico due wurstel, Padova è piena di traffico, vomito sul sedile, i pezzi non sono nemmeno masticati, “attenta”, “macchina”, “puttana”, accendo la radio, c’è una trasmissione con gli scherzi, poi c’è la pubblicità di un mobilificio, cambio, ritorno agli scherzi, mastico un wurstel, vomito, “cristo” e “scendi”, prendo un taxi, il tassista parla di un incidente che ha visto la mattina, vomito sul sedile posteriore, ogni volta è sempre più scuro, il dolore alla pancia è sempre più forte, lui non se ne accorge, mi faccio accompagnare sotto casa di mio padre, citofono cinque volte, non risponde, salgo fino al suo appartamento, suono, non risponde al cellulare, l’autobus che prendo è pieno di cinesi, vomito, uno mi viene vicino, mi parla ma non lo sento, mi addormento per dieci secondi, i cinesi fanno fermare l’autobus, dicono che devo chiamare qualcuno, scendo, mi fermo in un negozio benetton, provo una maglietta, la commessa ha un orecchino sulla lingua, stanno ascoltando i REM, vomito nel camerino, pago con il bancomat, sbaglio due volte il pin, chiamo un taxi, c’è un buco nella tappezzeria, abbandono la maglietta di benetton sul sedile, sono a casa, vomito al secondo piano, il portatile è aperto, il video del nero è andato in loop, ha girato per ventisei volte, ventisei volte sulla faccia della ragazza che chiude gli occhi, leggo l’ultima email di mio padre, c'è la parola “scusa” quattro volte e le parole “incidente”, "retromarcia" e il nome di mia sorella, mastico un wurstel, preparo una muscoril, me la faccio sulla gamba, vomito, non ho la forza di togliermi i pezzetti di wurstel dal collo, piango, vorrei di nuovo la maglietta di benetton, la muscoril mi ha fatto bene, non sento più il dolore nella pancia, mi tocco la lingua, penso a come deve essere infilarci un orecchino, non ho più voglia di masticare, chiudo gli occhi, non si muore con la muscoril, mi addormento, mi sveglio, scrivo su twitter “sono morta da venti minuti”, mastico un wurstel, apro la finestra, salgo sul davanzale, da dove sono sento l’odore della piastrina per le zanzare, devo solo chiudere gli occhi di nuovo e dormire per dieci secondi, ho le braccia lungo il corpo, penso alle meduse che dormono sulla spiaggia, tengo le mani vicino alle gambe, già non mi sento la spina dorsale, la testa, i wurstel dentro la gola, adesso, sotto ci sono delle macchine, farò rumore.

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Napoli e il Messico – Intervista a Gianni Solla + Le stanze degli scrittori.

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You Porn - You Love



“Esci, muoviti, non mi sento bene”.
Non gli piace quando la madre gli parla del proprio corpo. Pensa che poteva dire solo “esci”.
“Muoviti, gesùcristo”.
Bussa di nuovo alla porta, il vetro trema nel telaio. Pensa alle mutande che questa mattina sua mamma ha lasciato sul davanzale della finestra del bagno.
Filippone si alza dalla tazza, è seduto da venti minuti, non ci è riuscito. Non si pulisce, vorrebbe restare seduto e svuotarsi del grasso che ha sotto il collo e sulle braccia. Lui lo sa che il vero Filippo è stato mangiato dal Filippone che pesa centodiciotto chili.
“E muoviti”.
Quando Filippone apre la porta, trova la madre con un assorbente chiuso in una bustina viola nella mano destra e una Merit accesa nell’altra. Ha la tuta Adidas e lui lo sa che adesso lei si siede e si mette a chattare con l’Iphone, perché le controlla il profilo di Facebook. Si è finto un uomo che si chiama Valerio e ha messo una fotografia presa dalla pagina di un altro iscritto. È un uomo magro, coi capelli lunghi, il naso dritto, i denti bianchi. Nella foto che ha preso, è steso al sole su un asciugamano. Filippone ha copiato una foto della ragazza di Valerio, si chiama Lina e ha un tatuaggio a forma di tartaruga sull’avambraccio sinistro. Sua madre ha cominciato a fare la stronza con Valerio, “quando ci vediamo, hai mai tradito la tua ragazza, come ti piace farlo, ti piace nel culo, io non ho figli sono una donna single, lo sai come vanno queste cose”.
Filippone le ha scritto che va in palestra tutte le sere, mangia ottanta grammi di carboidraiti per pasto, e lui e Lina al supermercato prendono solo le barrette Vitasnella e lui la sera si mette la crema al Q10 sulla faccia.
“Mi parli sempre di questa Lina”, ha risposto sua madre nell’ultima email.

Sul Corso San Giovanni a Teduccio si sentono solo gli allarmi delle macchine, è notte, Filippone e Renato sono sul motorino.
“Filippo’, se pigli un altro fosso qua sfondiamo tutta la madonna”.
Filippone abbassa la testa per cercare l’aerodinamica. Ha smesso di parlare da quando hanno superato il ponte dei francesi. Gli piace sentire il vento sulla faccia. Accelera, il motorino sale di giri, il serbatoio è pieno di miscela, Renato si stringe alla vita di Filippone, lo sa che se cade Filippone non si ferma. Stringe il più possibile e pensa che Filippone dovrebbe fare qualcosa per quella pancia.
Passano sotto il ponte del Bronx, fuori il laghetto, superano il cimitero, Renato si fa il segno della croce, “gesù cristo mio proteggimi, anche a mia sorella Eugenia pure se si è messa con un testimone di genoa, a mio padre e mia madre, angelo custode, eterno riposo, a maronn m’accumpagn, fammi pigliare una bolletta alla snai”.
Filippone ha una specie di paura che alla fine qualcuno lo viene a sapere perché i segreti con gli amici hanno due soli destini possibili. Filippone pensa che al limite lo uccide a Renato.
“Filippo’ i fossi, grazie”.
Lo fa apposta a prenderli , vuole capire chi dei due ha la schiena più forte. I suoi centodiciotto chili contro i sessanta scarsi di Renato. Filippone pensa che può prendere tutti i fossi del Corso San Giovanni e di Ponticelli, lui e la sua schiena sono una cosa sola. Via Traccia è piena di luci e si sente la puzza di benzina delle cisterne della Kwait.
“Gesùcristo mio non fare mai fermare questo motorino”, pensa Renato e fa un’altra croce.

Il ponte dello scasso è buio, Filippone in tasca tiene trentasei euro presi dal cassetto della madre e pensa che ha diciannove anni e non ha mai scopato e la prima se la sta andando a fare con un ricchione che Renato dice essere uguale a una femmina e non riesce a smettere di pensare: ma non era meglio una femmina? Non era meglio non pagare anche se ho questa macchia viola sulla faccia, e meno male che peso centodiciotto chili e tutti mi rispettano.
"Filippo’ a noi le femmine ci schifano, pure ci dobbiamo fare uno schifo di chiavata con una che non ci guarda nemmeno in faccia. Stammi a sentire, è meglio che iniziamo così. Già sto intostando, ti faccio vedere che è meglio di una femmina”.
Filippone pensa alla mamma e all’ultima email che gli ha inviato. "Ciao Valerio, per me va bene, possiamo fare come dici tu, porta la macchina fotografica e ci possiamo prendere pure la pasticca".
Gira la manopola del motorino, la marmitta fa rumore, una macchina li supera troppo da vicino. “Voglio una femmina”, dice Filippone a bassa voce.
“Che hai detto Filippo’?”.
Non gli risponde ma gli viene da piangere, spinge il motorino fino a sessanta, c’è un po’ di discesa. “Tutto questo vento negli occhi, ti fa lacrimare”, pensa.

Filippone spera solo che nessuno li abbia visti quando da Via Brin hanno girato per Via Traccia, perché se vai dietro allo scasso di notte puoi solo andare a ricchioni. Filippone sa com’è fatta una femmina perché lo ha visto su youporn e pensa che le femmine di San Giovanni a Teduccio devono essere uguali a quelle di internet. Non ha mai toccato un neo, un ginocchio, una mutanda. Filippone ha distrutto la faccia di Carmine sul marciapiede perché gli ha rotto il parafanghi del motorino, ma non ha mai dato un bacio con la lingua perché è chiatto, ha la faccia di due colori, e mangia quattro pacchetti di Pringles al giorno.
"Io lo so come sono, ma non è giusto lo stesso". La frase gli è uscita a un volume più alto di quanto avrebbe voluto.
"Filippo’ un giorno io e te facimm nu clan e sparamm in bocca a tutti quanti e ti faccio vedere quante femmine ci chiaviamo, lo sai com’è a mettere una pistola in bocca a uno? Deve essere tale e quale a mettercelo in bocca, e poi quando spari la testa di quello salta per aria. Alle femmine ci piacciono quelli che sparano, più spariamo più chiaviamo, se non sei buono a sparare secondo me non sei buono nemmeno per chiavare e le femmine lo sanno come funziona".
Prima di uscire Filippone ha fatto la doccia con il Felce azzurra, poi ha fatto due passate di borotalco e ha spruzzato sulla canottiera il Pino silvestre. Pensa che è un peccato se il vento e la puzza delle cisterne di benzina gli hanno portato via l’odore di vapore del suo bagno.
“Sta là”, dice Renato, “devi andare ancora dritto, ci vogliono altri due minuti, sta fermo in una macchina, lo devi chiamare Nunzia, ma si chiama Gaetano e lavora da un elettrauto a Gianturco”.
Il motorino si avvicina alla macchina. È una cinquecento nuova, nera, le uniche luci accese sono quelle blu dello stereo. Sta ascoltando Beethoven. I led si illuminano tutti quando entrano gli archi.
"Filippo’ te l’ho detto che è una cosa seria, mica si sente i cantanti napoletani, senti qua".
"Uno alla volta", dice Nunzia, "ma quanti anni c'avete?".
Renato scende dal motorino. È alto la metà di Nunzia, ha i capelli con la gelatina e le Nike nere.
"Un giorno di questi io e il mio socio ti spariamo in faccia ma per il momento ti mettiamo solo il pesce in bocca, vediamo di muoverci".
Poi fa la pistola con pollice, indice e medio e spara.
"Prima il chiattone", dice lei.
Filippone pensa che è tutta la vita che lo chiamano così. Chiude gli occhi e immagina Valerio con Lina sulla spiaggia, poi li immagina in un ristorante coi tavoli vicino al mare e lui che le tocca il braccio con la tartaruga e lei che dice: "i tuoi capelli sono bellissimi".
Renato si siede sul motorino, da’ gas e sparisce nel buio.
"Entra", dice Nunzia.

Adesso sono in macchina, Nunzia sta facendo un bucchino a Filippone. Lui non ha capito se gli piace.
"Su youporn sembrava meglio, le ragazze stanno sul divano, prima dicono delle cose in americano nella telecamera, poi si inginocchiano e lo prendono in bocca e ridono e il mondo è bellissimo e io vado lento perchè altrimenti finisce troppo presto e sotto youporn ho la schermata di facebook e un nuovo messaggio di mia mamma che dice "valerio, non mi scrivi più", e poi c’è la categoria degli uomini chiatti e le ragazze youporn ridono comunque perchè a loro non interessa, non è come a San Giovanni a Teduccio, qua invece sento una puzza e la macchina è stretta e Nunzia ha l’avambraccio pieno di vene e forse dovrei solo chiudere gli occhi, ma non appena lo faccio, vedo mia mamma e Valerio che scopano in una macchina ferma sulla piazzola della tangenziale".
“Come ti chiami?”, ha chiesto Nunzia.
Filippone pensa che è un peccato se non si sente più l'odore di borotalco.
“Valerio, sono un uomo single, lo sai come vanno queste cose”.
“Come no”.
Filippone ogni tanto si alza dal sedile per controllare che Renato non sia già tornato. Sente la lingua attorno al cazzo e sta in ansia per il motorino. Pensa che quando uscirà da quella macchina cambierà il suo nome in Valerio, forse diventa come lui con tutti quei capelli e potrà avere Lina, la porterà a casa e lei e sua madre diventeranno amiche e Lina le spiegherà che non sta bene vedersi con uomini di facebook e girare con gli assorbenti in mano per casa se hai un figlio maschio anche se pesa centodiciotto chili. Nunzia si stacca da Filippone e si abbassa i pantaloni. Lui pensa che adesso glielo deve mettere nel culo e quelle cosa là, invece Nunzia caccia un cazzo rosso e doppio e dice a Filippone di abbassarsi e di aprire la bocca che adesso è venuto il suo turno. Filippone si inginocchia sul sedile e apre la bocca e lo prende in bocca e Nunzia dice cose tipo: più piano, più veloce e lui pensa che avrebbe dovuto dirgliele anche lui quando era il suo turno e Nunzia gli stringe la testa con le mani e gli accarezza il collo e pensa che quello deve essere l’amore perché quello è un abbraccio e quel bucchino che adesso sta facendo è una specie di bacio e anche se tutto è sbagliato, è bello lo stesso, e lui non è mai stato così vicino a un’altra persona, non lo sa come è con le femmine, ma quello già va bene e pensa che non può rischiare, e meno male che ha il coltello sotto il sellino del motorino e sulla strada del ritorno deve per forza ammazzare a Renato.

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Altra storia dove alla fine lei lascia

Quattro giorni dopo che Loredana mi ha lasciato, vado dal dottore perché non riesco a respirare. Il dottore appoggia l’orecchio alla schiena, e mentre respiro forte, come mi ha chiesto di fare, comincio a piangere.

“I polmoni non hanno niente”, dice.

La prima volta che ci siamo baciati, aveva una magliettina verde con due bottoni, eravamo fuori dal Mcdonald’s sulla tangenziale, mi venne una colica, mi accompagnò al Policlinico, le indicai la strada dal sedile di destra, gli infermieri mi chiamarono per nome, era la terza in un mese.

Tornati a casa, mi fece una Voltaren, poi facemmo l’amore. Le chiesi di metterci sotto le coperte perché non volevo che prendesse freddo.

Era tardissimo, uscii per comprarle uno spazzolino. Trovai una farmacia ventiquattrore, il commesso mi chiese se lo volessi con le testine morbide o medie. “Morbidissime”, dissi, “ne ha uno con le piume?”.

Loredana era fidanzata con Marcello. Tecnicamente non mi ha mai lasciato, ha solo smesso di fare l’amore con me tutte le mattina nel mio appartamento no termoautonomo al quinto piano di questo schifo di palazzo.

La mia nuova coinquilina si chiama Ernestina, pesa centotrenta chili, ha il diabete e parla di se stessa in terza persona. Ernestina non può mangiare questo, dice, Ernestina domani deve svegliarsi presto.

Loredana e Marcello hanno un nuovo appartamento al Vomero. Sapevo che erano interessati, ho chiamato l’agenzia e ho offerto di più per l’affitto. L’ho pagato per tre mesi, Loredana mi parlava di un figlio di puttana che glielo aveva fregato.

Nel nuovo appartamento mio, di Loredana e Fabrizio, non ci ho mai abitato. Però avevo già deciso da quale parte del letto lei avrebbe dormito, il colore delle tende, lo zerbino [con un gatto, a Loredana piacciono molto i gatti] e avevo progettato un divano nel salotto per lui.

Passavo le sere a guardare le televendite delle scope elettriche e i documentari sui ragni. Poi andavo sotto casa di Loredana e mettevo una foglia sul parabrezza della sua macchina, oppure le toglievo i volantini dei centri commerciali dal tergicristalli. Una volta le ho anche pagato una multa. Prima di consegnare le chiavi all’agenzia Ernestina ha chiesto di fare un giro nell’appartamento.

Il giorno dopo mi ha chiamato Loredana, ha detto che sulla parete del loro nuovo appartamento ha trovato scritto con un rossetto: “Ernestina conosce un uomo che una volta si è innamorato di una ragazza, Ernestina pensa che lui è un poco scemo e nessuna si sarebbe innamorata di lui, è troppo ordinato, troppo pulito, è secco, non fuma, non sa fare le manovre con la macchina a retromarcia, ha paura dell’ascensore, Ernestina pensa che a nessuna femmina piacciano le persone così, Ernestina non vuole convincere nessuno, ma lui ha una specie di fuoco dentro al cuore, e Ernestina smetterebbe subito di mangiare i Mars e i Duplo se incontrasse uno scemo così”.

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[Capitolo 0] Nonna ha coperto gli specchi con le lenzuola, se l’anima del morto si riflette, resta intrappolata sulla terra per sempre, mio padre, quando non mi è vicino, passa tutto il tempo a fumare sul balcone, esprime il suo dolore in Marlboro.
Hanno fatto uscire tutti dalla stanza, siamo rimasti solo noi tre, abbiamo detto l’eterno riposo, otto volte l’angelo custode, nonna è rimasta con gli occhi chiusi e ha respirato forte dal naso, poi ho visto mentre chiudevano il coperchio. Ci sono otto viti di ottone che entrano nel legno per dieci centimetri. Perché ogni vite penetri del tutto, sono necessarie ventisette torsioni del polso di un uomo adulto o quarantuno di quello di una bambina che due volte al mese prende la febbre e se corre lungo il ballatoio fino all’armadio dei contatori, perde sangue dal naso. Il tempo richiesto per ogni vite è di un minuto: quanto un angelo custode. Lungo la filettatura, il metallo è più scuro e ci sono delle imperfezioni nella laccatura. Non piango, ma mi fa male la pancia. Qualcuno mi ha regalato un dinosauro di plastica, è un tirannosauro con una piccola borsa rosa al braccio e sul cartone della scatola ci sono disegnati altri tirannosauri che fanno shopping.
Dopo mia madre, io sono l’attrazione principale. Tutti chiedono: «Teresa come sta?». Lo dicono sottovoce, sono nel corridoio quando cominciano a domandarlo, «glielo hanno detto?», chiedono alcuni. Hanno ragione: penso che mio padre non avrebbe dovuto dirmelo, avremmo fatto finta di niente, non avrei avuto questo dolore alla pancia.
In casa c’è puzza di fiori e un altro odore che tutti identificano come quello di un corpo che si sta disfacendo. Io invece registro solo un odore dolciastro che non ho mai sentito. Fa freddo, ma teniamo la finestra della camera da letto aperta. Sul diario, nella pagina del nove dicembre ho scritto, “mamma” e “tirannosauro con borsa”. Mi sembra che le due frasi riassumano l’accaduto.
Quelli che entrano si dirigono verso la camera da letto, camminano lentamente, quando sono dentro si fanno il segno della croce, restano vicino alla porta, entrano nella stanza e sfiorano il legno della bara con un bacio. Chissà se anche loro fanno caso alla laccatura delle viti o alle venature del legno. Mia mamma indossa il vestito azzurro e le scarpe viola. Le ho visto indossare quel vestito una volta sola, la sera che litigò con mio padre, lui le disse per dodici volte di fila la parola «puttana». Ogni volta aumentava sempre di più il volume e impiegava tutta la forza necessaria alla parola sulla lettera “p”. L’intera parola si reggeva sulla prima lettera. Le aveva trovato nella borsa la ricevuta di un albergo e aspettando che lei rientrasse, l’aveva letta mille volte, aveva sottolineato delle frasi, poi ha aperto i cassetti e tirato fuori tutti i suoi vestiti e ha cercato nelle tasche, ha letto tutti gli scontrini che ha trovato e chiamato ai numeri di telefono che lei aveva scritto sui foglietti. Poi lei è arrivata, aveva la busta di un supermercato piena di yogurt, mio padre era in cucina e io ho cominciato a contare e sono arrivata fino a dodici. Prima di andare a chiudersi in bagno per piangere mia mamma disse: «non succederà più, te lo giuro, però adesso devo fare una telefonata».
Durante la corsa nel corridoio con il cordless ho visto le scarpe viola. Non era una vera e propria corsa, ma i passi erano ravvicinati, più frequenti di una normale camminata. Le scarpe stavano benissimo sotto quel vestito.
Anche se adesso non posso più vederla, so che all’interno della cassa ha le mani incrociate sul petto e stringe un rosario. Non è mai andata a messa, ma nonna finge di non saperlo. A scuola mi hanno spiegato che anche chi non ha mai creduto verrà perdonato. Faccio fatica a comprendere, la maestra insiste sul concetto che il perdono spetta a tutti, anche contro la propria volontà, nonostante la superbia. Io non sono nemmeno sicura di essere stata battezzata.
Poi siamo al cimitero. Il prete ci sta spiegando una cosa sulla resurrezione dei morti, dice che è solo questione di tempo e i morti resusciteranno. Nessuno gli crede. Vorrei maggiori dettagli su questo aspetto, ma non so cosa chiedergli. Vorrei solo sapere se resusciteranno in senso fisico o spirituale. Ho visto con quanta cura hanno stretto le viti nella cassa e mi sembra difficile uscire da quel posto. Senza contare tutta la terra che la ricoprirà.
Restiamo in silenzio ad ascoltare, tiene tra le mani un libricino dalla copertina nera, c’è un spago sfilacciato tra le pagine per non perdere il segno. Da dove sono io vedo quanto è profonda la fossa. Il terreno è pieno di radici, c’è il rischio che la cassa resti incastrata. Prima che succedesse, mia mamma mi ha fatto promettere che non avrei avuto paura e che non avrei pianto, questo punto mi ha chiesto di ripeterlo due volte, ma adesso vorrei tornare indietro da quella promessa. Eravamo all’ospedale, stavo mangiando un Duplo, mi ha accarezzato, «prometti», ha detto, non aveva più i capelli, sul comodino c’era la parrucca e adesso nella bara, è con la parrucca, il vestito e le scarpe belle. In caso di resurrezione, in caso trafugazione del suo corpo, è pronta.
Il prete dice le preghiere, noi dobbiamo ripete in coro le frasi. Quando termina di leggere, alza gli occhi dal libretto e ci fa segno, è allora che dobbiamo ripetere. Forse le preghiere hanno effetto solo se vengono recitate assieme alle altre persone, forse, se tutti preghiamo forte e all’unisono, acceleriamo il processo della resurrezione e sentiamo qualcuno bussare dall’interno della cassa. Nonna prega per conto suo, vorrei dirle di non farlo e di accodarsi a noi. Il dolore alla pancia aumenta. Conosce una preghiera dei morti in dialetto, è breve e lei la ripete come una cantilena.

Je me cocco
'int' 'a 'stu lietto
e 'a Maronna
affianco 'o pietto;
jo dormo e
Essa veglia,
si è coccosa
me risveglia.

Tutti noi diciamo l’angelo custode e il padre nostro, solo mia nonna ripete a bassa voce questa preghiera. Ci guarda come lo farebbe un animale, è l’unica a non essere triste, ma solo lei, oltre mia mamma, è morta un poco oggi. Ripete la sua preghiera una volta ancora, a voce sempre più alta, il suo Dio contro il nostro, il suo Dio che capisce il dialetto. Forse esistono degli dèi locali che hanno un peso maggiore nella nostra città o nel nostro quartiere, non si può escludere nulla in questo momento.
Quando abbassano la bara nella fossa, io mi avvicino e sento l’odore delle terra.
Poi il prete dice una cosa sulla cenere.
Poi una cosa sugli angeli.
Poi una cosa che i morti non ci lasciano mai soli.
Poi mia nonna dice che non è giusto che le madri vedano i figli morire.
È la prima volta che sento evocare il concetto di giustizia con tanta convinzione.
“Non è giusto”, continua a ripete mia nonna.
Quando mi giro c’è una bambina della mia età che non avevo visto e che sta piangendo.
Si avvicina.
“Io sono Irene”.
“Lo so”, dico.
Eppure è la prima volta che la vedo.
“Vogliamo diventare amiche?”, mi chiede.
Il dolore nella pancia si è sciolto.


[Capitolo 1] Giro il rubinetto, sento l’accensione della fiamma, la pressione è fortissima. La caldaia si mette in funzione. Abbasso i pantaloni e mi siedo, la tavoletta è ghiacciata, le gambe si riempiono di puntini. Adesso dal rubinetto esce fumo. Tiro uno strappo e mi pulisco. Infilo le mani sotto la fontana, il metallo del rubinetto è macchiato, l’acqua è marrone. Metto il tappo, vedo il livello salire fino a un punto che ho stabilito, poi ci immergo la faccia. Non sento più niente. Resto per tutto il tempo che i polmoni resistono, è un tempo lungo nonostante le Camel lights. Apro gli occhi. Attraverso l’acqua vedo il bianco della ceramica sporco di dentifricio. L’acqua tiene tutte le immagini in movimento. Faccio una bollicina di aria con la bocca. Adesso sento un suono continuo, è l’acqua che mi sta entrando nelle orecchie. Non ho più aria, la mia schiena spinge per mettersi dritta, metto le mani sul lavandino e comincio a contare fino a dieci. Se penso lentamente, se non vado in panico, se non ho paura, l’aria che mi resta dura più a lungo. Tiro la faccia fuori, l’acqua entra nella maglietta, ho i capelli bagnati, respiro e dico la parola “dieci”.
L’asciugamano che uso è ruvido. Aggiungo alla lista di oggi la parola asciugamano. Svito il tappo dello smalto. È rosso, sulla boccetta c’è scritto L’Oreal Paris. Quando estraggo il pennellino, l’aria sa di vernice. Traccio una linea sulla porta, è una linea dritta, la numero centonove, quanti i giorni che ho trascorso in questo appartamento.
Arrivo in cucina, sono ancora scalza, preparo il tè. Quando l’acqua bolle, immergo la bustina, la tengo dentro per un minuto. La televisione è accesa da due giorni, passano pubblicità di detersivi, tariffe telefoniche, automobili giapponesi. La plastica della televisione è bollente. Se chiudo gli occhi, sento il motivetto della pubblicità di un assicurazione on-line che avranno trasmesso cento volte: c’è un telefono, alla base ha le quattro ruote di una macchina, un uomo preme i tasti componendo il jingle della compagnia. Al notiziario c’è una giornalista che intervista due tedeschi a un terminal dell’Alitalia, stanno dicendo qualcosa sul vino. L’uomo peserà centocinquanta chili, parla un italiano ridicolo, la giornalista gli suggerisce le risposte, la donna che è con lui sta guardando da un’altra parte, segue qualcosa perché gira il collo, l’uomo continua a parlare senza accorgersene, poi la donna guarda per un istante nella telecamera, nonostante gli anni la sua bellezza è rimasta intatta, ha gli occhi grigi e una leggera abbronzatura, abbasso il volume, continuo a guardarle gli occhi senza l’audio, sorride, poi ritorna triste. Io torno al bollitore.
Mi vesto. Ho una tuta Adidas, un cappuccio di lana e le scarpe a collo alto. Apro la porta, c’è il sole ma fa freddo, se respiro vedo il mio fiato, da piccola mi piaceva, la maestra diceva che era il fiato di Gesù che mi era vicino e se facevo una preghiera a bassa voce, lui la sentiva, allora io facevo la preghiera. Quando andavo in bagno prima di abbassarmi i pantaloni spegnevo la luce perché non volevo che Gesù mi vedesse. Esco dal condominio, nella mano destra tengo la lista della spesa, sul marciapiedi ci sono dei corpi, c’è sangue ovunque, forse ho tenuto la luce spenta per troppo tempo e adesso Gesù si è dimenticato di me.

Adesso mi chiamo Teresa Trunelli perché Trunelli è il nome scritto sulla targhetta dell’appartamento dove vivo. È un appartamento con tre stanze e due bagni, quello di servizio è piccolo, non l’ho mai utilizzato, sotto il soffitto c’è una macchia scura a forma di gatto e nella lavatrice ci sono ancora i vestiti. Nel corridoio ci sono delle foto, una è di un uomo su un pontile, dietro c’è un’indicazione su quando è stata scattata, a penna nera qualcuno ha scritto: «luglio», solo il mese, senza l’anno. Le altre due foto sono di una donna seduta su un divano con un cane, ho controllato, dietro non c’è scritto nulla. Sono stata Teresa Fiolla, Teresa Rinaldi, Teresa delle Piane, Teresa Adda.
Dico ad alta voce il nome: “Teresa Trunelli”.
Lo immagino durante l’appello in classe o sulla tessera della palestra. Riconosco la “T”, la “E” e la “R” già contenute nel mio nome. Mi immagino seduta su un divano con un cane e qualcuno che mi scatta una foto e poi dire: «un’altra ancora» e io che dico «sbrigati». Scrivo sulla lista la parola assorbenti, poi benzina, e vitamine.

Apro la macchina con il telecomando. Il sole ha riscaldato il volante e i sedili. Il materiale che compone lo sterzo è poroso, le mani aderiscono perfettamente, è bello stringerlo. In macchina fa caldo, mi passo due dita nel collo della felpa, la giornata è bellissima.
La macchina che guido è una BMW bianca, sul contachilometri c’è il numero ventottomila. Il libretto di circolazione e l’assicurazione sono intestati a Federico Pannitelli.
Prendo il taccuino e scrivo: Federico Pannitelli.
Giro la chiave nel cruscotto, le spie si illuminano, è la maniera che ha la macchina di dirmi che è tutto sotto controllo. La retroilluminazione è arancione, schiaccio l’acceleratore, il motore sale di giri, infilo la prima, lo sterzo è leggerissimo, su internet ho letto che si chiama idroguida. La macchina si muove.
«Va’ piano», dice Irene.
È seduta a destra. Non le rispondo, schiaccio un altro po’ l’acceleratore e mi metto al centro della carreggiata. La prima e la seconda mi incollano al sedile. Mi piace vedere la lancetta del contagiri arrivare nella zona rossa in pochi secondi. Ogni volta che cambio marcia do gas, mi piace sentire il sedile che spinge la schiena in avanti.
«Hai dovuto aspettare che succedesse tutto questo per imparare a guidare».
Non le rispondo, non voglio che sia qui. Mentre lo dice, protegge gli occhi dalla luce con la mano. Quando supero il viale principale, li vedo, ne sono una decina. Metto i Richmond, alzo il finestrino, mi accerto che la chiusura centralizzata tenga gli sportelli chiusi e accendo la radio.

Queste sono le prime pagine della storia nuova, appena scritta.

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Annamaria


Quando mi spuntarono i denti, mia madre per undici giorni non mi tenne in braccio. Se potevo masticare un animale e godere della carne, allora ero pronta per farmi scopare. Il mio destino non era scritto in mezzo alle mani, ma nelle gengive. Il giorno numero dodici fumò trentasei Camel Light, le spense nel bicchiere e mi chiese scusa. È stato il primo dei miei abbandoni.
La prima volta che mi ha chiamato Annamaria avevo un anno. Al comune mi aveva registrato come Luisa, ma sulla torta ci fece scrivere Annamaria. Era il giorno prima del mio compleanno, eravamo solo io e lei, l’indomani aveva il turno lungo al ristorante. Tenne la televisione accesa per tutto il tempo, il volume era altissimo. Cantò la canzone e spense la candelina. Nella scatola delle foto ce n’è una di me che piango con una tutina dell’orso Bubu. Mia nonna si chiamava Annamaria, tutte le puttane dovevano chiamarsi Annamaria.

Nessuno doveva sapere che fossi una femmina Annamaria. Mi tagliava i capelli con la macchinetta tutti i giovedì e mi vestiva come un maschio. “Sta’ ferma”, diceva. La macchinetta mi faceva il solletico, restavano chiazze di capelli. Al ristorante tutti sapevano che mi chiamavo Alessandro. A scuola il mio grembiule era blu e c’era scritto Alessandro. Dovevo giocare con i maschi, segnavo due gol a partita, ho bruciato un gatto con la benzina in un campo, nessuno degli altri che era con me ebbe il coraggio di girare la rotella dell’accendino. Mia mamma aveva portato i documenti falsi in segreteria. Mi diceva che non dovevo mai andare in bagno, tenermela fino a quando non arrivavo a casa. Nessuno doveva starmi più vicino di due metri. A casa facevamo le prove, due metri corrispondevano a quattro mattonelle del salotto e a otto della cucina. Se sentivo la puzza del suo alito da sigaretta allora le ero troppo vicino. A casa ero Annamaria, a scuola Alessandro, al comune Luisa. Era facile.

Andavamo a mare a Licola, dalla tangenziale si vedeva il radar della NATO. Ogni volta che lo vedevo, domandavo e lei inventava una storia diversa. Sulla spiaggia dovevo restare vestita perché il sole mi faceva male. A mare era pieno di meduse, non si poteva fare il bagno. Mi sedevo su un masso di cemento e guardavo le meduse in acqua che si gonfiavano e pulsavano. Erano animali di vetro, trasparenti. Dei pescatori le prendevano con i retini. Le meduse non scappavano. In un retino ne entravano dieci, si ammassavano sui loro corpi scivolosi e lucenti. Quando il retino era pieno, le portavano in un punto della spiaggia vicino il parcheggio. Io andavo a toccarle con una mazza. Mia mamma mi chiamava, diceva che dovevo smetterla con le meduse. Al mio tocco non reagivano, si scioglievano, io volevo riportarle a mare.

Mia mamma ritorna a casa con uno, si chiama Antonio, non è la prima volta che viene. Hanno una bottiglia e ridono. Lei è truccata, è bellissima. Ha passato tutto il pomeriggio nel bagno con la cassetta di Vasco Rossi. Non vuole che io la guardi mentre si trucca, vedo la sua ombra attraverso il vetro opaco della porta. Ha la gonna marrone, gli stivali con i laccetti. Si è spruzzata i brillantini sulle labbra. È bello vederla contenta, ma quello che poi succede non mi piace. Mi ha detto che non devo uscire dalla mia stanza. Vicino il mio letto c’è il piatto con pollo. Si chiudono nella camera da letto. Li sento tutta la notte.

A undici anni mi ha dato gli ormoni per ritardare il mio sviluppo. Pesavo il doppio dei miei compagni. Avevo baffi e peli sulle braccia, riuscivo a spostare una pila di otto banchi da sola. In classe mi temevano. Mi piaceva che gli altri avessero paura di me. O avevi paura o ne incutevi, in mezzo non c’era niente. Cambiavo i nomi dei miei compagni. “Tu da oggi ti chiamerai Luisa”, dicevo a uno e tutti obbedivano. La mia prima fidanzata si chiamava Vanessa, fuori la scuola ci tenevamo per mano. Una volta le ho messo la mano in mezzo alle gambe.

Il pomeriggio non potevo scendere per giocare con gli altri bambini, restavo a guardarli dal balcone. Giocavano nel primo quadrato del condominio, le due piante erano una porta, i citofoni un’altra. Certe volte alzavano gli occhi, mi guardavano, ero troppo lontana per sentirli. Mi chiudevo in casa. Mia mamma mi aveva promesso un acquario con una medusa, l’avrei chiamata Diamante. Avrebbe avuto i filamenti blu e viola come quelle della spiaggia di Licola. Avevo preparato lo spazio sulla macchina per cucire.

Non ho fatto il battesimo, né la prima comunione, non siamo mai andate a messa. Non abbiamo il quadro della Madonna sopra il letto. Non ci facciamo il segno della croce. A natale mia mamma lavora tutta la notte al ristorante.

Una notte lei non torna a casa. Non è mai successo. Io resto con la televisione accesa, ho il telecomando e il dito puntato sul pulsante rosso. Stabilisco che non appena sento la chiave girare nella porta lo premo. Lei non vuole che la televisione resti accesa dopo le otto. Faccio le prove. Bisogna abbassare il volume per sentire la chiave nella toppa. Tengo il dito sul pulsante tutta la notte. Quando diventa giorno preparo il latte e vado a scuola. Mi ha detto di non chiamare mai al ristorante. In classe non dico niente. Dopo scuola ritorno a casa, lei non c’è ancora. Mangio, lavo i piatti, forse è andata a Licola a comprarmi Diamante.

Anche la notte seguente guardo la televisione. Un documentario sulle lucertole e un film di indiani. Faccio dieci volte l’angelo custode a bassa voce, ce lo hanno insegnato a scuola. In classe la maestra dice che sono un bambino precoce, basta che io senta una cosa perché l’impari a memoria. Faccio una prova con le parole della televisione. Ascolto una frase e poi la ripeto uguale per dieci volte. Quando ho finito faccio la preghiera. È la prima volta che ne faccio una. Scandisco bene le parole, cerco di figurarmi in mente i passi della preghiera. Sono sicura che questa notte torna, il tempo necessario all’angelo di custode. Fino alla mattina non torna, nessuna chiave nella toppa. È l’ultima volta che prego.

Ritornò il pomeriggio seguente stesa in un’ambulanza del Cardarelli. Il custode aprì il cancello per farli entrare nel viale del condominio. Si affacciarono le persone da tutti i piani. Gli infermieri portarono la lettiga a mano fino al sesto piano perché era troppo grande per l’ascensore. In casa la stesero sul letto, aveva tutto il corpo fasciato, inclusa la testa. Non ero sicura che sotto le bende ci fosse mia madre. Era successo qualcosa al ristorante e la sua faccia e le sue gambe erano bruciate.

“Non devi avere paura”, mi dice, “devi fare come ti dico io”.
Aspiro l’antibiotico nella fialetta. L’ago è lunghissimo. La sua voce è strana, non riesce ad aprire bene la bocca.
“Adesso prendi l’ovatta con il mercurocromo”.
Non sono sicura che abbia detto mercurocromo.
Lascio la siringa sulla tavola, sulla faccia c’è un piccolo spazio tra le bende, la pelle che si vede è viola.
Appoggio l’ovatta, il liquido esce e tutto diventa rosso.
“Adesso prendi la siringa”.
Forse dovrei fare di nuovo l’angelo custode.
“Quando infilerai l’ago non potrò più parlare. Devi entrare due millimetri sotto la pelle e spingere lo stantuffo piano”.
Mi avvicino, faccio come dice lei, non ho paura, appoggio l’ago e spingo, non lo so quanto siano due millimetri ma l’ago è entrato, non vedo più la punta, comincio a spingere lo stantuffo.
“Mi chiamo Luisa”, dico, “me lo ha detto la maestra. Ha portato dei documenti. Dice che non è normale come sono vestita”.


Lasciai la scuola, facevo tutto io in casa. All’inizio venivano due signore del comune, io non aprivo, appoggiavo l’orecchio sulla porta e smettevo di respirare. Mi affacciavo dal balcone per vedere quando uscivano dal viale del condominio.
“Se ne sono andate?”, diceva mamma.
Era diventata paurosa e remissiva.
“Hai preso le medicine?”, mi diceva.
“Sì”, dicevo, ma avevo smesso di prendere gli ormoni. In due mesi persi diciotto chili e mi spuntarono le tette. I baffi scomparvero. Pregavo l’angelo custode perché non mi succedesse. Anche i capelli mi erano ricresciuti e come era successo a lei, la mia voce stava cambiando.


Mi siedo sul letto. È sabato sera, lo sappiamo perché in televisione c’è Fantastico con la sigla finale cantata da Lorella Cuccarini e Alessandra Martines. Ci sono delle ballerini. La pelle dei loro corpi ha una bella colorazione.
“Gira”, mi dice.
“No”.
Adesso sono io che gestisco il telecomando.


Quando le tolgono le bende lei non ha più la faccia. I buchi del naso sono enormi, la pelle non ce la fa a coprire nemmeno tutti i denti. Un occhio è pieno di sangue.
“Come sono?”, mi chiede.
Non rispondo.
“Come sono?”, chiede di nuovo.


Le ho messo una parrucca, il contorno occhi a quello che resta dei suoi occhi, il rossetto sul suo unico labbro. Quello superiore.
“Perché lo stai facendo?”.
Voglio solo che sia bella e felice come quando la sera ritornava a casa con Antonio.
“Perché hai messo quello specchio?”, mi chiede.
Suonano alla porta.
“Non aprire”, mi dice.
“Non preoccuparti”, le dico.
Quando apro la porta, Antonio ha un mazzo di fiori e la giacca nera.
“Vieni”, gli dico, “ti sta aspettando”. Anch’io sono vestita bene. Ho messo i suoi stivali con i laccetti e la sua gonna marrone. Lui conosce la strada per la stanza da letto.
Mentre avanziamo nel corridoio mi chiedo quanto tempo resisterà.
“Annamaria, sei tu?, sei da sola?”, mi chiede mia mamma.
Antonio apre la porta. In un certo modo la riconosce, lei non ha la forza di portare le mani alla faccia per coprirsela. Però riesce a piangere. Mi chiedo che senso abbia provare ancora vergogna.
“Perché lo stai facendo?”, continua a dirmi.
Antonio non sa cosa dire, si porta la mano alla bocca. Ha un piede dentro e uno fuori dalla camera da letto. Gli prendo i fiori e vado a metterli nel vaso vicino la finestra. Cammino lentamente, impiego un tempo lunghissimo per arrivare alla finestra. Quando ritorno, lo prendo per mano, è alto il doppio di me, gli dico di venire con me nella mia stanza. Quando arriviamo gli chiedo cosa vuole che io faccia, lui mi dice di inginocchiarmi e si sbottona i pantaloni.


Ho una foto di mia nonna Annamaria. È in bianco e nero, anche se il colore principale è il marrone. È assieme ad altre cinque ragazze in una stanza grande che sembra un salotto. So chi è lei perché attorno la sua faccia c’è un cerchio fatto a penna. Sotto c’è scritto, “Mezza ora £ 5,50 – Un’ora £ 8,00”. Mia nonna e le altre ragazze ridono, sembrano felici. L’ho appesa con lo scotch allo specchio del bagno. Mia mamma non può alzarsi dal letto. Dal giorno che gli infermieri l’hanno portata non si è più alzata. Le vene delle gambe non funzionano più e provvedo io a lei. Ho comprato il rossetto e un fermacapelli bianco. Stendo il rossetto sulle labbra. Sento un sapore dolce, sulla confezione c’è scritto al gusto di fragola. Non ho mai mangiato una fragola. Traccio la linea con cura. La mia bocca sembra più grossa. Infilo il fermacapelli bianco, uguale a quello che ha mia nonna nella fotografia. Sono bellissima, ho deciso di chiamarmi Annamaria, sono uguale a lei.

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Il 30 gennaio, al Teatro Nuovo di Napoli, leggeranno il mio racconto Lettera a Scarlett Johansonn, per L'arte del racconto. Ingresso libero. Altre letture di Peppe Fiore, Cristiano de Majo e Massimiliano Virgilio.

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Fotocopie

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Da quando signora clara muorta io non tanto bene perché puochi soldi, però adesso abito con figlio di signora clara che piacciono maschiu e non lo so come si dice italiano ma napuli si dice ricchione. Napuli ha parola per tutto no bisogno di vocabolario italiano, lega dice che vogliono fare divisione a napuli già hanno fatto non aspettano figliu signore trota.
Casa di veronica ha piccolo balcone su mare, io siedo su sedia, piglio sole faccia, vento, sento pelle rossa, dico che è bello, mi viene lacrima, sento canzone di musica di signora che abita vicino, penso mia sorella romania, non lo so se lei pensa me napuli, lei nove anni più grande, sorella ma anche altra mamma, e veronica domanda tutto bene, io dico tutto bene, voglio solo prendere sole su faccia. Figliu signora clara da quando signora clara muorta ha parrucca di femmina bionda, reggiseno, gonna, e cambiato nome a veronica, prima signora clara viva lui carmine. Di notte prende fotografia di signora clara e chiama puttana e beve vino e dice maledetta, inferno, e poi mattina dopo va a cimitero e porta fiori e piange e chiede scusa, anche a me, a tutti chiede scusa. Io insegnato a mettere trucco, altre signore nel palazzo non salutano più noi ma veronica dice che adesso lei veronica, e da quando signora clara muorta, lui non ha più cordone ombelico e può decidere se maschio o femmina e lui scelto. Veronica ha negozio di fotocopie, io adesso lavoro fotocopie carte di identità, patenti, fax, lavoro compiuter, viene vecchio mi dà foglio io premo bottone verde esce foglio lui dà dieci centesimi. Io faccio piccole pile di dieci centesimi e quando sono dieci dieci centesimi io metto nella cassa. Veronica dice perché faccio pila io dico che non lo so. Certe volte macchina fotocopia si ferma io apre sportello uno o sportello due o sportello tre e toglie foglio, ogni cinque fotocopie io apre sportello tre, abbiamo visto istruzione forse funziona proprio così ogni cinque fotocopia apre sportello tre e toglie foglio.
A negozio di fotocopie ho conosciuto Marcello, lui macchina finestrini elettrica e divorziato con moglie che ha negozio libri. Marcello inizio veniva negozio fotocopie io facevo fotocopia e lui giorno racconta che moglie altro fidanzato e che adesso lui solo in grande casa. Io non lo so italia ma a Napuli tutti vogliono scupare. Tutti. Io e Marcello incontravamo in bar a piazza bellini, stavamo su sedie di legno e lui raccontava cose di suo lavoro di avvocato e prendevamo due martini e poi altri due e mangiavamo noccioline da ciotola piene sale e faceva sentire suo profumo su foulard e io adesso ricorda preciso l’odore e anche se viene vecchio a negozio di fotocopie e io sento quel profumo io ricorda marcello e noccioline e martini piazza bellini. Dopo noccioline andavamo in motel su autostrada e io sentivo odore foulard sulla sua pelle e mi piaceva sua schiena e da quando napuli, io ho sentito per prima volta come ruomania e nella stanza motel io quasi vedevo mia sorella in piccola cucina che tagliava patate e odore di cipolla e anche se tutto era schifo in ruomania e mia sorella portava maschi di paese nella sua stanza e poi loro dare soldi o gallina o pane secco e io dovevo aspettare nella cucina per uscire e mi chiudevo dentro armadio di pentole per non sentire, adesso era tutto quello che volevo vedere di nuovo e allora tenevo occhi chiusi per non perdere ricordo di mia sorella e marcello diceva apri occhi e io dicevo che non potevo perché era importante non dimenticare cose di ruomania e io chiedeva lui di spingere piano e di far durare tutto più tempo possibile.
Io torna a casa, marcello accompagna dentro macchina finestrini elettrica sentiamo canzoni dentro radio di pioner piena di luci, canzoni di america, di musica di sacs. Io sento musica che non mi piace, mi piace cantante napuli musica di signora vicina di casa però è bello stare dentro macchina finestrini elettrica. Marcello parcheggia mette quattro luci, bacio, dice venire domani, io sentire di nuovo odore foulard e tutto ricomincia. A casa veronica ha bevuto vino, faccia piena lacrime, trucco sciolto sopra barba nera, e rossetto come succo pomodoro fino a mento, e di nuovo brutte parole su fotografia signora clara dentro bara e ascolta su compiuter iutube discorso signore bin laden dice lui giusto che lui ha piano io spengo compiuter e dico veronica andare a dormire.
Poi marcello non è più venuto negozio fotocopie, veronica ha detto che normale. Io cercato lui a piazza bellini, aspettato tre giorni, venivano altre persone a sedersi su sedia vicino mia io dicevo loro che aspettavo mio fidanzato, ma mio fidanzato non venuto.
Allora io andata a negozio di libri di moglie divorziata. Ho aspettato prima di entrare, poi li ho visti insieme uscire da negozio e marcello no divorziato. Lui mi ha visto, io non volevo fare male perché lui per un momento ha fatto bene me e io forse volevo solo dire grazia e non ho detto niente, no importante lui divorziato, va bene anche se ha moglie negozio libri, veronica aveva detto me lui no divorziato, sono passata vicino, ho detto accendere sigaretta a moglie negozio libri, lei prende accendino da borsa dolce e gabbana, lui secondo me quasi ferma cuore, ma io non volevo fare male, volevo solo motel un’altra volta per tenere occhi chiusi. Io adesso faccio fotocopia, ogni cinque fotocopia aprire cassetto tre e togliere foglio. Fotocopia è meglio che signora vecchia dormire a casa perché notte io tengo occhi stretti e ricordo odore foulard marcello e anche mia sorella ruomania. Dico che domani mattina io comincio fare telefonata numero nascosta casa di marcello così lui capisce e viene a negozio di fotocopia e io spiego che adesso non se ne può andare anche se ha moglie no divorziata negozio libri borsa dolce e gabbana.

La prima parte di questa storia si trova qui

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Trema la terra, antologia di Neo Edizioni, dentro c'è il mio racconto Cherosene.

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Enne


Irene è la ragazza con il pantacollant rosa e l’ipod bianco che adesso sta correndo sul tapis roulant. Sembra una ragazza della pubblicità degli assorbenti. Arriva un’altra con le scarpe viola, anche lei sembra una degli assorbenti. Irene ha i capelli legati con un elastico, beve sali minerali e io sono a cinque metri da lei, seduto su una ridicola cyclette e peso centotrentadue chili.

Meno proteine, meno carboidrati, meno grassi, meno aria, meno televendite, meno patetici tentativi di scrivere un romanzo, meno richieste di partecipare a giochi televisivi, meno fialette per la caduta dei capelli, meno appunti sui tovaglioli, meno merendine al distributore della metropolitana, meno Gesù, meno seghe guardando Licia Colò.

Irene non esiste, l’ho inventata io. È stata la mia psicologa a chiedermi di crearla, potrebbe aiutarmi a smettere di mangiare.

Non è vero, Irene esiste, è la psicologa a non esistere. Mi piace questa cosa che una donna mi dica di costruirmi un’altra donna. Comunque la psicologa la immagino uguale a Licia Colò. Ha uno studio a Posillipo, io mi stendo sul lettino e piango e lei mi dice che tutto si aggiusta e che ogni lacrima quando tocca il suolo evapora e si trasforma in una cosa potente e magnifica e che tutto dura per sempre e che io non devo avere paura. Sento le sue labbra sfiorarmi la cartilagine dell’orecchio mentre mi sussurra che non devo avere paura.

Una volta ho detto alla mia psicologa che sono così grasso perché ho mangiato me stesso. Lei prima ha provato a sorridere e poi mi ha spiegato che da un punto di vista teorico la cannibalizzazione di se stessi non è da escludere e che si può essere contemporaneamente il dente che mastica e la carne che viene masticata.

Certi giorni, quando sono steso sul lettino, parlo solo di Irene. Una volta ho usato trentasette aggettivi per descrivere i suoi capelli e la cosa buffa è che Irene non conosce nemmeno il mio nome. La nostra relazione è impari. La psicologa dice che tra me e Irene non c’è alcuna relazione e che devo smettere di inventarmi le cose. Allora io la guardo e penso che con un battito di ciglia potrei far esplodere questa stanza e farla sparire e mentre carico di energia i muscoli che si occupano delle palpebre, sento l’odore di Irene fortissimo nel naso e mi placo.

È troppo facile collegare il mio desiderio per Irene al fatto di averla vista in palestra. È il posto nel quale io cerco la salvezza. Questo l’ha caricata di poteri guaritivi che vanno oltre se stessa. Per questo non riesco a masturbarmi pensando a lei, perché nonostante esista davvero, parte della sua bellezza, è stata generata dalla mia immaginazione. Lei ha fatto poco. A ogni modo, ho necessità di guardarla. Cerco di andare in palestra sempre quando c’è lei. La guardo di rimbalzo attraverso gli specchi. Non voglio che lei si senta infastidita dal mio sguardo.

Meno internet, meno Buondì Motta, meno metropolitane affollate, meno traffico, meno tempo da solo a casa, meno libri, meno volantini di Expert, meno adozioni a distanza, meno programmi dove cantano i bambini.

Non è vero, la psicologa esiste. Si chiama Isabella e riceve dal lunedì al giovedì perché il venerdì ha uno studio a Benevento. I suoi capelli sono corti e quando mi siedo fa partire un cronometro che scala cinquanta minuti. Mi ha detto che non sono il primo a sostenere che lei non esiste. Lei come psicologa, intende. Se rimuovi il dottore è perché stai cercando di rimuovere la malattia. Isabella dice che se uno davvero si concentra può far sparire tutto.

Non voglio che Irene sparisca, dopotutto mi sembra indispensabile all’economia del mio dolore. Non sono innamorato di lei, non le ho mai parlato, carca di starmi sempre lontano, specie quando sta con l’altra ragazza con le nike viola.

Alla fine di questi cinquanta minuti, sparirai. Avvicina la sua faccia alla mia, i nostri nasi quasi si toccano. Io non esisto; Isabella mi spiega che sono una sua invenzione. Lei non è una psicologa, ma la paziente di una psicologa e io la sua visione. Mi racconta con voce calma, che mi ha visto la prima volta al funerale di suo padre. Aveva quattordici anni. Di quel giorno ricorda solo due cose, la gonna lunga nera con ricamo bianco sull'orlo e questo incredibile ciccione che le parlò. C’erano tutti i parenti, eravamo al cimitero, io mi avvicinai e le dissi che ero un amico di suo padre. Era impossibile che suo padre non le avesse parlato di me, e pensò che in fondo di lui non conosceva nulla. Parlammo di alcuni regali che il padre le aveva fatto due anni prima. “Mi raccontasti del dolce forno”, mi dice. “Mi ricordo”, rispondo. Il giorno seguente al funerale chiese all’intera famiglia, ma nessuno mi conosceva, e soprattutto, nessuno mi aveva visto. Un medico le diede delle pillole e lei non mi vide più. Due mesi fa il marito l’ha lasciata, le ha confessato di avere una relazione da oltre un anno. Durante un litigio furibondo l’ha accusata di essersi lasciata andare e di essere ingrassata, e io, dopo diciannove anni sono ritornato da lei. Dice che sono vestito uguale. L’ho aspettata fuori l’ascensore di casa sua, le ho offerto una Vigorsol e poi ha cominciato a incontrarmi al turno in palestra.

Isabella mi ha chiesto di sedermi di fianco a lei sul lettino. Sta cominciando a respirare a intervalli regolari. Da qualche parte c’è una voce che le dice che se chiude gli occhi può farmi sparire. Ancora un momento, le dico, non voglio, ho paura, eppure ricordo benissimo quel giorno al funerale di suo padre, la sua gonna lunga, ma sono gli unici ricordi che ho, oltre questo non esiste niente. E mentre lei respira, sento un dolore fortissimo per il distacco da Irene, da Isabella e tutto diventa trasparente.

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Zero otto uno



Passavo la mattina chiuso nella mia camera a guardare i siti porno. Le immagini sul monitor erano ripetitive, alcune pose patetiche, la mancanza di originalità nella pornografia era avvilente, mi faceva male la pancia, dopo un’ora cominciavo a piangere. Avevo la nausea di tutta quella carne. Erano giorni difficili, pensavo non ne sarei uscito vivo.

Mia mamma aveva capito e ogni tanto staccava il contatore. Non lo staccava direttamente, le bastava accendere il forno elettrico e la lavatrice assieme e saltava. Si sentiva lo scatto e poi il monitor diventava nero.

C’era un contatore generale del condominio e altri più piccoli destinati a ogni abitazione. Quando mia mamma accendeva il forno scattava quello generale e l’intero condominio restava al buio. Il contatore era in una cassetta di alluminio al piano terra, bisognava scendere e rialzare l’interruttore. Qualcuno aveva infilato un santino nel vetrino del contatore. Io che non ero ancora sicuro di certe situazioni, prima di andarmene mi facevo il segno della croce, dicevo un angelo custode e chiudevo lo sportellino.

L’unica maniera per poter parlare con noi era quella di lasciare un messaggio in segreteria. Il telefono era un modello Samsung ST-4 con la segreteria incorporata e si era guastato. Quando arrivava la chiamata partiva la segreteria e non c’era maniera per staccarla. Non potevamo nemmeno telefonare, bisognava per forza lasciare un messaggio, poi io o mia mamma andavamo al telefono pubblico. Eravamo gli unici a usare ancora il telefono pubblico nel quartiere.
Scoprii molte cose delle persone con quella storia dei messaggi. Ogni messaggio era un testamento pieno delle loro paure e dei loro mille tic. Certi non telefonavano, erano terrorizzati dall’idea di parlare con una macchinetta.
“Hanno paura del silenzio, questi cacasotto”, diceva mia mamma.
Non era da escludere, e in qualche maniera il silenzio aveva a che fare con la paura del buio e della morte.
Prima di cominciare a parlare si presentavano e dicevano cose tipo, ciao sono Ornella, tua figlia, ciao sono Umberto, il tuo dentista. Era interessante sapere come ognuno si percepiva all’interno della tua vita. Buongiorno, sono il vostro antennista, e come dire, la casella antennista veniva definitivamente completata per il resto della nostra vita.
“Gesù, hai chiamato un antennista?”, disse mia mamma.
“No”.
“Incredibile, bisognerà richiamarlo”.
Alcuni venivano sotto casa e citofonavano, altri ci mandavano telegrammi chiedendoci di essere ricontattati.

La verità è che a noi quella cosa delle segreteria piaceva. Prevedeva una disciplina da parte di chi chiamava. Avevamo persino scoperto che alcuni, i più deboli, i più insicuri, prima di telefonare, scrivevano il loro messaggio su un foglio e lo leggevano, con patetica precisione.

Ogni messaggio aveva un numero sul display della segreteria. I numeri erano composti da esagoni verdi luminosi che lampeggiavano fino a che non si ascoltava il nuovo messaggio. Il centoundici per esempio, era il messaggio nel quale i carabinieri ci dicevano di aver ritrovato la Simca verde con all’interno il corpo di una ragazza morta da quattro giorni. La Simca di mia mamma era una delle quattro ancora in circolazione a Napoli (messaggio ACI numero settantaquattro).

Per orientarci avevamo un foglio con scritti i numeri dei messaggi e il loro oggetto. Lo compilava lei, con la sua grafia nervosa durante il pomeriggio mentre prendeva il caffè e guardava le trasmissioni su rete quattro.

Mia mamma si vedeva con Fabiano, lo aveva conosciuto a latino americano. Veniva solo due notti a settimana perché era sposato e si chiudevano nella stanza di mia madre e io alzavo il volume della televisione al massimo e andavo a dormire nell’ascensore.

Era impossibile cancellare i messaggi dalla segreteria. In due anni ne avevamo accumulati centinaia sulla cassettina magnetica. Il modello di conversazione che avevamo adottato al di fuori della nostra famiglia era il seguente: tu chiami e parli, poi noi consideriamo se risponderti

Classifica dei messaggi più ascoltati:
1 Clarissa che mi lascia (messaggio novantuno)
2 Zia Sofia che annuncia la morte di mia nonna (messaggio quattordici)
3 Ricetta del risotto coi funghi lasciata dall’estetista di mia mamma (messaggio centoventisei)


La segreteria, oltre a sfasare il nostro sincronismo nella conversazione, aveva anche un effetto antidolorifico. Il più doloroso dei messaggi, diventava scialbo e familiare se lo ascoltavi cento volte. La voce di chi ti stava colpendo al cuore, mano a mano che la riascoltavi, diventava meno affilata, le parole ridicole, le pause tra una sillaba e l’altra interminabili, tutto diventava lanuginoso. Pensai che il dolore in generale avesse un rapporto con il tempo e con il numero di volte che si presentava.

Tornai a casa, mia mamma stava compilando il quaderno: “Clarissa ti ha lasciato si è messa con quello che lavora con lei, è il messaggio novantuno”. In questa maniera appresi del termine della mia vita amorosa, riepilogabile in quarantuno messaggi totali. Approfondii la questione con Clarissa poche ore dopo, non prima di aver sintonizzato il monitor del mio computer sulla più grande rivendita di carne mai allestita.
Ascoltai senza troppa attenzione la sua voce leggere una tabella comparativa che aveva stilato tra me e il suo nuovo collega. Durante la conversazione, guardai per la millesima volta i cazzi che qualcuno aveva disegnato sulla plastica arancione del telefono pubblico. Sotto ogni cazzo c’era una piccola scritta, sembrava una didascalia, con il nome di una donna o il nome di una squadra di calcio. Nella tabella che Clarissa leggeva, venivano esaminati tutti gli aspetti caratteriali, e quelli di ordine pratico, fino alle derive religiose. (Non potei fare a meno di pensare al santino nel vetro del contatore). Tra me a il suo nuovo collega, c’era solo un pari alla voce 'dolcezza'.(Avrei preferito il pari alla voce lunghezza del cazzo). Alla fine, dopo aver ascoltato tutto, convenni che aveva ragione. Era inutile tentare una difesa, mi veniva da chiederle scusa, io non lo so, ma ho sempre chiesto scusa a tutti. E guardando sul display la cifra del credito disponibile diminuire, riagganciai.

Quella notte venne Fabiano a casa, era tardi, si sentivano dei cani abbaiare. Presi la coperta e andai a dormire nell’ascensore. La cabina andava su e giù per i cinque piani del condominio, ma il mio peso sulla pedana non faceva aprire le porte.

Messaggio centoquarantasei, autrice mia mamma: “Fabiano si trasferisce da noi, c’è stato un problema con la moglie, sono incinta”. Scrissi ‘puttana’ con il rossetto sullo specchio della sua camera da letto.

Fabiano non era male, lavorava tutte le notti alla scuola di danza e forse tradiva anche mia mamma. Una mattina scavai nella parte di armadio che aveva occupato. Il contenuto era incredibile, pantaloni di raso con le pagliette e camice con il collo a punta erano le sue patetiche tenute da lavoro.

Il figlio di mia madre nacque il giorno di Ferragosto. Io non andai all’ospedale, Fabiano quella sera aveva una cena spettacolo con quaranta ballerini di Caserta e mia madre mise al mondo il bastardo numero cinquemiliardi e uno da sola e da sola restò per i tre giorni seguenti nella camera diciotto al terzo piano dell’ospedale Loreto Mare.

Il bastardo lo tennero nella loro stanza e quando compì due mesi, il giorno preciso intendo, Fabiano non si presentò a casa nostra e ritornò dalla moglie. Il maestro di danza dovette pensare che due mesi fossero abbastanza perché il bastardo potesse cavarsela da solo. Nel messaggio centosessantadue, Fabiano ripeté a mia madre che ne avevano già parlato e che tutto era già stabilito. “Ciclico”, avrebbe detto in seguito mia madre. Ascoltò quel messaggio una sola volta e lo annotò sul foglio con: messaggio centosessantadue, oggetto: abbandono. Poi, mentre mangiavamo biscotti danesi da una scatola di latta, mi raccontò che era tutta la vita che gli uomini l’abbandonavano e che anche mio padre aveva fatto lo stesso e anche il padre di mia sorella e anche suo padre quando lei aveva sei anni e che tutti in fondo eravamo figli dello stesso uomo.

Allora, adesso che eravamo figli e fratelli e amanti, registrammo il nuovo messaggio della segreteria. Il testo lo scrivemmo assieme ma lo registrò lei, con la sua voce: “Ciao, questa è la segreteria di Elena, di Marco e adesso anche di Luciano. Se vuoi lasciarci un messaggio noi lo ascolteremo, ma ci sono delle cose che devi sapere. Siamo fragili, le nostra ossa sono di polistirolo, la nostra carne di sughero. Devi parlare piano e pronunciare il tuo numero di telefono lentamente scandendo bene i numeri. Ripetilo almeno due volte. Riassumi la questione in poche parole. Se non sei sicuro di qualcosa non lasciare nessun messaggio. Se consideri di farci del male, non lasciare alcun messaggio”.

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 Sono sempre stato bravo a trovare i soprannomi alle persone.

A quella grandissima puttana, che adesso m’ha lasciato,

per esempio,

io avevo trovato proprio quello preciso.

Ora guardo le televendite e gioco a Football Manager,

sto portando la Stabiese in Champion,

e sbaglio apposta i numeri di telefono.

Ho conosciuto una di Grosseto,

siamo diventati amici,

dice che c’è una cometa che il 22 maggio duemilaventuno colpirà la terra,

e tutto sarà finito.

Da tre settimane dormo in macchina,

sotto il portone della troia,

ogni tanto viene la polizia e mi portano in questura.

Mi hanno preso i pollici.

Agli sbirri ho raccontato tutta la storia,

uno di loro m’ha detto,

anche se questa cosa non deve saperla nessuno,

che lui l’avrebbe ammazzata al posto mio, la bagascia.

Dice che può procurarmi una pistola.

Poi mi dicono di andare a casa

e io vado di nuovo a dormire in macchina,

a contare i giorni fino al duemilaventuno.

[leggi tutte le mie poesie sceme]

 

 

 

 

 
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La direzione declina eventuali responsabilità sulla trasmissione di forme di sifilide poco conosciute contratte durante copule consumate, anche se onestamente pagate, nell' hotel Messico./font>

***

Mi chiamo Gianni Solla, 36 anni. Zoppico per finta quando attraverso la strada bloccando il traffico. Lo faccio solo per provocare il senso di colpa cosmico nelle persone. Raccolgo i punti del latte e i punti della benzina. Spero di vincere il borsone entro Ottobre. Ho studiato la chitarra elettrica per dieci anni ma ho sempre avuto problemi con il mi bemolle. Per suonare una canzone devo accertarmi che dentro non ci sia il mi bemolle. Anche il fa minore mi ha sempre dato problemi. Abito a Napoli in un quartiere più pericoloso della striscia di Gaza. Da piccolo le maestre dicevano che ero un bambino precoce mentre mio padre diceva che ero mezzo scemo. La partita è ancora aperta.

* Non lo so se il sito si vede bene a 800x600 o ad altre risoluzioni perchè non capisco niente di grafica, però vi dico che a casa mia e anche da Gerry si vede bene, quindi se non vedete bene il sito avete un problema. Se ci tenete a sapere cosa c'è scritto comunque potete sempre chiamarmi al cellulare e vi leggo tutto che tanto ho l'autoricarica. Tutto quello che trovate scritto è mio quindi non fate i figli di di puttana perchè vi rigo la macchina. La cornice attorno al titolo l'ho presa da Rolling Stone ma tanto quelli sono rock&roll e non s'incazzano. 

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