Hotel Messico il sito con i denti gialli - Gianni Solla
[ A questo punto ci sono un paio di cose che dovete sapere. La prima è che siete
tutti in pericolo. L'altra è chi sono io. In ogni caso, stiamo parlando della
stessa cosa.> ]
Vanni Santoni su Scrittori Precari:
«Mi è piaciuto molto poi – e meno male, perché era anche un libro che attendevo – Il fiuto dello squalo di Gianni Solla (Marsilio). Chi non aveva un blog nei primi anni duemila non può capire. Quando eravamo blogger, stavamo in un mondo a parte, in cui i blog parevano centrali al mondo e alla sua rappresentazione. E i blogger migliori erano non meno che avatara, incarnazioni divine in forma di pagina splinder del rapporto tra il mondo e noi. Gianni Solla era uno di costoro, e va da sé che da qualcuno che a suo tempo era stato un mito mi aspettavo un romanzo non meno che ottimo. Le aspettative sono state ripagate. È ottimo, e divertente, e dolente, e definirlo pulp sarebbe davvero molto riduttivo. Leggetelo e vi verrà voglia pure a voi di fracassare il naso allo Squalo, salvo poi accorgervi che lo Squalo eravate voi stessi.» http://scrittoriprecari.wordpress.com
Naples Power è il nuovo disco degli ‘A67. Il progetto (prodotto da Free-d Music e distribuito da Universal) è articolato in un disco e un libro ed è l’omaggio a quel movimento musicale e culturale che alla fine degli anni ’60 cambiò la scena musicale italiana. Ho avuto l’onore di poter scrivere assieme ai grandi scrittori della mia città. Ecco l’elenco degli autori: Alessandra Amitrano, Pino Aprile, Maurizio Braucci, Riccardo Brun, Massimo Cacciapuoti, Peppe Lanzetta, Rossella Milone, Davide Morganti, Valeria Parrella, Roberto Saviano e Gianni Solla. Prefazione di Carlo Lucarelli, e postfazione del giornalista Sandro Ruotolo.
Sono un cane di cancello,
quando abbaio faccio gli occhi rossi,
si alzano le vene del collo,
per il cortile si sente solo il mio cuore nella cassa toracica,
e se avessi denti più forti,
mangerei il ferro delle sbarre che proteggo.
La sera mi fa male la gola,
e quando dormo sogno di mangiarvi gli occhi,
di leccarvi la spina dorsale,
di strapparvi il naso dalla faccia,
ma la notte non devo abbaiare,
mi chiudono nel garage,
dormo sul tappeto,
sento le macchine,
vorrei corrergli dietro,
e abbaiare alla luna.
Ci sta uno che lo schifo,
passa dall’altra parte della strada,
quant’è ver a maronn se si fa più vicino lo uccido,
voglio scavare nella sua pancia coi denti,
io vi schifo a tutti,
ma a questo di più,
è secco, non ci posso pensare,
mi fa uscire pazzo,
deve stare lontano dal cancello,
se passa più vicino sfondo tutto,
me lo mangio mentre piange,
cerco di tenerlo vivo il più possibile,
lo devo uccidere lentamente,
non fa niente che sono un ciwawa alto venti centimetri,
ho un cuore tenebroso e nero per uccidervi tutti quanti.
La ragazza che chiude gli occhi
Ingrandisco la foto con il tasto destro, ci sono migliaia di meduse arenate sulla spiaggia, due bambini le toccano con un bastone, chiudo la finestra di firefox, regolo il flap del condizionatore, scrivo su twitter “voi non esistete”, ritorno su youporn, ci sono un nero e due bianche, il volume del portatile è a quattro, vado in cucina, mi fa male la pancia, sulla tavola ci sono due bustine di wurstel aperte, vado a vomitare, resto inginocchiata, dallo stomaco non esce più niente, riapro il frigo, prendo una bustina di wurstel, ne sfilo uno, comincio a masticare, ritorno in camera, il nero è seduto sul divano, una gli è salita a cavalcioni, ha la schiena piena di nei, non mi ricordo come rivedere le meduse, mi arriva un messaggio sul blackberry, mastico un altro wurstel, vado a vomitare, è finita la carta, uso la canottiera, esce solo saliva, ritorno in camera, ho due nuove notifiche su facebook, vado su twitter e scrivo “ho vomitato quarantasette volte”, ritorno al video del nero, prendo due aulin, le giro nel bicchiere, bevo, ritorno a letto, il dolore alla pancia è più forte, vado a vomitare, caccio il wurstel e l’aulin, prendo una multicrentum, la faccio sciogliere sotto la lingua, mastico un altro wurstel, il nero sta venendo in faccia a una, la ragazza chiude gli occhi, ritorno indietro di due secondi, rivedo il momento esatto in cui li chiude, mi arriva un sms della tre, vomito il wurstel prima di arrivare in bagno, sporco la scrivania, il cuscino della sedia, pulisco con un fazzoletto di carta, è solo acqua calda, prendo un wurstel dalla bustina, comincio a masticare, forse oggi pomeriggio mi uccido, lo scrivo su facebook, “forse oggi pomeriggio mi uccido”, mi arrivano dodici mi piace, qualcuno mi ha iscritta a un gruppo sugli scrittori emergenti, prendo un wurstel, mastico, spengo il condizionatore, mi arriva un sms di mio padre, prendo una vivin c, la sciolgo nel succo di frutta, tengo la bocca chiusa, sento le bollicine nella gola, conto fino a dieci, a undici vado in bagno, vomito, sento wurstel, vivin c, bactrim, aulin, rio mare, fetta biscottata, oro saiwa, mi pulisco con il pantaloncino di intimissimi, suonano il citofono, Roberta mi sta aspettando, mi metto la maglietta con la scritta di pagliette, mastico un wurstel, infilo le scarpe, esco senza chiudere a chiave, vomito nell’ascensore, resto accovacciata fino al piano zero, entro in macchina, accendo l’aria condizionata, faccio fermare Roberta fuori da un supermercato, compro quattro confezioni di wurstel, un pacco da dodici di fazzoletti, mastico un wurstel, Roberta ha gli occhiali da sole enormi, mi racconta quello che è successo ieri sera a casa della madre, dice “puttana”, non capisco se ce l’ha con me o con la madre, siamo in un posto dove il blackberry non prende, “muoviamoci”, dico, poi dice nove volte la parola “paura”, vomito fuori dal finestrino, poi memorizzo le parole “trecento euro” e “fotocopiatrice”, mastico due wurstel, Padova è piena di traffico, vomito sul sedile, i pezzi non sono nemmeno masticati, “attenta”, “macchina”, “puttana”, accendo la radio, c’è una trasmissione con gli scherzi, poi c’è la pubblicità di un mobilificio, cambio, ritorno agli scherzi, mastico un wurstel, vomito, “cristo” e “scendi”, prendo un taxi, il tassista parla di un incidente che ha visto la mattina, vomito sul sedile posteriore, ogni volta è sempre più scuro, il dolore alla pancia è sempre più forte, lui non se ne accorge, mi faccio accompagnare sotto casa di mio padre, citofono cinque volte, non risponde, salgo fino al suo appartamento, suono, non risponde al cellulare, l’autobus che prendo è pieno di cinesi, vomito, uno mi viene vicino, mi parla ma non lo sento, mi addormento per dieci secondi, i cinesi fanno fermare l’autobus, dicono che devo chiamare qualcuno, scendo, mi fermo in un negozio benetton, provo una maglietta, la commessa ha un orecchino sulla lingua, stanno ascoltando i REM, vomito nel camerino, pago con il bancomat, sbaglio due volte il pin, chiamo un taxi, c’è un buco nella tappezzeria, abbandono la maglietta di benetton sul sedile, sono a casa, vomito al secondo piano, il portatile è aperto, il video del nero è andato in loop, ha girato per ventisei volte, ventisei volte sulla faccia della ragazza che chiude gli occhi, leggo l’ultima email di mio padre, c'è la parola “scusa” quattro volte e le parole “incidente”, "retromarcia" e il nome di mia sorella, mastico un wurstel, preparo una muscoril, me la faccio sulla gamba, vomito, non ho la forza di togliermi i pezzetti di wurstel dal collo, piango, vorrei di nuovo la maglietta di benetton, la muscoril mi ha fatto bene, non sento più il dolore nella pancia, mi tocco la lingua, penso a come deve essere infilarci un orecchino, non ho più voglia di masticare, chiudo gli occhi, non si muore con la muscoril, mi addormento, mi sveglio, scrivo su twitter “sono morta da venti minuti”, mastico un wurstel, apro la finestra, salgo sul davanzale, da dove sono sento l’odore della piastrina per le zanzare, devo solo chiudere gli occhi di nuovo e dormire per dieci secondi, ho le braccia lungo il corpo, penso alle meduse che dormono sulla spiaggia, tengo le mani vicino alle gambe, già non mi sento la spina dorsale, la testa, i wurstel dentro la gola, adesso, sotto ci sono delle macchine, farò rumore.
“Esci, muoviti, non mi sento bene”.
Non gli piace quando la madre gli parla del proprio corpo. Pensa che poteva dire solo “esci”.
“Muoviti, gesùcristo”.
Bussa di nuovo alla porta, il vetro trema nel telaio. Pensa alle mutande che questa mattina sua mamma ha lasciato sul davanzale della finestra del bagno.
Filippone si alza dalla tazza, è seduto da venti minuti, non ci è riuscito. Non si pulisce, vorrebbe restare seduto e svuotarsi del grasso che ha sotto il collo e sulle braccia. Lui lo sa che il vero Filippo è stato mangiato dal Filippone che pesa centodiciotto chili.
“E muoviti”.
Quando Filippone apre la porta, trova la madre con un assorbente chiuso in una bustina viola nella mano destra e una Merit accesa nell’altra. Ha la tuta Adidas e lui lo sa che adesso lei si siede e si mette a chattare con l’Iphone, perché le controlla il profilo di Facebook. Si è finto un uomo che si chiama Valerio e ha messo una fotografia presa dalla pagina di un altro iscritto. È un uomo magro, coi capelli lunghi, il naso dritto, i denti bianchi. Nella foto che ha preso, è steso al sole su un asciugamano. Filippone ha copiato una foto della ragazza di Valerio, si chiama Lina e ha un tatuaggio a forma di tartaruga sull’avambraccio sinistro. Sua madre ha cominciato a fare la stronza con Valerio, “quando ci vediamo, hai mai tradito la tua ragazza, come ti piace farlo, ti piace nel culo, io non ho figli sono una donna single, lo sai come vanno queste cose”.
Filippone le ha scritto che va in palestra tutte le sere, mangia ottanta grammi di carboidraiti per pasto, e lui e Lina al supermercato prendono solo le barrette Vitasnella e lui la sera si mette la crema al Q10 sulla faccia.
“Mi parli sempre di questa Lina”, ha risposto sua madre nell’ultima email.
Sul Corso San Giovanni a Teduccio si sentono solo gli allarmi delle macchine, è notte, Filippone e Renato sono sul motorino.
“Filippo’, se pigli un altro fosso qua sfondiamo tutta la madonna”.
Filippone abbassa la testa per cercare l’aerodinamica. Ha smesso di parlare da quando hanno superato il ponte dei francesi. Gli piace sentire il vento sulla faccia. Accelera, il motorino sale di giri, il serbatoio è pieno di miscela, Renato si stringe alla vita di Filippone, lo sa che se cade Filippone non si ferma. Stringe il più possibile e pensa che Filippone dovrebbe fare qualcosa per quella pancia.
Passano sotto il ponte del Bronx, fuori il laghetto, superano il cimitero, Renato si fa il segno della croce, “gesù cristo mio proteggimi, anche a mia sorella Eugenia pure se si è messa con un testimone di genoa, a mio padre e mia madre, angelo custode, eterno riposo, a maronn m’accumpagn, fammi pigliare una bolletta alla snai”.
Filippone ha una specie di paura che alla fine qualcuno lo viene a sapere perché i segreti con gli amici hanno due soli destini possibili. Filippone pensa che al limite lo uccide a Renato.
“Filippo’ i fossi, grazie”.
Lo fa apposta a prenderli , vuole capire chi dei due ha la schiena più forte. I suoi centodiciotto chili contro i sessanta scarsi di Renato. Filippone pensa che può prendere tutti i fossi del Corso San Giovanni e di Ponticelli, lui e la sua schiena sono una cosa sola. Via Traccia è piena di luci e si sente la puzza di benzina delle cisterne della Kwait.
“Gesùcristo mio non fare mai fermare questo motorino”, pensa Renato e fa un’altra croce.
Il ponte dello scasso è buio, Filippone in tasca tiene trentasei euro presi dal cassetto della madre e pensa che ha diciannove anni e non ha mai scopato e la prima se la sta andando a fare con un ricchione che Renato dice essere uguale a una femmina e non riesce a smettere di pensare: ma non era meglio una femmina? Non era meglio non pagare anche se ho questa macchia viola sulla faccia, e meno male che peso centodiciotto chili e tutti mi rispettano.
"Filippo’ a noi le femmine ci schifano, pure ci dobbiamo fare uno schifo di chiavata con una che non ci guarda nemmeno in faccia. Stammi a sentire, è meglio che iniziamo così. Già sto intostando, ti faccio vedere che è meglio di una femmina”.
Filippone pensa alla mamma e all’ultima email che gli ha inviato. "Ciao Valerio, per me va bene, possiamo fare come dici tu, porta la macchina fotografica e ci possiamo prendere pure la pasticca".
Gira la manopola del motorino, la marmitta fa rumore, una macchina li supera troppo da vicino. “Voglio una femmina”, dice Filippone a bassa voce.
“Che hai detto Filippo’?”.
Non gli risponde ma gli viene da piangere, spinge il motorino fino a sessanta, c’è un po’ di discesa.
“Tutto questo vento negli occhi, ti fa lacrimare”, pensa.
Filippone spera solo che nessuno li abbia visti quando da Via Brin hanno girato per Via Traccia, perché se vai dietro allo scasso di notte puoi solo andare a ricchioni. Filippone sa com’è fatta una femmina perché lo ha visto su youporn e pensa che le femmine di San Giovanni a Teduccio devono essere uguali a quelle di internet. Non ha mai toccato un neo, un ginocchio, una mutanda. Filippone ha distrutto la faccia di Carmine sul marciapiede perché gli ha rotto il parafanghi del motorino, ma non ha mai dato un bacio con la lingua perché è chiatto, ha la faccia di due colori, e mangia quattro pacchetti di Pringles al giorno.
"Io lo so come sono, ma non è giusto lo stesso". La frase gli è uscita a un volume più alto di quanto avrebbe voluto.
"Filippo’ un giorno io e te facimm nu clan e sparamm in bocca a tutti quanti e ti faccio vedere quante femmine ci chiaviamo, lo sai com’è a mettere una pistola in bocca a uno? Deve essere tale e quale a mettercelo in bocca, e poi quando spari la testa di quello salta per aria. Alle femmine ci piacciono quelli che sparano, più spariamo più chiaviamo, se non sei buono a sparare secondo me non sei buono nemmeno per chiavare e le femmine lo sanno come funziona".
Prima di uscire Filippone ha fatto la doccia con il Felce azzurra, poi ha fatto due passate di borotalco e ha spruzzato sulla canottiera il Pino silvestre. Pensa che è un peccato se il vento e la puzza delle cisterne di benzina gli hanno portato via l’odore di vapore del suo bagno.
“Sta là”, dice Renato, “devi andare ancora dritto, ci vogliono altri due minuti, sta fermo in una macchina, lo devi chiamare Nunzia, ma si chiama Gaetano e lavora da un elettrauto a Gianturco”.
Il motorino si avvicina alla macchina. È una cinquecento nuova, nera, le uniche luci accese sono quelle blu dello stereo. Sta ascoltando Beethoven. I led si illuminano tutti quando entrano gli archi.
"Filippo’ te l’ho detto che è una cosa seria, mica si sente i cantanti napoletani, senti qua".
"Uno alla volta", dice Nunzia, "ma quanti anni c'avete?".
Renato scende dal motorino. È alto la metà di Nunzia, ha i capelli con la gelatina e le Nike nere.
"Un giorno di questi io e il mio socio ti spariamo in faccia ma per il momento ti mettiamo solo il pesce in bocca, vediamo di muoverci".
Poi fa la pistola con pollice, indice e medio e spara.
"Prima il chiattone", dice lei.
Filippone pensa che è tutta la vita che lo chiamano così. Chiude gli occhi e immagina Valerio con Lina sulla spiaggia, poi li immagina in un ristorante coi tavoli vicino al mare e lui che le tocca il braccio con la tartaruga e lei che dice: "i tuoi capelli sono bellissimi".
Renato si siede sul motorino, da’ gas e sparisce nel buio.
"Entra", dice Nunzia.
Adesso sono in macchina, Nunzia sta facendo un bucchino a Filippone. Lui non ha capito se gli piace. "Su youporn sembrava meglio, le ragazze stanno sul divano, prima dicono delle cose in americano nella telecamera, poi si inginocchiano e lo prendono in bocca e ridono e il mondo è bellissimo e io vado lento perchè altrimenti finisce troppo presto e sotto youporn ho la schermata di facebook e un nuovo messaggio di mia mamma che dice "valerio, non mi scrivi più", e poi c’è la categoria degli uomini chiatti e le ragazze youporn ridono comunque perchè a loro non interessa, non è come a San Giovanni a Teduccio, qua invece sento una puzza e la macchina è stretta e Nunzia ha l’avambraccio pieno di vene e forse dovrei solo chiudere gli occhi, ma non appena lo faccio, vedo mia mamma e Valerio che scopano in una macchina ferma sulla piazzola della tangenziale".
“Come ti chiami?”, ha chiesto Nunzia.
Filippone pensa che è un peccato se non si sente più l'odore di borotalco.
“Valerio, sono un uomo single, lo sai come vanno queste cose”.
“Come no”.
Filippone ogni tanto si alza dal sedile per controllare che Renato non sia già tornato. Sente la lingua attorno al cazzo e sta in ansia per il motorino. Pensa che quando uscirà da quella macchina cambierà il suo nome in Valerio, forse diventa come lui con tutti quei capelli e potrà avere Lina, la porterà a casa e lei e sua madre diventeranno amiche e Lina le spiegherà che non sta bene vedersi con uomini di facebook e girare con gli assorbenti in mano per casa se hai un figlio maschio anche se pesa centodiciotto chili. Nunzia si stacca da Filippone e si abbassa i pantaloni. Lui pensa che adesso glielo deve mettere nel culo e quelle cosa là, invece Nunzia caccia un cazzo rosso e doppio e dice a Filippone di abbassarsi e di aprire la bocca che adesso è venuto il suo turno. Filippone si inginocchia sul sedile e apre la bocca e lo prende in bocca e Nunzia dice cose tipo: più piano, più veloce e lui pensa che avrebbe dovuto dirgliele anche lui quando era il suo turno e Nunzia gli stringe la testa con le mani e gli accarezza il collo e pensa che quello deve essere l’amore perché quello è un abbraccio e quel bucchino che adesso sta facendo è una specie di bacio e anche se tutto è sbagliato, è bello lo stesso, e lui non è mai stato così vicino a un’altra persona, non lo sa come è con le femmine, ma quello già va bene e pensa che non può rischiare, e meno male che ha il coltello sotto il sellino del motorino e sulla strada del ritorno deve per forza ammazzare a Renato.
Quattro giorni dopo che Loredana mi ha lasciato, vado dal dottore perché non riesco a respirare. Il dottore appoggia l’orecchio alla schiena, e mentre respiro forte, come mi ha chiesto di fare, comincio a piangere.
“I polmoni non hanno niente”, dice.
La prima volta che ci siamo baciati, aveva una magliettina verde con due bottoni, eravamo fuori dal Mcdonald’s sulla tangenziale, mi venne una colica, mi accompagnò al Policlinico, le indicai la strada dal sedile di destra, gli infermieri mi chiamarono per nome, era la terza in un mese.
Tornati a casa, mi fece una Voltaren, poi facemmo l’amore. Le chiesi di metterci sotto le coperte perché non volevo che prendesse freddo.
Era tardissimo, uscii per comprarle uno spazzolino. Trovai una farmacia ventiquattrore, il commesso mi chiese se lo volessi con le testine morbide o medie. “Morbidissime”, dissi, “ne ha uno con le piume?”.
Loredana era fidanzata con Marcello. Tecnicamente non mi ha mai lasciato, ha solo smesso di fare l’amore con me tutte le mattina nel mio appartamento no termoautonomo al quinto piano di questo schifo di palazzo.
La mia nuova coinquilina si chiama Ernestina, pesa centotrenta chili, ha il diabete e parla di se stessa in terza persona. Ernestina non può mangiare questo, dice, Ernestina domani deve svegliarsi presto.
Loredana e Marcello hanno un nuovo appartamento al Vomero. Sapevo che erano interessati, ho chiamato l’agenzia e ho offerto di più per l’affitto. L’ho pagato per tre mesi, Loredana mi parlava di un figlio di puttana che glielo aveva fregato.
Nel nuovo appartamento mio, di Loredana e Fabrizio, non ci ho mai abitato. Però avevo già deciso da quale parte del letto lei avrebbe dormito, il colore delle tende, lo zerbino [con un gatto, a Loredana piacciono molto i gatti] e avevo progettato un divano nel salotto per lui.
Passavo le sere a guardare le televendite delle scope elettriche e i documentari sui ragni. Poi andavo sotto casa di Loredana e mettevo una foglia sul parabrezza della sua macchina, oppure le toglievo i volantini dei centri commerciali dal tergicristalli. Una volta le ho anche pagato una multa. Prima di consegnare le chiavi all’agenzia Ernestina ha chiesto di fare un giro nell’appartamento.
Il giorno dopo mi ha chiamato Loredana, ha detto che sulla parete del loro nuovo appartamento ha trovato scritto con un rossetto: “Ernestina conosce un uomo che una volta si è innamorato di una ragazza, Ernestina pensa che lui è un poco scemo e nessuna si sarebbe innamorata di lui, è troppo ordinato, troppo pulito, è secco, non fuma, non sa fare le manovre con la macchina a retromarcia, ha paura dell’ascensore, Ernestina pensa che a nessuna femmina piacciano le persone così, Ernestina non vuole convincere nessuno, ma lui ha una specie di fuoco dentro al cuore, e Ernestina smetterebbe subito di mangiare i Mars e i Duplo se incontrasse uno scemo così”.
La direzione declina eventuali
responsabilità sulla trasmissione di forme di sifilide poco conosciute contratte
durante copule consumate, anche se onestamente pagate, nell' hotel
Messico./font>
***
Mi chiamo
Gianni Solla,
36 anni. Zoppico per finta quando attraverso la strada bloccando il traffico. Lo
faccio solo per provocare il senso di colpa cosmico nelle persone. Raccolgo i
punti del latte e i punti della benzina. Spero di vincere il borsone entro
Ottobre. Ho studiato la chitarra elettrica per dieci anni ma ho sempre avuto
problemi con il mi bemolle. Per suonare una canzone devo accertarmi che dentro
non ci sia il mi bemolle. Anche il fa minore mi ha sempre dato problemi. Abito a
Napoli in un quartiere più pericoloso della striscia di Gaza. Da piccolo le
maestre dicevano che ero un bambino precoce mentre mio padre diceva che ero
mezzo scemo. La partita è ancora aperta.
* Non lo so se il sito si
vede bene a 800x600 o ad altre risoluzioni perchè non capisco niente di grafica,
però vi dico che a casa mia e anche da Gerry si vede bene, quindi se non vedete
bene il sito avete un problema. Se ci tenete a sapere cosa c'è scritto comunque
potete sempre chiamarmi al cellulare e vi leggo tutto che tanto ho
l'autoricarica. Tutto quello che trovate scritto è
mio quindi non fate i figli di di
puttana perchè vi rigo la macchina. La cornice attorno al titolo l'ho presa da
Rolling Stone ma tanto quelli sono rock&roll e non s'incazzano.