Hotel Messico il sito con i denti gialli - Gianni Solla
[ A questo punto ci sono un paio di cose che dovete sapere. La prima è che siete
tutti in pericolo. L'altra è chi sono io. In ogni caso, stiamo parlando della
stessa cosa.> ]
L’ultima volta che abbiamo parlato eravamo seduti nell’autogrill sulla Napoli Roma e tu avevi preso la bustina per il mal di denti e poi in macchina ti sei addormentata mentre io sentivo radio radicale [la notte prima avevo letto i messaggi sul tuo telefonino, avevi già stabilito tutto con la tua amica] @@@ il giorno dopo hai fatto a pezzi una fetta di pane e il lavandino era pieno di molliche @@@ alla fine me lo hai detto +++ poi avevi già preparato la borsa |||||| naj oleari ®®® e anch’io ho preso la bustina ma il dolore non passava mai.
Il pezzo di te che più mi piace è l’orecchio anche se non mi stai mai a sentire, io penso che è l’otite e invece è proprio che non mi vuoi sentire, poi cammino in cucina per non svegliare nessuno e prendo le sedie col ginocchio e tu dal letto dici e che cazzo, e mi ricordo di quando volevo fare la scena di psycho che tu stavi nella doccia io scostavo la tenda e ti davo un bacio e invece sei scivolata e siamo andati al policlinico e ti hanno ingessato il braccio per quaranta giorni e sul gesso hai scritto che ero uno stronzo e che puzzavo.
Una volta a sei anni finsi di scappare di casa e mi nascosi sotto al letto. Mia mamma lo aveva capito e non venne a cercarmi. Aspettai perché volevo che lei si mettesse a piangere. Poi contai fino a settantaquattro, aspettai un altro poco ancora e quando uscii lei mi disse: - nun fa o’ strunz e vatti a lavare le mani che se lo sa tuo padre ti schiatta la testa che quello già pensa che sei ricchione.
La terza volta che ti ho lasciato,
tuo fratello mi ha sfondato il finestrino della Panda,
la quinta volta sei stata tu e mi hai scritto: - muori -, sulla porta di casa con il mercuro cromo.
Io la seconda volta mi sono fidanzato con quella di Venezia
e tu mi hai spedito a casa la gondola e con lo smalto ci avevi scritto: - affoga stronzo -,
e la settima volta mi hai infilato le forbici nella gamba,
un centimetro di dolore sotto la pelle e mentre mi accompagnavi al
Policlinico mi dicevi: scusa, scusa, e io che il dolore non lo sentivo, ero quasi contento.
Poi la nona volta ti sei messa con quello della scuola di ballo e io sono partito e sono stato a Barcellona per due mesi e un lunedì mattina sono tornato (sapevo che avevi lezione i giorni dispari) e sono entrato nella palestra e l’ho preso a pugni ma era un altro,
uno alto,
che mi ha riempito di botte mentre tu ti eri messa con uno basso senza capelli e quando l’ho visto gli ho detto: ma vaffanculo e ti ho portata con me e siamo stati tre mesi a Perugia e poi tu mi hai lasciato di nuovo e sono venuto a riprenderti a Marsiglia mentre lavoravi in una videoteca.
Adesso mi hai lasciato per l’undicisema volta e io ho scritto: ciao scema, con il pennarello sulla lapide e il guardiano ha detto che me ne devo andare. Nella fotografia stai uno schifo. Ho preso un cane e una pianta, stiamo tutto il giorno assieme, la notte non ti penso, ma adesso mi sembra tutto più nero.
Per fare Resistenza basta tenere basso il volume della radio, pagare le tasse, accettare la vecchiaia, dire di no quando ci chiedono di lavorare senza soldi, essere severi con chi gestisce i soldi pubblici e con i dipendenti pubblici, andare a teatro e vivere più vite possibili, insegnare a un bambino a disegnare il tracciato del gioco dell'oca inventandosi le caselle, telefonare a tuo padre la sera e tenere in considerazione che è facile essere bianchi, occidentali, normodotati, eterosessuali e cristiani.
Ferdinando spense il motore e uscì dalla macchina. Per terra c’erano bottiglie di plastica e mozziconi. Arrivò alla porta della roulotte e bussò. Non era sicuro che dentro ci fosse qualcuno. Aveva guidato per venti minuti senza incrociare macchine, poi sentì i passi e dopo pochi secondi lei gli aprì la porta.
“Sei Fatima?”, le chiese.
Lei sporse la testa e si guardò attorno. Aveva i capelli sporchi e il trucco attorno agli occhi.
“Sei venuto da solo?”, gli chiese.
“Sì.”
“Che vuoi?”
“Mi hanno detto quello fai”, disse Ferdinando.
“Io ti ho visto sul manifesto, sei quello della Lega nord. Sei venuto a cacciarmi?”, chiese Fatima.
“No”, disse Ferdinando.
Fatima guardò l’uomo con pochi capelli e gli occhiali. Era sudato.
“Hai la febbre?”, gli chiese.
“Sto bene”, rispose Ferdinando.
“Vuoi entrare?”, gli chiese.
“Sì.”
“E i soldi ce li hai?”
“Li ho portati.”
“Cento euro.”
“Ce li ho.”
“Allora entra.”
Fatima fece un passo indietro e lo fece entrare.
Nella roulotte i vestiti erano ammucchiati per terra e su un piccolo divano. Sul lavello c’era un piatto sporco con un mozzicone spento dentro. Ferdinando prese i soldi dalla tasca e li appoggiò sul tavolo sotto una scatola vuota di antibiotici.
“Vuoi fare subito?”, disse lei prendendo i soldi.
“Va bene”, disse Ferdinando.
Fatima si mise a mezzo metro da Ferdinando e si sfilò la maglietta e il reggiseno. Era magra, i fianchi erano lisci. Al collo indossava il pendente di ambra che le aveva regalato sua sorella. Ferdinando alzò il braccio e le toccò la pancia. Risalì fino al seno. Poi Ferdinando si inginocchiò e le slacciò i bottoni della gonna. Le mutande di Fatima erano gonfie. Ferdinando mise la mano sopra, strinse, poi gliele scostò e le tirò fuori il cazzo di ventiquattro centimetri. Lo toccò con tutte e due le mani, lo baciò, poi si alzò, andò sul letto e si slacciò i pantaloni tenendosi addosso la giacca.
“Accendi la televisione”, le disse.
Fatima sintonizzò su un programma dove una ragazza doveva dimagrire.
“Alza la voce”, disse Ferdinando abbassandosi le mutande e mettendosi a pecora.
“Muoviti, fa' presto”, le disse.
Fatima prese dal cassetto una pomata antibiotica, ne stese una striscia sul dito e gliela passò sull’ano, poi si fece più vicino e gli infilò la capocchia dentro.
“Vi odio arabi di merda”, disse Ferdinando.
Senza toglierglielo, Fatima spalmò altra pomata antibiotica e mano a mano che la lubrificazione aumentava entrava sempre più dentro.
“Mi fanno schifo i neri, i rumeni, i napoletani, i polacchi, i cinesi e i turchi come te. Spingi più forte.”
Fatima cominciò a dare dei piccoli colpi.
“Non mi fai niente. Sei un turco schifoso. Come ti chiami. Dimmi come ti chiami.”
“Mohamed”, disse Fatima.
“Vi chiamate tutti così. Vi darò a mangiare il veleno per i topi. I topi sono meglio delle vostre razze. Spingi forte, lo voglio sentire dentro lo stomaco, muoviti.”
Ferdinando cominciò a piangere.
“Arabo ratto”, disse.
Fatima aumentò la velocità. La ragazza in televisione piangeva mentre raccontava che sua madre la odiava. Ferdinando infilò la mano sotto al giubbotto, sentì il ferro freddo della pistola e lo strinse. Spinse il culo contro il ventre di Fatima per riempirsi il più possibile, “di più, di più”, pensò, poi si girò e le sparò in faccia. Il rimbombo fu tremendo. Il corpo di Fatima cadde sul lavello portandosi dietro i piatti. Le gambe tremarono come quelle di un animale investito.
Ferdinando guardò il corpo mezzo nudo di Fatima e il sangue che aveva sporcato tutto. Si rialzò i pantaloni. Aveva il culo bagnato. Andò alla macchina, prese la tanica, rientrò nella roulotte e versò la benzina sul letto, sul divano e sul corpo di Fatima. Si riprese i cento euro e tirò fuori l’accendino.
A Napuli dicono io polacca ma io viengo Ruomania. Puoveri scambiabili tra loro perché tutti uguali. Stessi pidocchi, stesso freddo, stesso dire: “poi va mieglio”, stesso dire: “non piangere”. Ruomania, Bulgaria, Polonia, Moldavia, Ucraina, diventare grande nazione di puoveri. Notte piangiamo chiusi dentro bagno per non fare sentire a figli. Poi vieniamo Napuli con autobus gasolio, abbiamo cinquanta anni, partiamo con vestito buono, capelli puliti di shampoo, nessuno parla, tutti vergogna e superata frontiera, occidente dà a noi swiffer cattura polvere e dice noi uguali. Swiffer è come livella, come religione.
Tutti vogliono fare amore con noi. Ci portano alberghi di stazione. Ci portano ristorante di dieci euro. Vecchi di Napuli no paura di noi. Quello che teniamo in mezzo alle gambe vale ristorante dieci euro.
Io mi chiamo Svetlana, ma a Napuli signora Clara prima di morire chiamava me Silvana, Laurana o Fabiana. Mia mamma e mio padre dire bene mio nome. Significa Luce. Io da piccola guardo sole con uocchi aperti, poi quando li chiudo vedo nero dieci minuti, poi penso che mio nome significa luce e allora quando li riapro vedo di nuovo tutto.
Ho sette anni, abitiamo Bucarest palazzo di comune. Mio padre oculista ospedale, mia mamma suona pianoforte e pomeriggio incontra sue amiche casa nostra. Suonano a turno. Noi no puoveri. Noi normali. Mia mamma bellissima, magra, capelli di oro, denti come ceramica lavandino. Una volta visto fotografia di lei nuda. È stesa su letto, gambe chiuse, guarda fuori, è la fotografia più bella. Dietro ci sono scritte cose, ma io non so leggere, poi scritto piccolo. Lei tiene fotografia in suo cassetto in mezzo fazzoletti di stoffa. Io penso deve tenerla in salotto sopra pianoforte, invece tiene quella di matrimonio. Io penso questo suo segreto. Mio padre ha baffi e vestito scuro, lei velo di sposa su faccia. Seduti primi banchi di chiesa dottori di ospedale dove mio padre inizio lavorare e poi ci sono i militari. Fotografia di Ruomania sempre militari. Lui contento, io prendo fotografia, cerco di vedere uocchi mia madre, ma velo fitto, oppure uocchi chiusi, io non capisco. Lei sembra più felice in fotografia di cassetto.
Da Bucarest mio padre ha trasferimento a città di Costanza vicino Mare Nero perché ospedale nuovo e lui andare. Mia mamma piange perché triste, io e mia sorella Alina mettiamo cose in scatola, cose di giocattolo, cose di vestito. Mia sorella Aline dice: “tu stare tranquilla io proteggo te da bampini nuova scuola. Loro piacchiare.”
“Perché loro picchiare?”, domando.
“Perché sempre così. La gente paura. Quando noi trasferiti a Bucarest, loro fatto questo a me ma io non detto mai. Tu devi stare tranquilla io camminerò dietro di te.”
“Chi cammina dietro di te?”, io domando.
Lei ci pensa poi dice: “io cammino dietro di me.”
Alina cinque anni più di me. Lei fuma sigaretta, poi lava denti tre minuti, poi lava mani tre minuti. Anche lei tiene segreto. Pacchetto sigarette dentro mobile libri sussidario di scuola. Lei contenta andare via da questo quartiere perché scuola dicono lei puttana perché bacia ragazzi, poi fuma sigaretta con ragazza più grande e quando litiga con mia madre lei chiama stronza e mia mamma dice non ripetere più e lei di nuovo: “stronza.”
Partiamo da Bucarest martedì mattina alla quattro. Papà mette in moto Trabant azzurra. La sera prima diciamo non girarci a guardare finestra e balcone che sono come uocchi casa nostra, perché questa grande occasione di papà di lavorare in ospedale dove lui diventa importante, ma ognuno di noi si gira a guardare e io sento dolore dentro pancia come forbice e quando comincio a piangere e metto testa su gambe di mamma, lei mi accarezza i capelli e poi tutti piangono.
In macchina appoggio testa a vetro e sento formiche dentro orecchio. Penso che Costanza è un posto lontanissimo. Dico che non devo avere paura perché Alina protegge da bampini di scuola. Però dentro gambe ho tanta paura.
La casa nuova di comune è vicino mare. È la prima volta che io e Alina lo vediamo. Mare è pieno di acqua. Alina dice: “Mare è uno schifo. Voglio dormire lato di stanza dove non si vede.” Lei si stende su letto, non si toglie scarpe e gonna, io tolgo vestiti di scatolo, miei e di lei e metto dentro armadio, faccio parte di vestiti Alina, parte di vestiti Svetlana. Io penso pure lei triste di Bucarest.
Quando diventa mattina mamma mi dà grembiule nuovo principessa Stela, diario principessa Stela, portapastelli principessa Stela, penna nera normale, penna rossa principessa Stela. Tutte bambine vestite uguale principessa Stela. Anche a Bucarest. Tutta Ruomania solo principessa Stela. Principessa Stela è principessa che dice cose belle del governo, acquedotti, esercito, sacrificio di petrolio per termosifone.
Primo giorno di scuola bampini di seconda elementare scuola Costanza mi picchiano e mi rubano scarpe. Ho paura, non dico niente, faccio lezione con calzini su pavimento, mi tirano palline di carta, ma io non parlo, sento freddo, faccio starnuti, maestra di scuola non dice niente, voglio piangere, poi dico Svetlana non piangere. Torno a casa piedi scoperti. Persone mi guardano. Sento pietre.
Alina viene ad aprire porta e mi dice: “dimmi chi è stato.”
Io spiega ad Alina come sono fatti bampini e dico a mamma: “non voglio andare a scuola.”
Lei dice: “normale che succede così, poi diventa amici di giocare insieme.”
“Non è normale”, penso.
“Non è normale”, dico.
Io prende diario principessa Stela e scrivo: “io odio.”
Mia mamma prende da scatola scarpe di Alina da piccola di principessa Stela e dice metti scarpe.
La notte si sente mare. Rumore che tocca scogli poi ritorna indietro. Tocca e fugge un milione di volte al giorno. Non dormo perché penso bampini. Penso così forte che mi viene la febbre. Mamma mette mano su fronte e dice: “febbre”. Termometro trentotto. Voglio solo tornare Bucarest dentro mio lettino. Io odio principessa Stela.
La seconda sera Alina non torna a casa. A Bucarest lei sempre torna tardi anche se ha soli dodici anni, ma qui non conosce posti, mia mamma pensa successo qualcosa, esce, cerca, chiede persone, nessuno conosce Alina, lei fa vedere fotografia di Alina vestita da principessa Stela. Io ho febbre e resto nel letto. Mi fa male gola e prego ancora febbre perché io mai più scuola di bampini. Poi arriva telefonata da ospedale, vogliono parlare con papà, dicono venire subito Alina qui. Allora scendiamo tutti e tre. Mia mamma mi metto dentro coperta di principessa Stela che dice cose buone della nuova linea ferroviaria Bucarest Sibiu e entriamo in Trabant. Mio padre dice parola brutta perché Trabant lenta, mia madre mi mette mano nei capelli, poi mio padre dice: “scusa”, ma io non capisco se a me o a mamma. Papà non dice mai parola brutta. Lui dice troppo facile dire parola brutta. Arrivati in ospedale lo seguiamo dentro corridoi pieni di infermieri con sigarette. Molti lo salutano buonasera dottore ma camminiamo veloci, io sempre dentro coperta, e poi vediamo Alina, su lettino con faccia piena sangue e una scarpe principessa Stela in mano. Sta piangendo.
“Altra prendo domani”, dice.
Adelina Mercanti va alla messa ogni pomeriggio. Poi torna a casa, prende una Tavor, guarda Affari tuoi. Comincia Don Matteo e prende un’altra Tavor. Poi sputa sulla fotografia del marito morto. “A bucchin e mammet”, dice. Prende un’altra mezza Tavor e la tiene sotto alla lingua. Quando sente l’amaro ingoia. “A te e chella bucchin e mammet”, dice di nuovo. Si fa il segno della croce e prova a dormire. Certe volte durante la notte ha paura. Ha scritto una lettera che ogni sera mette sul tavolo per quando la ritroveranno morta.
Abita a Croce del lagno con sua zia Emilia. Vivono tutti e due con la pensione, è lui che tiene i conti. Ha trentanove anni e non ha capelli da quando ne aveva ventidue. Lo chiamano così perché sapeva aprire le Fiat Uno con il ferro filato. Quando la zia (sorella di suo padre) va a dormire, lui si masturba. Guarda sempre lo stesso video. Al minuto quattro e dodici secondi la ragazza si alza dal divano, qualcuno fuori campo le suggerisce qualcosa, allora lei si mette le mani dietro la schiena e si sbottona la gonna. Gaetano mette il fermo immagine, si accerta che la porta del soggiorno sia chiusa e si slaccia i pantaloni. Ha cercato per due anni il nome di quella ragazza su internet senza risultati. Quando finisce, piega il fazzolettino inzuppato e si mette a piangere. Poi fuma una Camel Light affacciato alla finestra. Non ha mai fatto l’amore con una donna.
Mio padre aveva un gatto che si chiamava Bentelan. Il gatto Bentelan sapeva accendere la luce. Glielo aveva insegnato mio padre. Bentelan accendi la luce, lui saltava sul tavolo e lo faceva. Il gatto Bentelan passava tutto il giorno sulla sedia o ai piedi del letto. In linea di massima il gatto Bentelan era un gatto come si deve. A mio padre non piaceva. Diceva che se doveva andare in vacanza gli toccava avvelenarlo o sparargli o lasciarlo sulla tangenziale. Mio padre però non è mai andato in vacanza perché le vacanze al mare erano per i malati, per quelli che tossiscono, per i ricchioni e per i vecchi. Mio padre comprava le scatolette al pollo o i bastoncini di carne che il gatto Bentelan mangiava dalle sue mani. Mio padre è morto il quattordici agosto di quattro anni fa. Il gatto Bentelan è rimasto da solo in casa. Mia sorella Luisa gli porta le scatolette. Bentelan accendi la luce, il gatto sale sulla tavola e accende la luce e Luisa comincia a piangere. Il gatto Bentelan una volta ha mangiato una compressa di Bentelan. Era quasi morto. Quindi Bentelan.
Ritorno
Siamo chiusi in questo appartamento al quarto piano,
ti sei lavata i capelli,
senti freddo,
con la mano tocchi il termosifone,
stai bene?, mi chiedi,
io sento l’esplosione,
non finisce più,
parli della caldaia ma non ti sto sentendo.
Oggi ti ho seguita,
ho aspettato che uscissi dall’hotel Torino,
lo avete fatto in momenti differenti,
quanta premura,
a lui non lo conosco,
ma non mi importa,
penso a quello che fai durante la mattina,
ai posti dove vai quando io non sono qui,
e a quello che ti fai fare.
Il tuo telefonino è un pozzo nero.
Siamo pari amore mio,
tu e lui,
io e lei,
e adesso che la nostra relazione è salita di un livello,
possiamo smettere di parlare d’altro,
e prendere in considerazione che io e te siamo i nostro corpi che si fanno chiavare negli hotel coi lavandini pieni di mosche e le coperte di carta e la bibbia nel cassetto.
Conosco il punto esatto dove finisce la città. Ci vado da undici anni, ma è la prima volta che lo racconto. Si sente odore di gomma bruciata o di cannella, dipende dai giorni. Lo conoscono anche altre persone, preti pentiti, matematici omosessuali che sognovano di ballare il tango, mamme che volevano essere puttane e il contrario di queste. Macellai che non ce la fanno con tutto quel sangue. Pagliacci che volevano fare i preti nel loro paese. Poi ci sono io. Poi ci sono quelli come me. Si va là, si sta zitti, si fumano sigarette, si guarda l’orario. Prima che inizi la prossima città bisogna camminare in avanti per due metri. Certi dicono “che schifo di posto”, ma non si capisce se ce l’hanno con la città che è finita o con quella che deve cominciare. Noi stiamo là.
La direzione declina eventuali
responsabilità sulla trasmissione di forme di sifilide poco conosciute contratte
durante copule consumate, anche se onestamente pagate, nell' hotel
Messico./font>
***
Mi chiamo
Gianni Solla,
36 anni. Zoppico per finta quando attraverso la strada bloccando il traffico. Lo
faccio solo per provocare il senso di colpa cosmico nelle persone. Raccolgo i
punti del latte e i punti della benzina. Spero di vincere il borsone entro
Ottobre. Ho studiato la chitarra elettrica per dieci anni ma ho sempre avuto
problemi con il mi bemolle. Per suonare una canzone devo accertarmi che dentro
non ci sia il mi bemolle. Anche il fa minore mi ha sempre dato problemi. Abito a
Napoli in un quartiere più pericoloso della striscia di Gaza. Da piccolo le
maestre dicevano che ero un bambino precoce mentre mio padre diceva che ero
mezzo scemo. La partita è ancora aperta.
* Non lo so se il sito si
vede bene a 800x600 o ad altre risoluzioni perchè non capisco niente di grafica,
però vi dico che a casa mia e anche da Gerry si vede bene, quindi se non vedete
bene il sito avete un problema. Se ci tenete a sapere cosa c'è scritto comunque
potete sempre chiamarmi al cellulare e vi leggo tutto che tanto ho
l'autoricarica. Tutto quello che trovate scritto è
mio quindi non fate i figli di di
puttana perchè vi rigo la macchina. La cornice attorno al titolo l'ho presa da
Rolling Stone ma tanto quelli sono rock&roll e non s'incazzano.